Il post che ho letto s'intitola "A Fininvest 13 miliardi in contanti di origine ignota nel 77-78", è pubblicato su "Il Fatto Quotidiano" e lo trovate a questo link: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/09/23/a-fininvest-13-miliardi-cash-di-origine-ignota-nel-77-78/8514994/.
È a firma di Giuseppe Pipitone e racconta di una relazione depositata dai consulenti della Procura di Firenze, Giovanni Mottura e Igor Catania, 249 pagine datate 4 luglio 2024, nell'ambito del processo a Salvatore Baiardo.
In quelle pagine c'è una ricostruzione che, per dirla con le loro stesse parole, definisce l'aumento di capitale del gruppo Fininvest tra il 1977 e il 1978 "non spiegabile". Su quasi 17 miliardi di lire che hanno finanziato la Fininvest tra febbraio 1977 e agosto 1978, più di 13 miliardi sono arrivati in denaro contante. Denaro contante, badate bene, di cui, allo stato degli atti, non è possibile individuare l'origine.
La cosiddetta "Lista Dal Santo", è un documento su cui si sono concentrati i consulenti. Di quei versamenti, oltre tredici miliardi e mezzo risultano contabilizzati come cassa, ossia in contanti. E dietro quella lista, dicono i consulenti, non c'è una provenienza tracciata coi documenti a disposizione. Il che, come hanno sottolineato in aula, "rende plausibile ogni spiegazione sulla provenienza".
Ecco, è esattamente questo passaggio che mi ha fatto fermare. Perché io non voglio entrare nel merito della vicenda giudiziaria, non è il mio compito e per quello c'è l'articolo che vi invito a leggere per intero.
Ma mi chiedo, da cittadino, da lettore, da persona che ogni giorno fa i conti con un sistema fiscale e normativo che pretende da noi tutti una precisione quasi maniacale, leggere che tredici miliardi di lire in contanti possono entrare nelle casse di una società senza che se ne possa individuare l'origine, be', questo mi lascia francamente basito.
Ed allora mi chiedo, ma come è possibile tutto questo?
Sì... una giustificazione ci sarebbe, d'altronde viviamo in un Paese dove negli ultimi vent'anni la disciplina sul contante è cambiata undici volte, come mi è capitato di leggere, con limiti che sono stati alzati e abbassati a seconda delle contingenze politiche ed economiche.
Oggi il limite generale per i pagamenti tra soggetti diversi è fissato a cinquemila euro. Esistono obblighi di segnalazione per operazioni sospette, c'è un sistema di controllo della tracciabilità dei flussi finanziari che coinvolge banche, professionisti, intermediari.
Ma non solo... vi è un'Unità di Informazione Finanziaria che vigila. C'è, insomma, tutto un apparato normativo che si è stratificato negli anni proprio con l'obiettivo dichiarato di contrastare il riciclaggio, l'evasione fiscale, la circolazione di denaro di provenienza illecita.
E poi, ecco che improvvisamente debbo leggere di questa storia.
Il punto - come qualcuno potrebbe giustificare - non è tanto l'epoca dei fatti, gli anni Settanta, quando è vero che il controllo pubblico sulla tracciabilità non esisteva nelle forme normative attuali, come hanno correttamente ricordato i consulenti, no... il punto è un altro!
Il punto è che cinquant'anni dopo, con tutto l'armamentario normativo e tecnologico di cui disponiamo, siamo ancora qui a parlare di un buco nero nelle origini di quella che è diventata una delle fortune imprenditoriali più rilevanti del Paese. Siamo ancora qui, a leggere che "allo stato degli atti non è possibile individuarne l'origine".
Ma se questo è vero, se davvero tredici miliardi di lire in contanti sono entrati in una società senza che se ne possa ricostruire la provenienza, allora qualcuno, da quegli apparati istituzionali che esistono proprio per vigilare su queste cose, dovrebbe iniziare ad indagare.
Quantomeno... dovrebbe spiegare perché non lo sta ancora facendo.
Non mi interessa entrare nel merito delle singole operazioni societarie, delle sei "operazioni circolari" che i consulenti definiscono anomale, dell'aumento di capitale mai omologato, della restituzione ai soci e del successivo finanziamento il 7 dicembre 1978, per queste circostanti, ripeto, c'è l'articolo, vi sono le 249 pagine della relazione e chissà, forse, ci sarà un processo.
Quello che mi interroga, da semplice cittadino, è un'altra cosa. È la sproporzione tra la severità delle regole che mi vengono imposte e la leggerezza con cui, cinquant'anni dopo, si continua a parlare di somme enormi di cui non si conosce l'origine.
È la sensazione, che ormai ritengo del tutto ingiusta, che esista un mondo in cui le regole valgono e un altro in cui le stesse regole si smaterializzano, diventano opinioni, interpretazioni, dettagli tecnici.
Forse è solo un'impressione, forse no...
Sì... chissà, forse tutto è destinato a rimanere nella zona grigia delle cose plausibili ma non provate, come è già accaduto in passato.
Ma se le cose stessero diversamente, se davvero quelle somme fossero di origine ignota e non tracciabile, allora la domanda non è più soltanto giornalistica o giudiziaria. Diventa una domanda civile.
E le domande civili, scusate, ma di solito pretendono risposte!
