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mercoledì 14 gennaio 2026

Fabrizio Corona: Ma questa è buona... dice di esser "notizia"!

Esiste una miseria che non ha il colore del denaro né il profumo del lusso. È la povertà dell’animo che ho scorto in quella serie, proposta come un semplice accompagnamento serale e rivelatasi, invece, lo specchio di un vuoto più grande. Uno specchio tenuto saldamente in mano dall’unico uomo che osa definirsi, senza esitazione, “notizia”! 

È da qui che parte tutto: da questa dichiarazione che non è un’affermazione di fatto, ma l’atto fondativo di un personaggio. Un personaggio che ha costruito la propria esistenza pubblica sull’assunto pericoloso che essere raccontati equivalga ad esistere, che essere discussi significhi avere un valore.

E così, ciò che la serie mostra con regia impeccabile non è la storia di un uomo, ma il meticoloso processo della sua "auto-assoluzione". Una mea culpa monumentale e calcolato, dove ogni azione riprovevole, ogni confine valicato, viene trasformato in sintomo. Diventa il segno di una lotta interiore, di una compulsione quasi patologica, di un contesto corrotto che giustifica tutto.

La responsabilità personale evapora, sostituita da una narrativa comoda e vendibile: quella della vittima del sistema, del genio incompreso, dell’uomo in guerra coi propri demoni. In questa operazione di prestigio, i compromessi reali - quelli accettati, subiti, forse ricambiati - svaniscono nella nebbia. Anche le ombre ingombranti che hanno popolato quel mondo, come un noto agente di modelle finito lui stesso nel mirino della giustizia, diventano semplici comparse in uno spettacolo che ha un solo, unico protagonista.

Il meccanismo, in verità, è quello antico del nostro paese. È il rito del "ludibrio pubblico", dove l’idolo di ieri viene sacrificato sull’altare del gossip di oggi, solo per poter essere, domani, magari, riabilitato. Si tratta di rimanere in auge a tutti i costi, di alimentare la macchina dello spettacolo che si nutre di sé stessa. Perché è questo che piace: spettegolare, giudicare, mettere in berlina! 

La meschinità è umana, certo.. ma la miseria che ho visto non è quella dei soldi o delle auto, è la miseria di un’esistenza che ha fatto della propria caduta un prodotto di consumo, di una vita che ha scelto di essere notizia piuttosto che essere uomo, è la trasformazione della propria vergogna in contenuto, dal controllo dei tabloid al dominio diretto dei social, dove ogni polemica è visibilità e ogni accusa è traffico!

Eppure, in questo deserto etico, la serie lascia intravedere un’oasi di dignità: il ricordo del padre, il giornalista. Un uomo di altri tempi, per il quale la coscienza professionale valeva più di qualsiasi compenso. Quell’eredità ingombrante e irraggiungibile diventa la chiave per comprendere la ribellione estrema: rifiutare tutto ciò che il padre rappresentava, cercando valore in ciò che lui disprezzava. Se il padre cercava la verità, il figlio ha costruito un impero sulla verità altrui, mercificata. Qui sta il cuore della tragedia, nascosto dietro i riflettori.

Scrivo queste cose perché, nella loro attuale banalità, raccontano di noi. Di una società che confonde la notorietà con il merito, l’immagine con la sostanza. Io, in quel modello, non mi ci sono mai riconosciuto. Né quando da ragazzo le “avance” si presentavano sotto forma di opportunità ambigue, né oggi. Che fosse un regista “troppo” interessato a Roma, la gestione di locali notturni piena di compromessi, o la richiesta surreale di un miliardario a Montecarlo, la risposta è sempre stata racchiusa in un “no” secco. È lì, in quel rifiuto, che si cela la dignità di una persona. Tutto il resto è spettacolo. È rumore di fondo per chi, nella vita, è condannato a brillare solo di luce riflessa, aggrappandosi alla scia di qualcun altro, incapace di accendere una propria fiamma.

Alla fine, la serie ci consegna l’immagine di un uomo che ha attraversato la storia recente come un "Forrest Gump" della cronaca nera, incontrando il potere, lo scandalo, la galera. Ma mentre l’innocente Forrest era mosso dal caso, qui ogni passo è una mossa calcolata. 

L’ultima? Sussurrare l’idea di un partito politico. È l’evoluzione finale: da oggetto del discorso a suo artefice, da imputato a potenziale giudice. Il cerchio della notizia-spettacolo si chiude, trasformando la vita in una campagna elettorale permanente. 

Ed ecco la verità più amara: in un mondo che si proclama iperconnesso e informato, l’uomo che si è autoeletto “notizia” dimostra che, forse, essere notizia è l’unico modo per essere ricordati. Ma a quale prezzo? Quello di svendere l’anima, trasformandola in un copione da recitare in loop? Questo non è potere, questa è la più desolante delle prigioni...

Nota dell’autore: Questo post è una riflessione sul personaggio pubblico e sul meccanismo mediatico che lo rappresenta. Voglio però ricordare che, nella persona privata, ho sempre ritenuto che Fabrizio Corona abbia pagato un prezzo sproporzionato e ingiusto per i suoi reati, soprattutto quando confrontato con pene ben più lievi inflitte per crimini gravissimi. In molti, nei suoi momenti più bui e isolati, gli hanno voltato le spalle. Io non l’ho fatto. Ho sempre difeso il principio di una giustizia uguale per tutti, denunciando quella che mi è sempre parsa una condanna esemplare e strumentale, forse dettata dalla paura di ciò che sapeva o poteva rivelare. Ne sono testimonianza decine di post sul mio blog, scritti nel corso degli anni, a partire dal 2010.

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