L’ultima, in ordine di tempo, arriva sempre dalla mia terra, la Sicilia, e riguarda le autostrade A18 e A20. Una maxi operazione della Direzione Distrettuale Antimafia e dei Carabinieri di Messina, che il 6 agosto 2026 ha portato a 12 misure cautelari. Sei arresti domiciliari e sei divieti di contrattare con la Pubblica Amministrazione.
Il copione, per chi ha occhi per vedere, è sempre lo stesso. Un’organizzazione aziendale “ombra”, gestita da un imprenditore già condannato per concorso esterno in una famiglia mafiosa, che prende il controllo esecutivo di opere pubbliche. Come? Attraverso la compiacenza di imprese aggiudicatarie che, in cambio di una quota, gli cedono di fatto i cantieri. E così, la manutenzione degli impianti di illuminazione delle gallerie, dei cavalcavia, la sistemazione idraulica dei torrenti, diventano affari di una cerchia ristretta, dove la qualità e la sicurezza sono solo parole scritte su un capitolato che nessuno rispetta.
E cosa scopriamo nei dettagli dell’inchiesta? Quello che ho denunciato in tutti questi anni, post dopo post. Impianti non conformi installati nelle gallerie, materiali scadenti usati sui cavalcavia, manodopera irregolare impiegata nei cantieri. Non si tratta di semplici irregolarità amministrative, ma di vere e proprie frodi che mettono a rischio la sicurezza pubblica. Perché quando si risparmia su un isolante o si monta un cavo sottodimensionato, non si sta solo rubando denaro pubblico, si sta giocando con la vita delle persone che percorrono quelle strade ogni giorno.
Il sistema finanziario è altrettanto collaudato. Un giro di false fatture per circa 377.000 euro, finalizzato al riciclaggio e al pagamento in nero. Si drenano risorse pubbliche attraverso subappalti illeciti e noleggi di comodo, e poi si ripulisce il denaro con un passaggio fittizio, magari attraverso un distributore di carburante compiacente. È un meccanismo perfetto, oliato, che funziona da anni e che continua a funzionare nonostante le promesse e le leggi. Perché, come ho sempre scritto, in questo Paese: la legge c’è, ma poi c’è il sistema che la aggira!
È la solita storia. Quella dei “prenditori” e dei loro prestanome, dei funzionari pubblici che chiudono un occhio in cambio di un favore. E mentre gli investigatori scoprono l’ennesima “magagna”, mi chiedo: ma noi, cittadini, dobbiamo rassegnarci? O forse, come ho sempre sostenuto, è ora di smetterla di fingere che siano episodi isolati e riconoscere che stiamo parlando di un sistema radicato, che ha bisogno di risposte altrettanto sistemiche e radicali!
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