Prevedevo che, dopo le tornate elettorali, tutti avrebbero puntato a quei 200 miliardi. E mi chiedevo, e lo chiedo ancora con ancora più forza oggi: pensiamo davvero che quei soldi non finiranno sprecati in mazzette, corruzione e per sostenere attività soggiogate dalle infiltrazioni mafiose? L’inchiesta di Messina, con i suoi 377.000 euro di false fatture e i suoi cantieri “fantasma”, è solo un minuscolo, insignificante assaggio di ciò che potrebbe accadere su scala gigantesca con i fondi europei.
Il meccanismo è lo stesso, ingrandito all’ennesima potenza. Grandi opere, ingenti finanziamenti, urgenza di spesa: sono queste le condizioni ideali per far prosperare i cartelli criminali. Le imprese “familiari” si preparano, i prestanome sono pronti, i professionisti compiacenti hanno già affilato le loro penne per redigere progetti faraonici e perizie gonfiate. E i funzionari pubblici, quelli che dovrebbero presidiare la legalità, saranno messi alla prova da un potere di spesa senza precedenti.
E allora, come possiamo fare per evitare che il PNRR diventi l’ennesimo banchetto per la corruzione? Dobbiamo pretendere che i controlli siano non solo formali, ma sostanziali. Che si verifichino le reali capacità organizzative delle imprese, che si controlli la loro storia, che si smascheri l’uso di società cartiere e intestazioni fittizie. Dobbiamo chiedere a gran voce un coinvolgimento attivo delle prefetture e delle forze dell’ordine fin dall’inizio della progettazione, e non solo quando il danno è fatto.
Ma c’è un problema di fondo, che rende tutto più complicato. Un sistema di illegalità diffusa non si combatte solo con le leggi e i controlli. Si combatte anche con l’etica, con la volontà di tutti gli attori coinvolti – politici, funzionari, imprenditori, cittadini – di dire basta. Ma qui, nel nostro paese, sembra che a nessuno importi veramente. Perché, come ho sempre scritto con una punta di amaro sarcasmo, “fatta la legge, trovato l’inganno”. E i nostri ingegneri della truffa sono maestri nell’interpretare le norme per eluderle, rimanendo sempre, formalmente, all’interno del confine della legalità.
L’inchiesta sui cantieri della A18 e A20 è un campanello d’allarme che non possiamo ignorare. Ci dice che il sistema è ancora in piedi, che la malavita organizzata è pronta a inserirsi nei gangli vitali dell’economia e che la sicurezza pubblica è un concetto che, per molti, non esiste.
Spero allora che qualcuno, questa volta, ascolti, ma conoscendo la nostra storia, non posso fare a meno di dubitarne. Il rischio, come sempre, è che tutto si riduca a una tempesta mediatica, a qualche promessa di riforma, e poi tutto torni come prima. Perché, in fondo, come ho sempre ripetuto, “il gioco vale la candela” per coloro che sanno giocare. E, a quanto pare, in questo paese, i giocatori sono in tanti.
FINE
