Buongiorno a tutti voi che ancora passate di qua, che avete la pazienza di leggermi e magari di arrabbiarvi con me, o per me, non importa: l'importante – come ripeto sempre – è che non si resti indifferenti. D'altronde, io la penso come scriveva Gramsci: "Odio gli indifferenti". E l'indifferenza, cari lettori, è esattamente il rischio più grande che corriamo oggi davanti a certe squadre, a certi comunicati, a certe parole vuote.
Oggi voglio partire da un titolo, il mio, che è insieme una confessione e una resa dei conti. Sì, perché per anni sono stato tifoso della Juve e della Ferrari. Le ho amate, le ho difese, le ho spiegate agli amici e ai nemici, ci ho perso il sonno e la voce. E oggi mi ritrovo qui a guardare il tennis e a tifare Antonelli. Non è una battuta, non è una provocazione: è la fotografia esatta di ciò che è cambiato dentro di me.
E quando dico che guardo il tennis, intendo dire che guardo i nostri colori. Quelli veri, quelli che sventolano e che ti fanno alzare dal divano. Penso a Jannik Sinner, numero uno del mondo, che in questo momento rappresenta l'Italia meglio di qualsiasi comunicato stampa. E accanto a lui vedo Flavio Cobolli, numero sei, che lotta e cresce a ogni torneo. Vedo Luciano Darderi, ventitreesimo, e Lorenzo Musetti, ventiseiesimo, due sportivi che dimostrano di avere tanto da dire e che lo dicono con la racchetta, non con le parole. Vedo Matteo Arnaldi, trentaseiesimo, e Matteo Berrettini, quarantottesimo, che dopo gli infortuni è tornato a lottare come un leone. Vedo Mattia Bellucci, sessantaseiesimo, e Lorenzo Sonego, novantunesimo, che nessuno regala niente e che ogni punto se lo vanno a prendere col sudore. Ecco, questo è lo sport che voglio guardare: gente che vince e che perde, ma che scende in campo e te lo dimostra, senza aspettare che la storia gli regali qualcosa per inerzia.
Perché la verità, cari lettori, è che alla fine – a differenza delle altre squadre, sia calcistiche che automobilistiche – queste due non vincono nulla. E non da ieri, non da un anno: da troppo tempo, da una vita intera di tifosi cresciuti senza vedere un titolo mondiale piloti, senza vedere un campionato degno di quel nome. Vent'anni, una generazione intera, e la Ferrari continua a guardare gli altri alzare i trofei. La Juve, dal canto suo, vince scudetti contro nessuno, come diceva Spalletti, e poi si scioglie in Europa come neve al sole, con formazioni sbagliate, scelte incomprensibili, e quella presunzione che è il peccato più grave di tutti.
Ecco perché oggi, a differenza di tanti cosiddetti "tifosi", io mi sento libero. Libero di dire che quando la mia squadra gioca male, lo scrivo, anche se poi porta a casa i tre punti. Libero di applaudire chi gioca meglio, anche se è un avversario, anche se è l'Inter o la Roma di Gasperini. Perché lo sport, quello vero, non è tifare a prescindere, non è inveire contro l'arbitro o contro i tifosi avversari, non è bearsi del fallimento altrui. Lo sport è confronto leale, è rispetto, è la partitella in spiaggia dove l'unico arbitro è il rispetto reciproco.
E allora mi chiedo: cosa è rimasto di quelle due squadre che amavo? La Ferrari a cui speravo giungesse Horner e lei risponde con la parola "gossip", la Juve che affida la panchina a chi dimostra di non riuscire a trovare il bandolo della matassa, ma forse la colpa non è neppure tutta sua, ma di chi sta in alto. Due giganti addormentati, come dice Horner, che dormono da così tanto tempo che alla fine rischiano di non svegliarsi più.
Perché il punto non è più Vasseur o Spalletti, non è Leclerc o Hamilton, non è un singolo errore strategico o una singola formazione sbagliata, il punto è che entrambe sembrano aver perso la capacità di reagire, di scegliere, di rischiare. Aspettano che le cose cambino da sole, come se il solo fatto di chiamarsi Ferrari o Juve dovesse prima o poi riportare i titoli per inerzia della storia. Mi dispiace, non funziona così. Non funziona più così da troppo tempo.
E intanto noi tifosi invecchiamo, e il tempo delle chiacchiere è passato. Le stagioni trascorrono, i comunicati si susseguono, le promesse si rinnovano, e i risultati restano gli stessi. Allora capite bene che a un certo punto uno si stanca. Si stanca di perdere tempo a scrivere di queste cose, di distogliere l'attenzione da argomenti ben più importanti, da quei valori di legalità e rispetto che questo blog prova assiduamente a trasmettere, soprattutto ai giovani.
Per questo oggi guardo il tennis. Per questo tifo Antonelli, e non me ne vergogno. Perché lì vedo ancora la meraviglia di uno sport che premia il merito, il sacrificio, la capacità, senza bisogno di privilegi familiari o di casta, senza bisogno di chiamarsi Ferrari o Juve per esistere. Lì vedo un inno che suona, una bandiera tricolore che sale, un nostro ragazzo che lotta e vince, e non devo spiegare a nessuno che è successo davvero.
Certo, qualcuno mi dirà che sono un traditore, che un vero tifoso non abbandona mai. Ma io non ho abbandonato: ho solo smesso di credere alle favole. Ho smesso di aspettare che i giganti si sveglino, perché quando dormono troppo, alla fine, il rischio è che non si sveglino più. E allora meglio guardare altrove, dove lo sport è ancora quello che dovrebbe essere, dove l'unico risultato è divertirsi insieme e meritarselo quel risultato.
Perché è vero che chi è come me resta sempre legato alla Juve e alla Ferrari. Ma essere qualcuno, senza vincere nulla, serve solo a chi vuole continuare a raccontarsi una storia. Io, da sportivo prima ancora che da tifoso, ho scelto di guardare i fatti. E i fatti, cari lettori, sono lì, sotto gli occhi di tutti, da vent'anni.