Alla sua destra, oltre una ringhiera, una folla compatta e ordinata scende lungo una rampa parallela, diretta verso l'ingresso di un tunnel.
È una scena in bianco e nero, sospesa in una cornice. Non è importante sapere se quella fila porti da qualche parte o semplicemente verso il buio; il punto è che quella fila esiste, e che la maggior parte di noi, prima o poi, vi entra senza nemmeno accorgersene.
Quanto del nostro pensiero è davvero nostro? Quanto, invece, è il risultato di un conformismo silenzioso, di un'abitudine che non abbiamo mai messo in discussione?
La filosofia antica lo aveva già capito. Socrate passava le giornate a chiedere ai suoi concittadini perché facessero ciò che facevano, e la maggior parte di loro non sapeva rispondere. Non è un caso che sia stato condannato: chi disturba il sonno della massa raramente viene ringraziato.
La psicologia sociale ha dato un nome a questo fenomeno. Gli esperimenti di Asch hanno mostrato quanto sia facile per una persona negare l'evidenza dei propri occhi pur di non contraddire il gruppo. E non serve una minaccia, non serve una coercizione esplicita: basta la pressione sottile del sentirsi fuori posto.
Il conformismo non ha bisogno di catene, gli bastano gli sguardi!
Ma c'è un livello ancora più profondo, e qui il discorso si fa scomodo. Perché il conformismo non è soltanto un fatto orizzontale, tra pari. C'è un conformismo verticale, indotto, costruito con cura da chi detiene il potere di orientare lo sguardo collettivo.
Il potere politico, spesso, non chiede di credere, ma soltanto di non pensare troppo. E il potere mediatico non dice cosa dobbiamo pensare, ma suggerisce con insistenza su cosa vale la pena pensare, e soprattutto cosa è meglio ignorare...
La strategia è raffinata proprio perché invisibile. Non viene imposta una verità, viene somministrata un'agenda. Non viene vietato di parlare, viene insegnato a farlo seguendo certe coordinate, certi toni, certi allarmi e certi silenzi.
E così, senza accorgersene, si finisce per camminare sulla rampa, in fila, convinti di aver scelto quella direzione. Forse è questa la forma più elegante di dominio: quella che riesce a far credere di essere liberi mentre accompagna verso il tunnel.
E allora cosa fare? Non esistono ricette, e diffidare di chi le propone è già un buon inizio. Esiste però una pratica, umile e quotidiana: interrogarsi!
Chiedersi, ogni volta che un'opinione sembra ovvia, da dove viene. Chiedersi, ogni volta che una notizia indigna o rassicura, chi ha interesse che si indigni o si rassicuri in quel modo. Chiedersi, ogni volta che ci si trova d'accordo con tutti, se si sta davvero pensando liberamente oppure si sta seguendo il flusso.
Essere sé stessi non è un atto eroico, è un esercizio... è la scelta di camminare sul lato sinistro della strada anche quando la fila sulla destra sembra più comoda, più sicura, più ragionevole.
Non perché il lato sinistro sia automaticamente giusto, ma perché camminarci costringe a guardare, a domandare, a restare svegli. La massa non è nemica in sé: è semplicemente un luogo dove è facile addormentarsi.
La ringhiera, in fondo, è sottile. Non è un muro, è una linea. E proprio per questo è più insidiosa: si può scavalcare in un attimo, oppure restare fermi a guardare da una parte e dall'altra senza decidere.
Ma la scelta, prima o poi, arriva per tutti. La fila è lì, il tunnel è lì...
E la domanda resta aperta, scomoda, necessaria: la vostra fila, siete sicuri di averla scelta voi?
