Ricordo ad esempio un mio post del 2016, dove parlavo già del fallimento annunciato del nuovo codice degli appalti ed avevo ragione...
Già... la filosofia delle norme non basta, perché chi è dentro al sistema conosce tutti i trucchi per eluderle. Si gioca infatti sull’interpretazione letterale, sul quel filo sottile che separa la legalità dalla furbizia. E i nostri legislatori, spesso, non hanno la minima idea di come funzioni davvero il malaffare nei cantieri.
L’inchiesta di Messina è l'ennesima prova lampante che i meccanismi di controllo, così come sono concepiti, non servono a nulla. L’ANAC, che tanto si sbatte per promuovere trasparenza e legalità, sembra sempre arrivare dopo, quando il danno è fatto. E i funzionari pubblici, quelli che dovrebbero vigilare, dove sono? Spesso sono complici, a volte sono solo incompetenti. Ma il risultato non cambia: i soldi pubblici finiscono nelle tasche sbagliate e le opere pubbliche diventano monumenti all’inefficienza e alla corruzione.
E allora, qual è la soluzione? Io l’ho scritto tante volte e continuo a ripeterlo. L’unico modo per contrastare questa infinita serie di reati è abilitare meccanismi di trasparenza radicali. Dove chiunque possa controllare in ogni momento l’efficienza dei processi di assegnazione, le reali capacità organizzative e finanziarie delle imprese, le qualifiche possedute non solo sulla carta.
Ma quanto sopra non basta, sì poiché bisognerebbe adottare procedure di gara che limitino la partecipazione, per garantire che tutte le imprese, nel corso dell’anno, possano aggiudicarsi un numero sufficiente di lavori, senza che qualcuno si appropri indebitamente del mercato.
Sogno ad esempio un sistema in cui le gare siano veramente competitive, in cui i subappalti siano trasparenti e non diventino un modo per mascherare cessioni di contratto o distacchi illeciti di manodopera. In cui un direttore dei lavori non possa essere corrotto per certificare opere mai eseguite o materiali non conformi. È un’utopia? Forse. Ma se non iniziamo a chiederlo a gran voce, se non mettiamo pressione su quelle stesse istituzioni che spesso sono complici di questo marciume, allora non cambierà mai nulla.
E qui veniamo al punto dolente. Perché, come ho sempre sospettato e scritto, questo sistema illegale e corruttivo, in fondo, fa comodo a tutti. A quelle imprese che lo alimentano, certo. Ma anche a chi, dai pulpiti istituzionali, predica legalità e poi, nei fatti, non fa nulla per perseguirla. Le parole sono facili, i proclami sono gratuiti. Ma la volontà di cambiare davvero le cose, quella è merce rara. E finché non ci sarà una collaborazione reale e operativa tra uffici pubblici, forze dell’ordine e magistratura, finché il whistleblowing resterà uno strumento inutilizzato o, peggio, punito, i nostri appalti continueranno a essere il teatro preferito della criminalità organizzata.
La verità, quella che nessuno vuole sentire, è che in questo Paese la corruzione è un sistema che si autoalimenta. E per spezzarlo, non servono solo leggi più severe, ma un cambio di passo culturale che, purtroppo, vedo ancora molto lontano.
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