Ora, mettiamoci nei panni di un cittadino qualunque che legge queste cifre. La Sicilia è al quinto posto tra le regioni per risorse ricevute, dietro a colossi come Lombardia e Veneto. Eppure, mentre loro corrono, noi siamo inchiodati ai box. La media nazionale degli investimenti già realizzati è del 26,2 per cento: quasi dieci punti sopra la nostra performance. E di questo passo, con i cantieri ancora fermi e buona parte delle opere in fase di progettazione o addirittura da avviare, non possiamo che chiederci dove sia finita quella capacità di spesa che dovrebbe contraddistinguere una classe dirigente degna di questo nome.
Ma c'è un dato che, a mio avviso, merita una riflessione più profonda. Quasi un quarto dell’intera torta, ben 3,08 miliardi, è finito a privati, in particolare a società per azioni. E attenzione, non si tratta di un giudizio morale: è giusto che le imprese partecipino alla ripresa. Tuttavia, quando vedo che questi 3 miliardi hanno generato appena 272 progetti, mentre i Comuni, con poco più di 2 miliardi, devono spalmarli su 5.755 interventi, mi chiedo se questa sia davvero la ricetta giusta per rilanciare un territorio che ha fame di infrastrutture diffuse, di scuole sicure, di mobilità sostenibile per i piccoli centri. Le risorse pubbliche devono essere un moltiplicatore di opportunità, non un’occasione concentrata in poche mani.
Se poi guardiamo alla mappa della Sicilia che spende, scopriamo che i territori più virtuosi sono Caltanissetta, Agrigento e Ragusa, con percentuali che si avvicinano al 30 per cento. Ma è quando arrivo in fondo alla classifica che mi si stringe il cuore. Le tre città metropolitane, quelle che avrebbero dovuto trainare lo sviluppo dell’isola, sono tutte ultime: Messina, Palermo e, fanalino di coda, Catania, ferma al 16 per cento. Sembra quasi un paradosso, perché proprio lì dove la burocrazia è più fitta e le aspettative più alte, la macchina si inceppa. E allora, dinanzi a questi numeri, sorge spontanea una domanda che non possiamo più rimandare.
Dov’è la politica regionale? Che fine ha fatto quella schiera di amministratori, di deputati, di assessori che siedono nei palazzi del potere? Perché, di fronte a un ritardo così macroscopico, il silenzio è assordante. Non sento proteste, non vedo piani straordinari per sbloccare i cantieri, non colgo quella preoccupazione che invece dovrebbe essere palpabile quando si rischia di perdere milioni di euro europei. È come se una parte della classe dirigente si fosse addormentata sugli allori, o peggio, si fosse rassegnata all’idea che tanto i soldi, in un modo o nell’altro, arriveranno, anche se in ritardo. Ma non è così, e il 30 giugno 2026 è lì a ricordarcelo.
Eppure, tra qualche anno, quando le lancette dell'orologio avranno segnato un altro giro, questi stessi politici, magari con facce nuove e sorrisi smaglianti, torneranno a bussare alle nostre porte. Ci chiederanno il voto, ci parleranno di futuro e di rinascita, ci mostreranno programmi e progetti. Ma come potremo fidarci di chi oggi tace? Come potremo dimenticare che, mentre l’Europa ci tendeva la mano, qui in Sicilia abbiamo rischiato di sprecare un’occasione storica? Le parole sono belle, e in campagna elettorale diventano persino poetiche. Ma i fatti, i numeri, i cantieri fermi parlano un linguaggio molto più duro e sincero.
Dunque, miei cari conterranei, facciamo un piccolo esercizio di immaginazione. Già... tra alcuni mesi, quando vedremo volantini e manifesti appesi ovunque, ricordiamoci di questi giorni, ricordatevi che mentre il resto d’Italia correva, noi siamo rimasti ancora fermi al palo. E chiediamo, con la forza che solo il voto può dare, che fine hanno fatto quei miliardi, dove sono finite le nostre scuole, le nostre strade, i nostri ospedali. Perché il silenzio di oggi non può diventare l’amnistia di domani. Noi cittadini abbiamo il diritto di sapere, e loro il dovere di rispondere, magari con le opere, prima ancora che con le parole.
