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lunedì 22 giugno 2026

Parastoo Ahmadi, 74 frustate: questo è l'Iran che abbiamo scelto di ignorare!

E poi, a distanza di pochi giorni da quelle dichiarazioni trionfalistiche sulla pace imminente, ecco che la realtà si incarica di darmi ancora una volta ragione, già... con la crudeltà di chi non ha mai avuto intenzione di cambiare. 

Un tribunale di Qom ha condannato la cantante iraniana Parastoo Ahmadi e altri sette artisti a settantaquattro frustate ciascuno, oltre a due anni di divieto di espatrio e di attività artistica. 

Siamo nel dicembre del 2024, quando la cantante aveva trasmesso in diretta su YouTube link: https://www.youtube.com/channel/UCyNd0NG4_I3FltUGlOLdoOg - un'esibizione senza velo, con un rossetto rosso fuoco, un vestito attillato, sì... in un Paese dove alle donne è vietato cantare in pubblico. 

Il concerto si era svolto in un antico edificio storico, molto diffuso in Medio Oriente, senza spettatori, con un palco poco illuminato e decorato soltanto da un grande tappeto persiano. Ad accompagnarla c'erano un pianista, un batterista, un chitarrista e un bassista, tutti vestiti di nero. Come dicevo, lei indossava invece un lungo abito con spalline sottili e un rossetto rosso che le evidenziava la bocca. Il video aveva raccolto circa tre milioni di visualizzazioni. 

Per questo, oggi, lei e i suoi colleghi vengono puniti con la violenza più brutale e umiliante che un regime possa infliggere: non solo il carcere, non solo il divieto di fare ciò che amano, ma la frusta, il colpo sulla pelle, il dolore fisico come monito per chiunque osi pensare che la libertà possa essere un diritto.

Ecco, io mi chiedo: mentre i grandi della terra si stringono la mano e parlano di pace, di accordi, di flussi petroliferi e di stabilità, chi parlerà di Parastoo? Chi parlerà di quei sette artisti che verranno flagellati perché hanno osato mostrare un volto scoperto e una voce femminile in pubblico? Chi parlerà di tutte le donne che, da quando Mahsa Amini è stata uccisa dalla polizia morale nel settembre 2022, continuano a togliersi il velo per strada, sfidando ogni giorno l'arresto, le botte, la morte, e che oggi vedono il mondo intero stringere un patto con i loro carnefici? 

Il regime non solo non ha ceduto di un millimetro, ma esce da questa vicenda internazionale rafforzato, legittimato, accolto al tavolo delle trattative, già... come se fosse un interlocutore rispettabile, mentre dentro i suoi confini continua a fare ciò che ha sempre fatto: reprimere, uccidere, frustare, cancellare. 

La guerra finirà, forse, e i mercati tireranno un sospiro di sollievo, ma la libertà non arriverà, sì... non arriverà a nessuno, perché nessuno l'ha chiesta. Non arriverà perché il prezzo della nostra pace, dei nostri barili di petrolio, della nostra benzina e del gasolio per le auto è più importante. Pensiamo solo alla nostra apparente tranquillità, il tutto pagato ancora una volta sulla pelle di quelle donne e uomini, giovani che non hanno voluto questo sistema dittatoriale, che non hanno scelto in quel 1979 per l'Iran quella Guida suprema, già... perché non erano neppure nati, mentre poi crescendo, si sono trovati quei suoi successori al potere, senza poter far più nulla, già... a discapito della libertà e di quella democrazia che hanno visto solo in Tv (fintanto che potevano farlo). 

Perché il problema, oggi, non è più la guerra. Il problema è ciò che viene dopo. Questo trattato - per come ci viene descritto - non chiede all'Iran di cambiare. Non chiede democrazia. Non chiede diritti per quelle donne e per tutti i ragazzi, ma chiede solo una cosa: che il programma nucleare venga bloccato e che lo Stretto di Hormuz venga riaperto per far circolare le petroliere

Tutto il resto – la dittatura, le esecuzioni, la repressione, la fame distribuita dall'alto – resta lì, intatto, come se non fosse mai stato un problema. E allora – lo ripeto – a differenza dell'ipocrisia generalizzata, anche di quella espressa dalla nostra Chiesa, in particolare da Papa Leone XIV che una parola, proprio su questo punto, non ha minimamente speso da quel balcone su Piazza San Pietro - io me ne fotto della pace, se questa pace significa voltarsi dall'altra parte!

Ecco perché guardo con sdegno le dichiarazioni trionfalistiche, i bilanci positivi, la riapertura degli Stretti e delle navi che tornano a navigare. Io voglio che qualcuno, almeno una volta, parli di loro! Di Parastoo, di Mahsa, di tutte quelle che non hanno nome ma che ogni giorno pagano con il corpo la loro ribellione. Voglio che qualcuno dica che la democrazia non è un optional, che i diritti umani non sono una clausola negoziabile, che la libertà di una donna di cantare senza velo non vale meno della libertà di un mercato di avere petrolio a buon mercato. 

E se questo significa essere fuori dal coro, essere scomodi, essere ingenui, allora io scelgo di esserlo, perché il prezzo della nostra comodità non può, non deve, non sarà mai più pagato con il sangue di chi sperava. Non oggi. Non domani. Non con questo trattato, che vedrete – ve lo dico fin d'ora – non porterà nulla di buono, se non l'illusione che tutto sia a posto.

Ma io non ci credo. E non ci crederò finché una donna iraniana sarà costretta a chiedersi se il suo sorriso, la sua voce, il suo viso scoperto valgano davvero la pena di essere puniti. Perché la risposta, per me, è sempre la stessa: sì. Vale la pena. Sempre. Anche se il mondo intero ha deciso di voltarsi dall'altra parte.

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