Perché è questo il punto. Non c'è bisogno di usare violenza per far sì che il popolo ti segua, l'importante è far arrivare, con pazienza, con costanza, con una ripetizione che diventa abitudine, tutto ciò che le persone desiderano ascoltare. Una serie di falsità che servono a condizionare, a plasmare, a costruire un consenso che sembra nascere dal basso, ma che in realtà viene coltivato dall'alto.
È una propaganda persuasiva, potremmo dire, perché il fine non è informare ma orientare, e il mezzo non è la forza ma la ripetizione. È un condizionamento dell'opinione pubblica, perché le notizie non vengono scelte per ciò che accade, ma per l'effetto che devono produrre. È una persuasione occulta, perché chi riceve il messaggio non si accorge di essere guidato, e crede di pensare con la propria testa.
Ma è anche qualcosa di più profondo. È una manipolazione cognitiva, perché agisce non sulle emozioni soltanto, ma sul modo stesso di interpretare la realtà. È una vera e propria ingegneria del consenso, perché il consenso non nasce spontaneo, ma viene fabbricato, dosato, somministrato giorno per giorno. E quando le falsità non sono episodiche, ma diventano una pratica costante e organizzata, allora siamo di fronte a una disinformazione sistematica.
C'è poi un passaggio ulteriore, più sottile. Si arriva a un plagio ideologico, quando si sostituisce il pensiero critico con una narrazione precostituita, che non lascia spazio al dubbio. Si arriva a una seduzione mediatica, quando il mezzo non impone, ma alletta, e il pubblico crede di scegliere ciò che in realtà gli è stato offerto. Si arriva così a una distorsione della realtà, quando i fatti vengono tagliati, montati, ricomposti, fino a perdere il loro significato originario.
E il punto d'arrivo, se non ci si ferma in tempo, è il controllo del pensiero. Quello stadio in cui l'obiettivo ultimo non è più convincere, ma rendere impossibile pensare diversamente. È qui che la manipolazione smette di essere uno strumento e diventa una gabbia.
Ed è per questo che ho voluto prendere a modello un libro che ho letto di recente. La legge del sangue. Pensare e agire da nazisti di Johann Chapoutot, tra i maggiori storici francesi. Non per fare un paragone azzardato, non per gridare all'allarme in modo superficiale, ma per usare quello strumento di lettura, quella lente, per provare a raccontare quanto sta accadendo in questi anni in Italia.
Mi sono immerso in quelle pagine con una domanda che da sempre mi accompagna, ma che negli ultimi tempi sento risuonare in modo diverso, quasi più vicina: come è stato possibile che un intero popolo sia stato convinto, quasi sedotto, da una visione del mondo tanto radicale e disumana?
Non è una domanda nuova, lo so. Ce la portiamo dietro da decenni, e forse continueremo a portarcela ancora a lungo. Eppure, ogni volta che provo a cercare una risposta, mi accorgo di quanto sia difficile accontentarsi delle spiegazioni più semplici.
Forse perché il nazismo, in fondo, continua a resistere ai nostri sguardi, rimane un enigma che non si lascia decifrare del tutto. Ci si è chiesti spesso come una civiltà che ha generato Goethe, Kant e Beethoven abbia potuto partorire anche il nazismo e la Shoah, uno sterminio di proporzioni inimmaginabili. Ecco, credo che il primo errore da evitare sia proprio questo: immaginare che quella civiltà e la crudeltà selvaggia siano in antitesi, come se fossero due mondi separati e incompatibili.
Non è così. Creazione e distruzione sono aspetti inseparabili di ciò che chiamiamo civiltà, e oggi, che la crudeltà viene amministrata in modo assai più efficiente che in passato, questo legame non ha certo smesso di esistere.
Chapoutot ha provato a spiegarci come quella "visione del mondo" sia riuscita a diffondersi senza violenza, o almeno prima della violenza. Lo ha fatto indagando una cultura, una mentalità, un immaginario collettivo che si è depositato in libri, articoli, documenti, film prodotti in Germania da filosofi, giuristi, medici, antropologi, storici, etnologi, zoologi, botanici, registi e giornalisti. Insomma, tutto ciò che è stato prodotto nei decenni che poi si sono conclusi con la mostruosità dell'entrata nella storia del nazismo.
Leggendo quelle pagine, colpisce subito la grande schiera di medici, giornalisti, saggisti, pubblicisti, ideologi, universitari. Una coorte ampia, che a mio avviso anticipa quella "banalità del male" che avrebbe poi costituito l'agire e il pensare di tutto il popolo tedesco. Tutto aveva come base il risollevamento del popolo tedesco e della sua eccellenza come razza che aveva dato nascita a ogni cultura. Non era solo un progetto politico, era un sintomo di un tempo e di un luogo che rappresentava l'Occidente, un programma destinato a durare molto tempo: i "mille anni" rivendicati dal Terzo Reich.
Gli imperativi categorici dei fondatori del nazismo erano tre. La procreazione, produrre figli in quantità, perché questo serviva anche alla razza stessa. La lotta, il battersi per la necessità naturale di rispettare la legge del sangue. E infine la guerra vittoriosa, che permetteva di perpetuare il dominio di quella razza ariana nei secoli. Tre pilastri che si tenevano insieme, si alimentavano a vicenda, e che trovavano la loro legittimazione in una sorta di naturalità indiscutibile.
Il vero nemico, in questa costruzione, era il giudeo-cristianesimo. Quella cultura era vista come contraria agli animali e alle leggi naturali. La rivoluzione nazista, invece, pretendeva di ristabilire una nuova coincidenza tra natura e cultura, rifondando la legge e la morale. Il diritto non era più una materia da applicare, ma qualcosa di insito nella biologia della loro razza. In sostanza, i nazisti avevano progettato una completa riscrittura della storia dell'Occidente, e il modo in cui queste idee sono state attuate dai criminali nazisti è la prova più tragica di quanto quelle premesse non fossero affatto astratte.
Ecco, forse è proprio qui che si annida la risposta alla domanda da cui ero partito, già... non in una violenza improvvisa, ma in una cultura che si è sedimentata lentamente, giorno dopo giorno, libro dopo libro, discorso dopo discorso.
Una cultura che ha saputo parlare al desiderio di rinascita, di grandezza, di purezza, trasformandolo in qualcosa di mostruoso. E noi, oggi, in Italia, continuiamo a interrogarci su come tutto questo sia potuto accadere, mentre assistiamo a una manipolazione da parte della politica che non usa la forza, ma la persuasione. Sapendo bene che la crudeltà, quando viene amministrata con efficienza, non ha mai smesso di esistere!
