Avete letto bene... ottantacinque per cento, una percentuale che non è un numero, ma una sentenza!
È la fotografia di un sistema malato, dove il confine tra l’impresa e l’illegalità non è più una linea netta, ma una zona grigia, ampia, comoda e ben frequentata. Non stiamo parlando della criminalità con la lupara, quella che si vede nei film o nelle serie tv, quella, ormai, è quasi un souvenir...
La vera minaccia, quella che Europol ci descrive con preoccupante chiarezza, è la criminalità imprenditoriale, quella che veste con giacca e cravatta, circondata da validi professionisti, che sfrutta i flussi commerciali globali e le tecnologie digitali con l'agilità di una multinazionale.
Sono questi signori che hanno trasformato il crimine in un servizio, un "crime-as-a-service" che si infila negli ingranaggi dell'economia legale come un lubrificante tossico. E lo Stato? Lo Stato, come sempre, rincorre...
Sì... ogni tanto colpisce singoli individui, fa proclami, ma non riesce a debellare una volta per tutte questo marcio, perché si trova di fronte a un ecosistema fluido, capace di adattarsi più velocemente di qualsiasi legge.
Ecco perché mi tornano alla mente le riflessioni di qualche anno fa, quando scrivevo dell'edilizia siciliana in croce. Allora mi chiedevo: quante di quelle imprese che si aggiudicano appalti milionari sono veramente trasparenti? Quante sono viceversa imprese mascherate che cresciute all'improvviso come funghi dopo la pioggia, rischiano di essere inserite in qualche nuova inchiesta della Procura?
Il rapporto di oggi non fa che dare ragione a quei dubbi. Ma attenzione, perché il quadro è cambiato, e in peggio. Un tempo si poteva ancora raccontare la storia di quelle "White List" che fotografavano una differenza abissale tra le imprese iscritte al Nord e quelle al Sud, e lo stupore nel vedere che nella mia Sicilia (ma anche nelle altre regioni del centro/sud) solo poche imprese avevano fatto richiesta di essere inserite.
Oggi, invece, il sistema si è evoluto. Già... molte di quelle imprese "affiliate" si sono ripulite, hanno capito che per poter operare negli appalti pubblici serviva un restyling completo, una bella operazione di maquillage, e così eccole lì, in fila davanti alle prefetture, tutte a chiedere l'inserimento nella cosiddetta "White List" con la faccia tosta e i documenti perfettamente in regola.
Si lo so... e il paradosso, già... il vero dramma, è che a volte ottengono persino quel benedetto certificato di legalità! Ma qui arriva il colpo di scena che fa rabbrividire: dopo averlo ottenuto, a volte alcune di esse restano in balia di una forma che chiamerei "pseudo sospensione". Mi riferisco in particolare al momento in cui scade il termine e si deve chiedere il rinnovo, ed allora ecco che improvvisamente scatta da parte di quegli uffici istituzionali l'incertezza. Vi basti osservare sul web quei nominativi riportati, quel registro ufficiale di chi è iscritto, e vedrete come - stranamente - un buon numero di quelle aziende sia attualmente (e aggiungerei "inspiegabilmente"), dopo mesi dalla richiesta effettuata, in attesa del rinnovo.
Ma scusate, sono o non sono mafiose? Perché da quegli uffici passano mesi e mesi per decidere il loro destino? C'è qualcosa che non va, è evidente. Probabilmente sono intervenute nuove informazioni, forse le procure hanno allungato il loro raggio d'azione. Ma allora non sarebbe più corretto intervenire subito? Non sarebbe doveroso bloccare immediatamente queste imprese, prima che possano fare altri danni, aggiudicarsi altri appalti, intrecciare altre trame?
Invece no... come sempre da noi, tutto resta sospeso, in quella terra di nessuno che è il confine tra il legale e l'illegale, ma d'altronde si sa, al nostro paese, o dovrei dire ai nostri referenti politici e istituzionali "piace" questa condizione ambigua, questo eterno limbo in cui non si è né "carne né pesce", "né colpevoli né innocenti".
Sì... è una zona grigia cucita addosso come fosse una seconda pelle, perché forse fa sentire furbi, dà loro l'illusione di tenere tutti in scacco. Ma quella è una furbizia che puzza di marcio, e così... mentre noi aspettiamo che la burocrazia si pronunci, loro continuano a lavorare, a fatturare, a corrompere e via discorrendo...
E così, tra un rinvio e una sospensione, il danno è fatto. Perché il problema non è più l'assenza di controlli, ma la loro lentezza, una lentezza che diventa essa stessa complice. Per questo, le conclusioni di Europol non mi sorprendono, perché Affermano che l'azione di contrasto non deve più limitarsi a colpire i singoli, ma deve affrontare i sistemi e le vulnerabilità che vengono sfruttati.
Già... è una verità che ripeto da anni e mentre la Commissione Europea propone di rafforzare il mandato di Europol, io continuo a chiedermi: chi controlla i controllori? Chi vigila sulle gare d'appalto, sulle subappalti a cascata, su quelle società che nascono e muoiono in pochi mesi per non lasciare tracce? Il problema è che le nostre istituzioni sono lente, ingessate da una burocrazia che paralizza, mentre il crimine viaggia alla velocità della luce.
Ed allora, mentre noi discutiamo di rating di legalità e di protocolli antimafia, loro continuano a fare affari, a corrompere, a riciclare. È esattamente come diceva Shakespeare: essere o non essere... mafiosi?
Il bello è che qui non ci si decide mai, e il dubbio diventa complice. Non voglio fare il profeta di sventura, ma è chiaro che la strada è ancora lunga, anzi no... lunghissima... e con questa nostra politica, per lo più corrotta, dovrei dire "infinita".
Perché la lotta alla criminalità organizzata non si vince con qualche retata, qualche bella dichiarazione dal solito palco preparato per l'occasione o anche con un rapporto dell'Europol, per quanto quest'ultimo lucido e prezioso.
Si vince solo quando lo Stato avrà il coraggio e la capacità di essere distaccato, certamente non colluso, dovrei aggiungere più furbo... ma su questo punto c'è ancora tanto da fare, ma non solo, anche più veloce e soprattutto più presente, non con le chiacchiere....
Quando le White List non saranno un adempimento burocratico, ma un vero filtro selettivo, quando si guarderà bene quell'organizzazione, chi c'è davanti, ma soprattutto chi c'è dietro, quando lo Stato entrerà dentro le imprese per capire cosa realmente accade, in particolare i movimenti finanziari, quei documenti ufficiali e quelli che di fatto sono fittiziamente creati ad hoc, ecco... quando tutti comprenderanno che c'è solo una strada che conduca alla legalità, vedrete che non solo quel 15% costituito dalle imprese sane, ma anche un'altra percentuale che potrebbe iniziare a crescere, capirà che la trasparenza non è un costo, ma il loro unico vero scudo.
Fino ad allora, tutto ciò che accade ogni giorno sono lucciole per le allodole, frottole che servono a plagiare il sistema, a mantenere alto un meccanismo di sicurezza che foraggia una parte del paese, sì... mentre gran parte dei miei connazionali, indistintamente da Nord a Sud, passando per il centro, continueranno a leggere di queste percentuali senza mai domandarsi: ma chi c'è dietro l'ultima impresa che si è aggiudicata l'appalto? E, soprattutto: a chi gioverà veramente quella nuova opera pubblica?
Perché il vero problema oggi è: essere o non essere mafiosi!
