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mercoledì 20 maggio 2026

Non dobbiamo aver paura dei virus, ma non possiamo nemmeno dimenticare ciò che finora è accaduto!

Cosa dire... c’è una domanda che torna ogni volta che leggiamo notizie come quelle della Hondius o dei nuovi casi di Nipah in India: dobbiamo avere paura? 

La risposta, se vogliamo essere onesti, è più complessa di un semplice "sì" o "no".

Non dobbiamo avere paura nel senso di un allarmismo paralizzante, perché i numeri - per nostra fortuna - restano ancora limitati e i contesti geografici in cui si manifestano restano circoscritti, ma dobbiamo sicuramente restare vigili, perché la storia degli ultimi trent’anni ci ha insegnato che i virus non rispettano i nostri calendari e che l’emergenza di oggi, è spesso il riflesso di un disattenzione di ieri.

L’hantavirus sulla Hondius, il "Nipah" in Bangladesh e in India, ma persino il "Covid" che abbiamo imparato a conoscere troppo tardi, ci dicono tutti la stessa cosa, cioè: che la salute umana, animale e ambientale sono un unico intreccio che non possiamo più permetterci di separare!

Lo chiamano approccio "One Health", una sola salute, e forse è il concetto più importante che abbiamo ereditato da questi anni di epidemie: se distruggiamo gli habitat dei pipistrelli, se alleviamo animali in condizioni che favoriscono il salto di specie, se viaggiamo come se il mondo fosse un salotto senza conseguenze, allora i virus continueranno a trovare la loro strada.

Detto questo, è doveroso ricordare che l’hantavirus si trasmette raramente da uomo a uomo, e che sulla Hondius l’ipotesi più accreditata è quella di un contagio avvenuto prima dell’imbarco. Così come è doveroso ricordare che il Nipah, pur potendo passare tra persone, richiede contatti molto stretti e che in Europa il rischio resta valutato come molto basso dall’ECDC.

Non stiamo vivendo l’inizio di una nuova pandemia, almeno per quello che sappiamo oggi. Ma stiamo vivendo, forse, un’occasione per non dimenticare: i virus emergenti non spariranno mai del tutto, perché emergono proprio dalle pieghe dei nostri rapporti con l’ambiente, e l’unica vera difesa è un sistema di sorveglianza che funzioni, un sistema sanitario che sappia riconoscere presto, una comunicazione che non trasformi l’informazione in terrore né il terrore in indifferenza.

Per i passeggeri della Hondius, per i pazienti indiani esposti al Nipah, per i familiari dei tre morti che galleggiano ancora in quella nave al largo, la differenza tra «allarmismo giustificato» e «guardia alta» è un filo sottilissimo. Loro la paura la stanno vivendo sulla pelle, nelle corsie degli ospedali di Johannesburg o nelle cabine dove il tempo scorre diverso da come lo conosciamo. 

Noi possiamo fare una cosa sola: tenere gli occhi aperti, ascoltare senza panico, ricordare che la prossima emergenza potrebbe bussare a una porta vicina.

Nel frattempo, come viene riportato nei bollettini medici più seri, attendere l’indagine epidemiologica.

Perché la scienza ha bisogno di tempo e i virus, purtroppo, ne hanno sempre abbastanza da rendere ogni attesa una piccola, interminabile agonia.

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