Perché ciò che emerge dalle cronache giudiziarie dell'Isola non è raccontato come un'eccezione, ma come una consuetudine. Arresti di deputati regionali, indagini su assessori, leader politici di primo piano che si trovano ai domiciliari. Eppure, nel centrodestra siciliano, tutto questo non provoca scossoni. Non c'è stupore, non c'è quella rottura che dovrebbe accompagnare il venire a galla di fatti gravi. C'è solo la consapevolezza che, nell'ingranaggio della politica regionale, questi eventi fanno ormai parte del meccanismo.
Ora, nel raccontare quanto accade, non mi soffermerò sui singoli nomi. Per me, e credo per molti, in questo teatrino della politica i protagonisti si equivalgono. Uno vale l'altro, e poco importa chi sia. Se invece desiderate entrare nello specifico, se volete dare un volto e un cognome a questa lunga teoria di indagati, trovate tutto nel link che ho riportato sopra. Qui, però, voglio solo fissare lo sguardo sul fenomeno, non sui suoi interpreti.
Prendiamo l'ultimo episodio che ha scosso Forza Italia: un suo deputato regionale ai domiciliari. La notizia è piombata ai vertici del partito proprio mentre il commissario regionale teneva una riunione in una provincia già segnata dall'arresto di un altro esponente azzurro. Sembrava quasi una beffa del destino, un "benvenuto" amaro. Eppure, nei corridoi, nessuno si è stracciato le vesti. Solo la spallata di chi, ormai, ha imparato a convivere con queste scosse. Il mantra del "siamo in una fase iniziale", ripetuto con ostinazione qualche mese fa, oggi suona come un rituale svuotato di senso. Una formula di circostanza, pronunciata a denti stretti per non dover ammettere che, forse, quella fase iniziale non finirà mai.
In quella riunione, il commissario si è trovato a mediare tra le diverse anime del partito: quella legata al sindaco del capoluogo di provincia, quella dell'ex ministro presente personalmente, e la compagine che fa capo alla deputata subentrata al collega arrestato. Tra gli esponenti presenti, si sussurravano apprezzamenti per la sua capacità di ascolto, per aver "iniziato una stagione di incontri territoriali" in un partito, dicono, "non abituato a discutere". La questione morale, in questo contesto, non è diventata un elemento tranciante. Non c'è stato un dibattito sui principi, ma una discussione pratica su come gestire la situazione.
L'orizzonte, per tutti, sono le prossime elezioni regionali. E questo spiega molte cose. Alcune province preoccupano, perché "bisognerà fare le liste". Altre, come il capoluogo etneo, provocano più di un grattacapo, perché la spaccatura politica tra i big crea equilibri precari. In questo quadro, un'esponente azzurra di una provincia dell'Agrigentino, che secondo gli inquirenti "condivideva le scelte del partito" con il deputato finito ai domiciliari, viene invece promossa a commissario provinciale. Le sue qualità politiche, evidentemente, pesano più di qualsiasi ombra. È una scelta cinica, che fotografa perfettamente il clima: non importa ciò che si è fatto, ma ciò che si può ancora fare per la partita elettorale.
Anche la Dc e la Lega, dopo lo scossone dell'arresto di un loro leader storico e il conseguente patteggiamento, si stanno ricompattando. L'obiettivo è una lista unica alle regionali. Un esponente leghista, interdetto per un anno dal ruolo di assessore a causa di un'inchiesta, continua a tessere la sua tela, mantenendo stretti rapporti con Forza Italia. Si parla di un suo possibile cambio di casacca, di esponenti azzurri che lo seguirebbero. Sono manovre di palazzo, calcoli politici che nulla hanno a che fare con la liceità o meno dei comportamenti degli indagati. Sono il pane quotidiano di una politica che ha fatto della propria sopravvivenza l'unica bussola.
E poi c'è il caso di un ex componente della commissione regionale Antimafia, tornato all'Ars dopo l'arresto per voto di scambio politico-mafioso. Un dettaglio che la dice lunga sulla capacità di questo sistema di assorbire tutto. Fratelli d'Italia, dal canto suo, sceglie la strada del silenzio. Il commissario regionale "preferisce non commentare", e dopo il rigore iniziale profilato dopo le inchieste che hanno coinvolto il presidente dell'Ars e un'assessora, si è passati all'attesa degli esiti processuali. È l'atteggiamento di chi aspetta che la tempesta passi, senza sporcarsi le mani.
E così, qualcuno si spinge a lanciare un vero e proprio salvagente a quel presidente dell'Ars, intercettato per anni: "Ma cosa volete? È venuto fuori solo che con l'auto blu gli è stato portato qualche kebab con le patatine mentre lavorava, è il politico più pulito in circolazione". Questa frase, che circola a microfoni spenti, è forse il simbolo più lucido della degenerazione a cui stiamo assistendo. Il parametro di paragone non è più la legalità, ma la "pulizia" relativa, il confronto con situazioni peggiori. È il trionfo del "mal comune mezzo gaudio".
Ecco, è proprio questo che Condorelli ha colto con la sua consueta lucidità. La questione morale, quella vera, quella che dovrebbe far scattare un campanello d'allarme nelle coscienze e nei partiti, è stata accantonata. Al suo posto è subentrata la "questione normale". Una lunga teoria di indagati, arresti, rinvii a giudizio, che non scuotono il sonno di chi governa. Non c'è più alcun scandalo, perché lo scandalo presuppone una deviazione da una norma condivisa. Qui, invece, quella deviazione è diventata la norma stessa.
Il governatore, che tra pochi giorni relazionerà all'Ars, è chiamato a dare conto dei "risultati conseguiti". Ma come si fa a parlare di risultati, a esaltare una "Sicilia attrattiva per le imprese", quando la politica che dovrebbe rappresentare il motore di questa rinascita è così profondamente e quotidianamente inquinata? Come si fa a fare "spallucce", per usare le parole di Barbagallo, di fronte a questa realtà?
E questo, per chi come me ha smesso ormai da troppo tempo di credere nella politica e nei suoi referenti, è uno spettacolo desolante. Non la considero più un servizio, non riesco più a vedervi alcuna traccia di quella vocazione civile che dovrebbe animarla. Quello che vedo, invece, è un circo di comparse che si alternano sulla scena, tutti uguali, tutti intercambiabili, tutti pronti a tutto pur di conservare un seggio o una poltrona.
Perché quando lo scandalo diventa "normale", non è più la giustizia a dover correre, ma la politica a dover ridestarsi. Ma a guardare gli eventi di queste settimane, viene il sospetto che il sonno sia, ormai, troppo profondo. Addormentati, anestetizzati, immuni a qualsiasi scossa. E la sveglia, per loro, non suonerà nemmeno alle prossime elezioni. Perché il gioco, si sa, continua. Sempre uguale a se stesso.
E continua anche grazie a chi, nell'ombra, sa bene come si comprano i voti. Continua grazie a quella rete invisibile di favori e scambi che trasforma le urne in un mercato, le coscienze in merce di scambio. La mafia, lo sappiamo, non si è mai fermata. Ha solo imparato a muoversi con più cautela, a tessere trame più sottili, a presentarsi con il sorriso e la stretta di mano. E' sempre lì, pronta a offrire il suo sostegno in cambio di protezione, di appalti, di leggi su misura. E la politica, quella politica che dovrebbe combatterla, spesso si limita a fare finta di non vedere. A voltarsi dall'altra parte. A stringere quei patti sporchi che permettono al sistema di reggersi in piedi.
Ecco perché da tempo non credo più nella politica. Perché non è più una questione di uomini, ma di sistema. Un sistema malato, che ha normalizzato l'illegalità e trasformato la complicità in prassi. Un sistema che, davanti a un arresto per voto di scambio politico-mafioso, non prova alcun imbarazzo. Che davanti a un'indagine per concorso esterno si stringe nelle spalle. Che davanti a un politico intercettato per anni, lo esalta come "il più pulito in circolazione".
Questa è la vergogna più grande. Non i singoli episodi, ma la loro sistematicità. Non i colpevoli, ma l'assenza di qualsiasi reazione. Non lo scandalo, ma la sua assenza. Perché quando tutto è normale, niente è più scandaloso. E quando niente è più scandaloso, tutto è permesso. Anche il patto più oscuro. Anche la complicità più vile. Anche il silenzio più assordante davanti a chi, da sempre, vive di quel silenzio.
