Mi fermo a guardare questa immagine, sì... la foto che creai tanto tempo fa e che ora, dopo questi lunghi anni, mi interroga più di prima: È lui... è esattamente lui!
Il volto, l’espressione, la postura. Cambia solo un dettaglio:
il cappellino che nella mia versione era blu, e nella foto del suo arresto è marrone. Per il resto, è una corrispondenza perfetta, inquietante: u
n novantacinque per cento per non dire novantanove. La creai per un post di venerdì 8 ottobre 2021, intitolato “Alla ricerca di Matteo Messina Denaro” –
http://nicola-costanzo.blogspot.com/2021/10/alla-ricerca-di-matteo-messina-denaro.html, al suo interno tra l'altro, trovate anche la gif, senza occhiali...
La pubblicai allora come un esperimento, ora quell’immagine mi parla di altro. Già... non mi dice “
bravo, avevi intuito le sue fattezze”, mi urla, piuttosto, una domanda scomoda:
se un semplice blogger, armato di software e una manciata di foto sgranate, poteva ricostruire con tale precisione il volto del più ricercato d’Italia, cosa facevano da trent’anni coloro che avevano il dovere, i mezzi e il potere di trovarlo per davvero?
Quel ritratto digitale, oggi, non è la prova della mia abilità, ma è l’emblema di un fallimento collettivo, dimostra che il suo volto era conoscibile, delineabile, visibile. E allora, la sua invisibilità non fu una condanna magica, ma una scelta. Una scelta di chi, vedendolo o intravedendolo, ha distolto lo sguardo. La sua faccia era un segreto di Pulcinella custodito da un’intera isola, da una fetta di Paese. La mia immagine, così simile alla realtà, è la riprova che bastava volerlo vedere per riconoscerlo.
E mentre in televisione celebrano la fiction dell’arresto, con colonnelli determinati e colpi di scena calcolati, io guardo di nuovo quell’immagine. E penso che la vera fiction non è quella che raccontano ora, la vera fiction è stata quella vissuta per trent’anni: è la storia di un uomo potente che poteva essere trovato, ma che nessuno con la forza per farlo ha veramente cercato!
Per questo, stamani, mi accingo a scrivere queste righe. Vi avverto già, non troverete qui una recensione della miniserie, né un racconto celebrativo, troverete alcune riflessioni che la trasmissione di quei fatti – o forse, la loro finzione – ha risvegliato in me.
Riflessioni che nascono da un malessere sottile, dalla sensazione che certe narrazioni, per quanto ben costruite, servano a rassicurarci più che a farci comprendere. Ci piace credere alla caccia all’uomo, al genio investigativo che alla fine trionfa. Ci consola. Ma io mi chiedo se questa consolazione non sia, in fondo, un pericoloso narcotico.
Perché mentre sullo schermo si dipanano indagini serrate, la mente corre inevitabilmente ad altre immagini, quelle reali, di tre decenni. Trent’anni in cui un uomo, ricercato per le stragi più efferate che questo Paese ricordi, non è stato un fantasma nel deserto, è stato, piuttosto, un’ombra che si muoveva tra case, cliniche, salotti. Girando la Sicilia con la sua Giulietta, celato dietro l’identità di un geometra, già... così reale da avere una tessera sanitaria, un medico, una storia clinica. Un uomo che, si è scoperto, frequentava da oltre un anno una clinica privata nel centro di Palermo, per sottoporsi a cure mediche.
Ed è qui che il racconto comincia a scricchiolare. Se bastasse un falso nome, per quanto ben congegnato, a svanire per tre decenni, allora dovremmo concludere che i servizi segreti italiani sono tra i peggiori al mondo. Oppure, alternativa ben più inquietante, che la capacità di nascondersi non risiede solo nella clandestinità, ma in una visibilità protetta.
In un vedere e farsi vedere da chi conta, in un frequentare quegli stessi ambienti – medici, professionali, imprenditoriali, forse persino politici – che dovrebbero essere la prima trincea dello Stato. Non si vive trent’anni da latitante senza una rete. E una rete non è fatta solo di sorelle devote o di affiliati mafiosi. No... è fatta di silenzi, di complicità passive, di sguardi che si distolgono al momento giusto, di un’intera società che, in varie misure, ha accettato di convivere con quell’ombra.
La fiction ci mostra il momento dell’arresto come un trionfo della tecnica. Ed è vero, la svolta arrivò da un foglietto, un “pizzino clinico” nascosto in casa della sorella, che aprì la pista sanitaria. Incrociando quei dati, si scoprì l’assurdo: il vero titolare dell’identità rubata era altrove mentre sulla carta, era in ospedale. Una ricostruzione perfetta, che celebra il metodo. E allora perché questa storia non mi convince fino in fondo? Perché sento che manca un pezzo, o che quel pezzo è stato volutamente messo da parte? Forse perché, parallelamente, ne è emersa un’altra. Scomoda.
Quella del “gelataio di Omegna”, che in televisione disse che Messina Denaro si stava per arrendere, malato, e che quella resa era necessario per incontrare finalmente la figlia. Ma secondo il gelataio, doveva essere un “regalo”, sì... richiesto ora dai piani alti di quel sistema criminale, per la nuova coalizione di governo. Una resa come atto politico, non come sconfitta. Oggi quell’uomo è stato rinviato a giudizio per calunnia, la sua versione sbriciolata.
Eppure, il solo fatto che un uomo del suo passato abbia potuto proporre una simile ipotesi dovrebbe farci rabbrividire, perché ci dice che, nell’immaginario di chi certe dinamiche le conosce, il confine tra cattura e consegna può essere labilissimo. È una storia che non vogliamo sentire, perché sfida la nostra necessità di eroi e di finali netti.
Io, da parte mia, preferisco credere a una terza via, più grigia e umana. Credo che la vera chiave sia stata, semplicemente e tragicamente, la malattia. È la malattia che ha reso quel sistema vulnerabile. È la malattia che ha costretto a tenere traccia scritta delle cure. È la malattia che ha portato a cercare non l’uomo armato, ma l’uomo sofferente. Forse è stato questo il vero, banale, decisivo aiutino esterno: la biologia, il corpo che tradisce. Non un complotto, ma la mortalità.
Ma se anche accettiamo questa versione, il nodo irrisolto rimane, più grande di prima. Se è stata la malattia a consegnarcelo, dopo trent’anni, significa che prima, in salute, il suo sistema era impenetrabile. Significa che quell’ombra si muoveva in un territorio che, di fatto, le apparteneva.
E allora, guardando quella miniserie, non posso fare a meno di pensare: l’attuale capo di Cosa Nostra, chiunque egli sia, starà forse guardando la stessa fiction. E mentre noi ci commuoviamo per l’eroismo dei carabinieri, lui sorriderà, pensando che finché sarà in salute, finché la sua rete di protezione sarà intatta, potrà dormire sonni tranquilli. Perché sa che la lezione vera non è che lo Stato prima o poi vince. La lezione vera è che ci sono voluti trent’anni e un cancro.
L’unico momento di vera, cruda speranza in tutta questa storia, forse, non è stato l’arresto. È stato il gesto di quel ragazzo, il figlio di quel sistema criminale, che dopo la cattura ha allontanato da se quel boss, gettandolo via come uno straccio, perché in quel gesto c’è il rifiuto di un mito tossico, la volontà di non ereditare più quel veleno. È lì che forse, davvero, un “regalo” è stato fatto da quella fiction al nostro Paese. Non dall’alto, ma dal basso....
Dalla stanchezza di una nuova generazione per le favole nere dei padri, il resto come si sa... è soltanto televisione...