Oggi, 15 agosto 2026, il sole non picchia forte come sempre, anzi in questo momento un forte temporale accompagnato dalla grandine sta solcando il cielo sopra l'Etna.
Sì... tutto chiuso, e le località stamani sembrano un grande set cinematografico abbandonato, con le saracinesche abbassate e il ronzio dell'aria condizionata che sostituisce il chiacchiericcio dei bar.
E così, mentre fuori si celebrano i riti laici dell'estate, io ritrovo qui, nel mio giardino di casa, il sapore di un déjà-vu che ricorda quei momenti trascorsi da ragazzo, gli stessi che si ripetevano anno dopo anno, e che oggi vedono le mie figlie – al mio posto – protagoniste in quei luoghi di balneazione.
Ed in questa mia riflessione non posso che ripensare anche ad una vecchia filastrocca che parlava di quel bambino rimasto in città: “Filastrocca vola e va / dal bambino rimasto in città”. Già... una poesia che aveva un che di malinconico, allora, ma che potrei dire, una sottile ironia oggi...
Sì... perché il mare, si sa, è per chi conduce una vita serena, e i castelli di sabbia sono un lusso che richiede tempo e leggerezza. La stessa cosa vale d'altronde per chi ama i monti, con quelle scalate e le docce fredde fatte sotto le cascate, sì... per quanti vogliono ancora permettersi di inseguire l'orizzonte.
Ma poi, allargando lo sguardo oltre il confine di questa mia giornata, il pensiero corre inevitabilmente a chi quel mare lo vede con occhi diversi. A quei bambini che non hanno nulla, che attraversano deserti e oceani su barche di fortuna, per i quali il mare non è svago, ma un varco stretto e pericoloso verso una speranza che spesso si infrange, sì... prima ancora di toccare la riva.
E penso, con il cuore in gola, ai bambini di Gaza, che quel mare lo hanno ogni giorno davanti agli occhi, azzurro e apparentemente immobile, ma che non possono goderne il profumo né la freschezza, perché per loro è solo l'ultimo confine di un mondo che non concede tregua. Loro non costruiscono castelli di sabbia, cercano solo un angolo di terra dove sentirsi al sicuro.
E allora, nel silenzio di questo Ferragosto, il gioco del bambino sul marciapiede mi appare per quello che è davvero: una metafora potentissima della nostra capacità di adattarci, ma anche il simbolo di una distanza incolmabile tra chi può sognare e chi è costretto a sopravvivere. È la fotografia di una realtà che si vorrebbe cambiare, e che invece continua a ripetersi, ostinata.
Ed è proprio qui, in questo contrasto, che mi sorprendo a fantasticare ancora. Quando diventerò Presidente del Consiglio – scherzavo un tempo, anche perché la politica non mi è mai interessata – farò un decreto per cancellare questa disparità. Un'ordinanza che consenta a tutti di poter andare al mare o che trasformi le nostre montagne in un dono per tutti i bambini, il tutto ovviamente a spese dello Stato.
Certo, so bene che il mio non è altro che una sorta di giustizia poetica, un sogno a occhi aperti per bandire la solitudine di chi resta e il dolore di chi non ha neppure il diritto di restare.
Ed allora cosa dire... peccato che a ben guardare, questa giornata di Ferragosto non è altro che l'ennesima ripetizione di quanto fatto in tanti altri anni. Sì, è cambiata negli anni la compagnia, forse c'è più caldo o, come oggi, "la pioggia cade e tutto lava", come dice la canzone dei Negramaro. Pure, le strade deserte sono le stesse, e quel misto di pace e di sottile abbandono che si respira oggi credo sia lo stesso che ho respirato da bambino, da ragazzo e da adulto...
Non c'è nulla di veramente nuovo, in questo 15 agosto. È il copione di sempre, con gli stessi attori principali: chi fugge, chi resta, chi sogna e chi si adatta. E forse è proprio questa ripetizione ciclica a renderci umani. Il tentativo di dare un senso a un giorno che è uguale a tutti gli altri, ma che per convenzione vorremmo speciale.
Così, mentre il mondo là fuori si divide tra ombrelloni e rifugi alpini, tra individui che cercano un posto migliore, beh... io rimango qui a guardare il viavai dei pensieri. E mi accorgo che la vera vacanza, forse, non sta nel luogo che si raggiunge, ma nello spazio che si riesce a creare dentro di sé, anche restando fermi. Un paradosso, lo so, ma è l'unico decreto che posso firmare oggi.
Perché, in fondo, Ferragosto è proprio questo: un palcoscenico su cui mettiamo in scena gli stessi gesti, le stesse attese, le stesse piccole epiche quotidiane. Nulla di più, nulla di meno. E forse, in questa consapevolezza, c'è una pace più vera di quella che si trova sotto un ombrellone.
Per cui... buon Ferragosto, a tutti, sì... anche a chi, come me, è rimasto a casa, perché ormai ha imparato a fare tesoro di questa immobilità.
