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giovedì 4 giugno 2026

L'altro uomo incorruttibile e i colleghi in prima fila.

Ieri casualmente mi è apparso un video su una pagina social "Tik Tok" in cui, Antonio Ingroia, raccontava del clima animato all’interno della procura di Palermo.

Nel video si raccontava come al termine di una riunione, Paolo Borsellino si fosse avvicinato a due colleghi dicendo: "Voi due non me la raccontate giusta sul dossier mafia e appalti". E loro, guardandolo, fecero un sorriso e si allontanarono.

Già... Borsellino aveva capito tutto: voleva indagare sulle dinamiche mafiose, ma il procuratore glielo negò, arrivando persino a nascondergli la notizia del pentimento di un collaboratore importante. 

Borsellino era convinto che dietro ogni annotazione potesse nascondersi uno spunto per comprendere la strage di Capaci, ma - come abbiamo visto - venne messo in un angolo. Sono passati gli anni, i reati sono stati prescritti, e forse una verità processuale non potrà mai esserci. Ma io dico che sono doverosi gli approfondimenti, anche perché certi silenzi, agli occhi dei cittadini, appaiono ancor più pesanti di quelli di un mafioso.

Perché alla fine, Paolo Borsellino era un uomo incorruttibile, inavvicinabile, lontano dai giochi politici, nemico delle tresche, un uomo semplice che non avrebbe mai accettato compromessi. Ed è per questo che è stato ucciso. Lui sapeva, e aveva scritto i loro nomi nella sua agenda rossa, e confessava: "Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri". 

E in una lettera al ministro Scotti, rinunciando alla candidatura per la Direzione nazionale antimafia, aveva dichiarato che la scomparsa di Giovanni Falcone gli aveva reso destinatario di un dolore che gli impediva di rendersi beneficiario di effetti riconducibili a quel luttuoso evento. Un gesto di una dignità e di una coerenza che non ha eguali.

Ecco, io credo che dietro ogni cosa accaduta, dietro ogni attentato compiuto, ci siano le mani di chi ha partecipato direttamente a quelle collusioni. Non possiamo più permetterci di guardare dall’altra parte o di accontentarci delle versioni ufficiali che per anni ci sono state servite. Ogni nuova testimonianza, ogni stralcio di diario venuto alla luce, ogni parola di chi era dentro quelle stanze e finalmente parla, conferma che il quadro è molto più ampio e molto più sporco di quanto si sia voluto far credere. 

La mafia ha agito, certo, ma non da sola. Aveva complici eccellenti, protettori insospettabili, colleghi che chiudevano gli occhi o che addirittura remavano contro. E tutto questo non è accaduto soltanto allora, in quella stagione di piombo e di stragi. Quel meccanismo perverso, quel sistema di potere che intrecciava Cosa Nostra con pezzi dello Stato, con la politica, con l’informazione, non è stato mai davvero smantellato. È stato solo messo da parte, insabbiato, coperto dalla retorica delle commemorazioni e dalle lacrime di coccodrillo di chi, in prima fila, sembrava piangere gli eroi mentre magari aveva contribuito a farli uccidere.

Per questo, quando penso ai giovani di oggi, a quelli che allora non c’erano e che si affacciano su queste storie con occhi puliti, provo un misto di speranza e di rabbia. Speranza perché so che solo loro possono davvero spezzare questo ciclo, rifiutando le complicità e le omertà che hanno avvelenato generazioni di siciliani e di italiani. Rabbia perché vedo quanto ancora poco sia stato fatto per restituire loro una terra libera, giusta, dove il lavoro e la dignità non siano merce rara e dove la presenza dello Stato non sia un’eccezione ma una normalità. Falcone e Borsellino hanno dato la vita per questo sogno, e non possiamo tradire il loro sacrificio.

Quindi, mentre continueremo a leggere notizie che riaprono ferite, mentre emergeranno nuovi particolari e forse, un giorno, verremo a conoscenza di tutta la verità, io continuerò a scrivere come ho sempre fatto. Senza sconti, senza paure, senza retorica. Perché la memoria non è fatta di statue e di cerimonie. La memoria è fatta di coerenza quotidiana, di scelte coraggiose, di rifiuto di ogni compromesso. È fatta di quello che ognuno di noi fa quando nessuno lo guarda. 

E se c’è una lezione che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ci hanno lasciato, è proprio questa: che si può cambiare le cose anche quando tutto sembra contro, anche quando si è soli, anche quando i tuoi stessi colleghi ti mettono i bastoni tra le ruote. Basta non smettere mai di credere che un’altra Sicilia, un’altra Italia, sia possibile.

E io ci credo ancora. Nonostante tutto. Nonostante i silenzi, le prescrizioni, le prime file occupate da chi non avrebbe nemmeno il diritto di nominare quei nomi, sì... nonostante una politica che fa di tutto per celare quanto realmente accaduto in quegli anni, le stesse circostanze che hanno di fatto condotto molti di loro oggi al potere. Ma io voglio ancora crederci, perché la storia - prima o poi - tornerà a dirci cosa è realmente accaduto, anche se ormai, molti di quegli infedeli e collusi protagonisti saranno deceduti ( aggiungerei: per nostra fortuna...). 

Ma ci credo soprattutto perché loro per primi ci hanno creduto, e come abbiamo visto, hanno pagato con la vita, per questo infame Paese. Ecco perché il minimo che ancora possiamo fare è non dimenticare, e continuare a chiedere giustizia, ogni giorno, senza stancarci mai. 

Perché la verità vedrete, prima o poi, verrà a galla e quando lo farà del tutto, spero che tutti i miei connazionali - gli stessi che ancora oggi votano sotto dettatura - avranno il coraggio di guardarla in faccia, senza più alibi e soprattutto senza più scuse...

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