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martedì 13 ottobre 2026

Quel funzionario la devi metterlo qua...

Quel funzionario la... devi metterlo qua...

C'è da spostare una macchina!

Venga fuori qualcuno, che da solo non ce la posso fare. E basta...

Ecco, io in questi giorni leggendo le cronache giudiziarie della mia terra, non riesco a togliermi dalla testa quella canzone di Francesco Salvi.

Perché i meccanismi che emergono dall'inchiesta della Procura di Palermo - se davvero sono quelli che sembrano - assomigliano tremendamente a quel balletto assurdo, solo che qui non si spostavano auto, bensì... si spostavano persone.

Quel funzionario la devi metterlo qua...

Leggi le intercettazioni e t'immagini la scena. Un pranzo, una riunione negli uffici, uno studio prestigioso, e lui, il presidente che prende appunti. Non sul menu, sulle lamentele degli imprenditori, sulle necessità delle aziende, su chi ha bisogno di quel progetto e poi, concluso il caffè, si passa all'azione.

Quella macchina qua devi metterla là...

Leggo nelle varie testate web le carte dell'inchiesta: i coordinatori venivano contattati uno per uno, e giù a imporre i cambi. Metti questo, togli quello, sposta quell'altro.

Come si fa con le pedine su un tavolo. Come si fa con le macchinine, appunto. Perché la lista dei funzionari assegnati ai lavori, secondo l'accusa, non era un documento tecnico, era un semplice foglio da correggere a penna, finché le caselle non combaciavano con le richieste giuste.

Vuole venire qualcuno a darmi una mano oppure no...

E qui ti viene da ridere, ma è un riso amaro, perché a raccontare quel meccanismo agli investigatori della squadra mobile, guidati da Antonio Sfameni, è proprio uno di loro, uno che quel sistema lo viveva dall'interno, che riceveva le telefonate, che ascoltava le richieste, che si lamentava con il proprio superiore...

Uno che per quanto ho potuto comprendere a un certo punto ha parlato o forse è stato semplicemente tradito dalla sua stessa voce, chissà forse intercettata mentre si sfogava con qualcun altro che evidentemente non era il suo confessore.

Disk Jockey, puoi venire fuori te?

E allora la domanda è sempre la stessa. La vogliamo spostare questa macchina o no. La vogliamo mettere finalmente al posto giusto, senza ogni volta dover chiamare qualcuno, pagare lui, pregarlo di venire fuori a darci una mano. Perché a forza di spostare, di mettere qua e mettere là, di decidere chi lavora e chi no, alla fine ci siamo dimenticati l'unica cosa che conta davvero.

Che quella macchina, forse, non andava spostata affatto.

Anzi... andava solo lasciata dove stava, e invece no, c'era da spostarla. E basta.

Se quanto emerge dall'inchiesta dovesse essere confermato, saremmo di fronte a qualcosa che non vorremmo mai vedere. Non solo nella mia terra, ma in nessun'altra regione, ma tanto so bene come questo mio pensiero rappresenti soltanto un utopia, tant'è la musica è sempre la stessa, e il ballo - come riportava Franceso Salvi: continua.

Noi qua a ballare. E loro fuori a lavorare o almeno, a far finta di lavorare.

Ps. Ah... dimenticavo. Perdonate questo mio essere sempre così sospettoso. Perché non tutto di quanto ho letto in questi giorni mi convince. Anzi, c'è qualcosa di cui non sono affatto sicuro, e ho la sensazione che a breve qualcosa possa accadere. E chissà che non finisca per demolire tutto ciò che finora è stato riportato.

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