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lunedì 10 agosto 2026

Capitolo 4°: Il Giovane Gesù: Lo sviluppo, l'adolescenza, gli studi della Torah.

E così a tredici anni Yeshua sale al leggio della sinagoga di Nazareth. 

È il giorno del suo Bar Mitzvah, il momento in cui un figlio d'Israele diventa "figlio della Legge", responsabile delle proprie azioni davanti a Dio e alla comunità.

La comunità è tutta lì. I volti che lo hanno visto bambino, quelli che hanno sussurrato alle sue spalle, quelli che hanno tirato via i propri figli quando lui si avvicinava. 

Ora lo guardano salire; è alto per la sua età, magro e quegli occhi che sembrano guardare oltre le cose.

Legge il brano assegnato. Voce ferma, dizione chiara. Poi il rabbino, come da tradizione, gli chiede: "Figlio di Giuseppe, vuoi dire qualcosa su ciò che hai letto?". Yeshua tace. Poi parla. Ma non commenta il testo come ci si aspetterebbe. Invece dice: "Oggi questa Scrittura si è compiuta davanti a voi".

Un silenzio gelido... poi un mormorio, qualcuno tossisce e il rabbino lo fissa, interdetto. Non è un'interpretazione. È una dichiarazione. È come se quel ragazzo si stesse mettendo dentro la Scrittura, non sotto di essa.

Nessuno dice nulla, quella sera. Ma molti tornano a casa con un pensiero che non li abbandona: chi si crede di essere?

Negli anni che seguono, Yeshua studia, non solo la Torah, ma i Profeti. Si perde nei rotoli di Isaia, dove un servo sofferente viene disprezzato e rifiutato, "un uomo dei dolori che ben conosce il patire". Legge e rilegge quel passo. Già... lo riconosce, come riconoscere il proprio riflesso nell'acqua.

Legge Daniele e le sue visioni apocalittiche. Legge i Salmi, dove il giusto grida a Dio e si sente abbandonato. E ogni volta, qualcosa dentro di lui risponde. Non è studio: è riconoscimento!

Eppure, c'è un problema. Un'ombra che non lo abbandona mai.

La Torah è chiara: il "bastardo", il mamzer, non entrerà nell'assemblea del Signore fino alla decima generazione. Lui lo sa. Lo sanno tutti. Ogni volta che entra in sinagoga, ogni volta che apre un rotolo, sa che per la Legge lui è un escluso! Non importa quanto studi, quanto impari, quanto sia fedele. Il sangue parla più delle scelte. La nascita decide prima che tu possa decidere.

Ma lui sente dentro di sé qualcosa che la Legge non può contenere. Una voce che non è la sua. Una spinta che non viene dalla carne.

E se Dio parlasse anche ai bastardi? Non lo dice a nessuno. Ma la domanda gli brucia dentro.

Giuseppe intanto invecchia. Le mani che un tempo maneggiavano l'ascia e lo scalpello ora tremano. La schiena si curva. Il respiro diventa affannoso. Yeshua lo guarda e capisce che la morte si sta avvicinando. Non è una rivelazione. È una constatazione. 

Vede il petto di quel padre che si solleva a fatica, la tosse che non passa, gli occhi che si appannano. E si chiede: quando Giuseppe morirà, cosa resterà di lui? Resta il suo amore, resta il fatto che mi ha cresciuto come figlio, resta il fatto che mi ha difeso. Ma la comunità dirà: è morto il falegname, e il suo bastardo è rimasto solo.

Una notte, Giuseppe lo chiama accanto al letto. Non dice nulla di importante. Niente benedizioni solenni, niente profezie. Solo: "Prenditi cura di lei", poi chiude gli occhi.

La morte di Giuseppe è silenziosa. La sepoltura è povera. I vicini vengono, recitano le preghiere, se ne vanno. Nessuno piange in modo vistoso. E Yeshua, per la prima volta, capisce cosa significhi essere il capofamiglia di una donna che il mondo guarda con sospetto.

Maria diventa la sua responsabilità. E lei, con quel sorriso che nasconde più di quanto dica, lo guarda e non gli chiede nulla. Ma lui sa che lei sa. Lei sa che lui sa. E quel silenzio tra loro è più pesante di qualsiasi parola.

Giuseppe se n'era andato in silenzio, come aveva vissuto. E Maria era ora una vedova senza un figlio che potesse portare il nome del marito. Almeno, così diceva la comunità. Perché Yeshua, per loro, non contava. Non era il figlio legittimo. Era il bastardo. E un bastardo non poteva ereditare il nome.

E allora la legge del Signore, quella stessa Torah che Yeshua amava studiare, parlava chiaro: "Se due fratelli abitano insieme e uno di loro muore senza aver avuto figli, la moglie del defunto non si mariterà con un estraneo, ma il cognato andrà da lei, la prenderà in moglie e compirà verso di lei il dovere di cognato. Il primogenito che lei partorirà subentrerà nel nome del fratello morto, perché il suo nome non si estingua in Israele" [Deuteronomio 25,5-6].

Era un dovere sacro. Non un'umiliazione. Era il modo più santo che una famiglia potesse avere per onorare un uomo morto. E Maria, ora che Giuseppe non c'era più, era tenuta a osservarlo.

Se Giuseppe aveva un fratello, quell'uomo doveva sposarla. Era la legge. Era la consuetudine. Nessuno si sarebbe scandalizzato. Anzi, ci si sarebbe aspettato che lei si risposasse, che desse alla luce un altro figlio, che il nome di Giuseppe non si estinguesse.

Ma c'era un problema. Un problema che nessuno osava pronunciare ad alta voce.

Yeshua non era un figlio legittimo. E se non lo era, allora il nome di Giuseppe era già estinto. Allora non serviva il levirato. Allora Maria era libera? O era condannata a rimanere vedova, senza discendenza, senza futuro, senza un uomo che la proteggesse?

La risposta, come sempre, la sapevano solo le voci che sussurravano dietro la fontana.

Yeshua guardava sua madre e sapeva che lei, un giorno, avrebbe dovuto scegliere. O sposare il cognato, se esisteva, e dare un figlio a Giuseppe. O restare sola, con il peso del marchio che ormai portava anche lei.

E lui, con la fiamma che gli bruciava dentro, si chiedeva: se io me ne vado, lei a chi resta? A chi la lascio?

Ma non c'era risposta. Non ancora...

E così... intanto il corpo cambia. Cresce in altezza, i muscoli si tendono, la voce si fa più grave. Le ragazze del villaggio lo guardano con occhi che prima erano solo curiosi e ora sono qualcosa di più. Lui sente quello sguardo, lo capisce, ma si tira indietro.

Non perché sia un angelo, ma perché sa che il marchio che porta non lo rende un buon partito. Perché sa che se sposasse una ragazza di Nazareth, il suo marchio cadrebbe anche su di lei. La escluderebbe come hanno escluso lui.

Quindi... meglio restare solo, pensa, sì... meglio che la maledizione finisca con me!

E così il suo corpo diventa un campo di battaglia. Da una parte gli istinti, la carne, il desiderio di una vita normale, una moglie, dei figli. Dall'altra quella voce interiore che gli dice: non sei per questo mondo. Sei altro. Vai altrove.

Ma dov'è "altrove"?

Nelle notti insonni, quando il tetto di casa è il suo unico rifugio, guarda le stelle e ripensa alle parole che ha letto nei Profeti. Isaia, che parla di un servo umiliato. Daniele, che descrive un figlio d'uomo che viene sulle nubi del cielo. I Salmi, dove il giusto soffre ma Dio non lo abbandona.

E se quelle parole parlassero di me?

Sa che è un pensiero folle. Sa che i rabbini insegnano che quelle profezie parlano di Israele, non di un singolo uomo. Ma allora perché lui le sente così vicine? Perché sembrano cucite addosso a lui, come una veste che nessun altro può indossare?

È il suo desiderio di essere qualcuno? È la sua ferita che cerca una risposta? O è davvero Dio che parla?

Non lo sa. Nessuno lo sa. Forse non lo saprà mai.

Ogni tanto, quando la bottega è chiusa e lui e Maria restano soli, scambiano qualche parola. Lui non le chiede dei dettagli: cosa ha visto realmente? Come era l'angelo? Che voce aveva? Lei non chiede a lui cosa sta cercando, perché lo sta cercando.

Ma un giorno Maria lo guarda e dice: "So che te ne andrai". È una frase secca, senza drammi. Come un dato di fatto.

Yeshua tace.

"Non chiedermi di restare" dice lui. "Io non ti ho chiesto di restare. Ho accettato che eri diverso prima che tu nascessi".

Quelle parole lo inchiodano. Non è un rimprovero. È una liberazione.

E lui capisce che la sua strada non è restare a Nazareth. La sua strada è andare. In un posto dove il suo marchio non conta, dove la Legge è scritta in un altro modo, dove il giudizio non è sulla nascita ma sulle scelte.

Forse, pensa, esiste quel posto. Forse quei viandanti che parlano del deserto e del Mar Morto hanno ragione. Forse c'è una comunità che non chiede "chi è tuo padre?", ma "cosa cerchi?".

Non sa ancora quando partirà. Forse domani. Forse tra un anno. Forse quando la fiamma che ha dentro diventerà troppo grande per essere contenuta, ma sa che partirà...

Il mondo non mi ha voluto, pensa. Allora andrò a cercare il mondo che mi vuole.

E mentre la notte avvolge Nazareth, nel petto di quel giovane falegname, quella fiamma brucia più forte che mai...

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