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sabato 8 agosto 2026

Evasione fiscale: la lezione che viene dalla Germania, la vergogna che resta italiana.

Buongiorno e bentrovati nel mio solito angolo di riflessione, quello dove proviamo a mettere ordine tra le cose che non vanno.

Oggi volevo prendere le distanze, guardare lontano, e invece no: devo per forza partire da qua, da casa nostra, da quello che succede sotto i nostri occhi. Poi, solo dopo, farò un salto in Germania, dove le cose vanno in una direzione che da noi, per contrasto, sembra quasi fantascienza.

Perché, diciamocelo chiaramente, mentre da noi si fa di tutto – e dico di tutto – per incentivare l’evasione fiscale, con leggi e norme che finiscono per tutelare i furbetti e i ladri di questo nostro Paese, dall’altra parte delle Alpi si vara una stretta che farebbe invidia a un commissario di polizia. 

E non parlo di misure timide o di facciata: parlo di carcere fino a quindici anni per i casi più gravi, di autodenunce che non garantiscono più l’impunità, e di un esercito di algoritmi e intelligenza artificiale messo al servizio del fisco per stanare ogni singolo evasore

Sì, avete letto bene: l’intelligenza artificiale, quella che da noi usiamo per fare selfie o chiedere previsioni del tempo, in Germania diventa uno strumento per scovare centinaia di migliaia di persone che fino a oggi hanno fatto beffa delle leggi.

Il governo tedesco, guidato dal cancelliere Merz, ha presentato un piano d’azione che non lascia scampo. Il ministro delle Finanze Klingbeil stima che già nel 2027 si potranno recuperare un miliardo di euro in più. Un miliardo che, messo a fronte di un bilancio federale di 555 miliardi, non rappresenta certamente delle briciole. 

E lo fanno potenziando i controlli con l’analisi dei dati, la blockchain, i registratori di cassa obbligatori e una cooperazione internazionale serrata per inseguire i capitali nascosti all’estero. Insomma, hanno trasformato la lotta all’evasione in una vera e propria caccia al tesoro, ma dalla parte giusta, quella dello Stato.

E noi? Noi stiamo qui a guardare, a leggere notizie di accertamenti sotto il livello pre-Covid, a sentirci dire che per un autonomo il rischio di un controllo è sotto il 4%. Sotto il quattro per cento!

Praticamente è più facile vincere alla lotteria che beccare un controllo fiscale, se sei un libero professionista o un piccolo imprenditore. E intanto le cartelle esattoriali non decollano, la riscossione arranca, e chi evade lo fa con la leggerezza di chi sa che, alla fine, le conseguenze sono solo un lontano miraggio.

Perché, diciamoci la verità, tra tutte le chiacchiere e le promesse, chi è che paga mai con il carcere? Chi è che sconta davvero una pena per aver sottratto soldi alla collettività? Rispondo io, con amarezza: NESSUNO! 

È una giostra di condoni, di sanatorie, di cavilli e di prescrizioni che trasforma il reato fiscale in una pratica amministrativa sgradita ma tollerabile. La giustizia tributaria italiana è un colabrodo, e chi siede a Roma – dai piani alti fino ai gradini più bassi dei comuni e degli enti locali – sembra remare contro la legalità, piuttosto che a favore.

Ecco, io non voglio fare il moralista a tutti i costi, ma un confronto con quello che succede in Germania mi sembra più che doveroso. Loro alzano l’asticella della pena, introducono l’obbligo di conservare i dati contabili per quindici anni, creano un centro nazionale contro il riciclaggio, e proteggono i whistleblower che hanno il coraggio di segnalare gli illeciti. 

Noi, invece, continuiamo a discutere di condoni e a cercare il modo di far cassa senza mai toccare i veri evasori, quelli che organizzano frodi carosello e spostano milioni all’estero con la stessa naturalezza con cui noi cambiamo canale televisivo.

Forse è proprio questa la differenza: loro considerano l'evasione un reato grave, da perseguire con ogni mezzo, fino a quindici anni di cella. Noi la consideriamo quasi un peccato veniale, un'abitudine nazionale contro cui è inutile lottare. E allora io mi chiedo, e vi chiedo, fino a quando potremo permetterci questo lusso? Fino a quando continueremo a essere il Paese dove chi ruba al fisco è un furbetto, e chi paga le tasse è un pollo?

Ora lascio a voi la riflessione, e mi rivolgo naturalmente a quelli che, come me, ogni mese aprono il portale dell'Agenzia delle Entrate e pagano, senza cercare scappatoie, senza inventarsi fatture false o domiciliazioni in paradisi fiscali. A voi dico: reggete forte, perché la pazienza ha un limite.

E con la speranza che un giorno – magari non troppo lontano, e lo dico con tutto il rispetto, signora Presidente del Consiglio – anche da noi si decida finalmente di seguire l'esempio tedesco. Di smetterla con i condoni, con le sanatorie, con quella strana abitudine di trasformare il reato in un fastidio burocratico.

Ma conoscendo molto bene la storia di questo Paese, la mia speranza si scontra con la realtà. E la realtà mi dice che dovrò aspettare ancora a lungo. Forse così a lungo che quel giorno, chissà, potrei anche non esserci più per festeggiarlo. E allora continuerò, come sempre, a fare la mia parte. A pagare il mio conto. A sostenere, con le mie tasse, le esigenze reali – e ahimè, anche quelle fittizie – di questo Paese che di onesto, a volte, sembra avere solo la facciata.

Perché alla fine, lo sappiamo bene, a rimetterci sono sempre noi: i soliti onesti. Quelli che non hanno nulla da nascondere, ma tanto, tantissimo da raccontare...

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