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lunedì 8 giugno 2026

Il tradimento non ha un volto, ma un distintivo: Già... è una password venduta al miglior offerente!

Ci sono mattine in cui, aprendo il web e leggendo alcune notizie, ti senti come se quelle parole ti avessero trafitto. Una lama sottile, quasi senza far rumore. Solo dopo qualche minuto, riflettendo su quanto accaduto, inizi ad avvertire il dolore.

Questo è quanto accaduto alcuni giorni fa, mentre scorrevo le ultime notizie giunte dalla Procura di Napoli, quelle che parlano di un’altra ferita inferta a quel patto di fiducia che credevamo ancora saldo.

Già... perché non si è trattato di semplici errori, non questa volta, si parlava di circolazione di numeri, per ottenere illegalmente denaro, denaro da togliere il fiato: settecentotrentamila accessi illeciti a banche dati riservate, in appena due anni. Seicentonovantamila compiuti da un agente, centotrentamila da un altro. Nessuna giustificazione di servizio, nessun movente nobile, solo il gesto secco e ripetuto di chi sapeva di tradire, e lo faceva con la stessa naturalezza con cui si allaccia la divisa al mattino.

E così, mentre leggevo i dettagli di quell’indagine coordinata da Nicola Gratteri, mi tornavano alla mente quelle parole che avevo scritto tempo fa, quando un altro ufficiale, un altro nome che non meritava di essere ricordato, aveva scelto di vendere il silenzio delle indagini a chi sapeva di essere nel mirino. 

Allora pensavo che il male si nascondesse dietro le pieghe di un dialogo notturno in uno studio legale vuoto, dietro una telefonata sussurrata, uno scambio di favori travestito da opportunità e invece no, oggi abbiamo scoperto che esiste persino un tariffario, un file Excel trovato durante una perquisizione, dove accanto al nome della vittima compariva il prezzo: da sei a venticinque euro per un’informazione sottratta all’Inps, all’Agenzia delle Entrate, persino alle banche dati del Ministero dell’Interno.

Già... soltanto sei euro per violare la vita di un imprenditore, venticinque per quella di un calciatore famoso, di un cantante, di un attore, come se la dignità delle persone fosse solo una merce da mettere in vetrina.

Ti chiedo ora, mentre leggi questo post, di fermarti un istante, perché non è solo il denaro a far male, già... è la consapevolezza che chi indossa una divisa, chi giura di proteggerti, può trasformarsi nella creatura più pericolosa che esista: quella che conosce i tuoi segreti e li usa contro di te. Non parlo di casi isolati, di qualche mela marcia qua e là, parlo di un meccanismo ben oliato, di una rete che coinvolge non solo agenti infedeli, ma anche dipendenti dell’Inps, direttori di filiali postali, funzionari pubblici che hanno scelto di mettere le loro credenziali al servizio di un mercato nero dell’informazione. 

E poi ci sono tutte quelle agenzie, quelle che raccolgono e rivendono i dati come se fossero pacchetti di sigarette. Almeno dieci società sparse tra Napoli, Roma, Ferrara, Belluno e Bolzano, che quotidianamente compulsavano gli archivi, chiedendo informazioni su cantanti, attori, vertici di aziende farmaceutiche, manager, imprenditori, persino famiglie "nobiliari". Nessuno era al sicuro. Nessuno poteva sapere, fino a ieri, che la propria vita era stata spiata, catalogata, venduta.

Ecco, è proprio qui che ritorna il nodo doloroso di quelle riflessioni che avevo condiviso anni fa. Perché la corruzione non è mai stata una questione di singoli, è un sistema, una rete invisibile che si nutre di silenzi, di occhi che si chiudono al momento giusto, di piccole complicità quotidiane. Quando chi dovrebbe vigilare diventa complice, quando chi dovrebbe indagare viene corrotto, non assistiamo più a un errore. Assistiamo a un crollo silenzioso dell’idea stessa di giustizia. 

E la cosa più triste, la più umana, è che poi la gente si abitua. Si dice: tanto è sempre stato così. Tanto non cambierà mai nulla. E invece io credo, ho sempre creduto, che l’integrità non sia una parola da slogan. È un atto di resistenza, e va difeso ogni giorno, anche quando nessuno sta guardando.

Perché se oggi due agenti hanno potuto accedere settecentotrentamila volte a dati sensibili senza che nessuno si accorgesse di nulla, significa che il problema non è solo nelle loro coscienze, ma è bensì nella mancanza di controlli che come ripeto spesso: non ci sono! Già... in tutte quelle procedure che non funzionano, in quella zona grigia dove il potere si muove nell’ombra e scambia favori come monete. 

E pensare che tutto questo è emerso solo grazie a un’indagine partita proprio da quegli accessi massivi, da un algoritmo che ha suonato l’allarme, da un pool di magistrati che ha deciso di non voltarsi dall’altra parte. Ma quante altre reti simili stanno ancora operando indisturbate? Quanti altri poliziotti infedeli, dipendenti corrotti, agenzie senza scrupoli continuano a spiarci, a venderci, a trasformare le nostre vite in un prodotto da scaffale?

Non voglio fare nomi, non mi interessa trasformare questa riflessione in un elenco di colpevoli. I nomi li conosciamo già dalle cronache, ma il punto non sono loro, non sono i vip. Il punto siamo noi, tutti quelli che potrebbero essere finiti in quel server sequestrato dove giacciono più di un milione di dati sensibili ancora da analizzare. Perché il mercato nero delle informazioni non colpisce solo i famosi. Colpisce chiunque abbia una vita, un conto in banca, una cartella clinica, un precedente penale cancellabile. Colpisce la tua vicina di casa, il tuo collega di lavoro, forse anche te. 

E mentre scrivo, mentre provo a dare un senso a questa rabbia che non vuole spegnersi, mi torna in mente quella frase detta dall’ex amministratore dopo l’incontro notturno con il colonnello: «Stiamo attenti alle parole, alle persone intorno a noi». Un avvertimento che oggi suona profetico, perché in un mondo dove persino chi dovrebbe proteggerti può tradirti, l’unica difesa è non abbassare mai lo sguardo.

Ma io non mi abituerò. Non mi abituerò all’idea che una divisa possa essere sporca prima ancora di essere indossata, che il dovere possa trasformarsi in mercato, che la giustizia possa essere comprata con un posto di lavoro o con venticinque euro. Perché ogni volta che accade, non è solo un uomo a cadere. È l’intera architettura della fiducia a vacillare. 

Ed è per questo che oggi, mentre chiudo questo pensiero, sento il bisogno di ripetere a me stesso e a chiunque voglia ascoltare: non voltiamoci. Non diciamo «tanto non cambia nulla». Perché la risposta non è nelle leggi, non è nei controlli, non è nemmeno nelle denunce. È nella scelta quotidiana di non accettare mai che il male abbia l’ultima parola. Anche quando sembra che nessuno stia guardando. 

Anche quando la cenere sembra ormai fredda. Perché sotto quella cenere, lo sai, il fuoco può sempre riaccendersi. Sta a noi decidere se lasciarlo ardere in silenzio o se, finalmente, avere il coraggio di soffiare via le braci.

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