Auspico di averle fatte sorridere, ma come spesso accade con l’umorismo, il sorriso si placa presto e lascia spazio alle riflessione, perché quella immagine del cerchio tracciato per terra, in tutti e tre i casi, mi è sembrata all’improvviso tremendamente familiare.
Quante volte, nel nostro desiderio di essere a posto, di fare il nostro dovere, ci ritroviamo a tracciare linee invisibili proprio così? Definiamo confini netti tra ciò che diamo e ciò che teniamo, tra il sacro e il profano, tra l’impegno e il riserbo, illudendoci che la generosità sia una questione di geometria, di calcoli precisi su ciò che sta dentro o fuori da un’area che noi stessi delimitiamo.
L’evangelico della storiella conserva con cura ciò che esce dal cerchio. Il cattolico, capovolgendo la formula, sembra più magnanimo, ma resta pur sempre ancorato alla logica della separazione. E il testimone di Geova, con un’arguzia che fa sorridere amaramente, rivela forse la tentazione più sottile: quella di considerare nostro solo ciò che è tangibile, solido, che “tocca terra”, mentre deleghiamo al cielo tutto ciò che è evanescente e sfuggente. È uno specchio impietoso, questo gioco di cerchi e monete lanciate in aria, che riflette una nostra fatica quotidiana: voler dare, sì, ma senza mai uscire veramente da noi stessi, senza che il gesto ci costi una reale, disarmante apertura.
E allora mi chiedo se il punto non stia proprio in quel cerchio che, nella battuta finale, alla fine scompare. “Io, addirittura senza cerchio…” dice l’ultimo personaggio, e in quelle parole sento una provocazione che va oltre l’intento comico. Perché la carità cristiana, l’aiuto autentico, il rispetto che sgorga dal riconoscere l’altro, forse cominciano davvero quando smettiamo di tracciare perimetri.
Quando il nostro dono smette di essere una parte ritagliata dal “nostro” per diventare il segno di un’appartenenza più grande, che non conosce confini di proprietà. Non si tratta tanto di quanto va “al Signore” e quanto resta “a me”, come se fossero due regni distinti. Si tratta di comprendere, lentamente, che tutto è grazia ricevuta. E che la nostra libertà più matura si esprime proprio nel far circolare ciò che abbiamo, non per obbligo o per misura, ma per una gratitudine che naturalmente trabocca.
È un passaggio delicato, che trasforma ogni gesto. Portare un aiuto, ascoltare, fare spazio, smette di essere un’operazione aritmetica e diventa un incontro. Il rispetto non è più una regola da applicare, ma la logica conseguenza di aver intravisto nell’altro un riflesso unico e prezioso.
Quando gettiamo in aria le nostre risorse, il nostro tempo, le nostre attenzioni, senza più il cerchio rassicurante a terra, forse iniziamo a capire che nulla di ciò che doniamo con amore va realmente perso. Tutto si trasforma, tutto rimane, in un certo senso, “in aria”, nel regno invisibile ma reale della comunione che ci lega.
Alla fine della barzelletta, si ride, ed è giusto così, perché ridere di queste nostre piccole meschinità calcolate è già un primo passo per disinnescarle. Forse la generosità più vera è proprio quella che, dopo aver sorriso delle proprie paure, sa lasciare andare la calcolatrice del cuore. Scopre, con una quieta meraviglia, che la gioia più grande sta proprio nel donare senza controllare ossessivamente dove il nostro dono andrà a cadere.
Perché, in fondo, se tutto è dono, allora tutto può diventare, con infinita semplicità, uno strumento di condivisione. E in quel gesto libero, finalmente senza cerchi, ritroviamo il senso più vero dell’essere comunità: non un luogo di confronto su chi sia più generoso, ma uno spazio dove la generosità, finalmente, può semplicemente respirare.
A Marcella e Antonella.
