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domenica 20 settembre 2026

La trappola yemenita: perché Riyadh sta per cadere nel pantano che gli Houthi hanno preparato.

Prima di entrare nel merito della prossima mossa saudita, credo sia necessario soffermarsi su un'opera che raramente finisce in prima pagina ma che oggi è il vero perno della partita: il Saudi East-West, noto anche come Petroline.

Parliamo di milleduecento chilometri di acciaio che attraversano il deserto, collegando Al Jubayl, sul Golfo Persico, al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. 

Costruito negli anni Ottanta, durante la guerra Iran-Iraq, proprio per fronteggiare l'eventualità di una chiusura di Hormuz, oggi è tornato al centro della scena con una capacità che nelle condizioni attuali può arrivare a cinque milioni di barili al giorno destinati all'esportazione.

E qui sta il punto che pochi vogliono guardare in faccia. Questa infrastruttura non serve solo Riyadh. Yanbu è l'unico sbocco credibile che potrebbe consentire anche a Kuwait, Iraq e altri produttori del Golfo di aggirare Hormuz, convogliando il greggio verso il Mar Rosso e da lì, via Suez o Sumed, verso il Mediterraneo. È un sistema che, in teoria, toglierebbe a Teheran e agli Houthi la leva dei due stretti. E proprio per questo è diventato un bersaglio.

L'economia iraniana, privata delle sanzioni ma ancora dipendente dalla minaccia di chiusura di Hormuz come strumento di pressione, non può tollerare che esista una via di fuga stabile. E gli Houthi, dal canto loro, sanno che se Yanbu funziona a pieno regime, Bab el-Mandeb perde parte del suo valore di ricatto.

Ecco perché i raid contro il Petroline non sono episodi isolati. Sono la risposta logica a un'opera che, se lasciata intatta, vanificherebbe anni di strategia. Ma qui si innesta il paradosso che avevo anticipato: gli Houthi non vogliono distruggere il tubo, vogliono renderlo inutilizzabile. Vogliono che Riyadh spenda miliardi per difenderlo, che ogni barile esportato da Yanbu diventi un azzardo, che il mercato percepisca quel corridoio come troppo rischioso per essere una vera alternativa.

Ed è per questo che la prossima mossa saudita, con il supporto logistico e d'intelligence americano, appare sempre più come una necessità dettata dalla disperazione. Riyadh deve riaprire Bab el-Mandeb, o almeno neutralizzare la minaccia houthi su di esso, altrimenti il Petroline resta un'arteria esposta.

Ma attaccare lo Yemen via terra significa entrare in un territorio dove gli Houthi hanno avuto sette anni per prepararsi. Significa offrire loro esattamente ciò che desiderano: una guerra aperta contro l'aggressione straniera, capace di compattare il fronte interno e di legittimarli come resistenza anti-imperialista.

Washington lo sa. Per questo esita, per questo fornisce intelligence ma non uomini. Ma Riyadh non ha alternative. Hormuz è chiuso, il Petroline è sotto attacco, e l'unica via per far tornare il petrolio saudita sui mercati passa attraverso uno stretto che gli Houthi controllano.

La trappola è stata preparata. Ma l'Arabia Saudita non sta a guardare. Secondo quanto riporta il Guardian, citando fonti yemenite, Riyadh sta preparando una grande offensiva militare contro gli Houthi, via mare e forse anche via terra nello Yemen centrale. 

Le forze saudite sono state viste ritirarsi dalla parte orientale del paese, in quella che potrebbe essere una preparazione per un'operazione di terra. E al tempo stesso, Riad sta cercando di organizzare una coalizione navale per proteggere il traffico marittimo dagli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el-Mandab.

Certo, sono molti i Paesi – anche se non lo dicono apertamente – che vedono in questo nuovo conflitto un'importante possibilità per i loro business, in particolare grazie alla vendita di armi all'Arabia Saudita, ma non solo. 

Tutti loro auspicano che una loro celere vittoria riporti all'apertura dello stretto sul Mar Rosso, piegando di conseguenza le richieste dell'Iran, che a quel punto resterebbe del tutto isolata e con un ricatto – quello del passaggio su Hormuz – che non avrebbe più alcun valore.

Infine consentitemi di ricordare che, come sempre, a pagare il prezzo di una guerra sul campo saranno i civili yemeniti che – proprio come quanto accaduto ai loro fratelli di Gaza – subiranno le conseguenze di un conflitto che, ahimè, non è il loro.

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