Pare che gli Houthi, con la benedizione e la consulenza tecnica dei Pasdaran, vogliano trasformare Bab el-Mandeb in un vero e proprio casello autostradale. Non più attacchi mirati, non più blocchi episodici, ma una tassa fissa per chiunque osi attraversare quel fazzoletto di mare. Qualcuno ha parlato di "escalation pericolosa" e di "finanziamento del terrorismo", ma a me, leggendo tra le righe, è venuta in mente una domanda scomoda: ma perché, allora, non facciamo lo stesso anche noi?
Prima di alzare le sopracciglia, ti chiedo di guardare per un momento l'immagine che ho scelto di accompagnare a questo post. Guarda come le nostre acque territoriali si allungano nel Mediterraneo fino quasi a toccare la Tunisia. Quasi un braccio teso verso l'Africa, un confine liquido che abbraccia una delle rotte marittime più trafficate del pianeta. Praticamente, qualsiasi nave diretta da Gibilterra a Suez, o viceversa, deve necessariamente incrociare il nostro fazzoletto di mare. E allora, guardando quella cartina, la domanda che mi è venuta è ancora più forte: se loro possono farlo, perché noi no?
So bene che la mia è una provocazione, e voglio che sia chiaro fin da subito. Non sto proponendo un piano economico, non sto vagheggiando chissà quali strategie geopolitiche. Sto semplicemente facendo un esercizio di logica elementare, di quelle che ti assalgono mentre bevi un caffè e leggi il telegiornale.
Se gli Houthi possono pensare di mettere un pedaggio a una delle vie d'acqua più strategicamente importanti del mondo, se l'Iran può rivendicare il diritto di farlo a Hormuz, allora io mi chiedo: e noi? Noi che abbiamo il Mediterraneo in casa, che con le nostre acque territoriali arriviamo quasi a toccare la Tunisia, non potremmo forse avanzare una pretesa analoga?
Il punto non è la fattibilità, sia chiaro. Il punto è il concetto. Perché, mentre leggo che Teheran rivendica il diritto di riscuotere pedaggi su un quinto del greggio mondiale, mentre apprendo che esperti dell'IRGC stanno disegnando il "quadro tecnico" per gestire le transazioni delle navi, io vedo una comunità internazionale che si lamenta, che parla di illegalità, ma che di fatto subisce!
E allora mi chiedo, con quel pizzico di amarezza che a volte ci prende, se per una volta non potremmo essere noi a dettare le regole, a non essere i soliti fessi che pagano e basta. D'altronde, il Mediterraneo non è forse uno dei corridoi più battuti del pianeta? Non sarebbe forse una fonte di finanziamento per le nostre coste, per le nostre infrastrutture, invece che per le milizie?
Ma è qui che la provocazione si fa più sottile e, ammetto, più amara. Perché mentre immagino una flotta di navi commerciali che rallentano davanti alle nostre acque territoriali, pronte a pagare un pedaggio, mi rendo conto che il paragone regge fino a un certo punto. Nel mondo che stiamo osservando, la forza, l'audacia e forse anche una certa spregiudicatezza sembrano essere premiate. Chi osa di più, chi minaccia di più, chi trasforma uno stretto in una barriera, ottiene attenzione e, talvolta, anche concessioni. Noi, invece, stiamo qui a discutere di legalità, a invocare il diritto internazionale, a sperare che qualcuno ci venga a salvare. È questa l'immagine che abbiamo scelto per noi stessi?
Eppure, nel profondo, io credo che la differenza stia proprio qui, in quella che potremmo definire una "scelta di campo". Da un lato c'è chi usa il mare come un'arma, come una leva per il ricatto, come una fonte di reddito per attività che definiamo belliche. Dall'altro, dovremmo esserci noi, che quel mare lo vorremmo libero, aperto, che crediamo nella navigazione come bene comune, non come preda.
Ma questo messaggio, per quanto nobile, rischia di apparire oggi come una debolezza, come l'ingenuità di chi non ha capito come gira il mondo. La mia provocazione, quindi, non è un piano, non è una proposta, ma è un grido, un modo per dire: "Guardate che anche noi abbiamo gli strumenti, anche noi abbiamo la forza, ma scegliamo consapevolmente di non usarli in quel modo".
E allora, forse, la risposta alla mia stessa domanda è più semplice di quanto sembri. Non applichiamo i pedaggi perché, nel profondo, rifiutiamo l'idea che il mare possa diventare un'estensione di un conflitto, un casello dove si paga per passare. Rifiutiamo di trasformare il Mediterraneo in un nuovo Hormuz, con le sue tensioni e le sue minacce.
Rifiutiamo, insomma, di diventare come loro, anche se questo significa, agli occhi di molti, apparire i "soliti fessi". Ma forse – e qui mi fermo – essere fessi per la giusta causa è l'unica forma di intelligenza che vale la pena conservare, almeno fino a quando qualcuno non ci dimostrerà che esiste un'alternativa migliore.
