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mercoledì 4 febbraio 2026

Oltre Niscemi. Un silenzioso allarme per altre due città, di cui è capoluogo!

Perdonatemi, ma ho come l’impressione che nell’affrontare la frana di Niscemi, ci si stia dimenticando di altre realtà siciliane attualmente a rischio frana, mi riferisco in particolare ad un capoluogo e soprattutto ad una grande città.

Penso a ciò, avendo avuto conferma stamani delle mie preoccupazioni - da parte di un amico geologo - che confermava la presenza di strati di sabbia che poggiano su depositi argillosi e dove l’acqua di questi giorni sia penetrata in grandi quantità, agendo di fatto come un lubrificante, innescando quello scorrimento profondo lungo un fronte di chilometri.

Per meglio capire quanto sopra, vi consiglio di vedere il video pubblicato su “Youtube”, dal progetto editoriale indipendente “Geopop”, nel quale potete osservare in maniera chiara cosa è accaduto a Niscemi dal punto di vista geologico; questo è il link: https://www.youtube.com/watch?v=v98N4kQ52io

E riflettevo inoltre sul fatto che questa non è un’anomalia, ma una condizione stratigrafica presente in tantissime parti d’Italia, in regioni come l’Emilia-Romagna, la costa adriatica, la Toscana e, appunto, la Sicilia.

Già… luoghi dove un tempo, per comodità, si costruiva su quei tabulati asciutti, senza la piena consapevolezza del rischio che si celava sotto. Ora quella consapevolezza purtroppo c’è, e ci obbliga a guardare in faccia una verità scomoda.

Per questo la mia mente corre ora a due centri urbani importanti della mia isola, un capoluogo e una grande città, che condividono quelle stesse caratteristiche geologiche. Immagino la loro struttura nascosta, le sabbie che fanno da fondamenta all’espansione urbana del dopoguerra, alle argille sottostanti che potrebbero, in condizioni di piogge prolungate e di una manutenzione carente delle reti idriche e fognarie, comportarsi nello stesso modo di quanto sta accadendo ora a Niscemi.

Il mio amico esperto ha sottolineato come per queste frane grandi, a differenza di quelle piccole, il legame con l’evento meteorologico non sia immediato, servano tempo e un lento accumulo d’acqua. Ma questo le rende subdole, difficili da prevedere nel breve termine, e forse per questo più trascurate o meno controllate da chi dovrebbe o quantomeno è pagato per farlo.

Scelgo deliberatamente di non fare i nomi di queste città. So che potrebbe sembrare un’omissione, o una forma di eccessiva cautela. Ma il mio intento non è seminare allarme tra i cittadini che vi abitano o creare un’ansia diffusa e incontrollata che potrebbe sfociare in panico. Sin d’ora resto a disposizione dell’autorità di vigilanza del territorio per indicare i nomi di quelle realtà, ma soprattutto i punti esatti dove ciò possa eventualmente accadere.

Il mio obiettivo difatti è rivolto prettamente a chi ha gli strumenti e la responsabilità di agire. Parlo quindi alla Protezione Civile, al Governo nazionale, alla Regione, ai Comuni, a tutte quelle forze di controllo che devono vigilare sul territorio. Ed a loro vorrei chiedere: esiste una mappatura chiara di queste criticità? La manutenzione del reticolo idrico e stradale in quelle aree è considerata una priorità assoluta? Oppure si aspetta, come troppo spesso accade in questo nostro Paese, che il campanello d’allarme suoni sotto forma di boati o di crepe nelle murature?

Ho letto tra l’altro in questi giorni in un sito web di un esperto che ha parlato di oltre 650mila frane cartografate in Italia, un numero da record europeo che di per sé dovrebbe essere un monito continuo per tutti. Aggiungendo altresì che il costo di una mappatura costante e aggiornata, seppur significativo, è di gran lunga inferiore ai milioni necessari per intervenire dopo che un disastro accada.

Eppure, da quanto sopra sembra che non vi sia stato alcun interesse a investire in conoscenza territoriale. Ed è questo il punto che mi porta a scrivere oggi, sì… Mentre giustamente tutte le attenzioni sono rivolte a quel paese ferito, ma nel far ciò, non possiamo permetterci di abbassare la guardia altrove, in contesti urbani anche più vasti e complessi, dove le conseguenze di un evento simile sarebbero inimmaginabili.

Perciò ripeto, non faccio nomi, ma lancio un appello preciso a chi è preposto alla sicurezza del territorio. Cosa che farò a giorni in maniera formale – appena in possesso della documentazione richiesta al mio amico geologo, il quale, premetto, si è reso sin da subito disponibile ad incontrare insieme a me le autorità competenti) – affinché si possano evidenziare in maniera celere i rischi attualmente presenti su quei particolari territori.

Se preferite comunque fare a meno di questa (gratuita) collaborazione, allora vi chiedo gentilmente di usare i dati già in vostro possesso, le conoscenze geologiche del territorio, le mappe di pericolosità che esistono e concentrare quindi gli sforzi non solo sulla risposta all’emergenza, ma sulla prevenzione ossessiva, sulla manutenzione meticolosa, sul fermare il consumo di suolo in quelle aree fragili.

Comprendo perfettamente che la frana di Niscemi sia in questo preciso momento la drammatizzazione di un rischio che potrebbe – ahimè – ancora continuare. Ma agire solo lì, dimenticando le altre realtà gemelle, sarebbe un errore imperdonabile.

La vera domanda quindi, non è se possa accadere altrove, ma dove e soprattutto se si è abbastanza vigili da accorgersene in tempo per evitare, per l’ennesima volta, il peggio!


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