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domenica 22 febbraio 2026

Il conto finale di Trump: tra il rischio fallimentare e la strategia della sopravvivenza.

Dando seguito a quanto già pubblicato, emerge ora con maggiore chiarezza il paradosso che attraversa gli Stati Uniti: da una parte c’è una montagna di carta straccia, dall’altra il ruggito di un’economia che, a guardare certi numeri, sembra non sapere nemmeno che esista un baratro.

Come riportavo nel precedente post vi sono trentottomila miliardi di dollari di debito federale che ballano e non sono una cifra irrisorio: sono un abisso camuffato da bilancio.

Il Dipartimento del Tesoro lo chiama “percorso fiscale insostenibile”, ma intanto quel percorso continua, anzi accelera: ogni giorno aggiunge un altro miliardo al mucchio, al doppio del ritmo medio di questo secolo. E la cosa più inquietante non è quanto si deve, ma a cosa serve quel denaro. Sempre di più, serve solo a pagare il privilegio di averlo preso in prestito.

Gli interessi ormai divorano circa mille miliardi di dollari l’anno, più della difesa nazionale, più di qualsiasi altra voce di spesa. È un fiume di contante che non costruisce scuole, non ripara strade, non finanzia ricerca: scorre verso i conti di investitori esteri, fondi sovrani, banche centrali lontane. Ogni centesimo speso per tenere a galla il debito passato è un sogno futuro che affonda. Come dice Michael Peterson, senza giri di parole, quei soldi “escludono importanti investimenti pubblici e privati nel nostro futuro”. Non è retorica: è aritmetica.

Un tempo, l’America aveva già visto un debito simile rispetto al Pil, alla fine della Seconda guerra mondiale. Ma allora c’era una nazione unita, una crescita vigorosa, una disciplina fiscale condivisa. Oggi non c’è niente di tutto ciò. C’è solo l’abitudine di vivere un po’ al di sopra dei propri mezzi, anno dopo anno, decennio dopo decennio, come se il conto non dovesse mai arrivare. Gli analisti sanno ancora quale sia la ricetta: crescita più rapida, spesa più intelligente, entrate più solide. Ma servirebbero visione, coraggio, pazienza. Qualità rare in un clima politico dove l’orizzonte si misura in mesi, non in generazioni.

Eppure, mentre il quadro fiscale si fa sempre più cupo, l’economia reale danza sotto luci diverse. Il Pil del terzo trimestre 2025 è schizzato al 4,3% annualizzato, superando ogni previsione. I consumi delle famiglie tengono, soprattutto nei servizi: sanità, farmaci, viaggi. Le aziende investono in macchinari, software, proprietà intellettuale, forse puntando tutto sull’automazione e sull’intelligenza artificiale. La produttività del settore non agricolo fa un balzo in avanti, segnale che qualcosa, là fuori, sta cambiando davvero.

Ma è una crescita che brucia. Funziona bene per chi ha risparmi da spendere, ma lascia indietro chi conta ogni centesimo. È una corsa a due velocità, alimentata da una minoranza abbiente, mentre le fasce medie stringono la cinghia. L’inflazione, pur in calo, continua a rosicchiare il potere d’acquisto, costringendo la Federal Reserve a camminare su un filo sottile. E il mercato del lavoro, pur solido, mostra i primi segni di stanchezza: nel 2025 sono stati creati appena 584.000 posti, il dato più basso dal 2020, e il manifatturiero ne ha persi quasi settantamila. Il tasso di disoccupazione si è assestato al 4,4%, un numero tranquillo sulla carta, ma che nasconde un rallentamento reale.

Allora, siamo di fronte a un gigante dai piedi d’argilla o a un organismo malato ma ancora vitale? Forse la risposta è nella contraddizione stessa. L’America spende più di quanto guadagna da mezzo secolo, accumulando un fardello che peserà sulle spalle dei figli e dei nipoti. Eppure, la sua economia continua a correre a un ritmo che l’Europa può solo invidiare. La tecnologia spinge la produttività, i consumi resistono, il sistema tiene, per ora.

Il vero fallimento non è economico, almeno non ancora. È politico. È l’incapacità di guardare oltre il prossimo ciclo elettorale, di affrontare la verità scomoda che il debito non è un problema “tecnico”, ma una scelta collettiva rinviata all’infinito. È l’assurdo di un’amministrazione che, per fare cassa, alza dazi che finiscono per colpire i propri cittadini e le proprie imprese, mentre cerca di ritirarsi da impegni globali non perché vuole la pace, ma perché non se li può più permettere. È la resa di fronte alla complessità, la preferenza per lo scontro dello "shutdown" piuttosto che il compromesso della governance.

L'ambizione di cui parla il Presidente Trump non non è quella di una nazione importante che vuole progettare un domani migliore per tutta l'umanità, assomiglia piuttosto alla frenesia di chi, sentendo bussare la scadenza, cerca di arraffare tutto il possibile prima che la musica finisca. È l'esibizione di chi vende il futuro come fosse fumo, già... per pagare gli interessi del passato!

Il default non è imminente, non ancora. Ma l’erosione della credibilità, della leadership, dello spazio per manovrare, è già in atto. E così resta sospesa, nell’aria densa di questa contraddizione, una domanda semplice: per quanto tempo ancora dovremmo restare sull’orlo del burrone, prima che il terreno sotto i nostri piedi decida di franare?

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