Eppure, anche in quell’estremo, intimo rifugio, ci accorgiamo che non ci appartiene più. Arriva qualcuno, o qualcosa, a imporci un limite, un vincolo, una porta chiusa in faccia a quella che forse è l’ultima, disperata richiesta di pace.
È ciò che è accaduto con la vicenda di Noelia Castillo Ramos, una ragazza di venticinque anni di Barcellona che ha scelto di ricorrere all’eutanasia, e che ha suscitato l’intervento della Conferenza Episcopale spagnola.
E così, mentre leggo quelle parole, mi rendo conto che a parlare non è soltanto una voce religiosa, ma anche quella del nostro Stato che proprio in questi giorni, ha finalmente permesso ad una donna toscana - affetta da anni da sclerosi multipla - a poter procedere all'eutanasia in casa propria, in seguito all'autosomministrazione di un farmaco letale tramite il dispositivo con comando oculare che era stato appositamente predisposto dal Cnr per consentire di azionare l’infusione in vena.
Certo, meno male che ne era capace, perché nel caso in cui i suoi arti non le permettevano alcun movimento cosa si faceva? Restava in attesa di una possibile soluzione legislativa, che ancora oggi non c'è? Già... un’alleanza silenziosa, quella tra Stato e chiesa che trasforma il dolore privato in un campo di battaglia pubblico, sì... una beffa che si somma, anche nel caso in cui un soggetto non è credente.
La nota dei vescovi spagnoli arriva dritta, quasi chirurgica, a definire il confine. Dicono che la risposta al dolore non possa essere quella di provocare la morte, ma che si debba offrire vicinanza, accompagnamento, sostegno integrale.
E a sentirlo quel messaggio suona quasi generoso, se non fosse che tradisce una distanza incolmabile da chi quella sofferenza la sta vivendo sulla propria pelle! Perché parlare di “accompagnamento” è facile quando si ha la certezza che il tempo scorre in una direzione diversa dalla propria. Ma quando il tempo si è fermato, quando la malattia non è solo terminale ma è diventata una prigione perpetua senza cura, allora quelle parole rischiano di trasformarsi in un muro.
I vescovi parlano di “rottura deliberata del legame di cura”, eppure mi chiedo: esiste davvero un legame di cura quando a decidere sono altri, quando la tua volontà viene messa da parte in nome di un valore che ti viene imposto dall’esterno? Sostengono che la dignità non dipenda dallo stato di salute, né dalla percezione soggettiva della vita, e in linea teorica potrei anche concordare. Ma la verità è che la dignità non può essere definita da chi sta in piedi a guardare il letto di chi soffre.
Sostengono che in questo caso non si tratti di una malattia terminale, ma di “ferite profonde”. Eppure, è proprio questo il punto che mi lascia senza respiro: la distinzione tra ciò che è accettabile sopportare e ciò che non lo è, tra chi ha il diritto di chiedere aiuto per andarsene e chi invece deve per forza restare, inchiodato a un’esistenza che non riconosce più come propria.
La Chiesa, e con essa gran parte delle nostre istituzioni statali, interviene con la pretesa di proteggere la vita, ma finisce per fare qualcosa di ben più grave: abbandona l’individuo al suo isolamento, negandogli l’estremo atto di autodeterminazione. Perché quando una persona si trova in condizioni di salute estreme, quando la scienza non offre più strade e la sofferenza diventa l’unico orizzonte, impedire quella scelta non è proteggere la vita, è confiscare l’ultimo brandello di libertà.
Ecco allora che questo atteggiamento, per quanto rivestito di buone intenzioni e di appelli a “una cultura dell’assistenza che non abbandoni nessuno”, rivela il suo volto più autentico: una sconfitta sociale prima ancora che morale.
Una sconfitta perché dimostra che non siamo capaci di guardare in faccia il dolore senza imporre le nostre paure. Una sconfitta perché preferiamo costruire leggi e dottrine piuttosto che ascoltare chi, nel silenzio di una stanza d’ospedale, chiede solo di avere il controllo sull’unica cosa che gli rimane: il proprio addio. Quando i vescovi dicono che “se la vita fa male, la risposta non può essere quella di accorciare il cammino, ma di percorrerlo insieme”, io non posso fare a meno di pensare che “insieme” è una parola bellissima, finché non diventa un obbligo.
Perché percorrere il cammino insieme è un dono, ma costringere qualcuno a farlo quando ogni passo è un tormento diventa una condanna. E in quella condanna, a essere veramente soli ed emarginati non sono tanto i corpi che soffrono, quanto le loro volontà, messe a tacere in nome di una sacralità che non si fa carico delle loro notti insonni.
Forse, una società veramente giusta, come la invocano loro, non è quella che impedisce la morte a tutti i costi, ma quella che non costringe nessuno a chiederla come ultima forma di libertà, perché ha saputo rendersi presente prima, con cure adeguate, con un sostegno che non si ritira mai.
Ma quando questo non accade, quando il sostegno manca o è insufficiente, allora impedire l’eutanasia non è più un atto di misericordia, ma un atto di potere. E in quel gesto si consuma la sconfitta più grande: quella di una comunità che, di fronte alla sofferenza estrema, sa solo dire “non devi” senza avere il coraggio di dire “ti aiuto io” fino in fondo, rispettando anche il tuo ultimo, inalienabile diritto a dire basta!
