Dopo Hormuz, ora anche Bab el-Mandeb è nelle loro mani. E mentre Riyad trema, Washington guarda altrove.
Diciamoci la verità: non è una sorpresa. Ne scrivevo già a gennaio 2024, quando gli attacchi alle navi nel Mar Rosso erano appena ventiquattro.
Oggi siamo ben oltre, e il quadro non è cambiato affatto.
L'offensiva degli Houthi è durata diciotto ore.
Mocha è caduta, poi Dhubab, Murad, l'isola di Mayyun. In meno di un giorno gli yemeniti hanno completato il controllo dell'intero litorale sul Mar Rosso.
Un colpo durissimo per l'Arabia Saudita, che dopo la chiusura di Hormuz aveva dirottato proprio lì gran parte del suo petrolio. Ora anche da lì, quel petrolio non passa più.
E qui si innesta il paradosso che avevo anticipato mesi fa. Trump ha rifiutato due volte la richiesta di Mohammed bin Salman di bombardare i ribelli. Il Presidente Usa ha dichiarato che gli Houthi lo hanno chiamato, che non vogliono combattere. Loro ovviamente hanno smentito, definendo le sue parole infondate e ridicole.
Ma al di là delle smentite, la realtà è che Washington non vuole impantanarsi in un altro fronte. Dopo Iraq e Afghanistan, l'America ha poco appetito per nuove guerre.
E gli Houthi lo sanno bene, talmente bene che stanno giocando esattamente la partita che vogliono.
Come scrivevo a marzo 2025, gli attacchi statunitensi potrebbero essere proprio ciò che desiderano: una guerra aperta con gli USA per legittimarsi come resistenza anti-imperialista. Non a caso, mentre conquistavano Bab el-Mandeb, intensificavano i lanci verso Israele. La provocazione, comprenderete, va ben oltre il Mar Rosso.
E c'è un altro punto che avevo sottolineato e che resta centrale. Gli Houthi non sono Hezbollah. Sono sì sostenuti dall'Iran, ma con un alto grado di autonomia operativa. Possiedono reti logistiche e consenso interno che li rendono difficili da sradicare. Anche se Teheran riducesse il suo sostegno, loro continuerebbero a combattere.
Poi c'è la lezione che non impariamo mai. A settembre 2026 l'oleodotto Est-Ovest è stato chiuso dopo un attacco con droni partiti dall'Iraq. Lo avevo scritto a settembre: mille duecento chilometri di acciaio nel deserto valgono più di qualsiasi minaccia. Ma ora anche quella via è sotto scacco. Gli Houthi hanno colpito Sharurah, Jazan, depositi e centri di comando. E hanno promesso operazioni più intense e di più ampia portata.
Risultato? Fino al quattro per cento del greggio globale a rischio. Il diesel negli Stati Uniti ha superato i sei dollari al gallone, un massimo storico. E lunedì i mercati si aspettano un nuovo rialzo.
Ma il punto vero è un altro. Come scrivevo già nel 2019, bombardare non basta. Le guerre asimmetriche non si vincono con i raid aerei. Servono strategie che considerino le dinamiche politiche locali, non slogan come "annientare" un gruppo. Gli Houthi hanno resistito a una coalizione guidata dall'Arabia Saudita per sette anni, tra il 2015 e il 2022. Non si piegheranno certo ora.
E allora la domanda sorge spontanea: chi paga il prezzo più alto? Come sempre, ahimè, i civili!
L'Organizzazione Internazionale per le migrazioni parla di decine di migliaia di sfollati solo nelle ultime settimane. Una guerra che si protrae da anni, e che ora rischia di estendersi oltre i confini.
Lo avevo scritto a ottobre 2023: prepariamoci a un lungo e arduo periodo di crisi. Il conflitto si espanderà, e in pochi potranno limitarlo. Non certo in tempi brevi.
Oggi, mentre Bab el-Mandeb è sotto controllo Houthi e Hormuz resta chiuso, quella previsione si sta avverando.
L'unica certezza è che il prossimo colpo, in qualsiasi momento, potrebbe cambiare tutto.
E come sempre, a pagare il prezzo più alto saranno i civili. Stremati da troppo tempo. Sfiniti da anni e anni di guerre. Guerre che non trovano mai fine. Guerre che purtroppo... non finiranno mai.