Da un lato, c'è il doveroso plauso per il lavoro della Guardia di Finanza e della magistratura, un lavoro certosino, capace di ricostruire trame finanziarie tanto complesse da lasciare senza fiato, dall'altro, però, resta - come sempre - l'amaro in bocca.
Perché queste notizie, per quanto eclatanti, non sono più un'eccezione, già... sono diventate il pane quotidiano di un paese che sembra aver fatto della frode fiscale un'abitudine, quasi una seconda natura.
E difatti, a me interessa poco o nulla del dettaglio dell'operazione in sé – le sigle, i numeri esatti, i nomi – viceversa m'interessa far evidenziare il malcostume, ciò che queste storie raccontano di noi, del nostro tessuto sociale.
Perché il sistema che viene fuori da queste indagini è tanto semplice quanto perverso: una rete di cartiere, prestanome, fatture con descrizioni vaghe come "Shoes" o "Bijoux", senza quantità né prezzo.
Un meccanismo quasi artigianale, nella sua essenza, che però riesce a movimentare centinaia di milioni di euro. È questo il paradosso che mi colpisce: la frode, quella vera, non ha bisogno di chissà quali artifici tecnologici. Le basta l'italica arte di arrangiarsi, di trovare il cavillo, di nascondere il reale fornitore dietro una montagna di carta.
Penso ai controlli, che ci sono e sono ferrei, lo sappiamo. Le forze dell'ordine lavorano senza sosta e ottengono risultati importanti, come in questo caso, con sequestri che colpiscono beni di lusso e conti correnti. Ma è una battaglia impari, una partita a scacchi in cui la mossa successiva è sempre più astuta della precedente.
Sì... perché per ogni imprenditore onesto che paga le tasse e rispetta le regole, quante sono viceversa quelle che trovano il modo di aggirarle, magari intestando un'attività a un ragazzo di diciannove anni nullatenente che compare solo sulla carta? È uno squilibrio che mina alla radice il senso di giustizia.
E poi, al di là dei grandi numeri, sono i piccoli dettagli che mi fanno riflettere. La famiglia cinese che girava con le auto di lusso di un imprenditore assente dall'Italia da anni. Le catene di supermercati gestite formalmente da prestanome, ma con i fili tirati da altri. È un cinema della vita quotidiana, fatto di comparse e di attori principali che restano nell'ombra. Un cinema che, però, ha conseguenze reali: distorce la concorrenza, penalizza chi lavora onestamente e, alla fine, impoverisce tutti noi, privando la collettività di risorse fondamentali per i servizi, la scuola, la sanità.
In fondo, è questa la riflessione che mi porto dentro, perché possiamo celebrare i numeri dei sequestri – sette milioni di euro, centoventicinque milioni recuperati a tassazione – ma resta la sensazione che stiamo tamponando una falla senza mai riuscire a riparare la nave!
Finché il sistema sarà così permeabile, così incline a trovare scorciatoie, ogni operazione di successo sarà solo una vittoria di Pirro. E la domanda, alla fine, è sempre la stessa: quanto dobbiamo ancora sopportare prima che cambi davvero qualcosa, prima che la legalità non sia più un'eccezione ma la regola?
Io, come sempre, non ho risposte facili. Ma continuo a guardare, a leggere, a cercare di capire e quando posso: denuncio senza mezzi termini!
Perché questo è l'unico modo che abbiamo - ancora - per non doverci rassegnare!
