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venerdì 21 agosto 2026

Davide Faraone: La felicità come rivoluzione, in un mondo che troppo spesso giudica!

Buon venerdì a tutti.

Vorrei oggi partire da una storia, non tanto per la sua eccezionalità, ma viceversa, per la sua drammatica ordinarietà. 

Un padre, deputato, condivide sui social alcune fotografie di una vacanza al mare con la figlia ventitreenne. 

Cosa dire... un gesto semplice, naturale: un padre e una figlia che stanno bene insieme. 

Eppure, quella che doveva essere una testimonianza di affetto e leggerezza si è trasformata in un campo di battaglia, con insulti e commenti biechi, volti a giudicare l'aspetto della ragazza o il fatto che sia "autistica".

Ora, al di là della vicenda personale, e della giusta e pacata risposta di quel padre, io voglio soffermarmi su un'amara verità che questa storia, ancora una volta, ci mette davanti e cioè la natura umana, che per quanto la si voglia edulcorare con la classica retorica della bontà, è spesso, anzi sempre, cattiva, malvagia, crudele, perfida e maligna!

Il problema... non è la disabilità, badate bene, non è la ragazza nella foto a dover essere messa sotto esame, è lo sguardo di chi commenta, di chi si sente autorizzato a giudicare, a deridere, persino a dire "mi sono spaventato". Beh... io vorrei vedere la sua immagine, sono certo che a vederlo (forse) saremmo noi tutti a spaventarci o quantomeno, conoscendolo personalmente, ci affliggeremo per lui, sì... per quella sua pochezza!

Ma d'altronde, come ripeto spesso, questo sguardo è lo specchio di tutti coloro che hanno un'anima piccola, che hanno bisogno di sentirsi superiori per colmare il vuoto della propria banale esistenza. Perché il problema è che per certa gente, la felicità altrui, quando non è conforme ai canoni prestabiliti, diventa quasi un'offesa, qualcosa da scardinare, da ridicolizzare. E così, ci si nasconde dietro il presunto diritto di esprimere un'opinione, e ci si dimentica che dall'altra parte c'è una persona.

Mi sono spesso chiesto negli anni quale sia la radice di questa malvagità così diffusa e banale, che si manifesta in un commento al volo, in una battuta cattiva, in una risata di scherno. Beh... io credo che sia la paura. Sì... la paura di ciò che è diverso, di ciò che sfugge alla nostra definizione di "normale". E la paura, si sa, è il terreno fertile su cui crescono i pregiudizi più tossici. Perché non è tanto la persona diversa a fare paura, ma ciò che quella diversità rappresenta: la fragilità, l'imprevisto, la possibilità che anche noi, da un momento all'altro, possiamo uscire dai ranghi. Allora per esorcizzare questa paura, la si attacca. Perché è più facile deridere che comprendere. Già... è più facile giudicare che mettersi in discussione.

E in questa dinamica, l'individuo con disabilità viene spogliato della sua umanità. Non è più una figlia, un amico, una persona con i propri gusti, le proprie risate, le proprie giornate di mare. Diventa solo la sua condizione, un'etichetta, un oggetto di pietà o, peggio, di scherno. Ci si dimentica che ogni persona è "una delle infinite forme in cui la natura ha deciso di esprimersi", come ha scritto quel padre. Ma la natura, per certi versi, è generosa e caotica. L'uomo, invece, con la sua presunta superiorità, pretende di mettere ordine, di stabilire cosa sia giusto o sbagliato, bello o brutto, degno di essere mostrato o da nascondere.

C'è poi un aspetto che mi indigna particolarmente: la presunzione di stabilire quali vite siano degne di essere vissute e mostrate. Come se la felicità fosse un privilegio concesso solo a chi rientra in un certo schema fisico o mentale. Si invita chi è diverso a starsene in disparte, a non turbare la nostra tranquillità, a non rovinarci la visuale con la loro "imperfezione".

Ed allora il messaggio che stamani voglio lanciare, e che deve risuonare forte, è esattamente l'opposto: non ci chiuderemo in casa. Non nasconderemo i nostri cari per risparmiare agli altri la fatica di incontrare la diversità. Perché una società che si definisce civile non è quella che tollera, ma quella che accoglie. E l'accoglienza vera inizia quando si smette di vedere un handicap e si impara a vedere una persona che ha il diritto di essere felice, e di mostrarlo.

Il gesto di quel padre, che scrive una lettera dopo gli insulti, è stato un gesto di grande dignità. Non ha raccontato sua figlia attraverso il dolore o la tragedia. Anzi, ha rovesciato la prospettiva: ha parlato di felicità. Ha detto che lei non ha niente di cui vergognarsi e che lui, di essere suo padre, è immensamente felice. Ed è proprio questa felicità, così normale e così dirompente, a essere la vera risposta. Perché la felicità condivisa è come un pugno nello stomaco per chi vive nell'amarezza e nel rancore.

Ecco perché io sono con Davide Faraone e la sua famiglia. Perché mostrarsi felici, nonostante tutto, è un atto di rivoluzione. Ma non solo: è voler dire che la vita, con le sue infinite sfumature, è sempre e comunque degna di essere vissuta.

Ma non nascondiamoci dietro un dito. Quella cattiveria che vediamo nei commenti online è la stessa che si annida nei comportamenti quotidiani, nei giudizi sommari, nella mancanza di empatia. È una piaga sociale che nasce dall'ignoranza e viene alimentata dall'indifferenza. Se vogliamo davvero cambiare le cose, dobbiamo partire da qui: dal riconoscere che il problema non è chi è diverso, ma lo sguardo di chi quella diversità la giudica. Dobbiamo imparare a interrogarci su ciò che vediamo, chiedendoci se il nostro sguardo è capace di andare oltre l'apparenza, oltre la diagnosi, oltre l'etichetta. Perché solo uno sguardo libero da pregiudizi può vedere davvero l'umanità dell'altro.

Allora, davanti a questa storia, io vi invito a fare un esercizio. Quando vi troverete davanti a un'immagine o a una situazione che vi mette a disagio, chiedetevi da dove nasce quel disagio. È forse nella persona che avete davanti, o è nel vostro modo di guardarla? La differenza, spesso, è tutta lì. E se la natura umana è spesso portata al peggio, noi abbiamo il dovere, ogni giorno, di scegliere da che parte stare. Non basta non essere crudeli. Bisogna essere attivamente gentili, attivamente accoglienti. Bisogna avere il coraggio di guardare la realtà con occhi nuovi, e di dire a chi è vittima di pregiudizi: la tua felicità è importante, e io la celebro con te.

Perché, in fondo, la vita è fatta di momenti come quelli in quella foto: una giornata di mare, un abbraccio, una risata. E nessuno, nessuno ha il diritto di rovinare la felicità di un altro solo perché non la comprende. La vera battaglia, oggi più che mai, è per la normalità di una vita felice. E questa battaglia si vince ogni volta che scegliamo di non distogliere lo sguardo, ma di guardare con il cuore.

P.S. Avrei voluto aggiungere una loro foto a questo post, ma non avendo il consenso, ho preferito non pubblicare una di quelle presenti nei vari siti web, essendo la maggior parte di esse, protette da copyright. Mi permetto quindi di chiedere pubblicamente a Davide Faraone, se ne ha piacere, che sarei onorato di ricevere una foto sua insieme alla figlia, per poterla allegare a questo mio post.

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