E allora la negligenza diventa tradizione, lo sfruttamento normalità, il disastro fatalità; già... fatalità, come se fosse colpa di una maledizione antica, non delle nostre scelte. Così ci laviamo la coscienza: “Non è colpa mia, è il corso delle cose”. Ma a quale prezzo? Perché quel fatalismo toglie il peso della responsabilità dalle nostre spalle… e spegne ogni scintilla di ribellione.
Un luogo dove l'espressione è libera: nessun vincolo, compromesso e censura.
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martedì 10 febbraio 2026
A quei miei 'indegni' conterranei del silenzio: la complicità che nutre il disastro!
E allora la negligenza diventa tradizione, lo sfruttamento normalità, il disastro fatalità; già... fatalità, come se fosse colpa di una maledizione antica, non delle nostre scelte. Così ci laviamo la coscienza: “Non è colpa mia, è il corso delle cose”. Ma a quale prezzo? Perché quel fatalismo toglie il peso della responsabilità dalle nostre spalle… e spegne ogni scintilla di ribellione.
lunedì 9 febbraio 2026
Jeffrey Epstein: Sì... tutti coloro che hanno partecipato a quegli abusi su minori, vanno ora lasciati appesi a testa in giù, in una piazza sotto il sole, dopo esser stati completamente scuoiati!
Ora... non è che non avessi letto quanto fosse accaduto in quelle sue lussuose ville, ma osservare visivamente le immagini, far emergere dall'ombra i contorni di quelle stanze, mi ha fatto inorridire in modo diverso. Ha toccato una corda che offende la natura umana, e che mi ha fatto decidere di scrivere questo post e al titolo da utilizzare per aprire questo discorso.
Mi chiedo spesso, dinnanzi a fatti che superano l'immaginabile, dove vada a finire il nostro sdegno. Sì... è come se si accumulasse, strato dopo strato, fino a formare un cristallo duro e tagliente, proprio come quello ora evocato dalle parole del mio titolo.
Non è fantasia da horror, né la semplice invocazione di una giustizia sommaria e fisica, è piuttosto l'estremo respiro di un'impotenza collettiva, che sente di aver toccato il suo limite. È il punto in cui la ragione, stanca di bussare alle porte dei tribunali, sogna un finale diverso, in cui il castigo sia pari all'orrore, sia pubblico e, soprattutto, sia definitivo.
Certo, la mia è un'immagine da antico codice, e forse nasce proprio da lì: dal bisogno primordiale di vedere un ordine restaurato in modo così plateale da cancellare, una volta per tutte, ogni ombra di dubbio, perché - ahimè - la realtà con cui ci confrontiamo è ben più opaca, più grigia!
È fatta di documenti – quelli sì, finalmente pubblicati – che formano una nebulosa di nomi, di voli, di indirizzi. Si parla di "files", una parola asettica che contiene universi di sofferenza, e non di quello che realmente fosse e cioè uno: "schifo".
Jeffrey Epstein non fu un mostro solitario; fu piuttosto un nodo, un collante, un raccordo tra soggetti deviati. La sua genialità perversa consistette proprio in questo: comprendere che il desiderio più oscuro, se protetto da abbastanza denaro e favori, poteva trasformarsi in una valuta, in una merce di scambio per una certa "élite".
Le sue ville, l'isola, gli aerei, non furono soltanto i teatri di un delitto, ma i luoghi di una perversa socialità, dove il potere non si limitava a coprire malefatte. Lì, in qualche modo, si banchettava. E il banchetto aveva un prezzo, pagato a scapito di aspiranti modelle e, in modo ancor più deplorevole, su vittime minorenni ignare.
È qui che il nostro sdegno si incrina e diventa perplessità. Perché leggere quei nomi – politici, imprenditori, magnati, intellettuali, artisti – non fornisce risposte, ma moltiplica le domande. Essere menzionati, ci viene giustamente ricordato, non è una condanna. Alcuni saranno stati ingenui frequentatori di un ambiente luccicante e certamente corrotto; altri, chissà, avranno visto e avranno distolto lo sguardo.
Il dubbio, però, si insinua come una nebbia: fino a che punto si può essere "solo" amici di un uomo che organizzava la propria esistenza attorno allo sfruttamento di donne, uomini, o peggio... adolescenti? Dove finisce la colpevole negligenza e inizia la complicità? Il vero rompicapo sta in questa zona grigia, in quel brusio di fondo di un mondo che, a certi livelli, ha forse chiuso un occhio, ha scambiato un sorriso, pur intravedendo il buio ai margini del tappeto rosso.
I social media hanno preso questa storia già contorta e l'hanno gettata nella fornace del caos. Hanno creato un cortocircuito letale tra il legittimo desiderio di giustizia e la sete morbosa di scandalo, fabbricando accuse a caso, mescolando vittime e carnefici in un unico, gigantesco spettacolo.
Questo rumore di fondo rischia di soffocare le voci vere, quelle delle sopravvissute, trasformando una tragedia umana in un campo di battaglia per teorie complottiste. Ci si ritrova così a dover lottare, paradossalmente, per preservare una verità già di per sé agghiacciante dalla distorsione della menzogna.
Alla fine, mi fermo a considerare il titolo da cui siamo partiti. Quella violenza verbale, quel desiderio di squarci e di sole cocente, è forse il gemello oscuro della nostra frustrazione. Rappresenta la tentazione di sostituire l'iter faticoso della giustizia – con i suoi cavilli e le sue attese – con un'icona immediata e sacrificale.
È un'idea comprensibile, ma resta un vicolo cieco. Perché la vera, difficile opera non è immaginare il castigo, ma decifrare il silenzio che ha permesso tutto ciò. È capire come una rete del genere abbia potuto tessersi alla luce del sole, intrecciata ai fili della finanza, della politica, dell'accademia e dello spettacolo.
Il sole sotto cui vorremmo appesi i colpevoli, forse, dovrebbe prima di tutto illuminare quelle stanze troppo a lungo rimaste in penombra. La giustizia, quando arriva, non ha lo spettacolo feroce di un'antica esecuzione, ma il volto austero di una condanna legale, o la paziente, ostinata raccolta di prove.
È meno narrativa, meno catartica. Ma è l'unica che può reggere il peso della storia, senza rischiare di trasformarci, nel desiderio di distruggere i mostri, in qualcosa che ad essi assomigli.
Io, nel mio sentire più viscerale, preferisco ancora la soluzione del titolo: appendere tutti a testa in giù, scuoiati. Ma soprattutto, ora, vorrei conoscere i nomi. I nomi dei miei connazionali che in quelle stanze ci sono stati, che a quelle feste hanno partecipato. Perché ho la sensazione, anzi la certezza, che ci siano.
Sì... vorrei sapere, una volta per tutte, chi ha banchettato in quel silenzio!
domenica 8 febbraio 2026
Preti? Sì, ma anche suore, e tutti, fino a un certo punto...
Quell’abuso subito da adolescente e portato dentro come una colpa segreta non è un caso isolato, è l’emblema di una dinamica perversa che la Chiesa ha troppo spesso gestito proteggendo sé stessa e non le vittime.
Mi torna in mente ciò che scrissi anni fa, nel 2010, a proposito di Ratzinger (poi diventato Papa...) - http://nicola-costanzo.blogspot.com/2010/04/ratzinger-ha-il-coraggio-di-parlare-di.html - e di quella lettera del 2001 che ribadiva il contenuto de “Instruction de modo procedendi in causis sollicitationis” del 1962.
Un documento che per decenni è rimasto nascosto, circolato solo tra i vescovi, una sorta di manuale di sopravvivenza istituzionale. In quelle pagine si ordinava che un minore che avesse denunciato un abuso da parte di un sacerdote dovesse giurare il segreto perpetuo, sotto pena di scomunica. Si chiudeva la bocca alle vittime nel nome di una ragion di Chiesa che schiacciava ogni ragion di umanità. E quanti intellettuali, teologi di grido, hanno costruito castelli di sofismi per giustificare o minimizzare tutto ciò? L’abiura della verità è stata spesso firmata con l’inchiostro della complicità intellettuale.
D'altronde, e qui mi si consenta di aprire una necessaria parentesi storica, come non ricordare quanto emerso da un rapporto di 560 pagine, frutto di un'indagine giudiziaria e pubblicato nel 2021. Il documento, ottenuto dal "Daily Beast" e riguardante l'arcidiocesi di Colonia, rivela una delle pagine più buie: suore tedesche avrebbero venduto bambini orfani a ricchi sacerdoti e uomini d'affari affinché ne abusassero sessualmente, in un sistema attivo tra gli anni Sessanta e Settanta.
Il rapporto racconta di almeno 175 bambini, per l'80% ragazzi tra gli 8 e i 14 anni, ridotti a schiavi sessuali per un ventennio, a cui fu persino deliberatamente negata la possibilità di essere adottati per mantenerli nella rete degli abusi. Questo non è un caso isolato, ma un tassello atroce di un mosaico più vasto. Un successivo rapporto indipendente sull'arcidiocesi di Colonia, coprendo il periodo fino al 2018, ha identificato 314 vittime minorenni e 202 aggressori. E uno studio commissionato dalla stessa Chiesa tedesca ha documentato, per il periodo 1946-2014, l'abuso di 3.677 minori da parte di 1.670 religiosi, definendolo solo "la punta dell'iceberg". Lo schema è sempre lo stesso: un sistema gerarchico e autoreferenziale che per decenni ha scelto di proteggere se stesso, trasferendo i preti colpevoli, insabbiando le prove e, come accaduto a Friburgo, distruggendo documenti con la priorità di salvaguardare l'immagine dell'istituzione piuttosto che le vite dei bambini.
Continuando... il prete ha aggiunto nella lettera, quasi di sfuggita: “Non sono l’unico. Ci sono migliaia di sacerdoti che intrattengono rapporti con donne o con uomini”. È una frase che apre scenari di un’ipocrisia quotidiana e diffusa.
Non parla solo di quelle relazioni eterosessuali che talvolta affiorano, con le cosiddette “purpere”, donne devote e amanti, da cui a volte nascono figli mai riconosciuti. Parla anche di altro. Parla di quella doppia vita che serpeggia nei seminari, nelle canoniche, nei monasteri dove si vivono situazioni ambigue, spesso tollerate purché discrete.
Parla della frequentazione di locali omosessuali in tante città, di quella sotto-cultura che esiste mentre dall’alto si lanciano anatemi. Parla di quanti, dentro la tonaca, vivono un’identità LBTG soffocata, in particolare mi viene da pensare a quelli il cui corpo è di uomini ma che sin dall’adolescenza si sentono donne, o viceversa, costretti a una recita perpetua in un sistema che nega loro persino la possibilità di un dialogo interiore sincero. È la grande menzogna di un’istituzione che pretende una purezza formale mentre accetta, quando non nasconde, una realtà umana ben più complessa e spesso dolorosa.
Il suo desiderio di paternità, così semplice e umano, stride fino a far male con l’ideale di un celibato presentato come scelta radicale e libera, ma che in troppi casi si rivela una gabbia che porta a doppie vite, a sofferenze inespresse, a ipocrisie corrosive. Lui ha avuto il coraggio, dopo una malattia grave e una solitudine che lo ha spezzato, di dire basta. Di chiedere di uscire.
Quanti altri restano dentro, divisi, lacerati, magari cercando conforto in relazioni clandestine o cadendo in dipendenze, come lui stesso racconta di aver fatto con l’alcol? La Chiesa, dice, in questo percorso gli è stata madre, lo ha accompagnato. Ed è un bene per lui, personalmente. Ma questo non cancella il fatto che sia la stessa madre-Chiesa ad aver creato, con le sue regole inflessibili e la sua cultura del segreto, il terreno in cui fioriscono tali drammi.
La sua storia finisce con il ritorno al paese, alla ricerca di una vita “più vera e più umana”. È un finale che sa di speranza, per lui. Ma per l’istituzione da cui esce, resta una domanda enorme e incombente: Sì... fino a quando si continuerà a preferire la perfezione di una facciata all’accoglienza disordinata della verità? Fino a quando si custodiranno più i documenti segreti che le vite delle persone?
La lettera di questo prete, nella sua fragile onestà, è un’accusa più potente di mille denunce. Perché mostra, senza volerlo, che il problema non è un prete che “cade”, ma un sistema che, per non ammettere la caduta di tutti, ha costruito un labirinto di silenzi dove la vittima più grande, alla fine, è sempre la verità!
sabato 7 febbraio 2026
L'invisibile - La cattura di Matteo Messina Denaro – solo per tutti coloro che non volevano prenderlo.
La creai per un post di venerdì 8 ottobre 2021, intitolato “Alla ricerca di Matteo Messina Denaro” – http://nicola-costanzo.blogspot.com/2021/10/alla-ricerca-di-matteo-messina-denaro.html, al suo interno tra l'altro, trovate anche la gif, senza occhiali...
La pubblicai allora come un esperimento, ora quell’immagine mi parla di altro. Già... non mi dice “bravo, avevi intuito le sue fattezze”, mi urla, piuttosto, una domanda scomoda: se un semplice blogger, armato di software e una manciata di foto sgranate, poteva ricostruire con tale precisione il volto del più ricercato d’Italia, cosa facevano da trent’anni coloro che avevano il dovere, i mezzi e il potere di trovarlo per davvero?
Eppure, il solo fatto che un uomo del suo passato abbia potuto proporre una simile ipotesi dovrebbe farci rabbrividire, perché ci dice che, nell’immaginario di chi certe dinamiche le conosce, il confine tra cattura e consegna può essere labilissimo. È una storia che non vogliamo sentire, perché sfida la nostra necessità di eroi e di finali netti.
Dalla stanchezza di una nuova generazione per le favole nere dei padri, il resto come si sa... è soltanto televisione...
venerdì 6 febbraio 2026
FUTURO NAZIONALE. Generale Vannacci: Chi mi ama mi segua.
Dietro questa scelta grafica c’è un messaggio forte: il generale non si pone come un moderato, ma come il rappresentante di una destra che definisce “vera, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura, contagiosa”. Una promessa di netta discontinuità da ciò che viene percepito come il “linguaggio misurato” e le “vie di mezzo” della politica attuale, di cui molti italiani sarebbero stufi.
Questo slancio si concretizza in un programma strutturato attorno alla parola “VITALE”, declinata in sei pilastri. Si parte dalle Virtù militari di coraggio e dovere, si passa per l’Identità nazionale posta al di sopra delle istituzioni, per arrivare alla difesa delle Tradizioni, viste come radici da proteggere da fenomeni come l’immigrazione di massa, definita un fattore di disgregazione sociale.
L’Amore è quello per la famiglia “conforme alla natura”, fondata sull’unione di un uomo e una donna. La Libertà si traduce nel diritto all’autodifesa estrema e nella proprietà. Infine, l’Eccellenza è il rifiuto della mediocrazia a favore di un Paese che premi il merito. Un manifesto che, nella sua coerenza radicale, vuole essere una risposta a un Paese che Vannacci descrive come una “polveriera pronta a deflagrare”, piena di energia repressa e merito non riconosciuto.
Ed è proprio questa proposta a scuotere gli equilibri del centrodestra, come dimostra il primo sondaggio che misura il potenziale di Futuro Nazionale. La rilevazione di YouTrend lo colloca al 4.2%, superando quindi sia l’attuale soglia di sbarramento del 3% sia quella del 4% in discussione. Il dato più significativo, però, è l’origine di questi consensi. Il nuovo partito attinge principalmente dall’area della destra parlamentare, sottraendo più voti a Fratelli d’Italia (-1.1%) che alla Lega (-0.9%), con un impatto minore su Forza Italia.
Questo conferma che Vannacci agisce più come un fattore di redistribuzione interna alla coalizione di governo che come un attrattore di nuovi elettori, dato che solo il 13.5% proverrebbe da indecisi o astenuti. È qui che si annida il vero incubo per il governo: la prospettiva di un’erosione costante che, in uno scenario elettorale, potrebbe compromettere la maggioranza e forse è proprio questa la forza di questo nuovo partito, raccogliere tutti quei cittadini delusi dalla politica, da questo governo, dai suoi interpreti, anche di quelli dell'opposizione, che si dimostrano essere - mi riferisco al Pd - solo a voce contrari, ma quando si tratta di votare contro un soggetto di quel sistema, in particolare quando si tratta di proteggere uno di loro, vedasi il far valere le immunità parlamentari, ecco che improvvisamente non esiste opposizione, ma unione (chissà forse dobbiamo pensare di quanto ciascuno di essi sia compromesso...) d'intenti.
La reazione dei partiti di governo non si è fatta attendere e spiega la durezza degli attacchi personali. Da una parte c’è la delusione amara di Matteo Salvini, che ha accolto Vannacci quando “aveva tutti contro” e lo ha promosso a vicesegretario, sentendosi tradito nella lealtà. Dall’altra, c’è la preoccupazione di Fratelli d’Italia, che vede scalfita la sua egemonia sull’area sovranista.
Gli attacchi alla persona, il dipingerlo come un corpo estraneo o un nostalgico, nascondono il timore concreto per quei punti percentuali che, secondo le proiezioni, potrebbero oscillare tra il 4.5 e il 7%, numeri sufficienti a destabilizzare una coalizione. Il vero terrore è che il generale riesca a catalizzare il malcontento di quella parte di Paese che aspetta qualcuno che stravolga un sistema percepito come casta, clientelare e avverso alla meritocrazia, promettendo invece “l’unica destra che io conosca”.
"Per questo, oggi più che mai, il messaggio del generale - 'Chi mi ama, mi segua' - risuona come una sfida diretta e un appello alla mobilitazione e chissà se, sulla spinta di questa rinnovata energia, non possa finalmente nascere insieme a "Futuro Nazionale" un'altra alternativa, sì... in grado di destabilizzare definitivamente questo sistema partitocratico, che negli anni si è dimostrato non solo fallimentare, ma soprattutto, profondamente e certamente colluso."
giovedì 5 febbraio 2026
Evangelico, Cattolico e Testimone di Geova: quando la generosità ha un perimetro!
Auspico di averle fatte sorridere, ma come spesso accade con l’umorismo, il sorriso si placa presto e lascia spazio alle riflessione, perché quella immagine del cerchio tracciato per terra, in tutti e tre i casi, mi è sembrata all’improvviso tremendamente familiare.
Quante volte, nel nostro desiderio di essere a posto, di fare il nostro dovere, ci ritroviamo a tracciare linee invisibili proprio così? Definiamo confini netti tra ciò che diamo e ciò che teniamo, tra il sacro e il profano, tra l’impegno e il riserbo, illudendoci che la generosità sia una questione di geometria, di calcoli precisi su ciò che sta dentro o fuori da un’area che noi stessi delimitiamo.
L’evangelico della storiella conserva con cura ciò che esce dal cerchio. Il cattolico, capovolgendo la formula, sembra più magnanimo, ma resta pur sempre ancorato alla logica della separazione. E il testimone di Geova, con un’arguzia che fa sorridere amaramente, rivela forse la tentazione più sottile: quella di considerare nostro solo ciò che è tangibile, solido, che “tocca terra”, mentre deleghiamo al cielo tutto ciò che è evanescente e sfuggente. È uno specchio impietoso, questo gioco di cerchi e monete lanciate in aria, che riflette una nostra fatica quotidiana: voler dare, sì, ma senza mai uscire veramente da noi stessi, senza che il gesto ci costi una reale, disarmante apertura.
E allora mi chiedo se il punto non stia proprio in quel cerchio che, nella battuta finale, alla fine scompare. “Io, addirittura senza cerchio…” dice l’ultimo personaggio, e in quelle parole sento una provocazione che va oltre l’intento comico. Perché la carità cristiana, l’aiuto autentico, il rispetto che sgorga dal riconoscere l’altro, forse cominciano davvero quando smettiamo di tracciare perimetri.
Quando il nostro dono smette di essere una parte ritagliata dal “nostro” per diventare il segno di un’appartenenza più grande, che non conosce confini di proprietà. Non si tratta tanto di quanto va “al Signore” e quanto resta “a me”, come se fossero due regni distinti. Si tratta di comprendere, lentamente, che tutto è grazia ricevuta. E che la nostra libertà più matura si esprime proprio nel far circolare ciò che abbiamo, non per obbligo o per misura, ma per una gratitudine che naturalmente trabocca.
È un passaggio delicato, che trasforma ogni gesto. Portare un aiuto, ascoltare, fare spazio, smette di essere un’operazione aritmetica e diventa un incontro. Il rispetto non è più una regola da applicare, ma la logica conseguenza di aver intravisto nell’altro un riflesso unico e prezioso.
Quando gettiamo in aria le nostre risorse, il nostro tempo, le nostre attenzioni, senza più il cerchio rassicurante a terra, forse iniziamo a capire che nulla di ciò che doniamo con amore va realmente perso. Tutto si trasforma, tutto rimane, in un certo senso, “in aria”, nel regno invisibile ma reale della comunione che ci lega.
Alla fine della barzelletta, si ride, ed è giusto così, perché ridere di queste nostre piccole meschinità calcolate è già un primo passo per disinnescarle. Forse la generosità più vera è proprio quella che, dopo aver sorriso delle proprie paure, sa lasciare andare la calcolatrice del cuore. Scopre, con una quieta meraviglia, che la gioia più grande sta proprio nel donare senza controllare ossessivamente dove il nostro dono andrà a cadere.
Perché, in fondo, se tutto è dono, allora tutto può diventare, con infinita semplicità, uno strumento di condivisione. E in quel gesto libero, finalmente senza cerchi, ritroviamo il senso più vero dell’essere comunità: non un luogo di confronto su chi sia più generoso, ma uno spazio dove la generosità, finalmente, può semplicemente respirare.
A Marcella e Antonella.
mercoledì 4 febbraio 2026
Oltre Niscemi. Un silenzioso allarme per altre due città, di cui è capoluogo!
Penso a ciò, avendo avuto conferma stamani delle mie preoccupazioni - da parte di un amico geologo - che confermava la presenza di strati di sabbia che poggiano su depositi argillosi e dove l’acqua di questi giorni sia penetrata in grandi quantità, agendo di fatto come un lubrificante, innescando quello scorrimento profondo lungo un fronte di chilometri.
Per meglio capire quanto sopra, vi consiglio di vedere il video pubblicato su “Youtube”, dal progetto editoriale indipendente “Geopop”, nel quale potete osservare in maniera chiara cosa è accaduto a Niscemi dal punto di vista geologico; questo è il link: https://www.youtube.com/watch?v=v98N4kQ52io
E riflettevo inoltre sul fatto che questa non è un’anomalia, ma una condizione stratigrafica presente in tantissime parti d’Italia, in regioni come l’Emilia-Romagna, la costa adriatica, la Toscana e, appunto, la Sicilia.
Già… luoghi dove un tempo, per comodità, si costruiva su quei tabulati asciutti, senza la piena consapevolezza del rischio che si celava sotto. Ora quella consapevolezza purtroppo c’è, e ci obbliga a guardare in faccia una verità scomoda.
Per questo la mia mente corre ora a due centri urbani importanti della mia isola, un capoluogo e una grande città, che condividono quelle stesse caratteristiche geologiche. Immagino la loro struttura nascosta, le sabbie che fanno da fondamenta all’espansione urbana del dopoguerra, alle argille sottostanti che potrebbero, in condizioni di piogge prolungate e di una manutenzione carente delle reti idriche e fognarie, comportarsi nello stesso modo di quanto sta accadendo ora a Niscemi.
Il mio amico esperto ha sottolineato come per queste frane grandi, a differenza di quelle piccole, il legame con l’evento meteorologico non sia immediato, servano tempo e un lento accumulo d’acqua. Ma questo le rende subdole, difficili da prevedere nel breve termine, e forse per questo più trascurate o meno controllate da chi dovrebbe o quantomeno è pagato per farlo.
Scelgo deliberatamente di non fare i nomi di queste città. So che potrebbe sembrare un’omissione, o una forma di eccessiva cautela. Ma il mio intento non è seminare allarme tra i cittadini che vi abitano o creare un’ansia diffusa e incontrollata che potrebbe sfociare in panico. Sin d’ora resto a disposizione dell’autorità di vigilanza del territorio per indicare i nomi di quelle realtà, ma soprattutto i punti esatti dove ciò possa eventualmente accadere.
Il mio obiettivo difatti è rivolto prettamente a chi ha gli strumenti e la responsabilità di agire. Parlo quindi alla Protezione Civile, al Governo nazionale, alla Regione, ai Comuni, a tutte quelle forze di controllo che devono vigilare sul territorio. Ed a loro vorrei chiedere: esiste una mappatura chiara di queste criticità? La manutenzione del reticolo idrico e stradale in quelle aree è considerata una priorità assoluta? Oppure si aspetta, come troppo spesso accade in questo nostro Paese, che il campanello d’allarme suoni sotto forma di boati o di crepe nelle murature?
Ho letto tra l’altro in questi giorni in un sito web di un esperto che ha parlato di oltre 650mila frane cartografate in Italia, un numero da record europeo che di per sé dovrebbe essere un monito continuo per tutti. Aggiungendo altresì che il costo di una mappatura costante e aggiornata, seppur significativo, è di gran lunga inferiore ai milioni necessari per intervenire dopo che un disastro accada.
Eppure, da quanto sopra sembra che non vi sia stato alcun interesse a investire in conoscenza territoriale. Ed è questo il punto che mi porta a scrivere oggi, sì… Mentre giustamente tutte le attenzioni sono rivolte a quel paese ferito, ma nel far ciò, non possiamo permetterci di abbassare la guardia altrove, in contesti urbani anche più vasti e complessi, dove le conseguenze di un evento simile sarebbero inimmaginabili.
Perciò ripeto, non faccio nomi, ma lancio un appello preciso a chi è preposto alla sicurezza del territorio. Cosa che farò a giorni in maniera formale – appena in possesso della documentazione richiesta al mio amico geologo, il quale, premetto, si è reso sin da subito disponibile ad incontrare insieme a me le autorità competenti) – affinché si possano evidenziare in maniera celere i rischi attualmente presenti su quei particolari territori.
Se preferite comunque fare a meno di questa (gratuita) collaborazione, allora vi chiedo gentilmente di usare i dati già in vostro possesso, le conoscenze geologiche del territorio, le mappe di pericolosità che esistono e concentrare quindi gli sforzi non solo sulla risposta all’emergenza, ma sulla prevenzione ossessiva, sulla manutenzione meticolosa, sul fermare il consumo di suolo in quelle aree fragili.
Comprendo perfettamente che la frana di Niscemi sia in questo preciso momento la drammatizzazione di un rischio che potrebbe – ahimè – ancora continuare. Ma agire solo lì, dimenticando le altre realtà gemelle, sarebbe un errore imperdonabile.
La vera domanda quindi, non è se possa accadere altrove, ma dove e soprattutto se si è abbastanza vigili da accorgersene in tempo per evitare, per l’ennesima volta, il peggio!
martedì 3 febbraio 2026
Fabrizio Corona: Verità, falsità e il peso del silenzio. Il patto invisibile del potere.
Al centro c’è un nome, Fabrizio Corona, e il suo format “Falsissimo”, una serie di rivelazioni tanto esplosive quanto abilmente confezionate (sicuramente... anche per generare profitto, d'altronde si parla di centinaia di migliaia di euro al mese).
Ciò che accade intorno a questo nome, però, racconta molto più della persona: rivela un intero mondo, quello dello spettacolo e del potere, che sembra paralizzato. Ma in fondo non è che la solita, antica e ben oliata routine del compromesso.
La vicenda è ormai nota a tutti. Fabrizio Corona, con una lunga storia giudiziaria (che include condanne per estorsione), ha lanciato attacchi durissimi contro un sistema, coinvolgendo nomi pubblici noti. In quelle sue puntate (che trovate in tutti i social) piene di accuse, di pressioni e di piaceri sessuali promessi in cambio di un favore, hanno raggiunto ormai milioni e milioni di visualizzazioni.
Ovviamente la reazione legale non si è fatta attendere e così la magistratura ha ordinato la rimozione di tutti i contenuti su quei personaggi e sulla stessa società chiamata in causa, attraverso una diffida per "violazione di copyright", facendo cancellare l’ultima puntata che doveva andare in onda in abbonamento, in un social.
Un dettaglio, quello del copyright, che definirei "illuminante", sì... perché non è stata la gravità delle accuse, la violenza verbale o la potenziale diffamazione a far abbassare il sipario in modo così efficace, ma la violazione di una proprietà intellettuale.
E' come se il sistema avesse trovato una leva tecnica, asettica, per disinnescare una bomba morale, aggirando il merito scomodo delle domande poste. E qui, il primo silenzio si fa sentire: il silenzio sul merito stesso! La società ha sin da subito replicato definendo tutto “menzogne e falsità”, ma la discussione pubblica è stata immediatamente deviata su un terreno legale e commerciale, lasciando così le domande di fondo sospese in un vuoto "assordante", perché è proprio in questo vuoto che si insinua la perplessità più profonda.
Dove sono le voci di coloro che sono stati "indirettamente" chiamati in causa? Tutti quei personaggi pubblici che sono stati esposti alla gogna mediatica, auspico abbiano in questi giorni denunciato il Corona o si sono astenuti? Ed ancora, perché chi è stato mesi fa “buttato fuori” da certi programmi televisivi ha risposto a quelle "calunnie" solo attraverso i social, in modo difensivo, e non è corso immediatamente in Procura o presso gli studi legali a sporgere denuncia per diffamazione?
La risposta più inquietante, e che molti di noi sospettano, è che il silenzio non sia dettato dalla mancanza di offesa, ma da un calcolo. Denunciare Corona significherebbe certo mettersi nelle mani della magistratura, ma aprirebbe un processo in cui lui - ovviamente per difendersi - potrebbe essere chiamato a esibire “in quelle sedi opportune” (ahimè pubbliche...), tutta la documentazione che finora ha detto di possedere (quantomeno questo è ciò che ho compreso io...).
Questa scelta, infatti, potrebbe dipendere da diverse considerazioni strategiche:
L'effetto amplificazione: Rispondere ufficialmente può dare ulteriore visibilità e risonanza alle accuse, anche se false, rischiando di danneggiare ulteriormente la propria reputazione.
Sfiducia nell'efficacia: In un ecosistema digitale dove i contenuti diventano virali in poche ore, una procedura legale – spesso lunga – potrebbe non fermare tempestivamente il danno reputazionale già in corso.
Bilanciamento costi/benefici: Intraprendere una causa legale comporta costi economici, di tempo ed esposizione mediatica. Per alcuni, potrebbe non valerne la pena rispetto alla possibilità che l'interesse pubblico si sposti presto su altre notizie.
Già... un ribaltamento del tavolo che nessuno sembra volere. Forse, dobbiamo pensare che qualcuno preferisca sperare che il proprio silenzio venga premiato: chissà... con una nuova chance, con una mano tesa, con un silenzio reciproco? È il compromesso nella sua forma più pura: io non alzo la voce contro di te, e tu non alzi ulteriormente il volume contro di me. Sopravviviamo entrambi, intatti nella nostra rispettabile vulnerabilità.
Questo meccanismo non opera solo a livello individuale, ma si estende a tutto l’ecosistema mediatico, già... osservate il silenzio ufficiale, quasi una “pax” prestabilita tra competitori. Basti osservare tutti quei concorrenti, che in altri frangenti, non esiterebbero a trasformare lo scandalo altrui in oro per gli ascolti, qui se ne stanno alla larga. È come se vi fosse un tacito accordo di non belligeranza su certi terreni scivolosi, una consapevolezza che oggi abbassi l’ascia su di me, perché domani quella stessa ascia potrebbe rivoltarsi contro di te!
D'altronde chi dovrebbe scrivere, parlare, spesso, è stipendiato o legato a doppio filo a certi editori, e dunque la sua voce è calibrata, cauta, mai del tutto schierata. Il risultato è una narrazione pubblica monca, dove la battaglia si sposta su questioni secondarie, ad esempio la violazione del copyright, la sanzione pecuniaria, mentre il cuore della questione, quel presunto scambio tra ambizione e coercizione morale, resta avvolto nelle nebbie del "non detto".
Alla fine, ciò che ci interroga non è la veridicità o la falsità delle singole accuse di Corona, su cui, ricordiamolo, la magistratura sta indagando separatamente, ma il riflesso che questa storia proietta sul nostro mondo.
Ci mostra come il potere, in tutte le sue forme (finanziario, manageriale, politico, ma anche soltanto di semplice visibilità...) possa funzionare, non solo attraverso imposizioni plateali, ma attraverso la seduzione silenziosa del compromesso. L’obiettivo da raggiungere - un posto in tv, una carriera, un sogno - diventa così luminoso da accecare, e la strada per ottenerlo si fa grigia, fatta di piccoli piegamenti, di sguardi alti, di accordi sottobanco.
Chi si piega non è necessariamente una vittima senza scampo; a volte è un complice attivo di un sistema che sa che il suo carburante più potente non è la forza bruta, ma la speranza, sì... la speranza di farcela, a qualsiasi costo.
E così mentre noi telespettatori, restiamo a guardare questo strano spettacolo di fuochi d’artificio verbali e silenzi di tomba, la domanda vera non è “Chi ha ragione?”, ma: “Quanto costa, in dignità e verità, il prezzo del successo che in molti accettano di pagare?”.
Ed il silenzio, purtroppo, è la risposta che già conoscono!
lunedì 2 febbraio 2026
IRAN: Un cerchio di sangue e sospetti che, alla fine, potrebbe chiudersi proprio su chi l'ha aperto.
Ed allora mi chiedo cosa rimanga del significato originario di quella parola, quando ormai è diventata merce di scambio nelle trattative internazionali, o peggio, l'incipit di una condanna a morte pronunciata da uno Stato contro la propria gente.
Perché è questo l'esito estremo di quel linguaggio avvelenato: dal 10 gennaio, il Procuratore generale e i giudici iraniani condannano pubblicamente i manifestanti come "mohareb": coloro che muovono guerra a Dio, un reato punibile con l'esecuzione capitale!
Ecco il terrorismo vero - quello che semina paura tra la gente comune, che colpisce chi non ha voce nelle cancellerie - quello si nutre proprio di questa spirale di ritorsioni verbali che sfociano in provvedimenti concreti e spietati.
Ogni volta che uno Stato alza la posta con una dichiarazione simbolica, si allontana di un passo dalla possibilità di sedersi a un tavolo e parlare da esseri umani. E intanto i cittadini, da una parte e dall'altra del mondo, pagano il prezzo di un linguaggio che ha smarrito la sua capacità di costruire ponti, sostituita dalla volontà di erigere muri di paura e silenzio.
Non si tratta di giustificare o condannare una parte contro l'altra: sarebbe ingenuo e soprattutto fuorviante. Si tratta piuttosto di osservare con lucidità come certe decisioni, prese forse per rafforzare una posizione interna o per compiacere alleati lontani, finiscano per irrigidire ulteriormente un sistema già fragile. La Guida Suprema Ali Khamenei, il 3 gennaio, ha definito i manifestanti "rivoltosi e da rimettere al loro posto", e da quel momento la repressione ha assunto caratteristiche militari senza precedenti.
Comprendo i tempi della diplomazia - anche se non li approvo - tempi che solitamente richiedono pazienza, capacità di guardare oltre l'offesa immediata, un respiro lungo che troppo spesso manca quando prevale la logica dello scontro frontale, quando si invita pubblicamente la magistratura a non mostrare "alcuna clemenza".
E così quel respiro si spegne nel piombo: forze di sicurezza posizionate sui tetti sparano con fucili e pallini di metallo, spesso mirando alla testa e al torace di persone inermi, mentre gli ospedali vengono presi d'assalto e i feriti strappati dalle corsie per paura di essere arrestati.
E mentre i nostri parlamenti si scambiano accuse come fossero biglietti da visita, mi torna in mente una semplice verità da cantiere: quando due muratori litigano sulle fondamenta, è l'intero edificio a rischiare di crollare.
Oggi, le fondamenta della società iraniana sono scosse da una crisi economica profondissima, dal crollo della valuta nazionale e dalla disperazione per servizi essenziali negati, mentre la risposta dello Stato è un blackout informativo totale che isola oltre novanta milioni di persone dal mondo, e pattuglie pesanti che impongono coprifuoco in una situazione di controllo militarizzato.
Non servono quindi gesti plateali per dimostrare forza, servono mani capaci di impastare il cemento del dialogo anche quando l'aria è piena di polvere e rancore, perché alla fine, a pagare lo scotto di queste dichiarazioni incrociate non saranno i politici nei loro uffici, ma chi ogni giorno spera di attraversare una strada, commerciare un bene, sciogliersi i capelli, studiare ed esporre le proprie idee, vivere semplicemente liberi, senza il peso costante della paura.
Basta quindi a famiglie a cui viene imposto di seppellire i propri cari nella notte, sotto stretta sorveglianza, parenti costretti a dichiarare falsamente che i figli uccisi erano membri dei Basij, solo per riaverne il corpo; già... come quel padre, ripreso in una video-propaganda di regime, che ripete a comando la versione dello Stato sulla morte della propria bambina di due anni.
Forse il vero atto rivoluzionario oggi non è dichiarare qualcuno terrorista, ma rifiutarsi di entrare nel gioco delle etichette e ricordare a tutti che dietro ogni bandiera ci sono volti, storie, desideri di pace che nessuna risoluzione parlamentare potrà mai cancellare.
È ascoltare il grido che viene da Kahrizak, dove i video mostrano oltre duecento sacchi per cadaveri ammassati in un obitorio improvvisato, o la disperazione di chi cerca un figlio scomparso dopo un raid notturno in casa. È riconoscere che l'impunità sistematica per i crimini del passato ha alimentato questa nuova ondata di violenza, e che senza una svolta reale, le minacce lanciate oggi dai palazzi del potere verso il mondo esterno saranno nulla rispetto al crollo che si prepara dentro.
Perché quando un regime, per sostenersi, deve sparare sulla propria gioventù, oscurare internet e minacciare le madri in lutto, ha già perso ogni legittimità agli occhi della storia e, soprattutto, del suo stesso popolo.
E a quel punto, ai suoi vertici e alle loro famiglie, non resta che una strada: accettare l'offerta di un esilio dorato verso una terra ancora amica, con i lingotti d'oro frutto di decenni di saccheggio stretti al petto, e partire immediatamente.
Perché l'alternativa potrebbe essere che dall'Iran non esca più nessuno, e che qualsivoglia aereo in partenza venga fatto precipitare – già, lo stesso metodo cinicamente sperimentato e poi fatto passare per un disastro aereo, utile a epurare in un colpo solo l'allora presidente Ebrahim Raisi e i suoi alti esponenti.
Un cerchio di sangue e sospetti che, alla fine, potrebbe chiudersi proprio su chi l'ha aperto.
domenica 1 febbraio 2026
Mpare... comu veni si cunta!
Quante volte l’abbiamo sentito e quante volte l’abbiamo pronunciato, magari alzando le spalle con quel nostro mezzo sorriso che sa di sfottò o di prendere le distanze.
È vero, c’è una profonda saggezza in queste parole, una specie di pazienza antica che profuma di questa terra e di questo mare. Il voler accettare le cose come vengono, raccontarle poi per come sono state, senza provare a indorarle troppo...
C’è quasi una dignità in questo, una forza tranquilla che sembra dire: il mondo gira, e noi con lui, ed urlare... non è necessario.
Però, mpare, a volte mi fermo a pensare e mi chiedo se quel bellissimo “lasciar scorrere”, non si sia col tempo, un po’ troppo assopito. Già... se non si sia trasformato in una coperta di lana o una comoda poltrona dove aspettare che le cose semplicemente accadano. La filosofia diventa allora un pretesto, il “carpe diem siculo" si svuota del suo coraggio e si riempie di una strana inerzia.
Si aspetta l’evento ineluttabile, si osserva da lontano, si spera solo di sopravvivere per poterlo un giorno raccontare. “Mancia, vive e sinni futte”, si dice. E mentre si vive e si fugge, il mondo intorno prende le sue forme, spesso senza di noi, mpare... è questo che mi lascia perplesso...
La nostra terra è un miracolo continuo, un crocevia di storia e di coraggio che ha sfidato imperi, eppure, a volte, sembriamo aver ereditato solo la pazienza del contadino che aspetta la pioggia e non la sua capacità di costruire un sistema di raccolta di acque piovane per quando la pioggia non arriva.
Quanti stanno in disparte, come se la storia fosse uno spettacolo a cui si assiste, e non una casa che si costruisce mattone dopo mattone? La maggior parte aspetta che qualcun altro risolva, che l’evento “vena” da sé, che il finale si scriva da solo e nell’attesa, si commenta, si racconta, ci si arrangia...
Ma “comu venu si cunta” non era questo, non doveva essere questo. Il raccontare, alla fine, era il sigillo sull’azione compiuta, non il surrogato dell’azione mai intrapresa! Era il vecchio marinaio che narrava la tempesta superata, non quello che dalla riva descriveva le onde che vedeva all’orizzonte.
La bellezza sta nell’affrontare, nel prendere quel “comu venu” e maneggiarlo, dargli una forma con le proprie mani, anche solo per spostarlo di un centimetro. E poi, sì, allora, raccontare. Perché la storia che vale la pena di raccontare è quella in cui ci si è immersi, rischiando la pelle, non quella che si è solo osservata da una comoda ombra.
Mpare, è ora di riprenderci la parte coraggiosa del proverbio e di ricordare a tutti i nostri conterranei che prima di “si cunta” viene “veni”, che non siamo spettatori di quel che viene, ma che siamo noi, con le nostre mani e soprattutto le nostre scelte, a farlo “venire”!
Altrimenti il rischio è che la storia la raccontino sempre gli stessi, quei pochi temerari, sì... come noi. E agli altri, ai troppi, resti il ruolo di comparse di quello stesso racconto. E questo, credimi, non è un bell’epitaffio per un popolo che ha il mare negli occhi e il fuoco della storia sotto i piedi!
sabato 31 gennaio 2026
Minch... devo rispondere a Trump!
La tentazione sarebbe quella di parlare con lui di geopolitica, di demolire quei muri alzati per dividere confini e popoli, di finirla con invasioni e conflitti compiuti in maniera arbitraria, ma la mia mente - quasi per analogia mi riporta nuovamente ai cantieri che ho diretto, alle piogge improvvise che fermavano i lavori, alle liti tra soci sulle varianti in corso d'opera, ai permessi bloccati per mesi che facevano marcire persino i progetto più ambiziosi - quasi mi volesse ricordare che costruire non è mai un atto di potere, ma di ascolto: ascolto del territorio, dei cittadini, ancor prima dei materiali o delle norme che - per quanto il più delle volte ignorate - servono per non far crollare città, paesi e infrastrutture.
Perché le norme, per quanto lente, sbagliate, da correggere, esistono, sì... per non far crollare ciò che si erge: non solo strutture, edifici, ma comunità, fiducia, futuro. E così mentre il telefono continua a vibrare, immagino la sua voce dall'altra parte, pronta a semplificare il mondo in frasi secche, mentre io qui fatico a spiegare persino a un mio amico perché nel realizzare un solaio non si improvvisa.
Chiunque al mio posto si chiederebbe: cosa posso dire a un uomo abituato ai riflettori, alle dichiarazioni a caratteri cubitali, alle certezze urlate? Ed anch'io che per mestiere ho imparato che ogni muro di contenimento richiede pazienza, che ogni strato di costipazione ferroviario va verificato, più e più volte, che la sicurezza non è uno slogan ma un calcolo preciso fatto di prevenzione e responsabilità, mi sento un fremito nella voce.
E difatti, mentre il telefono continua ancora vibrare, immagino la sua voce dall'altra parte, pronta a chiedersi perché uno come me, non stia immediatamente rispondendo, già... a differenza di egli che tenta di semplificare il mondo come fossero tweet, senza spiegare i motivi di quelle sue decisioni e ancor meno chiedersi per un istante se quanto posto in atto, fosse realmente corretto.
Sì... c'è qualcosa di profondamente surreale nel dover sintetizzare in poche parole le ansie di questi anni, ad esempio, il clima internazionale che muta come un temporale estivo, le città che tremano sotto il peso delle bombe a causa di decisioni prese in stanze lontane, la burocrazia che avvolge ogni cosa come nebbia fitta, nascondendo qualsiasi prospettiva.
Ed allora, per l'ennesima volta, la mia vita si ritrova a lottare, sì... contro chi decide senza competenza, contro chi blocca senza motivi, ma d'altronde, cosa potrei aggiungere a un dibattito globale sepolto sotto strati di retorica? Forse questo: che ogni grande questione si risolve seduti intorno a un tavolo, con calma, nel dettaglio, parlando in maniera serena e senza alzare la voce.
Così la mano resta sospesa sopra il telefono rosso, non per paura, né per mancanza di rispetto, ma per una forma di riguardo verso la complessità del momento che stiamo attraversando. Penso a tutte le persone che oggi soffrono, in Ucraina, a Gaza, in Sudan, Sahel (Burkina Faso, Mali, Niger), Myanmar, Repubblica Democratica del Congo (RDC), Somalia, Mozambico, ma anche in quelle "micce ad orologeria" pronte ad esplodere come Venezuela, Iran, Cuba, Penisola Coreana, Taiwan, Sud-est asiatico, Siria, Yemen, sì... rifletto su tutte quelle terre in cui la guerra ha sostituito il dialogo, dove il rumore delle armi ha soffocato la voce della ragione.
Perché certe domande non cercano risposte immediate, ma richiedono uno sguardo lungo, paziente, disposto al sacrificio. Costruire - qualsiasi cosa si costruisca - significa guardare oltre l'oggi, senza fretta, senza slogan, con le mani sporche sì... ma la testa libera da strategie che avvantaggiano una parte a scapito dell'altra.
Significa ricordare sempre che ogni fondazione, per reggere il tempo, deve poggiare su un terreno di giustizia condivisa e che ogni opera umana, per avere senso, deve tendere a un unico obiettivo: LA PACE! Non come assenza di guerra, ma come presenza attiva di rispetto, ascolto, volontà di costruire insieme ciò che nessuna bomba potrà mai abbattere.
Ecco, ora la mano si posa su quel telefono rosso, lo alzo, ma questa volta non per parlare di muri da alzare, ma di ponti da costruire. Perché alla fine, l'unica risposta degna di un presidente - o di un semplice direttore tecnico come me - è sempre la stessa: lavoriamo per la pace, con la stessa cura con cui si getta una fondazione... senza la quale, tutto crolla!
venerdì 30 gennaio 2026
Siamo certi che Pietro Taricone morì "per una manovra troppo rischiosa" oppure vi era qualcos'altro?
giovedì 29 gennaio 2026
NISCEMI: la frana degli avvertimenti inascoltati.
A la cosa assurda è che a ogni crollo, a ogni strada che si spezza, a ogni mareggiata, si ripete sempre lo stesso copione: si alzano le mani, si declinano le responsabilità, si mobilitano le stesse figure che fino al giorno prima erano assenti. La città di Niscemi (ma non è l'unica) in queste ore, è il palcoscenico perfetto di questa tragedia annunciata.
La notizia è che una collina sta crollando, che intere porzioni di paese sono in bilico, che la Protezione Civile descrive una situazione critica. Ma la verità, molto più amara, è che tutto questo era stato scritto, il sottoscritto ad esempio ha realizzato parecchi post sui rischi idrogeologici presenti sul territorio, ma nessuno ha poi approfondito, già i soliti studi, progetti e poi tutto è stato archiviato, sepolto sotto l'indifferenza, altre carte, altre priorità e chissà... forse altri interessi.
È sempre così. I segnali ci sono, le voci ci sono. Per anni si è scritto di rischi idrogeologici, di alvei da mettere in sicurezza, di una cementificazione folle che ha trasformato il suolo in una lastra impermeabile. Si è denunciata l’assenza di una pianificazione seria, la leggerezza con cui sono state concesse licenze, l’inerzia di chi avrebbe dovuto vigilare. Parole che sembravano cadere nel vuoto, finché la terra non ha iniziato a muoversi di nuovo.
I geologi lo spiegano con pacatezza implacabile: Niscemi sorge su un equilibrio fragile, sabbia su argilla, un predisposto scivolare. Il dissesto è antico, profondo, solo apparentemente quieto. Le indagini lo dicono da tempo: non ci sono soluzioni miracolose, solo interventi per mitigare un rischio che non si cancella. E la conclusione, per chi ha il coraggio di guardare in faccia la realtà, è una sola: certe aree non vanno ricostruite, ma abbandonate. Delocalizzare, non perpetuare l’errore. Invece, si preferisce fingere sorpresa, ogni volta, come se la pioggia fosse un evento imprevedibile e non la semplice conferma di un destino costruito giorno dopo giorno.
E allora, mentre le case tremano e la gente guarda inerme la propria vita andare in frantumi, viene da chiedersi: a cosa servono tutti gli avvertimenti, gli studi, le denunce, se poi chi dovrebbe agire si gira dall’altra parte? Se i fondi prendono strade oblique, come hanno mostrato inchieste anche recenti? Se l’emergenza diventa l’unico momento in cui tutti si “mobilitano”, per poi dimenticare di nuovo fino alla prossima catastrofe?
Quella di Niscemi non è una frana improvvisa. È il crollo lento di una memoria collettiva, il fallimento di una prevenzione mai nata, lo scivolare via delle responsabilità di chi, seduto sulla propria poltrona, ha ascoltato senza sentire, guardato senza vedere. Fino a quando, anche la terra, stanca di aspettare, decide di muoversi. E porta via tutto, tranne l’amara consapevolezza che questa storia, purtroppo, la conosciamo già.
E state sicuri che quanto accaduto ora a Niscemi, si ripeterà, identica, da qualche altra parte, sì... se continueranno - per come fanno sempre - a voltare la testa dall'altra parte!
mercoledì 28 gennaio 2026
Trump chiede: "prova ad indovinare come finirà la tua guerra"? Zelensky" risponde: non lo so, mi arrendo...". Esatto!
Ma è curioso come a volte, un frammento di satira riesca a illuminare l’assurdo di una realtà che supera qualsiasi finzione e difatti, la prima cosa che mi è venuta in mente, non è stata la risposta, ma la domanda stessa: “Prova a indovinare come finirà la tua guerra”.
E in un mondo che pretende continuamente verità assolute e pronostici, ammettere di non sapere, arrendersi alla realtà misteriosa e terribile degli eventi, può essere l’unico modo per rimanere umani, per conservare la capacità di guardare, pensare e sentire senza la corazza di una facile retorica.
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