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martedì 10 febbraio 2026

A quei miei 'indegni' conterranei del silenzio: la complicità che nutre il disastro!

Sì... è come un lamento che non riesce a uscire dalla gola, un grido soffocato prima ancora di nascere e poi, all’improvviso, diventa un coro: si leva tra le macerie dopo una tempesta, tra l’acqua stagnante di un’alluvione, nelle strade e nelle case franate all'improvviso, nelle piazze vere e in quelle virtuali dei social, scavando un solco sempre più profondo tra noi e chi dovrebbe rappresentarci.

Ma ogni volta che ci penso, non posso fare a meno di chiedermi: perché questa rabbia arriva solo dopo il disastro?

Perché quella stessa voce che oggi urla “Basta! Vergogna! Dimettetevi!”, ieri, si limitava a sussurrare tra le mura di casa, come se sapesse già cosa sarebbe accaduto, ma avesse deciso di voltarsi dall’altra parte? Come se la tragedia fosse un destino inevitabile, qualcosa da subire in silenzio anziché combattere.

Ed è proprio osservare questa rassegnazione che mi fa male: riconoscere l’abisso, indicarlo con le mani che tremano, eppure continuare a camminare lungo il suo bordo, come ipnotizzati. Perché? Perché in fondo ci diciamo: “Prima o poi qualcuno cadrà… ma non io. Non certamente oggi”.

La sfiducia, ormai, non è più solo un sentimento. È diventata una struttura dentro di noi, costruita mattone dopo mattone, di sicuro con ogni promessa tradita e ogni occasione sprecata. E quando smetti di credere che il cambiamento sia possibile, quella stessa incredulità diventa la tua scusa perfetta: “Tanto non cambierà mai niente, perché rischiare?”. E così il “sistema” si trasforma in un mostro mitologico, onnipotente e invincibile, un alibi comodo per non dover mai uscire dal tuo bozzolo di quiete.

E intanto il circolo vizioso si chiude: la sfiducia genera inazione, l’inazione conferma che “tanto non cambia niente”, e la sfiducia si radica ancora di più, finché non diventa una filastrocca, una frase che tutti ripetiamo: “Si è sempre fatto così”.

E allora la negligenza diventa tradizione, lo sfruttamento normalità, il disastro fatalità; già... fatalità, come se fosse colpa di una maledizione antica, non delle nostre scelte. Così ci laviamo la coscienza: “Non è colpa mia, è il corso delle cose”. Ma a quale prezzo? Perché quel fatalismo toglie il peso della responsabilità dalle nostre spalle… e spegne ogni scintilla di ribellione.

Se tutto è già scritto, a che serve guardarsi allo specchio? Ed è qui che fiorisce l’individualismo, come una gramigna nel terreno arido della comunità. Ci si perde nel recinto del proprio orticello: “Basta che non tocchi a me”, “L’importante è che non s'inondi il mio giardino”. 

Il bene comune? Un’idea astratta, bella a parole, ma troppo scomoda per sporcarsi le mani. Così l’energia che avanza dopo le lamentele sterili la riversiamo in accordi privati, in quelle piccole salvezze personali che illudono di poter stare al riparo dal marasma generale.

Ma è proprio qui il tradimento: non quello urlato, no. Quello sommesso, accomodante. Quello che spegne il telegiornale quando la notizia è troppo vicina a casa, che si sistema sul divano del proprio interesse e sussurra: “Io non c’entro niente”. Perché dimentichiamo - o fingiamo di dimenticare - che il silenzio è complicità. Che ogni sguardo distolto, moltiplicato per migliaia, diventa una coltre pesantissima sotto cui tutto può crescere: anche questa infezione.

Ecco, ciò che mi lascia senza fiato non è la cecità, ma la lucidità consapevole. Tutti sappiamo come funziona: lo analizziamo a cena tra amici, con quel tono di disincanto quasi compiaciuto, come se capire il male fosse già una vittoria. Ma finita la discussione, riponiamo tutto nel cassetto delle buone intenzioni… e torniamo a camminare lungo il bordo dell’abisso.

Poveri miei conterranei, ormai spettatori della vostra stessa storia. Critici implacabili, ma con le mani sempre in tasca. Convinti che la frana non arriverà mai fin qui, che il fiume non strariperà sul vostro giardino.

Fino al giorno in cui, invece, lo farà e allora - forse - sarà troppo tardi, sì... anche per alzare lo sguardo!

lunedì 9 febbraio 2026

Jeffrey Epstein: Sì... tutti coloro che hanno partecipato a quegli abusi su minori, vanno ora lasciati appesi a testa in giù, in una piazza sotto il sole, dopo esser stati completamente scuoiati!

Ho iniziato da ieri a vedere su Netflix una miniserie che tratta di un argomento scabroso: la vicenda di Jeffrey Epstein. 

Ora... non è che non avessi letto quanto fosse accaduto in quelle sue lussuose ville, ma osservare visivamente le immagini, far emergere dall'ombra i contorni di quelle stanze, mi ha fatto inorridire in modo diverso. Ha toccato una corda che offende la natura umana, e che mi ha fatto decidere di scrivere questo post e al titolo da utilizzare per aprire questo discorso.

Mi chiedo spesso, dinnanzi a fatti che superano l'immaginabile, dove vada a finire il nostro sdegno. Sì... è come se si accumulasse, strato dopo strato, fino a formare un cristallo duro e tagliente, proprio come quello ora evocato dalle parole del mio titolo. 

Non è fantasia da horror, né la semplice invocazione di una giustizia sommaria e fisica, è piuttosto l'estremo respiro di un'impotenza collettiva, che sente di aver toccato il suo limite. È il punto in cui la ragione, stanca di bussare alle porte dei tribunali, sogna un finale diverso, in cui il castigo sia pari all'orrore, sia pubblico e, soprattutto, sia definitivo.

Certo, la mia è un'immagine da antico codice, e forse nasce proprio da lì: dal bisogno primordiale di vedere un ordine restaurato in modo così plateale da cancellare, una volta per tutte, ogni ombra di dubbio, perché - ahimè - la realtà con cui ci confrontiamo è ben più opaca, più grigia!

È fatta di documenti – quelli sì, finalmente pubblicati – che formano una nebulosa di nomi, di voli, di indirizzi. Si parla di "files", una parola asettica che contiene universi di sofferenza, e non di quello che realmente fosse e cioè uno: "schifo".

Jeffrey Epstein non fu un mostro solitario; fu piuttosto un nodo, un collante, un raccordo tra soggetti deviati. La sua genialità perversa consistette proprio in questo: comprendere che il desiderio più oscuro, se protetto da abbastanza denaro e favori, poteva trasformarsi in una valuta, in una merce di scambio per una certa "élite". 

Le sue ville, l'isola, gli aerei, non furono soltanto i teatri di un delitto, ma i luoghi di una perversa socialità, dove il potere non si limitava a coprire malefatte. Lì, in qualche modo, si banchettava. E il banchetto aveva un prezzo, pagato a scapito di aspiranti modelle e, in modo ancor più deplorevole, su vittime minorenni ignare.

È qui che il nostro sdegno si incrina e diventa perplessità. Perché leggere quei nomi – politici, imprenditori, magnati, intellettuali, artisti – non fornisce risposte, ma moltiplica le domande. Essere menzionati, ci viene giustamente ricordato, non è una condanna. Alcuni saranno stati ingenui frequentatori di un ambiente luccicante e certamente corrotto; altri, chissà, avranno visto e avranno distolto lo sguardo. 

Il dubbio, però, si insinua come una nebbia: fino a che punto si può essere "solo" amici di un uomo che organizzava la propria esistenza attorno allo sfruttamento di donne, uomini, o peggio... adolescenti? Dove finisce la colpevole negligenza e inizia la complicità? Il vero rompicapo sta in questa zona grigia, in quel brusio di fondo di un mondo che, a certi livelli, ha forse chiuso un occhio, ha scambiato un sorriso, pur intravedendo il buio ai margini del tappeto rosso.

I social media hanno preso questa storia già contorta e l'hanno gettata nella fornace del caos. Hanno creato un cortocircuito letale tra il legittimo desiderio di giustizia e la sete morbosa di scandalo, fabbricando accuse a caso, mescolando vittime e carnefici in un unico, gigantesco spettacolo. 

Questo rumore di fondo rischia di soffocare le voci vere, quelle delle sopravvissute, trasformando una tragedia umana in un campo di battaglia per teorie complottiste. Ci si ritrova così a dover lottare, paradossalmente, per preservare una verità già di per sé agghiacciante dalla distorsione della menzogna.

Alla fine, mi fermo a considerare il titolo da cui siamo partiti. Quella violenza verbale, quel desiderio di squarci e di sole cocente, è forse il gemello oscuro della nostra frustrazione. Rappresenta la tentazione di sostituire l'iter faticoso della giustizia – con i suoi cavilli e le sue attese – con un'icona immediata e sacrificale. 

È un'idea comprensibile, ma resta un vicolo cieco. Perché la vera, difficile opera non è immaginare il castigo, ma decifrare il silenzio che ha permesso tutto ciò. È capire come una rete del genere abbia potuto tessersi alla luce del sole, intrecciata ai fili della finanza, della politica, dell'accademia e dello spettacolo.

Il sole sotto cui vorremmo appesi i colpevoli, forse, dovrebbe prima di tutto illuminare quelle stanze troppo a lungo rimaste in penombra. La giustizia, quando arriva, non ha lo spettacolo feroce di un'antica esecuzione, ma il volto austero di una condanna legale, o la paziente, ostinata raccolta di prove. 

È meno narrativa, meno catartica. Ma è l'unica che può reggere il peso della storia, senza rischiare di trasformarci, nel desiderio di distruggere i mostri, in qualcosa che ad essi assomigli.

Io, nel mio sentire più viscerale, preferisco ancora la soluzione del titolo: appendere tutti a testa in giù, scuoiati. Ma soprattutto, ora, vorrei conoscere i nomi. I nomi dei miei connazionali che in quelle stanze ci sono stati, che a quelle feste hanno partecipato. Perché ho la sensazione, anzi la certezza, che ci siano. 

Sì... vorrei sapere, una volta per tutte, chi ha banchettato in quel silenzio!


domenica 8 febbraio 2026

Preti? Sì, ma anche suore, e tutti, fino a un certo punto...

Ho letto in questi giorni una lettera, già... quella scritta a Papa Leone, e mi sono fermato a lungo sulle sue parole. 

Un prete che chiede la dispensa perché vuole diventare padre, che ammette relazioni vissute nell’ombra, che racconta un abuso subito a dodici anni e tenuto nascosto come un tabù. 

Una confessione che sembra squarciare un velo, eppure non fa che mostrare, ancora una volta, tutto ciò che da sempre si agita sotto la superficie levigata dell’istituzione. 

È una storia personale, struggente nella sua solitudine e nel suo dolore, ma è anche il sintomo di un male antico, sistemico, che affonda le radici in secoli di silenzi ordinati, di segreti e di verità celate.

Quell’abuso subito da adolescente e portato dentro come una colpa segreta non è un caso isolato, è l’emblema di una dinamica perversa che la Chiesa ha troppo spesso gestito proteggendo sé stessa e non le vittime. 

Mi torna in mente ciò che scrissi anni fa, nel 2010, a proposito di Ratzinger (poi diventato Papa...) - http://nicola-costanzo.blogspot.com/2010/04/ratzinger-ha-il-coraggio-di-parlare-di.html - e di quella lettera del 2001 che ribadiva il contenuto de “Instruction de modo procedendi in causis sollicitationis” del 1962. 

Un documento che per decenni è rimasto nascosto, circolato solo tra i vescovi, una sorta di manuale di sopravvivenza istituzionale. In quelle pagine si ordinava che un minore che avesse denunciato un abuso da parte di un sacerdote dovesse giurare il segreto perpetuo, sotto pena di scomunica. Si chiudeva la bocca alle vittime nel nome di una ragion di Chiesa che schiacciava ogni ragion di umanità. E quanti intellettuali, teologi di grido, hanno costruito castelli di sofismi per giustificare o minimizzare tutto ciò? L’abiura della verità è stata spesso firmata con l’inchiostro della complicità intellettuale.

D'altronde, e qui mi si consenta di aprire una necessaria parentesi storica, come non ricordare quanto emerso da un rapporto di 560 pagine, frutto di un'indagine giudiziaria e pubblicato nel 2021. Il documento, ottenuto dal "Daily Beast" e riguardante l'arcidiocesi di Colonia, rivela una delle pagine più buie: suore tedesche avrebbero venduto bambini orfani a ricchi sacerdoti e uomini d'affari affinché ne abusassero sessualmente, in un sistema attivo tra gli anni Sessanta e Settanta. 

Il rapporto racconta di almeno 175 bambini, per l'80% ragazzi tra gli 8 e i 14 anni, ridotti a schiavi sessuali per un ventennio, a cui fu persino deliberatamente negata la possibilità di essere adottati per mantenerli nella rete degli abusi. Questo non è un caso isolato, ma un tassello atroce di un mosaico più vasto. Un successivo rapporto indipendente sull'arcidiocesi di Colonia, coprendo il periodo fino al 2018, ha identificato 314 vittime minorenni e 202 aggressori. E uno studio commissionato dalla stessa Chiesa tedesca ha documentato, per il periodo 1946-2014, l'abuso di 3.677 minori da parte di 1.670 religiosi, definendolo solo "la punta dell'iceberg". Lo schema è sempre lo stesso: un sistema gerarchico e autoreferenziale che per decenni ha scelto di proteggere se stesso, trasferendo i preti colpevoli, insabbiando le prove e, come accaduto a Friburgo, distruggendo documenti con la priorità di salvaguardare l'immagine dell'istituzione piuttosto che le vite dei bambini.

Continuando... il prete ha aggiunto nella lettera, quasi di sfuggita: “Non sono l’unico. Ci sono migliaia di sacerdoti che intrattengono rapporti con donne o con uomini”. È una frase che apre scenari di un’ipocrisia quotidiana e diffusa. 

Non parla solo di quelle relazioni eterosessuali che talvolta affiorano, con le cosiddette “purpere”, donne devote e amanti, da cui a volte nascono figli mai riconosciuti. Parla anche di altro. Parla di quella doppia vita che serpeggia nei seminari, nelle canoniche, nei monasteri dove si vivono situazioni ambigue, spesso tollerate purché discrete. 

Parla della frequentazione di locali omosessuali in tante città, di quella sotto-cultura che esiste mentre dall’alto si lanciano anatemi. Parla di quanti, dentro la tonaca, vivono un’identità LBTG soffocata, in particolare mi viene da pensare a quelli il cui corpo è di uomini ma che sin dall’adolescenza si sentono donne, o viceversa, costretti a una recita perpetua in un sistema che nega loro persino la possibilità di un dialogo interiore sincero. È la grande menzogna di un’istituzione che pretende una purezza formale mentre accetta, quando non nasconde, una realtà umana ben più complessa e spesso dolorosa.

Il suo desiderio di paternità, così semplice e umano, stride fino a far male con l’ideale di un celibato presentato come scelta radicale e libera, ma che in troppi casi si rivela una gabbia che porta a doppie vite, a sofferenze inespresse, a ipocrisie corrosive. Lui ha avuto il coraggio, dopo una malattia grave e una solitudine che lo ha spezzato, di dire basta. Di chiedere di uscire. 

Quanti altri restano dentro, divisi, lacerati, magari cercando conforto in relazioni clandestine o cadendo in dipendenze, come lui stesso racconta di aver fatto con l’alcol? La Chiesa, dice, in questo percorso gli è stata madre, lo ha accompagnato. Ed è un bene per lui, personalmente. Ma questo non cancella il fatto che sia la stessa madre-Chiesa ad aver creato, con le sue regole inflessibili e la sua cultura del segreto, il terreno in cui fioriscono tali drammi.

La sua storia finisce con il ritorno al paese, alla ricerca di una vita “più vera e più umana”. È un finale che sa di speranza, per lui. Ma per l’istituzione da cui esce, resta una domanda enorme e incombente: Sì... fino a quando si continuerà a preferire la perfezione di una facciata all’accoglienza disordinata della verità? Fino a quando si custodiranno più i documenti segreti che le vite delle persone? 

La lettera di questo prete, nella sua fragile onestà, è un’accusa più potente di mille denunce. Perché mostra, senza volerlo, che il problema non è un prete che “cade”, ma un sistema che, per non ammettere la caduta di tutti, ha costruito un labirinto di silenzi dove la vittima più grande, alla fine, è sempre la verità!

sabato 7 febbraio 2026

L'invisibile - La cattura di Matteo Messina Denaro – solo per tutti coloro che non volevano prenderlo.

Mi fermo a guardare questa immagine, sì... la foto che creai tanto tempo fa e che ora, dopo questi lunghi anni, mi interroga più di prima: È lui... è esattamente lui!

Il volto, l’espressione, la postura. Cambia solo un dettaglio: il cappellino che nella mia versione era blu, e nella foto del suo arresto è marrone. Per il resto, è una corrispondenza perfetta, inquietante: un novantacinque per cento per non dire novantanove.

La creai per un post di venerdì 8 ottobre 2021, intitolato “Alla ricerca di Matteo Messina Denaro” – http://nicola-costanzo.blogspot.com/2021/10/alla-ricerca-di-matteo-messina-denaro.html, al suo interno tra l'altro, trovate anche la gif, senza occhiali...

La pubblicai allora come un esperimento, ora quell’immagine mi parla di altro. Già... non mi dice “bravo, avevi intuito le sue fattezze”, mi urla, piuttosto, una domanda scomoda: se un semplice blogger, armato di software e una manciata di foto sgranate, poteva ricostruire con tale precisione il volto del più ricercato d’Italia, cosa facevano da trent’anni coloro che avevano il dovere, i mezzi e il potere di trovarlo per davvero? 

Quel ritratto digitale, oggi, non è la prova della mia abilità, ma è l’emblema di un fallimento collettivo,  dimostra che il suo volto era conoscibile, delineabile, visibile. E allora, la sua invisibilità non fu una condanna magica, ma una scelta. Una scelta di chi, vedendolo o intravedendolo, ha distolto lo sguardo. La sua faccia era un segreto di Pulcinella custodito da un’intera isola, da una fetta di Paese. La mia immagine, così simile alla realtà, è la riprova che bastava volerlo vedere per riconoscerlo.

E mentre in televisione celebrano la fiction dell’arresto, con colonnelli determinati e colpi di scena calcolati, io guardo di nuovo quell’immagine. E penso che la vera fiction non è quella che raccontano ora, la vera fiction è stata quella vissuta per trent’anni: è la storia di un uomo potente che poteva essere trovato, ma che nessuno con la forza per farlo ha veramente cercato!

Per questo, stamani, mi accingo a scrivere queste righe. Vi avverto già, non troverete qui una recensione della miniserie, né un racconto celebrativo, troverete alcune riflessioni che la trasmissione di quei fatti – o forse, la loro finzione – ha risvegliato in me. 

Riflessioni che nascono da un malessere sottile, dalla sensazione che certe narrazioni, per quanto ben costruite, servano a rassicurarci più che a farci comprendere. Ci piace credere alla caccia all’uomo, al genio investigativo che alla fine trionfa. Ci consola. Ma io mi chiedo se questa consolazione non sia, in fondo, un pericoloso narcotico.

Perché mentre sullo schermo si dipanano indagini serrate, la mente corre inevitabilmente ad altre immagini, quelle reali, di tre decenni. Trent’anni in cui un uomo, ricercato per le stragi più efferate che questo Paese ricordi, non è stato un fantasma nel deserto, è stato, piuttosto, un’ombra che si muoveva tra case, cliniche, salotti. Girando la Sicilia con la sua Giulietta, celato dietro l’identità di un geometra, già... così reale da avere una tessera sanitaria, un medico, una storia clinica. Un uomo che, si è scoperto, frequentava da oltre un anno una clinica privata nel centro di Palermo, per sottoporsi a cure mediche. 

Ed è qui che il racconto comincia a scricchiolare. Se bastasse un falso nome, per quanto ben congegnato, a svanire per tre decenni, allora dovremmo concludere che i servizi segreti italiani sono tra i peggiori al mondo. Oppure, alternativa ben più inquietante, che la capacità di nascondersi non risiede solo nella clandestinità, ma in una visibilità protetta. 

In un vedere e farsi vedere da chi conta, in un frequentare quegli stessi ambienti – medici, professionali, imprenditoriali, forse persino politici – che dovrebbero essere la prima trincea dello Stato. Non si vive trent’anni da latitante senza una rete. E una rete non è fatta solo di sorelle devote o di affiliati mafiosi. No... è fatta di silenzi, di complicità passive, di sguardi che si distolgono al momento giusto, di un’intera società che, in varie misure, ha accettato di convivere con quell’ombra.

La fiction ci mostra il momento dell’arresto come un trionfo della tecnica. Ed è vero, la svolta arrivò da un foglietto, un “pizzino clinico” nascosto in casa della sorella, che aprì la pista sanitaria. Incrociando quei dati, si scoprì l’assurdo: il vero titolare dell’identità rubata era altrove mentre sulla carta, era in ospedale. Una ricostruzione perfetta, che celebra il metodo. E allora perché questa storia non mi convince fino in fondo? Perché sento che manca un pezzo, o che quel pezzo è stato volutamente messo da parte? Forse perché, parallelamente, ne è emersa un’altra. Scomoda. 

Quella del “gelataio di Omegna”, che in televisione disse che Messina Denaro si stava per arrendere, malato, e che quella resa era necessario per incontrare finalmente la figlia. Ma secondo il gelataio, doveva essere un “regalo”, sì... richiesto ora dai piani alti di quel sistema criminale, per la nuova coalizione di governo. Una resa come atto politico, non come sconfitta. Oggi quell’uomo è stato rinviato a giudizio per calunnia, la sua versione sbriciolata.

Eppure, il solo fatto che un uomo del suo passato abbia potuto proporre una simile ipotesi dovrebbe farci rabbrividire, perché ci dice che, nell’immaginario di chi certe dinamiche le conosce, il confine tra cattura e consegna può essere labilissimo. È una storia che non vogliamo sentire, perché sfida la nostra necessità di eroi e di finali netti.

Io, da parte mia, preferisco credere a una terza via, più grigia e umana. Credo che la vera chiave sia stata, semplicemente e tragicamente, la malattia. È la malattia che ha reso quel sistema vulnerabile. È la malattia che ha costretto a tenere traccia scritta delle cure. È la malattia che ha portato a cercare non l’uomo armato, ma l’uomo sofferente. Forse è stato questo il vero, banale, decisivo aiutino esterno: la biologia, il corpo che tradisce. Non un complotto, ma la mortalità. 

Ma se anche accettiamo questa versione, il nodo irrisolto rimane, più grande di prima. Se è stata la malattia a consegnarcelo, dopo trent’anni, significa che prima, in salute, il suo sistema era impenetrabile. Significa che quell’ombra si muoveva in un territorio che, di fatto, le apparteneva. 

E allora, guardando quella miniserie, non posso fare a meno di pensare: l’attuale capo di Cosa Nostra, chiunque egli sia, starà forse guardando la stessa fiction. E mentre noi ci commuoviamo per l’eroismo dei carabinieri, lui sorriderà, pensando che finché sarà in salute, finché la sua rete di protezione sarà intatta, potrà dormire sonni tranquilli. Perché sa che la lezione vera non è che lo Stato prima o poi vince. La lezione vera è che ci sono voluti trent’anni e un cancro.

L’unico momento di vera, cruda speranza in tutta questa storia, forse, non è stato l’arresto. È stato il gesto di quel ragazzo, il figlio di quel sistema criminale, che dopo la cattura ha allontanato da se quel boss, gettandolo via come uno straccio, perché in quel gesto c’è il rifiuto di un mito tossico, la volontà di non ereditare più quel veleno. È lì che forse, davvero, un “regalo” è stato fatto da quella fiction al nostro Paese. Non dall’alto, ma dal basso....

Dalla stanchezza di una nuova generazione per le favole nere dei padri, il resto come si sa... è soltanto televisione...

venerdì 6 febbraio 2026

FUTURO NAZIONALE. Generale Vannacci: Chi mi ama mi segua.

Il generale Roberto Vannacci getta la maschera e presenta il suo partito. "Futuro Nazionale" è il nome e l'intento della sua sfida: dare corpo a una destra che definisce "vera, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura, contagiosa" e che affonda le radici in valori netti e senza compromessi. È un messaggio diretto a un'Italia che descrive come "una polveriera pronta a deflagrare", piena di energia repressa e talento umiliato".

Il senso del progetto Futuro Nazionale si legge già nel suo nome e nel suo simbolo, un’operazione di comunicazione studiata per parlare a un’area specifica dell’elettorato. Il nome evoca appartenenza e continuità nazionale, mentre il logo, con il suo font spigoloso che alcuni associano a un’estetica littoria e la prevalenza dei colori tricolore e blu, si rivolge chiaramente a un elettore di destra sociale. 

Dietro questa scelta grafica c’è un messaggio forte: il generale non si pone come un moderato, ma come il rappresentante di una destra che definisce “vera, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura, contagiosa”. Una promessa di netta discontinuità da ciò che viene percepito come il “linguaggio misurato” e le “vie di mezzo” della politica attuale, di cui molti italiani sarebbero stufi.

Questo slancio si concretizza in un programma strutturato attorno alla parola “VITALE”, declinata in sei pilastri. Si parte dalle Virtù militari di coraggio e dovere, si passa per l’Identità nazionale posta al di sopra delle istituzioni, per arrivare alla difesa delle Tradizioni, viste come radici da proteggere da fenomeni come l’immigrazione di massa, definita un fattore di disgregazione sociale. 

L’Amore è quello per la famiglia “conforme alla natura”, fondata sull’unione di un uomo e una donna. La Libertà si traduce nel diritto all’autodifesa estrema e nella proprietà. Infine, l’Eccellenza è il rifiuto della mediocrazia a favore di un Paese che premi il merito. Un manifesto che, nella sua coerenza radicale, vuole essere una risposta a un Paese che Vannacci descrive come una “polveriera pronta a deflagrare”, piena di energia repressa e merito non riconosciuto.

Ed è proprio questa proposta a scuotere gli equilibri del centrodestra, come dimostra il primo sondaggio che misura il potenziale di Futuro Nazionale. La rilevazione di YouTrend lo colloca al 4.2%, superando quindi sia l’attuale soglia di sbarramento del 3% sia quella del 4% in discussione. Il dato più significativo, però, è l’origine di questi consensi. Il nuovo partito attinge principalmente dall’area della destra parlamentare, sottraendo più voti a Fratelli d’Italia (-1.1%) che alla Lega (-0.9%), con un impatto minore su Forza Italia. 

Questo conferma che Vannacci agisce più come un fattore di redistribuzione interna alla coalizione di governo che come un attrattore di nuovi elettori, dato che solo il 13.5% proverrebbe da indecisi o astenuti. È qui che si annida il vero incubo per il governo: la prospettiva di un’erosione costante che, in uno scenario elettorale, potrebbe compromettere la maggioranza e forse è proprio questa la forza di questo nuovo partito, raccogliere tutti quei cittadini delusi dalla politica, da questo governo, dai suoi interpreti, anche di quelli dell'opposizione, che si dimostrano essere - mi riferisco al Pd - solo a voce contrari, ma quando si tratta di votare contro un soggetto di quel sistema, in particolare quando si tratta di proteggere uno di loro, vedasi il far valere le immunità parlamentari, ecco che improvvisamente non esiste opposizione, ma unione (chissà forse dobbiamo pensare di quanto ciascuno di essi sia compromesso...) d'intenti.

La reazione dei partiti di governo non si è fatta attendere e spiega la durezza degli attacchi personali. Da una parte c’è la delusione amara di Matteo Salvini, che ha accolto Vannacci quando “aveva tutti contro” e lo ha promosso a vicesegretario, sentendosi tradito nella lealtà. Dall’altra, c’è la preoccupazione di Fratelli d’Italia, che vede scalfita la sua egemonia sull’area sovranista. 

Gli attacchi alla persona, il dipingerlo come un corpo estraneo o un nostalgico, nascondono il timore concreto per quei punti percentuali che, secondo le proiezioni, potrebbero oscillare tra il 4.5 e il 7%, numeri sufficienti a destabilizzare una coalizione. Il vero terrore è che il generale riesca a catalizzare il malcontento di quella parte di Paese che aspetta qualcuno che stravolga un sistema percepito come casta, clientelare e avverso alla meritocrazia, promettendo invece “l’unica destra che io conosca”. 

"Per questo, oggi più che mai, il messaggio del generale - 'Chi mi ama, mi segua' - risuona come una sfida diretta e un appello alla mobilitazione e chissà se, sulla spinta di questa rinnovata energia, non possa finalmente nascere insieme a "Futuro Nazionale" un'altra alternativa, sì... in grado di destabilizzare definitivamente questo sistema partitocratico, che negli anni si è dimostrato non solo fallimentare, ma soprattutto, profondamente e certamente colluso."

giovedì 5 febbraio 2026

Evangelico, Cattolico e Testimone di Geova: quando la generosità ha un perimetro!

Ieri sera, dinanzi al mio portone, mi sono imbattuto in due signore sul punto di suonare al citofono. «Scusate, stavate per suonare?», ho chiesto mentre armeggiavo con le chiavi. 

Una di loro, con un sorriso timido, ha risposto: «Stavamo solo provando… speravamo di incontrare qualcuno disposto ad ascoltarci». Senza aspettare la mia risposta, l’altra ha aggiunto: «Visto che è qui, le dispiacerebbe dedicarci cinque minuti?».

Immaginando già l’argomento, le ho fermate in anticipo. L’esperienza, in questi casi, è una guida sicura. Ho raccontato loro di come, da giovane, avessi avuto un contatto con la loro chiesa, poiché frequentavo una ragazza di quella comunità. È stato il preludio per condividere il mio pensiero, che riprende Marx nel considerare la religione “l’oppio dei popoli”.

Senza mezzi termini, ho fatto emergere quelle che a me appaiono come enormi lacune e limiti gravi, almeno nelle fedi che ho approfondito direttamente: la cattolica, l’ortodossa, l’evangelica, quella dei testimoni di Geova, quella mormone e l’islamica. Ho parlato di come i loro testi sacri, e ancor più i ministri che si ergono a mediatori tra il fedele e il divino, finiscano per rivelare, a mio avviso, profonde falsità, sommerse da una montagna di banalità.

Abbiamo parlato, sì... forse più io che loro, devo ammetterlo. Eppure, ogni confronto su temi così profondi lo trovo sempre un’esperienza preziosa. Perché qualsiasi incontro, nato anche per caso e su posizioni opposte, può comportare una crescita: non solo morale, ma, in casi come questo, persino spirituale.

Stasera, ripensando a Marcella e Antonella, vorrei dedicare loro una barzelletta. Non per ironia fine a se stessa, ma perché il loro sorriso paziente, la disponibilità ad ascoltare nonostante tutto, mi hanno ricordato quanto possa essere grande, a volte, la generosità umana.

Ed allora…

Un evangelico, un cattolico e un testimone di Geova discutono tra di loro su chi sia più generoso nell'offerta. L’evangelico dice: "Io faccio un cerchio a terra, butto i soldi in aria, tutto quello che va dentro il cerchio è del Signore, quello che va fuori è il mio". Il cattolico replica: "Questo è niente. Io faccio il cerchio, butto i soldi in aria, quello che va nel cerchio è mio, e tutto quello che va in tutto lo spazio esterno è del Signore". Al che il testimone di Geova, scuotendo la testa, conclude: "Poveri taccagni. Io, addirittura senza cerchio… butto i soldi in aria. Tutto quello che rimane in aria è del Signore e tutto quello che va a terra è mio".

Auspico di averle fatte sorridere, ma come spesso accade con l’umorismo, il sorriso si placa presto e lascia spazio alle riflessione, perché quella immagine del cerchio tracciato per terra, in tutti e tre i casi, mi è sembrata all’improvviso tremendamente familiare. 

Quante volte, nel nostro desiderio di essere a posto, di fare il nostro dovere, ci ritroviamo a tracciare linee invisibili proprio così? Definiamo confini netti tra ciò che diamo e ciò che teniamo, tra il sacro e il profano, tra l’impegno e il riserbo, illudendoci che la generosità sia una questione di geometria, di calcoli precisi su ciò che sta dentro o fuori da un’area che noi stessi delimitiamo.

L’evangelico della storiella conserva con cura ciò che esce dal cerchio. Il cattolico, capovolgendo la formula, sembra più magnanimo, ma resta pur sempre ancorato alla logica della separazione. E il testimone di Geova, con un’arguzia che fa sorridere amaramente, rivela forse la tentazione più sottile: quella di considerare nostro solo ciò che è tangibile, solido, che “tocca terra”, mentre deleghiamo al cielo tutto ciò che è evanescente e sfuggente. È uno specchio impietoso, questo gioco di cerchi e monete lanciate in aria, che riflette una nostra fatica quotidiana: voler dare, sì, ma senza mai uscire veramente da noi stessi, senza che il gesto ci costi una reale, disarmante apertura.

E allora mi chiedo se il punto non stia proprio in quel cerchio che, nella battuta finale, alla fine scompare. “Io, addirittura senza cerchio…” dice l’ultimo personaggio, e in quelle parole sento una provocazione che va oltre l’intento comico. Perché la carità cristiana, l’aiuto autentico, il rispetto che sgorga dal riconoscere l’altro, forse cominciano davvero quando smettiamo di tracciare perimetri. 

Quando il nostro dono smette di essere una parte ritagliata dal “nostro” per diventare il segno di un’appartenenza più grande, che non conosce confini di proprietà. Non si tratta tanto di quanto va “al Signore” e quanto resta “a me”, come se fossero due regni distinti. Si tratta di comprendere, lentamente, che tutto è grazia ricevuta. E che la nostra libertà più matura si esprime proprio nel far circolare ciò che abbiamo, non per obbligo o per misura, ma per una gratitudine che naturalmente trabocca.

È un passaggio delicato, che trasforma ogni gesto. Portare un aiuto, ascoltare, fare spazio, smette di essere un’operazione aritmetica e diventa un incontro. Il rispetto non è più una regola da applicare, ma la logica conseguenza di aver intravisto nell’altro un riflesso unico e prezioso. 

Quando gettiamo in aria le nostre risorse, il nostro tempo, le nostre attenzioni, senza più il cerchio rassicurante a terra, forse iniziamo a capire che nulla di ciò che doniamo con amore va realmente perso. Tutto si trasforma, tutto rimane, in un certo senso, “in aria”, nel regno invisibile ma reale della comunione che ci lega.

Alla fine della barzelletta, si ride, ed è giusto così, perché ridere di queste nostre piccole meschinità calcolate è già un primo passo per disinnescarle. Forse la generosità più vera è proprio quella che, dopo aver sorriso delle proprie paure, sa lasciare andare la calcolatrice del cuore. Scopre, con una quieta meraviglia, che la gioia più grande sta proprio nel donare senza controllare ossessivamente dove il nostro dono andrà a cadere. 

Perché, in fondo, se tutto è dono, allora tutto può diventare, con infinita semplicità, uno strumento di condivisione. E in quel gesto libero, finalmente senza cerchi, ritroviamo il senso più vero dell’essere comunità: non un luogo di confronto su chi sia più generoso, ma uno spazio dove la generosità, finalmente, può semplicemente respirare.

A Marcella e Antonella.

mercoledì 4 febbraio 2026

Oltre Niscemi. Un silenzioso allarme per altre due città, di cui è capoluogo!

Perdonatemi, ma ho come l’impressione che nell’affrontare la frana di Niscemi, ci si stia dimenticando di altre realtà siciliane attualmente a rischio frana, mi riferisco in particolare ad un capoluogo e soprattutto ad una grande città.

Penso a ciò, avendo avuto conferma stamani delle mie preoccupazioni - da parte di un amico geologo - che confermava la presenza di strati di sabbia che poggiano su depositi argillosi e dove l’acqua di questi giorni sia penetrata in grandi quantità, agendo di fatto come un lubrificante, innescando quello scorrimento profondo lungo un fronte di chilometri.

Per meglio capire quanto sopra, vi consiglio di vedere il video pubblicato su “Youtube”, dal progetto editoriale indipendente “Geopop”, nel quale potete osservare in maniera chiara cosa è accaduto a Niscemi dal punto di vista geologico; questo è il link: https://www.youtube.com/watch?v=v98N4kQ52io

E riflettevo inoltre sul fatto che questa non è un’anomalia, ma una condizione stratigrafica presente in tantissime parti d’Italia, in regioni come l’Emilia-Romagna, la costa adriatica, la Toscana e, appunto, la Sicilia.

Già… luoghi dove un tempo, per comodità, si costruiva su quei tabulati asciutti, senza la piena consapevolezza del rischio che si celava sotto. Ora quella consapevolezza purtroppo c’è, e ci obbliga a guardare in faccia una verità scomoda.

Per questo la mia mente corre ora a due centri urbani importanti della mia isola, un capoluogo e una grande città, che condividono quelle stesse caratteristiche geologiche. Immagino la loro struttura nascosta, le sabbie che fanno da fondamenta all’espansione urbana del dopoguerra, alle argille sottostanti che potrebbero, in condizioni di piogge prolungate e di una manutenzione carente delle reti idriche e fognarie, comportarsi nello stesso modo di quanto sta accadendo ora a Niscemi.

Il mio amico esperto ha sottolineato come per queste frane grandi, a differenza di quelle piccole, il legame con l’evento meteorologico non sia immediato, servano tempo e un lento accumulo d’acqua. Ma questo le rende subdole, difficili da prevedere nel breve termine, e forse per questo più trascurate o meno controllate da chi dovrebbe o quantomeno è pagato per farlo.

Scelgo deliberatamente di non fare i nomi di queste città. So che potrebbe sembrare un’omissione, o una forma di eccessiva cautela. Ma il mio intento non è seminare allarme tra i cittadini che vi abitano o creare un’ansia diffusa e incontrollata che potrebbe sfociare in panico. Sin d’ora resto a disposizione dell’autorità di vigilanza del territorio per indicare i nomi di quelle realtà, ma soprattutto i punti esatti dove ciò possa eventualmente accadere.

Il mio obiettivo difatti è rivolto prettamente a chi ha gli strumenti e la responsabilità di agire. Parlo quindi alla Protezione Civile, al Governo nazionale, alla Regione, ai Comuni, a tutte quelle forze di controllo che devono vigilare sul territorio. Ed a loro vorrei chiedere: esiste una mappatura chiara di queste criticità? La manutenzione del reticolo idrico e stradale in quelle aree è considerata una priorità assoluta? Oppure si aspetta, come troppo spesso accade in questo nostro Paese, che il campanello d’allarme suoni sotto forma di boati o di crepe nelle murature?

Ho letto tra l’altro in questi giorni in un sito web di un esperto che ha parlato di oltre 650mila frane cartografate in Italia, un numero da record europeo che di per sé dovrebbe essere un monito continuo per tutti. Aggiungendo altresì che il costo di una mappatura costante e aggiornata, seppur significativo, è di gran lunga inferiore ai milioni necessari per intervenire dopo che un disastro accada.

Eppure, da quanto sopra sembra che non vi sia stato alcun interesse a investire in conoscenza territoriale. Ed è questo il punto che mi porta a scrivere oggi, sì… Mentre giustamente tutte le attenzioni sono rivolte a quel paese ferito, ma nel far ciò, non possiamo permetterci di abbassare la guardia altrove, in contesti urbani anche più vasti e complessi, dove le conseguenze di un evento simile sarebbero inimmaginabili.

Perciò ripeto, non faccio nomi, ma lancio un appello preciso a chi è preposto alla sicurezza del territorio. Cosa che farò a giorni in maniera formale – appena in possesso della documentazione richiesta al mio amico geologo, il quale, premetto, si è reso sin da subito disponibile ad incontrare insieme a me le autorità competenti) – affinché si possano evidenziare in maniera celere i rischi attualmente presenti su quei particolari territori.

Se preferite comunque fare a meno di questa (gratuita) collaborazione, allora vi chiedo gentilmente di usare i dati già in vostro possesso, le conoscenze geologiche del territorio, le mappe di pericolosità che esistono e concentrare quindi gli sforzi non solo sulla risposta all’emergenza, ma sulla prevenzione ossessiva, sulla manutenzione meticolosa, sul fermare il consumo di suolo in quelle aree fragili.

Comprendo perfettamente che la frana di Niscemi sia in questo preciso momento la drammatizzazione di un rischio che potrebbe – ahimè – ancora continuare. Ma agire solo lì, dimenticando le altre realtà gemelle, sarebbe un errore imperdonabile.

La vera domanda quindi, non è se possa accadere altrove, ma dove e soprattutto se si è abbastanza vigili da accorgersene in tempo per evitare, per l’ennesima volta, il peggio!


martedì 3 febbraio 2026

Fabrizio Corona: Verità, falsità e il peso del silenzio. Il patto invisibile del potere.

È in corso uno strano, inquietante silenzio e si propaga come un’eco che non trova pareti contro cui frangersi. Non è solo l’assenza di suono, ma un silenzio pieno di cose non dette, di parole trattenute, di accuse assorbite senza reazione. 

Al centro c’è un nome, Fabrizio Corona, e il suo format “Falsissimo”, una serie di rivelazioni tanto esplosive quanto abilmente confezionate (sicuramente... anche per generare profitto, d'altronde si parla di centinaia di migliaia di euro al mese). 

Ciò che accade intorno a questo nome, però, racconta molto più della persona: rivela un intero mondo, quello dello spettacolo e del potere, che sembra paralizzato. Ma in fondo non è che la solita, antica e ben oliata routine del compromesso.

La vicenda è ormai nota a tutti. Fabrizio Corona, con una lunga storia giudiziaria (che include condanne per estorsione), ha lanciato attacchi durissimi contro un sistema, coinvolgendo nomi pubblici noti. In quelle sue puntate (che trovate in tutti i social) piene di accuse, di pressioni e di piaceri sessuali promessi in cambio di un favore, hanno raggiunto ormai milioni e milioni di visualizzazioni.

Ovviamente la reazione legale non si è fatta attendere e così la magistratura ha ordinato la rimozione di tutti i contenuti su quei personaggi e sulla stessa società chiamata in causa, attraverso una diffida per "violazione di copyright", facendo cancellare l’ultima puntata che doveva andare in onda in abbonamento, in un social.

Un dettaglio, quello del copyright, che definirei "illuminante", sì... perché non è stata la gravità delle accuse, la violenza verbale o la potenziale diffamazione a far abbassare il sipario in modo così efficace, ma la violazione di una proprietà intellettuale.

E' come se il sistema avesse trovato una leva tecnica, asettica, per disinnescare una bomba morale, aggirando il merito scomodo delle domande poste. E qui, il primo silenzio si fa sentire: il silenzio sul merito stesso! La società ha sin da subito replicato definendo tutto “menzogne e falsità”, ma la discussione pubblica è stata immediatamente deviata su un terreno legale e commerciale, lasciando così le domande di fondo sospese in un vuoto "assordante", perché è proprio in questo vuoto che si insinua la perplessità più profonda. 

Dove sono le voci di coloro che sono stati "indirettamente" chiamati in causa? Tutti quei personaggi pubblici che sono stati esposti alla gogna mediatica, auspico abbiano in questi giorni denunciato il Corona o si sono astenuti? Ed ancora, perché chi è stato mesi fa “buttato fuori” da certi programmi televisivi ha risposto a quelle "calunnie" solo attraverso i social, in modo difensivo, e non è corso immediatamente in Procura o presso gli studi legali a sporgere denuncia per diffamazione?

La risposta più inquietante, e che molti di noi sospettano, è che il silenzio non sia dettato dalla mancanza di offesa, ma da un calcolo. Denunciare Corona significherebbe certo mettersi nelle mani della magistratura, ma aprirebbe un processo in cui lui - ovviamente per difendersi - potrebbe essere chiamato a esibire “in quelle sedi opportune” (ahimè pubbliche...), tutta la documentazione che finora ha detto di possedere (quantomeno questo è ciò che ho compreso io...).

Questa scelta, infatti, potrebbe dipendere da diverse considerazioni strategiche:

L'effetto amplificazione: Rispondere ufficialmente può dare ulteriore visibilità e risonanza alle accuse, anche se false, rischiando di danneggiare ulteriormente la propria reputazione.

Sfiducia nell'efficacia: In un ecosistema digitale dove i contenuti diventano virali in poche ore, una procedura legale – spesso lunga – potrebbe non fermare tempestivamente il danno reputazionale già in corso.

Bilanciamento costi/benefici: Intraprendere una causa legale comporta costi economici, di tempo ed esposizione mediatica. Per alcuni, potrebbe non valerne la pena rispetto alla possibilità che l'interesse pubblico si sposti presto su altre notizie.

Già... un ribaltamento del tavolo che nessuno sembra volere. Forse, dobbiamo pensare che qualcuno preferisca sperare che il proprio silenzio venga premiato: chissà... con una nuova chance, con una mano tesa, con un silenzio reciproco? È il compromesso nella sua forma più pura: io non alzo la voce contro di te, e tu non alzi ulteriormente il volume contro di me. Sopravviviamo entrambi, intatti nella nostra rispettabile vulnerabilità.

Questo meccanismo non opera solo a livello individuale, ma si estende a tutto l’ecosistema mediatico, già... osservate il silenzio ufficiale, quasi una “pax” prestabilita tra competitori. Basti osservare tutti quei concorrenti, che in altri frangenti, non esiterebbero a trasformare lo scandalo altrui in oro per gli ascolti, qui se ne stanno alla larga. È come se vi fosse un tacito accordo di non belligeranza su certi terreni scivolosi, una consapevolezza che oggi abbassi l’ascia su di me, perché domani quella stessa ascia potrebbe rivoltarsi contro di te! 

D'altronde chi dovrebbe scrivere, parlare, spesso, è stipendiato o legato a doppio filo a certi editori, e dunque la sua voce è calibrata, cauta, mai del tutto schierata. Il risultato è una narrazione pubblica monca, dove la battaglia si sposta su questioni secondarie, ad esempio la violazione del copyright, la sanzione pecuniaria, mentre il cuore della questione, quel presunto scambio tra ambizione e coercizione morale, resta avvolto nelle nebbie del "non detto".

Alla fine, ciò che ci interroga non è la veridicità o la falsità delle singole accuse di Corona, su cui, ricordiamolo, la magistratura sta indagando separatamente, ma il riflesso che questa storia proietta sul nostro mondo.

Ci mostra come il potere, in tutte le sue forme (finanziario, manageriale, politico, ma anche soltanto di semplice visibilità...) possa funzionare, non solo attraverso imposizioni plateali, ma attraverso la seduzione silenziosa del compromesso. L’obiettivo da raggiungere - un posto in tv, una carriera, un sogno - diventa così luminoso da accecare, e la strada per ottenerlo si fa grigia, fatta di piccoli piegamenti, di sguardi alti, di accordi sottobanco.

Chi si piega non è necessariamente una vittima senza scampo; a volte è un complice attivo di un sistema che sa che il suo carburante più potente non è la forza bruta, ma la speranza, sì... la speranza di farcela, a qualsiasi costo.

E così mentre noi telespettatori, restiamo a guardare questo strano spettacolo di fuochi d’artificio verbali e silenzi di tomba, la domanda vera non è “Chi ha ragione?”, ma: “Quanto costa, in dignità e verità, il prezzo del successo che in molti accettano di pagare?”.

Ed il silenzio, purtroppo, è la risposta che già conoscono!

lunedì 2 febbraio 2026

IRAN: Un cerchio di sangue e sospetti che, alla fine, potrebbe chiudersi proprio su chi l'ha aperto.

Leggo sul web le notizie che emergono sulla repressione in Iran e per un attimo mi fermo a riflettere sulla parola - terrorista - usata ora da quel suo governo, sotto la guida suprema  dell'ayatollah Ali Khamenei e dei suoi Pasdaran e comandanti dei Basij.

Già... una parola che ormai viaggia tra i corridoi del potere come una palla avvelenata che nessuno vuole tenere in mano, ma tutti sono pronti a lanciarla contro l'avversario di turno e difatti, l'Iran dichiara terroristi gli eserciti europei, già... proprio l'Europa che aveva dichiarato in questi giorni "terroristi" le Guardie della rivoluzione, e così via, in un balletto di specchi, dove ogni gesto trova la sua perfetta controfigura nell'altro campo. 

E così mentre questo gioco delle parti prosegue, le autorità di Teheran usano quella stessa parola "terroristi" per etichettare ora i propri cittadini, quelli scesi in piazza per protestare, ma anche per confermare le parole che l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani che aveva in queste ore definito inaccettabile: l'uso della violenza letale contro manifestanti (in gran parte) pacifici. 

Sembra di osservare una partita a scacchi giocata ahimè non con pedine di legno, ma con etichette che pesano vite umane, relazioni diplomatiche, possibilità di dialogo e in Iran, oggi, il peso di quelle etichette si misura (secondo le voci che giungono sui social come "X" o "TikTok") in migliaia di esistenze spezzate.

Ed allora mi chiedo cosa rimanga del significato originario di quella parola, quando ormai è diventata merce di scambio nelle trattative internazionali, o peggio, l'incipit di una condanna a morte pronunciata da uno Stato contro la propria gente.

Perché è questo l'esito estremo di quel linguaggio avvelenato: dal 10 gennaio, il Procuratore generale e i giudici iraniani condannano pubblicamente i manifestanti come "mohareb": coloro che muovono guerra a Dio, un reato punibile con l'esecuzione capitale! 

Ecco il terrorismo vero - quello che semina paura tra la gente comune, che colpisce chi non ha voce nelle cancellerie - quello si nutre proprio di questa spirale di ritorsioni verbali che sfociano in provvedimenti concreti e spietati. 

Ogni volta che uno Stato alza la posta con una dichiarazione simbolica, si allontana di un passo dalla possibilità di sedersi a un tavolo e parlare da esseri umani. E intanto i cittadini, da una parte e dall'altra del mondo, pagano il prezzo di un linguaggio che ha smarrito la sua capacità di costruire ponti, sostituita dalla volontà di erigere muri di paura e silenzio.

Non si tratta di giustificare o condannare una parte contro l'altra: sarebbe ingenuo e soprattutto fuorviante. Si tratta piuttosto di osservare con lucidità come certe decisioni, prese forse per rafforzare una posizione interna o per compiacere alleati lontani, finiscano per irrigidire ulteriormente un sistema già fragile. La Guida Suprema Ali Khamenei, il 3 gennaio, ha definito i manifestanti "rivoltosi e da rimettere al loro posto", e da quel momento la repressione ha assunto caratteristiche militari senza precedenti. 

Comprendo i tempi della diplomazia - anche se non li approvo - tempi che solitamente richiedono pazienza, capacità di guardare oltre l'offesa immediata, un respiro lungo che troppo spesso manca quando prevale la logica dello scontro frontale, quando si invita pubblicamente la magistratura a non mostrare "alcuna clemenza".

E così quel respiro si spegne nel piombo: forze di sicurezza posizionate sui tetti sparano con fucili e pallini di metallo, spesso mirando alla testa e al torace di persone inermi, mentre gli ospedali vengono presi d'assalto e i feriti strappati dalle corsie per paura di essere arrestati.

E mentre i nostri parlamenti si scambiano accuse come fossero biglietti da visita, mi torna in mente una semplice verità da cantiere: quando due muratori litigano sulle fondamenta, è l'intero edificio a rischiare di crollare. 

Oggi, le fondamenta della società iraniana sono scosse da una crisi economica profondissima, dal crollo della valuta nazionale e dalla disperazione per servizi essenziali negati, mentre la risposta dello Stato è un blackout informativo totale che isola oltre novanta milioni di persone dal mondo, e pattuglie pesanti che impongono coprifuoco in una situazione di controllo militarizzato. 

Non servono quindi gesti plateali per dimostrare forza, servono mani capaci di impastare il cemento del dialogo anche quando l'aria è piena di polvere e rancore, perché alla fine, a pagare lo scotto di queste dichiarazioni incrociate non saranno i politici nei loro uffici, ma chi ogni giorno spera di attraversare una strada, commerciare un bene, sciogliersi i capelli, studiare ed esporre le proprie idee, vivere semplicemente liberi, senza il peso costante della paura. 

Basta quindi a famiglie a cui viene imposto di seppellire i propri cari nella notte, sotto stretta sorveglianza, parenti costretti a dichiarare falsamente che i figli uccisi erano membri dei Basij, solo per riaverne il corpo; già... come quel padre, ripreso in una video-propaganda di regime, che ripete a comando la versione dello Stato sulla morte della propria bambina di due anni.

Forse il vero atto rivoluzionario oggi non è dichiarare qualcuno terrorista, ma rifiutarsi di entrare nel gioco delle etichette e ricordare a tutti che dietro ogni bandiera ci sono volti, storie, desideri di pace che nessuna risoluzione parlamentare potrà mai cancellare. 

È ascoltare il grido che viene da Kahrizak, dove i video mostrano oltre duecento sacchi per cadaveri ammassati in un obitorio improvvisato, o la disperazione di chi cerca un figlio scomparso dopo un raid notturno in casa. È riconoscere che l'impunità sistematica per i crimini del passato ha alimentato questa nuova ondata di violenza, e che senza una svolta reale, le minacce lanciate oggi dai palazzi del potere verso il mondo esterno saranno nulla rispetto al crollo che si prepara dentro. 

Perché quando un regime, per sostenersi, deve sparare sulla propria gioventù, oscurare internet e minacciare le madri in lutto, ha già perso ogni legittimità agli occhi della storia e, soprattutto, del suo stesso popolo.

E a quel punto, ai suoi vertici e alle loro famiglie, non resta che una strada: accettare l'offerta di un esilio dorato verso una terra ancora amica, con i lingotti d'oro frutto di decenni di saccheggio stretti al petto, e partire immediatamente

Perché l'alternativa potrebbe essere che dall'Iran non esca più nessuno, e che qualsivoglia aereo in partenza venga fatto precipitare – già, lo stesso metodo cinicamente sperimentato e poi fatto passare per un disastro aereo, utile a epurare in un colpo solo l'allora presidente Ebrahim Raisi e i suoi alti esponenti

Un cerchio di sangue e sospetti che, alla fine, potrebbe chiudersi proprio su chi l'ha aperto.


domenica 1 febbraio 2026

Mpare... comu veni si cunta!

Mpare... sediamoci un attimo a parlare, sì... su questa cosa: “Comu venu si cunta”...

Quante volte l’abbiamo sentito e quante volte l’abbiamo pronunciato, magari alzando le spalle con quel nostro mezzo sorriso che sa di sfottò o di prendere le distanze.

È vero, c’è una profonda saggezza in queste parole, una specie di pazienza antica che profuma di questa terra e di questo mare. Il voler accettare le cose come vengono, raccontarle poi per come sono state, senza provare a indorarle troppo... 

C’è quasi una dignità in questo, una forza tranquilla che sembra dire: il mondo gira, e noi con lui, ed urlare... non è necessario.

Però, mpare, a volte mi fermo a pensare e mi chiedo se quel bellissimo “lasciar scorrere”, non si sia col tempo, un po’ troppo assopito. Già... se non si sia trasformato in una coperta di lana o una comoda poltrona dove aspettare che le cose semplicemente accadano. La filosofia diventa allora un pretesto, il “carpe diem siculo" si svuota del suo coraggio e si riempie di una strana inerzia. 

Si aspetta l’evento ineluttabile, si osserva da lontano, si spera solo di sopravvivere per poterlo un giorno raccontare. “Mancia, vive e sinni futte”, si dice. E mentre si vive e si fugge, il mondo intorno prende le sue forme, spesso senza di noi, mpare... è questo che mi lascia perplesso... 

La nostra terra è un miracolo continuo, un crocevia di storia e di coraggio che ha sfidato imperi, eppure, a volte, sembriamo aver ereditato solo la pazienza del contadino che aspetta la pioggia e non la sua capacità di costruire un sistema di raccolta di acque piovane per quando la pioggia non arriva.

Quanti stanno in disparte, come se la storia fosse uno spettacolo a cui si assiste, e non una casa che si costruisce mattone dopo mattone?
 La maggior parte aspetta che qualcun altro risolva, che l’evento “vena” da sé, che il finale si scriva da solo e nell’attesa, si commenta, si racconta, ci si arrangia...

Ma “comu venu si cunta” non era questo, non doveva essere questo. Il raccontare, alla fine, era il sigillo sull’azione compiuta, non il surrogato dell’azione mai intrapresa! Era il vecchio marinaio che narrava la tempesta superata, non quello che dalla riva descriveva le onde che vedeva all’orizzonte. 

La bellezza sta nell’affrontare, nel prendere quel “comu venu” e maneggiarlo, dargli una forma con le proprie mani, anche solo per spostarlo di un centimetro. E poi, sì, allora, raccontare. Perché la storia che vale la pena di raccontare è quella in cui ci si è immersi, rischiando la pelle, non quella che si è solo osservata da una comoda ombra.

Mpare, è ora di riprenderci la parte coraggiosa del proverbio e di ricordare a tutti i nostri conterranei che prima di “si cunta” viene “veni”, che non siamo spettatori di quel che viene, ma che siamo noi, con le nostre mani e soprattutto le nostre scelte, a farlo “venire”!

Altrimenti il rischio è che la storia la raccontino sempre gli stessi, quei pochi temerari, sì... come noi. E agli altri, ai troppi, resti il ruolo di comparse di quello stesso racconto. E questo, credimi, non è un bell’epitaffio per un popolo che ha il mare negli occhi e il fuoco della storia sotto i piedi!


sabato 31 gennaio 2026

Minch... devo rispondere a Trump!

Sì... minch… devo rispondere a Trump!

Ecco il mio telefono rosso che vibra sulla scrivania di mogano, silenzioso ma insistente, come se sapesse già che la mia mano esiterebbe prima di sfiorare quell'apparecchio freddo. 

Quella stessa mano che per trentacinque anni ha misurato cemento, controllato quote, firmato verbali - non è preparata a rispondere a presidenti. 

Eppure ora sono qui, in questo ufficio, neppure troppo elegante per me, visto che ne ho avuti di più raffinati, con la luce del pomeriggio che filtra tra le tende e taglia l'aria in diagonale, quasi fossimo in un film di Hitchcock.

La tentazione sarebbe quella di parlare con lui di geopolitica, di demolire quei muri alzati per dividere confini e popoli, di finirla con invasioni e conflitti compiuti in maniera arbitraria, ma la mia mente - quasi per analogia mi riporta nuovamente ai cantieri che ho diretto, alle piogge improvvise che fermavano i lavori, alle liti tra soci sulle varianti in corso d'opera, ai permessi bloccati per mesi che facevano marcire persino i progetto più ambiziosi - quasi mi volesse ricordare che costruire non è mai un atto di potere, ma di ascolto: ascolto del territorio, dei cittadini, ancor prima dei materiali o delle norme che - per quanto il più delle volte ignorate - servono per non far crollare città, paesi e infrastrutture. 

Perché le norme, per quanto lente, sbagliate, da correggere, esistono, sì... per non far crollare ciò che si erge: non solo strutture, edifici, ma comunità, fiducia, futuro. E così mentre il telefono continua a vibrare, immagino la sua voce dall'altra parte, pronta a semplificare il mondo in frasi secche, mentre io qui fatico a spiegare persino a un mio amico perché nel realizzare un solaio non si improvvisa.

Chiunque al mio posto si chiederebbe: cosa posso dire a un uomo abituato ai riflettori, alle dichiarazioni a caratteri cubitali, alle certezze urlate? Ed anch'io che per mestiere ho imparato che ogni muro di contenimento richiede pazienza, che ogni strato di costipazione ferroviario va verificato, più e più volte, che la sicurezza non è uno slogan ma un calcolo preciso fatto di prevenzione e responsabilità, mi sento un fremito nella voce.

E difatti, mentre il telefono continua ancora vibrare, immagino la sua voce dall'altra parte, pronta a chiedersi perché uno come me, non stia immediatamente rispondendo, già... a differenza di egli che tenta di semplificare il mondo come fossero tweet, senza spiegare i motivi di quelle sue decisioni e ancor meno chiedersi per un istante se quanto posto in atto, fosse realmente corretto.

Sì... c'è qualcosa di profondamente surreale nel dover sintetizzare in poche parole le ansie di questi anni, ad esempio, il clima internazionale che muta come un temporale estivo, le città che tremano sotto il peso delle bombe a causa di decisioni prese in stanze lontane, la burocrazia che avvolge ogni cosa come nebbia fitta, nascondendo qualsiasi prospettiva. 

Ed allora, per l'ennesima volta, la mia vita si ritrova a lottare, sì... contro chi decide senza competenza, contro chi blocca senza motivi, ma d'altronde, cosa potrei aggiungere a un dibattito globale sepolto sotto strati di retorica? Forse questo: che ogni grande questione si risolve seduti intorno a un tavolo, con calma, nel dettaglio, parlando in maniera serena e senza alzare la voce.

Così la mano resta sospesa sopra il telefono rosso, non per paura, né per mancanza di rispetto, ma per una forma di riguardo verso la complessità del momento che stiamo attraversando. Penso a tutte le persone che oggi soffrono, in Ucraina, a Gaza, in Sudan, Sahel (Burkina Faso, Mali, Niger), Myanmar, Repubblica Democratica del Congo (RDC), Somalia, Mozambico, ma anche in quelle "micce ad orologeria" pronte ad esplodere come Venezuela, Iran, Cuba, Penisola Coreana, Taiwan, Sud-est asiatico, Siria, Yemen, sì... rifletto su tutte quelle terre in cui la guerra ha sostituito il dialogo, dove il rumore delle armi ha soffocato la voce della ragione. 

Perché certe domande non cercano risposte immediate, ma richiedono uno sguardo lungo, paziente, disposto al sacrificio. Costruire - qualsiasi cosa si costruisca - significa guardare oltre l'oggi, senza fretta, senza slogan, con le mani sporche sì... ma la testa libera da strategie che avvantaggiano una parte a scapito dell'altra.

Significa ricordare sempre che ogni fondazione, per reggere il tempo, deve poggiare su un terreno di giustizia condivisa e che ogni opera umana, per avere senso, deve tendere a un unico obiettivo: LA PACE! Non come assenza di guerra, ma come presenza attiva di rispetto, ascolto, volontà di costruire insieme ciò che nessuna bomba potrà mai abbattere.

Ecco, ora la mano si posa su quel telefono rosso, lo alzo, ma questa volta non per parlare di muri da alzare, ma di ponti da costruire. Perché alla fine, l'unica risposta degna di un presidente - o di un semplice direttore tecnico come me - è sempre la stessa: lavoriamo per la pace, con la stessa cura con cui si getta una fondazione... senza la quale, tutto crolla!

venerdì 30 gennaio 2026

Siamo certi che Pietro Taricone morì "per una manovra troppo rischiosa" oppure vi era qualcos'altro?

C’è una morte, quella di Pietro Taricone, che sin da subito non mi ha convinto e che ora, dopo tanti anni, torna a interrogarmi di nuovo.

In queste ore, ascoltando le dichiarazioni di Fabrizio Corona e ripensando a quelle inaspettate di Claudio Lippi dall’ospedale e alle tante voci che piano piano stanno emergendo, quel dubbio si è fatto in me nuovamente strada. 

Ricordo che allora il gip di Terni nel 2010 archiviò tutto, concludendo che fu una manovra troppo rischiosa, sì... un errore umano a venti metri dal suolo, a causare lo schianto. La Procura, difatti, dopo la perizia, escluse qualsiasi guasto al paracadute, e così la storia si chiuse lì. 

Eppure io ho sempre sospettato che qualcosa non tornasse, conoscendo l’alta professionalità con cui Taricone affrontava lo skydiving in generale. Quell’uomo, che tutti ricordano come "O Guerriero" per la sua esuberanza nel primo Grande Fratello, era in realtà un appassionato sì di quello sport estremo, ma nel farlo - a dire di tutti i suoi amici - era particolarmente metodico. 

Difatti, possedeva alle spalle centinaia di lanci e proprio quel giorno a Terni, stava frequentando un corso di sicurezza in volo di livello intermedio. Il primo salto era andato bene, viceversa durante il secondo lanciò, dopo aver aperto regolarmente il paracadute ad ali e iniziato la discesa - secondo la ricostruzione ufficiale - in quella fase finale, commise l’errore di eseguire la manovra di frenata ad un’altezza vietata, all'incirca una ventina di metri, con una tecnica ritenuta particolarmente pericolosa. Lo schianto fu violento e le lesioni gravissime, e dopo un’operazione di molte ore, non riprese mai conoscenza e la conclusione fu lapidaria: tragica fatalità! 

Mi sono sempre chiesto perché un paracadutista esperto che sta seguendo un corso di sicurezza avrebbe dovuto compiere una manovra così folle e palesemente contraria a ogni norma. Ecco, questo è il nocciolo del mio dubbio, il primo tassello che non combacia, già chi dice che non abbia fatto proprio quella manovra, perché a causa di un problema presente - che soltanto lui stava in quel preciso istante sperimentando - abbia dovuto - per provare a salvarsi la vita - scendere così in basso?

Le voci che riaffiorano oggi mi spingono a guardare oltre la semplice cronaca di quell’incidente, mi fanno pensare al personaggio pubblico che era Taricone, a come lui stesso, in vita, si fosse scontrato più volte con quel sistema che lo aveva reso noto ai telespettatori. Ma soprattutto lo fece ai "Telegatti" del 2001, quando lì, incredibilmente agli occhi di tutti, urlò le sue ragioni contro i meccanismi della televisione, in una scena che oggi, con il senno di poi, potrei definirla profetica. 

D'altronde come non ricordare ora le parole dell'amico e scrittore Roberto Saviano, suo compagno di liceo, che lo ricordò come un ragazzo carismatico e solare, ma anche come qualcuno che, pur venendo da una provincia difficile, aveva saputo prendersi il suo tempo e scegliere il suo percorso, senza farsi intrappolare dalla logica del successo fine a se stesso. 

Taricone non era un prodotto conforme, aveva una sua scomoda integrità e forse aveva visto qualcosa o qualcuno che lo disturbava, che voleva forse che svendesse se stesso, che si piegasse e quindi accettasse compromessi richiesti, ed è proprio questo che mi porta alla seconda, più ampia, riflessione.

Quello che mi chiedo oggi, ascoltando le dichiarazioni pubblicate e condivise sul web, non è tanto se ci sia stato un guasto materiale al paracadute, ma se ci sia stato un “guasto” in un meccanismo più grande di lui. Il sospetto - ma ormai per esperienza diretta di questo ne sono fortemente convinto - è che in questo Paese tutto opera attraverso il compromesso, il favore, la raccomandazione, affinché ciascuno possa beneficiare, per sé o per i propri cari, di quella visibilità oppure di quelle promozioni o di quelle "coperture" che mantengono l’ordine delle cose. 

Ed allora, quando una figura scomoda ha iniziato a gridare contro quel sistema, ecco che improvvisamente muore in circostanze così nette e definitive, che viene lecito domandarsi se la verità giudiziaria (ed in questi mesi di situazioni giudiziarie ambigue ne abbiamo viste tante, troppe...), per quanto tecnicamente ineccepibile, esaurisca tutta la storia o se, invece, dietro la fredda formula dell’“errore umano” si sia preferito archiviare, insieme al fascicolo, anche ogni domanda più scomoda.

La morte di Pietro Taricone, per come è stata ufficialmente raccontata, rimane un mistero nella sua apparente semplicità e credere che un esperto di volo potesse commettere un errore da principiante, mah, qualche dubbio resta. Chissà, forse è davvero così, forse il mio è solo il dubbio di chi fatica ad accettare l’assurdità del caso, ma forse no, forse quelle voci che oggi riemergono, come quelle di Corona che lo definisce una “grandissima persona” e un rappresentante dell’“anti-sistema”, stanno cercando di ricordarci che Taricone, in vita, era un guerriero anche in questo: in quella battaglia solitaria contro le ipocrisie di un mondo, quello televisivo e non solo, fondato sull’apparenza e sul quieto vivere.

La domanda che resta sospesa è se quella battaglia sia finita davvero con lui, quel giorno di giugno a Terni, o se in qualche modo, attraverso il silenzio che è seguito e le domande che oggi tornano, stia ancora continuando. E se il vero “errore umano” da indagare non sia, a volte, la nostra troppo facile rassegnazione a versioni dei fatti che, pur chiuse in un archivio, non riescono a chiudere una coscienza?

Il nostro Paese d'altronde ha dato evidenza di quanto preferisca non sapere, piuttosto che scendere in piazza e fare domande. Sì, perché fintanto che tutti resteranno lì aggrappati a quella briciola, a quella speranza di favore per sé o per i propri cari, fintanto che ciascuno di loro continuerà a prostrarsi e genuflettersi a quei loro amici, siano essi politici, dirigenti, imprenditori o anche mafiosi, beh, state certi che nulla cambierà, così è stato in questi ottant'anni e così continuerà ad essere per sempre, celando all'opinione pubblica i loro intrallazzi, ribaltando in ogni occasione l'unica verità e infangando in tutti i modi possibili chi prova a colpirli e quando non ci riescono, ahimè, usano le maniere forti. 

Già, non vorrei ora prevedere la notizia trasmessa dai nostri Tg, che annuncia di come al povero Fabrizio Corona sia venuto improvvisamente un infarto... e chissà se anche in questa occasione non si parlerà di: tragica fatalità!

giovedì 29 gennaio 2026

NISCEMI: la frana degli avvertimenti inascoltati.

C’è una storia, in Sicilia, che non si ferma mai, già... è la storia di un’isola che scivola via un pezzo alla volta, tra fango e indifferenza!

A la cosa assurda è che a ogni crollo, a ogni strada che si spezza, a ogni mareggiata, si ripete sempre lo stesso copione: si alzano le mani, si declinano le responsabilità, si mobilitano le stesse figure che fino al giorno prima erano assenti. La città di Niscemi (ma non è l'unica) in queste ore, è il palcoscenico perfetto di questa tragedia annunciata.

La notizia è che una collina sta crollando, che intere porzioni di paese sono in bilico, che la Protezione Civile descrive una situazione critica. Ma la verità, molto più amara, è che tutto questo era stato scritto, il sottoscritto ad esempio ha realizzato parecchi post sui rischi idrogeologici presenti sul territorio, ma nessuno ha poi approfondito, già i soliti studi, progetti e poi tutto è stato archiviato, sepolto sotto l'indifferenza, altre carte, altre priorità e chissà... forse altri interessi.

È sempre così. I segnali ci sono, le voci ci sono. Per anni si è scritto di rischi idrogeologici, di alvei da mettere in sicurezza, di una cementificazione folle che ha trasformato il suolo in una lastra impermeabile. Si è denunciata l’assenza di una pianificazione seria, la leggerezza con cui sono state concesse licenze, l’inerzia di chi avrebbe dovuto vigilare. Parole che sembravano cadere nel vuoto, finché la terra non ha iniziato a muoversi di nuovo.

I geologi lo spiegano con pacatezza implacabile: Niscemi sorge su un equilibrio fragile, sabbia su argilla, un predisposto scivolare. Il dissesto è antico, profondo, solo apparentemente quieto. Le indagini lo dicono da tempo: non ci sono soluzioni miracolose, solo interventi per mitigare un rischio che non si cancella. E la conclusione, per chi ha il coraggio di guardare in faccia la realtà, è una sola: certe aree non vanno ricostruite, ma abbandonate. Delocalizzare, non perpetuare l’errore. Invece, si preferisce fingere sorpresa, ogni volta, come se la pioggia fosse un evento imprevedibile e non la semplice conferma di un destino costruito giorno dopo giorno.

E allora, mentre le case tremano e la gente guarda inerme la propria vita andare in frantumi, viene da chiedersi: a cosa servono tutti gli avvertimenti, gli studi, le denunce, se poi chi dovrebbe agire si gira dall’altra parte? Se i fondi prendono strade oblique, come hanno mostrato inchieste anche recenti? Se l’emergenza diventa l’unico momento in cui tutti si “mobilitano”, per poi dimenticare di nuovo fino alla prossima catastrofe?

Quella di Niscemi non è una frana improvvisa. È il crollo lento di una memoria collettiva, il fallimento di una prevenzione mai nata, lo scivolare via delle responsabilità di chi, seduto sulla propria poltrona, ha ascoltato senza sentire, guardato senza vedere. Fino a quando, anche la terra, stanca di aspettare, decide di muoversi. E porta via tutto, tranne l’amara consapevolezza che questa storia, purtroppo, la conosciamo già. 

E state sicuri che quanto accaduto ora a Niscemi, si ripeterà, identica, da qualche altra parte, sì... se continueranno - per come fanno sempre - a voltare la testa dall'altra parte!

mercoledì 28 gennaio 2026

Trump chiede: "prova ad indovinare come finirà la tua guerra"? Zelensky" risponde: non lo so, mi arrendo...". Esatto!

Sì, lo ammetto: devo il titolo ad un amico sul social di "TUMBLR", Falcemartello, e la battuta - ci tengo a precisare - è di un comico inglese.

Ma è curioso come a volte, un frammento di satira riesca a illuminare l’assurdo di una realtà che supera qualsiasi finzione e difatti, la prima cosa che mi è venuta in mente, non è stata la risposta, ma la domanda stessa: “Prova a indovinare come finirà la tua guerra”

Essa non nasce da un desiderio di comprensione, ma piuttosto sembra il colpo di dadi di chi fa sette, di chi sa già come andrà a finire, perché il tavolo e i dadi sono truccati e  vuole trasformare una tragedia collettiva in un gioco di potere, dove persino la sofferenza diventa una posta in palio, sì... da spostare sul tavolo delle contrattazioni. 

È una frase quindi che non cerca una risposta, ma vuole misurare la disperazione, o chissà forse anche la resilienza, non solo di chi quella guerra la vive ogni giorno nelle strade e sotto le bombe, ma anche di noi tutti, in particolari noi Europei da troppo tempo sottomessi a quella spartizione del mondo, decisa - come avevo scritto: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/08/trump-e-putin-solo-minacce-vuote-dietro.html, già da tempo.

E allora, la risposta che arriva, “non lo so, mi arrendo…”, assume un peso diverso. Non è la resa di un soldato al nemico, ma potrebbe essere la resa di un uomo di fronte all’impossibilità di giocare a quel gioco perverso, arrendersi all’arroganza della domanda, arrendersi alla crudeltà di poter prevedere un futuro che, giorno dopo giorno, viene strappato via. 

Quel “Esatto!” poi... finale, risuona come un sigillo amaro, l’unica verità che in quel dialogo surreale si possa pronunciare: sì, esatto... una parola a cui nessuno sa dare una risposta, è esatto che fredda risposta annichilisce, è esatto che di fronte ad essa, l’unica mossa che rimane a quel leader Ucraino è dichiararsi vinto, quantomeno per preservare la dignità di non fare scommesse sul sangue del proprio popolo.

Ma il pensiero non si ferma lì, perché una tale battuta scava dentro anche chi la ascolta da lontano: quante volte, di fronte alle notizie che si susseguono, ai bollettini, alle analisi infinite, ci siamo sentiti come Zelensky in quel titolo? O come Trump? O forse come entrambi? 

Da una parte, la vertigine di non sapere, la stanchezza di cercare un senso dove forse non c’è, la tentazione di alzare le mani e dire “basta, non capisco più niente”. Dall’altra, la pericolosa tentazione di credere di avere, in qualche angolo della mente, la soluzione in tasca, la mossa giusta, la prospettiva dall’alto che tutto semplifica e tutto spiega. Siamo divisi, spesso, tra chi si arrende all’ambiguità e chi la nega con una certezza urlata.

Alla fine, forse, il vero conflitto che questo titolo mette in scena non è solo quello in Ucraina, è il conflitto che c'è dentro di noi, tra il bisogno di risposte chiare e il dovere di rispettare la complessità, tra la comodità di un giudizio sbrigativo e la fatica di un dubbio onesto. 

Quella frase, “non lo so, mi arrendo”, se la si ascolta bene, non suona come una fine, suona viceversa come un atto di resistenza: È il rifiuto di partecipare a uno spettacolo che banalizza il dolore! 

E in un mondo che pretende continuamente verità assolute e pronostici, ammettere di non sapere, arrendersi alla realtà misteriosa e terribile degli eventi, può essere l’unico modo per rimanere umani, per conservare la capacità di guardare, pensare e sentire senza la corazza di una facile retorica. 

Perché a volte, l’onestà più radicale è proprio quel “non lo so”, pronunciato mentre si continua a combattere, o a sperare, certamente non come facciamo noi tutti da troppo tempo, restando semplicemente... a guardare!

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