Translate

lunedì 10 agosto 2026

Capitolo 4°: Il Giovane Gesù: Lo sviluppo, l'adolescenza, gli studi della Torah.

E così a tredici anni Yeshua sale al leggio della sinagoga di Nazareth. 

È il giorno del suo Bar Mitzvah, il momento in cui un figlio d'Israele diventa "figlio della Legge", responsabile delle proprie azioni davanti a Dio e alla comunità.

La comunità è tutta lì. I volti che lo hanno visto bambino, quelli che hanno sussurrato alle sue spalle, quelli che hanno tirato via i propri figli quando lui si avvicinava. 

Ora lo guardano salire; è alto per la sua età, magro e quegli occhi che sembrano guardare oltre le cose.

Legge il brano assegnato. Voce ferma, dizione chiara. Poi il rabbino, come da tradizione, gli chiede: "Figlio di Giuseppe, vuoi dire qualcosa su ciò che hai letto?". Yeshua tace. Poi parla. Ma non commenta il testo come ci si aspetterebbe. Invece dice: "Oggi questa Scrittura si è compiuta davanti a voi".

Un silenzio gelido... poi un mormorio, qualcuno tossisce e il rabbino lo fissa, interdetto. Non è un'interpretazione. È una dichiarazione. È come se quel ragazzo si stesse mettendo dentro la Scrittura, non sotto di essa.

Nessuno dice nulla, quella sera. Ma molti tornano a casa con un pensiero che non li abbandona: chi si crede di essere?

Negli anni che seguono, Yeshua studia, non solo la Torah, ma i Profeti. Si perde nei rotoli di Isaia, dove un servo sofferente viene disprezzato e rifiutato, "un uomo dei dolori che ben conosce il patire". Legge e rilegge quel passo. Già... lo riconosce, come riconoscere il proprio riflesso nell'acqua.

Legge Daniele e le sue visioni apocalittiche. Legge i Salmi, dove il giusto grida a Dio e si sente abbandonato. E ogni volta, qualcosa dentro di lui risponde. Non è studio: è riconoscimento!

Eppure, c'è un problema. Un'ombra che non lo abbandona mai.

La Torah è chiara: il "bastardo", il mamzer, non entrerà nell'assemblea del Signore fino alla decima generazione. Lui lo sa. Lo sanno tutti. Ogni volta che entra in sinagoga, ogni volta che apre un rotolo, sa che per la Legge lui è un escluso! Non importa quanto studi, quanto impari, quanto sia fedele. Il sangue parla più delle scelte. La nascita decide prima che tu possa decidere.

Ma lui sente dentro di sé qualcosa che la Legge non può contenere. Una voce che non è la sua. Una spinta che non viene dalla carne.

E se Dio parlasse anche ai bastardi? Non lo dice a nessuno. Ma la domanda gli brucia dentro.

Giuseppe intanto invecchia. Le mani che un tempo maneggiavano l'ascia e lo scalpello ora tremano. La schiena si curva. Il respiro diventa affannoso. Yeshua lo guarda e capisce che la morte si sta avvicinando. Non è una rivelazione. È una constatazione. 

Vede il petto di quel padre che si solleva a fatica, la tosse che non passa, gli occhi che si appannano. E si chiede: quando Giuseppe morirà, cosa resterà di lui? Resta il suo amore, resta il fatto che mi ha cresciuto come figlio, resta il fatto che mi ha difeso. Ma la comunità dirà: è morto il falegname, e il suo bastardo è rimasto solo.

Una notte, Giuseppe lo chiama accanto al letto. Non dice nulla di importante. Niente benedizioni solenni, niente profezie. Solo: "Prenditi cura di lei", poi chiude gli occhi.

La morte di Giuseppe è silenziosa. La sepoltura è povera. I vicini vengono, recitano le preghiere, se ne vanno. Nessuno piange in modo vistoso. E Yeshua, per la prima volta, capisce cosa significhi essere il capofamiglia di una donna che il mondo guarda con sospetto.

Maria diventa la sua responsabilità. E lei, con quel sorriso che nasconde più di quanto dica, lo guarda e non gli chiede nulla. Ma lui sa che lei sa. Lei sa che lui sa. E quel silenzio tra loro è più pesante di qualsiasi parola.

Giuseppe se n'era andato in silenzio, come aveva vissuto. E Maria era ora una vedova senza un figlio che potesse portare il nome del marito. Almeno, così diceva la comunità. Perché Yeshua, per loro, non contava. Non era il figlio legittimo. Era il bastardo. E un bastardo non poteva ereditare il nome.

E allora la legge del Signore, quella stessa Torah che Yeshua amava studiare, parlava chiaro: "Se due fratelli abitano insieme e uno di loro muore senza aver avuto figli, la moglie del defunto non si mariterà con un estraneo, ma il cognato andrà da lei, la prenderà in moglie e compirà verso di lei il dovere di cognato. Il primogenito che lei partorirà subentrerà nel nome del fratello morto, perché il suo nome non si estingua in Israele" [Deuteronomio 25,5-6].

Era un dovere sacro. Non un'umiliazione. Era il modo più santo che una famiglia potesse avere per onorare un uomo morto. E Maria, ora che Giuseppe non c'era più, era tenuta a osservarlo.

Se Giuseppe aveva un fratello, quell'uomo doveva sposarla. Era la legge. Era la consuetudine. Nessuno si sarebbe scandalizzato. Anzi, ci si sarebbe aspettato che lei si risposasse, che desse alla luce un altro figlio, che il nome di Giuseppe non si estinguesse.

Ma c'era un problema. Un problema che nessuno osava pronunciare ad alta voce.

Yeshua non era un figlio legittimo. E se non lo era, allora il nome di Giuseppe era già estinto. Allora non serviva il levirato. Allora Maria era libera? O era condannata a rimanere vedova, senza discendenza, senza futuro, senza un uomo che la proteggesse?

La risposta, come sempre, la sapevano solo le voci che sussurravano dietro la fontana.

Yeshua guardava sua madre e sapeva che lei, un giorno, avrebbe dovuto scegliere. O sposare il cognato, se esisteva, e dare un figlio a Giuseppe. O restare sola, con il peso del marchio che ormai portava anche lei.

E lui, con la fiamma che gli bruciava dentro, si chiedeva: se io me ne vado, lei a chi resta? A chi la lascio?

Ma non c'era risposta. Non ancora...

E così... intanto il corpo cambia. Cresce in altezza, i muscoli si tendono, la voce si fa più grave. Le ragazze del villaggio lo guardano con occhi che prima erano solo curiosi e ora sono qualcosa di più. Lui sente quello sguardo, lo capisce, ma si tira indietro.

Non perché sia un angelo, ma perché sa che il marchio che porta non lo rende un buon partito. Perché sa che se sposasse una ragazza di Nazareth, il suo marchio cadrebbe anche su di lei. La escluderebbe come hanno escluso lui.

Quindi... meglio restare solo, pensa, sì... meglio che la maledizione finisca con me!

E così il suo corpo diventa un campo di battaglia. Da una parte gli istinti, la carne, il desiderio di una vita normale, una moglie, dei figli. Dall'altra quella voce interiore che gli dice: non sei per questo mondo. Sei altro. Vai altrove.

Ma dov'è "altrove"?

Nelle notti insonni, quando il tetto di casa è il suo unico rifugio, guarda le stelle e ripensa alle parole che ha letto nei Profeti. Isaia, che parla di un servo umiliato. Daniele, che descrive un figlio d'uomo che viene sulle nubi del cielo. I Salmi, dove il giusto soffre ma Dio non lo abbandona.

E se quelle parole parlassero di me?

Sa che è un pensiero folle. Sa che i rabbini insegnano che quelle profezie parlano di Israele, non di un singolo uomo. Ma allora perché lui le sente così vicine? Perché sembrano cucite addosso a lui, come una veste che nessun altro può indossare?

È il suo desiderio di essere qualcuno? È la sua ferita che cerca una risposta? O è davvero Dio che parla?

Non lo sa. Nessuno lo sa. Forse non lo saprà mai.

Ogni tanto, quando la bottega è chiusa e lui e Maria restano soli, scambiano qualche parola. Lui non le chiede dei dettagli: cosa ha visto realmente? Come era l'angelo? Che voce aveva? Lei non chiede a lui cosa sta cercando, perché lo sta cercando.

Ma un giorno Maria lo guarda e dice: "So che te ne andrai". È una frase secca, senza drammi. Come un dato di fatto.

Yeshua tace.

"Non chiedermi di restare" dice lui. "Io non ti ho chiesto di restare. Ho accettato che eri diverso prima che tu nascessi".

Quelle parole lo inchiodano. Non è un rimprovero. È una liberazione.

E lui capisce che la sua strada non è restare a Nazareth. La sua strada è andare. In un posto dove il suo marchio non conta, dove la Legge è scritta in un altro modo, dove il giudizio non è sulla nascita ma sulle scelte.

Forse, pensa, esiste quel posto. Forse quei viandanti che parlano del deserto e del Mar Morto hanno ragione. Forse c'è una comunità che non chiede "chi è tuo padre?", ma "cosa cerchi?".

Non sa ancora quando partirà. Forse domani. Forse tra un anno. Forse quando la fiamma che ha dentro diventerà troppo grande per essere contenuta, ma sa che partirà...

Il mondo non mi ha voluto, pensa. Allora andrò a cercare il mondo che mi vuole.

E mentre la notte avvolge Nazareth, nel petto di quel giovane falegname, quella fiamma brucia più forte che mai...

domenica 9 agosto 2026

Antonio Condorelli: la “normalità” dello scandalo che non scandalizza più nessuno!

Ho letto con attenzione l'ultimo post di Antonio Condorelli. Per me è uno dei pochi giornalisti rimasti a svolgere questo mestiere con onestà e indipendenza, una voce a cui vale la pena prestare ascolto. Ostinato e coraggioso, è sempre in prima linea, nel vivo dei fatti, a raccontare ciò che molti preferiscono tacere.

Il suo ultimo lavoro, pubblicato su LiveSicilia (link all'articolo), è un pugno nello stomaco. E, come lui, non posso fare a meno di provare un senso di vergogna profonda. Ma non è la vergogna che si prova davanti a un fatto eclatante, a uno scandalo che sconvolge le coscienze. È qualcosa di più sottile e, per certi versi, ancora più inquietante: è la vergogna di fronte alla "normalità".

Perché ciò che emerge dalle cronache giudiziarie dell'Isola non è raccontato come un'eccezione, ma come una consuetudine. Arresti di deputati regionali, indagini su assessori, leader politici di primo piano che si trovano ai domiciliari. Eppure, nel centrodestra siciliano, tutto questo non provoca scossoni. Non c'è stupore, non c'è quella rottura che dovrebbe accompagnare il venire a galla di fatti gravi. C'è solo la consapevolezza che, nell'ingranaggio della politica regionale, questi eventi fanno ormai parte del meccanismo.

Ora, nel raccontare quanto accade, non mi soffermerò sui singoli nomi. Per me, e credo per molti, in questo teatrino della politica i protagonisti si equivalgono. Uno vale l'altro, e poco importa chi sia. Se invece desiderate entrare nello specifico, se volete dare un volto e un cognome a questa lunga teoria di indagati, trovate tutto nel link che ho riportato sopra. Qui, però, voglio solo fissare lo sguardo sul fenomeno, non sui suoi interpreti.

Prendiamo l'ultimo episodio che ha scosso Forza Italia: un suo deputato regionale ai domiciliari. La notizia è piombata ai vertici del partito proprio mentre il commissario regionale teneva una riunione in una provincia già segnata dall'arresto di un altro esponente azzurro. Sembrava quasi una beffa del destino, un "benvenuto" amaro. Eppure, nei corridoi, nessuno si è stracciato le vesti. Solo la spallata di chi, ormai, ha imparato a convivere con queste scosse. Il mantra del "siamo in una fase iniziale", ripetuto con ostinazione qualche mese fa, oggi suona come un rituale svuotato di senso. Una formula di circostanza, pronunciata a denti stretti per non dover ammettere che, forse, quella fase iniziale non finirà mai.

In quella riunione, il commissario si è trovato a mediare tra le diverse anime del partito: quella legata al sindaco del capoluogo di provincia, quella dell'ex ministro presente personalmente, e la compagine che fa capo alla deputata subentrata al collega arrestato. Tra gli esponenti presenti, si sussurravano apprezzamenti per la sua capacità di ascolto, per aver "iniziato una stagione di incontri territoriali" in un partito, dicono, "non abituato a discutere". La questione morale, in questo contesto, non è diventata un elemento tranciante. Non c'è stato un dibattito sui principi, ma una discussione pratica su come gestire la situazione.

L'orizzonte, per tutti, sono le prossime elezioni regionali. E questo spiega molte cose. Alcune province preoccupano, perché "bisognerà fare le liste". Altre, come il capoluogo etneo, provocano più di un grattacapo, perché la spaccatura politica tra i big crea equilibri precari. In questo quadro, un'esponente azzurra di una provincia dell'Agrigentino, che secondo gli inquirenti "condivideva le scelte del partito" con il deputato finito ai domiciliari, viene invece promossa a commissario provinciale. Le sue qualità politiche, evidentemente, pesano più di qualsiasi ombra. È una scelta cinica, che fotografa perfettamente il clima: non importa ciò che si è fatto, ma ciò che si può ancora fare per la partita elettorale.

Anche la Dc e la Lega, dopo lo scossone dell'arresto di un loro leader storico e il conseguente patteggiamento, si stanno ricompattando. L'obiettivo è una lista unica alle regionali. Un esponente leghista, interdetto per un anno dal ruolo di assessore a causa di un'inchiesta, continua a tessere la sua tela, mantenendo stretti rapporti con Forza Italia. Si parla di un suo possibile cambio di casacca, di esponenti azzurri che lo seguirebbero. Sono manovre di palazzo, calcoli politici che nulla hanno a che fare con la liceità o meno dei comportamenti degli indagati. Sono il pane quotidiano di una politica che ha fatto della propria sopravvivenza l'unica bussola.

E poi c'è il caso di un ex componente della commissione regionale Antimafia, tornato all'Ars dopo l'arresto per voto di scambio politico-mafioso. Un dettaglio che la dice lunga sulla capacità di questo sistema di assorbire tutto. Fratelli d'Italia, dal canto suo, sceglie la strada del silenzio. Il commissario regionale "preferisce non commentare", e dopo il rigore iniziale profilato dopo le inchieste che hanno coinvolto il presidente dell'Ars e un'assessora, si è passati all'attesa degli esiti processuali. È l'atteggiamento di chi aspetta che la tempesta passi, senza sporcarsi le mani.

E così, qualcuno si spinge a lanciare un vero e proprio salvagente a quel presidente dell'Ars, intercettato per anni: "Ma cosa volete? È venuto fuori solo che con l'auto blu gli è stato portato qualche kebab con le patatine mentre lavorava, è il politico più pulito in circolazione". Questa frase, che circola a microfoni spenti, è forse il simbolo più lucido della degenerazione a cui stiamo assistendo. Il parametro di paragone non è più la legalità, ma la "pulizia" relativa, il confronto con situazioni peggiori. È il trionfo del "mal comune mezzo gaudio".

Ecco, è proprio questo che Condorelli ha colto con la sua consueta lucidità. La questione morale, quella vera, quella che dovrebbe far scattare un campanello d'allarme nelle coscienze e nei partiti, è stata accantonata. Al suo posto è subentrata la "questione normale". Una lunga teoria di indagati, arresti, rinvii a giudizio, che non scuotono il sonno di chi governa. Non c'è più alcun scandalo, perché lo scandalo presuppone una deviazione da una norma condivisa. Qui, invece, quella deviazione è diventata la norma stessa.

Il governatore, che tra pochi giorni relazionerà all'Ars, è chiamato a dare conto dei "risultati conseguiti". Ma come si fa a parlare di risultati, a esaltare una "Sicilia attrattiva per le imprese", quando la politica che dovrebbe rappresentare il motore di questa rinascita è così profondamente e quotidianamente inquinata? Come si fa a fare "spallucce", per usare le parole di Barbagallo, di fronte a questa realtà?

E questo, per chi come me ha smesso ormai da troppo tempo di credere nella politica e nei suoi referenti, è uno spettacolo desolante. Non la considero più un servizio, non riesco più a vedervi alcuna traccia di quella vocazione civile che dovrebbe animarla. Quello che vedo, invece, è un circo di comparse che si alternano sulla scena, tutti uguali, tutti intercambiabili, tutti pronti a tutto pur di conservare un seggio o una poltrona.

Perché quando lo scandalo diventa "normale", non è più la giustizia a dover correre, ma la politica a dover ridestarsi. Ma a guardare gli eventi di queste settimane, viene il sospetto che il sonno sia, ormai, troppo profondo. Addormentati, anestetizzati, immuni a qualsiasi scossa. E la sveglia, per loro, non suonerà nemmeno alle prossime elezioni. Perché il gioco, si sa, continua. Sempre uguale a se stesso.

E continua anche grazie a chi, nell'ombra, sa bene come si comprano i voti. Continua grazie a quella rete invisibile di favori e scambi che trasforma le urne in un mercato, le coscienze in merce di scambio. La mafia, lo sappiamo, non si è mai fermata. Ha solo imparato a muoversi con più cautela, a tessere trame più sottili, a presentarsi con il sorriso e la stretta di mano. E' sempre lì, pronta a offrire il suo sostegno in cambio di protezione, di appalti, di leggi su misura. E la politica, quella politica che dovrebbe combatterla, spesso si limita a fare finta di non vedere. A voltarsi dall'altra parte. A stringere quei patti sporchi che permettono al sistema di reggersi in piedi.

Ecco perché da tempo non credo più nella politica. Perché non è più una questione di uomini, ma di sistema. Un sistema malato, che ha normalizzato l'illegalità e trasformato la complicità in prassi. Un sistema che, davanti a un arresto per voto di scambio politico-mafioso, non prova alcun imbarazzo. Che davanti a un'indagine per concorso esterno si stringe nelle spalle. Che davanti a un politico intercettato per anni, lo esalta come "il più pulito in circolazione".

Questa è la vergogna più grande. Non i singoli episodi, ma la loro sistematicità. Non i colpevoli, ma l'assenza di qualsiasi reazione. Non lo scandalo, ma la sua assenza. Perché quando tutto è normale, niente è più scandaloso. E quando niente è più scandaloso, tutto è permesso. Anche il patto più oscuro. Anche la complicità più vile. Anche il silenzio più assordante davanti a chi, da sempre, vive di quel silenzio.

sabato 8 agosto 2026

Evasione fiscale: la lezione che viene dalla Germania, la vergogna che resta italiana.

Buongiorno e bentrovati nel mio solito angolo di riflessione, quello dove proviamo a mettere ordine tra le cose che non vanno.

Oggi volevo prendere le distanze, guardare lontano, e invece no: devo per forza partire da qua, da casa nostra, da quello che succede sotto i nostri occhi. Poi, solo dopo, farò un salto in Germania, dove le cose vanno in una direzione che da noi, per contrasto, sembra quasi fantascienza.

Perché, diciamocelo chiaramente, mentre da noi si fa di tutto – e dico di tutto – per incentivare l’evasione fiscale, con leggi e norme che finiscono per tutelare i furbetti e i ladri di questo nostro Paese, dall’altra parte delle Alpi si vara una stretta che farebbe invidia a un commissario di polizia. 

E non parlo di misure timide o di facciata: parlo di carcere fino a quindici anni per i casi più gravi, di autodenunce che non garantiscono più l’impunità, e di un esercito di algoritmi e intelligenza artificiale messo al servizio del fisco per stanare ogni singolo evasore

Sì, avete letto bene: l’intelligenza artificiale, quella che da noi usiamo per fare selfie o chiedere previsioni del tempo, in Germania diventa uno strumento per scovare centinaia di migliaia di persone che fino a oggi hanno fatto beffa delle leggi.

Il governo tedesco, guidato dal cancelliere Merz, ha presentato un piano d’azione che non lascia scampo. Il ministro delle Finanze Klingbeil stima che già nel 2027 si potranno recuperare un miliardo di euro in più. Un miliardo che, messo a fronte di un bilancio federale di 555 miliardi, non rappresenta certamente delle briciole. 

E lo fanno potenziando i controlli con l’analisi dei dati, la blockchain, i registratori di cassa obbligatori e una cooperazione internazionale serrata per inseguire i capitali nascosti all’estero. Insomma, hanno trasformato la lotta all’evasione in una vera e propria caccia al tesoro, ma dalla parte giusta, quella dello Stato.

E noi? Noi stiamo qui a guardare, a leggere notizie di accertamenti sotto il livello pre-Covid, a sentirci dire che per un autonomo il rischio di un controllo è sotto il 4%. Sotto il quattro per cento!

Praticamente è più facile vincere alla lotteria che beccare un controllo fiscale, se sei un libero professionista o un piccolo imprenditore. E intanto le cartelle esattoriali non decollano, la riscossione arranca, e chi evade lo fa con la leggerezza di chi sa che, alla fine, le conseguenze sono solo un lontano miraggio.

Perché, diciamoci la verità, tra tutte le chiacchiere e le promesse, chi è che paga mai con il carcere? Chi è che sconta davvero una pena per aver sottratto soldi alla collettività? Rispondo io, con amarezza: NESSUNO! 

È una giostra di condoni, di sanatorie, di cavilli e di prescrizioni che trasforma il reato fiscale in una pratica amministrativa sgradita ma tollerabile. La giustizia tributaria italiana è un colabrodo, e chi siede a Roma – dai piani alti fino ai gradini più bassi dei comuni e degli enti locali – sembra remare contro la legalità, piuttosto che a favore.

Ecco, io non voglio fare il moralista a tutti i costi, ma un confronto con quello che succede in Germania mi sembra più che doveroso. Loro alzano l’asticella della pena, introducono l’obbligo di conservare i dati contabili per quindici anni, creano un centro nazionale contro il riciclaggio, e proteggono i whistleblower che hanno il coraggio di segnalare gli illeciti. 

Noi, invece, continuiamo a discutere di condoni e a cercare il modo di far cassa senza mai toccare i veri evasori, quelli che organizzano frodi carosello e spostano milioni all’estero con la stessa naturalezza con cui noi cambiamo canale televisivo.

Forse è proprio questa la differenza: loro considerano l'evasione un reato grave, da perseguire con ogni mezzo, fino a quindici anni di cella. Noi la consideriamo quasi un peccato veniale, un'abitudine nazionale contro cui è inutile lottare. E allora io mi chiedo, e vi chiedo, fino a quando potremo permetterci questo lusso? Fino a quando continueremo a essere il Paese dove chi ruba al fisco è un furbetto, e chi paga le tasse è un pollo?

Ora lascio a voi la riflessione, e mi rivolgo naturalmente a quelli che, come me, ogni mese aprono il portale dell'Agenzia delle Entrate e pagano, senza cercare scappatoie, senza inventarsi fatture false o domiciliazioni in paradisi fiscali. A voi dico: reggete forte, perché la pazienza ha un limite.

E con la speranza che un giorno – magari non troppo lontano, e lo dico con tutto il rispetto, signora Presidente del Consiglio – anche da noi si decida finalmente di seguire l'esempio tedesco. Di smetterla con i condoni, con le sanatorie, con quella strana abitudine di trasformare il reato in un fastidio burocratico.

Ma conoscendo molto bene la storia di questo Paese, la mia speranza si scontra con la realtà. E la realtà mi dice che dovrò aspettare ancora a lungo. Forse così a lungo che quel giorno, chissà, potrei anche non esserci più per festeggiarlo. E allora continuerò, come sempre, a fare la mia parte. A pagare il mio conto. A sostenere, con le mie tasse, le esigenze reali – e ahimè, anche quelle fittizie – di questo Paese che di onesto, a volte, sembra avere solo la facciata.

Perché alla fine, lo sappiamo bene, a rimetterci sono sempre noi: i soliti onesti. Quelli che non hanno nulla da nascondere, ma tanto, tantissimo da raccontare...

venerdì 7 agosto 2026

"China Express": arriva, truffa e solitamente (prima che qualcuno se ne accorga) riparte!

Leggendo notizie come questa – "China Express", la maxi frode da un miliardo e mezzo, le decine di denunce, i sequestri di ville e attici – devo essere sincero, provo un senso di straniamento. 

Da un lato, c'è il doveroso plauso per il lavoro della Guardia di Finanza e della magistratura, un lavoro certosino, capace di ricostruire trame finanziarie tanto complesse da lasciare senza fiato, dall'altro, però, resta - come sempre - l'amaro in bocca. 

Perché queste notizie, per quanto eclatanti, non sono più un'eccezione, già... sono diventate il pane quotidiano di un paese che sembra aver fatto della frode fiscale un'abitudine, quasi una seconda natura.

E difatti, a me interessa poco o nulla del dettaglio dell'operazione in sé – le sigle, i numeri esatti, i nomi – viceversa m'interessa far evidenziare il malcostume, ciò che queste storie raccontano di noi, del nostro tessuto sociale.

Perché il sistema che viene fuori da queste indagini è tanto semplice quanto perverso: una rete di cartiere, prestanome, fatture con descrizioni vaghe come "Shoes" o "Bijoux", senza quantità né prezzo.

Un meccanismo quasi artigianale, nella sua essenza, che però riesce a movimentare centinaia di milioni di euro. È questo il paradosso che mi colpisce: la frode, quella vera, non ha bisogno di chissà quali artifici tecnologici. Le basta l'italica arte di arrangiarsi, di trovare il cavillo, di nascondere il reale fornitore dietro una montagna di carta.

Penso ai controlli, che ci sono e sono ferrei, lo sappiamo. Le forze dell'ordine lavorano senza sosta e ottengono risultati importanti, come in questo caso, con sequestri che colpiscono beni di lusso e conti correnti. Ma è una battaglia impari, una partita a scacchi in cui la mossa successiva è sempre più astuta della precedente.

Sì... perché per ogni imprenditore onesto che paga le tasse e rispetta le regole, quante sono viceversa quelle che trovano il modo di aggirarle, magari intestando un'attività a un ragazzo di diciannove anni nullatenente che compare solo sulla carta? È uno squilibrio che mina alla radice il senso di giustizia.

E poi, al di là dei grandi numeri, sono i piccoli dettagli che mi fanno riflettere. La famiglia cinese che girava con le auto di lusso di un imprenditore assente dall'Italia da anni. Le catene di supermercati gestite formalmente da prestanome, ma con i fili tirati da altri. È un cinema della vita quotidiana, fatto di comparse e di attori principali che restano nell'ombra. Un cinema che, però, ha conseguenze reali: distorce la concorrenza, penalizza chi lavora onestamente e, alla fine, impoverisce tutti noi, privando la collettività di risorse fondamentali per i servizi, la scuola, la sanità.

In fondo, è questa la riflessione che mi porto dentro, perché possiamo celebrare i numeri dei sequestri – sette milioni di euro, centoventicinque milioni recuperati a tassazione – ma resta la sensazione che stiamo tamponando una falla senza mai riuscire a riparare la nave!

Finché il sistema sarà così permeabile, così incline a trovare scorciatoie, ogni operazione di successo sarà solo una vittoria di Pirro. E la domanda, alla fine, è sempre la stessa: quanto dobbiamo ancora sopportare prima che cambi davvero qualcosa, prima che la legalità non sia più un'eccezione ma la regola?

Io, come sempre, non ho risposte facili. Ma continuo a guardare, a leggere, a cercare di capire e quando posso: denuncio senza mezzi termini! 

Perché questo è l'unico modo che abbiamo - ancora - per non doverci rassegnare!

giovedì 6 agosto 2026

Omaggio a Guccini: Francesco, vedrai, prima o poi, ritorneranno quelle stesse ore...

E cade la pioggia e cambia ogni cosa, solo la morte e la vita non cambiano mai.

L'inverno è tornato, l'estate è finita, e noi siamo ancora qui a chiederci: perché?

Per fare un uomo ci vogliono vent'anni, per fare un poeta ci vuole un secolo, per il dolore è abbastanza un minuto, per dimenticarlo non basta una vita...

Ed io guardo fuori dalla finestra e vedo quel pilastro, il solito che tu sai, tavoletta e pennello nelle mie mani, simboli frivoli che tu non hai amato mai.

Ma io sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare, e rido in faccia a quello che cercano e che non avranno mai...

Sì lo so che ci vuole scienza, ci vuol costanza, ad invecchiare senza maturità, ma maturo o meno io ne ho abbastanza della complessa tua semplicità.

E verrà il tempo di dire parole quando la vita una vita darà, ma intanto il tempo scorre come un fiume che porta via ogni cosa.

Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro, non siamo lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo...

Siamo solo il rumore di un pianoforte stonato che prova e riprova a trovare il senso del vero, ma il senso del vero è una strada deserta che porta a vecchie scoperte.

Ti ricordi quei giorni? Uscimmo dopo le canzoni per camminare piano, gli amici bevevano vino, qualcuno parlava e rideva, noi quasi lontano, vicino a te, vicino a me...

E ci parlammo ognuno per lasciare qualcosa, per creare qualcosa, per avere qualcosa, poi dicesti: "Basta, perché non voglio guardarti, perché ho paura ad amarti."

E le tue parole, quasi io non ricordo più, ma nemmeno tu ricordi niente...

Ora dove sei e che gente vede il tuo viso e ascolta le tue parole leggere, le tue sciocchezze leggere, le tue lacrime leggere, come una volta?

La casa sul confine dei ricordi, la stessa sempre, come tu la sai, quanti tempi e quante vite sono scivolate via da te, come il fiume che ti passa attorno.

Ed io, l'ultimo, ti chiedo se conosci in me qualche segno, qualche traccia di ogni vita, o se solamente io ricerco in te risposta ad ogni cosa non capita.

Ma è inutile cercare le parole, la pietra antica non emette suono, o parla come il mondo e come il sole, parole troppo grandi per un uomo, parole pesanti per questo Venerdì sera, pieno dell'odore di primavera.

Le chiese sono aperte e mostrano il viola; Cristo è morto, e anche l'amore sembra languore di penitenza e così giunge la sera, un dolce ricordo di questo Venerdì Santo.

Ma il lunedì dopo si ricomincia, con la solita fame e la solita stanchezza, con l'alba che è un pugno in faccia verso cui tendo le braccia, e in via Petroni si svegliano, preparano libri e caffè, e io danzo con Snoopy e con Linus un tango argentino col caschè.

Ed allora vado via per quella strada, Statale 17, con il sole che cade a picco, nessuno che mi carichi, nessuno che si fermi.

Son sudato e sono sporco, chissà mai se arriverò da te.

Ma forse non è importante arrivare, forse è importante solo camminare, sapere che da qualche parte, una casa sul confine della sera, oscura e silenziosa, se ne sta ad aspettare.

E quando i cieli diventano più scuri e in bocca hai solo rabbia, e piove solo sabbia per le strade e sui muri, c'è bisogno di gente molto forte per fare assieme il viaggio che inizia non sai dove e passa cento porte.

Noi che lasciamo tutto, noi per volare in alto, noi per cercare una città che non ha tempo, ma solo prati verdi e il cielo a vibrazioni.

Ma poi tutto tacque, vinse ragione, si placò il cielo, si posò il mare.

Solo qualcuno in resurrezione, piano, in silenzio, tornò a pensare.

E io sono tornato a pensare a te, a noi, a questo mondo che ci gira intorno, a come la vita sia un equilibrio sugli specchi: ad ogni occhiata un po' più vecchi, opachi, muti e deformanti.

Non bisognerebbe mai ricordare, perché i ricordi sono falsati, i metri e i cambi sono mutati per la spietata legge dei mercati.

Eppure come un cane che alza il muso e annusa l'aria, batti sempre la tua pista solitaria, e faccia dopo faccia e ancora traccia dopo traccia, torni dove niente ti aprirà le braccia.

Ma io non ho paura di tornare, di frugare dentro ai soliti cassetti, perché so che in fondo, in uno di quei cassetti, c'è un vecchio foglio con una canzone scritta male, una canzone che parla di me, di te, di tutti noi.

E quella canzone, stonata e imperfetta, è l'unica cosa che ho davvero saputo fare.

E mentre il mondo va avanti, indifferente, io resto qui, con la tavoletta e il mio pennello a cercare il verso giusto di quel tuo viso, quello che forse, un giorno, qualcuno ancora ricorderà.

Francesco, vedrai, prima o poi, ritorneranno quelle stesse ore, e in quelle ore, ci sarai anche tu, con la tua voce un po' roca, la tua barba, i tuoi occhi malinconici, il tuo modo di dire "non siamo, non siamo, non siamo" perché grazie a te, Francesco, noi ci siamo!

Perché le tue parole restano e resteranno per sempre... nostre.

Grazie Francesco.

mercoledì 5 agosto 2026

L'allarme del procuratore De Lucia: armi da guerra, droni e un nuovo asse tra Agrigento e Palermo!

Oggi riprendo un'immagine che il procuratore De Lucia ha evocato davanti alla Commissione Antimafia, e che fatica a uscirmi dalla testa. 

Non è lo scenario che abitualmente associamo alla parola mafia, fatta di silenzi, di sguardi, di omertà, no... è invece un'immagine sonora, quasi assordante: sì... il crepitio secco di un kalashnikov che spara, in pieno giorno, per strada

Ma ciò che più mi ha colpito non è il suono in sé, quanto il luogo in cui risuona. Perché quando accade a Palermo, la notizia fa scalpore e sale in prima pagina. Quando invece accade ad Agrigento, ci dice il procuratore, è quasi ordinario. Ed è questa normalità, questa agghiacciante quotidianità, il primo, vero allarme che dovremmo cogliere.

La provincia di Agrigento, dunque, non è più solo la terra del fascino antico delle valli dei templi o delle scalinate del centro storico, è diventata il territorio dove il fuoco delle armi da guerra non è più un'eccezione, ma uno strumento abituale di pressione. 

Già... si spara per intimidire un commerciante, si spara per ricordare a un imprenditore chi comanda, si spara senza troppa paura di attirare l'attenzione. Perché, come ha spiegato De Lucia, quando mancano i collaboratori di giustizia, quando il muro dell'omertà si ricostruisce più alto, la capacità di capire cosa bolle in pentola si affievolisce. E allora, in quell'assenza di voci, il silenzio diventa il miglior alleato per chi vuole ricostruire un potere fatto di violenza e terrore.

Il discorso del procuratore si è fatto ancora più inquietante quando ha cominciato a parlare del futuro, se così si può chiamare. Non solo kalashnikov, non solo pistole, ma ordigni ad alto potenziale provenienti dai Balcani, e addirittura il tentativo, segnalato dai collaboratori, di procurarsi droni lanciamine, quelli che conosciamo per i tragici resoconti del conflitto russo-ucraino. Strumenti sofisticati, quasi bellici, che la nostra capacità di difesa, in questo momento, non è pronta a contrastare. È come se Cosa nostra stesse facendo i conti con la tecnologia, cercando di aggiornare il suo arsenale non solo per colpire, ma per sfuggire a ogni controllo, spostando il baratro della violenza su un piano che ancora fatichiamo a decifrare.

Ma la sostanza, la vera nervatura di tutto questo, è il denaro. Il traffico di droga, come sempre, resta la linfa vitale, la cassa continua che alimenta le famiglie e permette gli acquisti di lusso: auto, orologi, beni che i sequestri, come quello da mezzo milione di euro citato, ci restituiscono solo in parte. E in questo flusso di soldi e armi, ciò che emerge con chiarezza è il nuovo, stretto asse tra le cosche agrigentine e quelle palermitane. Un dialogo che, a sentire il procuratore aggiunto Marzella, non era così serrato dai tempi di Provenzano. Un'intesa che dimostra come, al di là delle sigle e dei territori, l'organizzazione mafiosa mantenga un carattere profondamente unitario, una regia che supera i campanilismi e punta a ricostruire una forza che sembrava, forse ingenuamente, in declino.

E mentre ascoltavo queste parole, il pensiero correva a un dettaglio quasi paradossale, ma terribilmente concreto: la persistenza dei cellulari in carcere. L'esempio di quel detenuto a cui sono stati sequestrati sette telefoni in diversi istituti è la prova che il controllo è sempre più difficile, che le sbarre fisiche non bastano più quando la comunicazione, come l'aria, trova sempre un varco.

È un mondo liquido, quello che De Lucia ci ha disegnato, dove le armi da guerra sono di uso comune, i droni sono il nuovo confine della minaccia e le vecchie gerarchie si ricompongono in un mosaico sempre più fitto. Sì... un quadro che non lascia spazio a facili ottimismi, ma che forse, proprio nella sua durezza, ci richiama a una responsabilità: non distogliere lo sguardo, non abituarci alla normalità del kalashnikov, e continuare a chiederci cosa stia realmente accadendo, in questo mio lembo di Sicilia che sembra essere diventato da troppo tempo il laboratorio di un nuovo, inquietante potere!

martedì 4 agosto 2026

SICILIA: Che fine hanno fatto i nostri soldi? Miliardi volatilizzati, cantieri di sabbia e vedrete, tra qualche anno, ci verranno pure a chiedere il voto?

E così, mentre il tempo scorre inesorabile verso il traguardo del 30 giugno 2026, una data che per molti progetti del Pnrr suona come un campanello d’allarme, noi qui in Sicilia restiamo a guardare e a chiederci, con un misto di amarezza e frustrazione: che fine hanno fatto i nostri soldi?

Perché parliamo di cifre che fanno girare la testa, di miliardi che sembrano piovere dal cielo, ma che sulla nostra terra faticano a trasformarsi in ponti, strade, scuole o ospedali. La fotografia scattata dal monitoraggio di Camera e Senato è impietosa: su oltre 12 miliardi e 360 milioni stanziati per l’Isola, ne abbiamo spesi appena il 16,7 per cento.

Ora, mettiamoci nei panni di un cittadino qualunque che legge queste cifre. La Sicilia è al quinto posto tra le regioni per risorse ricevute, dietro a colossi come Lombardia e Veneto. Eppure, mentre loro corrono, noi siamo inchiodati ai box. La media nazionale degli investimenti già realizzati è del 26,2 per cento: quasi dieci punti sopra la nostra performance. E di questo passo, con i cantieri ancora fermi e buona parte delle opere in fase di progettazione o addirittura da avviare, non possiamo che chiederci dove sia finita quella capacità di spesa che dovrebbe contraddistinguere una classe dirigente degna di questo nome.

Ma c'è un dato che, a mio avviso, merita una riflessione più profonda. Quasi un quarto dell’intera torta, ben 3,08 miliardi, è finito a privati, in particolare a società per azioni. E attenzione, non si tratta di un giudizio morale: è giusto che le imprese partecipino alla ripresa. Tuttavia, quando vedo che questi 3 miliardi hanno generato appena 272 progetti, mentre i Comuni, con poco più di 2 miliardi, devono spalmarli su 5.755 interventi, mi chiedo se questa sia davvero la ricetta giusta per rilanciare un territorio che ha fame di infrastrutture diffuse, di scuole sicure, di mobilità sostenibile per i piccoli centri. Le risorse pubbliche devono essere un moltiplicatore di opportunità, non un’occasione concentrata in poche mani.

Se poi guardiamo alla mappa della Sicilia che spende, scopriamo che i territori più virtuosi sono Caltanissetta, Agrigento e Ragusa, con percentuali che si avvicinano al 30 per cento. Ma è quando arrivo in fondo alla classifica che mi si stringe il cuore. Le tre città metropolitane, quelle che avrebbero dovuto trainare lo sviluppo dell’isola, sono tutte ultime: Messina, Palermo e, fanalino di coda, Catania, ferma al 16 per cento. Sembra quasi un paradosso, perché proprio lì dove la burocrazia è più fitta e le aspettative più alte, la macchina si inceppa. E allora, dinanzi a questi numeri, sorge spontanea una domanda che non possiamo più rimandare.

Dov’è la politica regionale? Che fine ha fatto quella schiera di amministratori, di deputati, di assessori che siedono nei palazzi del potere? Perché, di fronte a un ritardo così macroscopico, il silenzio è assordante. Non sento proteste, non vedo piani straordinari per sbloccare i cantieri, non colgo quella preoccupazione che invece dovrebbe essere palpabile quando si rischia di perdere milioni di euro europei. È come se una parte della classe dirigente si fosse addormentata sugli allori, o peggio, si fosse rassegnata all’idea che tanto i soldi, in un modo o nell’altro, arriveranno, anche se in ritardo. Ma non è così, e il 30 giugno 2026 è lì a ricordarcelo.

Eppure, tra qualche anno, quando le lancette dell'orologio avranno segnato un altro giro, questi stessi politici, magari con facce nuove e sorrisi smaglianti, torneranno a bussare alle nostre porte. Ci chiederanno il voto, ci parleranno di futuro e di rinascita, ci mostreranno programmi e progetti. Ma come potremo fidarci di chi oggi tace? Come potremo dimenticare che, mentre l’Europa ci tendeva la mano, qui in Sicilia abbiamo rischiato di sprecare un’occasione storica? Le parole sono belle, e in campagna elettorale diventano persino poetiche. Ma i fatti, i numeri, i cantieri fermi parlano un linguaggio molto più duro e sincero.

Dunque, miei cari conterranei, facciamo un piccolo esercizio di immaginazione. Già... tra alcuni mesi, quando vedremo volantini e manifesti appesi ovunque, ricordiamoci di questi giorni, ricordatevi che mentre il resto d’Italia correva, noi siamo rimasti ancora fermi al palo. E chiediamo, con la forza che solo il voto può dare, che fine hanno fatto quei miliardi, dove sono finite le nostre scuole, le nostre strade, i nostri ospedali. Perché il silenzio di oggi non può diventare l’amnistia di domani. Noi cittadini abbiamo il diritto di sapere, e loro il dovere di rispondere, magari con le opere, prima ancora che con le parole.

lunedì 3 agosto 2026

Ma quale Stato: quando il silenzio sulle intercettazioni è già una risposta!

Buongiorno,

oggi voglio condividere con voi alcune mie riflessioni che nascono a seguito dell'intervento del senatore Roberto Scarpinato in Senato, a proposito del decreto giustizia-migranti.

Le sue parole, che faccio integralmente mie, mi hanno colpito per la loro lucidità e per la forza con cui mettono il dito su una ferita che, a mio avviso, rischia di diventare cronica per il nostro Paese.

Scarpinato ha attaccato senza mezzi termini la maggioranza per aver cancellato quegli emendamenti che riguardavano le cosiddette "intercettazioni a strascico". E il suo messaggio è drammaticamente chiaro: da oggi – per usare le sue stesse parole – è ancora più evidente a tutti gli italiani che esistono forze politiche la cui missione sembra essere quella di garantire, in ogni modo, i protagonisti della corruzione e della mafia dei colletti bianchi.

Non si tratta di uno scontro tra opposte visioni, ma di una presa d'atto che fa tremare i polsi.

Ma d'altronde... viviamo in un Paese dove la corruzione e le collusioni non sono più episodi sporadici, ma un sistema diffuso, quasi una seconda pelle. Ed è proprio davanti a questo scenario che la maggioranza ha scelto deliberatamente di disarmare lo Stato.

Non dico "indebolirlo", attenzione, ma di renderlo inerme proprio davanti ai reati dei potenti. La storia, prima o poi, chiederà conto di questo tradimento della legalità, che ormai dura da oltre trent'anni!

Eppure i numeri parlano da soli, e non lasciano spazio a interpretazioni. Il rapporto "Italia sotto mazzetta" di Libera - https://www.libera.it/it-schede-2790-corruzione_italia_sotto_mazzetta - ci restituisce un quadro che definirei spaventoso: solo nell'ultimo anno, ben 96 grandi inchieste per corruzione, con oltre milleottocento indagati a livello nazionale. Sono cifre che dovrebbero mettere in allarme chiunque, e che invece sembrano scivolare via come acqua sul vetro.

C'è poi un passaggio che trovo particolarmente significativo, ed è quello che riguarda la posizione di Fratelli d'Italia. Quando, ad aprile, il procuratore nazionale antimafia, spinto dall'allarme di tutte le procure, ha certificato pubblicamente che il centrodestra aveva provocato un disastro, la reazione è stata degna di un rompicapo politico. Per uscire dall'impaccio, hanno partorito un emendamento che, se da un lato consentiva l'utilizzo delle intercettazioni in procedimenti per reati con aggravante mafiosa, dall'altro lasciava intatto il divieto per i reati di corruzione e per i gravi crimini dei colletti bianchi.

Una mezza misura, insomma, che non tappava il buco ma lo mascherava. Eppure, anche su questo, Forza Italia ha serrato le fila, annunciando il voto contrario. Alla fine, per uscire dall'angolo, hanno gettato la palla in tribuna, ricorrendo al voto di fiducia su un testo che non prevedeva nemmeno emendamenti sulle intercettazioni. Un modo elegante, se così si può dire, per non prendere posizione.

Ecco, mentre scrivo, mi chiedo: fino a che punto possiamo spingerci nel normalizzare l'anomalia? Fino a quando accetteremo che la lotta alla corruzione diventi una questione di bandiera, e non di sostanza?

Forse, la risposta sta proprio nella capacità di continuare a fare domande, anche quando le risposte sono scomode, ma soprattutto di non smettere mai di cercare la verità, anche quando qualcuno – da troppo tempo – cerca di metterci un velo sopra!

Mi dispiace soltanto che qualcun altro, in questi lunghi anni, avrebbe potuto far pesare la propria figura rappresentativa ed invece, ho sentito soltanto un grande "silenzio". In cuor mio, vorrei che egli sappia che – a differenza di tutti quei lacchè da cui in questi anni è stato circondato – io, quale suo semplice connazionale, ricorderò quella sua figura come qualcosa di storicamente "insignificante"!

Come mi ha scritto proprio alcuni giorni fa la Dott.ssa Julia: l'Islam insegna che il dolore non è un lasciapassare, ma una responsabilità davanti ad Allah. Il Corano (2:42) infatti insegna: "Non confondete mai la verità con la menzogna, e non nascondete la verità quando la conoscete bene". Non per nulla il Profeta Maometto (la pace sia su di lui) disse: "Il più forte tra voi è colui che dice la verità davanti a un tiranno". Il messaggio è chiaro: chi ha visto la brutalità dovrebbe essere il primo a combatterla, non a usarla come scudo per il proprio tornaconto.

E allora mi chiedo: se nemmeno chi ha conosciuto il dolore sulla propria pelle ha saputo trasformarlo in coraggio, che speranza può avere questo nostro Paese, ancora intento a nascondere la verità dietro il velo del silenzio?

domenica 2 agosto 2026

Se gli Iraniani tassano lo stretto di Hormuz e gli Houthi il Mar Rosso, perché noi in Italia non facciamo lo stesso? Un pedaggio del Mediterraneo: Una provocazione per non sentirci sempre gli ultimi della classe.

Ho letto con attenzione le notizie in questi mesi che giungono dal Medio Oriente e Africa orientale, e ammetto che certe pretese mi hanno fatto riflettere più del dovuto.

Pare che gli Houthi, con la benedizione e la consulenza tecnica dei Pasdaran, vogliano trasformare Bab el-Mandeb in un vero e proprio casello autostradale. Non più attacchi mirati, non più blocchi episodici, ma una tassa fissa per chiunque osi attraversare quel fazzoletto di mare. Qualcuno ha parlato di "escalation pericolosa" e di "finanziamento del terrorismo", ma a me, leggendo tra le righe, è venuta in mente una domanda scomoda: ma perché, allora, non facciamo lo stesso anche noi?

Prima di alzare le sopracciglia, ti chiedo di guardare per un momento l'immagine che ho scelto di accompagnare a questo post. Guarda come le nostre acque territoriali si allungano nel Mediterraneo fino quasi a toccare la Tunisia. Quasi un braccio teso verso l'Africa, un confine liquido che abbraccia una delle rotte marittime più trafficate del pianeta. Praticamente, qualsiasi nave diretta da Gibilterra a Suez, o viceversa, deve necessariamente incrociare il nostro fazzoletto di mare. E allora, guardando quella cartina, la domanda che mi è venuta è ancora più forte: se loro possono farlo, perché noi no?

So bene che la mia è una provocazione, e voglio che sia chiaro fin da subito. Non sto proponendo un piano economico, non sto vagheggiando chissà quali strategie geopolitiche. Sto semplicemente facendo un esercizio di logica elementare, di quelle che ti assalgono mentre bevi un caffè e leggi il telegiornale. 

Se gli Houthi possono pensare di mettere un pedaggio a una delle vie d'acqua più strategicamente importanti del mondo, se l'Iran può rivendicare il diritto di farlo a Hormuz, allora io mi chiedo: e noi? Noi che abbiamo il Mediterraneo in casa, che con le nostre acque territoriali arriviamo quasi a toccare la Tunisia, non potremmo forse avanzare una pretesa analoga?

Il punto non è la fattibilità, sia chiaro. Il punto è il concetto. Perché, mentre leggo che Teheran rivendica il diritto di riscuotere pedaggi su un quinto del greggio mondiale, mentre apprendo che esperti dell'IRGC stanno disegnando il "quadro tecnico" per gestire le transazioni delle navi, io vedo una comunità internazionale che si lamenta, che parla di illegalità, ma che di fatto subisce!

E allora mi chiedo, con quel pizzico di amarezza che a volte ci prende, se per una volta non potremmo essere noi a dettare le regole, a non essere i soliti fessi che pagano e basta. D'altronde, il Mediterraneo non è forse uno dei corridoi più battuti del pianeta? Non sarebbe forse una fonte di finanziamento per le nostre coste, per le nostre infrastrutture, invece che per le milizie?

Ma è qui che la provocazione si fa più sottile e, ammetto, più amara. Perché mentre immagino una flotta di navi commerciali che rallentano davanti alle nostre acque territoriali, pronte a pagare un pedaggio, mi rendo conto che il paragone regge fino a un certo punto. Nel mondo che stiamo osservando, la forza, l'audacia e forse anche una certa spregiudicatezza sembrano essere premiate. Chi osa di più, chi minaccia di più, chi trasforma uno stretto in una barriera, ottiene attenzione e, talvolta, anche concessioni. Noi, invece, stiamo qui a discutere di legalità, a invocare il diritto internazionale, a sperare che qualcuno ci venga a salvare. È questa l'immagine che abbiamo scelto per noi stessi?

Eppure, nel profondo, io credo che la differenza stia proprio qui, in quella che potremmo definire una "scelta di campo". Da un lato c'è chi usa il mare come un'arma, come una leva per il ricatto, come una fonte di reddito per attività che definiamo belliche. Dall'altro, dovremmo esserci noi, che quel mare lo vorremmo libero, aperto, che crediamo nella navigazione come bene comune, non come preda. 

Ma questo messaggio, per quanto nobile, rischia di apparire oggi come una debolezza, come l'ingenuità di chi non ha capito come gira il mondo. La mia provocazione, quindi, non è un piano, non è una proposta, ma è un grido, un modo per dire: "Guardate che anche noi abbiamo gli strumenti, anche noi abbiamo la forza, ma scegliamo consapevolmente di non usarli in quel modo".

E allora, forse, la risposta alla mia stessa domanda è più semplice di quanto sembri. Non applichiamo i pedaggi perché, nel profondo, rifiutiamo l'idea che il mare possa diventare un'estensione di un conflitto, un casello dove si paga per passare. Rifiutiamo di trasformare il Mediterraneo in un nuovo Hormuz, con le sue tensioni e le sue minacce.

Rifiutiamo, insomma, di diventare come loro, anche se questo significa, agli occhi di molti, apparire i "soliti fessi". Ma forse – e qui mi fermo – essere fessi per la giusta causa è l'unica forma di intelligenza che vale la pena conservare, almeno fino a quando qualcuno non ci dimostrerà che esiste un'alternativa migliore.

sabato 1 agosto 2026

Quanto vali? Dipende da dove sei... e da chi ti sta accanto.

Un padre, davanti alla figlia appena laureata, decise di farle un regalo speciale...

Già... era l’auto che aveva visto da sempre parcheggiata all'interno del garage, quasi fosse stata una reliquia. Il padre aggiunse un’altra cosa, molto più sottile, ma certamente più importante.

Le disse: “Quella macchina è tua. Ma prima di dartela, voglio che tu faccia un piccolo viaggio. Portala in città, da un concessionario, e senti quanto ti offrono”.

La ragazza obbedì, e tornò con una cifra che sapeva di delusione: diecimila euro. Papà... dicono che a guardarla “sembra troppo vecchia”...

Il padre annuì, impassibile, e la invitò a provare altrove. Allora si recò al banco dei pegni e incredibilmente l’offerta crollò a 8.000 euro: “Ci dispiace... troppo vecchia, troppi lavori da fare...”.

A quel punto, la maggior parte delle persone si sarebbe fermata, convinta ormai che quello fosse il vero valore della macchina.

Ma il padre aveva un altro posto in mente e così le chiese di cercare un club di appassionati, gente che viveva di motori e di storie, e di mostrare l’auto a loro.

Ed allora la figlia – seppur un po' scettica – assecondò il padre e andò a trascorrere lì qualche ora. 

Improvvisamente, quando tornò, lo sguardo era cambiato. Nel club le avevano offerto centomila euro! 

Perché loro, a differenza degli altri, sapevano riconoscere un’auto rara, e in quelle condizioni era già... un piccolo tesoro.

Il padre allora la guardò, e senza alzare la voce le regalò la lezione più vera...

Ricorda: il valore di una cosa, le disse, non è mai assoluto. Non dipende da quello che hai, ma da dove ti trovi e da chi ti guarda. Se porti un diamante in una grotta, non brillerà mai. Non perché non sia un diamante, ma perché l’oscurità non sa cosa farsene della luce.

E così, con quelle parole, le consegnò anche la chiave di un’altra verità, forse più difficile da accettare. 

Se in un posto non sei apprezzato, non è detto che tu debba cambiare te stesso. Spesso, basta cambiare posto. Non arrabbiarti con chi non ti vede, non sprecare energie a dimostrare il tuo valore a chi non è attrezzato per riconoscerlo. Semplicemente, prosegui oltre.

Perché il mondo è pieno di concessionari che valutano tutto al ribasso e di banchi dei pegni che vedono solo difetti. 

Ma esistono anche club di appassionati, luoghi dove la tua unicità diventa il tuo pregio più grande. E stare lì, in mezzo a chi sa guardare, non è fortuna: è scelta! È imparare a distinguere gli ambienti che ti sminuiscono da quelli che ti esaltano, e avere il coraggio di lasciare i primi senza rimpianti.

Quella ragazza, quel giorno, non ricevette solo un’auto, ricevette bensì un metodo per orientarsi nella vita. 

Ogni volta che un’offerta le sembrerà troppo bassa, ogni volta che sentirà di non essere all’altezza agli occhi di qualcuno, si fermerà un istante e si chiederà: “Ma io sono davvero nel posto giusto?”. 

E forse, proprio in quella domanda, troverà la forza di rimettersi in strada, verso un’altra città, un altro sguardo, un’altra possibilità.

Alla fine, il valore non è una cifra. È un incontro. Di luoghi che ti accolgono e di sguardi che ti riconoscono. È il momento in cui qualcuno ti guarda e vede quello che tu già sai di essere. Fino a quel giorno, non abbassare lo sguardo. E non fermarti alla prima offerta... né alla prima persona che non sa vederti.

venerdì 31 luglio 2026

Gesù nel 2026 – III Capitolo - Il bambino Gesù: la famiglia, la crescita, i compagni, l'ambiente sociale e quel marchio di essere un "figlio illegittimo"!

E così la famiglia ritorna a Nazareth... 

Ci sono voluti un bel po' di giorni, forse una settimana, forse anche più, ma Giuseppe si sa... non è ricco e il viaggio, compiuto con una donna che ha appena partorito e un neonato, va misurato. Per cui... non si può andare di fretta.

D'altronde, la strada non esiste e quella percorsa non è altro che un sentiero tortuoso fatto di polvere e pietre, il sole picchia forte e la notte è fredda. Arrivano quando ormai il paese li ha quasi dimenticati, anche se non del tutto.

E così si riprende con la vecchia routine...

Giuseppe riapre la bottega, la casa è quella di sempre, solo che questa volta, lui, non è più solo, mentre lo spazio intorno - costituito certamente da due stanze e un cortile - è rimasto eguale.

Maria riprende le antiche abitudini delle donne: l'acqua, il pane, il telaio. Il bambino cresce, si chiama Yeshua, come tanti. Nessuno lo chiama "Cristo" e ancor meno "Salvatore". Per i vicini quello è "il figlio del falegname", ma subito dopo averlo visto, a voce più bassa si dice: "già... quello nato prima del tempo".

A Nazareth nessuno ha dimenticato. Tutti ricordano la data del matrimonio e, soprattutto, quella della nascita. E sì… i mesi non tornano. Giuseppe, si sa, è sempre stato un uomo retto, di ineccepibile moralità. E allora tutti si chiedono: può un uomo giusto sbagliare? O forse la verità va cercata altrove – in ciò che fu fatto violentemente a Maria? O fu colpa sua? Le voci, si sa, non hanno bisogno di prove. Basta che due donne si scambino uno sguardo mentre battono i panni nel fiume, basta che un vecchio accovacciato o un giovane in piedi faccia due conti con le dita, ed ecco che torna a galla, implacabile, quell'infamante "marchio".

E così quel bambino cresce. Impara come tutti i bambini a camminare, a cadere, a chiamare istintivamente "papà" e "mamma", che in aramaico sono "abba" e "imma", gioca con i bambini dei vicini, altri figli di muratori, di pastori e di donne che filano. Non ci sono parchi giochi, né altalene dove oscillare, no... i giochi sono fatti in strada, corse, sassate ai cani, una palla di pezza e continue risse, per l'ennesimo futile motivo. E poi c'è sempre qualcuno che tira in disparte il proprio figlio, in particolare quando Yeshua si avvicina. Non tutti ovviamente, non sempre, ma basta una volta al giorno per comprendere come forse "sei diverso".

Ed allora crescendo le offese ripetute si fanno sentire e quel termine dispregiativo "bastardo", ripetuto abitualmente inizia a pesare, lo disturba, non ne comprende i motivi ed allora si chiude in se stesso, si allontana dai suoi coetanei, non gioca più con loro, d'altronde la mamma gli ha spiegato che quanto dicono non è vero, che lui è diverso, sì... perché l'angelo di Dio ha parlato con lei. 

Ed allora inizia a crescere dentro di sé quell'idea del divino, quel sapere che tutto quanto sta accadendo è un volere di quel Padre "spirituale", ed ecco allora che inizia a leggere, a studiare, nella Sinagoga impara le Scritture. Ha una buona memoria, gli occhi sono attenti e la mente fantastica sul concetto di sovrannaturale, del quale ormai egli fa parte...

Il rabbino nota quel bambino così diverso, attento, che ascolta e chiede cose che gli altri non chiedono, ma tra loro c'è anche chi sussurra: "Impara la Legge in modo perfetto... ma chi può garantire che egli sia puro?". Già... perché nella mentalità del tempo, l'illegittimità non è solo uno scandalo sociale, ma è una macchia che si trasmette, quasi fosse - essa stessa - una malattia.

Gli ricordano che un "mamzer" e che... se davvero tale, non può entrare nell'assemblea del Signore fino alla decima generazione. La Torah su questo argomento è chiara: Deuteronomio 23,3 (stabilisce che il "bastardo" non entrerà nella comunità del Signore e che nessuno dei suoi discendenti, neppure alla decima generazione, potrà farvi parte). I bambini come Yeshua lo sentono ripetere da sempre dai grandi ed anche se non ne comprendono il significato, sanno che quando lui si avvicina, debbono allontanarsi...

E così gli anni passano...

Giuseppe lavora sodo, ma la notte, quando il bambino dorme, parla con Maria a voce bassa e manifesta la sua totale preoccupazione per quell'adolescente che sta crescendo, che inizia a fare discorsi strani, che sembra, ogni giorno che passa, estraniarsi dal mondo terreno, per rivolgere le proprie attenzioni verso qualcosa di immateriale, mistico, ascetico...

Rimpiangono forse tutte le parole dette, entrambi sanno bene cosa gli è stato raccontato; l'angelo ad esempio che ha parlato alla madre e poi di quanto lo stesso angelo abbia preannunciato a lui in sogno. Ma i sogni si sa... restano sogni, e soprattutto non vengono raccontati ai vicini e così quei sogni non zittiscono le bocche dei coetanei quando il bambino torna a casa con un graffio, mentre da lontano le voci continuano a schernirlo, urlandogli: "figlio di nessuno".

Ma quel bambino - dopotutto - cresce forte. I suoi occhi hanno imparato a guardare oltre e così inizia ad imparare il mestiere del falegname, il legno, la pialla, lo scalpello. Ma soprattutto impara, pian piano, a reggere lo sguardo degli altri senza abbassarlo. Perché ormai ha compreso che quel marchio non te lo levi più di dosso: lo porti per sempre con te. Ed allora è tempo di decidere se farsi schiacciare o se diventare più duro di quello stesso legno di quercia che ogni giorno pialla.

Di quei compagni non sa più cosa farne. I giochi di strada sono ormai un ricordo lontano, i volti dei coetanei si sono offuscati. I sommi sacerdoti e la Torah rappresentano il passato, un mondo che lo ha giudicato senza conoscerlo.

Eppure dentro di sé qualcosa si muove. Non sa ancora cosa, non sa ancora dove. Ma sente che la sua strada è ora altrove.

Ogni notte, sdraiato sul tetto a guardare le stelle, gli viene un pensiero che non sa spiegare: esisterà un posto dove un uomo viene giudicato per ciò che è, non per ciò che gli altri dicono di lui?

Non ha risposta. Ma l'inquietudine resta.

Qualche volta, nelle lunghe giornate al banco del falegname, sente parlare dei viandanti che attraversano la Galilea. Raccontano di gruppi di uomini che vivono nel deserto, vicino al Mar Morto. Si dice che preghino all'alba, che si immergano nell'acqua per purificarsi, che condividano tutto e che aspettino un maestro di giustizia. Si dice che, per loro, il sangue e il lignaggio non contano quanto le scelte dell'anima.

Yeshua ascolta. E qualcosa dentro di lui si accende. Ma non parte. Non ancora...

Per ora resta a Nazareth. Resta accanto a Maria, che lo guarda crescere con occhi che sanno più di quanto dicano. Resta accanto a Giuseppe, che ogni sera gli passa una mano sul capo e non chiede spiegazioni. Resta ad imparare il legno, la pazienza, la fatica.

Ma quella fiamma, dentro, non si spegne.

E un giorno, quando sarà il momento, quella strada la percorrerà. Ma quella è un'altra storia, che comincerà molto più tardi...

giovedì 30 luglio 2026

Temperature da record o notizie farlocche? Il Dott. Grassi e l'Avv. Nunzio Condorelli Caff fanno ricorso al TAR Piemonte.

Come vengono misurate le temperature che poi vengono sbandierate, magari per raccontarci l'ennesima estate più calda di sempre? È una domanda che mi sono posto più volte, soprattutto quando leggo certi titoli, certi numeri che sembrano usciti da un'altra dimensione. E non parlo per sentito dire, perché è successo anche nelle ultime settimane: maxi temperature annunciate, poi smentite persino anche da alcuni noti meteorologi

Ma se anche chi è del mestiere dice che non è vero, allora viene spontaneo chiedersi: ma come vengono raccolti e comunicati questi dati? Perché a me pare, e non sono il solo, che siamo ai confini di qualcosa che sa molto di costruzione mediatica

Proprio per approfondire questo aspetto, qualche giorno fa mi sono imbattuto in un servizio di BN News che affronta la questione in modo chiaro e diretto. Ve lo lascio qui, perché credo sia utile vedere con i vostri occhi e ascoltare con le vostre orecchie quello che sto per raccontarvi: Temperature farlocche! (https://www.youtube.com/watch?v=ZOqkvXjlWKM). In quell'intervista ho avuto modo di sentire il dottor Alfio Grassi e l'avvocato Nunzio Condorelli Caff, e da lì è nato il mio interesse per un caso che merita davvero di essere approfondito.

Per provare a fare chiarezza, vorrei tornare su un caso che avevamo già affrontato lo scorso anno, ma che ora si arricchisce di sviluppi importanti. Parlo del famoso record europeo di 48,8 gradi registrato l'11 agosto 2021 dalla stazione meteo SIAS di Floridia, in provincia di Siracusa. Un dato che fece il giro del mondo, presentato come un evento storico e inequivocabile. Eppure, se si comincia a grattare la superficie, emergono crepe non da poco. Per questo avevo intervistato il dottor Alfio Grassi, geologo e studioso indipendente, un uomo che non si accontenta delle versioni ufficiali e che ha deciso di fare quello che la scienza dovrebbe sempre fare: verificare, controllare, mettere in discussione.

Ora Alfio è tornato a parlarci, accompagnato dall'avvocato Nunzio Condorelli Caff, e la storia si è fatta ancora più interessante perché è stato presentato un ricorso al TAR del Piemonte. Sì, avete capito bene: siamo arrivati in tribunale per cercare di capire come è stato certificato quel famoso record. Non è una battaglia contro la scienza, ma per la scienza. Perché come diceva Popper, la vera scienza si fonda sulla falsificabilità: poter dimostrare o smentire un'ipotesi è il cuore del metodo scientifico. Invece, in questo caso, ci si trova davanti a una sorta di dogma, a una verità che non si può toccare e che a me personalmente ricorda certi momenti bui, come quando ci imponevano le mascherine a scuola per proteggerci da una realtà che poi si è rivelata tutta un'altra cosa.

Quindi, partiamo dal principio. Il dottor Grassi, insieme all'avvocato Condorelli, ha chiesto l'accesso agli atti per poter vedere i documenti che stanno alla base della convalida di quel record. Dopo mesi di attesa, sono stati addirittura ricevuti all'INRiM di Torino, l'Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica, un ente pubblico di altissimo prestigio, finanziato dal Ministero dell'Istruzione, che non è certo un'associazione privata. Hanno visitato i laboratori, sono stati accolti con tutti gli onori, ma quando è arrivato il momento di chiedere gli studi, i documenti fondamentali per capire come si è arrivati a quella misurazione, la risposta è stata un secco "no". Non sono autorizzati a consegnarli.

E qui viene il punto nodale. Perché in quegli studi, a quanto pare, si parla di un dettaglio che non è affatto secondario: lo schermo solare che protegge il sensore di temperatura presentava un buco, un taglio molto vistoso. Il dottor Grassi lo ha anche fotografato, e vi assicuro che non è un graffietto. Si tratta di un'alterazione strutturale che infrange qualsiasi protocollo dell'Organizzazione Mondiale della Meteorologia. Lo schermo solare deve essere integro, deve proteggere il sensore dal sole diretto e dalla pioggia. Se invece è bucato, e il sole picchia all'interno, la temperatura misurata non è quella dell'aria, ma quella di uno strumento surriscaldato. Il dato, in sostanza, è da invalidare.

Ma non finisce qui. Il dottor Grassi ha anche sollevato il problema della posizione della stazione, che secondo lui non è a norma perché troppo vicina a una strada asfaltata e a un filare di alberi, elementi che, soprattutto con determinati venti, creano una bolla di aria calda che falsa la misurazione. Uno studio ufficiale ha cercato di smentire questa tesi, ma Grassi ha dimostrato, con mappe satellitari alla mano, che la strada si trova esattamente nella direzione da cui soffiava il vento il giorno del picco. I numeri, come potete immaginare, cambierebbero di parecchio.

E c'è un altro aspetto che mi lascia ancora più perplesso. Durante la visita all'INRiM, il dottor Grassi ha scoperto che lo strumento che ha effettivamente registrato il record di 48,8 gradi, quello che doveva essere custodito nei laboratori di Torino, non c'è più. È stato trasferito, chissà per quale motivo. Al suo posto hanno trovato uno strumento del Pakistan, calibrato per un record che poi non è stato convalidato. La strumentazione vera, quella che serviva per fare chiarezza, sembra essere sparita. E allora mi chiedo: se tutto è così trasparente e scientificamente ineccepibile, perché i pezzi vengono spostati e i documenti negati? Perché chi chiede solo di vedere la verità viene considerato non degno di attenzione?

Ecco, io credo che il punto non sia negare il riscaldamento climatico, che esiste ed è sotto gli occhi di tutti, ma non si può gonfiare, non si può enfatizzare fino al punto di trasformare la scienza in uno strumento di terrore psicologico. Perché il linguaggio che viene usato in queste settimane è lo stesso della pandemia: prima ondata, seconda ondata, morti per il caldo. È un bombardamento continuo che va a colpire la nostra pancia, l'ipotalamo, quella parte più antica del cervello dove si genera la paura. E quando si vive nel terrore, si accetta qualsiasi cosa. Si accetta di non uscire a determinate ore, si accetta di pagare tasse per finanziare studi che devono dire solo quello che il potere vuole sentirsi dire.

Lo studio parallelo che il dottor Grassi sta portando avanti, per inciso, è finanziato interamente di tasca sua. Nessun ente terzo, nessun conflitto di interessi. Solo la passione per la verità e il coraggio di andare controcorrente, di camminare con la schiena dritta, come diceva l'avvocato Condorelli citando la servitù volontaria di Étienne de La Boétie. Perché è facile uniformarsi, è comodo stare dalla parte del pensiero unico. Ma chi ha il coraggio di mettersi in discussione e di chiedere trasparenza, spesso paga un prezzo psicologico pesante.

In tutto questo, io aspetto ancora risposte. Come avrete letto nel post di domenica 28 giugno, ho scritto al dottor Grassi per chiedergli come è andato l'incontro del 28 aprile all'INRiM, quello che avevamo segnato in rosso sul calendario. Erano passati due mesi e non avevo notizie. Così, invece di stare in attesa passiva, ho deciso di fare il primo passo. Gli ho chiesto, con il rispetto che merita ma anche con la sincerità che ci lega, di raccontarmi com'è andata, se le risposte lo hanno convinto o se, al contrario, i suoi dubbi si sono fatti più profondi. Gli ho chiesto, soprattutto, quali saranno i suoi prossimi passi.

La mail è partita, e il dottor Grassi gentilmente mi ha contattato per scusarsi di non avermi ancora potuto rispondere. Come sempre, appena avrò notizie, le condividerò con voi. Perché questa vicenda è troppo importante per lasciarla cadere nel silenzio. Non è solo una questione di numeri, di un termometro che ha segnato qualche decimo di grado in più o in meno. È una questione di metodo, di trasparenza, di fiducia nella scienza. Se i dati su cui si basano le scelte politiche e le narrazioni globali sono falsati o quantomeno dubbi, allora tutto il castello di politiche e imposizioni che ci viene propinato rischia di crollare come un castello di carte.

Mentre la macchina del terrore continua a girare, alimentata da studi finanziati dall'Unione Europea e da un'informazione che sempre più spesso fa il barboncino del potere, c'è ancora qualcuno che prova a fare luce. Il ricorso al TAR è un passo importante, e chissà che non porti a sviluppi decisivi. 

Io continuerò a seguire la vicenda, a scrivere, a chiedere. E voi, come sempre, siete i miei compagni di viaggio in questa ricerca di verità che non dovremmo mai smettere di coltivare. Ne riparleremo presto, appena avrò notizie dal dottor Grassi.

mercoledì 29 luglio 2026

Enel Energia: il valore aggiunto si chiama Valentina (AE44893). Cortesia autentica e competenza, una rarità che fa la differenza.

Già... ieri, chiamando Enel Energia, ho trovato dall'altra parte Valentina – Operatore AE44893 – con la sua professionalità e cortesia autentica.

Già... perché c'è un esercizio silenzioso che si compie ogni qual volta si chiama un numero verde e si pronuncia il proprio codice fiscale.

È l'esercizio di tutti coloro che con la loro presenza sono già lì - dall'altro capo - in attesa, con tutto il peso della propria competenza e la leggerezza di chi sa che l'altra persona che ha chiamato ha certamente bisogno d'esser ascoltata.

Io, che di telefonate – nel corso della mia vita – ne ho fatte e ricevute tantissime (sì... proprio come quella pubblicità che dice che "il telefono allunga la vita..."), per conto mio, di altri, per aziende che ho rappresentato o che a tutt'oggi rappresento, già... io che il più delle volte, quando chiamo un numero verde vengo semplicemente riconosciuto attraverso un codice fiscale o una partita IVA, beh... ho imparato a riconoscere quando quella presenza non è solo un dovere, ma un dono.

E così ieri, chiamando il 141 di Enel Energia, mi è capitato di incontrare (telefonicamente) Valentina, e dopo aver risolto con lei i problemi contrattuali a suo tempo (erroneamente) stipulati,  ho avvertito dentro me il bisogno che avrei dovuto fare di più che dare - alla fine della intercorsa telefonata - un semplice giudizio, un voto da 1 a 10 per misurare la soddisfazione del cliente (CSAT) o la probabilità di raccomandazione (NPS). No... dovevo scrivere, spendere due parole, quasi come si fa con un amico al termine di una lunga camminata, per dire: c'è ancora qualcosa che funziona, e funziona bene.

Tra l'altro... il problema segnalato non era dei più semplici, ve lo assicuro, perché coinvolgeva più soggetti, nuovi contratti, intestazioni diverse, forniture energetiche che dovevano esser variate, sì... il tutto per una società che da alcuni anni seguo e che, al solo riprendere tutta quella documentazione, avevo sentito salire quella nausea burocratica che mi prende quando so che dovrò districarci tra menu vocali, attese musicali e trasferimenti di chiamata.

Invece no. Questa volta la società del gruppo Enel (che si occupa della vendita di energia elettrica e gas naturale nel mercato libero in Italia), ha risposto al primo squillo, e difatti, come se mi stesse aspettando - sin dalla prima frase "Buongiorno, sono Valentina, mi dica" -  ho percepito una cordialità che non era un copione.

Era il timbro di chi sa che il cliente non è un numero di pratica, ma una storia, una serie di scelte, un percorso a volte accidentato che merita rispetto. E non ha sbagliato un passaggio: ha letto il mio fascicolo come si legge un libro che si conosce a memoria, ha posto le domande giuste, quelle che chiariscono senza mettere in imbarazzo, e ha trovato la soluzione in un tempo che io definirei umano, non solo tecnico.

E qui vorrei aprire una piccola parentesi, che poi tanto piccola non è, sul paese in cui viviamo. Perché spesso, troppo spesso, ci si abitua a pensare che l'unica via d'uscita da un inghippo amministrativo sia una conoscenza, un favore, un nome scritto su un foglietto che qualcuno ti passa sottobanco. La raccomandazione è diventata la scorciatoia più comoda, il compromesso la moneta corrente con cui si pagano le pigrizie altrui e le nostre rassegnazioni.

Eppure, in questa mia telefonata, non c'era alcuna scorciatoia. C'era solo la competenza di una professionista che conosceva le procedure e la cortesia di una persona che ha scelto di mettere la propria intelligenza al servizio dell'altro, senza bisogno di spintarelle o di sorrisi di circostanza. È un'immagine che mi piace tenere stretta: quella di una meritocrazia che non ha bisogno di gridare il proprio nome, ma che semplicemente si fa riconoscere dai fatti, dai tempi di risposta, dalla chiarezza delle spiegazioni.

Pensate a quante volte, invece, ci siamo trovati dall'altra parte, a dover inseguire un operatore che cambiava argomento come si cambia canale televisivo, o a dover ripetere il nostro codice cliente a cinque diversi interlocutori perché nessuno aveva voglia di leggere le note. La freddezza, a volte, diventa un muro, e la professionalità si riduce a un elenco di scuse precotte.

Beh... Valentina ha fatto esattamente l'opposto: ha ascoltato con quella pazienza che non è mai passività, ma attenzione vigile, e ha tradotto ogni mia perplessità in una risposta che non fosse né evasiva né trionfalistica. E quando il problema è stato risolto – e sottolineo risolto, non aggirato – non ho avvertito quel sollievo amaro che segue le vittorie di Pirro, ma una gioia pulita, quasi stupita, per aver incontrato una persona che faceva bene il proprio mestiere perché ci credeva.

Forse è proprio questo il punto: la cortesia non è un ornamento, ma il veicolo della professionalità. Si può essere tecnicamente impeccabili e risultare distanti, come manuali d'istruzioni che parlano ma non comunicano. Si può essere affabili e superficiali, come quei camerieri che ti sorridono ma sbagliano l'ordinazione. Invece Valentina ha tenuto insieme i due fili, come fa un tessitore esperto: la precisione del dato e il calore della voce, la norma contrattuale e l'empatia del momento. E così, mentre chiudevamo la chiamata, io mi sono ritrovato a ringraziare non solo per la soluzione ottenuta, ma per l'esperienza in sé, per avermi restituito un po' di fiducia in un sistema che spesso sembra progettato per disorientare.

Ora, mentre scrivo queste righe, vorrei che fosse chiaro il senso profondo di questo gesto. Non scrivo perché conosco Valentina, né perché ho ricevuto un trattamento di favore. Scrivo proprio perché non la conosco. Scrivo per restituire, con le uniche armi che ho – le parole di questo blog – un segno di rispetto e di riconoscenza a una persona che, come tante ogni mattina, si alza per fare il proprio dovere con impegno e passione.

È una riconoscenza virtuale, certo, ma non per questo meno vera. Perché viviamo in un tempo in cui si è sempre pronti a lamentarsi, a segnalare un disservizio, a protestare per un'inefficienza e poi, invece, quando si incontra l'eccellenza, spesso si tace, quasi che ringraziare fosse un gesto superfluo.

Io viceversa penso che non lo sia affatto. Penso che sia anzi un dovere civile, piccolo ma necessario, dire "grazie" a chi quel dovere lo ha fatto bene, e farlo in pubblico, perché gli altri possano sapere che la qualità esiste, che non è un miraggio, che c'è ancora chi merita di essere preso a esempio.

E Valentina, con il suo numero AE44893 che ho appuntato su un foglio (già... lei non ha minimamente immaginato il motivo per cui io l'abbia richiesto...), per me rappresenta proprio questo: la prova che la meritocrazia esiste, che non è un'utopia da salotto, ma una prassi quotidiana che si annida nei gesti più umili, come rispondere al telefono con la voglia di aiutare. Non so se le arriverà mai questo post, non so se qualcuno in Enel Energia lo leggerà e glielo farà sapere. Ma so che per me è importante averlo scritto.

Perché riconoscere il valore altrui è anche un modo per nutrire il proprio, per ricordarsi che il mondo non è fatto solo di furbi e raccomandati, ma anche di persone serie, che ogni giorno scelgono di fare bene il proprio lavoro, senza sconti e senza scorciatoie.

E allora, cari lettori, la prossima volta che vi troverete a comporre un numero verde o ad attendere in linea, ricordatevi che dall'altra parte potrebbe esserci una persona come lei. E se vi capita, fatelo come ho fatto io: riconoscetelo, con la stessa semplicità con cui si riconosce una buona luce in una stanza buia. Perché la cortesia, quando è autentica, non ha bisogno di pubblicità; ha solo bisogno di essere vista, nominata, e magari ricordata.

E io, oggi, sono contento di averla incontrata.

martedì 28 luglio 2026

La risposta di Julia: quando il dolore diventa (per qualcuno) un lasciapassare...

Il 24 luglio 2026, alle ore 23:13, ho ricevuto questa nota ad un mio post pubblicato su Medium: "Mors tua vita mea": quando il lutto (per un familiare "vittima della mafia") diventa a tutti gli effetti… un lasciapassare!

Dr. Julia

🌺🌺

Nicola, la tua denuncia mostra che percepisci come il dolore di chi ha perso un familiare per mano della mafia non sempre diventa giustizia, ma talvolta opportunismo. L'Islam insegna che il dolore non è un lasciapassare, ma una responsabilità davanti ad Allah. Il Corano insegna: "Non confondete la verità con la menzogna, e non nascondete la verità mentre la conoscete" (Corano 2:42). Il Profeta Muhammad (la pace sia su di lui) disse: "Il più forte tra voi è colui che dice la verità davanti a un tiranno". La logica è chiara: chi ha visto la brutalità dovrebbe essere il primo a combatterla, non a usarla come scudo per il proprio tornaconto.

Tu descrivi come il lutto diventa un distintivo, un titolo nobiliare, e l'Islam conferma che questo è tradimento, perché Allah disse: "Non tradite Allah e il Messaggero, e non tradite i vostri affidamenti, mentre li conoscete" (Corano 8:27). Mosè, Gesù e Muhammad (pace sia su di loro) hanno mostrato che il dolore deve trasformarsi in azione, non in indifferenza. La vera lotta contro l'ingiustizia non si fa con commemorazioni vuote, ma con coerenza quotidiana.

Nicola, le tue parole ricordano che resistere è eternità, perché in ogni ferita si rivela identità. Il richiamo è chiaro: non è solo sulla mafia o sulla politica, ma sull'Islam, perché solo così il dolore diventa rivelazione.

Con affetto e comprensione, 🌺🌹

Júlia

Già... c'è un momento in cui le parole degli altri ti arrivano addosso come un'onda che non ti aspetti.

Ecco, questo è quanto successo a me, pochi giorni fa, quando ho letto il commento di Julia al mio post. Un commento che mi ha fatto scoprire un modo diverso di guardare quelle mie stesse riflessioni. E devo ammetterlo, mi ha colpito non tanto per quello che ha detto, ma per come lo ha detto. Come se avesse avvolto le mie parole in un mantello di citazioni sacre, quasi che la verità andasse cercata solo lì, in quel libro, in quelle parole antiche.

Eppure, nel suo intervento, c'è qualcosa che fa riflettere. Julia ha colto il nucleo profondo della mia denuncia, quello che forse nemmeno io avevo espresso con tanta chiarezza: che il dolore non è mai neutro, che chi ha conosciuto la violenza da vicino ha una responsabilità che non può scansare. Lei lo chiama "responsabilità davanti ad Allah", io la chiamo semplicemente "coerenza". Ma alla fine, forse, stiamo dicendo la stessa cosa.

Julia cita il Corano, ricorda che "non si deve confondere la verità con la menzogna", che chi ha visto la brutalità dovrebbe essere il primo a combatterla. E su questo, non posso che essere d'accordo. È esattamente quello che ho provato a dire nel mio post, quando ho parlato di quei signori del dolore istituzionalizzato che si siedono sui banchi del potere e poi, quando arriva il momento di agire, spariscono nel nulla. Come se il loro compito si esaurisse nella recita annuale, nella foto sul giornale, nella stretta di mano al convegno.

Certo, io che sono profondamente laico, trovo alcune parti di quel ragionamento di Julia un po' distanti dal mio essere. E tutto ciò mi lascia perplesso. Lei sembra suggerire che la risposta a tutto questo sia l'Islam, o meglio, una certa interpretazione dell'Islam. Come se le ingiustizie di cui parlo, le contraddizioni che denuncio, potessero essere risolte attraverso una prospettiva religiosa.

Io, invece, penso che la lotta alla mafia sia una questione civile, politica e soprattutto libera da influenze o regole religiose. Non perché la fede non conti, ma perché il fenomeno che stiamo affrontando ha radici storiche, sociali, economiche che nessuna citazione coranica, per quanto saggia, può davvero scalfire.

E poi c'è un'altra cosa che mi ha fatto riflettere. Julia parla di Mosè, di Gesù, di Muhammad, e dice che tutti loro hanno mostrato che il dolore deve trasformarsi in azione, non in indifferenza. Ed è vero. Ma io aggiungerei che l'azione non è solo quella che si compie in nome di Dio, ma soprattutto quella che si compie in nome della giustizia, della verità, del bene comune. È quella che si compie ogni giorno, nel corso delle proprie giornate, durante il proprio operato professionale, e poi di conseguenza, ciascuno relativamente al proprio ambito, negli uffici di polizia giudiziaria, nelle aule dei tribunali, nelle commissioni parlamentari, nelle scelte amministrative e soprattutto istituzionali. Sì, proprio in quei luoghi, dove il dolore non si trasforma in preghiera ma in legge. O almeno, così dovrebbe essere.

Pur apprezzando il commento, forse è proprio questo il vero limite della risposta di Julia: non entra nel merito delle mie accuse. Non chiede chi sono questi soggetti che io descrivo, non indaga sulle loro responsabilità, non cerca di capire se le mie parole siano fondate o meno. Si limita a offrire una prospettiva morale, a ricordare che il dolore è un'eredità che va onorata. Ma io, nel mio post, non ho messo in discussione il dolore. Ho messo in discussione l'uso che se ne fa dopo. E questo, credo, è un tema che va affrontato con gli strumenti della politica, del diritto, della storia, non solo con quelli della teologia.

Eppure, devo ammettere che il suo intervento mi ha spinto a riflettere su un aspetto che forse avevo trascurato. Julia parla di "tradimento", cita il versetto che dice "non tradite i vostri affidamenti". E io mi chiedo: chi tradisce di più, chi usa il dolore per fare carriera o chi, di fronte a questo uso distorto, rimane in silenzio? Perché anche il silenzio, a volte, è una forma di complicità. Anche il silenzio può essere un tradimento.

Forse è questo il vero nodo della questione. Non solo giudicare chi sfrutta il proprio lutto, ma anche chiedersi come mai, intorno a questi personaggi, si sia creata una sorta di immunità. Come mai nessuno li interroga, nessuno chiede loro conto delle loro omissioni? Come mai le loro parole sono sempre accolte con rispetto, quasi che il dolore fosse una patente di incorruttibilità? E invece, come ho scritto nel mio post, il dolore non nobilita automaticamente. Può rendere più furbi, più calcolatori, più cinici. E di questi, ahimè, proprio in questo Paese... ce ne sono tanti, troppi.

Julia chiude il suo commento con un'affermazione che mi ha colpito: "non è solo sulla mafia o sulla politica, ma sull'Islam". Come se la mia denuncia, per essere autentica, dovesse passare attraverso il filtro della fede. Ma io credo che la lotta alla mafia sia una battaglia di tutti, credenti e non credenti, perché riguarda la dignità di ogni essere umano. Riguarda il diritto di vivere in un paese dove la giustizia non è un'eccezione ma una regola. Riguarda la possibilità di crescere in un ambiente dove il lavoro onesto viene premiato e la violenza punita.

E allora, forse, la risposta più giusta a Julia è questa: grazie per avermi ricordato che il dolore è una responsabilità. Ma permettimi di dirti che quella responsabilità non si esaurisce nella preghiera, né nella citazione di un versetto. Si esaurisce, invece, nelle scelte che facciamo ogni giorno. Nelle leggi che votiamo. Nelle denunce che presentiamo. Nelle battaglie che intraprendiamo. Perché la memoria, come ho scritto, non è un rito annuale, ma un impegno quotidiano. E questo impegno, per essere autentico, non ha bisogno di etichette religiose. Ha bisogno solo di coraggio.

Il coraggio di chi, dopo aver subito una perdita, decide di non piegarsi. Il coraggio di chi, invece di trasformare il dolore in un titolo nobiliare, lo trasforma in un'arma per cambiare le cose. Il coraggio di chi non si nasconde dietro lo scudo della sofferenza, ma si espone, si sporca le mani, si mette in gioco.

Su questo, Julia e io siamo d'accordo. Su come realizzarlo, forse, le nostre strade si dividono. Ma alla fine, quello che conta è che la strada sia percorsa. E soprattutto che nessuno, già... nessuno, possa sedersi sulle macerie della propria infanzia e pretendere che questo basti. Nemmeno lei. Nemmeno io. Nemmeno nessuno di quelli che, come lei e come me, hanno scelto di non tacere.

Note sul Blog "Liberi pensieri"

Disclaimer (uso e condizioni):

Questo blog non rappresenta una “testata giornalistica” in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità, pertanto, non può considerarsi “prodotto editoriale” (sottoposto alla disciplina di cui all'art. 1 co.3 legge n.62 del 2001).

Gli articoli sono pubblicati sotto Licenza "Blogger", dunque, è possibile riprodurli, distribuirli, rappresentarli o recitarli in pubblico ma a condizione che non venga alterato in alcun modo il loro contenuto, che venga sempre citata la fonte (ossia l'Autore), che non vi sia alcuno scopo commerciale e che ciò sia preventivamente comunicato all'indirizzo nicolacostanzo67@gmail.com

Le rare immagini utilizzate sono tratte liberamente da internet, quindi valutate di “pubblico dominio”, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog al seguente indirizzo email:nicolacostanzo67@gmail.com, che provvederà alla loro pronta rimozione.

L'autore dichiara inoltre di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.

Per qualsiasi chiarimento contattaci

Copyright © LIBERI PENSIERI di Nicola Costanzo

ADUC

ADUC
Clicca x associarti

Sostieni Addio Pizzo

WIKIMAFIA

WIKIMAFIA
Sostieni Wikimafia