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lunedì 31 agosto 2026

Il fantasma di Khamenei, il messaggio su X e l'ombra di una guerra che nessuno vuole!

E così... mentre l'Iran trattiene il fiato in attesa di capire quale sarà la prossima mossa di Israele e USA, la nuova guida suprema sceglie un canale che fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile per un leader teocratico: "X". 

Sì, proprio lì, in poche battute, Mojtaba Khamenei scrive che Israele "è tornato indietro di settant'anni! 

Lo fa in occasione della commemorazione del 7 ottobre, una data che per il regime è ormai un simbolo sacro, una ferita da coltivare e da usare come carburante politico.

Ma c'è un problema.. perché quel messaggio su X arriva a neppure un mese di distanza da un altro atto, ben più solenne e ufficiale. Il 30 agosto, infatti, Mojtaba aveva lanciato un appello scritto, diffuso tramite i canali ufficiali e ripreso dalle agenzie internazionali, per l'unità di tutti i musulmani e delle nazioni islamiche. Un invito solenne, pensato per ricompattare il mondo islamico di fronte alle pesanti pressioni economiche e geopolitiche che l'Iran sta affrontando.

E in quell'appello, Mojtaba era stato durissimo. I governanti criminali degli Stati Uniti e il falso regime sionista, ha detto, sono acerrimi nemici dell'unità islamica e dell'intera Umma islamica, comprese le popolazioni dell'Asia occidentale e del Nord Africa. Parole pesanti, che arrivano a sei mesi dalla morte del padre Ali, ucciso in quel devastante conflitto scoppiato a fine febbraio. Sei mesi in cui i rapporti tra l'Iran e i suoi vicini arabi sono diventati tesi, tesissimi, a causa degli attacchi che hanno coinvolto infrastrutture e aree ospitanti basi militari statunitensi nella regione.

Ai governanti dei paesi islamici, con particolare riferimento a quelli del Golfo Persico, Mojtaba ha rivolto un'esortazione che suona quasi come un ultimatum: riconoscete i vostri veri nemici e contrastate il piano di questi malintenzionati, che consiste nell'esaltare le differenze all'interno dell'Umma per indebolirla e dominarla. Ha altresì aggiunto che i tiranni del mondo, guidati dagli Stati Uniti criminali, hanno ormai tolto le maschere ingannevoli, si sono sfilati i guanti di velluto, mostrando al mondo intero i loro artigli insanguinati.

Tradotto: chiunque, in qualsiasi posizione, compia azioni che portano alla divisione tra i musulmani, consapevolmente o meno, serve gli scopi dei nemici dell'Islam. E chi sta trattando con gli americani, chi cerca una via d'uscita diplomatica, chi non si schiera, è un traditore. Non ci sono mezze misure, non ci sono zone grigie. È un bivio, e Mojtaba lo ha tracciato con la nettezza di chi non ammette ripensamenti.

E ora, ecco la contraddizione che più inquieta. Da un lato, l'appello ufficiale del 30 agosto, con il suo tono da leader che cerca di ricucire lo strappo, di proporre un quadro coordinato per la difesa reciproca e la cooperazione in vari campi: economico, scientifico, di sicurezza. Dall'altro, questo messaggio su X, più asciutto, quasi sprezzante, che liquida Israele con un "tornato indietro di settant'anni" mentre il mondo intero si chiede quale sarà la prossima mossa. Due registri, due anime, che forse raccontano la difficoltà di un regime che non sa più quale faccia mostrare al mondo.

Ma la domanda che mi faccio è un'altra. Questo cambio di tono, questa alternanza tra il solenne e il liquido, tra l'appello alla cooperazione e la sfida a muso duro, è una strategia calcolata o è  il sintomo di un potere che brancola nel buio? Perché forse chi aveva davvero il controllo della situazione ora non c'è più o forse - se è sopravvissuto all'attentato in cui hanno perso la vita il padre e gran parte dell'élite del governo iraniano - non si trova in condizioni fisiche perfette... certamente un soggetto abituato al comando non ha alcun bisogno di cambiare registro ogni quattro giorni. Chi è stato da sempre forte... parla una lingua sola e soprattutto non parla con la bocca altrui!

E così, vista la situazione, i falchi hanno preso il sopravvento. Hanno blindato Hormuz, hanno messo uomini come Vahidi e Rezaei ai vertici della sicurezza. Già... quei vecchi leoni, quelli che il vecchio Khamenei aveva messo da parte, ora stanno lì... a reclamare il posto che pensavano gli spettasse. mentre la piazza, quella vera, quella fatta di giovani e donne che hanno già dimostrato al mondo il loro coraggio, purtroppo, sentendosi abbandonati, osserva e tace. Perché i tribunali del governo non conoscono clemenza, e i plotoni di esecuzione sono diventati una triste routine, un monito quotidiano che spegne ogni speranza di una rivolta aperta.

Ed infine c'è Hormuz, sempre lui. La minaccia di chiudere lo Stretto torna a essere un'arma concreta. Ma è un'arma che si sta già arrugginendo, perché i paesi arabi confinanti stanno costruendo a gran ritmo nuovi oleodotti che permetteranno di aggirare l'ostacolo. In pochi anni, il ricatto energetico dell'Iran potrebbe perdere perdere tutta la sua efficacia e difatti, quei falchi - a differenza delle caratteristiche peculiari di quell'animale - hanno viceversa una vista ristretta: sì... guardano al presente e non al domani!

E allora cosa resterà? Resta la presenza costante di un nuovo conflitto militare, un conflitto che nessuno può davvero prevedere nelle sue conseguenze, ma che tutti sanno essere potenzialmente catastrofico, non solo per quelle terre già martoriate, ma per l'intero sistema finanziario globale, che verrebbe travolto da un'ondata di caos i cui effetti sarebbero incalcolabili.

Sì... i falchi si sono impadroniti dell'Iran e stanno provando a blindare lo stretto, ma questa piccola vittoria potrebbe rivelarsi la scintilla che accende un incendio molto più grande di loro. E vedrete come tutta questa follia, prima o poi, si ribalterà. Perché il fuoco, quando divampa, non chiede permesso. Brucia tutto ciò che incontra.

domenica 30 agosto 2026

Gesù nel 2026 - Capitolo V: l'allontanamento, la ricerca, le visioni, gli Esseni.

Avevo terminato il quarto capitolo con un pensiero di quell'uomo: "Il mondo non mi ha voluto... allora andrò a cercare il mondo che mi vuole".

Ed ora inizio ad affrontare la parte sicuramente più importante di quel profeta, perché nel percorso che a breve andrò a rappresentare, vi è tutto ciò che di fatto ha stravolto il concetto spirituale di ciò che poi rappresenterà - nei pochi anni di vita che ancora seguiranno - il senso stesso della sua personalità e dei suoi insegnamenti.

Ed allora iniziamo...

Il distacco non fu un evento... viceversa, fu un processo lento, fatto di sguardi che si allungavano, di passi che si facevano più lunghi verso il confine del villaggio, di notti passate a fissare l'orizzonte senza dormire.

Sono certo che Yeshua - quando decise di andare via - non disse nulla a Maria. Non serviva. Lei, d'altronde, sapeva. Già... aveva sempre saputo.

E così, un mattino, prima dell'alba, mentre il cielo era ancora nero e le stelle sembravano così vicine da potersi toccare, egli si mise in cammino, senza nulla di più di quanto un uomo potesse portare con sé: una bisaccia con del pane, un otre d'acqua, un mantello per la notte, e i rotoli che più amava. Sì... nient'altro.

Si girò per un istante a guardare quella cittadina che tanta sofferenza gli aveva creato. E Nazareth rimase dietro di lui, già... come un peso che si allontanava, ma che sapeva, non si staccava del tutto. Perché ogni passo che lo allontanava da quella casa, da sua madre, era un passo che lo avvicinava a qualcosa che sentiva esistere, ma che non sapeva ancora nominare.

La strada per il deserto è lunga. Attraversa valli aride, villaggi sperduti, campagne bruciate dal sole. Ma nulla lo ferma. Yeshua cammina lentamente. Anche gli altri viandanti lo guardano e lo superano, ma lui non ha fretta. Sa bene che il deserto non si conquista con la corsa, ma con la pazienza.

Dopo tanti giorni di cammino, ecco che il paesaggio cambia. La terra si fa più rossa, la vegetazione si dirada fino a scomparire, e il silenzio si fa così profondo da rimbombare nelle orecchie. È un silenzio che non è assenza di suono, ma presenza di qualcos'altro.

Lì, nel deserto di Giuda, vicino al Mar Morto, Yeshua trova ciò che cercava. O forse, ciò che da sempre lo cercava: gli Esseni.

Yeshua li osserva da lontano, all'inizio. Poi si avvicina, chiede se può restare. E nei giorni che seguono, inizia a scoprire come questi ultimi non siano una setta. Anzi, sono una comunità, un popolo dentro il popolo. Vivono separati da tutto ciò che li circonda, perché il mondo è corrotto, come lo stesso Tempio, profanato da sacerdoti indegni.

Nei giorni seguenti scopre i loro precetti, tra cui quello di immergersi nell'acqua ogni giorno per purificarsi. Vede come condividono i loro beni, come dividono il cibo in egual maniera, come pregano e studiano insieme. Si considerano "Figli della Luce" in lotta contro i "Figli delle Tenebre". Scopre come essi stiano aspettando un Maestro di Giustizia, un Messia che verrà a purificare Israele.

A differenza di Nazareth... non lo cacciano via. Non gli chiedono chi è suo padre. Non gli fanno domande sul passato. Ma soprattutto, non lo deridono. Per loro, ciò che conta è il presente: cosa cerchi? Sei disposto a lavare i tuoi vestiti nell'acqua? Sei disposto a condividere il tuo pane? Sei disposto a combattere contro le tenebre che porti dentro?

Lui dice: "Sì".

E così inizia per lui una nuova vita. I giorni vengono scanditi dalla preghiera all'alba, dal lavoro nei campi, dallo studio dei rotoli, dai bagni di purificazione. Certo... è una vita dura, fatta di disciplina e di silenzio. Ma è anche una vita che non chiede giustificazioni. E così, finalmente, per la prima volta nella sua vita, Yeshua non deve dimostrare nulla a nessuno.

Ma con il passar del tempo, scopre come il deserto non sia solo la comunità degli Esseni. Il deserto rappresenta il luogo dove la mente si spoglia di tutto ciò che è superfluo, dove il corpo soffre e lo spirito si allarga, dove le voci che nella quotidianità vengono soffocate dal rumore diventano nitide come l'aria del mattino.

Ed è in questa solitudine che accade qualcosa d'imprevisto. Qualcosa che giunge senza alcun preavviso. Già... arrivano le visioni.

Una notte, mentre sta dormendo sul fianco della montagna, Yeshua sogna. O forse è sveglio. Non lo sa. Sa solo che il mondo intorno a lui si dissolve e che un'altra realtà prende il sopravvento. Vede un uomo che gli porge delle pietre: "Se sei figlio di Dio, trasforma queste pietre in pane". La voce di quell'uomo è dolce, persuasiva. Sì... è la voce della fame, della carne, del bisogno più elementare.

Yeshua guarda le pietre, poi osserva l'uomo. E risponde: "Non di solo pane vive l'uomo".

Ed allora quella voce non si arrende. Lo porta in cima al tempio di Gerusalemme: "Gettati giù. Gli angeli ti sosterranno. Se sei figlio di Dio, dimostralo".

Yeshua guarda il vuoto sotto di sé. Sente il richiamo del prodigio, dello spettacolo, della prova che zittirebbe tutti coloro che lo hanno chiamato "bastardo". Ma qualcosa dentro di lui trattiene il piede: "Non metterai alla prova il Signore".

Ed allora la voce lo porta su una montagna altissima e gli mostra tutti i regni del mondo, la loro gloria, il loro potere: "Tutto questo ti darò, se ti prostrerai e mi adorerai".

Yeshua guarda i regni. E vede il dominio, la forza, la vendetta su tutti coloro che lo hanno disprezzato. Potrebbe avere tutto. Potrebbe fargliela pagare a tutti. Ma sa che quel potere è la stessa cosa che ha sempre odiato. La stessa cosa che lo ha schiacciato: "Vattene, Satana. Solo il Signore adorerai".

Quando apre gli occhi, è ancora nel deserto. Il sole sta sorgendo, il sudore gli bagna la fronte, ma sente che qualcosa è cambiato.

Certo... rileggendo oggi quanto riportato nei Vangeli, e osservando ciò che è accaduto nei secoli a figure come Francesco d'Assisi, che abbandonò tutto per seguire una voce interiore, o Padre Pio, che ogni notte combatteva contro un diavolo che forse era la sua stessa ombra, o Madre Teresa di Calcutta, che donò la sua vita agli altri mentre dentro di lei regnava un silenzio di Dio che sembrava abbandono... e pensando anche alle veggenti di Fatima e Lourdes, a Medjugorje, a tutti coloro che hanno visto e sentito cose che gli altri non vedevano e non sentivano... potremmo chiederci: quanto c'è di divino e quanto c'è di umano in queste esperienze?

Già... forse le visioni e le tentazioni non vengono da fuori, ma da dentro. Ogni tentazione rappresenta un desiderio più profondo: il cibo per lenire la fame, il miracolo per dimostrare agli altri che non è un bastardo, il potere per vendicarsi di chi lo ha umiliato. Non serve chiamarle "sovrannaturali" per capire che sono reali. Non serve che un angelo scenda dal cielo perché un uomo decida di cambiare vita: Basta il dolore. Basta la solitudine. Basta quella fiamma che, quando tutto sembra perduto, si accende e non si spegne più.

E lui le ha vinte. Ma non perché fosse un messia. Le ha vinte perché le ha riconosciute. Perché ha detto: "Io sono tutte queste cose. La fame, il bisogno di prova, la voglia di potere. Ma non sarò schiavo di loro".

E così il deserto, in quel momento, diventa il suo maestro. Non perché gli abbia dato risposte, ma perché gli ha insegnato a sopportare quelle fastidiose domande.

Gli Esseni lo vedono tornare. Lo accolgono di nuovo. Non gli chiedono dove sia stato, perché sia andato via, cosa stia cercando, cosa gli manchi. Loro sanno che ogni uomo, nel deserto, combatte le sue battaglie — quelle interiori — come sanno bene che da quelle battaglie non si torna mai più uguali.

Yeshua resta con loro. E così passano i mesi e gli anni. Studia i loro rotoli, impara le loro preghiere, approfondisce quel loro concetto spirituale, condivide e spezza il pane, beve dal calice il vino. Ma qualcosa dentro di lui non trova ancora pace.

Si chiede: perché gli Esseni aspettano un Messia? Già... lui sente che dentro di sé, forse, sì... solo forse, quel Messia potrebbe essere lui. Ma non per orgoglio... ma perché più legge le Scritture, più quelle parole sembrano parlargli direttamente. Sì... quel servo sofferente di Isaia, quel figlio d'uomo di Daniele, quel giusto perseguitato dei Salmi: e se tutto questo parlasse di me?

Ovviamente non lo dice ad alta voce. Ma quella fiamma che da Nazareth lo aveva portato lì, quella che dentro di lui non si era mai spenta, ora nel deserto è diventata una fornace. Lui capisce che il deserto non è la sua destinazione. Il deserto è solo il luogo dove ci si prepara, dove si abbandona tutto ciò che non serve e si impara ad ascoltare la voce che conta.

E così, un giorno, mentre si immerge nelle acque del Mar Morto per l'ennesima purificazione, sente qualcosa dentro di lui che grida: Non devi restare. Devi andare. Devi parlare!

Il sole sta picchiando forte, l'acqua gli scivola addosso ed egli, in quel deserto immenso, sa che non può più restare in silenzio. Deve parlare!

Yeshua esce dall'acqua, si veste, e preannuncia la sua missione divina. Gli altri lo guardano sorpresi, qualcuno, offeso, inveisce e tenta di colpirlo. Molti anziani restano basiti da quell'atteggiamento e da quelle frasi così provocatorie. Un altro anziano, in disparte, viceversa, resta immobile. Già... egli si aspettava da tempo una rivelazione da parte di quel giovane, lo stesso che aveva visto crescere e che mostrava, ogni giorno che passava, quanto celasse dentro di sé quel malessere profondo, interiore, che gli diceva che prima o poi avrebbe lasciato quella comunità. Ed ora il tempo era giunto.

Non ha nulla da ridire a quella comunità. Non è arrabbiato con loro se ora lo rifiutano e lo allontanano, loro d'altronde non vogliono comprendere che il suo cammino è più largo di quel deserto, di quella lunga attesa.

Non poteva più rimanere, come non doveva più aspettare il Messia, ma viceversa, doveva iniziare a capire chi era, e dove doveva andare e forse, qualcuno avrebbe iniziato a seguirlo.

E così, mentre il deserto si stende intorno a lui, immobile e bruciante, Yeshua sente che il passo successivo lo porterà lontano, verso il Giordano, verso quel cugino Giovanni di cui tanto ha sentito parlare, già... verso il mondo che non lo ha voluto.

E finalmente, per la prima volta, quel mondo non gli fa più paura.

sabato 29 agosto 2026

Petrolio in calo, benzina e gasolio no! Il paradosso che svela il vero tallone d’Achille dell’Europa.

Stamani, consentitemi di riportare il post di un mio amico, Giuseppe, di cui trovate alla fine i suoi indirizzi

Ho preso la libertà di rielaborare il suo testo, perché lo trovo estremamente interessante e ricco di spunti, ma sentivo il bisogno di adattarlo un po' al mio stile e al mio modo di raccontare le cose. Il contenuto, però, è interamente suo: i dati, le analisi, le domande che solleva. Io ho solo cercato di dargli una veste più vicina al mio modo di scrivere e facilitare quante più persone possibile. Vi allego quindi il link con il suo articolo originale, così se vorrete potrete leggere la sua versione integrale (Link).

I prezzi del petrolio stanno calando. Eppure, gli automobilisti europei continuano a pagare prezzi elevati alla pompa. È una di quelle stranezze che ti fanno grattare la testa, perché se il greggio scende, la benzina dovrebbe scendere con lui, no? E invece no. I dati disponibili al pubblico suggeriscono che la spiegazione sia molto più articolata di quanto si possa immaginare.

Il prezzo del Brent è sceso in modo significativo rispetto ai picchi toccati durante la crisi mediorientale. Eravamo oltre i 120 dollari al barile, e alla fine di agosto il prezzo era sceso a tratti sotto i 90 dollari. Un bel calo, non c'è che dire. Eppure, quando ci fermiamo a fare il pieno, quel sollievo è difficile da percepire. Il carburante rimane caro, e la domanda sorge spontanea: perché la benzina non segue il petrolio con la stessa rapidità?

La prima reazione, quella istintiva, è cercare un colpevole. Le compagnie petrolifere, i governi, le tasse, la speculazione, la guerra. Ma i dati suggeriscono che la realtà è considerevolmente più complessa. E forse, proprio per questo, più interessante. Perché il punto di partenza, per quanto ovvio, è spesso trascurato: il petrolio e la benzina non costituiscono lo stesso mercato.

Il prezzo che vediamo sui mercati finanziari si riferisce al petrolio greggio. Ma nelle nostre auto non mettiamo petrolio greggio. Prima che un barile diventi benzina o gasolio, deve essere trasportato, raffinato, trasformato in combustibili utilizzabili, trasportato di nuovo e infine distribuito alle stazioni di servizio. Ogni fase ha i suoi costi e i suoi vincoli. In condizioni normali, questi anelli della catena tendono a muoversi insieme. Ma queste non sono condizioni normali.

I dati disponibili e le recenti analisi di mercato indicano una divergenza insolita tra il greggio e i prodotti raffinati. Ed è proprio da questa divergenza che inizia la vera storia.

Il Brent ha toccato i 120 dollari al culmine della crisi, per poi scendere sotto i 90. Ma i prezzi di benzina e diesel non sono diminuiti nella stessa proporzione. Il Bollettino settimanale sul petrolio della Commissione europea offre una prospettiva importante, perché separa i prezzi al consumo dalla componente fiscale. Secondo gli ultimi dati, a fine agosto il prezzo della benzina in Italia si aggirava ancora intorno ai 2 euro al litro.

I dati storici sono rivelatori. Nel 2023 la media era di 1,87 euro, nel 2024 di 1,82, nel 2025 di 1,73. Non è che la benzina non cali mai quando cala il petrolio. Ma la trasmissione dal mercato del greggio al prezzo pagato dai consumatori non è né immediata né proporzionale. E le sole tasse non possono spiegare l'intera differenza.

Una parte della storia inizia prima ancora che il carburante raggiunga il distributore. Per mesi, l'attenzione si è concentrata su una domanda: quanto petrolio greggio transita attraverso lo Stretto di Hormuz? Una preoccupazione comprensibile. Prima del conflitto, lo Stretto era una via di transito fondamentale per circa un quinto delle forniture globali di petrolio e GNL. Eppure il mercato del greggio ha dimostrato una notevole capacità di adattamento. Le scorte, le forniture alternative, i cambiamenti nelle rotte commerciali e la graduale ripresa di alcune esportazioni del Golfo hanno contribuito a evitare che i prezzi rimanessero ai livelli estremi inizialmente temuti.

Ma è emerso un altro problema: la raffinazione. Dati recenti riportati da Reuters indicano che circa un quinto della capacità di raffinazione in Medio Oriente è fuori servizio a causa di danni bellici o interruzioni delle esportazioni. Anche l'attività cinese si è mantenuta al di sotto dei livelli dell'anno precedente, mentre quella russa ha affrontato ulteriori difficoltà. Secondo Energy Aspects, queste interruzioni combinate hanno ridotto la produzione globale delle raffinerie ad agosto di circa quattro milioni di barili al giorno rispetto all'anno precedente.

Il risultato è insolito ma economicamente logico. Potrebbe esserci una quantità sufficiente di petrolio greggio disponibile, mentre il mercato continua a faticare a fornire una quantità adeguata dei carburanti che se ne ricavano: benzina, diesel, carburante per aerei, olio combustibile. E quando questi prodotti diventano più difficili da reperire, i loro prezzi possono rimanere elevati anche se il prezzo del greggio scende.

Uno dei segnali più chiari viene dai margini di raffinazione. In parole semplici, riflettono la differenza tra il valore dei prodotti raffinati e il petrolio greggio utilizzato per produrli. Quando la capacità di raffinazione e l'offerta di prodotti sono abbondanti, questi margini tendono a rimanere contenuti. Quando i combustibili scarseggiano, i prezzi possono aumentare drasticamente. Ed è proprio ciò che il mercato ha dimostrato. In Asia, ad esempio, il margine per il gasolio era più che triplo rispetto al livello prebellico il 21 agosto. Anche i margini della benzina erano sostanzialmente più elevati.

Ciò non prova la manipolazione. Non dimostra che qualcuno stia mantenendo artificialmente alti i prezzi. Ciò che possiamo ragionevolmente dedurre è molto più semplice: il collo di bottiglia si è spostato sempre più dal petrolio greggio stesso alla capacità di raffinare e trasportare i prodotti di cui i consumatori hanno effettivamente bisogno. E questa differenza finisce per ripercuotersi sul consumatore.

Solo dopo aver compreso cosa sta succedendo a monte dovremmo prendere in considerazione la tassazione. In Europa, una parte significativa del prezzo pagato alla pompa non dipende direttamente dal prezzo del petrolio greggio. Comprende accise, IVA e altre componenti fiscali. Quando il prezzo del greggio aumenta bruscamente, i consumatori risentono in larga misura di tale incremento. Ma quando successivamente scende, il prezzo finale non diminuisce nella stessa proporzione, perché una parte sostanziale di ciò che paghiamo è costituita dalle tasse. In Italia, le tasse rappresentano circa la metà del prezzo finale della benzina. Ma attribuire la colpa esclusivamente alle tasse sarebbe fuorviante. Il prezzo del carburante, al netto delle tasse, è rimasto elevato rispetto ai livelli precedenti alla crisi. È per questo che la situazione non può essere spiegata con un'unica risposta.

Esiste poi un altro costo che raramente emerge quando ci limitiamo a osservare un grafico del Brent: i trasporti. Trasportare energia attraverso il Medio Oriente è diventato considerevolmente più costoso e rischioso. Le compagnie petrolifere devono fare i conti con l'incertezza geopolitica, costi assicurativi più elevati, rotte interrotte e tariffe di trasporto più alte. Inoltre, il petrolio greggio e i prodotti raffinati non sono soggetti alle stesse dinamiche economiche in materia di trasporto. Patrick Pouyanné, CEO di TotalEnergies, ha spiegato che il trasporto di greggio attraverso Hormuz può ancora essere economicamente vantaggioso perché alcuni produttori mediorientali vendono il loro petrolio a prezzi scontati considerevoli. I prodotti raffinati, invece, si trovano ad affrontare un problema diverso. Poiché le petroliere trasportano volumi inferiori, il costo di trasporto aggiuntivo per barile può diventare molto più significativo. Questo aiuta a spiegare come sia possibile avere contemporaneamente un mercato del greggio relativamente debole e un mercato dei prodotti raffinati molto più forte.

Un barile di petrolio non ha semplicemente un prezzo. Ha anche una posizione. E spostarlo dal luogo in cui si trova al luogo in cui è necessario può modificarne drasticamente il costo economico reale.

L'Europa si trova in una posizione particolarmente delicata. Negli ultimi anni, il continente si è impegnato a ridurre la propria dipendenza energetica dalla Russia. Una decisione strategica dettata da necessità geopolitiche. Ma ridurre una dipendenza non crea automaticamente l'indipendenza energetica. In molti casi, cambia semplicemente la posizione di tale dipendenza. Oggi l'Europa dipende fortemente dai mercati energetici internazionali, dalle rotte commerciali marittime, dalle infrastrutture per il GNL e dai prodotti energetici importati. A luglio, il Gruppo di coordinamento petrolifero della Commissione europea ha concluso che non vi era alcun problema immediato di approvvigionamento di petrolio nell'UE, in quanto la domanda veniva soddisfatta tramite le scorte commerciali e forniture alternative. È rassicurante. Ma mette in luce una distinzione importante: disponibilità e convenienza non sono la stessa cosa. L'Europa potrebbe avere accesso a una quantità di carburante sufficiente. La questione è quanto costa portare quel carburante ai consumatori europei.

Forse lo sviluppo più interessante si sta verificando proprio nel Golfo Persico. La prolungata interruzione nello Stretto di Hormuz ha costretto produttori e mercati ad adattarsi. Le condotte alternative stanno acquisendo sempre maggiore importanza, si stanno esplorando diverse vie di esportazione. I produttori cercano modi per ridurre la loro dipendenza da un unico punto strategico marittimo. Gli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, dispongono già dell'oleodotto Habshan-Fujairah, che permette al petrolio greggio di raggiungere il Golfo dell'Oman senza passare per Hormuz. La sua capacità attuale è di circa 1,8 milioni di barili al giorno e sono previsti ampliamenti. Questi sviluppi possono contribuire a ridurre parte della pressione sul greggio. Ma sostituire la capacità di raffinazione perduta è molto più difficile. È possibile deviare il percorso di una petroliera, rilasciare le scorte, aumentare la produzione altrove. Costruire, riparare o sostituire una raffineria è tutt'altra questione. Richiede tempo e ingenti capitali.

La crisi attuale potrebbe quindi rivelare qualcosa che i mercati inizialmente avevano sottovalutato: la vulnerabilità del mondo potrebbe non risiedere solo nella scarsità di petrolio greggio, ma anche nella carenza delle infrastrutture necessarie per trasformarlo e trasportarlo.

Quando parliamo di prezzi dell'energia, spesso cerchiamo spiegazioni semplici. Se il petrolio sale, la benzina sale. Se scende, anche la benzina dovrebbe scendere. Ma il sistema energetico globale non funziona come un unico grafico dei prezzi. Il prezzo che paghiamo alla stazione di servizio è il risultato finale di un'enorme catena che coinvolge produzione, raffinazione, trasporto marittimo, assicurazioni, valute, distribuzione, tassazione e geopolitica. Oggi, diversi anelli di questa catena rimangono sotto pressione, nonostante il prezzo del greggio sia calato considerevolmente rispetto ai massimi raggiunti durante la crisi.

Ciò non significa che ogni prezzo elevato sia necessariamente giustificato. Non significa nemmeno che governi o aziende debbano sottrarsi al controllo. La trasparenza è fondamentale, soprattutto quando i margini di raffinazione diventano eccezionalmente elevati e i consumatori continuano a dover affrontare costi maggiori. Prima di giungere a conclusioni, però, dovremmo distinguere ciò che i dati effettivamente mostrano da ciò che presumiamo che mostrino. E dalle informazioni disponibili al pubblico, si può ragionevolmente trarre una conclusione: il problema oggi non è più semplicemente il prezzo del petrolio. Si tratta anche del costo e della difficoltà di trasformare quel petrolio nei prodotti energetici effettivamente utilizzati dall'economia globale.

Per l'Europa, questo dovrebbe sollevare una questione più ampia. La sicurezza energetica non può significare solo avere accesso a una quantità sufficiente di petrolio greggio. Significa anche disporre di infrastrutture adeguate, catene di approvvigionamento diversificate e una resilienza sufficiente a garantire che una crisi geopolitica a migliaia di chilometri di distanza non si trasformi immediatamente in un problema per le famiglie e le imprese europee. Perché avere petrolio a sufficienza serve a ben poco se trasformarlo in energia utilizzabile diventa sempre più costoso.

Cosa ne pensi? La maggiore vulnerabilità energetica dell'Europa oggi è rappresentata dal prezzo del petrolio, dalla tassazione, dalla limitata capacità di raffinazione o dalla dipendenza da fornitori esterni?

Disclaimer: questo articolo ha scopo puramente informativo ed educativo. Si basa su informazioni di pubblico dominio e non costituisce consulenza finanziaria o di investimento.

Fonti: Commissione europea, Bollettino settimanale sul petrolio, aggiornato al 27 agosto 2026. Reuters, Il dibattito sul volume di greggio di Hormuz maschera la reale carenza di carburanti raffinati, 24 agosto 2026.

Reuters, TotalEnergies trasporta con profitto petrolio a prezzi fortemente scontati attraverso lo Stretto di Hormuz, afferma l'amministratore delegato, 24 agosto 2026.
Commissione europea, Gruppo di coordinamento petrolifero, conferma che non vi sono problemi immediati di approvvigionamento nell'UE, 24 luglio 2026.

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venerdì 28 agosto 2026

Quando la scorciatoia in questo Paese è diventata l'abitudine!

Sì... ci sono storie che sembrano non appartenerci perché sono così... lontane, sistemate in una delle tante cronache di provincia, mentre invece, osservandole bene, ci accorgiamo che raccontano esattamente il paese in cui viviamo, e cioè quello in cui, si scopre che anche l'impresa, che apparentemente ci sembrava solida, alla fine si reggeva su fondamenta di carta e promesse mai mantenute.

Già... ogni giorno, esaminando quanto avviene da nord a sud, emergono trame che hanno un unico e triste denominatore comune: la convinzione che si possa aggirare il sistema e che le regole valgano solo per gli altri!

L'ultimo tassello di questo mosaico arriva da una nota città siciliana, dove la Procura ha chiuso un'indagine che ha avuto come protagonista una ditta di autotrasporto. Ora... non è il primo caso e, come da sempre scrivo: non sarà nemmeno l'ultimo! Sono sicuro che - già stamani - sul web, sarà stata pubblicata l'ennesima inchiesta giudiziaria!

Ma ogni inchiesta, a suo modo, ci restituisce un frammento di quella che è ormai diventata una consuetudine: le truffe sono ovunque, infilate negli ingranaggi di qualsiasi settore imprenditoriale, come una polvere sottile che si deposita dappertutto.

Nel caso specifico e quindi al centro della vicenda, vi sono le cosiddette compensazioni inesistenti. Un meccanismo apparentemente tecnico, una scorciatoia che, secondo gli inquirenti, avrebbe permesso di gonfiare crediti mai maturati per oltre mezzo milione di euro. 

Ma c'è di più: a corollario di questa presunta illecita manovra, si aggiunge l'ipotesi di un mancato versamento dell'Iva che sfiora quasi il milione di euro. Sono numeri che fanno riflettere, che raccontano di un fisco aggredito con una continuità che lascia senza fiato, ma d'altronde il sistema è cosi permeabile alle truffe che ormai potremmo definirlo un colabrodo!

Le verifiche, come spesso accade in questi casi, sono state condotte dalla Guardia di Finanza, il cui lavoro minuzioso ha permesso di ricostruire una catena di operazioni sospette tra il 2020 e il 2023. I pm, che hanno coordinato le indagini con la consueta meticolosità, hanno messo nero su bianco un sistema che, se confermato, avrebbe sottratto risorse preziose alla collettività.

Ma come riportavo sopra a continuazione di quanto denuncio dal 2010, beh... non si tratta di un episodio isolato, ma di un sistema vero e proprio, d'altronde, basti sfogliare le cronache giudiziarie di questi lunghi anni per trovare inchieste che potremmo definire "gemelle", che coinvolgono i settori più disparati, dall'edilizia al commercio, passando per i servizi.

Sì ora - come sempre accade - ecco nuovi individui finiti nel mirino delle forze dell'ordine, tutti ovviamente riconducibili alla stessa realtà imprenditoriale, ma ditemi: quanti continueranno  - grazie a nuove società e alle solite teste di legno - quel loro raggiro? Già... la dimostrazione è che certi meccanismi non conoscono confini geografici, ma si alimentano di connivenze e giri di conoscenze che valicano i propri territori. Ora, come prevede la legge, gli indagati si affidano ai loro legali, in attesa di conoscere l'esito di un procedimento che, come sempre, si preannuncia lungo, complesso e non sempre giunge ad una soluzione definitiva.

Eppure, al di là dei numeri e delle contestazioni formali, ciò che colpisce è la sensazione di trovarsi di fronte a un copione già visto. Già... un copione in cui l'evasione fiscale e le frodi diventano quasi un rischio d'impresa calcolato, una tentazione a cui è difficile resistere quando intorno tutto sembra concedertelo.

Ma allora la domanda che resta sospesa, alla fine di ogni inchiesta, resta sempre la stessa: fino a quando permetteremo che tutto questo continui ad essere la normalità?

giovedì 27 agosto 2026

Dall'emergenza all'opportunità: la cenere vulcanica aspetta solo noi!

Ogni volta che l’Etna si risveglia e ricopre strade, tetti e campi di una polvere sottile e scura, sento ripetere le stesse parole: fastidio, emergenza, smaltimento

Io viceversa, non posso fare a meno di chiedermi: ma davvero continuiamo a vedere solo il problema, quando sotto i nostri occhi abbiamo una delle materie prime più versatili che la natura ci abbia mai regalato?

Proprio in questi giorni, leggo che la Regione siciliana ha deciso di studiare il recupero della cenere vulcanica per la bioedilizia, e sta pensando di inserire una voce specifica nel prezzario dei lavori pubblici per la rimozione e lo smaltimento. 

Certo... un passo avanti, eppure mi sembra che si stia ancora ragionando come se fossimo di fronte a un rifiuto ingombrante, piuttosto che a una risorsa preziosa. E mentre le commissioni si riuniscono e i tecnici valutano, la cenere continua a cadere, e noi continuiamo a discutere su come liberarcene.

Ma la verità è che da noi, in Sicilia, abbiamo una capacità antica e quasi istintiva di trasformare la fatica in bellezza. Lo abbiamo sempre fatto. I nostri nonni, dopo le eruzioni, non si fermavano a piangere i raccolti: raccoglievano la pietra lavica, la lavoravano con pazienza, e ne facevano architravi, pavimenti, strumenti. Mescolavano la cenere alla calce per ottenere malte resistenti, e quelle case sono ancora in piedi, a testimoniare un patto silenzioso tra l’uomo e il vulcano. Un patto che dice: tu ci provochi, noi ti trasformiamo.

Eppure, oggi, sembra che abbiamo dimenticato questa lezione. Perché la cenere dell’Etna non è solo un problema da gestire. È un concentrato di minerali – potassio, fosforo, magnesio – che la rende un fertilizzante naturale straordinario per pomodori, melanzane, broccoli, ma anche per viti e ciliegi. Sparsa con sapienza nei campi, arricchisce il terreno e tiene lontane le lumache. E non è finita qui: in agricoltura, qualcuno sta già sperimentando l’uso della cenere come substrato per impianti di fitodepurazione delle acque reflue, sostituendo i materiali estratti dalle cave con questo scarto che altrimenti finirebbe in discarica. Un cerchio che si chiude, e che porta benefici all’ambiente e al territorio.

Ma le applicazioni vanno ben oltre i campi. Nei laboratori artigiani, la cenere diventa sapone esfoliante e purificante, come quello che produce Antiche Bolle, o ingrediente per creme che aiutano la pelle a liberarsi dalle tossine. Nelle botteghe di design, la pietra lavica – sorella maggiore della cenere – si trasforma in pavimenti, sculture e oggetti d’arredo, portando con sé la memoria del fuoco. E poi c’è l’edilizia: malte e calcestruzzi arricchiti con cenere vulcanica sono più resistenti e durevoli, e i pannelli isolanti realizzati con questo materiale sono già una realtà.

E se tutto questo non bastasse, proprio di recente ho scoperto una ricerca che mi ha lasciato a bocca aperta. All’Università di Catania, un gruppo di ricercatori ha messo a punto una tecnica chiamata Direct Ink Writing, che trasforma cenere e scarti di vetro in un inchiostro per stampanti 3D. Sì, avete letto bene: la cenere che cade dai cieli, unita al vetro che getteremmo via, diventa un materiale modellabile, solido, omogeneo, con cui si possono stampare oggetti robusti e resistenti. Il futuro, insomma, è già qui, e nasce proprio ai piedi del vulcano.

E allora io mi chiedo: perché continuiamo a perdere tempo a discutere di come smaltire la cenere, quando le possibilità di riutilizzo sono così tante e così concrete? Perché non investiamo in ricerca, in formazione, in infrastrutture che permettano di raccogliere, trattare e trasformare questo materiale in modo sistematico? Invece di aspettare che la Regione studi una nuova voce di prezzario, potremmo già essere avanti, con imprese che producono bioedilizia, cosmesi, fertilizzanti e persino oggetti stampati in 3D.

Forse, come diceva Goethe, in Sicilia si trova la chiave di tutto. Ma la chiave, a volte, è nascosta proprio sotto quella polvere scura che pensiamo sia solo un fastidio. Basta avere il coraggio di chinarsi, raccoglierla e guardarla con occhi nuovi. Perché in questa terra, dove il confine tra fatica e bellezza è sempre stato sottile, ogni fine può essere un inizio. E la cenere, che per secoli ha seppellito i raccolti e oscurato il sole, oggi può diventare il seme di qualcosa di nuovo. 

Già... basta volerlo e smetterla di discutere: cominciate a fare!

mercoledì 26 agosto 2026

Poche regole in un mare di malaffare - Parte seconda

E in questo mare di opacità, di controlli inesistenti e di paradisi fiscali, c'è però una nota che mi sento di aggiungere, e che forse sorprenderà qualcuno. 

Perché in mezzo a tante piattaforme che giocano sporco, che taroccano i software, che buttano fuori i giocatori appena iniziano a vincere, che promettono e non mantengono, c'è chi, invece, sembra davvero rispettare almeno le regole. 

Parlo di STARYES. Non è un caso che abbia scelto di intitolare così questo mio intervento, perché dopo mesi di test, di verifiche, di confronti e di ascolto delle esperienze altrui, posso dire con una certa sicurezza che STARYES si distingue dalla massa. Non promette mari e monti per poi ritirarsi, non espelle i giocatori quando la fortuna bussa alla porta, non altera il software per far saltare le combinazioni vincenti e, in base alla mia modesta esperienza, mi sembra che operi con la massima trasparenza, rispettando quella percentuale di legge che altre, invece, superano spudoratamente. 

Inoltre, i famosi "freespin" regalati ai clienti, quelli che consentono di convertire denaro fittizio in reale una volta superata la prova, sono solo un esempio di come si possa giocare in modo pulito, dando al giocatore una reale opportunità e non una illusione ben confezionata.

Ed è proprio questo il punto: mentre il sistema normativo arranca, mentre l'ADM certifica ma non controlla, mentre la Guardia di Finanza ha risorse limitate e le piattaforme sono troppe, mentre durante i giochi scorrono vincite di migliaia di euro e sedicenti "influencer" continuano a gridare al miracolo in diretta mostrando vincite costruite a tavolino, c'è chi, semplicemente, fa il proprio dovere. E quel "fare il proprio dovere", in un contesto dove quasi tutti cercano di aggirare le regole, diventa quasi un atto di coraggio. 

Perché STARYES, tra tutte le case da gioco online, è l'unico che rispetta le regole. E non lo dico perché pagato, non lo dico perché ho interessi nascosti, lo dico perché l'ho visto con i miei occhi, perché l'ho testato, perché ho confrontato le esperienze e perché, alla fine, i numeri parlano chiaro: quando una piattaforma ti dà ciò che promette, quando non ti butta fuori appena cominci a vincere, quando il software non salta proprio nel momento in cui stai per fare jackpot, allora vuol dire che qualcosa di diverso, di più onesto, esiste davvero.

So che è arrivata la nuova concessione del gioco online, quella che chiamano GAD. Hanno messo limiti di deposito, autoesclusioni, monitoraggio dei comportamenti, messaggi di avviso. Sì, tutta roba bella, ma solo sulla carta. A cosa servono i limiti di deposito se la casa trattiene non il dieci, ma il venti per cento? Il problema non è quanto deposito, ma quanto sono certo di perdere ogni volta che gioco. E se nessuno controlla che il margine reale resti entro il dieci per cento, allora bisogna ammettere che tutte quelle tutele diventano una facciata. Un modo per far sentire il giocatore protetto, mentre in realtà resta in mutande come prima. 

E se a questo aggiungiamo il riciclaggio, il denaro che scorre senza che nessuno chieda da dove venga, allora il quadro è davvero desolante. Perché la criminalità organizzata ha capito benissimo che questi siti sono il luogo perfetto per ripulire i propri guadagni illeciti, mescolandoli con le scommesse di migliaia di ignari utenti.

Ed è per questo che, davanti a questo scenario, viene spontaneo chiedersi: ma chi c'è veramente dietro tutto questo? E chi ci guadagna davvero? Le risposte, per quanto scomode, vanno sempre ricercate, e io ho provato a farlo in questi mesi, con onestà e senza timore di scontentare qualcuno. Perché se davvero si volesse proteggere il giocatore, non si comincerebbe dal dare gli strumenti per capire, per vedere, per scegliere consapevolmente? 

Ma forse, anzi sicuramente, una scelta consapevole è proprio ciò che questo sistema non può permettersi. Tuttavia, in mezzo a questa palude, c'è un'eccezione che conferma la regola, e quella eccezione si chiama STARYES. Perché tra tutte le case da gioco online, è l'unico che rispetta le regole. E questo, oggi più che mai, è un valore che non può passare inosservato.

martedì 25 agosto 2026

L'OPACITÀ DEL SISTEMA E IL RICICLAGGIO NASCOSTO NELLE PIATTAFORME - PARTE PRIMA

Lo so che sulla carta le cose sembrano diverse. La legge italiana, per esempio, stabilisce che sulle slot machine online il ritorno per il giocatore non possa essere inferiore al novanta per cento. Un dieci per cento massimo, quindi, tra casa da gioco e fisco. 

Per le scommesse sportive si parla di payout tra novanta e novantacinque, con un margine per il concessionario che oscilla tra il cinque e il dieci. 

Sembrerebbe persino generoso, no? Eppure, quando cominci a giocare e vedi il conto che si assottiglia in poche mani, quando le vincite possibili diventano un miraggio, allora capisci che quel dieci per cento è stato ampiamente superato. Magari è diventato venti, forse trenta. Ma chi lo controlla? Chi controlla davvero, giorno dopo giorno, partita dopo partita? La risposta, purtroppo, è: nessuno.

La normativa dice anche che ogni gioco deve avere un RTP certificato da laboratori accreditati, che il generatore di numeri casuali deve rispettare i limiti di legge. Ma quella certificazione, come mi ha giustamente fatto notare un mio lettore, è un'istantanea. È come fare il tagliando a una macchina e poi lasciarla correre per due anni senza mai più guardare il motore. Nel frattempo, l'operatore può tranquillamente spingere il margine reale ben oltre quello dichiarato, tanto nessuno controllerà mai ogni singola sessione di gioco. E i giocatori restano lì, a chiedersi perché la fortuna non arriva mai.

Proprio in questo vuoto di controlli, purtroppo, si infilano anche trame ben più oscure del semplice margine di gioco. Mi è capitato sotto gli occhi un articolo di cronaca, di quei fatti che accadono quotidianamente e che fanno capire quanto il sistema sia malato. Si parlava di denaro illecito, di somme ingenti sottratte a società finite in dissesto e poi fatte transitare abilmente attraverso conti di gioco e scommesse online. Ricariche, movimentazioni, prelievi e riaccrediti, tutti studiati per perdere le tracce e confondere le acque. Una danza di numeri che trasforma il marcio in apparentemente pulito, proprio grazie a quelle piattaforme che dovrebbero essere solo un passatempo.

Ecco, questo è il punto che fa più male. Perché il problema non è solo la percentuale trattenuta, che già di per sé è opaca. Il problema è che queste piattaforme diventano il luogo ideale per riciclare denaro sporco. Nessuno controlla a fondo da dove arrivano quelle ricariche, se chi gioca lo fa con soldi guadagnati onestamente o con il frutto di bancarotte fraudolente. Le stesse società che gestiscono il gioco, spesso con sede in paradisi fiscali, chiudono volentieri un occhio, perché più denaro circola, meglio è per loro. E il giocatore comune, quello che perde i suoi risparmi sperando in una vincita, resta invischiato in un meccanismo che non riguarda solo la sua sfortuna, ma un intero sistema di malaffare.

E lo Stato italiano, già, il nostro attuale Governo – ma quanto dico vale anche per tutti quelli che ahimè l'hanno altrettanto vergognosamente preceduti – che da un lato dice di voler contrastare il gioco illegale, dall'altro permette che queste società operino tranquillamente sul nostro territorio, intascando la sua percentuale e chiudendo un occhio sul resto. A questo punto, la verità mi sembra amara e ineludibile: tutto il sistema è una grande macchina costruita per foraggiare non solo le case da gioco, ma anche chi utilizza queste piattaforme per riciclare denaro sporco. Lo Stato è colluso, o quanto meno compiacente. Si accontenta di prendere una percentuale sul gioco, credo intorno al venti per cento, lasciando la fetta più grossa a società spesso estere, che molto convenientemente hanno sede in qualche paradiso fiscale, dove le tasse non si pagano o si pagano pochissimo. Così, mentre si discute di legalità e di responsabilità sociale, i veri affari si fanno altrove, lontano dagli occhi e dai controlli.

Io, per fortuna, posso parlare ora con esperienza diretta, ma di importi certamente limitati. Le mie perdite al gioco online si possono riassumere in poche centinaia di euro, certamente pochissimo rispetto a ciò che accade quotidianamente, dove i giocatori perdono tutto, anche la dignità. Il punto infatti è che se anche io, che ho giocato poco e con cifre modeste, ho potuto constatare di persona lo scollamento tra teoria e pratica, figuriamoci cosa provano tutti quei giocatori che ogni giorno ci lasciano cifre consistenti. 

Per questo ho sentito il dovere di raccogliere le testimonianze di chi ha avuto esperienze amare, e con il loro consenso, farle conoscere pubblicamente. Solo pubblicando ciò che realmente accade, si può cominciare a chiedere che qualcosa cambi, o fare in modo che molti di essi prendano coscienza di quanto stanno realmente vivendo.

lunedì 24 agosto 2026

L'altra faccia della giustizia: Dietro le quinte della "mala" gestione condominiale da parte di taluni amministratori giudiziari nominati dai Tribunali.

Riprendo stasera a parlare di un argomento che tocca da vicino molti di voi, e lo faccio partendo da una riflessione che purtroppo conosco bene, avendola vissuta in prima persona attraverso delle esperienze che mi hanno segnato.

La casa, quella che dovrebbe essere un porto sicuro, il luogo del riposo e della serenità, finisce troppo spesso per trasformarsi in una fonte di affanni quotidiani. 

E questo accade non solo quando la gestione affidata a certi amministratori rivela il suo lato più oscuro, ma anche quando il sistema si regge su favori e su condomini che hanno preferito farsi corrompere piuttosto che restare leali e promuovere, per prima cosa, una gestione corretta e trasparente. 

Così, dietro la facciata di una normale convivenza civile, si consumano dinamiche che poco hanno a che fare con la buona amministrazione.

Pensate ad esempio a chi, dopo anni di pagamenti puntuali, si ritrova suo malgrado a dover fronteggiare debiti enormi, somme che mai avrebbe immaginato di dover sostenere. La causa, ahimè, va cercata in bilanci opachi, in oneri fiscali mai saldati, in decreti ingiuntivi mai comunicati, in spese prive di qualsiasi giustificazione e in una contabilità tenuta in modo infedele. È il frutto avvelenato dell’opacità, dove le informazioni arrivano tardi, o non arrivano affatto, e dove il condomino onesto si trova improvvisamente intrappolato in una ragnatela che non ha tessuto lui.

Certo, esiste anche la piaga dei condomini morosi, di chi non adempie ai propri obblighi e fa ricadere il peso su tutti gli altri. Molti di questi sono proprio coloro che hanno appoggiato o favoriscono a cuor leggero tutte le decisioni dell'amministratore, senza mai verificarne l'operato né chiedere chiarimenti. E così si genera una spirale di tensioni che travalica la semplice disputa tra vicini, trasformandosi in un contenzioso che talvolta assume persino i contorni della questione penale.

Ma la vera amarezza emerge quando, dopo aver compreso l’entità del problema e aver sporto denuncia, ci si scontra con un muro di gomma. I tempi della giustizia si dilatano in modo insopportabile, mentre le situazioni critiche continuano ad aggravarsi giorno dopo giorno. Ci si rende conto, allora, che dietro quella che sembra una semplice irregolarità amministrativa si nascondono in realtà reati di ben altra portata: si passa dall’appropriazione indebita alla truffa, dal danno all’erario alla bancarotta fraudolenta, fino a configurare, in certi casi, veri e propri assetti associativi a delinquere.

In questi anni ho sentito parlare di proposte per istituire albi nazionali e dare così dignità alla professione di amministratore. Ma mi chiedo se un semplice elenco, senza verifiche serie sui carichi pendenti e sui casellari giudiziari, possa davvero rappresentare una garanzia. Non solo: secondo il sottoscritto servono regole ferree, modelli societari trasparenti, obblighi fiscali e amministrativi stringenti, da cui non ci si possa sottrarre in alcun modo. Perché un condominio di grandi dimensioni è di fatto come una piccola società, con bilanci che superano quelli di molti comuni, e senza un cambiamento normativo vero tutto si riduce all’ennesimo fallimento dello Stato.

Eppure, anche quando si riesce a ottenere – finalmente – un amministratore giudiziario nominato dal Tribunale, le speranze di svolta vengono spesso tradite. Perché ciò che dovrebbe rappresentare un presidio di legalità si rivela, in troppi casi, una prosecuzione degli stessi vizi gestionali, solo con un’etichetta diversa. Ho appreso proprio in questi giorni - da una missiva che mi è stata inviata - che quanto accade in quelle mura rischia di peggiorare, nonostante la presenza dello Stato. Si alimentano così non soltanto ulteriori conflitti, ma soprattutto rassegnazione e sfiducia, in particolare verso chi ha avuto il coraggio di essere promotore di denunce formali per far emergere quei principi di legalità che una gestione scellerata aveva calpestato.

Oggi, osservando tutto questo come semplice spettatore, la sensazione è che, nonostante le denunce, gli esposti, il grande lavoro compiuto dalle nostre forze dell'ordine, dalle procure nazionali e dalla Guardia di Finanza, alla fine l’illegalità trovi ancora terreno fertile. E ciò accade a causa di una certa inerzia, di impreparazione, e non vorrei aggiungere – ma temo sia inevitabile – di complicità esterne più o meno esplicite. Il rischio è che l’intervento giudiziario, invece di spezzare il circolo vizioso, finisca per legittimarlo, prolungando l’agonia di interi condomini che attendono giustizia senza vederla arrivare.

Così, alla fine, i condomini rimangono nuovamente soli, in balia di dinamiche che faticano a comprendere e a controllare, mentre la giustizia, pur essendo giunta a destinazione sulla carta, non sembra apportare con i propri uomini e donne quelle tutele necessarie che restano, purtroppo, come parole vuote. E la nomina di un amministratore giudiziario, anziché rappresentare una svolta, si trasforma talvolta in un ulteriore atto di fiducia mal riposta, quando non addirittura in una proroga degli stessi malcostumi che si vorrebbero estirpare.

Il mio suggerimento per chi mi ha voluto contattare è, pertanto, di denunciare nuovamente e far emergere quanto sta accadendo attraverso la carta stampata o il web, perché certe notizie non possono – o meglio, non devono – restare in silenzio. 

Bisogna fare in modo che chi sbaglia paghi, anche se di fatto rappresenta le istituzioni. Perché solo così, rendendo pubblico e inconfutabile ciò che troppo spesso rimane nascosto, si potrà restituire dignità a chi ha perso fiducia e speranza nella propria casa e nella giustizia che dovrebbe proteggerla!

domenica 23 agosto 2026

Quando il cervello entra in modalità risparmio: Già... il pensiero si affievolisce e il pollice segue incondizionatamente il web, lasciando che sia quest'ultimo a decidere per te!

Ti sei mai chiesto cosa fa il tuo cervello mentre scorri le notizie e/o i video sul web dal tuo smartphone?

Probabilmente no... e forse è proprio questo il punto: non te lo stai chiedendo perché, in quel momento, non c'è un pensiero che lo preceda, non c'è una decisione consapevole, no... perché la parte di te che ragiona, si è già messa in pausa.

Il pollice si muove da solo; sale, scorre, si ferma un istante e poi riparte. È un gesto che milioni di persone ripetono centinaia di volte al giorno, senza chiedersi perché. Eppure, mentre sono immersi in questo flusso ipnotico di clip che durano pochi secondi, dentro di loro sta succedendo qualcosa di silenzioso e profondo.

Un recente studio condotto dalla Zhejiang University, pubblicato sulla rivista NeuroImage, ha provato a guardare dentro questo fenomeno. I ricercatori hanno monitorato l'attività cerebrale di alcuni giovani adulti attraverso la risonanza magnetica funzionale, osservando cosa accade nella mente quando ci lasciamo trascinare dalla visione libera dei video brevi.

E quello che hanno scoperto è significativo. Due aree fondamentali del cervello – la corteccia cingolata anteriore dorsale, che ci aiuta a valutare lo sforzo e gestire i conflitti, e la corteccia prefrontale dorsolaterale, essenziale per il controllo cognitivo – subiscono una riduzione significativa della loro attività. In pratica, quando un video ci piace e lo guardiamo fino alla fine, il cervello spegne parzialmente le funzioni legate all'autocontrollo e alla pianificazione a lungo termine.

Subentra una modalità più automatica, più impulsiva. Una sorta di risparmio energetico mentale. Gli stessi autori dello studio precisano che non si tratta di un danno neurologico permanente, ma di un adattamento naturale verso un'attività meno impegnativa, simile a quanto accade in altre esperienze di forte coinvolgimento. Ma c'è un dato che fa riflettere: durante la visione dei video, aumenta il glutammato, un neurotrasmettitore eccitatorio che carica le cellule di energia, alimentando proprio il desiderio di un altro video, e poi un altro ancora.

Ora, io credo che questo non sia solo un fatto neurologico. È il sintomo di un cambiamento più ampio, che riguarda il nostro rapporto con la conoscenza, con l'attenzione, con la libertà stessa di pensare. Perché la maggior parte delle persone, oggi, preferisce sfogliare piccoli video, notizie limitate, annunci sintetici. Non si tratta più di una scelta occasionale, ma di una modalità abituale di stare nel mondo.

E questa modalità, a mio avviso, sta modificando silenziosamente le capacità degli individui.

D'altronde, sempre meno persone leggono fino in fondo, sempre meno approfondiscono, sempre meno mettono in discussione ciò che vedono. Il ragionamento personale, quello che richiede tempo e fatica, viene progressivamente sostituito da un flusso di stimoli pronti all'uso. E chi ne trae vantaggio? I social, certo. Ma anche i costruttori di quelle notizie create appositamente per distogliere le masse, per tenere l'attenzione sospesa in un eterno presente liquido.

Le pseudo-teorie complottiste, le mezze verità, le provocazioni confezionate per generare reazioni immediate trovano in questo terreno arido un humus perfetto. Perché una mente abituata a non fermarsi, a non approfondire, è anche una mente più facile da orientare, da influenzare, da governare. Diventa, a tutti gli effetti, un automa.

E qui mi viene in mente un'immagine potente, che appartiene alla storia del cinema: "Metropolis", il capolavoro del 1927 diretto da Fritz Lang. In quella città futurista, gli uomini lavorano spersonalizzati, ridotti a veri e propri ingranaggi o automi umani al servizio delle macchine. Un mondo dominato da un androide, il "Maschinenmensch".

Oggi, forse, non abbiamo bisogno di un androide visibile, già... lo abbiamo già dentro le nostre tasche e difatti, la maggior parte degli individui, governati dai media attraverso lo smartphone, si muove proprio come quegli automi, senza accorgersene, senza opporsi, seguendo semplicemente il flusso.

Sì... non è un destino, per fortuna. Si può sempre scegliere di fermarsi, di chiudere lo schermo, di riprendere in mano il filo del pensiero interrotto, ma la verità, quella che fa più male, è che la maggior parte delle persone non lo farà. Perché la comodità è una droga silenziosa, e il web lo sa bene!

E poi c'è un'altra verità, ancora più scomoda: i nostri giovani. Gli adolescenti che crescono con il pollice incollato allo schermo, che non hanno mai conosciuto il piacere di una lettura lenta, di un dubbio coltivato, di un'idea costruita con fatica. Per loro, il pensiero critico non è un muscolo da allenare, ma un concetto astratto, forse persino inutile. E a qualcuno questo fa comodo.

Perché una generazione che non sa approfondire, che non mette in discussione, che accetta passivamente ciò che il feed le propone, è una generazione facile da governare. Facile da orientare, da spaventare, da trascinare dove si vuole. I poteri forti non hanno bisogno di soldati armati: hanno bisogno di automi che credano di essere liberi mentre seguono il flusso. Giovani che preferiscono restare ignoranti, perché la conoscenza richiede fatica, e la fatica è stata resa scomoda. Plagiati, perché il dubbio è stato sostituito dalla convinzione immediata. Sottomessi, perché la ribellione è stata addomesticata in un like o in un commento rabbioso che non cambia nulla.

E allora, sapete qual è il paradosso più amaro? Che difficilmente si riuscirà a invertire questa rotta! Perché chi è cresciuto in questo sistema non ha gli strumenti per riconoscerlo. Non sa di essere stato plasmato, non sa di essere carne da macello per un'architettura di potere che lo usa e lo consuma, senza che lui se ne accorga. E anche se qualcuno - come il sottoscritto - provasse a spiegarglielo, probabilmente non verrebbe ascoltato o semplicemente letto in una delle sue pagine, perché sarebbe troppo impegnato a scorrere il prossimo video che fa tanto ridere...

Questo, purtroppo, non è più un allarme. È, ahimè, una constatazione. E forse, l'unica cosa che possiamo ancora fare – noi che abbiamo conosciuto un altro modo di pensare – è provare a continuare a seminare dubbi in quelle loro menti perse...

Certo, il terreno sembra sempre più arido. E saranno in molti, purtroppo, a non raccogliere il messaggio.

Lo so. Ci sarebbe un'alternativa: lasciare che il silenzio del pensiero diventi la norma. Ma è qualcosa che non posso accettare, che non voglio accettare. Non per me, ma per loro. Perché spero, con tutto il cuore, che prima o poi si ravvedano. Che mollino tutto. Che si fermino. Che riprendano in mano il filo del pensiero interrotto, e ricominciano a essere davvero liberi.

sabato 22 agosto 2026

Stadio Iacovone di Taranto. Fischi per la Meloni e applausi per Mattarella: io sono per i fischi a entrambi!

Certi segnali, a volte, arrivano quando meno te li aspetti, già... come quei fischi piovuti dallo stadio "Erasmo Iacovone" di Taranto, durante l'apertura dei Giochi del Mediterraneo. 

Non erano un sondaggio, certo, ma sarebbe miope liquidarli come semplice folclore. Perché c'è stata un'ovazione per il Presidente Mattarella e fischi per la Presidente del Consiglio, e comprendere come in questa differenza si gioca una partita... che va ben oltre la cerimonia.

Ma io, qui, voglio dire subito una cosa chiara: io sono per i fischi a entrambi. Non mi riconosco in quell'applauso convinto per Mattarella, così come non mi sento di giustificare la contestazione selettiva che ha colpito la Presidente Meloni. 

Perché se si fischia, si deve avere il coraggio di fischiarli tutti, quando è necessario. E se si applaude, bisogna sapere bene il perché, senza farsi trascinare dall'emozione del momento o dal riflesso condizionato.

Ma noi italiani, in fondo, abbiamo questo talento speciale: sappiamo fischiare e applaudire con la stessa intensità, spesso nello stesso luogo, nello stesso momento. Ma troppo spesso ci lasciamo andare a questi gesti in modo istintivo, senza quella riflessione che invece dovrebbe precedere ogni giudizio. E allora ecco che da un lato il Capo dello Stato viene accolto come un simbolo unitario, quasi immune al logorio della contingenza, mentre dall'altro la Presidente del Consiglio incassa il malumore di una parte del pubblico, come se fosse l'unica responsabile di tutto ciò che non va.

Io, invece, credo che entrambi meritino lo stesso trattamento critico. Meloni, certamente, perché il suo governo sta mostrando tutti i limiti di una fase politica che si era presentata con grandi promesse e che ora si scontra con la realtà dei numeri, delle tensioni interne alla coalizione, delle difficoltà internazionali e di quelle promesse elettorali che, per molti italiani, restano ancora sulla carta. 

Ma anche Mattarella, e qui forse dico qualcosa che molti non vogliono sentire, perché il suo ruolo non è solo quello del Presidente della Repubblica garante dell'unità nazionale. È anche il Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, come stabilito dagli articoli 87 e 104 della Costituzione, una funzione che dovrebbe garantire l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Guardandomi indietro, in questi anni, non trovo molte ragioni per applaudire. Le tensioni tra politica e giustizia, le vicende giudiziarie che hanno segnato il dibattito pubblico, le ombre su alcune nomine, il modo in cui si è gestito il delicato rapporto tra i poteri dello Stato, certe grazie concesse con molta leggerezza. E poi c'è la circostanza più importante, quella che avrebbe dovuto essere da sempre la sua bussola, il suo faro: il contrasto alla mafia! Perché quando si è segnati da un dolore così profondo – l'assassinio di suo fratello Piersanti, il ferimento di sua cognata Irma Chiazzese che assistette all'omicidio e riportò per fortuna solo una lieve ferita a una mano, salvandosi – si ha il dovere morale, prima ancora che istituzionale, di trasformare quel lutto in azione, in scelta politica concreta, in direzione netta. E invece, in tutti questi anni, quel che ho visto è stato un percorso fatto più di proclami, di corone deposte nei luoghi della commemorazione, di retorica del ricordo, che di una vera e propria torsione delle decisioni governative verso quella lotta alla criminalità organizzata che avrebbe dovuto condizionare, attraverso i suoi due ruoli istituzionali, molte delle scelte vergognosamente approvate dai governi che si sono succeduti nei suoi due mandati. Ecco, per tutto questo, per me, meriterebbe più di un fischio, non certo un'ovazione. Perché il silenzio complice, a volte, è più grave del rumore di una contestazione. E io, da cittadino, preferisco il fischio che sveglia alla standing ovation che addormenta.

I sondaggi, intanto, raccontano un centrodestra che non può più dare nulla per scontato. Fratelli d'Italia scivola sotto il 27%, la Lega arranca e Forza Italia cerca ancora la sua rotta. Ma il vero terremoto silenzioso si chiama Roberto Vannacci. Il suo Futuro Nazionale vola intorno al 7%, e non è più solo un problema di Salvini: è diventato un problema di tutto lo schieramento. Perché Vannacci non è un semplice alleato scomodo, ma una forza che si muove autonoma, con un'identità precisa e un programma che piace a chi si sente tradito dalle promesse non mantenute.

E qui vorrei soffermarmi, perché il suo programma è tutto un programma. Parla di blocco dell'immigrazione irregolare, di tolleranza zero contro la criminalità, di un ritorno ai valori tradizionali della famiglia e del cosiddetto "patriarcato mediterraneo". Dice no al politicamente corretto, alle istanze arcobaleno, al femminismo radicale. Sul piano economico, invoca sovranità nazionale, critica i vincoli europei ma con pragmatismo, e chiede interventi statali a difesa del sistema produttivo. In politica estera, vuole autonomia geopolitica e diversificazione energetica, anche a costo di sacrificare i vincoli ambientali. Insomma, un mix che attira chi cerca risposte nette, ma che rischia di frammentare ulteriormente il consenso di chi già governa.

Il punto è che la durata di un governo non coincide con la sua qualità. Meloni si avvia a battere record di longevità, ma la stabilità da sola non basta. Gli italiani giudicano con il portafoglio, con i servizi pubblici, con il costo della vita, con la fatica di arrivare a fine mese. E su questo terreno, le promesse elettorali si scontrano con la realtà di un debito pubblico che non cala, di pensioni che non crescono, di un costo dei carburanti che pesa. I fischi di Taranto, allora, diventano il sintomo di un disagio più profondo, di quella distanza tra ciò che è stato annunciato e ciò che è stato mantenuto.

Ma se è giusto fischiare Meloni per tutto questo, allora perché non fischiare anche Mattarella? Perché riservargli un'ovazione che, a mio avviso, non ha ragioni altrettanto solide? Forse perché è più facile prendersela con chi governa, con chi è esposto quotidianamente al giudizio popolare, mentre si tende a proteggere chi, per ruolo e per costume, viene percepito come super partes? Ma la Costituzione non lo rende intoccabile, lo rende solo diversamente responsabile. E la responsabilità, in uno Stato democratico, non si misura solo con il voto, ma anche con il giudizio critico dei cittadini, in qualsiasi forma esso si esprima.

Poi c'è il trattamento mediatico di questi eventi, che mi lascia ancora più perplesso. Mi sembra evidente come gran parte dell'informazione, pubblica e privata, abbia quasi rimosso i fischi a Meloni, mentre ha taciuto o smorzato gli applausi a Mattarella. Una scelta che, volutamente o meno, finisce per orientare il racconto politico. E già, perché se da un lato si sottolinea la contestazione alla premier, dall'altro si oscura il consenso tributato al Capo dello Stato, come se fosse un atto dovuto e non meritevole di riflessione. Ma se si vuole essere coerenti, non si può accettare questo doppio standard. O si fischia entrambi, o si applaude entrambi. Io, per quanto mi riguarda, scelgo la prima strada.

Tornando a Meloni, la sua sfida è doppia. Da un lato, deve ricostruire consenso e tenere insieme una coalizione sempre più litigiosa. Dall'altro, deve fare i conti con un'opposizione che, pur frammentata, comincia a rosicchiare terreno. Il campo largo, in alcune proiezioni, supera il centrodestra. E il fattore Vannacci potrebbe rivelarsi un'arma a doppio taglio: utile per attrarre voti, ma pericoloso perché sottrae consensi proprio all'area di governo.

E poi c'è la politica estera, che non aiuta. La sospensione temporanea di Schengen con la Spagna ha aperto un fronte diplomatico, mentre il rapporto con Donald Trump si è incrinato pesantemente. Quell'idillio che sembrava un punto di forza oggi è un ricordo sbiadito, e le tensioni internazionali si sommano a quelle interne.

In questo quadro, i fischi di Taranto non sono una sentenza, ma sono un campanello d'allarme. Meloni ha ancora tempo e una posizione politica solida, ma la fase dell'inarrestabilità è finita. Ora deve dimostrare di saper governare la complessità, di ricostruire il consenso passo dopo passo, o di compiere una scelta drastica come quella di andare a elezioni anticipate ad aprile. Ma anche questa strada è irta di ostacoli, perché richiede il consenso degli alleati e, soprattutto, del Capo dello Stato, che in un momento così delicato potrebbe non essere favorevole allo scioglimento delle Camere.

Forse, alla fine, la vera incognita è proprio questa: il centrodestra dovrà imparare a convivere con un nuovo protagonista che potrebbe essere la sua fortuna o la sua condanna. E mentre tutto ciò si gioca tra sondaggi, alleanze e proclami, gli italiani continueranno a fischiare e applaudire, come sanno fare da sempre. Ma io, personalmente, preferisco la coerenza del fischio a quella dell'applauso facile. Perché la politica, alla fine, è anche questo: un palcoscenico dove ogni gesto, ogni suono, diventa il riflesso di umori profondi, di attese deluse e di speranze ancora da scrivere.

E così, tra lacchè, genuflessi, cicale, lecchini, corrotti, compromessi, svenduti, ignavi, ci siamo anche noi. Esigui, certo, ma liberi di pensare e di scegliere, pur sbagliando. Senza mai una tessera di partito in tasca e, soprattutto, senza alcun condizionamento esterno, senza un favore da ricambiare, senza un padrino da ringraziare. Sempre qui, comunque, ad osservare e a chiederci quale sarà il prossimo atto. 

Con un'unica certezza, però: quella che se ci sarà da fischiare, lo faremo senza guardare in faccia a nessuno. Perché la coerenza, alla fine, è l'unica divisa che vale la pena indossare!


venerdì 21 agosto 2026

Davide Faraone: La felicità come rivoluzione, in un mondo che troppo spesso giudica!

Buon venerdì a tutti.

Vorrei oggi partire da una storia, non tanto per la sua eccezionalità, ma viceversa, per la sua drammatica ordinarietà. 

Un padre, deputato, condivide sui social alcune fotografie di una vacanza al mare con la figlia ventitreenne. 

Cosa dire... un gesto semplice, naturale: un padre e una figlia che stanno bene insieme. 

Eppure, quella che doveva essere una testimonianza di affetto e leggerezza si è trasformata in un campo di battaglia, con insulti e commenti biechi, volti a giudicare l'aspetto della ragazza o il fatto che sia "autistica".

Ora, al di là della vicenda personale, e della giusta e pacata risposta di quel padre, io voglio soffermarmi su un'amara verità che questa storia, ancora una volta, ci mette davanti e cioè la natura umana, che per quanto la si voglia edulcorare con la classica retorica della bontà, è spesso, anzi sempre, cattiva, malvagia, crudele, perfida e maligna!

Il problema... non è la disabilità, badate bene, non è la ragazza nella foto a dover essere messa sotto esame, è lo sguardo di chi commenta, di chi si sente autorizzato a giudicare, a deridere, persino a dire "mi sono spaventato". Beh... io vorrei vedere la sua immagine, sono certo che a vederlo (forse) saremmo noi tutti a spaventarci o quantomeno, conoscendolo personalmente, ci affliggeremo per lui, sì... per quella sua pochezza!

Ma d'altronde, come ripeto spesso, questo sguardo è lo specchio di tutti coloro che hanno un'anima piccola, che hanno bisogno di sentirsi superiori per colmare il vuoto della propria banale esistenza. Perché il problema è che per certa gente, la felicità altrui, quando non è conforme ai canoni prestabiliti, diventa quasi un'offesa, qualcosa da scardinare, da ridicolizzare. E così, ci si nasconde dietro il presunto diritto di esprimere un'opinione, e ci si dimentica che dall'altra parte c'è una persona.

Mi sono spesso chiesto negli anni quale sia la radice di questa malvagità così diffusa e banale, che si manifesta in un commento al volo, in una battuta cattiva, in una risata di scherno. Beh... io credo che sia la paura. Sì... la paura di ciò che è diverso, di ciò che sfugge alla nostra definizione di "normale". E la paura, si sa, è il terreno fertile su cui crescono i pregiudizi più tossici. Perché non è tanto la persona diversa a fare paura, ma ciò che quella diversità rappresenta: la fragilità, l'imprevisto, la possibilità che anche noi, da un momento all'altro, possiamo uscire dai ranghi. Allora per esorcizzare questa paura, la si attacca. Perché è più facile deridere che comprendere. Già... è più facile giudicare che mettersi in discussione.

E in questa dinamica, l'individuo con disabilità viene spogliato della sua umanità. Non è più una figlia, un amico, una persona con i propri gusti, le proprie risate, le proprie giornate di mare. Diventa solo la sua condizione, un'etichetta, un oggetto di pietà o, peggio, di scherno. Ci si dimentica che ogni persona è "una delle infinite forme in cui la natura ha deciso di esprimersi", come ha scritto quel padre. Ma la natura, per certi versi, è generosa e caotica. L'uomo, invece, con la sua presunta superiorità, pretende di mettere ordine, di stabilire cosa sia giusto o sbagliato, bello o brutto, degno di essere mostrato o da nascondere.

C'è poi un aspetto che mi indigna particolarmente: la presunzione di stabilire quali vite siano degne di essere vissute e mostrate. Come se la felicità fosse un privilegio concesso solo a chi rientra in un certo schema fisico o mentale. Si invita chi è diverso a starsene in disparte, a non turbare la nostra tranquillità, a non rovinarci la visuale con la loro "imperfezione".

Ed allora il messaggio che stamani voglio lanciare, e che deve risuonare forte, è esattamente l'opposto: non ci chiuderemo in casa. Non nasconderemo i nostri cari per risparmiare agli altri la fatica di incontrare la diversità. Perché una società che si definisce civile non è quella che tollera, ma quella che accoglie. E l'accoglienza vera inizia quando si smette di vedere un handicap e si impara a vedere una persona che ha il diritto di essere felice, e di mostrarlo.

Il gesto di quel padre, che scrive una lettera dopo gli insulti, è stato un gesto di grande dignità. Non ha raccontato sua figlia attraverso il dolore o la tragedia. Anzi, ha rovesciato la prospettiva: ha parlato di felicità. Ha detto che lei non ha niente di cui vergognarsi e che lui, di essere suo padre, è immensamente felice. Ed è proprio questa felicità, così normale e così dirompente, a essere la vera risposta. Perché la felicità condivisa è come un pugno nello stomaco per chi vive nell'amarezza e nel rancore.

Ecco perché io sono con Davide Faraone e la sua famiglia. Perché mostrarsi felici, nonostante tutto, è un atto di rivoluzione. Ma non solo: è voler dire che la vita, con le sue infinite sfumature, è sempre e comunque degna di essere vissuta.

Ma non nascondiamoci dietro un dito. Quella cattiveria che vediamo nei commenti online è la stessa che si annida nei comportamenti quotidiani, nei giudizi sommari, nella mancanza di empatia. È una piaga sociale che nasce dall'ignoranza e viene alimentata dall'indifferenza. Se vogliamo davvero cambiare le cose, dobbiamo partire da qui: dal riconoscere che il problema non è chi è diverso, ma lo sguardo di chi quella diversità la giudica. Dobbiamo imparare a interrogarci su ciò che vediamo, chiedendoci se il nostro sguardo è capace di andare oltre l'apparenza, oltre la diagnosi, oltre l'etichetta. Perché solo uno sguardo libero da pregiudizi può vedere davvero l'umanità dell'altro.

Allora, davanti a questa storia, io vi invito a fare un esercizio. Quando vi troverete davanti a un'immagine o a una situazione che vi mette a disagio, chiedetevi da dove nasce quel disagio. È forse nella persona che avete davanti, o è nel vostro modo di guardarla? La differenza, spesso, è tutta lì. E se la natura umana è spesso portata al peggio, noi abbiamo il dovere, ogni giorno, di scegliere da che parte stare. Non basta non essere crudeli. Bisogna essere attivamente gentili, attivamente accoglienti. Bisogna avere il coraggio di guardare la realtà con occhi nuovi, e di dire a chi è vittima di pregiudizi: la tua felicità è importante, e io la celebro con te.

Perché, in fondo, la vita è fatta di momenti come quelli in quella foto: una giornata di mare, un abbraccio, una risata. E nessuno, nessuno ha il diritto di rovinare la felicità di un altro solo perché non la comprende. La vera battaglia, oggi più che mai, è per la normalità di una vita felice. E questa battaglia si vince ogni volta che scegliamo di non distogliere lo sguardo, ma di guardare con il cuore.

P.S. Avrei voluto aggiungere una loro foto a questo post, ma non avendo il consenso, ho preferito non pubblicare una di quelle presenti nei vari siti web, essendo la maggior parte di esse, protette da copyright. Mi permetto quindi di chiedere pubblicamente a Davide Faraone, se ne ha piacere, che sarei onorato di ricevere una foto sua insieme alla figlia, per poterla allegare a questo mio post.

giovedì 20 agosto 2026

MODERNA: Un nuovo capitolo nella lotta al cancro. La tecnologia che ha sconfitto il Covid ora punta al melanoma.

Buongiorno,

oggi voglio condividere con voi una notizia che mi ha letteralmente sorpreso, già... nel senso più bello del termine. 

Una di quelle news che ti fanno pensare come, forse, stiamo davvero entrando in una nuova era per la medicina.

Sto parlando dei risultati straordinari emersi da uno studio di fase 3 su un farmaco sperimentale contro il melanoma, che ha fatto letteralmente impennare il titolo di "Moderna" a Wall Street.

Per chi non lo sapesse, Moderna è quell'azienda che insieme ad altri giganti del settore ha rivoluzionato la lotta al Covid con i vaccini a mRNA. Ebbene, quella stessa tecnologia, che ha salvato milioni di vite durante la pandemia, sta ora mostrando tutto il suo potenziale in un campo ancora più complesso e affascinante: la lotta contro il cancro!

Il cuore di questa innovazione è un farmaco chiamato "intismeran autogene". Non è un vaccino preventivo come quelli che abbiamo imparato a conoscere, ma un trattamento terapeutico, personalizzato. Pensate: viene creato appositamente per ogni singolo paziente, come una sorta di "impronta digitale" del suo specifico tumore. 

Non stiamo parlando di fantascienza, ma di realtà che si sta concretizzando proprio in questi giorni.

Come funziona esattamente? La tecnica è la stessa che abbiamo visto contro il virus. Si utilizzano delle istruzioni molecolari, racchiuse in microscopiche vescicole di grasso, che vengono iniettate nel corpo. Queste istruzioni entrano nelle nostre cellule e le "addestrano" a produrre dei bersagli specifici. In pratica, insegnano al nostro sistema immunitario a riconoscere e attaccare le cellule tumorali, impedendo al cancro di tornare o di diffondersi ad altri organi.

Lo studio clinico che ha dato questi risultati ha coinvolto oltre 1.100 pazienti che avevano già subito un intervento chirurgico per rimuovere il melanoma. A questi è stato somministrato il nuovo trattamento in combinazione con l'immunoterapia standard. I risultati sono stati così positivi da fermare il trial in anticipo: il rischio di recidiva è stato ridotto in maniera significativa.

Leggere queste notizie mi riempie di un entusiasmo profondo e sincero, perché se questa tecnologia funziona per il melanoma, una delle forme più letali di cancro della pelle, significa che abbiamo trovato la chiave per applicarla a molti altri tumori. E infatti, le stesse aziende stanno già studiando questo approccio per il cancro al polmone, alla vescica e al rene.

Stiamo parlando di una svolta che potrebbe cambiare il paradigma della cura del cancro. Per anni, l'idea di un trattamento così personalizzato, capace di "insegnare" al nostro corpo a difendersi da sé, sembrava un sogno lontano. 

Ora, questo sogno si sta trasformando in una concreta speranza per milioni di persone in tutto il mondo e sì... oggi possiamo davvero guardare al futuro con un ottimismo che forse, in molti, non avevamo mai provato prima...

mercoledì 19 agosto 2026

Lettera di Graviano al gip di Caltanissetta: "Ho qualcosa da dire su Berlusconi"!

Buongiorno, 

ho letto stamani la notizia riportata nel mio titolo d'apertura - (link all'articolo), ma – stranamente – prima ancora di leggere la notizia (la richiesta di archiviazione per l'ex senatore Dell'Utri e la domanda del legale di Giuseppe Graviano al giudice per far ascoltare il boss sulle stragi del 1992), mi è tornata alla mente una vecchia barzelletta, che – come direbbe il compianto ex Presidente – "mi si consenta" di riproporvi:

Due amici che non si vedevano da tempo si incontrano per strada. Uno scende da una Porsche nuovissima, sfoggiando abiti eleganti.
L'amico, stupito, chiede: "Ma come hai fatto a comprarla?"
Lui risponde: "Hai presente quel programma sui quiz? Mi sono presentato dicendo che sapevo tutto su Garibaldi. Mi hanno fatto un sacco di domande, ho vinto e mi hanno dato un mucchio di soldi. Così ho comprato questa macchina!"
Passano alcuni mesi, si rincontrano in macchina. Quello con la Porsche riconosce l'amico, che ora guida una Ferrari rosso fiammante.
"Ehi, ma come ti sei comprato questo mostro? Eri tu che dicevi che la mia era bella, e ora ti presenti con questa? Ma come hai fatto?"
L'amico sorride: "L'idea l'hai data tu... Un giorno mi sono presentato a quel programma, ma invece di dire che sapevo tutto su Garibaldi, ho detto che sapevo tutto su Berlusconi. Mi hanno mandato via subito, senza farmi nemmeno una domanda... e mi hanno regalato questa Ferrari!"

Ecco, leggendo ora la notizia su quei presunti rapporti tra Graviano, Berlusconi e Dell'Utri, non ho potuto fare a meno di sorridere. Non per la vicenda in sé – che, grazie alla presentazione di prove certe e documentate, potrebbe avere risvolti interessanti – ma perché, dopo quasi venticinque anni da quel lontano 1992, la cosa lascia noi tutti ormai indifferenti.

D'altronde... un'idea, nel frattempo, ce la siamo fatta, e non è certo quella che ci hanno proposto: Istituzioni, politica e media.

Per cui, non avendo alcuna intenzione di ricevere in omaggio un'auto di lusso (che tra l'altro non saprei come mantenere), mi tengo la mia "Audi Q5", che per quanto mi riguarda: basta e avanza!

Per cui, se qualcuno ha oggi il desiderio di raccontarci, con prove certe, presunti rapporti economici o investimenti fatti a suo tempo nel settore immobiliare e televisivo, beh, si faccia avanti...

Ma se – come ritengono gli inquirenti – questo fosse l'ennesimo tentativo di un boss per uscire dal carcere duro, allora... pur rimanendo ancora una volta deluso (sì come quel quel giorno in cui mi sarebbe piaciuto leggere i documenti ben conservati nella cassaforte di Totò Riina, mai – vergognosamente – prelevati dalle nostre forze dell'ordine, chissà perchè...), preferisco continuare a credere che forse questa ennesima richiesta, sia, di fatto, paragonabile alla barzelletta di cui sopra!

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