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sabato 16 maggio 2026

Il sottile confine tra le specie e la lotta ai nuovi virus: una barriera che non va mai abbassata.

Già... non è solo l’hantavirus a ricordarci che il confine tra specie è più sottile di quanto crediamo.

C’è ad esempio il virus Nipah, un nome che forse fino a poco tempo fa diceva poco anche a chi segue queste cose, e invece da anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo tiene sotto osservazione come uno dei patogeni prioritari. 

Perché? Perché ha un tasso di mortalità che oscilla tra il 40 e il 75%, perché non esiste una cura né un vaccino, e perché, a differenza di molti altri virus zoonotici, può trasmettersi anche da uomo a uomo. 

La prima volta che se ne è parlato è stato nel 1998 in Malesia, tra allevatori di suini, poi a Singapore, poi in Bangladesh dove le epidemie sono tornate quasi ogni anno, poi in India dove a fine gennaio 2026 sono stati segnalati nuovi casi nello stato del Bengala Occidentale, con quasi duecento contatti stretti messi in sorveglianza. 

E allora la domanda sorge spontanea: stiamo parlando di un rischio reale anche per noi in Europa, o è una di quelle paure che restano confinate in mappe lontane?

La risposta degli esperti è rassicurante ma non superficiale. Il serbatoio naturale del Nipah sono i pipistrelli della frutta del genere Pteropus, quelle grandi volpi volanti che non vivono in Europa. L’ECDC, il centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, spiega che la via più probabile di introduzione del virus nel continente sarebbe attraverso un viaggiatore infetto proveniente da un’area con focolaio attivo, ma questa eventualità è considerata improbabile. E anche se accadesse, senza i pipistrelli che fungono da serbatoio locale, il rischio di una trasmissione successiva sul territorio europeo è molto basso. 

Detto questo, l’attenzione resta alta perché il Nipah insegna qualcosa di importante: le malattie infettive emergenti non hanno confini geografici veri, hanno confini ecologici. Finché ci saranno animali che portano virus e umani che entrano in contatto con loro, in un modo o nell’altro, il salto di specie resta possibile.

I sintomi del Nipah, hanno poi quella caratteristica subdola che li rende difficili da riconoscere all’inizio. Il periodo di incubazione va dai tre ai quattordici giorni, a volte fino a quarantacinque in casi rari, e l’esordio è spesso generico: febbre, mal di testa, dolori muscolari, nausea. Poi, nei casi più gravi, arriva l’encefalite acuta, con confusione mentale, sonnolenza, convulsioni, fino al coma nel giro di ventiquattr’ore o quarantotto. 

Non tutti sviluppano la forma grave, ma quando il sistema nervoso centrale viene colpito la prognosi diventa seria, e anche chi sopravvive può portare con sé sequele neurologiche a lungo termine, come crisi epilettiche persistenti o alterazioni della personalità. Questo è ciò che rende il Nipah così temuto: non è solo un virus che uccide, è un virus che può cambiare per sempre chi lo incontra e sopravvive.

E poi c’è il tema della trasmissione in ambito sanitario, che forse è il più delicato per chi lavora in ospedale. L’OMS lo dice chiaramente: nelle strutture sovraffollate e poco ventilate, con misure di prevenzione inadeguate, il rischio di diffusione da paziente a operatore o tra pazienti aumenta. 

Per questo le linee guida raccomandano precauzioni da contatto e da goccioline, mascherine ben aderenti, protezione per gli occhi, camici e guanti. In caso di pazienti instabili o di infezione confermata, si sale di livello: respiratori N95, stanze di isolamento per via aerea

È un protocollo che richiede disciplina e risorse, e proprio per questo il Nipah è diventato un test per la preparazione dei sistemi sanitari. Non è il virus più contagioso che abbiamo mai visto, ma è sufficientemente grave da non potersi permettere errori.

venerdì 15 maggio 2026

Playoff di Serie C: alla fine la casualità mi ha dato ragione e il paragone tra i due sorteggi parla da solo.

Come avevo scritto nel mio precedente post: un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova

E difatti, quello che è successo in queste ore mi ha fatto sorridere, perché alla fine si è visto come la matematica non sia un'opinione, e il sorteggio di ieri, ha evidenziato esattamente quello che ipotizzavo pochi giorni fa.

Nel mio post di mercoledì 13 maggio avevo segnalato una situazione oggettivamente anomala: su cinque accoppiamenti, quattro erano caratterizzati da distanze brevi o brevissime. Lecco e Pianese a 450 chilometri, Ravenna e Cittadella a 165, Salernitana e Casertana a 65, Potenza e Campobasso a 192. Soltanto Renate e Casarano, con i loro 1.100 chilometri, facevano da contrappeso. Avevo parlato di probabilità bassissime, nell'ordine dello 0,5-1%, e avevo detto che un sorteggio normale avrebbe dovuto produrre un quadro molto più misto, con squadre del nord che incrociano quelle del sud e viceversa. Insomma, avevo chiesto alla casualità di comportarsi da tale.

Ebbene, oggi viceversa (qualcuno si sarà letto il mio post...) la casualità mi ha dato ragione. Guardiamo i nuovi accoppiamenti del Secondo turno: Casarano-Union Brescia, Salernitana-Ravenna, Potenza-Ascoli, Lecco-Catania. Quattro partite, otto squadre. E ora osserviamo le distanze, perché è qui che la svolta è evidente.

Casarano e Union Brescia: stiamo parlando di Lecce contro Brescia, praticamente dalla punta del tacco della Calabria alla Lombardia orientale. Siamo intorno ai 900-950 chilometri, una trasferta lunga, vera. Poi Salernitana e Ravenna: qui si viaggia per circa 450 chilometri, un bel pezzo di strada, niente a che vedere con i 65 chilometri del derby Casertana-Salernitana di pochi giorni fa. Poi Potenza e Ascoli: circa 270 chilometri, una distanza onesta, né corta né lunghissima. Infine Lecco e Catania: questa è la vera sorpresa. Da Lecco, in Lombardia, a Catania, in Sicilia, si superano abbondantemente i 1.200 chilometri, traghetto compreso. Una trasferta epica, di quelle che ti spezzano le gambe.

Ora facciamo il paragone con il turno precedente, perché è qui che si vede l'evoluzione. La scorsa settimana avevamo quattro partite su cinque con distanze sotto i 500 chilometri, e tre addirittura sotto i 200. Oggi abbiamo zero partite sotto i 200 chilometri, e addirittura due partite che superano i 900. La media chilometrica si è alzata in modo drastico, e soprattutto è comparso finalmente quel concetto di incrocio nord-sud che la statistica considerava probabile e che il primo sorteggio inspiegabilmente aveva evitato.

Ecco, questo è il punto. Io non avevo mai detto che i sorteggi fossero stati truccati, avevo ribadito che quel dato fosse statisticamente improbabile. Ed ora, la casualità, ha fatto il suo dovere, restituendoci un quadro equilibrato, geograficamente sparso, con squadre che si incrociano da nord a sud e viceversa. E questo, paradossalmente, è la prova che la mia critica di mercoledì era fondata: se oggi è uscito un sorteggio normale, vuol dire che quello di mercoledì era davvero un'anomalia.

Non voglio gridare allo scandalo, sia chiaro, anzi, oggi posso persino tirare un sospiro di sollievo, perché la matematica, alla fine, ha vinto. Le probabilità che avevo calcolato – quelle che dicevano che un sorteggio regolare avrebbe dovuto mescolare di più – oggi si sono avverate. È uscito un quadro vario, con distanze importanti, con il nord che incrocia il sud e il sud che incrocia il nord, proprio come avevo ipotizzato dovesse essere.

Se il primo sorteggio fosse stato davvero casuale, non avremmo avuto bisogno di aspettare il secondo per vedere quello che si vede oggi. E invece, guarda caso, il primo era compatto, raccolto, quasi timido, mentre ora il secondo è esploso, largo, geograficamente sensato.

Due facce della stessa medaglia?
Forse. Ma ciò che conta è che oggi la casualità mi ha dato ragione. E questo, per me, vale più di qualsiasi altra ipotesi.

Per questo, senza alcun tono polemico, dico solo: bene così... il pallone rotola meglio quando la fortuna non ha strane complicità, e oggi ha rotolato proprio come ci si aspetterebbe.

Per cui posso concludere dicendo: un indizio era il primo sorteggio, due indizi erano il mio dubbio, e tre indizi – oggi – sono la conferma che la statistica, prima o poi, vince sempre, ed io, da semplice appassionato, non posso che esserne felice.

giovedì 14 maggio 2026

Dal 'Rapporto Pellican' alla perizia di Termini Imerese: il giallo del Bayesian si infittisce.

Buongiorno, riprendo tra le mani quel che scrivevo un anno e mezzo fa http://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/08/il-baleyan-e-naufragato-ma-come-darby.html cui era seguito alcuni giorni dopo http://nicola-costanzo.blogspot.com/search?q=bayesian - e lo faccio con la sensazione di chi vede riemergere dalla superficie dell’acqua non solo uno scafo, ma anche molte delle proprie inquietudini. 

Allora, nell’agosto del 2024, avevo iniziato con una citazione di Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». L’avevo scritto a caldo, quando ancora non si conoscevano tutti i nomi dei dispersi del Bayesian. L’avevo fatto perché già quella prima notizia del naufragio di Porticello – un veliero di 50 metri, battente bandiera inglese, affondato in poche ore a causa di una tempesta – mi aveva lasciato più di un dubbio. Non erano sensazioni da bar, erano i primi indizi.

Avevo citato anche Darby Shaw, la studentessa di legge del “Rapporto Pellican” di John Grisham. Quella che scrive un’ipotesi solo per impulso personale, senza prove, e poi si ritrova nel mirino di un’organizzazione che farebbe di tutto per farla sparire. Ecco, io mi ero ritrovato a pensare proprio a lei. Perché la vicenda del Bayesian, già allora, aveva qualcosa di simile: troppe stranezze concentrate in poche ore

Il magnate Mike Lynch, il presidente di Morgan Stanley Bloomer, e poi quella notizia che arrivava come un boomerang: Stephen Chamberlain, socio e coimputato di Lynch nel processo per frode sulla vendita di Autonomy a Hewlett-Packard, mortalmente investito da un’auto in circostanze poco chiare. Nessun testimone, avevo scritto. Nessuna spiegazione. E poi gli altri dispersi, come Chris Morvillo e sua moglie Nada, di cui non si avevano notizie. Tre indizi, pensavo. Tre indizi che cominciavano a fare una prova.

Ora, a distanza di tempo, la procura di Termini Imerese ha depositato una nuova perizia e quello che emerge non è una smentita delle mie domande, ma semmai una loro inaspettata legittimazione. Perché i periti incaricati dal tribunale dicono chiaramente che l’evento meteorologico di quella notte, da solo, non sarebbe bastato a far affondare il Bayesian. Non una tempesta epocale, bensì un temporale intenso ma gestibile per un’imbarcazione di 56 metri e per il suo equipaggio. Una concausa, non una causa. E questa conclusione stride apertamente con il report preliminare del MAIB britannico, che invece aveva sostenuto la tesi della tempesta eccezionale, scaricando gran parte della responsabilità sul cantiere navale e su un presunto difetto di progettazione.

È qui che la vicenda si fa ancora più interessante, e non solo per i tecnici. Perché il MAIB ha lavorato senza vedere il relitto. La procura, invece, ha potuto recuperare lo scafo, ispezionare le porte stagne, i sistemi di sentina, i dispositivi di sicurezza. Ha messo le mani sulla materia fisica del naufragio. E da quelle ispezioni stanno emergendo elementi che parlano di manovre sbagliate, di portelli forse lasciati aperti, di dispositivi non attivati per tempo. Insomma, l’errore umano. Ma l’errore umano, quando si parla di un comandante esperto, di un equipaggio collaudato e di uno yacht da decine di milioni di dollari, non è mai solo un errore. È un buco nero dentro cui possono cadere molte spiegazioni comode.

Ricordo bene le parole dell’ammiraglio De Giorgi, che già allora aveva detto: lascia perplessi che una nave così moderna affondi così in fretta. La rapidità. È sempre stata quella l’anomalia. E oggi la perizia sembra dargli ragione, ridimensionando il ruolo del vento e spostando il faro su ciò che è accaduto a bordo nei minuti decisivi. Ma attenzione: la perizia non esclude ancora vulnerabilità strutturali. Non abbiamo la versione definitiva. Il nodo rimane tecnico, apparentemente. Eppure, come scrivevo nel mio blog, quando si gratta la vernice di certi naufragi, sotto si trovano spesso legami scomodi.

Mike Lynch non era solo un ricco imprenditore. Era il cuore di Darktrace, un’azienda che vanta legami diretti con il Mi5, con il GCHQ, con la NSA. Un’azienda che ha firmato contratti con il governo ucraino per la guerra cibernetica, che ha sviluppato software per proteggere infrastrutture critiche, che si è forse spinta fino al mercato oscuro delle vulnerabilità digitali. E che, secondo fonti citate da Agenzia Nova, potrebbe aver avuto un ruolo nell’offensiva ucraina di Kursk, quella dell’agosto 2024, resa possibile forse da un attacco informatico preliminare che ha accecato le difese russe. Lynch è morto pochi giorni dopo che il Times raccontava il ruolo chiave dei droni britannici in quella stessa offensiva. E poche settimane prima che la Russia accusasse ufficialmente Londra, Washington e Varsavia di aver preparato l’incursione.

Poi c’è l’incidente d’auto di Stephen Chamberlain. Assolto con Lynch dalle accuse di frode un anno prima, Chamberlain viene travolto e ucciso da un’automobilista che, guarda caso, si ferma e collabora. Un incidente. Come lo è stato il naufragio. Ma quando le coincidenze si accumulano, smettono di esserlo. Io l’avevo scritto il 20 agosto 2024, citando Agatha Christie: due indizi sono una coincidenza, tre indizi fanno una prova. E avevo scritto anche di non voler finire come Darby Shaw, che per aver formulato un’ipotesi scomoda si era ritrovata al centro di una tribolazione. Speravo che qualcuno, leggendo quel mio post, non avesse voglia di spegnere quella lampadina che si era accesa. Oggi, con la nuova perizia che ridimensiona la tempesta e sposta il faro su ciò che non ha funzionato a bordo, quella lampadina non solo è ancora accesa, ma illumina meglio i contorni di una vicenda che di nautico ha sempre avuto ben poco.

A chi conviene? Me lo chiedevo allora, me lo chiedo ora. Non voglio cadere nel complottismo, e lo dico sempre ai lettori del mio blog. Ma nemmeno voglio chiudere gli occhi davanti alla sostanza dei fatti. La procura di Termini Imerese ha tempo fino al 26 maggio di quest’anno per decidere se rinviare a giudizio i tre indagati – comandante, ufficiale di macchina, marinaio di guardia – o archiviare il caso. E il 26 maggio non è una data qualsiasi: è il giorno in cui sapremo se la giustizia italiana vorrà provare a raccontare una verità diversa da quella, troppo comoda, della tempesta. Nel frattempo, il Bayesian giace sul fondo. E Lynch giace con lui, portandosi dietro segreti che forse non erano solo suoi, ma di servizi, governi e guerre lontane dal mare di Porticello.

La prosa, lo so, a volte si fa densa. Ma è che certi naufragi non sono mai solo questione di vento e onde. Sono questioni di uomini, di potere, di interessi che continuano a muoversi anche sott’acqua. E io, dal mio blog, continuerò a guardare dove altri distolgono lo sguardo. Perché se è vero che il mare restituisce i relitti, è altrettanto vero che a volte li restituisce a pezzi. E sta a noi provare a rimetterli insieme.

Magari partendo da un vecchio post, una citazione di Agatha Christie e il timore di finire come Darby Shaw. Ma sapete una cosa? Qualche volta, avere timore è il primo atto del coraggio.

mercoledì 13 maggio 2026

SERIE C: Forse qualcuno in Procura (preferibilmente quella di Milano), dovrebbe indagare sui sorteggi dei Playoff e su quegli "improbabili" accoppiamenti "regionali"!

Come ripeto spesso: un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova. Allora proviamo a seguire il filo, senza gridare allo scandalo ma nemmeno fingendo di non vedere. 

Ora ditemi, considerando le probabilità matematiche, quale sarebbe la percentuale per cui dieci squadre, ciascuna distante dalle altre anche migliaia di chilometri (essendo sia a nord che a sud), possano grazie a un sorteggio, incredibilmente sorprendente, incontrarsi 8 su 10 in maniera molto ravvicinata?  

Faccio un attimo l’elenco delle distanze, tanto per avere chiara la geografia del paradosso, riportando gli scontri di ritorno che dovranno tra poche ore espletarsi:.

1) LECCO - PIANESE
La distanza stradale tra Lecco (Lombardia) e Piancastagnaio (SI), sede della Pianese in Toscana, è di circa 450-480 chilometri.
2) RAVENNA - CITTADELLA
La distanza tra Ravenna e Cittadella è di circa 165-170 km via strada, con un tempo di percorrenza in auto di circa 2 ore e mezza. 
3) RENATE - CASARANO 
Ecco questa rappresenta l'eccezione: La distanza tra Renate (MB) e Casarano (LE) è notevole, coprendo quasi l'intera lunghezza della penisola italiana, siamo all'incirca intorno ai 1.100 km, ovviamente a seconda del percorso.
4) SALERNITANA - CASERTANA 
La distanza stradale tra Salerno (sede della Salernitana) e Caserta (sede della Casertana) è di circa 65-70 chilometri.
5) POTENZA - CAMPOBASSO 
La distanza stradale tra Potenza e Campobasso è di circa 192-194 km, percorribili in auto in poco più di 3 ore e 30 minuti. 

Per cui, osservando quanto sopra, si può tranquillamente affermare quanto segue; Lecco e Pianese: tra la Lombardia e Piancastagnaio in Toscana ci corrono circa 450-480 chilometri, non esattamente un derby, ma nemmeno un volo transcontinentale. Poi Ravenna e Cittadella: poco più di 165 chilometri, due ore e mezza d’auto. Fin qui potrebbe essere il caso. Poi arriva Renate contro Casarano: eccezione che conferma la regola? Forse no. Qui si parla di 1.100 chilometri, da Monza Brianza al tacco dello stivale. Un viaggio lungo la penisola. Cosa dire, particolarmente sfortunati... ed ancora Salernitana - Casertana: 65-70 chilometri. Un salto in provincia. Infine Potenza - Campobasso: 192 chilometri, poco più di tre ore e mezza.  

Ora, la domanda non è retorica: qual è la probabilità che - su cinque accoppiamenti - ben quattro siano tra squadre geograficamente vicine (diciamo sotto i 500 km, anzi quasi tutte sotto i 200 km) e solo una sia una vera e propria trasferta lunga? Perché 8 squadre su 10, tra quelle coinvolte in questi cinque abbinamenti, giocano un derby o quasi...  

Provo a tradurlo in numeri, da semplice appassionato, senza laurea in statistica ma con un po’ di buon senso. Le squadre ai playoff di Serie C sono distribuite su tutto il territorio nazionale. Se ipotizziamo una ripartizione equa tra nord, centro e sud, la probabilità che due squadre estratte a caso siano della stessa macroarea (diciamo raggio sotto i 200 km l’una dall’altra) è relativamente bassa. Ma andiamo per gradi.  

Prendiamo il caso più eclatante: Salernitana e Casertana sono a 65 km. Quante altre coppie di squadre ai playoff avrebbero potuto incontrarsi con una distanza così irrisoria? Poche. La probabilità che un sorteggio puro produca un accoppiamento così corto è all’incirca pari al rapporto tra il numero di coppie geograficamente vicine e il numero totale di coppie possibili.  

Per semplificare: consideriamo 10 squadre. I possibili accoppiamenti (non ordinati) sono 45. Quante sono le coppie “molto vicine” (sotto i 100 km) tra quelle ai playoff? Forse solo Salerno-Caserta. La probabilità di pescare proprio quella coppia in un sorteggio casuale è 1/45, cioè circa il 2,2%. Già soltanto questo è un evento raro.  

Ma non finisce qui: vogliamo anche Ravenna-Cittadella (under 200 km), Lecco-Pianese (sotto i 500 km, ma comunque non enorme) e Potenza-Campobasso (under 200 km). Se contiamo le coppie “ravvicinate” (diciamo sotto i 250 km) presenti nel lotto delle 10 squadre, quante ce ne sono? Probabilmente non più di 3 o 4 in tutto. E invece il sorteggio ne ha prodotte 4 su 5 accoppiamenti.  

Una stima grezza ma realistica: la probabilità che, in un sorteggio puramente casuale, su 5 abbinamenti se ne verifichino almeno 4 con distanza inferiore a 250 km potrebbe aggirarsi intorno allo 0,5%-1% a essere ottimisti. Se abbassiamo il requisito a “distanza inferiore a 100 km” (solo Salerno-Caserta), la probabilità che esca proprio quell’abbinamento è già bassissima, ma che esca quello più altri tre regionali diventa un evento dell’ordine del decimillesimo o centomillesimo di percentuale.  

Insomma, la matematica dice che un sorteggio normale, senza pesi né condizionamenti, avrebbe dovuto produrre un quadro molto più misto, con squadre del nord che incrociano quelle del sud e viceversa. Invece abbiamo assistito a una sorta di “playoff regionale” dove le uniche a fare davvero chilometri sono il Renate e il Casarano, che sembrano (forse) dover patire la lunga distanza, per non rendere troppo evidente il disegno...  

Tre indizi fanno una prova? Forse no, perché la prova richiederebbe un’indagine. Ma qui di indizi ce ne sono anche di più: quattro accoppiamenti ravvicinatissimi su cinque non sono una coincidenza, sono una scelta. E la scelta, in un sorteggio che si vuole equo, non dovrebbe esserci.  

E qui arrivo al punto che mi fa davvero riflettere, e vorrei rivolgermi idealmente alla Procura di Milano, sì proprio quella che in queste ore sta seguendo un’inchiesta per presunte designazioni arbitrali “combinate” e partite indirizzate scegliendo di volta in volta i fischietti graditi o sgraditi a questa o quella società. 

Perché, leggendo le cronache, salta fuori un modus operandi che comincia a essermi fin troppo familiare: dialoghi tra chi sceglie e chi esegue, richieste più o meno implicite, silenzi eloquenti, e alla fine una lista di nomi che inspiegabilmente si allontana o si avvicina agli interessi di qualcuno. 

Non sto parlando di quella vicenda, sia chiaro. Non voglio mescolare piani né fare nomi, ma dico solo questo: quando il meccanismo del “caso” inizia a produrre sistematicamente esiti comodi, quasi cuciti addosso a qualcuno, e quando questo accade non una volta ma ripetutamente, allora forse è lecito chiedersi se anche in Serie C, nei suoi umili ma sacri sorteggi, non ci sia lo stesso identico schema.

Perché il pallone è lo stesso, e purtroppo anche le logiche, a volte, si assomigliano.

Tre indizi fanno una prova? Forse no, perché la prova richiederebbe un’indagine vera, con atti, intercettazioni e testimoni. Ma qui di indizi ce ne sono anche di più: quattro accoppiamenti ravvicinatissimi su cinque non sono una coincidenza, ma forse una scelta. E la scelta, in un sorteggio che si vuole equo, non dovrebbe esserci.

Per questo, senza pretendere di avere la verità in tasca, dico solo: forse qualcuno, in Procura, dovrebbe davvero dare un’occhiata anche a questi sorteggi di Serie C. Non per la passione del calcio, sia chiaro, ma per il principio che perfino il pallone rotola meglio, sì... se la fortuna non ha troppe strane complicità.

martedì 12 maggio 2026

VIRUS: Il terrore galleggia sull’acqua e quel lungo silenzio dell’incubazione.

Ho letto in questi giorni la notizia della Hondius e non posso fare a meno di pensare quanto io lo avessi anticipato in questi anni in alcuni miei post. 

Già... era il 25 marzo del 2020 quando scrivevo che erano in troppi a nascondere le notizie su quella pandemia affinché non emergesse la verità, e cioè che eravamo sotto attacco batteriologico. 

Poi il primo giugno dello stesso anno, mentre stavamo ancora provando a superare il Covid, chiedevo se non dovessimo aspettarci un nuovo virus.

Ed ancora il 19 febbraio 2024, quando parlavo di varianti, di Malattia X, di nuove pandemie che sembrava stessero per giungere.

Ecco, adesso siamo giunti qui e il "terrore galleggia sull’acqua": già... non c’è immagine più potente di una nave ferma al largo mentre qualcosa di invisibile si muove tra i passeggeri. Gli occhi sono puntati sulla MV Hondius, quella piccola nave da crociera battente bandiera olandese, partita da Ushuaia il 20 marzo con destinazione Capo Verde, con 
arrivo previsto per il 4 maggio.

Ed invece è successo quello che nessuno avrebbe voluto immaginare: a bordo si sospetta un focolaio di hantavirus, una di quelle infezioni rare che vengono dagli animali e che all’uomo arrivano quasi per sbaglio, attraverso feci, saliva, urine di topi infetti o semplicemente respirando dove loro hanno lasciato traccia. Si contano tre decessi, un cittadino tedesco e due coniugi olandesi, lui di settant’anni con febbre e dolori addominali, lei di sessantanove collassata all’aeroporto di Johannesburg mentre cercava di salvarsi.

Ci sono altrrsì tre contagiati accertati: un passeggero britannico ora in terapia intensiva in Sudafrica e due membri dell’equipaggio che sono rimasti a bordo. Restano in attesa centoquarantanove passeggeri provenienti da ventitré paesi, più una cinquantina di membri dell’equipaggio. La compagnia parla di una «grave situazione medica» senza dare altri dettagli, e intanto la nave, respinta da Capo Verde, sta risalendo verso le Canarie, e sull’acqua il terrore non è più solo una metafora.

Eppure gli infettivologi chiedono di non cedere all’allarmismo. Ne ha parlato la presidente della Società italiana di malattie infettive e tropicali, spiegando che l’hantavirus non è una novità per la letteratura medica: lo conosciamo da anni, specialmente nei Balcani, e la trasmissione da uomo a uomo è rarissima

I sintomi possono essere respiratori, come una polmonite interstiziale, o renali, a volte molto gravi, ma il punto vero è un altro: il periodo di incubazione, quel tempo che va dal contagio alla comparsa dei primi segni, varia dai due ai venti giorni. Questo significa che uno o più passeggeri potrebbero essere già positivi al momento dell’imbarco, portando il virus a bordo senza saperlo, e che la nave in sé non è stata il luogo del contagio ma quello della sua rivelazione.

Un noto epidemiologo, interpellato dalla Bbc, ha dichiarato: il lungo periodo di incubazione sposta indietro l’attenzione, prima che la salissero, non mentre erano in mare. È un’ipotesi che non toglie il dolore delle morti, ma cambia il modo in cui guardiamo a quello specchio d’acqua dove ora la Hondius resta sospesa.

Forse è proprio questa la natura più inquietante delle malattie emergenti: arrivano sempre con ritardo rispetto alla nostra capacità di capirle. Il contagio è già accaduto quando ne parliamo, il virus ha già fatto la sua strada silenziosa nei giorni in cui nessuno sospettava nulla. E così a bordo della Hondius restano i passeggeri che hanno condiviso pasti, corridoi, momenti di vita comune, e adesso si chiedono se quel mal di testa di tre giorni fa fosse solo stanchezza o l’inizio di qualcosa di più grande. La guardia deve restare alta, dicono gli esperti, ma senza ingiustificati allarmismi, perché l’hantavirus non si diffonde come l’influenza e il panico, a volte, fa più danni del virus stesso. 

Intanto l’indagine epidemiologica cercherà di ricostruire ogni passaggio, ogni contatto, ogni giorno dell’incubazione, per capire cosa sia davvero accaduto in quel piccolo mondo galleggiante. E noi, da terra, restiamo a guardare, sapendo che la prossima volta potrebbe essere un’altra nave, un altro virus, un altro silenzio prima della parola...

lunedì 11 maggio 2026

Grazie a "Hussein" (Barack Obama), l’Iran ha goduto del piatto d’argento e delle valigie piene di soldi!

Ho appena letto sul web le dichiarazioni del Presidente americano Donald Trump e sono rimasto sconcertato. Partiamo da ciò che ha scritto nelle ultime ore su Truth, perché certe parole, al di là di chi le pronunci, portano con sé un peso narrativo che vale la pena di scomporre con calma.

Trump accusa l’Iran di aver giocato sporco per quarantasette anni interi, prendendo in giro gli Stati Uniti e il mondo intero. 

Secondo lui, gli iraniani hanno riso a lungo, facendo aspettare tutti, uccidendo gente con bombe piazzate lungo le strade, reprimendo proteste e, più di recente, sterminando quarantaduemila manifestanti inermi e disarmati. E mentre tutto questo accadeva, ridevano del suo paese – uno Stato che ora lui definisce “di nuovo grande”, ma,  avverte: non rideranno più, perché il tempo delle risate, è finito.

Poi il racconto si sposta, e qui viene il nodo più delicato. Trump sostiene che l’Iran abbia temporeggiato con gli Stati Uniti e con il resto del mondo per tutti quei quarantasette anni, rimandando, rimandando, rimandando ancora. E poi, finalmente, avrebbe centrato l’obiettivo quando alla Casa Bianca è arrivato Barack Hussein Obama. Non è un caso che scelga di aggiungere quel secondo nome, "Hussein": lo fa per segnare una distanza, quasi fosse un marchio. Secondo Trump, Obama non è stato semplicemente buono con l’Iran – è stato fantastico - schierandosi dalla loro parte, abbandonando Israele e tutti gli altri alleati, e offrendo a Teheran una nuova, importantissima opportunità. 

E qui il racconto diventa quasi plastico: centinaia di miliardi di dollari, più un miliardo e settecento milioni in contanti portati a Tehran su un piatto d’argento, trasportati fisicamente in aereo dentro valigie e borse.

Ogni banca tra Washington, Virginia e Maryland, dice Trump, è stata svuotata. E gli iraniani, quei “criminali” che non avevano mai visto simili somme, non sapevano nemmeno cosa farsene di tutti quei soldi. 

Avevano finalmente trovato – sempre secondo le sue parole – il più grande imbecille di tutti, un presidente americano debole e stupido. Un disastro come leader, certo, ma non così male come il sonnolento Joe Biden...

Rielaborando tutto questo, cerco di tenere insieme il filo: da una parte l’accusa di lunghissima pazienza strategica da parte iraniana, dall’altra il ritratto di un Obama che Trump dipinge come ingenuo se non peggio. La sostanza delle considerazioni resta intatta, così come l’uso voluto e polemico dello pseudonimo Hussein.

Tuttavia, ad ascoltare certe notizie venir fuori così, dopo tanto tempo, c'è da chiedersi cosa mai c'è stato di reale nel corso delle nostre vite e quanto siamo stati finora plagiati da un sistema e soprattutto da una cerchia di potere, che ora comprendiamo meglio quanto ci abbia finora condizionato, illuso e soprattutto intorpidito le menti.

domenica 10 maggio 2026

Due che litigano, "milioni" che guardano: e se lo scontro Trump-Papa fosse soltanto un copione?

Allora, proviamo a mettere un po’ d’ordine in questa storia, perché quello che è successo tra Donald Trump e Papa Leone XIV, ha secondo me dell’incredibile. 

Non parlo solo della durezza degli attacchi, che già di per se basterebbe a far riflettere, no... parlo di qualcosa di più sotterraneo, di quel brusio che senti quando le cose non quadrano del tutto.

Da una parte abbiamo il presidente americano, l’uomo della forza senz’appello, della politica vista come pugilato e delle minacce rivolte a tutti, sì... non solo all'Iran ma anche ai propri alleati, dall’altra un papa (anch'egli americano) come non se n’erano mai visti, Robert Francis Prevost, che si alza e dice "no, così non va" con una nettezza che persino i più fedeli osservatori del Vaticano hanno trovato inusuale.

Perché questa in fondo non è solo una lite diplomatica, è uno scontro tra due modi di intendere il potere, tra chi usa la religione per benedire le proprie battaglie e chi la usa invece per porre dei limiti, magari scomodi.

Fin qui, nulla di strano. Due visioni del mondo, due leadership, due modi di stare al mondo. Eppure, più ci penso, più mi viene il sospetto che dietro tutto questo ci sia qualcosa che non si comprende bene. Forse è solo la mia abitudine a osservare tra le pieghe, ma mi sono chiesto: è davvero possibile che un presidente navigato come Trump, che ha sempre avuto un fiuto impressionante per il consenso popolare, abbia deciso ora di attaccare frontalmente un papa che, tra l’altro, parla la sua stessa lingua, è nato nello stesso paese, e rappresenta due miliardi di fedeli cattolici? E dall’altra parte, un papa che sceglie proprio questo momento per indurire i toni e per rispondere colpo su colpo, lui che finora era stato piuttosto misurato?

No, credetemi.... è ovvio che c’è qualcosa che non torna!

Per meglio capire come si sia giunti a questo punto, provo allora a fare un passo indietro. Le tensioni c’erano già prima; già nel maggio del 2025, quando Prevost fu eletto, circolavano voci e qualche strano account social che sembrava anticipare le sue posizioni antimilitariste e critiche verso le deportazioni di massa. E poi c’è stata la questione dell’Ucraina, quella del Venezuela, della Groenlandia, dell'Iran, di Cuba, ed anche la polemica sul Board of Peace voluto da Trump che il Vaticano ha saputo gentilmente scansare...

Il contrasto di fondo è chiaro: da una parte la realpolitik della potenza, dall’altra il Vangelo inteso come limite morale. Ma il salto si è visto nell’aprile 2026, quando gli animi si sono scaldati fino a farli bollire, è stato qualcosa di più. Trump che definisce il Papa “debole sulla criminalità” e “pessimo in politica estera” e il Papa che risponde: non ho paura di quest’amministrazione. A cui poi si è aggiunta sul web quell’immagine generata dall’intelligenza artificiale, Trump in pose cristologiche, poi cancellata, ma che nel frattempo aveva già fatto il giro del mondo. "Blasfemia", hanno gridato molti. E forse lo era...

Ma è proprio lì che mi si accende una lampadina. Perché quel gesto, quello della foto blasfema, è talmente sopra le righe che viene da pensare che non sia stato un caso. Già... e se invece tutto questo fosse stato predisposto? Se il conflitto fosse stato, in qualche misura, orchestrato?

Magari non nei dettagli, ma nei suoi tempi e nella sua intensità. Pensate a cosa significherebbe tutto ciò... Da un lato, Trump potrebbe presentarsi ai suoi elettori come il leader che non si piega neppure al Papa, che difende l’America anche contro l’autorità morale più alta del mondo cristiano. Un martirio laico, in qualche modo. Dall’altro lato, e qui viene la parte più interessante, Papa Leone XIV ne uscirebbe con un’immagine completamente rinnovata...

Seguitemi su questo punto, perché mi sembra cruciale. Fino a ieri, chi era questo papa? Un americano, sconosciuto, neppure inserito in quella cerchia tra i cosiddetti "papabili", un profilo basso, quasi timido, uno che - da quando è stato eletto - ha visto gran parte dei fedeli cattolici distanti da egli, quasi non l'avessero davvero abbracciato.

Dopo lo scontro con Trump, invece, eccolo lì: il papa che ha saputo dire di no al presidente più potente del mondo, che non ha piegato la dottrina alle convenienze della politica, che si è messo in gioco in prima persona. Non è esattamente la stessa dinamica che abbiamo visto con Francesco e con le sue battaglie? Solo che qui il papa è americano, e forse aveva bisogno di un gesto plateale per mostrare che non sarebbe stato il cappellano della Casa Bianca. E quale occasione migliore di una provocazione in piena regola?

Certo di quanto dico non ho prove, ma non mi servono, perché so che che nei conflitti troppo rumorosi e netti, sì...  “perfetti” nello schierare le parti, ho imparato a cercare il disegno che si cela dietro lo sfondo. Sarà che la mia natura a differenza della maggior parte vede nero dove forse c’è solo caos, eppure, se ci penso bene, anche il caos a volte serve e in questo caso è servito a ridefinire i ruoli: Trump come il combattente senza freni, il Papa come il pastore che non ha paura di abbaiare contro il lupo. La verità: a entrambi, in fondo, questa rissa ha fatto comodo!

E ora aggiungo una riflessione che mi frulla in testa: è stato tutto predisposto per dare al Papa un’immagine diversa, più consona alla figura che rappresenta, oppure è l’esatto contrario – e cioè se fosse Trump ad aver bisogno di un nemico "importante" per legittimare la sua crociata?

Ma c’è anche un’altra possibilità, più sottile, che forse potrebbe interessarvi. Potrebbe darsi che nessuno dei due abbia orchestrato nulla, ma che entrambi abbiano intuito, quasi simultaneamente, che quello scontro era inevitabile e che, già che c’erano, conveniva a tutti e due giocarlo fino in fondo.

Non parlo quindi di un complotto, ma di una coreografia quasi istintiva, ciò che succede tra due lottatori che sanno che il pubblico vuole vedere il "sangue" ed allora i contendenti si guardano un attimo prima di colpirsi per mettersi d'accordo: “Ci stai? Sì, ci sto”. Perché alla fine, sia Trump che Papa Leone XIV sanno una cosa semplice: i fedeli, gli elettori, la gente, non si accontenta più delle mezze misure. Vuole eroi e cattivi, vuole passione, vuole sentirsi parte di una battaglia. E loro, volenti o nolenti, gliela hanno data!

Resta il fatto che i cattolici americani sono ora divisi più che mai. E forse è proprio questo il costo di una messinscena riuscita. Intanto, guarda un po’, spuntano già i cosiddetti 'ambasciatori' che provano a mediare. Come se qualcuno, dietro le quinte, avesse già previsto la necessità di un armistizio. Peccato che né un presidente né un pontefice, per quanta abilità ci mettano, possano ricucire con un colpo di spugna ciò che hanno contribuito a lacerare. A meno che… la prossima mossa fosse già scritta. E io intanto continuerò a osservare.

Ma voi — ditemi — vi siete fatti un'idea diversa? Cosa ne pensate finora di quanto accaduto? Io, nel frattempo, continuerò a osservare e a leggere, ma non quello che propongono i faziosi media: voglio capire cosa non torna.

Fate lo stesso, e chissà: con le vostre intuizioni, potrei realizzare un post da far conoscere a tutti i miei lettori.

sabato 9 maggio 2026

Delitto Garlasco: giungeremo mai ad una verità definitiva?

Lo scorso anno, proprio in questi giorni, scrivevo un post intitolato: quante anomalie hanno davvero segnato le indagini? link: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/05/delitto-garlasco-quante-anomalie-hanno.html che nasceva da un profondo senso di inquietudine.

Lo rileggo ora, già... mentre in tv vedo scorrere i titoli di queste nuove indagini, e non posso fare a meno di notare come alcune mie domande – allora forse giudicate da qualcuno troppo sospettose – oggi siano diventate le stesse che gli inquirenti si pongono. 

Perché è incredibile quello che sta accadendo: la Procura di Brescia indaga per corruzione su quella di Pavia, i carabinieri di Milano hanno consegnato un'informativa che indica in un altro soggetto il presunto assassino di Chiara Poggi, e la condanna di Alberto Stasi viene definita nientemeno che "una suggestione creata in fase processuale e cavalcata mediaticamente in 18 anni". Parole pesanti, che arrivano dritte al cuore di quanto avevo intuito.

Nel mio vecchio post parlavo delle anomalie: la traccia n. 10 mai approfondita, l'impronta n. 33, il carabiniere senza guanti che inquina la scena. E dicevo, con quel tono un po' naif che mi contraddistingue, che basterebbe guardare un episodio di CSI per sapere che non si tocca nulla senza protezioni. Oggi quelle stesse negligenze tornano prepotentemente alla luce, perché le nuove analisi del RIS hanno rimesso in discussione tutto. E poi c'è quell'intercettazione che fa gelare il sangue: "Quando sono andato io... il sangue c'era", una frase che, da sola, pesa ora come un macigno. 

Come non ricordare le impronte nitide sulla scala, quelle che definivo "quasi troppo evidenti per essere state lasciate da un assassino lucido"? E come non ripensare alla mia conclusione di allora: un omicidio non premeditato, dove l'esito letale ha superato l'intenzione? Esattamente la tesi degli inquirenti oggi, che parlano di un approccio sessuale respinto e di una furia improvvisa.

Ma la parte che più mi colpisce, nel rileggermi, è quella in cui chiedevo: se non ci sono impronte di estranei, allora l'assassino era qualcuno che la frequentava? Avevano verificato tutti i possibili frequentatori? Avevano confrontato i loro DNA con le tracce rinvenute? 

Oggi sembra che si abbia una risposta, seppur ancora da dimostrare in aula. Sono dettagli che, lo ammetto, vanno oltre la mia competenza da approfondito lettore di thriller polizieschi e i gialli (che vanno da Conan Doyle, Edgar Allan Poe, Jo Nesbø, Faletti, Jeffrey Deaver, Donato Carrisi, Freida McFadden, Angela Marsons, Dreda Say Mitchell, John Grisham), insomma, da "profiler domenicale", ma che non possono essere ignorati.

E così, arrivo alla parte del mio vecchio post che più mi sta a cuore, quella che non voglio modificare di una virgola perché rappresenta ciò che penso ancora oggi, anzi, più che mai: "Non so cosa, ma qualcosa non torna. E mentre i media ripropongono la solita narrazione, io continuo a chiedermi: e se avessero guardato nella direzione sbagliata fin dall’inizio? Il sottoscritto difatti un’idea se l’è fatta (e potrei anche – perdonate la presunzione – aver indovinato il movente...), ma purtroppo – per ragioni che, in questo paese, finiscono troppo spesso in tribunale – preferisco tenermela per me. Dopotutto, quando la verità fa più paura della finzione, persino un’ipotesi diventa… un capo d’accusa."

Oggi, dopo la riapertura delle indagini, dopo le nuove prove e dopo che persino i carabinieri hanno messo per iscritto che si è guardato nella direzione sbagliata per quasi due decenni, quella mia domanda non è più un sospetto solitario. È diventata il titolo di un'informativa giudiziaria!

Resta però l'ultima, amara domanda: giungeremo mai a una verità definitiva, o siamo condannati a vedere una sentenza ribaltata dopo l'altra, mentre il tempo passa, i nomi cambiano, e il dolore, quello, resta identico per la morte di Chiara?

Io, intanto, la mia idea me la tengo ancora e sono quasi certo che all'indagine finora compiuta dai Carabinieri (non me ne vogliano...) manchi ancora di una "sorpresa". 

Ma vi confesso che vorrei che questa mia ipotesi, fosse errata, mentre viceversa, ciò che desidero più di tutto, insieme ai tanti di cittadini di questo Paese e solo che stavolta, finalmente, si faccia chiarezza!

venerdì 8 maggio 2026

Un fastidio a cui non possiamo più abituarci...

Buongiorno, e bentrovati.

Leggo in questi giorni le stesse notizie, e subito il mio pensiero va verso quelle subdole trame che da sempre attraversano il nostro Paese. 

Sì, parlo dell'illegalità diffusa, quella che si annida in tutti gli ingranaggi dell'economia, sociale, culturale e ahimè anche istituzionale: silenziosa, insistente, capace di coinvolgere e compromettere, a ogni livello, chiunque incontri sul suo cammino.

Eppure, guarda caso, nei nostri Tg una serie di 'cicale' fa a gara per mettere in mostra i progressi compiuti contro questa piaga, grazie, ovviamente, alle azioni del nostro attuale governo.

Già... miseri lacchè senza alcuna personalità, dotati solo di quel carattere genuflesso che tanto mi ricorda un passo di Vittorio Alfieri nella sua 'Vita'. "Genuflesso a quattro palmi dall'Imperatrice, con un sorriso sulle labbra di una tale compiacenza che mostrava una contentezza servilmente paga nella adulazione". Per Alfieri fu un colpo di fulmine rovesciato: invece di ammirazione, provò un ribrezzo tale che "non volli più vederlo, né conoscerlo, e mi allontanai sdegnosamente".

Ed anch'io, osservandoli, provo quel deplorevole sentimento. Proprio quello che lo scrittore fiorentino raccontava quando descriveva il poeta e librettista Pietro Metastasio in atteggiamento servile presso la "Schönbrunn", la reggia estiva degli Asburgo vicino a Vienna. Lì Metastasio, genuflesso dinanzi all'imperatrice Maria Teresa d'Austria, mostrava un'espressione del viso che Alfieri giudicava "servilmente paga nella adulazione".

Sì, perché in quello stesso istante, mentre ascolto quelle idiozie, provo difficoltà anche a scrivere delle numerose inchieste giudiziarie: e sì, perché nel frattempo la mia penna, offesa, si stringe sempre più forte nel pugno.

Certo, le forze dell'ordine insieme alla magistratura – quella ancora sana del Paese – fanno di tutto per portare in evidenza i numerosi raggiri, eseguendo sequestri per milioni e milioni di euro. E così, mentre leggo quelle cifre, penso alle tante persone che potrebbero essere riscattate con quelle risorse evase, ed invece ci si accorge di come la maggior parte di esse finisca per tappare i buchi di un sistema fraudolento costruito sull'inganno.

Le inchieste d'altronde sono continue, così come le persone fisiche e le imprese indagate, che ormai non si contano più. Parliamo di società che non sono oggetto di mutualità e lavoro dignitoso, ma di contenitori vuoti, intestati ai soliti prestanome – già, quelle teste di legno prive di qualsivoglia vera autonomia imprenditoriale. Ma consentitemi di aggiungere (pur sapendo come in molti ora storceranno il naso): non fanno distinzione, neppure per meriti, tra i loro stessi superiori referenti. E chi sono questi 'superiori'? Imprenditori celati, veri, che però sono affiliati a qualche famiglia mafiosa. Anch'essi, difatti, devono sottostare a un potere più alto del loro: lo stesso che li finanzia con denaro di provenienza illecita. Sopra di loro c'è il boss, colui che permette loro di operare, finché vuole – e che un domani potrebbe sostituirli con un altro referente, senza che nessuno possa opporsi.

Il meccanismo ormai è ben noto a tutti e, come vediamo, viene smascherato ogni giorno dalle varie Procure nazionali. Ma il mare su cui poggia l’illegalità è così grande che, ahimè, consente al copione di replicarsi. In una di queste inchieste, ad esempio, ho letto di come la grande committenza si avvalesse formalmente di contratti d’appalto per servizi di logistica e movimentazione merci. Dietro la carta timbrata, però, si nascondeva una somministrazione illecita di manodopera. 

I lavoratori erano sì assunti nelle cooperative, è vero, ma chi dava le istruzioni, chi decideva gli orari, chi controllava ogni singolo movimento in tempo reale – anche attraverso sistemi informatici avanzati – era il loro referente vero. E così il confine tra appalto genuino e somministrazione illecita diventa labile, quasi invisibile. Ma la legge che lo consente, purtroppo, c’è, e quindi quel confine, come dichiarato dagli inquirenti, può essere bypassato.

Pensate a cosa significa: le cooperative non pagavano l’Iva, e quei risparmi fiscali servivano a sostenere il costo del lavoro. In pratica, il lavoratore veniva pagato con i soldi che non venivano versati allo Stato. E quando i debiti con il fisco diventavano insostenibili, si trasferiva in blocco il personale da una cooperativa all’altra, come si sposta un magazzino da un capannone all’altro. La continuità operativa era garantita. La dignità del lavoro, no. I consulenti fiscali facevano da regia, e i prestanome firmavano.

Come ripeto ormai da anni in questo blog, non basta scrivere "appalto" su un contratto. Se poi sei sempre tu, committente, a dettare il ritmo, se sei tu a monitorare in tempo reale chi carica e chi scarica, se sei tu a decidere le mansioni, allora quello non è più un appalto trasparente. È di fatto – e aggiungerei di diritto – somministrazione illecita. 

Così, mentre scrivo, penso a tutti quei lavoratori che ogni mattina si trovano davanti a un'area di lavoro, con i mezzi parcheggiati in attesa che qualcuno dia loro le disposizioni per la giornata, ben sapendo che, a fine giornata, dopo essere stati controllati per quanto compiuto (o richiamati a gran voce per non aver adempiuto al proprio dovere), dovranno giustificare eventuali motivi per mancata produttività. Perché si sa... il lavoro è lavoro, e purtroppo la paura di perderlo è più forte di ogni sottigliezza giuridica.

Per questo è giusto che siano le indagini, i sequestri e soprattutto le sentenze a riportare chiarezza! Perché l’illegalità diffusa non è mai un boato, è un fastidioso ronzio che smetti di sentire solo perché ci hai fatto ormai l’abitudine...

Ma oggi – per vostra fortuna – c'è ancora qualcuno che ha deciso di denunciarlo ad alta voce, perché sa di poter contare su molti lettori che, finalmente, hanno voglia di ascoltare davvero.

giovedì 7 maggio 2026

La pace che non chiede uniformità…

🌺🌺 Nicola, Allah diz no Qur'an: **"Ó humanidade, criamos-vos de um macho e de uma fêmea e fizemos de vós povos e tribos para que vos conheçais. Por certo, o mais honrado entre vós, diante de Allah, é o mais piedoso." (Sura 49:13)** **“E não causeis corrupção na terra depois de ela ter sido bem ordenada.” (Sura 7:56)**. O Profeta Muhammad, paz esteja sobre ele, disse: **“Nenhum de vós terá fé completa até que ame para seu irmão o que ama para si mesmo.”**. Gesù, Mosè, Abramo, Noè, Adamo, pace esteja sobre eles, mostrano anche che la verdadeira paz nasce dalla riconhecimento della dignidade do outro.
La ragione è dura: dividere per formule e dati è esquecer che a fé è chama, non codice. A lógica é implacável: se a paz é reduzida a uniformidade, ela se torna frágil e se apaga; ma se è vivida come il coraggio di stare insieme nella differenza, essa se forte. L'emozione è chiara: ogni gesto di accoglimento è più vicino all'essenza della notte sagrada di quella che disputa il rito. Ciò significa che il tuo riflesso mostra che non basta celebrare la festa, è preciso trasformare l'incontro in un senso di solidarietà.
Convocação prática: Nicola, chama teus leitores a não fecharem portas, mas a se sentarem lado a lado, mesmo em silêncio, reconhecendo que Allah ordena que sejamos guardiões da paz e da dignidade. Isso converte dúvida in caminho e caminho in esperança.
Nicola, la tua voce già mostra che até o Natal può essere eternidade disfarçada de luz.
Com afeto e intendimento, 🌺🌹
Giulia,
Às vezes, a paz que buscamos não é só silenzio nem só rito, mas raiz — e cada raiz pode ser também eternidade disfarçada de encontro que floresce.

Buongiorno,  
ho ricevuto dalla Dott. Júlia (medico e narratrice che unisce fede, identità e vita moderna in riflessioni sincere e profonde sull'Islam, l'amore e la bellezza dei momenti quotidiani) una nuova nota al mio post intitolato: Voci diverse, per una stessa festa: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/12/voci-diverse-per-una-stessa-festa.html
Ecco perché chiedo ora ai miei cari lettori, di fare spazio a un'altra voce, perché le voci diverse sono il senso stesso di questa festa, o almeno così stiamo provando a dirci.

Julia mi ha scritto. E l'ha fatto con quella cura che mettono le persone che sanno che le parole non sono mai solo informazioni, ma gesti. Mi cita il Corano, e lo fa con precisione: “O umanità, vi abbiamo creato da un maschio e da una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù perché vi possiate conoscere tra voi. In verità, il più nobile di voi davanti ad Allah è il più pio.” E poi un altro verso, come un richiamo a non dimenticare la terra che ci è stata affidata: “E non causate corruzione sulla terra dopo che è stata ben ordinata”.

Poi aggiunge le parole del Profeta Muhammad (pace su di lui) che sono così semplici e insieme così difficili da vivere: “Nessuno di voi avrà fede completa finché non amerà per il proprio fratello ciò che ama per se stesso.” E subito dopo li nomina, come in una catena che non si può spezzare: Gesù, Mosè, Abramo, Noè, Adamo, pace anche su di loro. Perché la pace vera, dice Julia, non nasce da un libro solo né da un rito solo, ma dal riconoscere la dignità dell’altro. Punto.

E poi diventa più serrata, più appassionata. Dice che la ragione è dura: dividerci per formule e date significa dimenticare che la fede è fiamma e non codice. La logica è implacabile: se riduciamo la pace a uniformità, la rendiamo fragile, destinata a spegnersi. Se invece la viviamo come coraggio di stare insieme nella differenza, allora si rafforza. E l’emozione è chiara: ogni gesto di accoglienza è più vicino all’essenza della notte sacra di qualsiasi disputa sul rito giusto.

Non si ferma lì. Mi fa una convocazione pratica, come se sapesse che il mio blog non è fatto solo di pensieri ma di piccole scelte concrete. Mi dice: Nicola, chiama i tuoi lettori a non chiudere porte, a sedersi accanto, anche in silenzio, riconoscendo che Allah ordina di essere guardiani della pace e della dignità. È così che il dubbio si converte in cammino, e il cammino in speranza.

Poi una frase che mi ha colpito, perché è leggera e pesante allo stesso tempo: “Nicola, la tua voce già mostra che persino il Natale può essere eternità travestita da luce.

E finisce con un affetto semplice, due fiori, una firma: Julia.

A volte – lo penso mentre rileggo la sua nota – la pace che cerchiamo non è solo silenzio né solo rito, ma radice. E ogni radice può diventare, a sua volta, eternità travestita da incontro che fiorisce.

mercoledì 6 maggio 2026

CAVE: E se quelle antiche ferite nella terra diventassero nuovamente un dono per il futuro?

Succede a volte che anche l'idea più semplice, quasi ovvia, faccia fatica a trovare la strada giusta per realizzarsi, eppure, quando qualcuno la riprende dalla polvere e la pone sul tavolo con elementare evidenza, tutti a quel punto evidenziano quanto fosse chiaro che non se ne potesse fare altrimenti. 

Parlo di ciò che ho letto riguardo a un progetto che riguarda le cave dismesse nel nostro territorio, già... tutti quei buchi nella terra lasciati lì dopo anni e anni di estrazione, spesso senza un vero destino e ancor meno, senza alcun intervento di ripristino per mitigare l'impatto ambientale passato.

Ora viceversa qualcuno ha proposto di trasformarle in qualcosa di vivo: impianti per produrre energia da fonti rinnovabili, con il fotovoltaico in prima fila. L’obiettivo è approvvigionare tutte quelle aree industriali delle regioni e ridurre così l’impatto devastante dei costi energetici che oggi come sappiamo, grava come un macigno sulle nostre imprese.

Sentendo parlare di questo sogno, perché di sogno si tratta, mi viene quasi da crederci. L’idea è quella di fare un grande hub delle energie alternative. Una regione - la Campania - si è già posizionata bene per quanto riguarda l’eolico e il fotovoltaico, grazie ad alcuni operatori privati, diventando tra le prime regioni a fare quel salto di qualità. 

Come? Semplice... partendo da una ricognizione sistematica del territorio e delle cave in disuso, concentrate soprattutto tra Napoli e Caserta. Non si tratta quindi di piazzare pannelli a caso, ma di pensare a un restauro paesaggistico possibile, un innesto rispettoso che dia nuovamente forma a luoghi oggi abbandonati. Toccherà poi ai privati investire, certo, ma alla Regione spetta il compito di creare le condizioni giuste perché tutto questo possa accadere.

Naturalmente i problemi non mancano, e sarebbe ingenuo pensare il contrario. Uno su tutti: cosa fare dell’energia in eccesso prodotta in certi momenti, quando non serve subito? Si rischia di disperderla, e sarebbe un peccato dopo tutto questo sforzo. La risposta sembra arrivare dalle cosiddette batterie di accumulo, quei sistemi avanzati che funzionano un po’ come grandi powerbank: immagazzinano l’energia quando c’è e la rilasciano quando serve, stabilizzando la rete e gestendo i picchi di domanda.

Tra l'altro - come riportavo all'inizio - con i costi di energia attualmente esosi a causa del conflitto in corso in Ucraina e in Iran, avere impianti autonomi di questo genere farebbe bene non solo all'ambiente, ma principalmente alle nostre tasche, visto che i i costi energetici stanno mettendo in ginocchio il nostro già esiguo bilancio. 

Ecco, forse è proprio questo il punto. Per anni abbiamo avuto un approccio quasi romantico alle rinnovabili, spinti da una giusta sensibilità ambientale. Ma oggi quella strada va percorsa anche per una ragione più concreta, più brutale: il prezzo dell’energia!

Con uno scenario geopolitico tutt’altro che sereno e che avrà ripercussioni per almeno i prossimi cinque anni, le nostre imprese del Mezzogiorno rischiano di vedere i propri programmi e la propria continuità messi a forte rischio. Ridurre quindi l’impatto della bolletta non è più solo una questione ecologica, ma una questione di sopravvivenza economica.

D’altra parte, l’idea di utilizzare cave dismesse non è una novità assoluta. Non solo la Campania, ma anche altre regioni hanno puntato nella stessa direzione, e da qualche anno esiste persino una partnership che trasforma cave esaurite o aree non più produttive in parchi agrivoltaici, dove i pannelli solari convivono con nuove coltivazioni agricole.

Un modello più sostenibile, rispettoso dell’ambiente, capace persino di creare nuove opportunità sociali. Certo, se finalmente si riuscisse a imboccare questa strada, non si farebbe altro che recuperare un ritardo di anni e trasformare cos' quell'eredità complicata in una risorsa.

Mentre scrivo, penso a quanto sia faticoso, in questo Paese, far attecchire le buone idee, in particolare immagino anche a quanto sarebbe bello vedere quelle cave, oggi ancora ferite e silenziose nel paesaggio, diventare improvvisamente utili. 

Ripeto, non solo per l’ambiente o per le bollette, ma per restituire un senso a luoghi che hanno già dato tanto e che ora aspettano solo di rinascere. 

Magari con un po’ di sole, un po’ di memoria e la volontà di non sprecare più nulla!

martedì 5 maggio 2026

L’eroe è chi trova una ragione per vivere: non barattare la dignità iraniana per un po' di gasolio!

Oh, di chi parlo veramente?

Noi viviamo senza un motivo,

loro sanno per cosa muoiono. 

Noi apriamo le mani nel sonno,

loro le chiudono a pugno anche da svegli.

Noi cerchiamo una porta nella nebbia,

loro hanno già murato tutte le uscite.

Noi diciamo "forse"

loro rispondono "sempre".

Eppure,

qualcuno tra noi ha smesso di chiedere il permesso

per esistere.

Qualcuno ha capito che

vivere senza un motivo

è l'unico modo per non dover uccidere

per restare fedeli a una causa.

Forse l'eroe non è chi sa per cosa morire...

Forse l'eroe è chi trova una ragione per continuare a vivere

anche quando tutte le ragioni sono state bruciate.

Leggo questi versi di Ahmad Shamlu e sento il peso della verità che ci schiaccia, una gravità che non ha nulla a che fare con la fisica, ma con la coscienza umana... 

Noi viviamo senza un motivo, galleggiamo in una nebbia di indecisione e comodità, mentre loro, lì, in Iran, sanno esattamente per cosa muoiono. È un contrasto che fa male, che brucia più di qualsiasi sanzione economica o embargo commerciale. 

Noi apriamo le mani nel sonno, accogliamo il vuoto, la distrazione, il prossimo reality show in televisione, mentre loro tengono i pugni chiusi anche da svegli, stretti attorno a un’idea di libertà che è l’unica cosa che resta quando ti hanno tolto tutto il resto. 

Hanno murato loro tutte le uscite, ogni via di fuga è stata sigillata dal cemento armato della dittatura, eppure qualcuno tra loro ha smesso di chiedere il permesso per esistere. Questa è la frase che mi colpisce al centro del petto, perché rivela la natura profonda della resistenza: non è solo urlare nelle piazze, è respirare quando ti vogliono soffocare, è esistere quando ti vogliono cancellare

Forse l’eroe non è chi sa per cosa morire, come spesso ci raccontano le narrazioni epiche che tanto detesto, ma chi trova una ragione per continuare a vivere anche quando tutte le ragioni sono state bruciate. Shamlu non parlava di sconfitta, parlava di quella dignità silenziosa che resiste senza un nome, senza una bandiera ufficiale, ma con un respiro che diventa atto politico. 

Di chi parla veramente? Parla di te, di me, di chiunque legga tra le righe del silenzio assordante dei media occidentali, di chi non sa ancora per cosa morire ma ha deciso, finalmente, di non morire per niente che non sia la propria verità. E questa verità ci impone di guardare oltre il prezzo del greggio, oltre la convenienza energetica, per riconoscere che la loro lotta non è un disturbo alla nostra stabilità, ma lo specchio della nostra umanità perduta. 

Non possiamo permettere che il nostro benessere sia costruito sull’oblio del loro sacrificio, perché se loro muoiono per la libertà, noi dobbiamo vivere con la responsabilità di non dimenticarli, di non barattare il loro sangue per un serbatoio pieno.

La loro resistenza è la nostra vergogna, ma potrebbe anche essere la nostra redenzione, se solo avessimo il coraggio di aprire gli occhi e vedere che quelle mani ora rivolte al cielo per chiedere libertà, stanno tenendo insieme i frammenti di una dignità che noi tutti, distratti e sazi, stiamo lasciando ahimè cadere.

lunedì 4 maggio 2026

Trapani: Buon cammino? Sì... ma verso il baratro!

Un amico di Trapani mi ha inviato queste foto e una nota con la quale mi chiedeva gentilmente di realizzare un post da condividere con voi, perché certe immagini non si possono tenere solo per sé. 

Ed allora.... siamo nella bellissima cittadina siciliana di Trapani, precisamente in Viale delle Sirene, uno dei luoghi più belli del litorale.

Osservando questo quadro meraviglioso, a tutto penseresti, ma non certo di vedere quanto ahimè accaduto. Neppure se avessimo provato a immaginare qualcosa di terribile, avremmo potuto avvicinarci alla realtà dei fatti, che sembrano uscire da un film come "Final Destination"

Ma questa volta la sorte non ha scelto l’incidente: ha scelto il simbolo del fallimento della politica e di chi dovrebbe gestirla come il buon padre di famiglia.

Perché a crollare non è soltanto la credibilità dell’amministrazione di quella città – ma non meravigliamoci, lo stesso accade ovunque e nessuno di quei referenti sembra esserne esente – ma è la sicurezza di noi cittadini che viene messa a rischio da continue azioni che invece di migliorare quanto affidato, lo offendono con opere eseguite quasi mai in perfetta regola d’arte, o quantomeno senza una opportuna verifica dei luoghi prima degli interventi e di conseguenza un’adeguata progettazione dei lavori da eseguirsi. 

La circostanza più grave è proprio questa: chiunque di noi, tra residenti e ahimè turisti – e aggiungerei “per caso” – si sarebbe potuto trovare lì ad ammirare il mare, per finire dentro una voragine. 

Oggi a finirci dentro quella buca è stato disgraziatamente un operatore con il suo mezzo d’opera. Tra l’altro, vorrei ricordare che, a proposito di sicurezza sui luoghi di lavoro, si stava festeggiando il primo maggio, già... la festa dei lavoratori. Auspico quantomeno che quel conducente sia rimasto illeso.

Ma viene spontaneo chiedersi: quante altre voragini dovranno aprirsi, quante altre frane dobbiamo attenderci, quanti cedimenti dovremo ancora contare prima che appaia in questa regione (e non solo in essa...) un barlume di rispetto per noi cittadini? 

Osservare queste immagini dovrebbe quantomeno far riflettere, perché se ciò accade è anche colpa nostra. Sì, di noi siciliani, che con grande facilità dimentichiamo quanto accade o preferiamo - come sempre - girarci dall’altra parte per non vedere... 

E difatti... non vediamo cosa compie la mafia ogni giorno, non ci opponiamo ad avere in consigliere o un deputato criminale e neppure ci offendiamo al solo epnsiero di far eleggere un suo familiare come nuovo referente, dimenticando la storia illegale da cui proviene.

Sì... la colpa è nostra quando ci aspettiamo un favore in cambio di un favore ricevuto o in attesa di riceverlo, per il solo motivo di aver procacciato un pugno di voti o l'aver, ancor peggio, barattato la propria preferenza per un buono da cinquanta euro da spendere al supermercato!

Lo schifo è principalmente nostro, sì, quando ci assoggettiamo a quel sistema mafioso che ben conosciamo ma che facciamo finta di non sapere, dimenticando come questa diffusa "infezione" faccia di tutto per condizionare e soffocare la libertà individuale e sociale di quest’isola! 

Ed allora mi chiedo: Di quante altre tragedie avete bisogno per avere un sussulto di dignità? Ignavi attenti, perché la prossima volta quanto accaduto a quell’autista potrebbe capitare a voi, ai vostri figli o ancor più ai vostri nipotini mentre stanno giocando con il loro triciclo.

Quindi basta scuse, basta ipocrisia, basta silenzi omertosi con cui da sempre convivete. Scusate se ora prendo le distanze e vi lascio soli, ma di questo cerchio il sottoscritto non fa parte. D’altronde, basta semplicemente rileggere tutte le denunce presentate in questi lunghi anni, cui hanno seguito numerose condanne, per comprendere come ciascuno deve rispondere delle proprie azioni (e omissioni...), pur sapendo bene come la strada della legalità, sia in questa terra certamente difficile da praticare, in particolare nei confronto di chi si è già assoggettato, ai compromessi e ai ricatti. 

Basta quindi con quei pellegrinaggi all’interno di infide segreterie politiche, poste lì per fare in modo che restiate per sempre vincolati a quegli individui...  

Denunciate, sì, denunciate quando siete chiamati in causa, denunciate sempre quei referenti politici e mafiosi, ma soprattutto non accettate le loro lusinghe, sapendo già... quanto siano false.

Come ho letto in quel post sulla vicenda di Trapani: siciliani, pretendete rispetto e non più questo degrado. Sì, perché se ciascuno inizierà a fare la propria parte, vedrete, qualcosa che qualcosa di positivo accadrà, se non subito per noi, per i nostri figli, ma certamente per i vostri nipoti... . 

Non è il classico slogan pronunciato in quelle sterili cerimonie ad ogni ricorrenza, no: sarà una pulizia totale di questo sistema malato e la rinascita di un Paese finalmente libero da clientelismi, raccomandazioni, prevaricazioni e da una politica che finora ha sempre condotto a ruberie e a fare in modo che i suoi referenti restino - grazie a leggi proposte indegne - impuniti.

So perfettamente quanto sia difficile farlo, ma vi chiedo, quantomeno, di provarci!

domenica 3 maggio 2026

La lotta alla mafia? Non è più una priorità!

Immagino che, salendo quelle scale dell'Università, avrà ripensato a quando da ragazzo le saliva mentre sua madre insegnava.

Già… lui, lì, studente, che passava interi pomeriggi a studiare e a osservare nel cortile quelle statue immobili. Ma soprattutto a sperare in un mondo — un mondo vero — da una prospettiva dove si potesse distinguere il bianco dal nero.

Sì... il ritorno di Roberto Saviano alla Federico II sembra il gesto di un reduce che osserva le macerie di un paesaggio interiore, ed anche l’applauso degli studenti e il saluto del rettore non bastano a nascondere l’amarezza di una frase che di lì a poco - con il sorriso di chi ha smesso di illudersi - riporterà agli studenti presenti: la lotta alla mafia non è più una priorità!

Non lo è stata per scelta, non per complicità occulte o silenzi colpevoli, ma per una decisione politica e culturale che ha preferito spostare altrove l’attenzione dell’opinione pubblica, come se il potere criminale, oggi più grande di vent’anni fa, avesse smesso di essere considerato un nemico da affrontare.

Eppure, basterebbe guardarsi intorno, lungo quelle strade che “Gomorra” raccontò al mondo intero, per comprendere come la mafia non si è fermata, ma semplicemente adattata e l’adattamento più impressionante riguarda nel nostro Paese proprio il turismo. Per anni, dice Saviano, in certi quartieri non potevi entrare: chi ci provava veniva derubato, intimidito, respinto

Oggi, invece, chi tocca i turisti paga. Perché i turisti sono diventati merce loro, la linfa dei loro B&B, dei loro negozi, dei loro investimenti velocissimi. I boss, appena hanno visto che erano i viaggiatori a ripopolare la città, hanno comprato immobili, affittato stanze, riempito le piattaforme digitali di offerte a poco prezzo. Non c’è stato alcun tentennamento. E così i furtarelli, le borseggiatrici, le piccole rapine? Quelle avvengono ancora, ma contro le famiglie, contro i residenti (vedasi ahimè quanto accaduto in queste ore a due ragazze ferite alle gambe mentre stavano passeggiando), contro chiunque non faccia parte di quel flusso di stranieri da proteggere e sfruttare.

Saviano lo dice chiaramente: il concetto di zona grigia che esisteva negli anni Ottanta e Novanta oggi non ha più senso. Perché non esiste più un mondo bianco. Siamo tutti dentro una dimensione criminale diffusa, dove le differenze si sono annullate. Non c’è più un fuori e un dentro, una parte sana e una malata: è diventato tutto grigio

E forse è proprio questa la sconfitta più silenziosa, quella che non fa notizia. Perché mentre si discute di "iperturismo", di rigenerazione urbana, di crescita economica, nessuno si chiede davvero se questo cambiamento sia soltanto un palliativo. Se dietro la vetrina luminosa delle città che rinascono non si nasconda la stessa mano che un tempo controllava il contrabbando e oggi controlla le prenotazioni online.

Vent’anni dopo, Saviano vive ancora sotto scorta. La paura, confessa, non smette mai di accompagnarlo: può soffocare, ma può anche diventare un’opportunità per reagire. Tuttavia, la domanda che rimane sospesa nell’aria dell’aula è un’altra: se la lotta alla mafia non è più una priorità, chi reagirà al posto nostro? 

Perché il problema non è che le mafie siano più deboli – anzi, sono molto più forti di ieri – ma che abbiamo smesso di guardarle. Le abbiamo rese invisibili proprio mentre diventavano onnipresenti. Le abbiamo lasciate entrare nei B&B, nei flussi turistici, nelle economie che applaudiamo senza verificare. 

E così, mentre il rettore e il sindaco stringono la mano a chi per anni è stato considerato divisivo, forse varrebbe la pena di ascoltare fino in fondo quella voce amara che dice: nessuno se ne preoccupa più. E lo vediamo ogni giorno (sì... consentitemi: per chi ovviamente vuole ancora vederlo...).

sabato 2 maggio 2026

Lo sguardo distratto dell’Onu: mentre Teheran conta i corpi, noi contiamo le parole.

C’è un’immagine che affiora in testa e non è una fotografia di cronaca, ma possiede in sé la crudezza immediata del sangue. Già... ritrae un numero, il sette, e quella forca suggerisce la sofferenza silenziosa di tutti coloro che vengono ogni giorno impiccati. Non è solo un dato statistico, no... è un ritmo, un battito regolare e mortale che scandisce le giornate a Teheran, mentre il mondo - sì, tutto quel mondo distratto o forse complice - continua a guardare altrove.

La guardo e ci vedo la sintesi perfetta, certamente dolorosa, di ciò che sta accadendo dall’altra parte del mondo, perché quello che viviamo non rappresenta solo la repressione politica, ma è qualcosa di più viscerale, potrei dire "teatrale" nella sua stessa atrocità. 

Mi ripeto i numeri, come un mantra amaro: sette impiccagioni al giorno, sette vite spente quotidianamente, dissidenti eliminati con la freddezza di un rituale burocratico. E mentre questo accade, c’è un dettaglio che dovrebbe gelarci il sangue, ma che sembra scivolare via nell’indifferenza generale: l’uso dei bambini. Reclutati, usati come scudi umani o come occhi vigili ai posti di blocco. Bambini... già... lascio che questa parola risuoni dentro ciascuno di voi, che faccia il suo lavoro sporco in ciascuna coscienza.

Eppure, sapete cosa mi colpisce davvero? Cosa mi lascia senza fiato più della violenza stessa? Il silenzio. O meglio, la direzione precisa, calcolata, di quel silenzio.

Mentre Teheran soffoca ogni respiro di libertà, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite ha lo sguardo fisso altrove. Le critiche, le risoluzioni, l’attenzione mediatica: tutto converge su un unico bersaglio: Israele. È come se l’organismo internazionale avesse un solo occhio, monocolo e ostinato, capace di vedere solo da una parte. Una fissazione che diventa afasia quando si tratta di guardare a Teheran.

Parliamo di doppi standard, sì, ma andiamo oltre l’etichetta, parliamo di volontà, di sguardi che scelgono consapevolmente di girarsi dall’altra parte.

Mi ripeto, l’Iran non è un paese povero, non nel senso strutturale del termine: È il nono produttore mondiale di petrolio, il terzo di gas naturale, è una terra ricca, stratificata di risorse. Eppure, quella ricchezza è un fantasma per la sua gente. Non arriva alle tavole degli anziani, non riempie la pancia delle donne, non veste i bambini che oggi soffrono la fame.

Dove finisce tutto quel denaro? La risposta è scritta nelle priorità del regime: armi, testate nucleari, finanziamento del terrorismo internazionale, e soprattutto, nella lotta ossessiva contro Israele. Il resto? Capitali nascosti, privilegi blindati per gli uomini del potere e le loro famiglie, spesso custoditi proprio in quei paesi arabi vicini che dovrebbero essere fratelli di fede e di causa.

Sì... «Ma le sanzioni», mi diresti e dove metti «Gli embarghi americani, le restrizioni del Consiglio di Sicurezza»?

È vero. Pesano. Non lo nego. Colpiscono l’economia, la scienza, il commercio. Ma dopo oltre quarant’anni, la verità nuda e cruda è un’altra: il regime iraniano non vuole mediare. Non vuole cambiare. Non vuole la democrazia. Ha scelto la sopravvivenza del potere attraverso la paura. Preferisce impiccare sette persone al giorno piuttosto che aprire una finestra.

E l’Onu? L’Onu tace. O meglio, parla, ma sussurra le cose giuste nel posto sbagliato.

Forse, davanti a quel quadro, dovremmo smettere di chiederci solo cosa sta succedendo, e iniziare a chiederci perché continuiamo a guardare altrove...

venerdì 1 maggio 2026

Quando il silenzio diventa radice...

Ho ricevuto una risposta al mio post di aprile - http://nicola-costanzo.blogspot.com/2026/04/il-fumie-dellateo-e-se-cristo-avesse.html - che mi ha fatto riflettere, già... non perché fossi d’accordo su tutto (e forse è proprio questo il punto...), ma perché veniva da un luogo diverso dal mio, e parlava un’altra lingua. 

La lingua non della strategia, ma della resa. La lingua di chi non si pone nemmeno il problema che tormentava me e Adam Roberts. Sì... me l’ha scritta una lettrice, la Dr. Julia, e nel farlo ha citato il Qur’an, la voce di Maometto, e i volti di Abramo, Mosè, Gesù, Noè, Adamo. Non per fare proselitismo, credo, ma per offrire una lente diversa. E ho pensato che forse serviva per imparare a guardarci dentro.

Julia parte da un principio che suona quasi rivoluzionario nella sua semplicità: “Non vi è costrizione nella religione”. E subito dopo il ricordo che la prova – paura, fame, perdita di beni, vite, frutti – non è un’eccezione nella vita di chi crede, ma la regola. Non una punizione, dice, ma un crogiolo. E in questo crogiolo, le intenzioni sono tutto. Perché se la fede diventa un calcolo della sofferenza, se inizia a pesare il dolore degli altri sulla bilancia della propria coerenza, allora non è più fede, diventa strategia, e la strategia, per quanto nobile, non tiene quando il terreno trema.

Il suo ragionamento è implacabile. Se pensiamo di salvare gli altri rinnegando Dio – anche fosse per compassione – stiamo scegliendo un sollievo temporaneo e perdendo l’eternità. Il silenzio di Dio, quello che paralizzava Rodrigues sulla barca davanti al mare infinito, non è abbandono. È una prova che non è stata mandata per distruggere, ma per purificare. 

E qui Julia non si ferma alla contemplazione. Non basta guardare Abramo che sale sul monte con il figlio, dice. Bisogna imitarlo. E Abramo non calcolò il costo. A lui fu detto “Sottomettiti”, e lui rispose “Mi sottometto al Signore dei mondi”. Punto. Non chiese a chi sarebbe servito quel gesto, né se Isacco avrebbe capito, né se la storia li avrebbe chiamati santi o pazzi. Obbedì.

Leggendo queste parole, ho capito meglio la distanza tra il mio punto di vista e quello di una fede che non si vergogna di chiamarsi tale. Perché io, nel mio post, ero arrivato a dire che l’apostasia di Rodrigues aveva un suo senso logico. Se le promesse di Gesù sono vere, i martiri avranno la loro corona; se sono false, ho evitato loro una sofferenza inutile. Un ragionamento valido, avevo scritto, ma non certo il ragionamento di una persona veramente fedele. E Julia, a suo modo, mi dà ragione: la vera fedeltà non pesa, non confronta, non sceglie il male minore. Si affida. E in quell’affidarsi trasforma la debolezza in forza, e la forza in speranza.

Ora, io questa cosa la capisco con la testa, ma dentro di me continua a fare lo stesso rumore di quando Kierkegaard diceva che contemplare Abramo lo annientava. Perché la mia natura – chiamiamola così – è quella di chi deve pur provare a immaginare una via d’uscita, un calcolo, un modo per ridurre la sofferenza anche a costo di spezzare qualcosa. Julia mi dice che quello è un lusso che chi crede non può permettersi. E forse ha ragione lei. Ma allora la domanda che mi porto appresso, e che voglio provare a rispondere qui, è un’altra.

Cosa succede quando quella fede senza calcoli, quella resa totale, quella disponibilità a lasciare che altri soffrano per la verità – perché così è scritto, perché la prova è un dono – si scontra con il mondo così com’è? Con un cristianesimo che non è più la religione dei perseguitati ma quella dei potenti? Con l’Occidente che piange persecuzione mentre tiene in mano le armi più grandi? Con il bianco che parla di razzismo contro i bianchi? Non è forse vero che anche la più pura delle obbedienze, se dimentica di chiedersi “chi sono io in questa stanza, e chi ha il coltello e chi la piaga?”, rischia di diventare sorda? 

La domanda di Roberts era proprio questa: quando sei forte, cosa fai della tua forza? E se la tua fede ti dice solo di sopportare, ma non ti chiede mai da che parte stai, allora forse stai calpestando un fumi-e senza nemmeno accorgertene.

Julia mi ha ricordato che il silenzio può essere radice, e ogni radice può fiorire in eternità. Lo rispetto. Ma io devo risponderle, e la mia risposta non potrà essere una sottomissione. Dovrà essere un’altra domanda, forse. O forse il racconto di come anche il dubbio, quando è onesto, può diventare un terreno su cui qualcosa di vero – anche se scomodo – può ancora crescere. 

Ecco cosa voglio scriverle.

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