stamani vorrei affrontare con voi un tema delicato, che tocca il cuore del rapporto tra chi ci governa e le istituzioni che dovrebbero servire tutti.
Parlo delle raccomandazioni politiche verso i figli delle nostre alte cariche dello Stato.
E lo faccio partendo da un'immagine che ho preparato e che, credo, racconti meglio di tante parole la condizione in cui versa il nostro Paese.
Una bandiera oltraggiata, attraversata dai tagli del grande maestro Lucio Fontana su ciascun colore.
Tre colori che per chi non lo sapesse rappresentano la speranza, il verde; la purezza e la fede, il bianco; il sangue versato per l'indipendenza e l'unità d'Italia e, in chiave più astratta, la passione civile e il sacrificio, il rosso.
Eppure, c'è chi di quei colori non ne ha mai capito il senso, perché ha sempre vissuto in una dimensione diversa, fatta di sfumature.
Un mondo di mezzo in cui le cose non sono mai totalmente giuste o sbagliate, perché per loro le azioni, le persone e soprattutto le decisioni prese sono rappresentate da quell'unica tonalità, grigia, sempre diversa, mai uguale, mai con lo stesso valore.
Sì... attraversano tutte le sfumature del grigio, difficilmente si soffermano su quelle più chiare, vicine al bene o all'onestà. Viceversa, prediligono quelle verso le zone più scure, quelle della disonestà e dell'illegalità.
Ecco perché ho intitolato il post: basta raccomandazioni ai figli, diamo un taglio a questa politica indegna.
Aggiungo quindi oggi, alla nota che avevo scritto ieri, riportando la frase dell'ex presidente Pertini sulla dignità della persona, una riflessione che mi sembra necessaria.
La nomina di cui ho ascoltato sul web (Link), pur rispettando le procedure di legge, solleva un problema di opportunità istituzionale che non può essere liquidato come una semplice polemica politica.
Come osserva Stefano Baudino in un articolo su L'Indipendente (Link) che qui riassumo: quando alla guida di un ente pubblico con funzioni sensibili giunge il figlio di una delle più alte cariche dello Stato, il tema non è tanto la legittimità formale, quanto il rischio di conflitto d'interessi e la percezione di imparzialità.
L'ACI interagisce quotidianamente con dicasteri, Regioni, apparati pubblici e società controllate. In questo contesto, anche solo il sospetto di un'influenza indiretta può indebolire la credibilità delle decisioni su nomine, affidamenti e gestione delle risorse.
E poi c'è la questione delle cifre. La maxi-retribuzione prevista, a cui si sommano altre indennità, non è che l'emblema di logiche che sembrano stridere con le retoriche sulla meritocrazia.
Ma il punto vero non è il singolo caso, né il singolo nome. Il punto è che quando un incarico pubblico diventa un affare di famiglia, il principio stesso su cui si regge la fiducia dei cittadini si incrina.
E allora la domanda che dovremmo farci non è se tutto questo sia formalmente consentito, ma se sia ancora decente.
Il problema, però, non è questo singolo episodio, perché ve ne sono a migliaia di episodi eguali.
D'altronde sono cinquant'anni che l'Italia va avanti così, e la maggior parte dei miei connazionali non si è mai scandalizzata, ribellata o ancor più scesa in piazza per protestare.
Già... come fanno in queste ore gli studenti in Francia o i cittadini in Spagna, capaci, con le loro proteste, di far dimettere il Premier spagnolo Pedro Sánchez.
No, da noi nulla di tutto ciò, solo chiacchiere inutili, proclami e i soliti post su TikTok, Instagram e via dicendo...
Ma poi, quando si tratta di metterci la faccia, il proprio nome e cognome, denunciare quel sistema corrotto, colluso, criminale, non si vede mai nessuno.
Sì, perché la maggior parte di loro è impegnata proprio lì, all'interno di quelle segreterie politiche, a supplicare una raccomandazione, per sé o per i propri cari, figli o familiari.
Per favore, quindi, lasciamo stare queste buffonate...
Tanto si sa, da noi non cambierà mai nulla, perché alla maggior parte dei miei connazionali sta bene così.
Grazie per aver letto fino a qui e se c'è qualcuno capace ancora d'indignarsi, vi aspetto nei commenti, ma per favore, con il vostro nome e cognome.
Buongiorno desidero stamani condividere con voi una riflessione di straordinaria limpidezza espressa dal nostro compianto Presidente Sandro Pertini.
Battetevi sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale.
Non è un invito retorico, è una consegna precisa, perché la libertà, quando resta sola, quando non si intreccia con la giustizia sociale, diventa una conquista fragile.
E fragile lo è in un modo preciso: si risolve, per molti, nella libertà di morire di fame. È un'espressione dura, lo so. Ma è esattamente questo il punto.
Essere liberi di morire di fame non è libertà. È un'illusione che qualcuno può permettersi di chiamare così, mentre altri la vivono sulla propria pelle.
E qui vale la pena fermarsi un momento, perché Pertini dice una cosa che sembra ovvia ma non lo è: la libertà da sola non basta.
Essere liberi, infatti, non significa automaticamente stare bene. Puoi essere libero di cercare lavoro, ma se il lavoro non c'è, quella libertà a cosa ti serve? Puoi essere libero di comprare il pane, ma se non hai i soldi per comprarlo, che libertà è?
Ecco perché la libertà, senza la giustizia sociale, è una conquista fragile: sta in piedi solo per alcuni, per chi ha i mezzi, mentre per tutti gli altri diventa una presa in giro.
La giustizia sociale, allora, è ciò che rende la libertà vera per tutti. Non basta dire "sei libero":bisogna anche garantire a ciascuno il pane, il lavoro, la dignità. Solo così la libertà non è un privilegio di pochi, ma un diritto di tutti.
Pertini ce lo ricorda con la forza di chi ha conosciuto il carcere e il confino, di chi ha visto la libertà negata e poi riconquistata. Non parlava per astrazione.
E non è un caso che Pertini non fu un presidente come gli altri. Già... a differenza di tutti i presidenti che lo precedettero, e ahimè ancor più di quanti lo seguirono, non troviamo nessuno capace di imitarlo davvero.
Perché se quelli che vennero prima sbagliarono per prudenza, per timidezza, per una lettura troppo stretta del proprio ruolo, quelli che vennero dopo si sono dimostrati spesso succubi del potere politico e, soprattutto, sottomessi a quanti hanno governato.
E così il Quirinale, da luogo di garanzia, si è troppo spesso ridotto a luogo di ratifica. Viceversa, il suo modo di intervenire direttamente nella vita politica del Paese rappresentò una novità per il ruolo di Presidente della Repubblica.
Se fino ad allora era prevalsa una lettura strettamente "notarile" dei poteri presidenziali, con Pertini divenne indiscutibile che ai poteri formali del Quirinale si aggiungeva il cosiddetto "potere di esternazione" ed egli, lo esercitò non per protagonismo, ma per coscienza.
E allora la domanda che mi pongo, e che vi pongo, è semplice: a cosa serve una libertà che non arriva a tutti? A cosa serve poter dire di essere liberi, se poi manca il pane, manca il lavoro, manca la dignità?
La giustizia sociale non è un ornamento della libertà. È la sua condizione. Senza di essa, la libertà si svuota e diventa privilegio di pochi.
Ed è per questo che l'invito di Pertini tiene insieme tre cose che non possiamo separare: libertà, pace, giustizia sociale. Tre parole che si sostengono a vicenda, ma che i nostri politici neppure conoscono.
Oggi, mentre vi scrivo, penso che questa non sia una lezione del passato, ma una bussola per il presente e credo valga la pena di tenerla stretta, perché (forse) un futuro diverso, per questo Paese, è ancora possibile.
Quindi: Battetevi sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame.
Ed allora, continuando con quanto avevo riportato ieri...
Avevo promesso al Prof. Joseph (o dovrei chiamarlo Giuseppe) che non avrei raccontato nulla di quanto mi aveva confidato, quantomeno non prima dei cinque anni dalla sua scomparsa, affinché tutto passasse in silenzio: promessa che di fatto, ho mantenuto.
Aveva aggiunto: Nicola, se si vuole che tutto funzioni per il meglio, bisogna fare in modo che nessuno si accorga di niente, altrimenti potrebbero intervenire per distruggere il mio lavoro.
Comprenderai inoltre che, se la propagazione viene bloccata in anticipo, la trasmissione verrebbe limitata e di conseguenza il passaggio verso la totale epurazione sociale, verrebbe di fatto rallentato e non è ciò che desidero per il bene dell'umanità.
Tuttavia, ho già iniziato - in questo mio ultimo anno di vita - a valutare on line l'operato di migliaia e migliaia di nanobot ed ho potuto comprendere i comportamenti di molti soggetti nel mondo, in particolare tra i miei attuali connazionali, soggetti che secondo i segnali che ho ricevuto, mostrano ahimè, di essere profondamente corrotti, tra l'altro molti di loro, sono per lo più personaggi legati alla politica, ma vi sono anche uomini e donne delle istituzioni; ma stai tranquillo vedrai, è solo questione di tempo e poi... tra qualche anno (o forse anche prima) non saranno più tra noi, sì... perché ci penseranno loro: i miei nanobot!
Gli chiesi: Ma professore... (ti prego - mi disse - chiamami Joseph o Giuseppe se ti viene meglio...), così facendo, Lei, non si sta sostituendo a Dio? Perché vede, Egli quantomeno (riferendomi all'essere sovrannaturale cui la maggior parte crede) - ha concesso il "libero arbitrio", mentre Lei viceversa, ha deciso d'intervenire, sì... per correggere i processi decisionali dell'umanità intera!
Nicola, mi dispiace che tu pensi questo o quantomeno ti soffermi ancora a riflettere su giustificazioni che non esistono più, perché il mondo "buono" a cui tu vorresti ancora credere, è scomparso da tempo ed è giunto il momento di fare un reset!
Certo, so bene, che un'analoga circostanza porterebbe agli stessi effetti, mi riferisco ad una escalation atomica, ma quanto accadrebbe, condurrebbe l'intera popolazione mondiale a una condizione devastante: già... lo sterminio della maggior parte della popolazione mondiale, un numero considerevole di vittime innocenti per la follia di pochi, una parte di élite che alla fine si salverebbe, sì... certo... sottoterra, vivendo come ratti, ma comunque sopravvivendo, mentre gli altri, sarebbero destinati alla fame o a morire a causa delle radiazioni.
Tuttavia... ora sono certo che mi dirai che qualcuno di loro potrebbe ancora salvarsi, sì... continuare la specie; è vero, Hiroshima e Nagasaki l'hanno dimostrato. Ma anche se i loro figli e quei nipoti "sopravvissuti" all'apocalisse porteranno avanti la propria discendenza, molti di loro patirebbero gravi problemi fisici. E poi dimmi... quanti secoli ci vorranno prima che l'uomo ritorni a vivere in un ambiente sano, ma soprattutto, come farà - essendo regredito a primo "homo sapiens"? Sempre che, ovviamente, non venga annientato da una razza superiore: abbiamo visto quanto è accaduto nel corso di milioni di anni sulla terra e quindi, perché meravigliarci?
Ma io non voglio angosciarti con questi pensieri catastrofici, io desidero che il mondo viva per sempre in armonia, in pace, che tutte le armi nucleari e non, vengano definitivamente smantellate, che non vi siano più conflitti e guerre, che l'umanità diventi una sola cosa ovunque, senza confini, multietnicità, lotte religiose, distinzione del colore della pelle, sì... basta con tutto ciò che può essere espresso da una parola che ci ha da sempre divisi: diverso!
Ecco perché ho fatto ciò che ho fatto, non per me - tra l'altro proprio tu sai bene che ormai, per quanto mi riguarda, è solo questione di tempo - ma per chi deve ancora nascere, per tutti coloro a cui oggi potrebbe esser negato il venire al mondo...
Ecco quindi la ragione che mi ha spinto a dare il via al programma dei nanobot, perché non c'è più tempo, non il mio tempo, ma il vostro tempo!
Mi dispiace se non sei d'accordo, ma quel che andava fatto è stato ormai compiuto e i primi risultati si stanno concretizzando, già qualcosa in questi mesi è accaduto; questo - mio caro amico Nicola - te lo devo confidare.
Ma allora Prof., qualcuno dei soggetti - da Lei definiti "immorali" - stanno iniziando a soffrire o forse dovrei dire: sono già passati a miglior vita?
Sì... Nicola ed altri stanno per seguirli.
Ma da quanto ho potuto osservare, dai media, non è stato segnalato nulla; nessun avvertimento, ancor meno un annuncio, non ho letto di proclami sulla diffusione globale dei nanobot, come può essere che nessuno si sia accorto di nulla, sono semplicemente morti così, senza che alcuno abbia avuto il dubbio di controllare?
Credimi... i miei nanobot sono formidabili! Sono stati creati con un materiale che si autodistrugge appena il corpo che li ha contenuto si spegne. Già... bastano poche ore e non si trova più nulla di essi, tutto sparisce...
Sappi che sin dalle prime volte in cui hanno iniziato a eliminare quei soggetti "immorali", le forze dell'ordine li hanno classificati come casi isolati, incidenti domestici, malori improvvisi. Per dimostrarti quanto ti sto dicendo, consentimi di ricordarti alcuni episodi accaduti proprio in questi mesi.
Ricordi ad esempio quell'uomo? Sì... proprio quello, tra i più rispettati del Paese e che improvvisamente, dopo esser giunto in ospedale, non si è più svegliato? Ed ancora: quell'altro che è crollato durante la cena di gala, tra le posate d'argento e i sorrisi di circostanza? E cosa mi dici di quel politico che si è accasciato mentre pronunciava l'ennesimo discorso vuoto?
Certo... i medici hanno parlato di infarti, di ictus, di arresti cardiaci. Le autopsie non hanno rivelato nulla di anomalo. Ma i funerali - come avrai potuto vedere in questi mesi - si sono susseguiti con una frequenza alquanto anomala, cui hanno seguito bandiere a mezz'asta e abituali discorsi commemorativi, pieni di parole a cui ormai nessuno crede più.
Perché il professore me lo aveva detto, con quella voce bassa e ferma di chi ha già visto il futuro: io so bene cosa sta accadendo, vedrai, più il tempo passa senza che nessuno scopre quanto ho compiuto, più i decessi inizieranno a diventare numerosi e non si potranno più fermare, perché il futuro è iniziato ed è già qui, tra noi.
Professore... la prego, mi consenta almeno una supplica: non sarebbe giusto avvisare tutti di ciò che li attende? Concedere a ognuno di loro il tempo per guardarsi dentro, cambiare rotta, redimersi. Dobbiamo dirgli di resistere alle tentazioni che accompagnano da sempre l'umanità: il denaro che corrompe, la carriera che acceca, il potere che illude, la violenza che umilia, l'indifferenza che uccide. Perché se non c'è avviso, non ci potrà essere nemmeno scelta e senza scelta, che giustizia è mai questa? Perché così, Joseph, muoiono tutti...
No... non tutti muoiono. Questo è il punto. I nanobot non sono ciechi, non sono stupidi. Osservano, valutano e giudicano. Colpiscono solo quando il comportamento supera una certa soglia, quando il tradimento diventa intollerabile, quando il male commesso non ha più scuse.
Un politico che ruba milioni, che affama il suo popolo, che vende la salute dei cittadini... ecco, quello non ha scampo!
Un imprenditore che sfrutta i suoi operai, che inquina l'ambiente, che corrompe funzionari per vantaggi personali o nascondere le sue colpe, ecco... anche lui è segnato!
Un uomo delle istituzioni che giura fedeltà allo Stato e poi serve i potenti, che protegge i criminali, che tradisce la fiducia di chi lo ha eletto... be', anche per lui il conto è presentato!
Ma non è una strage indiscriminata. Non è una punizione divina che colpisce a caso: è una selezione, è una correzione, è... se vogliamo dirla tutta, una forma di giustizia che nessun Tribunale umano aveva mai osato immaginare e ancor meno mettere in pratica.
Eppure, mentre osservo il telegiornale e vedo le immagini di quanti non ci sono più, mentre ascolto le voci dei familiari o di quei suoi amici, colleghi, che non sanno di essere dei sopravvissuti, si... mentre sento domande a cui nessuno sa rispondere, credetemi, dentro di me, non riesco a gioire...
Perché è vero, sì, molti di quelli che sono scomparsi, forse meritavano di andarsene. Ma chi ha deciso per loro? Chi ha stabilito quella soglia? Chi ha tracciato la linea tra chi deve vivere e chi viceversa muore?
Il professore... o forse i suoi nanobot che lui stesso aveva programmato con i tre principi basilari: Libertà, Uguaglianza, Fraternità?
E se quei principi fossero stati interpretati male? Se il confine tra giustizia e vendetta fosse più sottile di quanto pensiamo? Non lo so, ma soprattutto non ho risposte!
So solo che stamattina, mentre facevo colazione sul mio balcone di fronte la piazza principale del paese, sì... mentre avevo il cellulare aperto su "Google notizie", ho letto un articolo che parlava della mia terra, sì... della mia Sicilia.
C'era l'immagine di un uomo dalla corporatura massiccia, un noto imprenditore locale, conosciuto da tutti per i suoi legami politici, ma soprattutto per le amicizie pericolose. Era seduto al bar come ogni mattina. Beveva il suo caffè, leggeva il giornale, salutava i passanti con quel sorriso falso che tutti conoscevamo. Poi, improvvisamente, ha portato la mano al petto. Ha sgranato gli occhi. Ha cercato aria, come se qualcosa dentro di lui gli stesse togliendo il respiro.
Nelle riprese video del bar si vede il momento prima che cadesse, prima che tutti accorressero, prima che qualcuno chiamasse l'ambulanza, ma poi improvvisamente ho visto qualcosa di diverso. Sì... mi è comparsa un'immagine, come se avessi dinnanzi a me uno schermo, ma non era il cellulare, sembrava quasi che i miei occhi fossero sintonizzati su un canale "virtuale": mi è apparso un pensiero di tanti anni prima, quando ero ancora giovane. Sì... nella mia testa, per un istante, è apparsa una scena che ricordavo perfettamente, mentre mi trovavo in un ristorante: mi è tornato in mente quell'uomo. Lo vedevo da lontano - attraverso uno specchio - ricevere i suoi ospiti; da una valigetta, qualcuno di essi prendeva un plico, ed egli, dopo aver letto quei documenti, li ringraziava calorosamente. Infine, tra strette di mano e risate, ecco che prima di salutarli, chiamava il suo portaborse che gli consegnava delle buste: ricordo ancora che qualcuno scherzava, sì... si lamentava del contenuto, considerato troppo leggero; ed egli - mettendo in mostra i suoi avanbracci - rispondeva di tacere, altrimenti glieli avrebbe tolti dalle mani...
Poi la scena è svanita, e l'uomo è caduto.
Sì... allora ho capito: sono i nanobot. Sono loro. Stanno iniziando a parlare e se parlano con me, significa che parlano con tutti.
Questa è la parte che il professore non mi aveva raccontato o forse me l'aveva descritta, ma io non l'avevo compresa o peggio ancora, non avevo voluto ascoltarla.
Mi chiedo cosa accadrà adesso. Mi chiedo quanti altri cadranno, quanti altri saranno giudicati, quanti altri scopriranno che il loro corpo non appartiene più a loro.
Ma soprattutto mi soffermo a pensare se un giorno quei nanobot guarderanno anche me. Se tutti i miei comportamenti quotidiani verranno pesati sulla bilancia della giustizia.
Ed allora cosa fare se non continuare per come si è fatto finora, certo che nulla potrà accadere conoscendo la mia natura e poi, avvisare gli altri? Ma chi crederà mai a quanto dirò pubblicamente?
Il professore aveva detto che gli restavano tre anni per salvare l'umanità. Ma forse l'umanità non voleva essere salvata. Forse l'umanità voleva solo essere lasciata in pace, con i suoi difetti, le sue contraddizioni, la sua libertà di sbagliare.
E ora, mentre il sole tramonta sul balcone del mio appartamento (lo stesso che un tempo era stato scelto per girare un film commedia, in quanto assomigliava alla casa del Sindaco), mentre il silenzio si va facendo sempre più denso, i nanobot continuano a lavorare dentro di noi. Ecco, ora so una cosa in più e cioè che la storia del Professore non è finita con lui.
No... è appena cominciata con noi!
P.S. Questa storia è un racconto di narrativa. Nomi, personaggi, luoghi e incidenti sono frutto della fantasia dell'autore o sono usati in modo fittizio. I nanobot non esistono, il professor Gullotta non è mai esistito. I personaggi e i fatti descritti in quest'opera sono del tutto immaginari. Ogni riferimento a persone reali, viventi o defunte, a eventi o luoghi esistenti è puramente casuale. Ogni somiglianza con la realtà è da considerarsi del tutto involontaria.
C'è un silenzio strano questa sera, nella valle del Chianti di Gambassi Terme, e non assomiglia a nessun altro silenzio che io ricordi.
È un silenzio che profuma di terra bagnata e di cipressi, di vino che riposa nelle botti e di storie antiche che nessuno ormai racconta più.
Ed è in questo silenzio che osservo da lontano la palazzina di fronte a me, bella perché la facciata è ancora in pietra...
Lì abita il professor Gullotta...
L'ho conosciuto alcuni mesi fa nel parco, mentre stava seduto in una panchina subito dopo il tunnel alberato, leggendo "La teoria del tutto", del grande fisico Stephen Hawking...
Ed io, come sempre curioso, ed un po' invadente, ma con garbo, gli chiesi cosa ne pensasse...
E così da quel dialogo improvvisato è nata un'amicizia: mi ha raccontato di esser ritornato lì, da quel suo paese in cui era nato e che poi aveva lasciato per trasferirsi a Torino prima e Oxford dopo, per gli studi universitari.
E poi gli Usa, in cui aveva vissuto quasi l'intera vita. Ora era rientrato, aveva deciso di passare gli ultimi anni della sua vita lontano dai riflettori delle cliniche americane, lontano dai laboratori sterili del New Jersey e poi di New York, sì... lontano da tutto e da tutti.
O forse, dovrei dire ora: più vicino che mai a tutti.
Perché è proprio qui, da questo mio appartamento al centro del paese, che vedo il professore lavorare di notte. Sì... incredibilmente ha ripreso a lavorare, con quelle sue mani schernite e tremanti per la malattia delle artrosi, gli occhi ancora lucidi di chi ha visto troppo e compreso ancora di più.
Già... il Prof. Gullotta ha ricominciato a fare quello che sapeva fare meglio: pensare all'umanità come a un organismo unico, malato, che aspetta solo di essere curato.
Mi chiedo spesso, mentre lo osservo ora dalla finestra della mia memoria, se fosse davvero convinto di ciò che faceva. Se non ci fosse, in fondo a quel suo cuore stanco, un'ombra di dubbio, un sussurro di quella voce che tutti noi sentiamo quando stiamo per compiere qualcosa di irreversibile.
Ma Giuseppe, questo era il suo nome, non aveva dubbi. O forse li aveva sepolti così in profondità che nemmeno lui riusciva più a sentirli.
La storia che vi racconto oggi è la stessa che, parola per parola, mi è stata raccontata e comincia così: in un laboratorio asettico degli USA, un uomo giovane e ambizioso aveva concepito qualcosa che nessuno aveva mai osato immaginare. Non un farmaco, non una terapia, non una semplice scoperta scientifica. Ma un'idea. Un'idea che camminava, respirava, si moltiplicava dentro i corpi delle persone senza che esse ne fossero consapevoli.
I nanobot. Piccolissimi, invisibili, perfetti.
Immaginate un granello di polvere che pensa. Un granello di polvere che osserva, che registra, che giudica. Immaginate miliardi di questi granelli che entrano nel vostro corpo con un respiro, con un sorso d'acqua, con un bacio. E che da quel momento diventano parte di voi, più intimi dei vostri pensieri, più presenti del vostro battito cardiaco.
Giuseppe li aveva progettati per monitorare il corpo. Per capire e comprendere i comportamenti umani su scala globale, raccogliere dati, comprendere le dinamiche fisiche del corpo umano in modo mai visto prima. Era ricerca pura, diceva. Era il futuro della sociologia, della psicologia, della medicina.
Da questa sua ricerca in molti videro grandi prospettive e molte malattie inguaribili vennero curate ed egli vinse l'onorificenza di valore mondiale a cui uno studioso possa ambire: il premio Nobel.
Ma con il passar degli anni, il tempo inizia a far mettere in dubbio molte sue certezze e il futuro, sembra sfuggirgli di mano.
E così, mentre il professor Gullotta invecchiava e la sua malattia ahimè avanzava, già... mentre osserva il mondo da lontano e vedeva ciò che non va, guerre, conflitti, carestie, intolleranze religiose, vittime, morti, traffico di esseri umani, riduzione in schiavitù e sfruttamento minorile, droga, ma anche circostanze diverse come pandemie, infezioni, contagi, malattie o quelle più banali, ma così vicino, come potere politico, riciclaggio, corruzione, illegalità, ecco... osservando tutto ciò, qualcosa dentro di lui cambiò.
Forse dovrei dire che non cambiò affatto, ma emerse semplicemente ciò che era sempre stato lì, nascosto sotto strati di rigore scientifico e di rispettabilità accademica.
Vedeva ovunque cattiveria, vedeva l'umanità mentire, vedeva i politici rubare, i cittadini tradire la fiducia gli uni degli altri, calpestare i valori che avevano costruito la civiltà, dimenticare ciò che significa essere parte di una comunità.
Ed allora pensò: perché non insegnare loro? Perché non correggere ciò che è sbagliato? Perché non usare la scienza per rendere il mondo migliore?
Tre parole lo tormentavano. Tre parole che aveva imparato da specializzando in quelle aule universitarie della Sorbona, e che non aveva mai dimenticato: Libertà, Uguaglianza, Fraternità.
Parole bellissime. Certo... parole vuote, ormai. Parole che nessuno pronunciava più sul serio o quantomeno metteva in pratica!
E allora Giuseppe decise che sarebbe stato lui a ridare senso a quelle parole. Non con le leggi, non con le prediche, non con le rivoluzioni che insanguinano e poi tradiscono. Ma con la scienza, con i suoi nanobot, trasformandoli in qualcosa di più importante, sì... il tutto grazie ad un respiro che avrebbe attraversato il mondo intero.
La parte più difficile non era la tecnologia, quella era già pronta, perfezionata in anni e anni di lavoro solitario, rubata alla stessa sua ex società che credeva di possederla in esclusiva. La parte più difficile per il Prof. era sapere che nessuno avrebbe mai scelto volontariamente di sottoporsi a quel trattamento.
Lo sapeva bene, mi disse...
Nessuno avrebbe mai detto sì a un'iniezione che prometteva di controllarti. Nessuno avrebbe mai accettato di buon grado di essere monitorato, giudicato o corretto. L'umanità si sa... non funziona così. L'umanità vuole essere libera, anche quando la sua libertà la porta ad autodistruggersi.
E allora fece l'unica cosa che poteva fare. Prese i suoi nanobot e li disperse nell'aria.
Centinaia di migliaia di questi microscopici robot rilasciati nell'atmosfera, invisibili, inodori, innocui all'apparenza. E una volta dentro un corpo umano, ecco il miracolo della moltiplicazione. Un nanobot diventa due, due diventano quattro, quattro diventano mille. Si trasmettono con il respiro, con il contatto, con l'amore...
Nessuno se ne accorge. Nessuno sospetta... e il mondo, lentamente, comincia a cambiare.
I medici gli avevano dato tre anni di vita. Gli stessi tre anni che gli son serviti per completare la sua opera. Tre anni per vedere i frutti del suo lavoro, per assistere alla rinascita dell'umanità, per sentirsi il padre di un mondo nuovo.
Tre anni, si diceva Giuseppe mentre guardava il tramonto colorare di rosa quella collina toscana. Tre anni per salvare tutti.
Ed allora un giorno gli chiesi: Ma prof. salvare chi, esattamente? E da cosa? A queste domande, il professore mi guardò... ma non rispose.
Già... erano domande che da tempo non si poneva più o forse se le poneva, ma aveva smesso di ascoltare le proprie risposte.
La sua storia, la nostra storia, è appena cominciata. I nanobot sono tra noi, ora. Li respiriamo, li beviamo, li trasmettiamo a chi amiamo senza saperlo. E presto, molto presto, cominceranno a parlare.
Prima con immagini, poi con pensieri e infine con il silenzio, quello più profondo, quello che non lascia scampo.
E noi, cosa faremo? Ascolteremo? Obbediremo? O proveremo a resistere, come abbiamo sempre fatto, come è nella nostra natura, come è nel nostro destino?
Il professore ha terminato il suo lavoro nei tre anni, i medici non si erano sbagliati. Mi è dispiaciuto molto sapere che non c'era più, che i nostri dialoghi fossero finiti per sempre, mi ha lasciato i suoi libri...
Non so dirvi se ciò che mi ha raccontato fosse vero, ma ha anticipato cosa sarebbe accaduto e quando, ma comprenderete, questa è un'altra storia. E chissà... forse ve la racconterò domani o una prossima volta.
Per ora, vi chiedo di fermarvi un momento, di chiudere gli occhi. Ascoltate il vostro respiro.
Sentite qualcosa di strano?
No? Bene. È esattamente quello che voleva Giuseppe...
CONTINUA
P.S. Questa storia è un racconto di narrativa. Nomi, personaggi, luoghi e incidenti sono frutto della fantasia dell'autore o sono usati in modo fittizio. I nanobot non esistono, il professor Gullotta non è mai esistito. I personaggi e i fatti descritti in quest'opera sono del tutto immaginari. Ogni riferimento a persone reali, viventi o defunte, a eventi o luoghi esistenti è puramente casuale. Ogni somiglianza con la realtà è da considerarsi del tutto involontaria.
Mi colpisce sempre come in questa Nazione e in particolare questa mia terra (che così ben conosco...) debba assistere puntualmente alla nascita di imperi economici che sembrano sorti dal nulla.
Sono società che nascono da zero, anzi da sotto zero e poi, incredibilmente, quei suoi "prenditori" si ritrovano in pochi anni a capo di aziende che fatturano milioni di euro, a gestire immobili di pregio, a collezionare auto di lusso e soprattutto a muoversi con disinvoltura in ambienti che, prima di allora, gli sarebbero stati preclusi.
Ma tranquilli, non vi è alcuna capacità imprenditoriale in loro, nessun intuito brillante, ancor meno l'aver sviluppato un brevetto geniale che il mondo aspettava da tempo e non parliamo poi di capacità intellettiva nettamente superiore alla norma.
No... quella è totalmente inesistente. Nessuno straordinario quoziente intellettivo e ancor meno l'esser stati predestinati da un'entità sovrannaturale a miracoli imprenditoriali che, di fatto, non esistono.
Già... nulla di tutto ciò, quelle fortune sono nate da altro!
Sono nate dal riciclaggio di denaro sporco, dalla disponibilità a mettere se stessi e le proprie società al servizio di un sottobosco che prospera nell'illegalità. Parliamo di un sistema che non ha bisogno di geni, ma di complici. Sì... di complici disposti a tutto, pur di scalare posizioni, pur di apparire, pur di contare qualcosa in quel mondo che, agli occhi dei più, sembra - sempre - premiare i furbi.
E allora mi chiedo, come mi sono chiesto tante volte nel corso degli anni: perché tutto questo continua a essere possibile?
Perché continuiamo a vedere questi personaggi trasformarsi da ambulanti a re del commercio, da piccoli artigiani a titolari di gruppi societari ramificati, da semplici agricoltori a colossi ortofrutticoli, con produzioni che vanno non solo dalla frutta e verdura, ma anche verso olii, vini, conserve, succhi e prodotti trasformati di ogni genere, capaci altresì di controllare l'intera filiera: dalla terra al magazzino, dal magazzino allo stabilimento di lavorazione, dallo stabilimento al banco del supermercato, e da lì fino ai mercati esteri, con marchi propri, partecipazioni societarie, subforniture e una rete di aziende collegate che, di fatto, rende quell'agricoltore di un tempo il vertice di un piccolo impero agroalimentare.
E poi c'è ancora chi si occupa dei trasporti, della logistica, delle flotte di automezzi e autoveicoli, chi gestisce cave, discariche e l'intero ciclo dei rifiuti, chi controlla il settore dell'energia, delle rinnovabili e delle concessioni, chi si infiltra nel mattone, negli appalti e nei servizi pubblici, allargando sempre di più il proprio raggio d'azione, fino a toccare ogni settore dell'economia, senza che nessuno si ponga mai la domanda più elementare?
La risposta è semplice, e sta tutta in quella tecnica investigativa di cui ho scritto migliaia di volte: la sperequazione finanziaria. Sarebbe sufficiente iniziare da quella, per far emergere che qualcosa non torna.
Basterebbe ad esempio mettere in fila i redditi dichiarati e i beni posseduti, le auto, le case, i viaggi, le barche, i gioielli, le quote societarie, e il gioco sarebbe fatto!
Perché non sono gli incassi dichiarati a raccontare la verità su un individuo, ma sono i costi sostenuti nel tempo, da egli e dai suoi familiari e parenti vari...
Sono gli immobili acquistati, le auto cambiate ogni due anni, le vacanze in resort esclusivi, i master pagati ai figli, le cene nei ristoranti stellati, è il tenore di vita, insomma, che parla per loro!
Basterebbe davvero poco per comprendere che un semplice dipendente pubblico, un piccolo imprenditore, un commerciante con fatturati modesti, non può permettersi certi beni. Non può mantenerli, non può giustificarli, non può nasconderli dietro prestanome o società estere, perché prima o poi i conti non tornano.
Ma i controlli, ahimè, non si fanno o meglio, si fanno in modo saltuario, episodico, una goccia in un mare, quasi sempre a seguito di un'inchiesta, di una denuncia, di uno scandalo. Mai in modo sistematico, mai in modo automatico, mai su larga scala.
E allora il sistema resta in piedi, e quei soggetti continuano a prosperare, indisturbati, mentre i cittadini onesti continuano a pagare, costantemente, mese per mese.
Infatti... pagano l'IMU su beni in cui lo Stato non ci ha messo nulla, proseguendo con bolli auto non dovuti, se fossimo in un paese civile; e poi c'è la multa, la sanzione, quella cartella esattoriale (errata) mai recapitata o quasi sempre fuori dai termini previsti di legge, continuando con tasse sui rifiuti che poi restano dietro la porta.
Pagano loro per tutti, senza alcun vantaggio familiare, Isee, Bonus, pagano il massimo di retta per i figli all'università o per tutti i servizi medici in cui non si può attendere, pagano soprattutto per tutti quei servizi che ahimè non ricevono.
Sono sempre loro, i cittadini che possiedono qualcosa, tutti gli altri ricevono... come chi vive da sempre - senza aver mai fatto un cazz..., senza aver mai lavorato - nell'opulenza grazie ad uno Stato che permette lo spreco di milioni e milioni di euro;
Sono gli stessi soggetti che a differenza nostra che paghiamo i rifornimenti a €. 2.50/litro, continuano a girare come sanguisughe con le loro auto blu e per di più con autisti (sempre pagati da noi...), già... sono proprio come quei "pseudo" imprenditori, sempre pronti ad investire in attività, sapendo che tanto... nessuno controlla!
Eppure le leggi ci sarebbero...
Ci sarebbe anche la possibilità di intervenire giuridicamente, sequestrando e confiscando, ovviamente in maniera seria - non per come abbiamo potuto constatare in questi lunghi anni con un sistema istituzionale "illegale" legato al solito"cerchio magico" - ma quello ahimè, rappresenta un ulteriore aspetto grave di questo Paese.
Ma come ripeto da sempre, manca la volontà, manca la cultura della legalità, manca quel senso civico di responsabilità che dovrebbe animare chi ricopre incarichi pubblici e chi amministra la cosa comune!
Perché fintanto che i controlli iniziano solo dopo che qualcuno ha denunciato...
Ah... ricordatevi che bisogna sottostare ora alla nuova Riforma Cartabia; già... un'ambigua normativa che tocca direttamente i cittadini è che fa sì che molti reati (prima perseguibili d'ufficio) ovvero per cui bastava una semplice denuncia da parte di chiunque o l'intervento autonomo delle autorità, sono ora diventati procedibili a querela di parte.
Questo significa che, per far partire le indagini della Procura, è strettamente necessario che la vittima esprima esplicitamente la volontà che si proceda penalmente contro il responsabile. Tra questi reati rientrano, ad esempio, alcune fattispecie di furto aggravato, la truffa, la frode informatica, bancarotta fraudolenta, appropriazione indebita, associazione a delinquere.
Comprenderete bene, come questa riforma sia stata appositamente approvata dai nostri politici, affinché nessuno di noi... denunci!
D'altronde, ditemi: che motivo ci sarebbe di denunciare fatti gravissimi, se questi non rientrano in circostanze personali, ma hanno a che fare ad esempio con problematiche sociali, ambientali o di sicurezza?
Per cosa, ditemi si dovrebbe denunciare? Per poi venir querelati e nei casi peggiori - visto poi quanto accade durante i processi con ripetuti ribaltamenti nei tre gradi di giudizio - costretti a dover pagare anche spese legali, per cosa poi... solo per aver fatto soltanto il proprio dovere da cittadini onesto?
Difatti, con questa nuova legge - e in attesa di vedere qualcuno che si distacchi da questo diffuso paese omertoso - difficilmente potremmo vedere un bagliore di legalità.
Ed allora non resta che continuare a ripetere le stesse cose, sperando che prima o poi qualcuno ascolti: ma chi tra loro... da dentro quel sistema, resta certamente una illusione.
Basterebbe la sperequazione finanziaria, basterebbe soltanto quella per far emergere le discrepanze, per far luce su ciò che non torna, per dare il via ai provvedimenti di sequestro e confisca. Ma non si fa, e allora tutto continua così, come se nulla fosse.
E intanto, mentre si discute di misure e provvedimenti che poco interessano il nostro Paese, mentre ci si gira dall'altro lato, il sistema corruttivo e clientelare continua a prosperare, e con esso continuano a prosperare coloro che, partendo da sotto zero, sono diventati re del commercio, dell'edilizia, dei trasporti, dell'energia, della ristorazione, di qualsiasi settore che offra loro l'occasione per mettere a frutto il denaro sporco.
Ripeto: non è capacità, non è merito, non è intuito. È solo riciclaggio, è solo complicità, è solo un sistema che premia chi non lo merita e punisce chi, invece, merita rispetto e dignità!
Quando leggo le parole di Giorgia Meloni a Saint-Vincent, mentre accarezza la "Balena Bianca" e rivendica i valori della Dc come centro della propria azione di governo, mi viene da sorridere amaramente. Perché quella storia, che lei oggi omaggia con tanta cura, è la stessa che ha accompagnato l'Italia verso un declino che non è soltanto economico, ma morale e civile. E non è una questione di parte, sia chiaro. È una questione di verità.
La Democrazia Cristiana ha governato per decenni, quasi ininterrottamente dalla nascita della Repubblica fino al 1994. Poi è arrivato Berlusconi, con la sua discesa in campo e i suoi governi a intermittenza, dal 1994 al 2011. E ora, dal 2022, c'è Meloni. Se sommiamo gli anni in cui questi tre soggetti hanno avuto responsabilità di governo, arriviamo a 74 anni su ottanta di storia repubblicana, in cui il paese è stato governato sempre dalle stesse culture, dagli stessi sistemi di potere, dalle stesse reti di relazioni. E il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Certo, qualcuno obietterà che la Dc è finita, che Berlusconi è morto, che Meloni è un'altra cosa. Ma la sostanza non cambia. Perché il "partito italiano" di cui si parla a Saint-Vincent non è un partito nel senso tradizionale del termine. È un sistema, un modo di fare politica che attraversa le generazioni e le sigle, e che ha come tratto comune la difesa dell'esistente, la gestione del potere come fine ultimo, la complicità con tutto ciò che serve a restare al comando.
E qui veniamo al punto dolente. Perché la politica italiana non ha soltanto fallito nel costruire un paese più giusto. Ha fatto molto di peggio. Ha convissuto, quando non ha direttamente sostenuto, con gruppi eversivi, con apparati militari deviati, con logge massoniche coperte, con pezzi di criminalità organizzata. Aldo Moro, che di quella Dc era uno dei padri nobili, è stato assassinato dalle Brigate Rosse, ma ancora oggi non sappiamo fino in fondo chi abbia voluto quella morte, chi l'abbia agevolata, chi abbia guardato altrove. E non è l'unico. Da Piersanti Mattarella a Carlo Alberto dalla Chiesa, da Giovanni Falcone a Paolo Borsellino, la lista degli uomini fedeli allo Stato uccisi mentre la politica faceva finta di non vedere è lunghissima.
E poi c'è il capitolo della criminalità organizzata. Perché per decenni, in molte parti del paese, i voti si sono comprati con favori, appalti, protezioni. La mafia, la camorra, la 'ndrangheta non sono cresciute nel vuoto. Sono cresciute dentro un sistema che aveva bisogno del loro consenso e che in cambio offriva tolleranza, silenzio, impunità. E questo non è un capitolo chiuso. È una ferita ancora aperta, che continua a sanguinare.
Ma il fallimento non è soltanto quello dei grandi crimini. È anche quello quotidiano, silenzioso, che si vede nella vita di tutti i giorni. L'uguaglianza tra i cittadini è un principio scritto nella Costituzione, ma nella realtà siamo divisi in serie A, serie B e serie C.
Chi ha una famiglia alle spalle, chi ha le giuste conoscenze, chi può pagare, accede a tutto, gli altri restano fuori. La scuola, che dovrebbe essere il primo motore di mobilità sociale, è stata smantellata pezzo dopo pezzo: tagli, precarietà, edifici che cadono a pezzi, programmi sempre più poveri. La ricerca, che dovrebbe essere il futuro del paese, è stata abbandonata a se stessa. E così i nostri migliori cervelli se ne vanno all'estero, dove trovano le condizioni che qui non hanno mai avuto.
Sì... perché parliamo di un sistema che si auto-protegge, oscurando anche le notizie che lo riguardano - soprattutto quando nelle inchieste compaiono i nomi dei suoi referenti politici. È il caso della Sicilia: in queste ore il governo regionale è sul punto di dimettersi. E stranamente, la pseudo "TV di Stato" che paghiamo e quella privata non hanno dedicato un minuto all'argomento: si occupano, invece, di temi per lo più banali.
E ancora... una sanità allo sfacelo. Reparti chiusi, liste d'attesa infinite, medici che fuggono, infermieri sottopagati e dentro questo sistema, la corruzione prospera. Appalti truccati, primari nominati per raccomandazione, mazzette che passano di mano come se fosse la cosa più normale del mondo. Il denaro contante circola senza controllo, e con esso la droga, la prostituzione, i traffici più loschi. E più si sale in alto, più le cose si fanno sporche. Perché il clientelismo non è un fenomeno marginale. È il tessuto connettivo della politica italiana, quello che tiene insieme destra e sinistra, passato e presente.
E allora, quando sento Meloni dire che il centro non è un luogo dove stare a metà strada, ma una cultura fatta di famiglia, lavoro, libertà e senso dello Stato, mi chiedo quale Stato abbia in mente...
Perché lo Stato di cui parla è lo stesso che ha permesso tutto questo. Lo stesso che ha convissuto con i terroristi, con la mafia, con la massoneria deviata. Lo stesso che ha distrutto la scuola, la sanità, la ricerca. Lo stesso che ha lasciato morire uomini come Falcone e Borsellino, e che ancora oggi non ha il coraggio di dire la verità su chi li ha uccisi.
Forse, allora, il problema non è il centro, non è la Dc, non è Berlusconi, non è Meloni. Il problema è un sistema che ha ottant'anni e che non è mai stato realmente messo in discussione. Un sistema che continua a riprodursi, a cambiare faccia, a trovare nuove etichette, ma che resta sempre lo stesso.
E come grido ormai da troppi anni, finché non avremo il coraggio di guardare in faccia questa realtà, di chiamare le cose con il loro nome, di pretendere verità e giustizia, continueremo a girare in tondo, continuando a chiamare "partito italiano" ciò che è stato un vero e proprio schifo, ma non solo, continuando a festeggiare gli anniversari e a promuovere funerali di Stato che non avrebbero dovuto esserci, ma come riportavo sopra, tutto ciò non fa altro che confermare ancora una volta, come lo sfacelo non sia mai finito!
Ripensando a quel mio post di giovedì 5 ottobre 2023 (Link), mi sono reso conto di quanto il tempo, a volte, si diverta a tessere trame che nemmeno un fantasioso narratore saprebbe immaginare...
A quel tempo mi interrogavo (con una punta garbata d'ironia), su quali fossero le novità del "nuovo" CTS, quel "Comitato Tecnico Specialistico" che nella nostra terra si occupa delle autorizzazioni ambientali di competenza regionale.
Già... in quel periodo avevo letto della nomina del nuovo Presidente, della nuova commissione, ma soprattutto di una nuova fase di trasparenza e semplificazione, eppure, dopo quelle nomine, erano passati all'incirca tre mesi e stranamente, le mie ricerche sul web, non avevano condotto a nulla.
Ancora oggi ricordo bene il mio rammarico, sì... nel non trovare quotidianamente le giuste risposte che spiegassero le nuove procedure di quello snellimento, dei procedimenti amministrativi, di quelle regole di trasparenza.
Ero interessato a comprendere quali direttive fossero state intraprese, comunicate, applicate, ordinate non solo ai vari dipartimenti regionali e la stessa Commissione, ma anche alle associazioni di categoria e ai liberi professionisti iscritti agli ordini professionali.
Certamente il fine era alto e nobile: agevolare l'iter procedurale, mettere in atto regole di semplificazione, miglioramento e soprattutto legalità.
Ed allora mi chiedevo pubblicamente da questo mio Blog (con quel tono che da sempre mi contraddistingue: cortese ma che non nasconde una sottile preoccupazione), se qualcuno volesse scrivermi per farmi comprendere, informarmi, chiarire cosa stesse accadendo e perché quel diffuso silenzio, d'altrionde erano tanti i lettori che mi avevano sollecitato a farlo.
Del resto si sa... il settore dell'ambiente nella nostra regione non è solo una rilevante realtà economica e finanziaria, ma soprattutto, un importante indotto occupazionale.
Poi, la memoria è corsa ad un altro post, già... quello pubblicato su una pagina social (Facebook) che diceva: oggi si è insediato il nuovo nucleo della CTS, commissione tecnica specialistica: nuovo Presidente, vicepresidente, segretario, coordinatore della sottocommissione Ambiente ed energia, coordinatore sottocommissione pianificazione territoriale, coordinatrice sottocommissione PNRR e progetti soggetti a finanziamento.
Sono andato a ricercarlo e l'ho ritrovato tra i mei appunti conservati; il post (dello scorso anno) riportava: abbiamo fatto il punto sul buon lavoro svolto finora e su alcune esigenze da attenzionare secondo le priorità indicate dal governo Schifani. Sono molto orgogliosa della CTS, fiore all'occhiello del mio assessorato, sappiamo quanto sia a volte arduo trovare il giusto equilibrio tra la tutela ambientale e lo sviluppo, che dobbiamo agevolare per far crescere la Sicilia. Questo è il compito che siamo chiamati a svolgere. Buon lavoro!
Ricordo altresì come seguivano tutta una serie di commenti (che non sto qui a riportare) dove venivano espressi giudizi positivi e grandi manifestazioni calorose, sì... un vero e proprio entusiasmo collettivo che allora sembrava non doversi esaurire.
Ed ecco che ora, a distanza di un anno, la cronaca irrompe con tutta la sua crudezza!
Un'inchiesta per corruzione coinvolge oggi quell'ex vicepresidente della Regione e fino allo scorso agosto presidente della Commissione tecnica specialistica, già l'organismo che valuta le domande per nuovi investimenti nel settore delle energie alternative, ora al centro di un'indagine della Procura di Palermo che ipotizza il reato di corruzione.
Ho appena finito di leggere due articoli su (Live Sicilia) e ((Palermo.gds.it) in cui viene riportato come le microspie abbiano registrano una consegna di denaro e difatti, nell'immagine, si vede l'interno di una auto riempita di telecamere. Per la Procura si tratta di tangenti che si sarebbero incassate per garantire ad alcuni imprenditori una corsia preferenziale nell'approvazione delle pratiche.
Si parla di una parcella da fare, di un anticipo, di una fattura pro forma emessa per mascherare le mazzette. Si parla di soldi in una busta, di un sacchetto dell'immondizia, di incontri monitorati e di conversazioni in cui l'indagato, secondo l'accusa, avrebbe messo a disposizione non solo la sua carica, ma anche la sua rete di relazioni per fissare incontri con i dirigenti regionali negli assessorati all'Ambiente e all'Energia.
E allora viene da chiedersi: dove è finito quell'entusiasmo e quella grande voglia di mettersi all'opera che avevo letto? Dove sono le nuove procedure di semplificazione, i procedimenti amministrativi, le regole di trasparenza che attendevo? Forse, come dicevo, avrò cercato in maniera errata o forse, sulla barra di Google, non vi era nulla di nuovo perché la realtà superava, ahimè, qualsivoglia mia ricerca.
Resta allora il fatto che quel mio appello del 2023 - rivolto a chiunque avesse voluto scrivermi per chiarire - risuona oggi con un'inattesa quanto amara attualità, ma non solo, è finita anche la speranza che, al di là delle vicende giudiziarie in corso, quel settore dell'ambiente nella nostra isola possa realmente mai trovare quel giusto equilibrio tra tutela, sviluppo e legalità.
Perché di promozioni tanto decantate, almeno a parole, ne abbiamo ascoltate fin troppe, salvo poi scoprire che - grazie a tutte le inchieste giudiziarie compiute - proprio coloro che le avevano a gran voce invocate, erano gli stessi che, nei fatti, si sono dimenticati a perseguirle!
L'altro ieri riportavo dell'incontro avuto con il Presidente Alfio Grassi e delle sensazioni che ne avevo tratto.
Ora, a distanza di poche ore, stanno giungendo tutta una serie di notizie che sembrano dare un senso a quel mio presentimento.
La notizie riportate dal web (Link) anche sui silenzi a cui stiamo assistendo ((Link) - secondo l'ipotesi investigativa - lasciano intendere che al centro dell'indagine non ci sarebbero solo tangenti, ma anche una rete di favori da parte di burocrati e funzionari regionali, il tutto per agevolare il buon esito delle pratiche ambientali presentate da quelle loro "imprese amiche".
Ora gli inquirenti intendono verificare se attorno all'ex presidente della CTS esistesse una sorta di "cerchio magico" composto da dirigenti amministrativi e responsabili dei procedimenti, in grado di orientare le decisioni della Commissione, in maniera positiva o negativa.
Difatti, secondo la Procura, tra i nove indagati figurerebbero anche soggetti indicati quali intermediari dei pagamenti illeciti, questi ultimi celati sotto forma di consulenze "fittizie" per conto di talune società, con consegna poi del denaro contante a chi di dovere.
L'ipotesi investigativa ha riportato di come venissero concordati in anticipo tempi e modalità delle trattative con le imprese, così da indirizzare il contenuto di quegli atti a taluni funzionari (infedeli), incaricati di seguire le pratiche di loro interesse.
Inoltre, un secondo filone dell'inchiesta riguarderebbe una società attiva nel settore energetico, per un impianto di selezione rifiuti e produzione di biometano, per il quale sembra si sia ricevuto denaro.
Ed infine (per modo di dire...), sempre secondo gli inquirenti, ci sarebbe un terzo episodio che coinvolge la sanità, con un presunto pagamento per bloccare provvedimenti sugli accreditamenti.
Il quadro, comprenderete, è ancora ampio e in fase di indagini preliminari. La Procura ha chiesto misure cautelari, ma la decisione spetta al Gip, che ha fissato gli interrogatori preventivi per il 12 e 13 ottobre. Le perquisizioni sarebbero state disposte proprio per evitare la dispersione delle prove dopo le notifiche.
Da quanto sta ora accadendo ho comunque la sensazione - sarà colpa del mio leggere continuamente notizie di cronaca e romanzi legal/thriller - che l'inchiesta non si sia ancora conclusa...
Vedrete, non vorrei sbagliarmi, ma siate sinceri: quante volte ciò che ho scritto e quindi anticipato nei miei post non si è poi, con il passar degli anni, concretizzato?
Ed allora vi anticipo ancora una volta il mio pensiero, se volete potrete considerarlo un ennesimo scoop: l'inchiesta è appena iniziata e a breve altri soggetti - al di sopra di ogni sospetto - verranno chiamati in causa.
Ci tengo comunque a reiterare che la richiesta di arresto non equivale a una condanna, e che per tutti gli indagati vale sempre la presunzione di innocenza, fino a eventuale sentenza definitiva.
Oggi vorrei affrontare un tema che nei social pochi conoscono, e lo vedo quotidianamente dai loro resoconti.
Già... non tengono minimamente conto di ciò che è realmente accaduto nel corso della storia, preferendo una narrazione parziale e semplificata.
Innanzitutto va detto come gli arabi non hanno abitato a lungo in modo stabile la Palestina, quantomeno continuativamente, se non solo per poco più di un secolo.
Difatti, per quattro secoli, dal 1516 al 1918, la Palestina è stata una negletta provincia turca quasi disabitata, consegnata dall'incuria dei governi di Istanbul, alla sabbia del deserto, alle paludi.
Ecco perché per capire davvero questa terra, bisogna andare molto più indietro...
Sì... prima ancora di Alessandro Magno, la regione era abitata fin dal III millennio a.C. dai Cananei, un insieme di popolazioni semitiche organizzate in città-stato e piccoli regni. Non erano un popolo unitario, ma una costellazione di genti diverse — Hittiti, Amorrei, Gebusei, Perizziti e altre - che la Bibbia ha schematizzato in sette nazioni.
Verso il 1200 a.C. arrivarono dal mare i Filistei, un popolo di origine egea, probabilmente cretese, che si stanziò sulla costa meridionale attorno alle cinque città di Gaza, Ashkelon, Ashdod, Ekron e Gat.
Ed è proprio da loro che deriva il nome "Palestina": i Romani, dopo aver represso la rivolta ebraica di Bar-Kochba nel 135 d.C., ribattezzarono la provincia di Giudea in "Syria Palaestina", usando il nome dei Filistei - antichi nemici degli Israeliti - proprio per cancellare il legame ebraico con quella terra.
Gli Israeliti quindi, secondo la tradizione, si stabilirono nell'entroterra e fondarono prima un regno unito sotto Saul, Davide e Salomone (circa 1020–922 a.C.), con capitale Gerusalemme. Dopo Salomone, il regno si divise in due: il Regno di Israele al nord e il Regno di Giuda al sud.
Questa divisione fu fatale. Il Regno del Nord fu conquistato dagli Assiri nel 722 a.C., che deportarono gran parte della popolazione. Il Regno del Sud, Giuda, resistette ancora per più di un secolo, ma nel 586 a.C. i Babilonesi di Nabucodonosor conquistarono Gerusalemme, distrussero il Primo Tempio e deportarono la classe dirigente a Babilonia.
Nel 539 a.C., il re persiano Ciro il Grande conquistò Babilonia e, con una politica di tolleranza religiosa, permise agli esuli ebrei di tornare in patria e ricostruire il Tempio. La regione divenne una satrapia dell'Impero Persiano chiamata "Athura" (Oltre il Fiume), godendo di una certa autonomia religiosa e amministrativa.
Poi - come anticipavo sopra - arrivò Alessandro Magno, nel 332 a.C. Dopo la sua morte, la regione passò sotto il controllo di due dinastie di origine greca: prima i Tolomei d'Egitto, poi i Seleucidi di Siria. Sotto i Seleucidi, in particolare con Antioco IV, si tentò una forzata ellenizzazione. Questo portò alla rivolta dei Maccabei (o Asmonei) nel 167 a.C., che riuscì a riconquistare l'indipendenza e a instaurare un regno ebraico che durò circa un secolo.
Nel 63 a.C., il generale romano Pompeo conquistò la regione, ponendo fine all'indipendenza asmonea. Sotto i Romani, il territorio divenne prima uno stato vassallo (con Erode il Grande) e poi una provincia. E' in questo contesto storico che si colloca la vita di Gesù di Nazareth.
La dominazione romana fu segnata da tre grandi rivolte ebraiche.
La Prima Rivolta (66–70 d.C.) fu brutalmente repressa: il futuro imperatore Tito assediò e distrusse il Secondo Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. La Seconda Rivolta (115–117 d.C.) avvenne sotto Traiano e fu sedata con la forza. La Terza Rivolta (132–135 d.C.), guidata da Bar-Kochba, fu l'ultima grande sfida. La repressione di Adriano fu devastante: Gerusalemme fu rasa al suolo e ricostruita come città pagana con il nome di Aelia Capitolina, e agli ebrei fu proibito di entrarvi.
È proprio in questo frangente, dopo il 135 d.C., che l'imperatore Adriano ribattezzò la provincia di Giudea in "Syria Palaestina", un nome scelto per cancellare definitivamente il legame ebraico con la terra e riferirsi ai suoi antichi nemici, i Filistei.
Con la divisione dell'Impero Romano nel 395 d.C., la regione passò sotto il controllo dell'Impero Bizantino (Romano d'Oriente). In questo periodo, il cristianesimo divenne la religione dominante e Gerusalemme fu trasformata in una città santa cristiana.
Tuttavia, le tensioni religiose non scomparvero: vi furono periodiche persecuzioni contro gli ebrei e, nel 614 d.C., i Persiani Sasanidi invasero la regione, causando un massacro a Gerusalemme. L'imperatore bizantino Eraclio riuscì a riconquistarla nel 629 d.C., ma solo per pochi anni.
Alla vigilia della conquista islamica, quindi, la Palestina era una provincia bizantina. La popolazione era un mosaico di genti: c'erano discendenti dei Cananei e dei Filistei, ma anche Ebrei, Samaritani, Greci, Romani e, cosa importante, una presenza araba stabile. C'erano infatti tribù arabe cristiane, come i Ghassanidi, che erano alleati dei Bizantini, e altre comunità arabe stanziali o nomadi che vivevano nella regione da secoli.
Quando l'esercito arabo-musulmano arrivò nel 634 d.C. e sconfisse i Bizantini, non entrò in un vuoto politico o demografico, ma in una terra già profondamente segnata da secoli di dominazioni, conflitti religiosi e da una presenza araba consolidata.
Gli Arabi conquistano la Palestina soltanto nel 637 e vi regnano fino al 750, per 113 anni in totale!
Poi vi si alternano Persiani, Turchi, Circassi, Bizantini, Curdi, e nel 1099 i Crociati cristiani, sconfitti nel 1187 da un condottiero curdo, il Saladino. Nel 1244 sono delle tribù alleate di Gengis Khan a occupare e a mettere a sacco la Palestina. Poco dopo arriveranno i Mongoli, cacciati nel 1516 dai Turchi che costituiranno l'Impero Ottomano, dalla Turchia ai paesi del Magreb, vale a dire lungo tutta la costa meridionale del Mediterraneo. I Turchi vi resteranno fino alla fine della prima guerra mondiale, nel 1918.
La Palestina - meglio conosciuta in quei secoli come "provincia di Damasco" e comprendente l'attuale Israele, Cisgiordania, Giordania, Libano e parte della Siria - incomincia a essere "restaurata" solo a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, quando i primi pionieri ebrei, giunti dall'Impero zarista, creano qualche occasione di lavoro, capace di attirare lavoratori di altre province turche, come la Siria, l'Iraq, l'attuale Giordania (creata artificialmente, a tavolino, solo nel 1921), lo stesso Egitto.
Maggiori occasioni lavorative si sviluppano tra la prima e la seconda guerra mondiale, sia per l'occupazione britannica che per le fatiche dei contadini ebrei, con i loro aranceti e le terre acquistate a caro prezzo dagli sceicchi arabi e strappate alla sabbia, e al conseguente indotto.
Che oggi i palestinesi, cioè i pronipoti dei tanti lavoratori arabi giunti in Palestina un secolo fa, esistano e abbiano acquisito una coscienza nazionale, prima del tutto inesistente, è vero. Che abbiano diritto a un loro territorio e a un loro Stato autonomo oltre alla Giordania, dove più dei due terzi degli abitanti sono palestinesi, ritengo sia altrettanto corretto, ma ritengo che non è falsando la Storia che questi diritti possano trasformarsi in un riconoscimento internazionale.
Ma allora cos'è e di chi è la Palestina? Come entità autonoma la Palestina (Peleshet) non è mai esistita, né sono mai esistite una lingua e una cultura palestinesi. I palestinesi, come i giordani, i siriani, i libanesi e gli iracheni (rappresentano entità nazionali inventate dopo la prima guerra mondiale, nel 1920) sono arabi, proprio come i giordani, i siriani e così via, e tali unicamente si considerano.
D'altronde è un dato certo che, per quasi 1900 anni, l'area designata con il nome greco-romano di Palestina (per far dimenticare il nome stesso di Giudea) non è mai stata una nazione, né ha avuto frontiere determinate, ma solo confini amministrativi!
La decadenza e il degrado della Palestina la fatta apparire, nella seconda metà dell'Ottocento, una "landa desertica e paludosa (...) quasi disabitata" agli occhi di Edmondo De Amicis, mentre nel 1867 Mark Twain scriveva che la Palestina era "una silenziosa e funerea estensione, una desolazione (...). Non abbiamo mai visto un essere umano sulla strada (...). Perfino gli ulivi e i cactus, quegli amici sicuri di un terreno incolto, hanno per lo più abbandonato il paese (...). La Palestina siede su sacchi di cenere, desolata e brutta...". Gli unici insediamenti permanenti in Palestina - segnatamente a Gerusalemme e a Safed, sede ininterrotta quest'ultima di università religiose - sono stati quelli ebraici, a partire dalla fine del regno ebraico nel 70.
Dunque, nei mille anni che precedettero Alessandro, e poi fino alla conquista araba, la terra che chiamiamo Palestina non fu mai una nazione unitaria. Fu il luogo d'incontro e di scontro di Cananei, Filistei, Israeliti, Aramei, Assiri, Babilonesi, Persiani, Greci, Romani, Bizantini e infine Arabi.
Una stratificazione continua di popoli e poteri, che spiega - in maniera chiara proprio a tutti quegli pseudo-intellettuali da social - perché ancora oggi la domanda «di chi è quella terra e a chi appartiene da sempre la Palestina?» sia così difficile da sciogliere.
Mercoledì 6 marzo 2024 scrivevo un post (Link) intitolato: “Novità sull’incontro richiesto alla CTS??? Ho incontrato il Presidente Alfio Grassi e mi ha anticipato che…”.
Nel post era riportato quanto segue: Ieri mattina, mentre uscivo dal Tribunale di Catania, ho avuto il piacere d’incontrare il Dott. Alfio Grassi, Presidente del Consorzio della Pietra Lavica dell’Etna.
Ne ho approfittato per chiedergli se, dall’ultima volta in cui ci eravamo visti, vi fossero state delle novità. Mi riferivo, in particolare, all’incontro che le tre categorie siciliane di cavatori avevano richiesto a suo tempo al Presidente della CTS, Dott. Avv. Gaetano Armao.
Il Presidente Grassi mi confermava che, purtroppo, nessuno da parte della CTS aveva risposto.
Perdonatemi la riflessione personale, ma ritengo che quanto accada in questa nostra regione rappresenti qualcosa di paradossale. D’altronde, vorrei comprendere quale motivazione conduca una parte – tra l’altro istituzionale – a rifiutare un incontro ufficialmente richiesto.
Ma soprattutto, mi confermava che le problematiche a suo tempo evidenziate dal gruppo (Link) erano rimaste del tutto immutate.
Di poche ore la notizia appena pubblicata sul web (Link), che riporta quanto segue: presunte mazzette alla CTS ambientale, nove indagati, perquisiti casa e studi degli indagati, coinvolto anche un deputato MPA.
Si parla di pressioni di imprenditori e Confindustria sul governo regionale per avere fondi sui rifiuti, e delle parole dell’ex assessore...
Sono nove le persone coinvolte fra richieste di arresto, inviti a comparire e perquisizioni. Lo rende noto una secca comunicazione della Procura di Palermo diretta da Maurizio de Lucia.
Al centro dell’inchiesta, un presunto giro di mazzette attorno alla Commissione tecnica specialistica per le autorizzazioni ambientali. Spuntano la richiesta di arresto per l’ex vicepresidente della Regione e il coinvolgimento diretto di un deputato regionale dell’Mpa.
Questa mattina, i poliziotti della Squadra Mobile di Palermo, guidati da Antonio Sfameni, hanno notificato agli indagati la convocazione del GIP per il delicato passaggio dell’interrogatorio preventivo.
L’indagine è coordinata dal pool della Procura guidato dalla procuratrice aggiunta Francesca Mazzocco, che ha chiesto l’emissione di misure cautelari non solo per l’ex presidente della CTS, ma anche per una rete di professionisti, pubblici ufficiali e imprenditori che avrebbero beneficiato di favori in cambio di denaro.
Le accuse formali vanno dalla corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio alla corruzione per l’esercizio della funzione. Le perquisizioni a tappeto tra uffici pubblici, abitazioni e studi legali a Palermo e Roma si sono rese necessarie proprio per blindare i riscontri probatori ed evitare l’inquinamento delle prove prima del confronto con il Giudice.
Tra gli indagati oltre i due politici compaiono figure di spicco del nostro tessuto imprenditoriale siciliano.
L’elenco completo dei nove indagati per cui la Procura ha sollecitato l’applicazione delle misure cautelari lo trovate nel link sopra riportato. D’altronde, come ben sapete, al sottoscritto interessa poco o nulla conoscere i nomi. Ci tengo però a riportare che, trovandosi il procedimento nella fase delle indagini preliminari, per tutti i soggetti coinvolti vige rigorosamente il principio della presunzione di innocenza fino a eventuale terzo grado di giudizio. Nel link dell’articolo riportato sopra ed in questo pubblicato stamani (Link), trovate le reazioni espresse da parte di alcuni indagati.
Ora, il faro degli investigatori, si concentra unicamente sulla gestione della Commissione tecnica specialistica per le autorizzazioni ambientali regionali e si parla di un vero e proprio snodo strategico-amministrativo per la Sicilia, l’ufficio da cui passa il semaforo verde per tutti i macro-impianti industriali, energetici e per le energie rinnovabili nell’isola.
L’ipotesi degli inquirenti è che dietro il parere tecnico di alcuni dossier potesse nascondersi un sistema illecito ben collaudato.
Ma torniamo a quanto mi era accaduto. Durante il colloquio, il Dott. Grassi mi anticipava comunque di un articolo che, da lì a poco, sarebbe stato pubblicato nella testata giornalistica “Live Sicilia” (Link):
Difatti, nel primo pomeriggio, ho ritrovato sul sito web il post che per l’appunto affrontava i temi riguardo la semplificazione della nuova disciplina delle procedure di autorizzazione e gestionali delle cave, lo snellimento burocratico, ed ancora l’entità dei canoni e la chiarezza sugli oneri e sugli adempimenti di ripristino ambientale affinché non si cumulino, entrambi, in capo alle imprese.
L’articolo, a nome del Presidente delle sezioni marmi di Sicindustria Trapani, Giovanni Castiglione, riportava quanto segue: “Sono queste le priorità che le aziende del settore lapideo siciliano mettono sul tavolo in vista dell’approdo in Aula del disegno di legge n. 239/A sul riordino della normativa dei materiali da cave e materiali lapidei. Sicindustria, il Consorzio della Pietra Lavica dell’Etna e il Consicav, Consorzio siciliano cavatori, auspicano infatti che si riesca ad arrivare all’approvazione di un testo che sia in linea con quello spirito innovativo indispensabile per dare una risposta adeguata alle esigenze di un comparto costretto a fare i conti con una normativa ferma da oltre 40 anni”.
Riprendendo con il Dott. Grassi, chiedevo a egli quali fossero le reali motivazioni che, a mio avviso, avessero ancora vincolato le tre categorie di cavatori dal procedere formalmente – viste le motivazioni a suo tempo formulate nella richiesta d’incontro che mi permetto di ricordare, evidenziavano “disfunzioni della Commissione Tecnica Specialistica del Servizio 1 VIAVAS dell’Arta Sicilia” in violazione dei principi regolamentari e normativi – attraverso gli organi competenti.
A questa precisa domanda il Presidente Grassi, scusandosi, mi dichiarava che per motivi di riservatezza non poteva anticiparmi nulla; tuttavia, dal suo sguardo, ho avuto come la sensazione che qualcosa a breve si stia per avviare…
Ma chissà, forse mi sto sbagliando?
Ed allora, riprendendo nuovamente oggi quel finale e osservando quanto sta ora accadendo: No... non mi ero sbagliato!
P.s. Credo comunque che sia giunto il momento di ricontattare il Dott. Alfio Grassi per approfondire innanzitutto quanto accaduto alcuni giorni fa a Palermo (lunedì 03 c.m.) presso il Parlamento Regionale Siciliano Palazzo dei Normanni, dove erano stati convocati i Sindaci della provincia palermitana e le Associazioni di categoria. Difatti, tra quanti sono intervenuti, ho potuto ascoltare anche il suo intervento – in qualità di Presidente del “Consorzio della Pietra Lavica dell’Etna” – e constatare come le decisioni che erano state prese sul piano paesaggistico da parte dell’Assessorato, dopo meno di un’ora da quella riunione, siano state improvvisamente revocate dall’Assessore attraverso un comunicato stampa. Chissà… debbo forse pensare che quella decisione abbia a che fare con quanto sta ora accadendo?
Ho letto in queste ore le dichiarazioni del presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, in occasione del 34° anniversario della Strage di Capaci.
Sono parole che conosco, che ho sentito tante volte, e che continuano a risuonare ogni volta con lo stesso peso: "La mafia va combattuta, sempre, mai abbassare la guardia, perché è in continua trasformazione e trova molti modi di penetrazione nella società. Il dovere delle istituzioni, ma anche di tutti i cittadini, è restare uniti".
Eppure, mentre leggo queste profonde parole, mi accorgo che dentro me qualcosa non torna.
Già... perché una cosa è dire a noi cittadini, ad alta voce, "contro la mafia, istituzioni e cittadini siano uniti" e tutt'altra cosa è poi non fare nulla, ma proprio nulla di nulla, per proteggere e difendere l'operato di quegli esigui cittadini che, con coraggio, hanno evidenziato di non aver paura, denunciando senza alcuna remora, su quanto sono venuti a conoscenza.
Sì... perché, posso personalmente assicurarvi, quanto poi realmente accade è tutt'altra cosa.
Già... lo si prova sulla propria pelle, a differenza della maggior parte di quei loro connazionali, conterranei, che si dimostrano sempre omertosi e soprattutto compromessi, legati a filo doppio con quelle istituzioni corrotte, con quella politica compiacente sempre pronta a concedere favori e soprattutto a pretendere qualche preferenza in più, in quel classico gioco di scambio tra voti e posti di lavoro, raccomandazioni, spinte di carriera, a cui poi si sommano le richieste formulate alla criminalità.
Ma d'altronde parliamo di una marea di soggetti che non hanno alcuna dignità, che si ritrovano a vivere come miserabili pur di ottenere benefici personali o familiari, certamente lontani dal doversi confrontare con quanti hanno fatto viceversa da sempre il proprio dovere.
Sì, perché va detto... mai per proprio tornaconto, mai per difendere o proteggere qualcosa di personale, viceversa solo e soltanto per portare avanti quei principi di legalità e di rispetto delle norme che, ahimè, come sempre accade, vengono ripetutamente violate.
Perché chi denuncia subisce una serie di offese e torti personali indicibili, che vanno non solo dagli attacchi gratuiti di chi partecipava a quelle collusioni, ma non solo, vi sono i costi personali da dover sostenere per ogni convocazione presso i Tribunali di competenza, ma soprattutto, dover constatare come, dopo i giudizi di condanna espressi nei vari gradi di giudizio, si debba continuare ad assistere alle modalità messe in atto dai loro nominati difensori, già... quei noti "azzeccagarbugli" che provano, e a volte ci riescono, a ribaltare la verità e di conseguenza anche tutta la documentazione verificata dalle forze dell'ordine.
Parliamo di documenti che erano stati oggetto dell'inchiesta giudiziaria e quindi prove concrete, successivamente presentate dai PM.
E allora mi chiedo: dove finisce l'unità invocata? Dove finisce quella protezione promessa a chi, ogni giorno, sceglie di non girarsi dall'altra parte?
Perché le parole, quando restano parole, non salvano nessuno. E la memoria, se non si trasforma e diventa impegno concreto, rischia di essere l'ormai classico rituale sterile, vuoto, lo stesso che ahimè, consentitemi di aggiungere: osservo ogni giorno!
Nel post che ho pubblicato domenica 27 c.m. – chi volesse rileggerlo lo trova qui [Link] – ponevo una domanda diretta alla Ferrari.
Oggi, a distanza di pochi giorni, arriva la risposta e devo dire che mi ha lasciato più perplesso di quanto immaginassi.
La responsabile della Comunicazione Ferrari, ha parlato di "speculazioni", di "gossip", di fiducia confermata in Fred Vasseur.
Ha detto che la posizione è chiara, che non è cambiata, che non intendono alimentare supposizioni provenienti dall'esterno. Parole limpide, per carità...
Ma è proprio su quella parola – gossip – che mi sono fermato.
Perché la Treccani, alla voce "gossip", dice: pettegolezzo, chiacchiera indiscreta o mondana. E allora mi chiedo: davvero stiamo parlando di questo? Davvero la candidatura di Horner, le sue dichiarazioni, il suo messaggio in chiaro, sono riducibili a una chiacchiera da salotto?
A me pare che qui non ci sia nulla di mondano. Qui ci sono fatti. Fatti che durano da oltre vent'anni. Fatti che noi tifosi conosciamo fin troppo bene, e che non hanno bisogno di essere ripetuti ancora una volta per risultare evidenti.
Il punto non è raccontare di nuovo cosa non funziona. Il punto è che la Ferrari, davanti a una candidatura esplicita come quella di Horner, ha scelto di rispondere con una parola che sposta il piano della discussione. Dal merito al pettegolezzo. Dai fatti alle supposizioni.
E questo, francamente, è ciò che mi colpisce di più. Non la conferma di Vasseur, che ci sta. Non la fiducia dichiarata, che è legittima. Ma il fatto che si sia sentito il bisogno di etichettare come "gossip" qualcosa che gossip non è.
Perché quando un uomo come Horner – con il suo palmarès, con la sua storia, con il suo curriculum – dice pubblicamente che verrebbe a Maranello domani mattina, non stiamo parlando di una voce di corridoio, no... stiamo parlando di una notizia e le notizie, si commentano nel merito, non si respingono con una parola.
Certo, la Ferrari dirà che la posizione è chiara, che hanno già fatto le loro scelte, che bisogna restare uniti e compatti. E va bene. Ma uniti e compatti verso cosa? Verso un altro anno che se ne sta andando, tra le solite promesse e i soliti risultati? Verso un campionato che, ormai, si decide altrove, mentre noi continuiamo a guardare gli altri alzare i trofei?
Io non lo so. So solo che a fine stagione, quando tireremo le somme, vedremo se questo "gossip" era davvero tale o se invece era l'ennesima occasione mancata.
Perché di una cosa sono certo: non serve essere esperti per capire che la Ferrari, in questo momento, avrebbe bisogno di uno che sappia vincere e che il gossip, già... quello vero, è un'altra cosa!
C'è una questione che a Catania torna ciclicamente, sì... come una marea che non trova mai quiete: quella del logo!
Non è un dettaglio grafico, non è un marchio qualsiasi. È lo stemma con l'elefante e il pallone di cuoio, è il simbolo di una storia lunga quasi un secolo, è il filo che tiene insieme il Catania FC, il Calcio Catania 1946 e la Società Sportiva Catania 1929.
Perché quando una città perde la sua squadra, perde anche un pezzo della propria identità. E quel pezzo, a Catania, è rimasto appeso per oltre quattro anni, tra fallimento, esclusione dal campionato e una ricostruzione faticosa. Ora siamo alle battute decisive.
Il 15 ottobre alle ore 11 si aprirà la procedura competitiva telematica per l'acquisizione del marchio, e si chiuderà sette giorni dopo, alla stessa ora. Le offerte vanno presentate entro le 11 del 14 ottobre. È un passaggio atteso, invocato, preteso dalla piazza.
Eppure, come spesso accade quando si arriva al dunque, attorno a questa scadenza si addensano voci, indiscrezioni, ipotesi. Perché sembra che non ci sia soltanto il Catania FC a voler riportare a casa lo stemma.
Ovviamente non conosco, e non ho alcun interesse a saperlo, gli altri soggetti ora iscritti per partecipare all'asta pubblica. E come tutti ben sappiamo, chiunque ha il diritto di partecipare.
Ma vorrei ricordare una vicenda che, per analogia, potrebbe essere presa come riferimento. Tanti anni fa, quando il web muoveva i suoi primi passi, in molti pensarono di acquistare e registrare alcuni domini i cui nomi facevano riferimento a società altisonanti a livello mondiale.
Ovviamente, nel momento in cui talune di quelle aziende realizzarono il proprio sito web, si trovarono con il dominio ".com" già acquistato. A quel punto qualcuno preferì trovare un'intesa con chi aveva acquistato quel dominio, altri invece si rivolsero ai tribunali. Nella maggior parte dei casi il tribunale si è espresso a favore della società, in quanto la persona che aveva acquistato il dominio non aveva alcun motivo per possedere quel nome, non avendo di fatto neppure la coincidenza di un'omonimia.
Ecco perché ritengo che solo il Catania FC possa avere la presunzione di possedere quel logo. Sia perché rappresenta di fatto la società calcistica a cui oggi tutta la città, e soprattutto i tifosi, si riconoscono, ma soprattutto per il merito di averla, in questi anni, risollevata dalle sorti a cui era destinata.
Certo, sono pienamente d'accordo anche con chi riporta la volontà degli altri concorrenti: blindare il logo, scongiurare che qualche "avventuriero" possa rilevarlo per poi cucirlo su un'altra maglia. Ma se questa ricostruzione ha certamente un suo titolo di nobiltà, e quindi un forte valore simbolico, altrettanto non mi sembra corretto non riconoscere i meriti della gestione Pelligra-Grella.
Auspico quindi la massima trasparenza e soprattutto il soddisfacimento dei creditori, con l'obbligo morale, per tutti, di riportare a casa un logo che è simbolo di una storia gloriosa e di una città intera.
E qui consentitemi di venire al punto che più mi sta a cuore. Il logo va alla società che rappresenta di fatto la squadra. Appartiene a chi sta investendo il proprio denaro, e non è poco, per portare in alto il Catania. A chi ha preso in mano una realtà fragile e la sta ricostruendo, con tutte le difficoltà e gli errori che questo comporta.
D'altronde, ditemi voi, se non fosse arrivato Pelligra dall'Australia, oggi forse staremmo tutti discutendo di una squadra che competerebbe in tutt'altra posizione, sì... forse al più in terza categoria. Perché lo stemma ha senso solo se resta legato alla maglia rossazzurra, alla città, alla sua gente!
Ed allora mi chiedo: perché partecipare all'asta? Una semplice domanda da tifoso attento, che insieme a tutta la tifoseria ha il diritto di porsi. Perché il logo non è una merce qualsiasi.
Già... è l'elefante che cammina sotto la cenere dell'Etna, è il pallone di cuoio, è il rossazzurro che si tramanda di padre in figlio. E chi lo vuole deve dimostrare, prima di tutto, di volerlo per amore della squadra, non per interesse.
Perché, ripeto, il logo del Catania Calcio non è una merce: appartiene a chi costruisce e investe. Il resto, come sempre nel calcio e nella vita, lo diranno i fatti.
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