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sabato 31 gennaio 2026

Minch... devo rispondere a Trump!

Sì... minch… devo rispondere a Trump!

Ecco il mio telefono rosso che vibra sulla scrivania di mogano, silenzioso ma insistente, come se sapesse già che la mia mano esiterebbe prima di sfiorare quell'apparecchio freddo. 

Quella stessa mano che per trentacinque anni ha misurato cemento, controllato quote, firmato verbali - non è preparata a rispondere a presidenti. 

Eppure ora sono qui, in questo ufficio, neppure troppo elegante per me, visto che ne ho avuti di più raffinati, con la luce del pomeriggio che filtra tra le tende e taglia l'aria in diagonale, quasi fossimo in un film di Hitchcock.

La tentazione sarebbe quella di parlare con lui di geopolitica, di demolire quei muri alzati per dividere confini e popoli, di finirla con invasioni e conflitti compiuti in maniera arbitraria, ma la mia mente - quasi per analogia mi riporta nuovamente ai cantieri che ho diretto, alle piogge improvvise che fermavano i lavori, alle liti tra soci sulle varianti in corso d'opera, ai permessi bloccati per mesi che facevano marcire persino i progetto più ambiziosi - quasi mi volesse ricordare che costruire non è mai un atto di potere, ma di ascolto: ascolto del territorio, dei cittadini, ancor prima dei materiali o delle norme che - per quanto il più delle volte ignorate - servono per non far crollare città, paesi e infrastrutture. 

Perché le norme, per quanto lente, sbagliate, da correggere, esistono, sì... per non far crollare ciò che si erge: non solo strutture, edifici, ma comunità, fiducia, futuro. E così mentre il telefono continua a vibrare, immagino la sua voce dall'altra parte, pronta a semplificare il mondo in frasi secche, mentre io qui fatico a spiegare persino a un mio amico perché nel realizzare un solaio non si improvvisa.

Chiunque al mio posto si chiederebbe: cosa posso dire a un uomo abituato ai riflettori, alle dichiarazioni a caratteri cubitali, alle certezze urlate? Ed anch'io che per mestiere ho imparato che ogni muro di contenimento richiede pazienza, che ogni strato di costipazione ferroviario va verificato, più e più volte, che la sicurezza non è uno slogan ma un calcolo preciso fatto di prevenzione e responsabilità, mi sento un fremito nella voce.

E difatti, mentre il telefono continua ancora vibrare, immagino la sua voce dall'altra parte, pronta a chiedersi perché uno come me, non stia immediatamente rispondendo, già... a differenza di egli che tenta di semplificare il mondo come fossero tweet, senza spiegare i motivi di quelle sue decisioni e ancor meno chiedersi per un istante se quanto posto in atto, fosse realmente corretto.

Sì... c'è qualcosa di profondamente surreale nel dover sintetizzare in poche parole le ansie di questi anni, ad esempio, il clima internazionale che muta come un temporale estivo, le città che tremano sotto il peso delle bombe a causa di decisioni prese in stanze lontane, la burocrazia che avvolge ogni cosa come nebbia fitta, nascondendo qualsiasi prospettiva. 

Ed allora, per l'ennesima volta, la mia vita si ritrova a lottare, sì... contro chi decide senza competenza, contro chi blocca senza motivi, ma d'altronde, cosa potrei aggiungere a un dibattito globale sepolto sotto strati di retorica? Forse questo: che ogni grande questione si risolve seduti intorno a un tavolo, con calma, nel dettaglio, parlando in maniera serena e senza alzare la voce.

Così la mano resta sospesa sopra il telefono rosso, non per paura, né per mancanza di rispetto, ma per una forma di riguardo verso la complessità del momento che stiamo attraversando. Penso a tutte le persone che oggi soffrono, in Ucraina, a Gaza, in Sudan, Sahel (Burkina Faso, Mali, Niger), Myanmar, Repubblica Democratica del Congo (RDC), Somalia, Mozambico, ma anche in quelle "micce ad orologeria" pronte ad esplodere come Venezuela, Iran, Cuba, Penisola Coreana, Taiwan, Sud-est asiatico, Siria, Yemen, sì... rifletto su tutte quelle terre in cui la guerra ha sostituito il dialogo, dove il rumore delle armi ha soffocato la voce della ragione. 

Perché certe domande non cercano risposte immediate, ma richiedono uno sguardo lungo, paziente, disposto al sacrificio. Costruire - qualsiasi cosa si costruisca - significa guardare oltre l'oggi, senza fretta, senza slogan, con le mani sporche sì... ma la testa libera da strategie che avvantaggiano una parte a scapito dell'altra.

Significa ricordare sempre che ogni fondazione, per reggere il tempo, deve poggiare su un terreno di giustizia condivisa e che ogni opera umana, per avere senso, deve tendere a un unico obiettivo: LA PACE! Non come assenza di guerra, ma come presenza attiva di rispetto, ascolto, volontà di costruire insieme ciò che nessuna bomba potrà mai abbattere.

Ecco, ora la mano si posa su quel telefono rosso, lo alzo, ma questa volta non per parlare di muri da alzare, ma di ponti da costruire. Perché alla fine, l'unica risposta degna di un presidente - o di un semplice direttore tecnico come me - è sempre la stessa: lavoriamo per la pace, con la stessa cura con cui si getta una fondazione... senza la quale, tutto crolla!

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