Sì, lo ammetto: devo il titolo ad un amico sul social di "TUMBLR",
Falcemartello, e la battuta -
ci tengo a precisare - è di un comico inglese.
Ma è curioso come a volte, un frammento di satira riesca a illuminare l’assurdo di una realtà che supera qualsiasi finzione e difatti, la prima cosa che mi è venuta in mente, non è stata la risposta, ma la domanda stessa: “
Prova a indovinare come finirà la tua guerra”.
Essa non nasce da un desiderio di comprensione, ma piuttosto sembra il colpo di dadi di chi fa sette, di chi sa già come andrà a finire, perché il tavolo e i dadi sono truccati e vuole trasformare una tragedia collettiva in un gioco di potere, dove persino la sofferenza diventa una posta in palio, sì... da spostare sul tavolo delle contrattazioni.
E allora, la risposta che arriva, “non lo so, mi arrendo…”, assume un peso diverso. Non è la resa di un soldato al nemico, ma potrebbe essere la resa di un uomo di fronte all’impossibilità di giocare a quel gioco perverso, arrendersi all’arroganza della domanda, arrendersi alla crudeltà di poter prevedere un futuro che, giorno dopo giorno, viene strappato via.
Quel “Esatto!” poi... finale, risuona come un sigillo amaro, l’unica verità che in quel dialogo surreale si possa pronunciare: sì, esatto... una parola a cui nessuno sa dare una risposta, è esatto che fredda risposta annichilisce, è esatto che di fronte ad essa, l’unica mossa che rimane a quel leader Ucraino è dichiararsi vinto, quantomeno per preservare la dignità di non fare scommesse sul sangue del proprio popolo.
Ma il pensiero non si ferma lì, perché una tale battuta scava dentro anche chi la ascolta da lontano: quante volte, di fronte alle notizie che si susseguono, ai bollettini, alle analisi infinite, ci siamo sentiti come Zelensky in quel titolo? O come Trump? O forse come entrambi?
Da una parte, la vertigine di non sapere, la stanchezza di cercare un senso dove forse non c’è, la tentazione di alzare le mani e dire “basta, non capisco più niente”. Dall’altra, la pericolosa tentazione di credere di avere, in qualche angolo della mente, la soluzione in tasca, la mossa giusta, la prospettiva dall’alto che tutto semplifica e tutto spiega. Siamo divisi, spesso, tra chi si arrende all’ambiguità e chi la nega con una certezza urlata.
Alla fine, forse, il vero conflitto che questo titolo mette in scena non è solo quello in Ucraina, è il conflitto che c'è dentro di noi, tra il bisogno di risposte chiare e il dovere di rispettare la complessità, tra la comodità di un giudizio sbrigativo e la fatica di un dubbio onesto.
Quella frase, “non lo so, mi arrendo”, se la si ascolta bene, non suona come una fine, suona viceversa come un atto di resistenza: È il rifiuto di partecipare a uno spettacolo che banalizza il dolore!
E in un mondo che pretende continuamente verità assolute e pronostici, ammettere di non sapere, arrendersi alla realtà misteriosa e terribile degli eventi, può essere l’unico modo per rimanere umani, per conservare la capacità di guardare, pensare e sentire senza la corazza di una facile retorica.
Perché a volte, l’onestà più radicale è proprio quel “non lo so”, pronunciato mentre si continua a combattere, o a sperare, certamente non come facciamo noi tutti da troppo tempo, restando semplicemente... a guardare!
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