Sono pochi tra loro, infatti, coloro che si prostrano fino a vivere e ad aiutare in luoghi dove la miseria, la fame, la povertà, le malattie rappresentano il quotidiano. Parlo di quelle strutture dimenticate da Dio e dagli uomini, dove a causa di guerre e di regimi militari sadici, ogni giorno si lotta per un sorso d’acqua, per un sorriso che non sia già rassegnazione.
Aggiungiamoci pure tutta una serie di malattie che da noi sembrano solo parole su un vocabolario: malaria che ti spezza le ossa, peste che riaffiora dal Medioevo, AIDS che divora intere generazioni, tubercolosi resistente, febbre gialla, colera nelle baraccopoli dopo ogni alluvione.
Lì sì, in quel silenzio urlante, forse qualcuno di loro è davvero un eroe. Ma sono una manciata. E spesso vengono dimenticati o, peggio, messi da parte perché “scomodi”, per tutti gli altri, viceversa, quelli che fanno più rumore nelle sacrestie che nei ghetti del mondo, la parola “eroe” suona come un’offesa a chi eroe lo è stato davvero, senza vescovi protettori, né alloggi garantiti.
E allora chiedo a Papa Leone: perché chiamarli eroi solitari? Forse per distogliere lo sguardo dalla loro solitudine dorata? Per trasformare in merito quello che è solo una condizione di privilegio?
Mi consenta di ricordarle che un vero pastore non ha bisogno di sentirsi dire che è un eroe. Ha bisogno di sentirsi dire: “Scendi dalla croce che ti sei costruito con le tue mani e va’ in strada. Lì c’è la tua solitudine vera, ma anche la tua resurrezione”.
Perché la solitudine che fa male non è quella del presbiterio riscaldato, ma quella del missionario che non ha nessuno accanto mentre seppellisce l’ennesimo bambino!
Ed è lì, solo lì, che si smette di raccontare favole e si comincia, forse, a essere davvero figli. Non eroi...

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