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giovedì 18 giugno 2026

Dai sospetti alle inchieste alle parole di Gratteri: il Ponte degli affari è ormai sotto gli occhi di tutti. La domanda è: a chi conviene fermarlo?

Sapete, ieri sera pensavo a quel che avevo scritto quasi un anno fa, il 31 agosto del 2025, quando definivo il Ponte sullo Stretto "un affare per pochi". 

In quelle parole c’era la mia personale lettura di un sistema di potere che, dietro la facciata del progresso e dell’unità nazionale, nascondeva un groviglio di interessi politici e imprenditoriali, un meccanismo triadico – come l’ho chiamato – in cui la finanza pubblica sembrava incanalarsi quasi per forza di gravità verso le stesse mani. 

Allora mi chiedevo, con un misto di rabbia e rassegnazione, se l’opera fosse davvero pensata per unire due terre o per servire un’élite. La risposta, oggi, non è più soltanto un mio sospetto: è un’inchiesta giudiziaria, e sono le parole di Nicola Gratteri a darle il peso della realtà.

Eppure, nello scrivere quelle righe, non potevo immaginare che la mia denuncia di un "sistema di potere fondato su alleanze silenziose" si sarebbe concretizzata in un filone di indagine che parte dalla Procura di Roma. Lì, si parla di pressioni indebite per orientare il parere della Corte dei Conti, di favori promessi in cambio di appoggi, di un intreccio tra politica e affari che ha il sapore amaro della rendita di posizione. 

Viene da chiedersi: è forse questo il patriottismo infrastrutturale di cui si faceva bandiera? Quella stessa retorica del "traguardo storico" che quasi un anno fa mi lasciava perplesso, ora si scontra con l’evidenza di un sistema che, per usare le parole del procuratore, mira a rendere "la giustizia una strana rete da pesca, per incastrare i piccoli pesci e perdere i grandi pesci".

Gratteri, con la sua consueta lucidità, non si limita a commentare l’episodio specifico. La sua è una riflessione che abbraccia il senso profondo della deriva in atto. Il nocciolo è la riforma che impone alla Corte dei Conti un ruolo "collaborativo" col potere esecutivo, trasformando il controllo da argine di legalità a servizio dell’indirizzo di governo. 

Ecco, questo è il cortocircuito che temevo quando scrivevo di un'opera "talmente avviata da risultare impossibile da fermare". Il rischio non è più solo l'infiltrazione mafiosa, che pure esiste e che la Dia ci ricorda con i suoi rapporti, ma la creazione di un vuoto di controllo istituzionale, un'assenza di argini che rende tutto più permeabile. La resa di cui parla Gratteri non è il fermare l'opera per paura della 'ndrangheta, ma è quella di uno Stato che priva i suoi stessi magistrati e forze dell'ordine degli strumenti per contrastare una criminalità organizzata che oggi parla tre lingue, ha studiato all'estero e si muove nei mercati globali.

Allora, quel dubbio che quasi un anno fa esprimevo, chiedendomi se dietro la spinta del governo ci fosse la smania di "oliare quel meccanismo di potere", oggi si fa più insistente. Perché le parole di Gratteri ci dicono che l'attacco non è contro un'opera pubblica, ma contro la possibilità stessa di vigilare su di essa. È un disegno che, come denuncia il procuratore, mira a eliminare le forme di controllo, limitando le intercettazioni, riducendo i reati spia, rendendo la giustizia meno incisiva. E mentre noi discutiamo di pedaggi che potrebbero diventare proibitivi – sessanta volte il costo di un'autostrada, come sostengono gli analisti internazionali – e di comunità che tremano all'idea di perdere le loro case su una faglia sismica, il gioco vero si consuma altrove, nei palazzi del potere, dove si decide chi deve sedere a un tavolo e chi no.

Ripenso alle famiglie di Torre Faro, a quelle di Villa San Giovanni, alla paura che si porta dentro chi sa che il suo pezzo di mondo potrebbe essere spazzato via non da un terremoto, ma da una scelta calata dall'alto. Quella paura è il sintomo di un disagio più grande, di una distanza incolmabile tra chi decide e chi subisce. 

E pensando a Gratteri che dice che in Calabria e in Sicilia mancano opere primarie – ospedali, dighe, autostrade – mentre si continua a investire cifre esorbitanti su un'unica, controversa infrastruttura, mi chiedo se davvero questo sia il progresso che meritiamo. Se non sia, piuttosto, il trionfo dell'apparenza sulla sostanza, il luogo dove si consuma l'ennesima occasione mancata per guardare ai bisogni reali delle persone.

Quando concludevo quel post dell'agosto scorso, scrivevo che il ponte, forse, si sarebbe fatto, ma che sarebbe stato "un ponte d’oro per pochi, e un futuro d’ombra per molti". Oggi, le parole di Gratteri non fanno che rafforzare quella convinzione, aggiungendo un tassello di consapevolezza. Il problema non è più solo il costo dell'opera o la sua utilità, ma la salute del nostro sistema democratico, la tenuta di quei principi di separazione dei poteri e di legalità che dovrebbero essere il fondamento di ogni scelta pubblica. 

L'ombra che si allunga sul futuro non è solo quella del ponte incompiuto, ma quella di uno Stato che, nella sua bulimia legislativa, rischia di smarrire la bussola, e di lasciare che il potere si concentri in poche mani, senza che nessuno possa più dire: "Fin qui non si può passare".

Resto con questa domanda, e la lascio a voi: È possibile che l'idea di "unire" l'Italia passi per la cancellazione delle sue comunità e per l'indebolimento dei suoi controlli? O forse, dietro l'ossessione di questo ponte, si nasconde la volontà di costruire qualcosa di molto più fragile e pericoloso: un sistema in cui l'interesse privato si traveste da bene comune, e dove il futuro di molti è sacrificato sull'altare del profitto di pochi? 

La storia, purtroppo, ci insegna che le risposte, a queste domande, sono già scritte. Ora sta a noi decidere se leggerle fino in fondo o fermarsi prima, sì... senza chiedersi nulla e lasciando che il sistema illegale e criminale proceda per come finora fatto, grazie al sostegno della maggior parte di voi. 

Perché il silenzio è complicità, lo sappiamo e l'indifferenza è il carburante che alimenta questo motore di potere. Il Ponte, se mai sorgerà, sarà lì a ricordarcelo: un monumento non all'unità d'Italia, ma alla resa di chi avrebbe dovuto vigilare e non l'ha fatto. E di chi, leggendo queste righe, sceglierà ancora una volta di guardare dall'altra parte.

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