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domenica 7 giugno 2026

Ricordare senza agire è soltanto... "vuoto"! Lo dicevo prima delle sentenze, lo ripeto oggi. E tu?

In giorni come questi, già... dopo aver ascoltato alcune sentenze in Tv, mi capita spesso, di fermarmi a pensare a cosa resta davvero di chi ha lottato, affinché la verità su quell'intreccio marcio tra politica, imprenditoria e mafia, emergesse in tutta la sua gravità.

Sì... certo, restano le date, restano i discorsi celebrativi, i convegni, le corone davanti ai monumenti, il minuto di silenzio che molti osservano distrattamente mentre il pensiero corre già al ritorno a casa, ma poi, trascorsa la ricorrenza, tutto torna come prima.

E allora mi domando: che senso ha ricordare, se quel ricordo non ci smuove un solo nervo? 

Già... perché ricordare senza agire è soltanto vuoto! È come riempirsi la bocca di parole solenni per poi non tradurle mai in gesti concreti.

Ed allora penso a tutti quegli uomini e donne che hanno dato la vita per questo paese, che hanno sacrificato tutto perché noi potessimo sederci qui, stasera, e discutere liberamente. Non hanno lottato per essere ricordati una volta all’anno con un post sui social o con una frase fatta in un telegiornale, no... loro hanno lottato perché le loro idee diventassero azioni quotidiane, perché la giustizia non fosse solo un concetto astratto, ma un abito indossato da chiunque abbia il coraggio di non voltarsi dall’altra parte.

Eppure, guardiamoci in faccia, senza alcuna ipocrisia... oggi la storia – quella vera, quella sporca, quella che fa male – viene riscritta da chi ha interesse a camuffare quanto realmente accaduto. Non parlo della storia studiata sui libri, attenzione. Parlo di quella ricostruita per fini politici e, peggio ancora, per fini personali. Ci hanno insegnato a distinguere il bene dal male, ma poi hanno reso i confini così sfumati che quasi nessuno ha più il coraggio di indignarsi. E così, mentre noi ricordiamo passivamente, c’è chi agisce nell’ombra per piegare la memoria ai propri tornaconti.

E qui vorrei essere molto chiaro, perché questo è il punto che mi fa ribollire il sangue. A tenere in vita questa distorsione ci pensa una magistratura di parte, che dovrebbe essere il baluardo della legalità e invece troppo spesso diventa strumento di resa dei conti o di protezione di potentati. Ci pensa una propaganda mediatica fortemente collusa con quel sistema, che ripete gli stessi slogan, che costruisce narrazioni ad arte, che cancella con un trafiletto ciò che sarebbe scomodo approfondire. Mi fa venire il vomito, e non lo dico per retorica. Mi fa vomitare vedere come ogni giorno si svuoti il sacrificio di chi è morto perché noi fossimo liberi, trasformandolo in una sceneggiata ricorrente.

E allora io prendo la tastiera e scrivo. Non perché creda che un post cambierà il mondo, ma perché non voglio che il mio ricordo resti vuoto. Agire, per me, significa anche questo: mettere nero su bianco le proprie analisi, sporcarsi le mani con la scrittura, riportare pezzi di verità che i media collusi preferiscono ignorare. Non è un’azione eroica, lo so. Ma è un’azione. È un piccolissimo movimento nella direzione opposta all’oblio comodo.

Perché alla fine, vedi, il problema non è la memoria. Il problema è cosa ne facciamo, di quella memoria. Possiamo continuare a inchinarci davanti alle statue e poi tornare a casa inerti, oppure possiamo chiederci: io oggi, nel mio piccolo, cosa ho fatto affinché quel sacrificio non sia stato vano? La risposta, spesso, è scomoda. La risposta richiede coraggio, richiede di uscire dal coro, richiede di non delegare ad altri ciò che invece dovremmo fare noi. Ma se non lo facciamo noi, chi lo farà? E se non ora, quando?

Chiudo questo mio pensiero con una consapevolezza amara, ma necessaria. Ricordare senza agire è solo vuoto, e quel vuoto viene subito riempito da chi la storia la vuole riscrivere a suo vantaggio. Io mi rifiuto di essere uno spettatore compiaciuto, mi rifiuto di assistere allo stillicidio di verità che ogni giorno viene consumato davanti ai miei occhi, mi rifiuto di tacere mentre la memoria viene venduta al miglior offerente. 

Perciò scrivo, condivido, parlo, discuto. E magari non servirà a molto, ma almeno non starò nel silenzio di chi ricorda solo a parole.

E tu, ora, dopo aver letto queste righe: cosa farai del tuo ricordo?

sabato 6 giugno 2026

Tra protocolli di legalità che non funzionano e comunità che si sfilacciano.

Ho letto, diverso tempo fa, l’intervista a un ex magistrato che rifletteva sul ruolo degli intellettuali e sulla legalità. 

Sosteneva che l’idea che gli intellettuali abbiano su taluni specifici compiti sociali sia ormai superata, ed ancora, che non sia nemmeno vero che manchi un reale interesse sui temi della legalità e del malcostume: anzi, nell’enorme numero di libri che si pubblicano, l’umore dominante è proprio quello di indicare al lettore tutti gli strappi, veri o presunti, che si producono nei confronti della legalità. Ma voler praticare concretamente i valori della legalità è certamente affare ben diverso dal semplice proclamarli, facendo difatti della proclamazione, l’elemento caratterizzante di una poetica narrativa.

Quel magistrato diceva anche che il problema della corruzione non può essere risolto solo con la legge penale, con magistrati severi, con indagini a tappeto. Poiché il reato di corruzione è tipico dei pubblici funzionari, lo strumento per prevenirlo è il diritto amministrativo: norme che azzerino o quasi la discrezionalità, costringendo alla trasparenza e a procedure non truccabili

Il resto è "saponata", come dicevano i barbieri di un tempo. E occorre anche informarsi: nessuna delle fonti continuamente citate sulle dimensioni della corruzione italiana ha basi scientifiche. L’unica fonte con solide basi tecniche ci pone, dal punto di vista della corruzione, nella media europea.

Ma chi deve educare il cittadino alla cultura della legalità? Non è compito dell’intellettuale, rispondeva quell’ex magistrato. È compito della famiglia e della scuola. Sono loro a doversi fare carico di portare la legalità tra i valori basilari della società. La questione fondamentale è far comprendere che tra legalità e illegalità non è possibile alcun compromesso, mentre nella vita quotidiana il compromesso è diffuso, endemico. 

Qualsiasi transazione su quell’antinomia è diseducativa, e costituisce l’esempio vizioso intorno al quale attecchiscono i semi della corruzione morale. Nemmeno magistrati e giudici hanno il compito di educare: loro hanno un solo compito, di altissimo valore sociale, applicare la legge secondo scienza e coscienza. Il Paese non ha bisogno di eroi, ha bisogno di persone che quotidianamente compiano il proprio dovere, quello stabilito dalla legge.

Ho pensato molto anche agli strumenti messi in campo per contrastare le infiltrazioni criminali negli appalti, quei cosiddetti protocolli di legalità. L’esperienza di questi anni ne rivela limiti e incertezze. Spesso sono stati vissuti solo come un fastidioso passaggio burocratico per sbloccare risorse, anziché come veri strumenti di contrasto.

La domanda prioritaria quindi è se siano davvero idonei a contrastare la criminalità organizzata in questo campo. La risposta purtroppo non è positiva. L’impresa mafiosa possiede una storia, e si è evoluta nel tempo, nei rapporti umani e nelle relazioni territoriali. Ha alle spalle appalti pubblici e privati, partecipazioni in associazioni temporanee. Questo rende difficile, se non impossibile, il lavoro di chi deve individuare un’eventuale impresa mafiosa.

Per questo è necessario che forze sociali e istituzioni, pur con compiti distinti, trovino un luogo di incontro, monitoraggio e riflessione. Il protocollo di legalità può e deve essere quel luogo, accompagnato da prescrizioni precise, diventando lo strumento che pianifica la prevenzione. E occorre prestare attenzione al sistema delle forniture e subforniture, che è il passaggio più esposto alle infiltrazioni, proprio perché privo di controlli. 

Bisogna rompere quelle situazioni di monopolio tipiche della programmazione mafiosa dell’economia. L’esperienza suggerisce anche di istituire colloqui informali con le forze dell’ordine, a cui imprenditori e forze sociali possano rivolgersi per segnalare, al di fuori dell’ufficialità e dei rischi che essa comporta, eventuali fenomeni di infiltrazione.

Emerge poi un problema inverso: a volte, con la scusa della legalità, si bloccano grandi opere infrastrutturali e si assegnano i lavori a imprese di altre regioni, che poi subappaltano a prezzi fuori mercato alle imprese locali. Da un lato si vuole sviluppo e ricchezza attraverso le imprese del territorio, dall’altro si permette che i profitti vengano portati altrove.

Ho sentito ripetere spesso, in questi giorni, una frase: “Stando soltanto tutti insieme, si può pensare di cambiare le cose”. Ma quante volte abbiamo sentito queste parole trasformarsi in fumo, lasciando solo buone intenzioni e progetti abbandonati? Si parla giustamente di comunità che non si arrendono all’omertà, di scelte coraggiose a favore della legalità. Eppure, per esperienza, mi tornano in mente quei negozianti che dopo aver firmato con entusiasmo l’adesione a certe associazioni, hanno poi preferito ritirarsi, già, dopo la prima minaccia ricevuta. Perché la legalità non è una semplice firma su un foglio: è un impegno che ti segue ovunque, che ti sveglia di notte, che ti costringe a guardare negli occhi chi ti dice “non farlo”.

Apprezzo il coraggio di chi ha deciso di portare avanti la propria scelta, di chi parla di forza del gruppo, di solidarietà come scudo. Ma sappiamo bene come la criminalità organizzata non attacchi il gruppo: attacca il singolo, lo isola, lo spaventa con un messaggio anonimo, un furto, un incendio, una finestra rotta all’alba. Ho visto troppe volte questa rete di legalità sgretolarsi, non per mancanza di numeri, ma per la paura silenziosa di chi, pur rimanendo iscritto, smette di alzare la voce. La domanda non è “in quanti siamo”, ma “quanti resisteranno quando toccherà a loro?

C’è poi un dubbio che mi assilla: quante di quelle adesioni nascono da una presa di coscienza autentica, e quante sono frutto di pressioni esterne, di possibili rischi che si prevedono, magari a causa di una crescita imprenditoriale, o peggio, di intimidazioni mai rivelate? Ho notato, in tanti anni, come certe iniziative antimafia siano diventate più un marchio di prestigio per chi vuole apparire “dalla parte giusta” senza mai sporcarsi le mani. Si leggono di politici che citano le lotte di altri nei propri discorsi elettorali, imprenditori che sponsorizzano eventi per lavare la propria immagine, giovani che condividono post senza mai mettere piede in una riunione dove si affrontano davvero i temi della legalità.

Quel che si prova a realizzare senza mai esporsi personalmente, senza denunciare, senza entrare in un ufficio di polizia giudiziaria, diventa quasi un accessorio da sfoggiare: un selfie dietro uno striscione, con alle spalle l’immagine di due giudici eroi. Conosco bene certi comportamenti: eccoli nelle fiaccolate per le strade, indignati dopo l’ultima estorsione, che gridano slogan contro la criminalità. Poi, col passare del tempo, il silenzio. Le voci si affievoliscono, le assemblee si svuotano, i problemi rimangono lì, nascosti dietro la facciata di una “comunità unita”.

Forse un giorno tutto sarà diverso, quando tutti quei professionisti non si limiteranno a firmare un documento, ma diventeranno sentinelle attive. Quando racconteranno ai loro figli che pagare il pizzo è una sconfitta per tutti, quando interverranno sentendo qualcuno dire “è meglio stare zitti”. 

La decisione più importante non è essere soci iscritti, ma essere portatori di legalità. Servono azioni concrete: controlli incrociati, denunce collettive, sostegno economico a chi perde clienti dopo aver detto no. Ho visto troppi progetti fallire perché si è creduto che bastasse riempire una sala per cambiare le cose. La criminalità organizzata non teme le parole, teme i fatti. E i fatti richiedono tempo, risorse, e soprattutto uno Stato sempre presente, che non molli quando il clamore inizia a spegnersi.

Per questo, pur riconoscendo il valore simbolico di chi prova a contrastare quelle logiche, non posso nascondere il mio scetticismo. Non verso le persone e il loro impegno, ma verso il sistema che le circonda. Quando mai un Comune ha stanziato un solo euro per la sicurezza di negozianti e imprenditori? Quanti sanno che certi cosiddetti “amici della legalità” sono poi gli stessi che hanno chiuso un occhio davanti ad appalti e subappalti sospetti? 

La legalità non è un evento, è una maratona, e spesso chi corre all’inizio non arriva al traguardo. Ma forse, questa volta, proprio perché siamo stanchi di illuderci, possiamo davvero fare la differenza, già... stando soltanto tutti insieme, ma soprattutto, stando insieme sempre!

venerdì 5 giugno 2026

Agnelli e il polsino alzato: Sì... per mostrare un orologio a diodi, non per nascondere un falso!

Gianni Agnelli non doveva dimostrare nulla. La maggior parte oggi, viceversa, con quella patacca al polso, urla il contrario!

Ma d'altronde, l'Avvocato, quello che bastava che entrasse in una stanza per cambiare la gravità dell'aria, portava sopra il polsino della camicia un orologio a diodi.

Già, perché lui lo sapeva, e lo sapevano tutti, che avrebbe potuto comprare metà delle vetrine di Ginevra senza nemmeno battere ciglio. Ma non ne aveva bisogno. Non doveva dimostrare niente a nessuno.

Il suo essere ricco era talmente vero, talmente solido, che poteva permettersi il lusso più grande di tutti: la leggerezza. Mica come certa nuova ricchezza da vetrina social che deve urlare, deve marchiare a fuoco ogni centimetro del polso. Sì... un po' la stranezza dell'uomo, o meglio della sua epoca.

Oggi, invece, guardatevi intorno. Siamo pieni di gente che compra orologi clonati, repliche finte, patacche lucenti ma vuote. Le vedo sventolare davanti all'obiettivo con quelle casse pesanti e quei quadranti gridati, e penso: ma che senso ha? Perché spendere quei cento, duecento, trecento euro – che non sono noccioline per tanti – per un oggetto che sai già, nel profondo, essere una bugia?

Un oggetto tra l'altro, che il primo che se ne intende – come il sottoscritto – ti smaschera in due secondi, con una mezza occhiata al calibro o al modo in cui la lancetta dei secondi si muove a scatti, già... come lo sguardo nervoso che provo nel vergognarmi, per chi lo sta indossando.

Ecco, è questo il punto che mi intriga, anzi mi incuriosisce: Consentitemi l'analogia, ma quale sottile oscura molla scatta nella testa di uno che sceglie il falso? Lo prendi, lo giri, lo guardi e sai che dietro non c'è un artigiano, non c'è una storia, non c'è l'anima meccanica che ticchetta da decenni, ma c'è soltanto plastica e un movimento cinese che domani ti lascierà a piedi.

Ora, per gli stessi soldi, ma dico gli stessi, potresti entrare in un negozio vero, con la luce giusta, e uscire con un Seiko, un Orient, un vecchio Swatch automatico, magari anche un Hamilton, sì... usato, come quello dell'Avv. Agnelli. 

Roba originale, ingranaggi che hanno un progetto, un ingegnere dietro, una garanzia, un orologio che è anche bellissimo da vedersi, sì, ma soprattutto vero nel profondo del suo meccanismo. Ma consentitemi di aggiungere: unico, oltre che legale. E invece no, si preferisce la piazza, il venditore ombra, la valigetta al mercatino di uno di quei furbi. 

Già... non ci arrivo a comprenderli. Sarà che vogliono la scritta "Rolex" o "Omega" a tutti i costi, pure se è falsa come una banconota da sette euro. Sarà che il simbolo ha ucciso la sostanza. Ma io da qui ti dico: occhio... perché dietro a quelle "furberie", a quelle piccole soddisfazioni da mercato illegale, ci sono i soliti signori.

Quelli che non ti vendono solo l'orologio finto, ma anche le borse finte, le cinture finte, e poi – ecco il salto – le mozzarelle finte, l'olio finto, la passata di pomodoro finta, lo sciroppo per la tosse finto. Gli stessi canali, le stesse mani. La contraffazione è un ecosistema, un cancro che parte dal lusso e arriva dritto alla salute. E la salute, quella non la ripari con un cambio di batteria.

Perciò, quando guardo quella foto di Agnelli che parla con Montezemolo, col suo orologio spudoratamente fuori dal polsino, vedo l'esatto contrario di tutto questo. Lui non aveva bisogno di fingersi niente.

Oggi ahimè, sono in molti ad aver un gran bisogno di ricominciare e capire soprattutto la differenza tra "l'essere e il sembrare". Già... tra l'essere un uomo vero o far parte di una serie d'individui falsi. Sì... proprio come gli orologi che portano al polso!

Comunque, a differenza di certe idiozie che ho letto sull'orologio nella foto, ci tengo a precisare che si trattava di un 'Hamilton Pulsar P2', il primo orologio con fattezze da 'calcolatore elettronico' con schermo a Dot Led – quei vecchi diodi rossi che emettevano luce – e la sua precisione era garantita da un movimento al quarzo, il noto 9150, sviluppato appositamente da una società specializzata in elettronica. 

Un oggetto massiccio, pesante, che si faceva sentire al polso. Per veder l'ora dovevi premere un tasto, altrimenti lo schermo restava nero. Niente sfoggio continuo. Niente luce sempre accesa. Come a dire: se ti serve, la guardi. Altrimenti, non rompere!

giovedì 4 giugno 2026

L'altro uomo incorruttibile e i colleghi in prima fila.

Ieri casualmente mi è apparso un video su una pagina social "Tik Tok" in cui, Antonio Ingroia, raccontava del clima animato all’interno della procura di Palermo.

Nel video si raccontava come al termine di una riunione, Paolo Borsellino si fosse avvicinato a due colleghi dicendo: "Voi due non me la raccontate giusta sul dossier mafia e appalti". E loro, guardandolo, fecero un sorriso e si allontanarono.

Già... Borsellino aveva capito tutto: voleva indagare sulle dinamiche mafiose, ma il procuratore glielo negò, arrivando persino a nascondergli la notizia del pentimento di un collaboratore importante. 

Borsellino era convinto che dietro ogni annotazione potesse nascondersi uno spunto per comprendere la strage di Capaci, ma - come abbiamo visto - venne messo in un angolo. Sono passati gli anni, i reati sono stati prescritti, e forse una verità processuale non potrà mai esserci. Ma io dico che sono doverosi gli approfondimenti, anche perché certi silenzi, agli occhi dei cittadini, appaiono ancor più pesanti di quelli di un mafioso.

Perché alla fine, Paolo Borsellino era un uomo incorruttibile, inavvicinabile, lontano dai giochi politici, nemico delle tresche, un uomo semplice che non avrebbe mai accettato compromessi. Ed è per questo che è stato ucciso. Lui sapeva, e aveva scritto i loro nomi nella sua agenda rossa, e confessava: "Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri". 

E in una lettera al ministro Scotti, rinunciando alla candidatura per la Direzione nazionale antimafia, aveva dichiarato che la scomparsa di Giovanni Falcone gli aveva reso destinatario di un dolore che gli impediva di rendersi beneficiario di effetti riconducibili a quel luttuoso evento. Un gesto di una dignità e di una coerenza che non ha eguali.

Ecco, io credo che dietro ogni cosa accaduta, dietro ogni attentato compiuto, ci siano le mani di chi ha partecipato direttamente a quelle collusioni. Non possiamo più permetterci di guardare dall’altra parte o di accontentarci delle versioni ufficiali che per anni ci sono state servite. Ogni nuova testimonianza, ogni stralcio di diario venuto alla luce, ogni parola di chi era dentro quelle stanze e finalmente parla, conferma che il quadro è molto più ampio e molto più sporco di quanto si sia voluto far credere. 

La mafia ha agito, certo, ma non da sola. Aveva complici eccellenti, protettori insospettabili, colleghi che chiudevano gli occhi o che addirittura remavano contro. E tutto questo non è accaduto soltanto allora, in quella stagione di piombo e di stragi. Quel meccanismo perverso, quel sistema di potere che intrecciava Cosa Nostra con pezzi dello Stato, con la politica, con l’informazione, non è stato mai davvero smantellato. È stato solo messo da parte, insabbiato, coperto dalla retorica delle commemorazioni e dalle lacrime di coccodrillo di chi, in prima fila, sembrava piangere gli eroi mentre magari aveva contribuito a farli uccidere.

Per questo, quando penso ai giovani di oggi, a quelli che allora non c’erano e che si affacciano su queste storie con occhi puliti, provo un misto di speranza e di rabbia. Speranza perché so che solo loro possono davvero spezzare questo ciclo, rifiutando le complicità e le omertà che hanno avvelenato generazioni di siciliani e di italiani. Rabbia perché vedo quanto ancora poco sia stato fatto per restituire loro una terra libera, giusta, dove il lavoro e la dignità non siano merce rara e dove la presenza dello Stato non sia un’eccezione ma una normalità. Falcone e Borsellino hanno dato la vita per questo sogno, e non possiamo tradire il loro sacrificio.

Quindi, mentre continueremo a leggere notizie che riaprono ferite, mentre emergeranno nuovi particolari e forse, un giorno, verremo a conoscenza di tutta la verità, io continuerò a scrivere come ho sempre fatto. Senza sconti, senza paure, senza retorica. Perché la memoria non è fatta di statue e di cerimonie. La memoria è fatta di coerenza quotidiana, di scelte coraggiose, di rifiuto di ogni compromesso. È fatta di quello che ognuno di noi fa quando nessuno lo guarda. 

E se c’è una lezione che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ci hanno lasciato, è proprio questa: che si può cambiare le cose anche quando tutto sembra contro, anche quando si è soli, anche quando i tuoi stessi colleghi ti mettono i bastoni tra le ruote. Basta non smettere mai di credere che un’altra Sicilia, un’altra Italia, sia possibile.

E io ci credo ancora. Nonostante tutto. Nonostante i silenzi, le prescrizioni, le prime file occupate da chi non avrebbe nemmeno il diritto di nominare quei nomi, sì... nonostante una politica che fa di tutto per celare quanto realmente accaduto in quegli anni, le stesse circostanze che hanno di fatto condotto molti di loro oggi al potere. Ma io voglio ancora crederci, perché la storia - prima o poi - tornerà a dirci cosa è realmente accaduto, anche se ormai, molti di quegli infedeli e collusi protagonisti saranno deceduti ( aggiungerei: per nostra fortuna...). 

Ma ci credo soprattutto perché loro per primi ci hanno creduto, e come abbiamo visto, hanno pagato con la vita, per questo infame Paese. Ecco perché il minimo che ancora possiamo fare è non dimenticare, e continuare a chiedere giustizia, ogni giorno, senza stancarci mai. 

Perché la verità vedrete, prima o poi, verrà a galla e quando lo farà del tutto, spero che tutti i miei connazionali - gli stessi che ancora oggi votano sotto dettatura - avranno il coraggio di guardarla in faccia, senza più alibi e soprattutto senza più scuse...

mercoledì 3 giugno 2026

La lezione del Prof. Giovanni Molari: quando l'università dice no alla militarizzazione della cultura!

Con questo post desidero continuare quanto scritto ieri e riprendere alcuni temi che proprio in queste ore sono stati messi in rilievo, anche se, come spesso accade, poco o nulla di essi è stato riportato dai media nazionali e, ancor meno da quei loro interpreti, che come ormai sappiamo, si dimostrano perfettamente allineati agli ordini editoriali imposti e soprattutto alla propaganda della classe politica attualmente al governo.

Dunque, quanto sto per scrivere, va preso come un piccolo gesto di resistenza civile, un tentativo di ridare voce a ciò che volutamente è stato oscurato.

Già... iniziando da quei cavalli scappati dai preparativi della parata (spaventati dai botti sparati da un vigile urbano) quasi a voler fuggire da una celebrazione che non li riguarda, mi hanno fatto pensare a una domanda più radicale: e se quella fuga non fosse altro che la metafora perfetta di ciò che molti cittadini provano davanti a un cerimoniale che non sentono più come proprio?

Chissà che discorsi geniali sanno fare i cavalli”, ha scritto qualcuno. Già... cosa penserebbero assistendo alla nostra ossessione per le divise e il passo cadenzato, mentre il mondo brucia e il nostro Paese continua a spendere cifre folli in armamenti?

Ed ancora, cosa direbbe oggi don Milani, lui che dall’articolo 11 aveva tratto una lezione dirompente: “È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora”. Quel buttare tutto all’aria che significa comprendere come l’esercito non abbia mai rappresentato la Patria nella sua totalità. Ecco perché oggi, invece della “nazione armata”, in molti vorrebbe vedere sfilare la Repubblica disarmata, con i medici, gli insegnanti, i volontari e persino i diplomatici: Sì... la pace come pratica quotidiana, non come retorica da sfilata.

E proprio su questo crinale tra “cultura della pace” e “nazione armata” si innesta la vicenda del professor Giovanni Molari, il rettore dell’Università di Bologna che non ha potuto esimersi dal prendere una posizione che, sebbene indiretta, suona come uno schiaffo alla retorica militarista. Non si è trattato, è vero, di una contestazione alla parata del 2 giugno. La vicenda è più sottile, e proprio per questo più significativa.

Qualche mese fa, l’Esercito Italiano ha chiesto all’Ateneo di attivare un corso di laurea in Filosofia dedicato esclusivamente a quindici giovani ufficiali dell’Accademia di Modena. L’obiettivo dichiarato dal Capo di Stato Maggiore, generale Carmine Masiello, era nobile sulla carta: “creare un pensiero laterale nell’esercito, uscire dallo stereotipo”. Eppure, il Dipartimento di Filosofia, in un atto di autonomia che i cronisti hanno faticosamente ricondotto alla responsabilità del rettore Molari, ha detto: NO!

La motivazione ufficiale parlava di sostenibilità didattica e di risorse, ma nell’aria aleggiava il timore di una “militarizzazione” della cultura. Come scrivono le cronache, si temeva che quel corso, tenuto interamente in caserma, rischiasse di trasformare la filosofia in una semplice “competenza tecnica” per la guerra, invece che in uno strumento di libero pensiero e di critica radicale. E nonostante Molari abbia poi dichiarato di essere “costantemente aperti al dialogo”, il dado era tratto.

La reazione del Governo è stata feroce, e la trovo rivelatrice. La Premier Giorgia Meloni ha parlato di “atto incomprensibile e gravemente sbagliato”, accusando l’Ateneo di essere “lesivo dei doveri costituzionali”. Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha tuonato: quei professori possono stare tranquilli, perché gli ufficiali che oggi rifiutano saranno pronti a difenderli domani. Davvero sorprendente: secondo il governo, negare un corso di filosofia è una violazione della Costituzione, mentre trasformare la nostra festa più importante in una esposizione di carri armati e Frecce Tricolori sarebbe perfettamente normale

Eppure, è proprio l’articolo 11 della nostra Carta, quello che secondo il professore andrebbe letto nelle piazze invece di far sfilare i cannoni, a ricordarci che “l’Italia ripudia la guerra”: Lo ripudia, non lo celebra!

La scelta di Molari, nel suo piccolo, difende un principio sacrosanto: l’università non è un campo di addestramento, la cultura non deve piegarsi alla logica della caserma, e la filosofia non può diventare ancella della strategia militare. E così... mentre i cavalli scappano via spaventati, il rettore di Bologna ha cercato di dire “no” a una deriva che vorrebbe trasformare ogni spazio sociale, persino quello della riflessione pura, in una trincea.

E mentre il Governo si infuria per un corso di filosofia negato, continua a spendere miliardi in armamenti!

Ed allora, provando attraverso questo mio blog a rivolgermi direttamente al Presidente Mattarella, vorrei dirgli questo: se proprio il 2 giugno deve essere davvero una festa di tutti, allora la prossima volta aspetto con ansia di vedere sfilare ricercatori, scrittori, poeti, infermieri

Persone semplici. Persone che difendono il Paese non con le armi, ma con le idee e con la cura. Già... persone che, proprio come quei cavalli, hanno ancora la forza di fuggire dalla guerra.

martedì 2 giugno 2026

2 Giugno, Festeggiamo la Repubblica? Ma quale sovranità, se il popolo non conta più nulla. Res publica? No, res privata!

Stamani è il 2 giugno e come ogni anno mi trovo a osservare quanto accade in questo nostro Paese, sì... perché sì, la storia si ripete sempre: la prima come tragedia, la seconda come farsa. 

Lo diceva Marx, e io l’ho riscritto tante volte, convinto che prima o poi qualcosa potesse cambiare. E invece no. Rileggo i miei post e mi accorgo che potrei riscriverli uguali oggi. Forse peggio...

Mia figlia Alessia, quando aveva sedici anni, mi chiese una mattina mentre l’accompagnavo a scuola: Papà, ma se la Repubblica è nata dal voto del ’46, perché nessuno oggi ha potuto votare l’ultimo presidente del Consiglio? Mi spiego meglio: i cittadini hanno votato... sì... hanno scelto i loro referenti politici...??? Hanno deciso da quali partiti volevano essere governati...??? E questi partiti, usciti vincitori da quella competizione elettorale, mi sembra... che abbiano presentato un programma di governo, hanno consigliato al Presidente della Repubblica un eventuale Presidente del Consiglio... e quest'ultimo dopo alcuni giorni, ha presentato una lista dei ministri... o sbaglio?

No... no... non sbagli.

Bene, allora mi spieghi perché a breve dovrete andare nuovamente al voto, facendo spendere altri soldi inutili al nostro stato e soprattutto, chi è questo signore sconosciuto, nominato ora dal Presidente della Repubblica??? Mi sembra che nessuno di voi, l'abbia mai votato!!!

Rimasi in silenzio. Scese dall’auto e io pensai: a sedici anni ha già capito tutto di questo paese. La democrazia, le aveva insegnato, è governo del popolo. La dittatura è quando uno solo comanda. E lei, con la lucidità dei ragazzi, mi disse: “Allora qui c’è una dittatura camuffata da democrazia”. Aveva ragione.

Perché oggi, ancora una volta, vedo le stesse facce. Figli, nipoti, eredi di quella élite che portò l’Italia alla rovina settant’anni fa. Loro, che dovrebbero stare zitti, vengono a spiegare a noi come si festeggia la Repubblica. E intanto la “res publica” – la cosa di tutti – è diventata una “res privata”. Un bene di famiglia. Una poltrona che si tramanda come un terreno ereditario, senza che nessuno abbia più il coraggio di dire che la sovranità appartiene al popolo, non ai partiti, non ai dinasti di questa seconda Repubblica.

Leggo e rileggo l’articolo 1 della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo”. Ma quelle parole oggi suonano come un epitaffio. Perché la sovranità ce l’hanno rubata, voto dopo voto, legge dopo legge. Hanno chiamato questo sistema “democrazia rappresentativa”, ma è solo un modo elegante per dire che noi non contiamo nulla. Loro decidono i candidati – la maggior parte di loro, preciso: corrotti, inquisiti, già... personaggi da operetta – e noi possiamo solo mettere la croce su nomi scelti da altri. E se osiamo lamentarci, ci rispondono con gli slogan. Le stesse promesse di meno tasse, di ripresa, di cambiamento. E poi nulla. Anzi, consentitemi: sempre peggio!

Mi ricordo di quando, qualche anno fa, lessi di certi convegni in Sicilia. Autonomisti e indipendentisti che si stringevano la mano. Le stesse persone che prima brindavano insieme e poi si sono pugnalate, lasciando l'isola nel baratro. Già... per quelle maledette preferenze si arriva a tutto. E io pensavo a quella canzone di Gino Paoli, quella dei quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Poi uno è andato in banca, un altro al mare, e alla fine sono rimasto io da solo. Finché non sono arrivati quattro ragazzini, seduti al tavolo accanto, con due coca e due caffè, che parlavano di cambiare tutto. E mi sono detto: forse è ancora possibile. Sono passati trent'anni e mi è rimasto soltanto quel "forse".

Ma poi arriva abitualmente quel 2 giugno, e vedo in Tv la solita sfilata. Le stesse autorità, gli stessi sorrisi comprati, le stesse parole vuote. Mi chiedo: cosa festeggiamo, esattamente? La corruzione sistemica? Gli appalti truccati? Il clientelismo come moneta corrente? Le inchieste che si accumulano e nessuno che paga? Siamo diventati esperti di parole come "peculato, concussione, abuso d’ufficio". Non perché abbiamo studiato diritto, ma perché le sentiamo ogni giorno al telegiornale. E loro, quelli che dovrebbero rappresentarci, sono lì, sul palco, con il tricolore al petto. Come se nulla fosse.

Qualcuno dice: non c’è nulla da celebrare. E ha ragione. Ma anche questo è retorica, se poi non si fa nulla. I cittadini si allontanano dalle urne, disgustati. L’astensionismo cresce. E loro, i governanti, non se ne curano. Perché tanto le poltrone restano. Le dinastie politiche resistono a scandali e condanne. L’elettività e la temporaneità delle cariche sono solo parole sulla carta. Nella realtà, qui si nasce e si muore in Parlamento. O si passa la mano al figlio, al nipote, al fedelissimo.

Allora forse ha ragione Benigni: non vanno nemmeno condannati, vanno compatiti. Perché la politica è diventato l’unico mestiere in cui l’incompetenza non è un limite, ma un requisito. Ecco perché oggi, 2 giugno, io non festeggio. Non posso. Non perché non creda nei valori che quel referendum del ’46 voleva affermare – la libertà, l’uguaglianza, la giustizia – ma perché quei valori sono stati traditi, svuotati: resi irriconoscibili.

Quindi... buon 2 giugno, signori della casta. Festeggiate pure. Noi, intanto, restiamo qui. Contiamo i giorni che mancano alla prossima commemorazione vuota. E speriamo che presto, chissà, arrivi un altro gruppo di ragazzini al bar, con quelle due coca e due caffè, che abbiano davvero voglia di cambiare il mondo.

Perché io, al bar, ci sono ancora. E non ho perso del tutto la speranza. Ma la pazienza, sì... ahimè, quella sta per finire.

lunedì 1 giugno 2026

La voce dei ragazzi, il monito di chi non si è arreso.

Ho letto, tempo fa, di un concorso sulla legalità in alcune scuole, e sono andato a cercare il tema vincitore, scritto da alcuni studenti. 

Avevano una capacità intuitiva notevole, dicevano infatti che tutti siamo deboli davanti alla struttura mafiosa, tutti tranne l’ordine costituito, che attraverso le leggi può proteggere il debole dall’oppressione del forte. 

E notavano tra lpaltro come la legalità - come molti valori fondamentali - sia diventata quasi oggetto di derisione: chi segue le regole viene visto come uno sciocco, ciò che prima era sbagliato oggi è comune. 

Per loro, una delle cause dell’affermarsi dell’illegalità è il denaro: il mondo di oggi ci gira intorno, e chi ne ha in abbondanza ha un potere immenso, tanto da sentirsi libero di trasgredire ogni norma. Un’altra causa è l’egoismo che cresce giorno dopo giorno, fino a far sparire il concetto di bene comune. Ma la causa più significativa, scrivevano, è la paura: la paura verso chi, con il potere, intimidisce e inibisce le persone che vorrebbero opporsi.

Proponevano soluzioni: una più stretta vigilanza, maggiore fermezza nel stabilire le pene, processi che diventino vero esempio. E soprattutto, diffondere una nuova cultura, educare i giovani al rispetto dei valori, far capire che la vita non è una scalata al potere. Il rispetto delle regole, l’onestà devono esserci nella vita di tutti i giorni, partendo dalle piccole regole quotidiane per costruire una realtà migliore.

Ho voluto sottolineare quei passaggi perché quei ragazzi avevano saputo evidenziare i reali problemi. C’è un sentimento autentico e schietto quando si soffermano sulla forza dello Stato: “siamo tutti deboli davanti alla struttura mafiosa, tutti tranne l’ordine costituito”. Tutti noi vorremmo che fosse questa la realtà. Ma poi ci si scontra con quanto avviene intorno, e ci si rende conto di quanto si sia ancora lontani dalla vittoria. 

Quel messaggio di legalità che tanto si è cercato di propagandare ha dimostrato in concreto di essere tutt’altro. Abbiamo dovuto convivere quasi sottomessi a un’associazione criminale che da tempo si prodiga per rappresentarci indegnamente, e che mostra ancora oggi il suo volto violento, condizionando la vita sociale.

Molto di quel fallimento è della Giustizia, che avrebbe dovuto agire in modo degno del nome che porta, con maggiore fermezza nel far applicare le pene. Ma da noi non paga nessuno, perché c’è sempre qualcuno che sa individuare quelle norme che escludono un solo giorno di detenzione. Si viene inquisiti, condannati, e infine liberi di circolare senza restrizioni, come se nulla fosse accaduto. 

L’importante, dicono, è rispettare le regole affinché l’onestà primeggi. Ma quando a non rispettarle sono proprio gli uomini delle istituzioni, cosa succede? Lo stiamo vedendo: il sistema va in ogni caso protetto, “i panni sporchi si lavano in famiglia”, e allora si chiudono entrambi gli occhi.

È un messaggio utopistico quello dei ragazzi, ispirati nel credere che le parole possano col tempo trasformarsi in fatti, e che grazie all’impegno di tutti si possa cambiare. Sono certo che un giorno, crescendo, comprenderanno come non sia bastato il loro impegno o l’essere stati onesti per vedere definitivamente modificato quel marcio sistema. Capiranno che nel nostro Paese vige un noto principio: ad ogni buona azione corrisponde sempre un’altra, disonesta, uguale e opposta. Perché se da un lato c’è chi opera affinché la situazione cambi, dall’altro c’è chi si contrappone affinché non si modifichi. La volontà è preservare quello status privilegiato ormai acquisito, per trasmetterlo – quasi per grazia ricevuta – in eredità ai propri familiari. È così che succede da troppo tempo, ed è così che andrà per molti anni ancora. Ma vince solo chi è convinto di poterlo fare.

La giustizia non è solo un dovere: è una scelta. Una scelta che si rinnova ogni giorno, nel silenzio delle nostre azioni quotidiane. Eppure, quanti si fermano davvero a riflettere su cosa significhi scegliere? C’è stato un giudice che ha fatto della legalità non solo una professione ma una missione, una missione che gli è costata la vita. Pensavano, quelli che lo uccisero, che con lui sarebbe morta anche la luce della giustizia. Quella stessa luce che aveva acceso insieme ad altri eroi, e che invece continua a brillare, nonostante tutto. Ma non basta ricordare. Non basta commemorare. Quel giudice non è solo un nome inciso su una targa, né un’icona da celebrare una volta all’anno per poi tornare alla routine. È un testimone scomodo, uno specchio che costringe a guardarsi dentro e a chiedersi: io, da che parte sto?

Oggi la criminalità organizzata non è più soltanto quella del passato, delle bombe e dei cadaveri abbandonati lungo le strade. Quella esiste ancora, certo, ma è diventata più subdola, più insidiosa. È quella dei compromessi, dell’omertà, delle pratiche illegali compiute quotidianamente sotto gli occhi di tutti. È quella che si annida negli appalti truccati, nelle raccomandazioni, nei voti scambiati per un posto di lavoro o qualche euro in più. È quella del silenzio, che ti fa abbassare lo sguardo quando sai che qualcosa non va, ma preferisci non denunciare. È quella che vive dentro di noi, ogni volta che accettiamo l’illegalità come normale, ogni volta che ci diciamo: “Tanto è così, non cambierà mai”.

Quel giudice ci ha insegnato che la legalità non si negozia. Non si può essere accomodanti, non si può cedere al proprio tornaconto. Essere intransigenti non è una scelta egoista: è un atto d’amore verso la comunità, verso chi viene dopo di noi, verso la nostra stessa dignità. Perché la giustizia non è solo un compito delle toghe e delle forze dell’ordine. La giustizia è responsabilità di tutti. Di ognuno di noi. Ecco perché mi indigna vedere quanti, dopo aver partecipato a cerimonie commosse, tornano alle loro vite come se nulla fosse. Come se ricordare bastasse.

No, non basta. Non serve a nulla piangere sui martiri della legalità se poi continuiamo a vivere immersi in quella cultura dell’illegalità che li ha uccisi. Dobbiamo fare la nostra parte. Noi, cittadini onesti, dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere. Dobbiamo essere la voce che denuncia, il gesto che rifiuta la tangente anche piccola, il coraggio che dice no al pizzo. Dobbiamo essere quegli imprenditori che preferiscono fallire piuttosto che piegarsi al racket, quei giovani che studiano la Costituzione invece di imparare il linguaggio della sopraffazione. Dobbiamo essere quel territorio libero, non come un sogno irraggiungibile, ma come un dovere imprescindibile.

E qui permettetemi una riflessione personale. Spesso penso che la vera rivoluzione non sia fatta di grandi gesti eroici, ma di piccole scelte quotidiane: il commerciante che paga regolarmente le tasse, pur sapendo che molti colleghi evadono; il genitore che insegna ai figli che il rispetto delle regole è più importante del successo facile; l’insegnante che spiega che la Costituzione non è un libro polveroso, ma una bussola per orientarsi. Sono queste scelte, apparentemente insignificanti, che possono cambiare il mondo. Perché la criminalità organizzata non ha paura delle commemorazioni. Ha paura delle nostre azioni. Ha paura di una società che smette di tollerare l’illegalità, che non la considera più normale, che non la accetta come inevitabile. Ha paura di una legalità che smette di essere un discorso e diventa pratica.

Allora, te lo chiedo di nuovo: tu, da che parte stai? Accetti le logiche dell’illegalità come normali, oppure alzi la testa, anche quando costa? Non si tratta di fare gli eroi. Si tratta di essere semplicemente noi stessi: cittadini consapevoli, persone integre, esseri umani che credono nel valore della giustizia. 

Perché la legalità, quando diventa pratica, è rivoluzione. Ed è questa rivoluzione che, da lassù, ci viene chiesto di portare avanti, ogni giorno.

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