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lunedì 16 febbraio 2026

INTER - JUVE: Una vergogna per lo sport!

Buongiorno, stamani, provo a dare forma a un mio sfogo, ad un grido che arriva dritto dal cuore di chi lo sport lo vive, lo respira e lo ama, senza bisogno di divise o di bandiere.

Parto da un titolo forte, un pugno nello stomaco: "Inter-Juve una vergogna per lo sport!". Ecco, forse è proprio da lì che dobbiamo cominciare, da quella sensazione di amaro in bocca che ti resta addosso quando la domenica sera spegni la televisione e ti rendi conto che non hai assistito a una partita di calcio, ma a qualcosa di molto diverso.

Perché sabato sera, a San Siro, non si è giocata solo una partita. Si è consumata una piccola, grande rappresentazione di quello che non dovrebbe mai accadere, dentro e fuori dal rettangolo verde. E lo dico da persona che lo sport lo ha praticato, che sa cosa significa sudare su un campo, che conosce il valore del confronto leale, anche quando si gioca una semplice partitella con gli amici in spiaggia sotto il sole di agosto. 

Lo sport, quello vero, dovrebbe essere un'isola felice, un luogo dove i principi che fatichiamo a far valere nella vita quotidiana – l'onestà, il rispetto, la correttezza – diventano la regola non scritta, il fondamento di ogni gesto. Invece, sabato (ma non solo ormai il sabato sera...), abbiamo visto il contrario. Abbiamo visto la vita vera, con tutte le sue storture e le sue ingiustizie, entrare in campo e prendersi la scena.

Un episodio, su tutti, ha acceso la miccia. Un episodio che ha nome e cognome, ma che qui volutamente non voglio nemmeno pronunciare, quasi per pudore, per non dare ulteriore dignità a un gesto che dignità non ne ha. 

Un giocatore dell'Inter si lascia andare, si accascia a terra come colpito da un fulmine, dopo un contatto inesistente con un avversario. Una simulazione. Una bugia raccontata con il corpo. E l'arbitro, nel caos dell'azione, ci casca. Fischia, corre, estrae il cartellino rosso e lo sventola in faccia a un giocatore della Juve, quel Pierre Kalulu che in quel momento non può credere ai propri occhi. Lo vedi dalle sue espressioni, dai suoi gesti disperati, dalla sua corsa verso il direttore di gara, quasi in ginocchio a supplicarlo: "Rivedila, la prego, vada a vedere, non è successo niente!". 

È l'immagine più vera e struggente della serata: un calciatore che chiede giustizia, che si affida alla tecnologia, alla possibilità di rivedere le immagini, convinto che la verità, una volta mostrata, non possa che trionfare. Ingenuo. Perché la verità, a quanto pare, non è più un valore così scontato, nemmeno quando hai a disposizione tutti gli strumenti per farla emergere.

E qui veniamo al nodo centrale, al tarlo che rode chiunque abbia a cuore la pulizia di questo gioco: L'arbitro. O meglio, il sistema arbitrale. Perché non è solo questione di un errore umano, di quelli che ci stanno e ci staranno sempre. 

No, qui il dubbio è più profondo, più amaro. Quell'arbitro, in quel momento, aveva la possibilità di rimediare. Poteva, certo non è previsto dal protocollo (ma a volte si deve saper andar oltre, sì... se ci fosse un po' più di personalità...), chiedere al Var di rivedere l'azione. Poteva andare al monitor, guardare con i suoi occhi ciò che era realmente accaduto, e ammettere il suo sbaglio. Sarebbe stato un atto di coraggio, di onestà intellettuale, di quelle cose che dovrebbero distinguere un uomo in divisa, ma è proprio ciò che in quelle vesti non accade e sarà forse per questo motivo che da sempre ho scelto di non indossarne una!

E difatti... per quell'esser inquadrato alle regole (anche errate), si è affidato a chissà quale voce, a chissà quale ordine impartito dall'alto, e ha lasciato che l'errore diventasse sentenza! Ha scelto di non vedere. E così, non solo ha condizionato in modo irreparabile una partita, ma ha mandato un messaggio ben più grave, un messaggio che va dritto nei campetti di periferia dove migliaia di ragazzi sognano di diventare calciatori. 

Il messaggio è che: non conta essere onesti, conta essere furbi. Conta vincere, anche a costo di rubare, anche approfittando della mediocrità o della sudditanza di chi dovrebbe garantire le regole. È proprio il contrario di quanto in questi giorni, durante le Olimpiadi invernali, il Presidente Mattarella affermava sullo sport, sulla sua funzione educativa e la bellezza che dovrebbe trasmettere.

Allora mi chiedo, e vi chiedo, a cosa serve quella telecamerina che l'arbitro porta addosso, se poi non viene usata per comprendere, per decidere in scienza e coscienza? A cosa serve il Var, se diventa non uno strumento di verità, ma un paraocchi per confermare gli errori o, peggio, per gestire il risultato secondo logiche che con lo sport c'entrano poco? 

Si è demolito il principio del calcio, si è detto ai giovani che l'importante è vincere sempre, in qualsiasi modo. Con un rigore inesistente, con un fallo inventato, con una espulsione che è una farsa. E noi, che questo sport lo amiamo, restiamo qui a guardare, con un senso di impotenza che diventa rabbia.

Ecco perché, da ex sportivo, prima ancora che da tifoso (e lo ribadisco, io tifo Catania, e quello già di suo mi fa penare abbastanza, senza bisogno di queste sceneggiate...), sento il bisogno di prendere posizione. 

Ho deciso, e spero che tanti mi seguano, che da oggi non scommetterò più un solo euro su queste nostre partite, sì... che mi appaiono sempre più spesso "taroccate" e condizionate da episodi che di spontaneo non hanno nulla, anzi potrei affermare che mi sembrano molto (e qui il termine mi sembra appropriato...) "arbitrarie".

Perché quando muori così, quando vedi la disonestà premiata e applaudita, ti passa la voglia di crederci ancora. E allora non ci resta che tornare all'essenza, a quella partitella in spiaggia con gli amici, dove l'unico arbitro è il rispetto reciproco, dove l'unico risultato è divertirsi insieme. 

Perché forse, solo lì, lo sport è ancora quello che dovrebbe essere!

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