E a pagare sono sempre gli stessi: i lavoratori che restano senza stipendio, le imprese locali che hanno fornito materiali e mezzi, il territorio che aspetta un’infrastruttura vitale e trova solo cantieri deserti e quelle abituali polemiche.
Cosa dire... è un paradosso amaro, quasi metafisico, vedere fondi stanziati, attività programmate, e poi osservare il tutto bloccarsi perché l’ingranaggio si inceppa lontano da qui, in una sede legale del Nord, in una decisione finanziaria che tratta la Sicilia come una postazione periferica e sacrificabile.
Quei "General contractor" che si aggiudicano appalti per centinaia di milioni, progettano, mobilitano indotti, avviano i lavori, e poi, alla prima difficoltà, dichiarano crisi, avviano concordati, lasciano il testimone a un’altra società, già... sembra di essere in uno gioco di scatole cinesi, dove tutti partecipano.
Nel frattempo, chi ha lavorato, chi ha fornito, trasportato le forniture, eseguito i lavori, già... chi ha messo le ore del proprio personale in quel cantiere, aspetta, aspetta, sì... aspetta invano solitamente centoventi giorni, spesso di più, per vedere i propri crediti, ma dopo qualche anno, quando ormai gli importi sono cresciuti ahimè a dismisura, ecco che improvvisamente i propri crediti evaporano nel limbo, sì... di procedure infinite, che rischiano di portare al fallimento tutte quelle imprese, solo perché, avevano creduto a un contratto.
È un sistema marcio, d'altronde non vi è altro modo di chiamarlo, e non si può che concordare, perché la putrefazione sta proprio nel fatto che questo meccanismo sembra perfettamente oliato per funzionare a senso unico, per proteggere chi sta in alto nella catena e schiacciare chi sta in basso.
Qualcuno dice che accade ogni due anni, ma potrei elencare una serie di casi che vanno avanti così da oltre un ventennio, e la cosa più tragica, è la sensazione di un destino ineluttabile, di una storia già scritta che si ripete a ogni nuova opera strategica. I sindacati lanciano allarmi, i politici presentano interrogazioni, i giornali scrivono articoli, i lavoratori scendono in sciopero sotto il sole o la pioggia, davanti a un cantiere fermo.
Si chiedono le solite cose: garanzie, si chiede un intervento istituzionale, si invoca chiarezza! Certo, le risposte arrivano, a volte, lente e formali, spesso cariche di burocratese: manca la presa d’atto formale, la documentazione è in esame, ci sono criticità pregresse ereditate. Nel frattempo, le famiglie vivono di ansia e le piccole imprese locali, il vero cuore pulsante dell’economia di questi territori, stringono la cinghia fino a soffocare, tradite da un sistema che dovrebbe essere una leva di sviluppo e invece si rivela un vampiro.
E allora viene da chiedersi, riflettendo a voce alta, dove sia il limite di questa tolleranza!
Quanto ancora questo territorio, già provato da tante sfide, deve sopportare di vedere le sue aspettative di progresso utilizzate come merce di scambio in giochi finanziari più grandi di loro? L’opera pubblica dovrebbe essere un patto tra lo Stato e la comunità, un investimento nel futuro, invece, troppo spesso, qui si trasforma in una landa di confine dove le regole del gioco sembrano sospese, dove i diritti dei lavoratori e dei fornitori diventano l’ultima ruota del carro di strategie aziendali decise altrove.
La colpa, si dice, è di procedure lunghe, di passaggi delicati, ma quando la delicatezza diventa sistematicamente sinonimo di ingiustizia, allora non è più una scusa, è un sintomo preciso di un male profondo.
Serve una sterzata decisa, una presa di responsabilità che vada oltre le singole emergenze e spezzi finalmente questo circolo vizioso, perché un’isola non può essere eternamente in attesa del proprio futuro, mentre qualcuno, altrove, conta i suoi danni e i suoi profitti sul groppone di chi quel futuro lo deve costruire, giorno dopo giorno, anche senza sapere se alla fine del mese potrà mettere insieme il pranzo con la cena.

Nessun commento:
Posta un commento