E allora viene da chiedersi: cosa stiamo festeggiando davvero? Perché è difficile, quasi impossibile, parlare di festa quando, nel momento in cui scrivo, l’elenco di donne uccise per mano di uomini – padri, mariti, compagni, ex – continua ad allungarsi.
Solo in Italia, nei primi mesi di quest’anno, si contano decine di nomi, e se allarghiamo lo sguardo al mondo, il numero diventa una valanga che travolge ogni tentativo di celebrazione.
Forse dovremmo partire da qui, da una parola. Non "festa", ma "giornata". La Giornata Internazionale della Donna, o meglio, dei diritti della donna. Non è un dettaglio da grammaticali, è una questione di sostanza. La parola "festa" richiama qualcosa di compiuto, un traguardo raggiunto, qualcosa per cui gioire e brindare, ma non è così....
La verità è che questa ricorrenza nasce all’inizio del Novecento come un momento di lotta, di rivendicazione, per ricordare le battaglie sociali, politiche ed economiche che hanno permesso alle donne di conquistarsi, un passo alla volta, degli spazi. È una giornata che parla al futuro e al presente, non al passato. E il presente, purtroppo, ci mette davanti a una realtà cruda: non c’è molto da festeggiare quando il semplice fatto di uscire di casa, di dire di no, di volersi separare può costare la vita!
Il pensiero corre inevitabilmente a loro, a quelle centinaia di donne che nel mondo non ci sono più, vittime di quella che non è una tragedia del destino, ma una violenza di genere che affonda le radici in una cultura che fa fatica a morire.
Ecco, allora, che l’8 marzo non può e non deve essere il giorno in cui ci si dimentica di questi numeri, ma anzi, deve diventare la lente per guardarli con ancora più chiarezza. Perché la violenza non è un episodio a sé, staccato dal resto. È il punto di arrivo più estremo di un percorso fatto di discriminazioni, di disparità salariali che ancora oggi vedono le donne guadagnare meno dei colleghi uomini a parità di lavoro, di opportunità negate, di stereotipi che le vorrebbero in un ruolo piuttosto che in un altro.
La mimosa che compriamo per regalarla diventa allora un gesto vuoto, se non è accompagnata dalla consapevolezza che in tanti posti di lavoro, quella stessa donna che festeggiamo, deve ancora lottare per vedersi riconosciuta la sua professionalità.
So bene che esiste una data specifica per parlare di violenza, che è il 25 novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E quella è una ricorrenza fondamentale, un momento in cui il dibattito si accende con una forza particolare. Ma sarebbe un errore pensare che l’8 marzo debba occuparsi solo di conquiste, lasciando il tema della violenza confinato a novembre.
La realtà è che la lotta per la parità e la lotta contro la violenza viaggiano sullo stesso binario, sono due facce della stessa medaglia. Non si può chiedere rispetto e pari dignità se, dall’altra parte, c’è un’emergenza che continua a mietere vittime. E allora, forse, il modo migliore per onorare questa giornata è proprio questo: non separare le cose, non indorare la pillola.
Ricordare le battaglie vinte, certo, le strade aperte, i diritti conquistati. Ma farlo con la testa china su quel maledetto elenco di nomi, perché il rispetto non può essere un regalo da scartare una volta all’anno, ma un’abitudine quotidiana, un impegno che riguarda tutti, uomini e donne, e che si coltiva ogni giorno, lontano dai riflettori e dalle mimose.
"Ho scelto te, una donna per amico, ma il mio mestiere è vivere la vita che sia di tutti i giorni o sconosciuta; ti amo forte debole compagna, che qualche volta impara e qualche volta insegna".
Una donna per amico - di Lucio Battisti.

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