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mercoledì 11 marzo 2026

SETAD: La lunga ombra del potere in Iran.

C’è una domanda che in questi giorni di fuoco torna con insistenza, sì... come un’ombra che non si lascia scacciare. Riguarda la natura del potere, la sua trasmissione e quel filo sottile ma resistente che tiene insieme sistemi apparentemente instabili.

E così... mentre i cieli del Medio Oriente si accendono e le cancellerie trattengono il respiro, a Teheran si consuma un passaggio silenzioso ma decisivo. 

Non è solo la successione alla Guida Suprema, non è soltanto il rombo dei bombardieri, no... è qualcosa di più profondo: chi comanda davvero, e su cosa poggia la forza di un regime che sembra sfidare ogni logica di crollo.

La risposta potrebbe nascondersi in un nome poco noto al grande pubblico: Setad. Sede Esecutiva dell’Ordine dell’Imam, nata nel 1989 per volontà di Khomeini per gestire beni confiscati. Un compito temporaneo, in teoria. Ma col tempo, quell’organismo si è trasformato in un impero economico valutato intorno ai duecento miliardi di dollari, paragonabile alle oligarchie russe. Il suo tratto distintivo? L’opacità assoluta. Il Setad non rende conto al Parlamento, né ai ministeri. Risponde soltanto alla Guida Suprema. È uno Stato dentro lo Stato, un sistema parallelo che investe in telecomunicazioni, energia, immobiliare, agricoltura, con entrate che superano persino quelle del petrolio iraniano.

Ma il Setad non è solo denaro. È controllo! Accanto a esso operano i bonyad, fondazioni caritatevoli che distribuiscono aiuti, costruiscono scuole, sostengono famiglie. Una rete di dipendenza, dove la carità diventa strumento politico. Il messaggio è chiaro: il regime è l’unico che ti protegge! Lo stesso meccanismo che alimenta Hezbollah in Libano. Ed è in questo contesto che emerge Mojtaba Khamenei, secondogenito dell’attuale Ayatollah, indicato come il successore designato.

La sua ascesa segnerebbe una rottura con un tabù fondamentale della Repubblica Islamica: la non ereditarietà del potere. Ma Mojtaba non è un semplice figlio al posto giusto. Per anni è stato l’ombra del padre, il custode delle informazioni, colui che decideva chi poteva avvicinarlo. Si dice sia stato il regista della repressione dell’Onda Verde nel 2009 e del movimento "Donna, Vita, Libertà" nel 2022. Il suo patto con i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, è saldo. Per loro, è la garanzia che il sistema militare ed economico resterà intatto. Le leve del potere non cambieranno mano.

E poi c’è il piano più personale. Mojtaba, come il padre, possiede una fortuna stimata in centinaia di milioni, con proprietà a Londra e Dubai. Qui, il potere politico e quello economico si fondono senza soluzione di continuità. Come ha osservato un analista israeliano, in un sistema dove ricchezza e accesso dipendono dalla vicinanza al vertice, la sopravvivenza del regime coincide con la sopravvivenza personale dell’élite. Per farlo crollare, servirebbe che qualcuno tra coloro che ne traggono vantaggio decidesse di voltare pagina. La nomina di Mojtaba va nella direzione opposta: blindatura, continuità, rafforzamento.

In mezzo a tutto ciò, la voce di Donald Trump. In conferenza stampa, annuncia che la guerra contro l’Iran finirà presto, che gli obiettivi militari sono vicini. Parla di colpire la produzione elettrica, ma di aver lasciato alcuni bersagli in serbo. Minaccia ritorsioni se il petrolio venisse bloccato. E poi, con un colpo di realpolitik, dichiara che gli Usa sono pronti a ridurre sanzioni sul petrolio iraniano – e persino su quello russo – pur di calmierare i prezzi prima delle elezioni. Intanto, la NATO abbatte un missile sopra la Turchia, gli Emirati subiscono attacchi di droni, e un proiettile uccide un parroco in Libano, padre Pierre El Raii.

Trump, commentando la possibile ascesa di Mojtaba, dice: “Un grosso errore, non so se durerà”. Una frase pronunciata da chi sta bombardando, certo. Ma tocca un punto vero. La durata non dipende solo dai raid o dalle sanzioni. Dipende dal rapporto tra un regime che si chiude a cerchio attorno ai suoi interessi e una società che, più volte, ha mostrato di volere altro. Il cardinale Parolin parla di “immane tragedia” che rischia di allargarsi, e ammette che le parole della Santa Sede sembrano cadere nel vuoto. Eppure, dice, bisogna continuare a seminare.

Forse è proprio qui il nodo. Mentre le bombe cadono e i mercati oscillano, mentre un nuovo leader si prepara a governare all’ombra dei Pasdaran e di un impero finanziario smisurato, la domanda non è soltanto se durerà... ma a quale prezzo e cosa resterà dopo.

Perché anche nei sistemi più chiusi, la storia lascia sempre delle crepe. E a volte, chi semina nell’ombra non sa mai chi raccoglierà. Ma come ripeto spesso: anche il muro più spesso ha delle fessure, ed è da lì che, prima o poi, filtra la luce di ciò che si credeva sepolto!


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