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lunedì 29 giugno 2026

Beirut: un sussurro di speranza tra le macerie della guerra.

Buongiorno, provo stamani a dare senso agli accadimenti di una terra piegata ma resistente, senza mai perdere di vista lo sguardo umano che li abita.

Stamani mi trovo a scrivere sollevato da una piccola speranza, perché la notizia che arriva da Washington è di quelle che meritano una sosta, un respiro, una rielaborazione profonda.

Già... perché quando si parla del Libano, si parla di uno dei luoghi più incantevoli del Mediterraneo, di quella Beirut che per decenni abbiamo amato chiamare la "Parigi d'Oriente", culla di culture, crocevia di civiltà, poesia scolpita nel cemento e nel mare.

Eppure, oggi, quella stessa città, quel paese intero, si trova a piangere sotto il peso di una guerra che non ha scelto, ma che è stata scatenata da un gruppo militare che da sempre rifiuta di percorrere la via del dialogo pacifico con Israele. Missili lanciati senza un vero progetto se non quello della provocazione, e poi la risposta, inevitabile, dura, spietata: l'esercito israeliano che varca il confine, che penetra nel sud del Paese, che impone una presenza militare che, a mio avviso, non dovrebbe esserci, ma che paradossalmente è diventata realtà proprio a causa di quelle violenze iniziali. E così, il Libano si ritrova sconvolto, la sua comunità lacerata, la sua terra martoriata da un conflitto che sembra non avere fine, e che invece, forse, oggi potrebbe iniziare a vedere una luce.

Perché stamani, finalmente, il governo in carica libanese sembra aver raggiunto un accordo con Israele. Un accordo quadro, certo, non definitivo, ma pur sempre un passo. È stato firmato a Washington, al quinto round di negoziati, dopo cinque giorni di colloqui serrati che hanno visto seduti allo stesso tavolo uomini che fino a ieri si parlavano solo attraverso i cannoni.

Eppure, mentre ascolto le dichiarazioni di Netanyahu, che parla di un "duro colpo all'Iran" e rivendica la permanenza di Israele nella zona di sicurezza nel Libano meridionale, non posso fare a meno di avvertire un senso di amarezza, perché se è vero che i negoziati hanno dato i loro frutti, è altrettanto vero che restano punti oscuri, nodi irrisolti, come il disarmo di Hezbollah e il ritiro completo delle forze dell'Idf dal sud del Paese.

L'intesa, secondo quanto riporta la televisione pubblica israeliana Kan, prevede che le truppe israeliane si ritirino all'interno della zona di sicurezza, ma non lasceranno il territorio libanese in questa fase. Un parziale arretramento, insomma, che permetterà ai residenti di tornare nelle loro case in due aree pilota, una a nord del fiume Litani e l'altra a sud, ma che lascia ancora aperta la ferita dell'occupazione militare.

E poi c'è la gestione dei tunnel di Hezbollah, il contrasto al rafforzamento dell'organizzazione filoiraniana, l'avvio di negoziati sul confine terrestre: tutti temi cruciali, ma che richiedono tempo, volontà e, soprattutto, la supervisione americana. Perché il successo di questa iniziativa, come ha sottolineato lo stesso Netanyahu, dipenderà dalla forte volontà e dal coinvolgimento degli Stati Uniti, che dovranno addestrare l'esercito libanese prima che il progetto pilota possa davvero partire. Una condizione che, a mio parere, rivela quanto sia fragile e condizionata questa pace, quanto sia appesa a un filo che tiene insieme interessi geopolitici, ambizioni regionali e la vita di milioni di persone che chiedono solo di respirare.

Eppure, non posso negare che la firma di oggi rappresenti un evento storico, perché finalmente per la prima volta, dopo mesi di sangue e distruzione, Israele e Libano si sono seduti a un tavolo e hanno scritto nero su bianco un accordo.

Marco Rubio, il segretario di Stato americano, lo ha definito "un primo passo", e ha aggiunto che "il primo passo è a volte il più difficile". Parole che mi hanno fatto riflettere, perché è vero: l'inizio è sempre il momento più complesso, quello in cui si gioca tutto, in cui si gettano le fondamenta di ciò che verrà. Anche il presidente libanese Joseph Aoun ha parlato di "inizio dell'inizio", riconoscendo che il cammino sarà lungo e irto di ostacoli, ma anche che non si può più tornare indietro.

Il governo italiano, dal canto suo, ha accolto la notizia con favore, ribadendo la sua disponibilità a fare la propria parte per consolidare il cessate il fuoco e creare le condizioni per una pace duratura che veda affermata la sovranità del Libano e la sicurezza di Israele. Parole importanti, che certamente rassicurano, perché dopo tutto l'Italia ha sempre avuto un ruolo importante di mediazione e di presenza sul terreno, e sapere che oggi siamo pronti a continuare su quella strada mi dà fiducia.

Ma c'è un'altra voce, una voce che non posso ignorare, che si leva come un grido di dissenso e che getta un'ombra su questa mattinata di speranza. È la voce di Hezbollah, che ha condannato l'intesa con parole durissime. Il parlamentare Hassan Fadlallah ha riaffermato la posizione del gruppo sciita che respinge i negoziati diretti con il nemico israeliano, mettendo in guardia contro quella che definisce una "deriva politica e di sicurezza" che mina la sovranità del Libano e causa pericolose divisioni interne.

E in questo grido, io sento tutto il peso di una frattura che attraversa il paese, che lo divide tra chi vuole la pace e chi, invece, continua a vedere nella resistenza armata l'unica via. Una frattura che rischia di far crollare il castello di carte che si sta faticosamente costruendo a Washington, e che mi fa chiedere: quanto durerà questa tregua? Quanto sarà solida, se una delle parti in causa rifiuta in modo categorico di riconoscere il tavolo dei negoziati? Eppure, forse, è proprio in questa tensione che si gioca il destino del Libano. Forse è proprio affrontando queste divisioni, portandole alla luce, che si potrà provare a superarle. Perché la pace, quando arriva, non è mai perfetta, non è mai totale, ma è un mosaico di compromessi, di passi indietro e di slanci in avanti.

E allora, mentre concludo questo mio post, vorrei fermarmi un istante a pensare alla gente del Libano, a molti di quella comunità che ho tra l'altro conosciuto, ma che ho anche imparato ad amare attraverso i racconti di viaggio e le storie di chi ha vissuto la sua bellezza e il suo dramma.

Gente che oggi forse guarda a questo accordo con occhi pieni di speranza e di paura, perché sa che la strada è ancora lunga e che le macerie non si ricostruiscono in un giorno. Ma sa anche che ogni viaggio inizia con un passo, e che quel passo è stato fatto.

Che Israele e Libano abbiano firmato un accordo a Washington, che Netanyahu parli di colpo all'Iran, che Rubio e Aoun lo definiscano un primo passo, tutto questo è vero. Ma ciò che conta davvero, ciò che io voglio portare con me oggi, è la consapevolezza che la vita è più forte della guerra, che il dialogo può ancora vincere sulla violenza, e che Beirut, la sua luce, la sua poesia, non è perduta per sempre.

Forse è solo in attesa, come una vecchia amica che aspetta il momento giusto per rialzarsi e tornare a brillare. E noi, da qui, con il nostro sguardo e il nostro cuore, possiamo solo augurarci che quel momento sia vicino, che le parole firmate oggi diventino fatti concreti, che il ritiro delle truppe sia completo, che Hezbollah deponga le armi, che i tunnel vengano sigillati e che il confine torni a essere un limite, non un fronte.

Perché il Libano merita la pace, i suoi figli meritano un futuro, e noi tutti meritiamo di ricordare quel paese non per le sue ferite, ma per la sua straordinaria capacità di rinascere. Stamani, la speranza è un sussurro che si fa strada tra le macerie. Che nessuno si permetta di zittirlo.

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