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martedì 21 luglio 2026

Paolo Borsellino e la strage di via D'Amelio: Perché non ho pubblicato il 19 luglio (e perché questo vale per tutte le vittime della mafia).

Succede sempre così, già puntuale... quasi fosse un pratica periodica, un rituale laico.

L'altro ieri, 19 luglio, un flusso incessante di parole, immagini, commemorazioni, trasmissioni speciali, post con fiamme tricolori in bella evidenza, discorsi solenni, nelle piazze, nelle aule dei tribunali, nelle aule scolastiche, un intero Paese che si ferma, o almeno fa finta di fermarsi, sì... per ricordare Paolo Borsellino e la sua scorta (Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Claudio Train) barbaramente uccisi in via D'Amelio.

È giusto, è doveroso, e non mi sognerei mai di metterlo in discussione...

Eppure, mentre osservo ogni anno quel carosello mediatico, ho avuto la sensazione che molti dei miei connazionali si sentano quasi a posto con la coscienza una volta esaurito il rito. Come se l'omaggio di quel singolo giorno bastasse a saldare un debito che, in realtà, è eterno, sì... perché poi, puntualmente, arriva il giorno dopo!

E il silenzio torna a calare, più fitto di prima, cancellando con una facilità imbarazzante la commozione e le promesse del giorno precedente. La memoria, così, rischia di diventare un'archiviazione, un evento da calendario piuttosto che un'eredità viva e pulsante.

Allora mi sono chiesto: e se provassimo a ribaltare questo meccanismo? Se ciascuno di noi, ad esempio a "rotazione", scegliesse un giorno a caso dell'anno, magari un giorno qualunque, senza alcuna ricorrenza, per ricordare uno di questi eroi? Non sarebbe forse questo il modo più autentico per rendere omaggio alla loro memoria? Un modo per sottrarli all'oblio dei "giorni dopo" e fare in modo che il loro sacrificio non venga relegato a una macchia colorata sul calendario, ma diventi un pensiero diffuso, costante, quasi naturale. 

Perché il vero pericolo, credo, non sia l'oblio, ma l'abitudine alla commemorazione, l'abitudine a sentirsi in dovere di ricordare solo quando il tronco dell'albero è ormai secco e spoglio, dimenticandoci di annaffiare le radici per tutto il resto dell'anno.

La memoria di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, e di tutte le vittime della mafia, non dovrebbe essere una fiamma che brucia per un giorno per poi spegnersi, ma un filo sottile e robusto che tiene insieme i giorni tutti, un telaio su cui tessere il presente. 

E parlando di Borsellino, di cosa significa davvero "non dimenticare", mi sono tornate in mente le motivazioni di una sentenza, lette e rilette, che gettano una luce tremenda e affascinante su quelle che furono le sue ultime, frenetiche settimane. I giudici della Corte d'assise d'appello di Palermo hanno ricostruito con dovizia di particolari il perché quell'attentato, già nei piani di Riina ( e di quella parte di Stato infedele che finora è stato ben protetto...), subì un'accelerazione improvvisa, diventando urgente, da compiere "alla giornata".

La ragione di questa fretta omicida, secondo i magistrati, non fu solo la sete di sangue del capo dei capi, fu il terrore, sì... il terrore che Paolo Borsellino, dopo la morte di Falcone, potesse mettere le mani su un dossier che per Cosa Nostra e una parte politica compiacente, era più pericoloso di mille processi: il rapporto su "mafia e appalti"!

Un'indagine che andava a toccare il cuore pulsante del potere mafioso, il suo intreccio morboso con la politica e gli affari. Borsellino, come ha testimoniato Antonio Di Pietro, ne aveva parlato con lui, convinto che in Italia esistesse un sistema di spartizione nazionale degli appalti. Un'eredità pesante, un "passaggio del testimone" da Falcone, come ricordò a suo tempo la dottoressa Liliana Ferraro.

Ecco, questa è la memoria che dovremmo coltivare tutti i giorni. Non solo il volto segnato del magistrato, ma il suo lavoro ostinato, la sua intuizione, la sua determinazione a guardare dove altri chiudevano gli occhi. I giudici hanno scritto che l'eliminazione di Borsellino serviva a "stroncare sul nascere" il rischio che quell'indagine potesse svilupparsi. Volevano annientare il magistrato che, forse più di ogni altro, "avrebbe saputo mettere un patrimonio inestimabile di conoscenze e acquisizioni e capacità di analisi del fenomeno mafioso al servizio di un'indagine". Ed è proprio lì, in quel "forse", in quel "patrimonio inestimabile", che si annida il senso della nostra responsabilità.

Proprio cinque giorni prima della strage, il 14 luglio, Borsellino aveva partecipato a un'assemblea in Procura, esprimendo forti perplessità sulla richiesta di archiviazione di quel dossier. Voleva capire, approfondire, confrontarsi. Voleva fare il suo mestiere, fino in fondo. E per questo è stato ucciso. Pochi giorni fa, a trent'anni dalla chiusura, quell'inchiesta su "mafia e appalti" è stata riaperta. Una vittoria postuma, forse, ma che non deve farci abbassare la guardia. È la dimostrazione che il lavoro di Borsellino, come quello di Falcone, non era un capitolo chiuso di storia, ma una pagina ancora da scrivere, un filone da seguire con la stessa tenacia di allora.

Quindi oggi, a due giorni di distanza dal 19 luglio, mentre il rumore dei riflettori si è già affievolito, ho scelto di scrivere questo post. Non per seguire il ritmo della cronaca, ma per restituire a Paolo Borsellino la sua dimensione più vera: quella di un uomo che ha lottato fino all'ultimo giorno per uno Stato che forse, in quel momento, non lo meritava abbastanza

Ricordarlo oggi, e magari farlo anche tra un mese, o in un qualsiasi altro giorno dell'anno, è il modo che ho per dire che la sua voce, e quella di tutti gli altri, non è solo un'eco del passato, ma un monito per il presente. Un monito che dobbiamo imparare a far nostro, ogni singolo giorno, per non renderlo vano...

lunedì 20 luglio 2026

Mario Roggero: “Mattarella dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza, d'altronde... ha graziato la Minetti”.

Le parole di Mario Roggero, pronunciate davanti ai cancelli del carcere di Bollate, hanno il suono crudo di una verità che brucia. “Come si può sentire uno che sta entrando per 15 anni a 72 anni. Ergastolo. Viva la giustizia italiana”. Non era un urlo, ma un sospiro carico di sarcasmo, quello che il gioielliere piemontese ha scambiato con i cronisti, prima di varcare quella soglia che lo avrebbe inghiottito per quasi quindici anni.

E mentre gli agenti di polizia penitenziaria lo identificavano e lo accompagnavano dentro, le sue parole continuavano a risuonare, come un'eco amara che si rifletteva sui muri di un istituto che, per lui, diventerà una seconda casa. Un destino che appare sproporzionato, quasi assurdo, per un uomo che ha visto la sua vita stravolta da un attimo di terrore.

Questo è il massimo per i delinquenti, saranno facilitati a continuare e a rubare”, ha aggiunto, con la voce che si incrinava tra l'ira e lo sconforto. E poi, quella frecciata al Capo dello Stato, che non è solo un'accusa, ma un grido di dolore. “Cosa direi a Mattarella? Beh, insomma, ha graziato uno scafista che ha ammazzato 30 persone, ha graziato la Minetti. Per cui io penso che Mattarella dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza e poi vedere”. In quella frase c'è tutto il senso di un'ingiustizia che brucia, la sensazione che ci sia una bilancia che pende sempre dalla parte sbagliata, dove la vita di un cittadino che si difende vale meno di quella di chi semina morte.

Sull'argomento, lo scorso anno, precisamente sabato 15 novembre 2025, avevo scritto un post intitolato: Difendersi non è mai un eccesso! - vedasi link: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/11/difendersi-non-e-mai-un-eccesso.html

Ripensando a quelle riflessioni, ritrovai la storia di un uomo di 68 anni che, nella sua casa, nel buio, aveva sparato a un ladro armato di cacciavite. Non per uccidere, ma per fermarlo, per interrompere quell'avanzata minacciosa che trasformava il suo salotto in un campo di battaglia. E ricordo la sensazione di sollievo nel leggere che la Procura non aveva nemmeno iscritto un verbale a suo carico, riconoscendo che la sua reazione era stata dettata dall'istinto di sopravvivenza, non dalla crudeltà. 

La premier Meloni lo disse senza esitare: «La difesa è sempre legittima». Parole che non sono solo un commento, ma un principio. E Salvini, subito dopo, ricordò come quella norma nascesse da anni di battaglie per tutelare «i cittadini perbene», quelli che non chiedono favori, ma il semplice diritto di non essere aggrediti nella propria casa.

Eppure, oggi, mentre ripenso a quelle parole e le confronto con la condanna di Roggero, mi sembra di vedere un paese diviso in due. Da una parte, c'è la legge che riconosce la legittima difesa come un diritto sacrosanto, come fu ribadito allora. Dall'altra, c'è la dura realtà di chi, come Roggero, si ritrova a scontare una pena che sembra non tenere conto del terrore che ha vissuto. Dove passa il confine tra chi ha il diritto di sparare per difendersi e chi, invece, viene considerato un assassino? Forse è tutto una questione di dettagli, di circostanze, di quegli attimi eterni che sfuggono al giudizio di chi osserva da lontano.

Perché, a ben pensarci, quando si è nel buio della propria casa e si sente un rumore che non dovrebbe esserci, non esiste un manuale per la paura. Non ci sono regole che ti dicono come dosare la reazione, come misurare la forza di un colpo o come valutare se l'aggressore è armato o no. C'è solo un istinto primordiale, animale, che ti spinge a proteggere te stesso e i tuoi cari. Come scrissi allora: la violenza è già nell'aggressione, non nella reazione. È nel silenzio di chi entra nella tua vita con un cacciavite in mano, nel buio, mentre tu dormi o sei semplicemente a casa tua. Non esiste una scala di valori che dica «puoi difenderti solo se rubano X, ma non se minacciano Y». Se c'è pericolo, se c'è aggressione, se non c'è via di fuga, allora ogni mezzo è lecito. Non per vendetta, non per crudeltà, ma per sopravvivere!

E allora, mi chiedo, perché ci vuole ancora tutto questo tempo per capire una verità così semplice? Perché ancora oggi, quando sentiamo parlare di casi come quello di Roggero, ci troviamo a dibattere su proporzioni e eccessi, come se la vita di chi si difende dovesse essere sempre subordinata a un calcolo matematico? Forse, come dicevo un anno fa, è perché per anni abbiamo ascoltato certi politici parlare di sicurezza a parole, senza mai voler affrontare la verità scomoda: che la paura non è di destra o sinistra, ma è solo umana. E la paura, quando si fa concreta, non aspetta il tempo di una legge, di un dibattito parlamentare o di una sentenza della Corte.

Oggi, però, qualcosa sembra muoversi. La legge sulla legittima difesa è un passo avanti, un segnale che dice ai cittadini perbene che non sono più soli, che non devono più nascondersi o scusarsi per aver difeso la loro dignità. Ma il caso di Roggero ci ricorda che il percorso è ancora lungo e tortuoso. Perché la casa non è solo un muro, una porta o una finestra, è il confine ultimo della tua libertà, il luogo dove dovresti sentirti al sicuro. E nessuno, mai, può pretendere che tu lo lasci violare, senza aspettarsi che tu reagisca.

Sì, la legge non è perfetta, e forse non lo sarà mai. Ma oggi, come allora, continuo a credere che la giustizia debba stare dalla parte di chi, al buio, ha il coraggio di difendersi. Di chi, come Roggero, si è trovato a fare una scelta impossibile in un secondo che dura una vita. E mentre le sue parole risuonano ancora, mi auguro che qualcuno, da quelle alte sfere del potere, possa davvero mettersi una mano sulla coscienza e guardare oltre le carte bollate, per vedere gli occhi di un uomo che ha solo cercato di sopravvivere.

domenica 19 luglio 2026

Polizze " key man": convenienza fiscale o zona grigia? Attenti alla sostanza.

Quanto sto per descrivere oggi tocca un argomento alquanto particolare, e quasi mi dispiace dover scoprire – anno dopo anno – come il sottoscritto sia capace di individuare circostanze che altri, sì tutti coloro che sono di fatto pagati per scoprirle, non hanno il più delle volte neppure sentore di cosa possa trattarsi. E quindi, per l'ennesima volta, da questo mio blog, evidenzio l'ennesimo paradosso di ciò che è quasi al limite, ma che potrebbe rappresentare una forma di elusione fiscale.

Perché il punto non è la violazione palese, ma quel sottile scarto tra ciò che la norma consente e ciò che il legislatore ha realmente voluto disincentivare. E qui, come spesso accade, chi applica la legge si ferma alla superficie, mentre il meccanismo scorre sotto traccia, inappuntabile nella forma ma sostanzialmente eversivo rispetto allo spirito della disciplina. Un paradosso che, a conti fatti, rende l'elusione non un'eccezione, ma quasi una logica conseguenza di una vigilanza che guarda altrove.

E sì, perché la risposta che ne consegue, in termini tecnici, è che ci troviamo di fronte a una struttura che opera proprio sul confine dell’elusione, e la sua legittimità non è affatto assoluta, ma dipende strettamente dal rispetto di condizioni sostanziali – e quindi non solo formali – che un certo "articolo", seppur citandolo, tenderebbe a presentare quest'ultima come una “ricetta” infallibile.

Peccato che, una volta verificata nella pratica, quella ricetta si scomponga in un insieme di eccezioni e interpretazioni difformi, perché l'elusione non si giudica dalla lettera ma dall'esito concreto dell'operazione. Così il rinvio all'articolo diventa un escamotage retorico, non una garanzia, e la legittimità resta sospesa a un equilibrio instabile che solo il caso singolo può confermare o smentire. In fondo, ciò che l'articolo tace è più rilevante di ciò che scrive.

Ma andiamo con ordine, perché la materia è delicata e merita di essere affrontata con la giusta profondità.

Partiamo dal principio di deducibilità, perché è lì che spesso si annida il primo equivoco. L’articolo in questione cita correttamente la sentenza della Cassazione n. 17367/2020 e la Risoluzione 124/E/2017. Fin qui nulla da eccepire. Tuttavia, quello che omette di sottolineare con sufficiente forza è il principio fondamentale che guida l’Agenzia delle Entrate e la giurisprudenza: la deducibilità del costo, cioè del premio versato, è subordinata alla sussistenza di un effettivo interesse aziendale e al rispetto del principio di competenza economica. 

Non basta, insomma, avere un pezzo di carta firmato. La Risoluzione 124/E/2017, che pure viene evocata, chiarisce infatti che l’accantonamento per il trattamento di fine mandato e i relativi premi assicurativi sono deducibili a due condizioni: che siano previsti da una delibera con data certa anteriore all’inizio del rapporto, e che siano determinati secondo criteri di ragionevolezza e congruità rispetto alla realtà economica dell’impresa. 

Ed è proprio su quest’ultimo punto che si gioca la partita. Se l’importo del premio, e quindi dell’accantonamento, è sproporzionato rispetto al valore economico che il cosiddetto “key man” ha per l’azienda, o rispetto ai parametri retributivi normalmente previsti per figure analoghe, l’Agenzia delle Entrate può tranquillamente disconoscere la deducibilità, qualificando quel costo come non inerente o, peggio, come una mera operazione di accumulo di capitale a fini personali. E qui già emergono i primi, seri, grattacapi.

Ma c’è un aspetto ancora più profondo che rende questa struttura potenzialmente elusiva, e riguarda la sua stessa architettura. L’elusione fiscale, che nel nostro ordinamento si configura come abuso del diritto, ricorre quando vengono realizzate operazioni prive di sostanza economica, il cui obiettivo primario è ottenere un vantaggio fiscale indebito. 

Ora, osserviamo bene la “doppia linea” di beneficiario descritta in quella polizza: se il manager muore, il capitale, sia la parte rischio che quella risparmio, va all’azienda; se invece non muore, la parte risparmio viene corrisposta al manager come trattamento di fine mandato. Il meccanismo, in apparenza simmetrico, cela una realtà sorprendente: l’azienda versa premi interamente deducibili anno dopo anno, ma è certo che, salvo il verificarsi dell’evento morte, non rientrerà mai in possesso del capitale accumulato. Quel capitale, invece, confluirà al manager dopo qualche anno, senza che questi abbia subito alcuna tassazione in corso d’opera, e beneficiando per giunta di una tassazione separata, e quindi agevolata, alla fine. 

Ci troviamo così di fronte a una evidente asimmetria fiscale: l’azienda deduce l’intero premio in ciascun esercizio, mentre il manager, che è il vero destinatario finale della ricchezza accumulata, non paga imposte anno per anno. Questo differimento, questa trasformazione di un costo aziendale deducibile in reddito del manager tassato in modo agevolato, rappresenta esattamente il tipo di meccanismo che l’Agenzia delle Entrate guarda con il massimo sospetto, soprattutto quando manca una vera logica di rischio a giustificarlo.

E veniamo proprio alla funzione del rischio, che viene utilizzata per tentare di legittimare la deducibilità della parte risparmio. L’argomento è che l’azienda riprende quella somma solo in caso di morte. Ma ragioniamo un attimo: se la probabilità attuariale di morte è bassa, come accade per manager in attività, l’operazione si configura sostanzialmente come un fondo di previdenza integrativa parallelo. La differenza, però, è che mentre un fondo pensione ha regole fiscali chiare, con deducibilità limitata per l’azienda e tassazione ordinaria in capo al dipendente, qui si cerca di ottenere una deducibilità piena per l’azienda e una tassazione finale agevolata per il manager, scavalcando di fatto i limiti imposti dalla legge. 

L’articolo stesso, d’altronde, rivela la sua fragilità quando afferma che “la misura degli accantonamenti è parametrata e stimata in base allo scopo primario della polizza, che è quello di coprire il rischio per la perdita del key man”. Ma se l’accantonamento è sproporzionato rispetto a quel rischio, cioè se rappresenta una somma molto elevata che ha poco a che fare con un eventuale danno aziendale e molto a che fare con l’accumulo di capitale per il manager, allora lo scopo primario viene meno, e l’operazione scivola inevitabilmente verso l’elusione.

C’è poi un’ultima considerazione, che condivido pienamente, e che riguarda la qualità soggettiva del cosiddetto “key man”. Perché una cosa va detta con chiarezza: la definizione di uomo chiave non è un’etichetta che si applica a piacere, ma deve essere sostanziata. Un vero key man è un soggetto la cui improvvisa perdita, per morte o infermità, causerebbe un danno economico concreto, diretto e misurabile all’azienda: la perdita di clienti strategici, l’interruzione di progetti fondamentali, l’impossibilità di accedere a finanziamenti, il crollo del valore stesso dell’impresa

Per cui, un dipendente con una retribuzione modesta, privo di poteri decisionali, di partecipazione al capitale o di rapporti critici con gli stakeholder, non può essere qualificato come "key man", per quanto lo si voglia chiamare. E in caso di verifica, l’Agenzia delle Entrate non avrebbe alcuna difficoltà a disconoscere la deducibilità dei premi, ritenendo l’operazione priva di inerenza. Non solo: qualificherebbe le somme versate come compenso in natura per il dipendente, con conseguente obbligo per l’azienda di applicare contributi previdenziali e ritenute Irpef anno per anno, oltre a sanzioni. Insomma, un rischio concreto e tutt’altro che remoto.

Alla fine quindi cosa possiamo concludere? Quanto descritto nell’articolo non è, di per sé, illegittimo. Rappresenta però un’operazione di pianificazione fiscale decisamente aggressiva, che si colloca in quella zona grigia dove il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è diventa labile. Non si tratta di una defraudazione palese, perché formalmente vengono rispettate alcune condizioni come il contraente bloccato, il beneficiario bloccato e il divieto di riscatto. 

Tuttavia, per non scivolare nell’elusione, è indispensabile che il key man lo sia davvero nella sostanza, rivestendo un ruolo dirigenziale di primo piano con poteri e responsabilità tali che la sua perdita rappresenti un rischio oggettivo per la continuità aziendale. È altrettanto indispensabile che l’importo del premio, e quindi del trattamento di fine mandato, sia congruo e proporzionato, parametrato a un’analisi economica seria del danno potenziale patito dall’azienda, e non a una somma forfettaria decisa privatamente. 

Ma non solo, non deve esserci alcun accordo preventivo e occulto: l’accordo deve essere trasparente, deliberato prima dell’inizio del rapporto, e non deve nascondere l’intento principale di sterilizzare fiscalmente un’ingente somma destinata al manager.

Per questo, chi nutre ora - leggendo questo mio post - i miei dubbi, fa bene a esserne consapevole, perché se questa struttura viene applicata a soggetti che "keyman" non sono (con importi sproporzionati), diventa a tutti gli effetti una pratica elusiva, che prima o poi verrebbe disconosciuta dall’Amministrazione Finanziaria, con conseguenze fiscali e sanzionatorie rilevanti sia per l’azienda che per il manager.

E in materia fiscale, si sa, la sostanza finisce sempre per prevalere sulla forma!

sabato 18 luglio 2026

Banche, profitti e signoraggio: quando chi crea denaro decide anche come usarlo.

Visto quanto avevo scritto qualche giorno fa sulle banche, oggi vorrei approfondire un aspetto che raramente viene affrontato con la schiettezza che meriterebbe: il potere che le banche commerciali hanno di creare denaro dal nulla, e di trarre profitto da questa capacità quasi divina.

Perché sì, quando una banca concede un mutuo o un prestito, non sta prestando i soldi di qualcun altro, bensì sta creando dal nulla nuova moneta, che compare sotto forma di deposito sul conto del mutuatario. È un'operazione che avviene con un semplice giro di scritture contabili, senza che nessun risparmiatore abbia dovuto rinunciare a un euro.

Questo potere si chiama "signoraggio", ed è storicamente appartenuto ai governi e alle banche centrali. Si tratta del diritto di coniare moneta, di trarre risorse reali dall'economia attraverso il monopolio della creazione monetaria. Quando lo stato emette banconote, la differenza tra il valore nominale e il costo di produzione costituisce un guadagno che viene poi utilizzato per finanziare la spesa pubblica.

E cosa centra con le banche commerciali? Loro fanno esattamente la stessa cosa, solo in modo meno visibile. Creano denaro sotto forma di depositi, e su quel denaro che hanno creato con un un clic, applicano interessi. Interessi che non remunerano alcun risparmio preesistente, ma che costituiscono puro signoraggio bancario.

Un interessante studio sull'argomento, ha calcolato che nel solo Regno Unito, il signoraggio bancario ha rappresentato in media più del dieci per cento delle entrate fiscali del paese. Una cifra enorme, che fa capire quanto sia rilevante questa forma di tassazione occulta, di cui i cittadini non hanno quasi mai piena coscienza.

Il punto è che le banche hanno imparato a massimizzare questo signoraggio attraverso tre leve fondamentali. La prima è la capacità di attrarre depositi a basso costo, grazie alla liquidità che offrono e alla fiducia del pubblico. La seconda è la scala operativa: più una banca è grande, più riesce a economizzare sull'uso delle riserve necessarie per regolare i pagamenti. La terza è il potere di mercato, quel quasi-monopolio che consente loro di imporre tassi e condizioni senza temere realmente la concorrenza.

Ecco perché un sistema bancario concentrato, con poche grandi banche che dominano il mercato, è così redditizio. Non perché offra servizi migliori, ma perché può estrarre maggiori rendite da un potere che le norme e le regole del sistema contribuiscono a preservare.

La rivoluzione digitale ha ulteriormente accentuato questo squilibrio. I clienti oggi fanno da soli, tramite home banking, operazioni che un tempo richiedevano personale e filiali. Eppure pagano, e spesso pagano di più, per un servizio che in gran parte si autoalimenta. Si potrebbe dire che fanno il lavoro dei dipendenti bancari stando comodamente a casa, ma pagando la banca per questo privilegio. Una situazione paradossale che merita almeno una riflessione.

Qualcuno potrebbe obiettare che le banche sostengono costi e rischi, che devono mantenere riserve e rispettare regole severe. È vero, ma queste regole vengono spesso aggirate o indebolite, come dimostrano i salvataggi pubblici che hanno puntualmente ripagato le banche in difficoltà, trasferendo poi i costi sui contribuenti.

Forse, invece di limitarci a indignarci per i profitti record, dovremmo interrogarci sulla natura stessa di questi profitti. Se le banche creano denaro, e su quel denaro guadagnano interessi, stanno di fatto sottraendo risorse all'economia reale per alimentare la propria crescita. È questa la domanda che dovremmo porci, con la stessa urgenza con cui ci interroghiamo sulle politiche fiscali o sulla spesa pubblica.

Ecco perché la risposta, per quanto complessa, meriterebbe di essere cercata, perché il denaro è troppo importante per lasciare che il suo controllo e il suo frutto restino nelle mani di pochi, senza che il resto di noi abbia voce in capitolo!

Ed allora cosa possiamo fare? Io alcune soluzioni pronte le ho preparate:

1. Riprendere il controllo della creazione monetaria affidandola esclusivamente alla Banca Centrale o al Tesoro. Le banche commerciali diventerebbero semplici intermediari, non creatori di moneta. Il signoraggio tornerebbe allo Stato e verrebbe usato per finanziare servizi pubblici o ridurre le tasse.

2. Creare valute locali o digitali (es. complementari) che non passano attraverso le banche commerciali e che circolano all'interno di comunità ristrette, sottraendo potere al sistema bancario tradizionale.

3. Una soluzione tecnologica come Bitcoin e criptovalute decentralizzate che toglie alle banche il monopolio della creazione monetaria. L'offerta è limitata da protocolli matematici, non da decisioni discrezionali di banche centrali o commerciali.

4. Trasformare le banche in enti senza scopo di lucro o a partecipazione pubblica, dove il signoraggio viene redistribuito ai cittadini o reinvestito nell'economia reale.

5. Obbligare le banche alla trasparenza, ad esempio a rendicontare pubblicamente quanto denaro creano e su quali basi, con audit indipendenti. Creare organi di controllo dove cittadini e associazioni abbiano voce e partecipazione democratica, non solo gli azionisti.

6. Applicare una tassa sul signoraggio bancario, sì... sulla creazione di moneta da parte delle banche, in modo da redistribuire almeno una parte del profitto verso la collettività.

7. Pensare ad una educazione finanziaria e quindi ad una consapevolezza diffusa: Più i cittadini capiscono come funziona il sistema, più possono fare scelte consapevoli: spostare i propri risparmi verso banche etiche, sostenere iniziative di finanza alternativa, premere politicamente per riforme.

Certo so bene che nessuna soluzione è perfetta o quantomeno immediata, ma se non s'inizia non si arriva da nessuna parte. Ecco perché intanto io faccio il primo passo: parlarne, diffondere consapevolezza, porre le domande giuste è importante, perché si sa... senza consapevolezza collettiva, nessuna riforma sarà mai possibile!



venerdì 17 luglio 2026

Tre giorni di gusto, cultura e comunità: "Sapori di Castel di Iudica" per celebrare la terra, la gente e le tradizioni.

Proprio qualche giorno fa, riflettendo su Castel di Iudica, avevo scritto un post che molti di voi hanno voluto rileggere e condividere. 

Parlavo della sua gente, del senso profondo di comunità, della capacità di accogliere che ho potuto imparare a conoscere in tanti anni. Valori che tornano in questi giorni ancor più vivi.

Già... perché proprio dalle 18.00 di oggi, a Castel di Iudica, accade qualcosa che incarna tutto questo. Mi è giunta ieri una nota su Facebook che ho il piacere di condividere con tutti voi – in particolare con molti miei lettori che ancora non conoscono questo territorio.

Un'occasione perfetta, quindi, per visitare questi luoghi e scoprire quanto si sta proprio in questi giorni organizzando.

Ecco il comunicato ricevuto:

È tutto pronto per “Sapori di Castel di Iudica” l’evento promosso dalla Regione Siciliana – Assessorato Regionale dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea e dal Comune di Castel di Iudica, in programma venerdì 17, sabato 18 e domenica 19 luglio 2026 in Piazza Marconi.

Tre giornate dedicate alla valorizzazione delle eccellenze agroalimentari del territorio, alla cultura e all’identità della comunità "iudicense". L’appuntamento è pensato per residenti e visitatori, con un ricco programma che unisce degustazioni, show cooking, eventi culturali e intrattenimento per tutte le età.

Venerdì 17 e Sabato 18 luglio l’area espositiva e di degustazione resterà aperta dalle ore 18:00 fino alle ore 24:00

Domenica 19 luglio si parte al mattino, dalle ore 9:00 alle ore 13:00

Nel cuore della manifestazione ci saranno l’Area Degustazione con i prodotti a km 0, gli Show Cooking dal vivo, gli Eventi Culturali dedicati ad arte, storia e tradizioni, e tanto intrattenimento con musica e spettacoli.

Il Sindaco di Castel di Iudica, Ruggero Strano:

“ Con ‘Sapori di Castel di Iudica’ vogliamo mettere al centro le nostre radici, il lavoro dei nostri agricoltori e produttori e il valore della comunità. Questa manifestazione è un’occasione per far conoscere le eccellenze del nostro territorio, per promuovere le filiere a km 0 e per far vivere Piazza Marconi come luogo di incontro e di festa. Invito tutti, cittadini e visitatori, a partecipare a questi tre giorni di gusto e di cultura: il sapore della nostra terra è il valore più grande che abbiamo”.

L’iniziativa rientra nelle azioni di “Valorizzazione e Promozione” del Brand Sicilia, a cura del Dipartimento Regionale dell’Agricoltura.

Per info: Comune di Castel di Iudica – Città Metropolitana di Catania

D'altronde, come riporta la foto dell'ingresso – "I love Castel di Iudica" – non è solo una scritta: è un sentimento che si rinnova ogni volta che tornate qui, ogni volta che incontrate la sua gente, ogni volta che assaggiate i suoi prodotti.

Ed è per questo – se ancora non la conoscete – che questi tre giorni saranno l'occasione giusta per riscoprirla, assaporarne le eccellenze e lasciarvi avvolgere dalla sua comunità accogliente.

Io ci sarò. E voi?

Non mi resta quindi che augurarvi: buon divertimento!

giovedì 16 luglio 2026

CATANIA: A pensar male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca.

Lo dico sempre, e forse è uno dei pochi pensieri che non mi abbandona mai, nemmeno quando vorrei essere più indulgente. 

Già... una di quelle frasi che ti ritrovi a mormorare tra te e te, quando vivi in una terra come la nostra, dove la realtà supera sempre la fantasia e dove i fatti, prima o poi, finiscono per dare ragione ai sospetti.

Quante volte, ad esempio come me, vi siete trovati a guardare una persona, a sentirla parlare, a osservare i suoi gesti, e pensare: "qualcosa non torna...". È un istinto, una sensazione che arriva senza preavviso, come quando al telegiornale mostrano il volto di un presunto colpevole e tu, senza sapere niente, sei già convinto che sia stato lui. Poi come sempre accade, arriva il film, il thriller di turno, e il mio occhio cade su ciò che non si vede, su quello che parla poco, e così alla fine scopro che il vero colpevole è proprio quello che avevo ipotizzato, e resto lì a chiedermi come abbia fatto ancora una volta ad indovinare.

Ma la vita, si sa, non è un film. E Catania, la mia città, non è certo un set cinematografico. Certo, devo dire che quando qualcuno ha avuto il buon gusto di trasformarla in uno scenario per le serie tv, lo spettacolo è stato assicurato. Mi è capitato di guardare con occhio diverso le immagini di "Vanina - Un vicequestore a Catania" e di ritrovare, tra le inquadrature, quella luce particolare che solo la nostra città sa regalare. Le scenografie, i fondali, le piazze, i palazzi di pietra lavica che diventano protagonisti silenziosi di storie di cronaca e di passione. E poi come non ricordare il "Gattopardo", con quella Sicilia evocativa e sognante che ha fatto sognare generazioni, oppure "Squadra Antimafia", che ha raccontato, grazie a Rosy Abate, la lotta dello Stato contro il malaffare.

Sì, in quei casi la macchina da presa ha saputo esaltare la bellezza, ha saputo catturare l'anima di una città che, nonostante tutto, resta magnifica. Ma quando spengo il televisore e torno a osservare certi meccanismi, scopro come la realtà sia un'altra cosa. Perché i segni che contano spesso non sono quelli evidenti, ma quelli nascosti, quei dettagli che sembrano secondari e che invece rivelano tutto.

La mia credo sia una dote, di quelle che si hanno o non si hanno, come riuscire a leggere gli altri. E non mi è servito, come sta facendo mia figlia a completamento del suo programma universitario, studiare psicologia per capire quando qualcuno, a modo suo, vorrebbe farsi passare per ciò che non è. A me basta poco: osservare gli occhi, stare attento ai gesti, ascoltare le parole che non vengono dette, cogliere le omissioni, quelle che puzzano di omertà e di silenzi compiacenti.

E allora mi chiedo: perché è così difficile ottenere risposte chiare? Perché quando chiedi spiegazioni, ti ritrovi davanti a un muro di gomma, a mezze verità che allontanano i dubbi senza però eliminarli? È come se ci fosse un patto non scritto per cui nessuno vuole davvero chiarire, nessuno vuole mettere in discussione lo status quo. E intanto il dubbio cresce, si insinua, e alla fine, con rammarico, scopri che avevi ragione. Che quella sensazione iniziale non era solo un vezzo, ma la verità. E non è una bella sensazione, perché vorresti esserti sbagliato, vorresti che le persone che hai davanti fossero più oneste, ma purtroppo, troppo spesso, la realtà è diversa.

Lo vedo tutti i giorni, qui in Sicilia, in questa terra che amo e che mi fa arrabbiare con la stessa intensità. La corruzione, l'illegalità, quel sistema di favori e di scambi che avvelena ogni cosa. Mi capita di pensare ai nostri politici, a quelli che ci chiedono pazienza e sacrifici mentre loro continuano a godere dei privilegi di sempre. È come se vivessero in un mondo parallelo, dove le regole sono diverse, dove possono assentarsi, dove possono approfittare di ogni piccola scappatoia. E poi ci sono i giornalisti coraggiosi, i servizi di denuncia, i presidenti di associazioni per la legalità che chiedono nuovi controlli. Ma quanto durerà? Fino a quando la notizia verrà dimenticata, e poi si ricomincerà come prima.

E non parlo solo dei grandi palazzi della politica, ma della vita di tutti i giorni, di quei piccoli episodi che raccontano un sistema malato. Penso a quando si parla di appalti, di concessioni edilizie, di rifiuti, di ricostruzioni dopo frane e alluvioni. Lì, dove il denaro pubblico si mescola con gli interessi privati, dove la richiesta di una tangente diventa quasi naturale, come se fosse l'unico modo per far funzionare le cose. E intanto il territorio viene deturpato, l'ambiente distrutto, e i controlli arrivano sempre dopo, quando il danno è ormai fatto.

Si dice che la corruzione sia solo un affare di politici e amministratori, ma non è vero. A pensar male, ci si azzecca, e i numeri parlano chiaro: milioni di cittadini coinvolti, la Sicilia conta 4.769.423 abitanti, dato aggiornato al 30 aprile 2026, e decine di miliardi di euro vengono sottratti ogni anno al bilancio pubblico. È una tassa occulta che paghiamo tutti, una zavorra che impoverisce il paese e che alimenta quella sfiducia generale verso le istituzioni. E poi c'è la "zona grigia", quella dei professionisti, dei dirigenti, degli impiegati che con il loro comportamento infedele rendono possibile tutto questo. Sono loro, i colletti bianchi, che fanno scorrere gli ingranaggi, che tengono in piedi un meccanismo perverso in cui il dare e l'avere diventano l'unica legge.

In tutto questo, la mia città, Catania, è uno specchio amplificato. Ogni angolo racconta una storia di abusi, di opportunismi, di silenzi. Eppure, nonostante tutto, continuo a guardare avanti, a credere che si possa cambiare. Ma so che il tempo delle chiacchiere è finito. Non basta lamentarsi, non basta indignarsi sui social. Servono fatti, servono leggi severe e controlli rigorosi. Sì, tutte queste nuove leggi su sicurezza e anti-corruzione sono un passo avanti, ma so bene come molti studi legali siano pronti a difendere i loro assistiti e quindi, fatta la legge, troveranno sempre il modo di aggirarla.

Io però non cerco giustificazioni. E quindi, anche se a pensar male si fa peccato, anche se molti mi dicono che bisogna essere più misurati, più ragionevoli, io non posso fare a meno di seguire il mio istinto. Perché quando guardo la mia terra, quando vedo cosa sta diventando, sento che quella voce interiore non mi sta ingannando. E se questa è una battaglia, anche piccola, contro l'ingiustizia, allora sono contento di combatterla. Passo dopo passo, senza mai perdere la speranza di raggiungere quella meta giusta che tutti, quantomeno quanti ancora si possono definire onesti, meritiamo.

mercoledì 15 luglio 2026

Scusate, ma quell'influencer su Tik Tok cosa voleva dimostrare: Oltre l'elenco, oltre il pregiudizio. Parte Seconda

Continuando con quanto scritto ieri, dopo aver letto e riletto quei passi, mi sono convinto che un invito alla lettura, se fatto con onestà intellettuale, dovrebbe aprire finestre, non costruire muri, dovrebbe mostrare la complessità, non ridurla a una prova.

So perfettamente che provare a leggere il Talmud è un atto faticoso, richiede umiltà, necessita di accettare che il testo ci sfugga, che ogni affermazione possa venire dibattuta e che ogni regola scritta abbia un'eccezione.

Già... l'esatto contrario di uno semplice slogan, di un elenco di nomi messi in fila per dimostrare un'eventuale tesi, che per quanto mi concerne resta solo una bizzarra ipotesi.

Eppure, su un punto, quello iniziale, devo ammettere che quella sua argomentazione – mi riferisco al potere dei media e della ripetizione – non è del tutto campata in aria. Perché è vero che l'esposizione costante a determinate narrazioni plasma il nostro modo di pensare, d'altronde ciò che vediamo in quelle piattaforme globali di streaming, sui social, nelle pubblicità, contribuisce a forgiare – soprattutto nei giovani, ma ahimè anche in molti adulti – le nostre convinzioni. D'altronde, perché la ripetizione, se attuata come propaganda, diventa uno strumento potente, capace di trasformare l'eccezione in regola, lo scandalo in normalità.

Già... su quanto sopra (forse) potremmo anche trovarci d'accordo. Ma è proprio qui che il suo discorso si incrina. Perché da questa constatazione legittima – il potere dei media – lei salta a una conclusione che non regge: che dietro tutto ciò ci sia un "popolo" - quello ebraico - con un "interesse" specifico, e che la prova di questo complotto sia nascosta in antiche pagine talmudiche.

Il salto logico è evidente. La presenza di persone di origine ebraica in posizioni di potere nei media e nella tecnologia non dimostra nulla, se non che in determinati contesti storici e geografici – come gli Stati Uniti del Novecento – molte famiglie ebree hanno trovato opportunità e le hanno sfruttate. È un dato sociologico, non una prova di un complotto.

E il Talmud, poi, è un testo di discussione legale e teologica interno al popolo ebraico, non un manuale di dominazione mondiale. Le sue leggi riguardano la vita della comunità ebraica, non il controllo dell'opinione pubblica globale. Usarlo come prova di un presunto piano di egemonia culturale è un abuso di contesto talmente evidente che rasenta il paradosso.

Forse lei voleva solo provocare, generare clic e condivisioni. E chissà... forse in questo ci è riuscita. Ma se il suo obiettivo era farmi capire qualcosa, devo dire che ha fallito. Ho letto, ho studiato, ho riflettuto e sono uscito da quelle letture con più domande di prima. La sua lista di potenti non mi ha detto nulla di nuovo sugli ebrei. I suoi passi talmudici non mi hanno detto nulla di definitivo sul Talmud. Ma mi hanno detto molto sulla sua lettura, sulla sua volontà di cercare conferme alle sue paure in un testo antico. E su questo, forse, vale la pena riflettere, perché la domanda vera, alla fine, non è cosa dice il Talmud degli altri, la domanda vera è cosa dice di noi il modo in cui lo leggiamo.

Ed allora, per concludere, regalo anch'io a quella giovane "influencer" una piccola lettura. Sì... due celebri frasi, riprese anch'esse dal Talmud. La prima riporta: "Basta che esista un solo giusto, perché il mondo meriti di esser stato creato". La seconda: "Stai attento alle tue parole, perché diventeranno le tue azioni. Stai attento alle tue azioni, perché diventeranno le tue abitudini. Stai attento alle tue abitudini, perché diventeranno il tuo carattere. Stai attento al tuo carattere, perché diventerà il tuo destino".

Sono due semplici insegnamenti che non hanno bisogno di interpretazioni forzate, non richiedono di essere estratti dal loro contesto per diventare armi. Parlano da soli, con una chiarezza che è insieme etica e poetica. La prima ci ricorda che il valore di un'umanità intera può riposare sulla schiena di un solo uomo giusto, e che nessuna appartenenza – etnica, religiosa, nazionale – può esaurire la dignità di chiunque sia stato creato a immagine di Dio. La seconda invece ci mette in guardia dal potere terribile e sottile delle parole: non sono mai neutre, non evaporano dopo essere state pronunciate, ma si depositano dentro di noi e dentro chi ci ascolta, diventando azioni, abitudini, carattere, destino.

Auspico quindi che da ora in poi, questi miei ultimi insegnamenti, possano rappresentare il giusto equilibrio tra il pensiero e le parole. Perché il pensiero, da solo, può restare prigioniero di se stesso, girare a vuoto nel labirinto delle proprie ossessioni, cercare conferme e trovarle sempre, ovunque, anche nei testi più antichi e complessi. La parola, invece, è il ponte che porta il pensiero fuori di noi, lo consegna agli altri, lo rende reale e responsabile.

Quando il pensiero e le parole si bilanciano, quando la riflessione profonda trova il coraggio di esprimersi con onestà e la parola si fa custode della verità e non della menzogna, allora la lettura di un testo antico può davvero diventare un incontro, non uno scontro.

Allora il Talmud – o qualsiasi altra scrittura – smette di essere un arsenale di prove e diventa ciò che è sempre stato: una conversazione che attraversa i secoli, un invito a interrogarsi, non a giudicare!



martedì 14 luglio 2026

Scusate, ma quell'influencer su Tik Tok cosa voleva dimostrare: Potenti di origine ebraica e antiche leggi talmudiche. Parte prima

Non so se sia capitato anche a voi, ma qualche giorno fa mi sono imbattuto in un video ambiguo.

Una ragazza, con fare sicuro e studiato, elencava le persone più influenti del mondo – fondatori di social network, creatori di motori di ricerca, padroni dell'intelligenza artificiale, signori dell'e-commerce, giganti della finanza, produttori cinematografici e dell'intrattenimento – e faceva i nomi.

Zuckerberg, fondatore di Facebook, di origine ebraica. Brin, fondatore di Google, di origine ebraica. Sutskever, uno dei fondatori di OpenAI, di origine ebraica. Bezos, fondatore di Amazon, di origine ebraica. Soros, fondatore di Open Society Foundation, di origine ebraica. DeSilver, fondatore dell'ACLU, di origine ebraica. Levin, uno dei fondatori del Southern Poverty Law Center, di origine ebraica. Randolph, uno dei fondatori di Netflix, di origine ebraica. La famiglia Warner, fondatori della Warner Bros, di origine ebraica. Laemmle, fondatore della Universal Pictures, di famiglia ebraica. Spielberg, Katzenberg e Geffen, fondatori della DreamWorks, tutti di famiglia ebraica. E l'elenco continuava, nome dopo nome, con la stessa cadenza ossessiva.

Non era un elenco neutro, non era una constatazione sociologica, c'era in quelle parole un accento, una sottolineatura, quasi un'insinuazione: come se quella loro appartenenza fosse una macchia, o peggio, una prova. E poi, a coronamento del suo ragionamento, ha fatto una cosa che mi ha lasciato perplesso.

Sì... dopo aver concluso la lista, ha alzato il tono e ha detto qualcosa di molto simile a questo: "Se avete mai avuto la sensazione che quello che vedete, ascoltate, ogni giorno non sia casuale, che ciò che vediamo sui social, sulle pubblicità, che sentiamo persino nelle notizie, che vediamo su Netflix, su Prime Video, c'è un motivo. Tutto questo contribuisce a forgiare il nostro modo di pensare. È la base della psicologia più spicciola: l'esposizione alla ripetizione. Più un'idea ci viene proposta, più ci sembra familiare, accettabile, normale. L'ambiente in cui viviamo, le cose a cui siamo esposti sono il più alto rischio di lavaggio del cervello perché alcune idee diventano improvvisamente normali. Chi trae il beneficio che vengano adottate? Quali interessi economici, politici, culturali di un popolo ci sono dietro? Non date per scontate le vostre idee: da dove arrivano?"

Ed ecco qui, improvvisamente, il colpo che non ti aspetti. "Non so se riuscite a trovare le discussioni del Talmud online, ma se ci riuscite, leggetevi Avodah Zarah 26a, Bava Metzia 71a, Yevamot 61a, Sanhedrin 57a." Quattro pagine precise, come se fossero la chiave di tutto.

Ed allora, son andato a ricercare quei testi, ho seguito le sue indicazioni, e ho iniziato a leggere. Ma alla fine di quelle letture sono rimasto a chiedermi: cosa voleva dimostrare? Perché proprio quei passi? Perché metterli in fila come fossero la prova di qualcosa? Io, onestamente, non l'ho capito. E più ci penso, più mi sembra che il suo invito nasconda un cortocircuito logico che merita di essere esplorato.

Cominciamo dal primo passo, Avodah Zarah 26a, quello che ha scatenato il mio sconcerto. Si apre con una storia curiosa: Rav Menashe viaggia verso Bei Torta, incontra dei ladri e, per evitare di essere derubato, dice loro una mezza verità sul luogo della sua destinazione. I ladri, sentendosi furbescamente ingannati, lo insultano apostrofandolo come discepolo di "Yehuda l'imbroglione". Lui, senza scomporsi, risponde con una preghiera – che quei ladri fossero soggetti al bando – e la storia si chiude con un epilogo quasi da fiaba: per ventidue anni i malviventi non riuscirono a rubare nulla, finché quasi tutti chiesero perdono, tranne uno, un tessitore, che fu divorato da un leone. Un racconto che parla di astuzia, di giustizia divina, di differenze culturali tra i ladri di Babilonia e quelli di Israele. Passando all'altro passo ecco che la pagina cambia registro e si addentra in una discussione legale che, a prima vista, appare molto lontana. La Mishnah discute del ruolo delle levatrici e delle balie. Una donna ebrea non dovrebbe assistere al parto di una donna non-ebrea, né allattare suo figlio, perché in questo modo – dice il testo – "alleva un bambino per l'idolatria".

Il concetto, nel suo contesto originario, è chiaro: l'idolatria non era un'altra religione tra le tante, ma un sistema di vita che i Saggi consideravano profondamente corrotto e violento. Aiutare un bambino pagano a sopravvivere significava, ai loro occhi, contribuire a perpetuare quel sistema. Era una questione di complicità spirituale. La stessa Mishnah, però, aggiunge un paradosso: una donna non-ebrea può allattare un bambino ebreo, purché lo faccia sotto supervisione. Perché? Perché il latte non contamina l'anima, ma la paura che la balia possa avvelenare il bambino era reale, tanto che Rabbi Meir la vietava addirittura del tutto, mentre i Saggi la permettevano solo con un occhio vigile. La paura fisica e la paura spirituale si specchiano: il bambino ebreo deve essere protetto dalla morte del corpo, il bambino idolatra deve essere protetto dalla morte dell'anima. E in questo gioco di riflessi, dove s'intravvede un mondo antico, duro, tribale, dove la sopravvivenza della propria comunità era la priorità assoluta.

Ho quindi proseguito la lettura, come lei aveva suggerito. Bava Metzia 71a: parla di prestiti e usura, e stabilisce una gerarchia di priorità: il povero ebreo viene prima del non-ebreo, i parenti poveri prima dei vicini, i concittadini prima degli stranieri. È una logica di prossimità, di responsabilità circolare, che in tempi di scarsità è anche comprensibile. Horayot 13a definisce un ordine di precedenza per il salvataggio: il saggio precede il re, il re precede il sommo sacerdote, il sommo sacerdote precede il profeta. E Yevamot 61a e Sanhedrin 57a toccano temi ancora più spinosi: le tombe dei non-ebrei non trasmettono impurità allo stesso modo di quelle degli ebrei; le leggi noachiche – quel codice universale che la tradizione ebraica attribuisce a tutti i discendenti di Noè – prevedono pene severe per omicidio, adulterio e bestemmia, ma con un'asimmetria che oggi ci suona stridente: l'ebreo che ruba o uccide un non-ebreo è esente dalla pena capitale. E poi, c'è il passo sui dazieri, quelli che riscuotevano le tasse, dove si discute se sia lecito ingannarli per evitare un pagamento ingiusto.

Ecco, leggendo tutto questo in fila, mi sono chiesto: cosa voleva dimostrare lei? Voleva forse sostenere che il Talmud è un testo intrinsecamente razzista, che sancisce una superiorità etnica e giustifica l'inganno e la violenza verso i non-ebrei? Se è così, la scelta dei passi è effettivamente calibrata, ma è anche terribilmente parziale. Perché il Talmud non è un manuale di odio, è un mare in tempesta di opinioni contrastanti, di voci che si sovrappongono e si contraddicono. Nel passo sui dazieri, per esempio, si introduce il principio fondamentale del "Dina de-malkhuta dina" – la legge del regno è legge – che obbliga gli ebrei a rispettare le autorità locali. E c'è la voce del Meiri, un gigante del pensiero ebraico medievale, che ribalta completamente la prospettiva: quelle leggi severe, spiega, si applicavano solo ai pagani idolatri dell'antichità, che non avevano leggi morali. Ma le nazioni civilizzate, che riconoscono un codice etico e rispettano la giustizia, sono considerate alla pari degli ebrei: derubarle o ingannarle è un peccato grave quanto farlo con un fratello.

Allora forse il suo intento era un altro. Forse voleva mostrare che il Talmud, con le sue gerarchie e le sue distinzioni, è la prova che gli ebrei si considerano un popolo a parte, con doveri e leggi che li separano dagli altri. Ma anche qui, il discorso sarebbe riduttivo. Perché quelle distinzioni non sono un giudizio di valore assoluto – "noi migliori, loro peggiori" – ma una descrizione di ruoli e responsabilità diverse. L'ebreo ha più doveri, più proibizioni, più obblighi. Non è un privilegio, è un fardello. Essere scelti, nella tradizione ebraica, significa essere chiamati a una vita più esigente, non essere migliori. Il re viene prima del sacerdote, ma il saggio viene prima del re: il criterio è la conoscenza, non il sangue. E le leggi sulla precedenza, nel salvataggio di una vita, sono tragiche e necessarie quando le risorse sono scarse, ma non dicono nulla sulla dignità intrinseca di una persona.

Ora, io non so se la ragazza del video abbia letto davvero queste pagine nella loro interezza, con i commenti di Rashi e Tosafot, con le sfumature e le eccezioni che rendono il Talmud un labirinto di possibilità. O forse li ha letti e ha deciso di estrarne solo i frammenti più crudi, quelli che, letti fuori contesto, possono sembrare più scandalosi.

Ma ciò che mi ha lasciato davvero perplesso è il nesso tra la lista dei potenti di origine ebraica e questi passi talmudici. Cosa c'entrano? Vuole forse insinuare che il successo economico e culturale degli ebrei sia frutto di un'etica talmudica che legittima l'inganno e la sopraffazione? O al contrario, che quelle leggi rivelino una paura ancestrale degli altri, che si manifesta ancora oggi nella chiusura e nell'elitarismo, già... quell'orientamento e/o atteggiamento che difende i privilegi, il potere o lo status di una ristretta cerchia di persone (le cosiddette élite) considerata superiore per meriti, cultura o posizione sociale? O forse, peggio, che esista un piano segreto, una sorta di codice di comportamento che spiega il potere ebraico nel mondo?

Non lo so. E il fatto che non lo sappia mi irrita molto!


Fine Parte Prima

lunedì 13 luglio 2026

STARYES: tra tutte le case da gioco on line, è l’unico che sembra rispettare le regole! (Seconda parte)

Lo so che sulla carta le cose sembrano diverse. La legge italiana stabilisce che sulle slot machine online il ritorno per il giocatore non può essere inferiore al novanta per cento. Un dieci per cento massimo, quindi, tra casa da gioco e fisco. Per le scommesse sportive si parla di payout tra novanta e novantacinque, con un margine per il concessionario che oscilla tra il cinque e il dieci.

Sembrerebbe persino generoso, no? Eppure, nella pratica, quando cominci a giocare e vedi il conto che si assottiglia in poche mani, quando le vincite possibili diventano un miraggio, allora capisci che quel dieci per cento è stato ampiamente superato. Magari è diventato venti, forse trenta. Ma chi lo controlla? Chi controlla davvero, giorno dopo giorno, partita dopo partita? La risposta, purtroppo, è: nessuno!

La normativa dice anche che ogni gioco deve avere un RTP certificato da laboratori accreditati, che il generatore di numeri casuali deve rispettare i limiti di legge. Ma quella certificazione, come mi ha giustamente fatto notare il mio lettore, è un'istantanea. È come fare il tagliando a una macchina e poi lasciarla correre per due anni senza mai più guardare il motore. Nel frattempo, l'operatore può tranquillamente spingere il margine reale ben oltre quello dichiarato, tanto nessuno controllerà mai ogni singola sessione di gioco. E i giocatori restano lì, a chiedersi perché la fortuna non arriva mai.

Un mio lettore, Antonio, mi ha inviato alcuni nomi di società presenti nei siti web, e ha verificato come tra esse, alcune abbiano ancora oggi sede legale in noti paradisi fiscali. Guam, Samoa, Trinidad e Tobago, Isole Vergini, Macao, Aruba, Barbados, Belize, Bermuda, Dominica, Fiji, Isole Marshall, Oman, Emirati Arabi, Vanuatu. Un elenco che è già di per sé un programma. Perché una società seria, trasparente, che rispetta le regole, dovrebbe avere sede in un paradiso fiscale? La risposta è sotto gli occhi di tutti: per pagare meno tasse, per sottrarsi ai controlli, per tenere i veri profitti lontani dallo sguardo indiscreto dei regolatori.

E lo Stato italiano, già, il nostro attuale Governo – ma quanto dico vale anche per tutti quelli che ahimè l'hanno altrettanto vergognosamente preceduti – che da un lato dice di voler contrastare il gioco illegale, dall'altro permette che queste società operino tranquillamente sul nostro territorio, intascando la sua percentuale e chiudendo un occhio sul resto. A questo punto, la verità mi sembra amara e ineludibile: tutto il sistema è una grande macchina costruita per foraggiare non solo le case da gioco, ma anche chi utilizza queste piattaforme per riciclare denaro sporco. E lo Stato? Beh, lo Stato è colluso, o quanto meno compiacente. Si accontenta di prendere una percentuale sul gioco, credo intorno al venti per cento, lasciando la fetta più grossa a società spesso estere, che molto convenientemente hanno sede in qualche paradiso fiscale, dove le tasse non si pagano o si pagano pochissimo. Così, mentre si discute di legalità e di responsabilità sociale, i veri affari si fanno altrove, lontano dagli occhi e dai controlli.

Io, per fortuna, posso parlare ora con esperienza diretta, parliamo di importi certamente limitati, già, le mie perdite al gioco online si possono riassumere in poche centinaia di euro, certamente pochissimo rispetto a ciò che accade quotidianamente, dove i giocatori perdono tutto, anche la dignità. Il punto infatti è che se anche io, che ho giocato poco e con cifre modeste, ho potuto constatare di persona lo scollamento tra teoria e pratica, figuriamoci cosa provano tutti quei giocatori che ogni giorno ci lasciano cifre consistenti. Per questo ho sentito il dovere di raccogliere le testimonianze di chi ha avuto esperienze amare, e con il loro consenso, farle conoscere pubblicamente - tra l'altro allego la mia mail a cui potete scrivere per fare emergere la vostra esperienza: nicolacostanzo@live.it - perché solo pubblicando ciò che realmente accade, si può cominciare a chiedere che qualcosa cambi, o fare in modo che molti di essi prendano coscienza di quanto stanno realmente vivendo.

E in questo mare di opacità, di controlli inesistenti e di paradisi fiscali, c'è però una nota che mi sento di aggiungere, e che forse sorprenderà qualcuno. Perché in mezzo a tante piattaforme che giocano sporco, che taroccano i software, che buttano fuori i giocatori appena iniziano a vincere, che promettono e non mantengono, c'è chi, invece, sembra davvero rispettare quantomeno le regole. Parlo di STARYES!

Non è un caso che abbia scelto di intitolare così questo mio intervento, perché dopo mesi di test, di verifiche, di confronti e di ascolto delle esperienze altrui, posso dire con una certa sicurezza che STARYES si distingue dalla massa. Non promette mari e monti per poi ritirarsi, non espelle i giocatori quando la fortuna bussa alla porta, non altera il software per far saltare le combinazioni vincenti e, in base alla mia modesta esperienza, mi sembra che operi con la massima trasparenza, rispettando quella percentuale di legge che altre, invece, superano spudoratamente. Inoltre, i famosi "freespin" regalati ai clienti, quelli che consentono di convertire denaro fittizio in reale una volta superata la prova, sono solo un esempio di come si possa giocare in modo pulito, dando al giocatore una reale opportunità e non una illusione ben confezionata.

Ed è proprio questo il punto: mentre il sistema normativo arranca, mentre l'ADM certifica ma non controlla, mentre la Guardia di Finanza ha risorse limitate e le piattaforme sono troppe, mentre durante i giochi scorrono vincite di migliaia di euro e sedicenti "influencer" continuano a gridare al miracolo in diretta mostrando vincite costruite a tavolino, c'è chi, semplicemente, fa il proprio dovere. E quel "fare il proprio dovere", in un contesto dove quasi tutti cercano di aggirare le regole, diventa quasi un atto di coraggio. Perché STARYES, tra tutte le case da gioco online, è l'unico che rispetta le regole. E non lo dico perché pagato, non lo dico perché ho interessi nascosti, lo dico perché l'ho visto con i miei occhi, perché l'ho testato, perché ho confrontato le esperienze e perché, alla fine, i numeri parlano chiaro: quando una piattaforma ti dà ciò che promette, quando non ti butta fuori appena cominci a vincere, quando il software non salta proprio nel momento in cui stai per fare jackpot, allora vuol dire che qualcosa di diverso, di più onesto, esiste davvero.

So che è arrivata la nuova concessione del gioco online, quella che chiamano GAD. Hanno messo limiti di deposito, autoesclusioni, monitoraggio dei comportamenti, messaggi di avviso. Sì, tutta roba bella, ma solo sulla carta. A cosa servono i limiti di deposito se la casa trattiene non il dieci, ma il venti per cento? Il problema non è quanto deposito, ma quanto sono certo di perdere ogni volta che gioco. E se nessuno controlla che il margine reale resti entro il dieci per cento, allora bisogna ammettere che tutte quelle tutele diventano una facciata. Un modo per far sentire il giocatore protetto, mentre in realtà resta in mutande come prima. Ed è per questo che, davanti a questo scenario, viene spontaneo chiedersi: ma chi c'è veramente dietro tutto questo? E chi ci guadagna davvero? Le risposte, per quanto scomode, vanno sempre ricercate, e io ho provato a farlo in questi mesi, con onestà e senza timore di scontentare qualcuno.

Perché se davvero si volesse proteggere il giocatore, non si comincerebbe dal dare gli strumenti per capire, per vedere, per scegliere consapevolmente? Ma forse, anzi sicuramente, una scelta consapevole è proprio ciò che questo sistema non può permettersi. Tuttavia, in mezzo a questa palude, c'è un'eccezione che conferma la regola, e quella eccezione si chiama STARYES. Perché tra tutte le case da gioco online, è l'unico che rispetta le regole. E questo, oggi più che mai, è un valore che non può passare inosservato...

domenica 12 luglio 2026

Classifiche che feriscono: Catania ultima tra le ultime...

Mi fermo stamani a riflettere su alcuni numeri che "Openpolis" ha messo nero su bianco, e lo faccio con quella sensazione di déjà-vu che ormai conosco fin troppo bene...

Perché c'è un filo che si ripete, immutabile, ogni volta che qualcuno apre una classifica, pubblica un rapporto, snocciola una statistica.

E Catania... è sempre lì, in cima alle graduatorie che nessuno vorrebbe guidare. Ultima tra le ultime, quando si parla di: opportunità, futuro, giovani! È come se la città avesse una vocazione paradossale a eccellere proprio nelle statistiche che feriscono, a ritagliarsi un primato che io, da suo concittadino, preferirei non avere...

L'ultima rilevazione di "Openpolis", pubblicata in vista della giornata mondiale delle competenze giovanili, racconta esattamente questo. Catania è la capitale europea dei "Neet", quei ragazzi tra i quindici e i ventinove anni che non studiano, non lavorano, non sono inseriti in percorsi di formazione.

Il nome tecnico è asettico, "Not in Education, Employment or Training", ma dietro ciascun numero c'è una storia, un'occasione mancata, un talento che forse non troverà mai la strada per esprimersi. E il capoluogo etneo sfiora il 35,4%, un dato che non ha eguali in Italia e che mette in ombra persino la Romania, che pure guida la classifica europea con il 19,2%. Perché sì, l'Italia è quarta in Europa per incidenza di Neet, ma Catania, da sola, viaggia a un ritmo doppio rispetto alla media del Paese e quasi il triplo rispetto alla media continentale.

Poi cerco con lo sguardo la seconda città in questa spiacevole graduatoria e ahimè scopro che è ancora la mia Sicilia a farla da padrona. Questa volta è Palermo, con il 32,4%, come a dire che il problema non è solo di una città ma di un'intera regione che fatica a trattenere i propri figli. Scorrendo il dito verso il basso trovo Napoli, Messina, e più distanti Roma e Milano, fino a Genova e Bologna che scendono sotto il 18%. Ma ciò che colpisce davvero è la frattura interna, il divario che si apre dentro gli stessi confini comunali.

A Catania, ad esempio, il centro storico e la periferia sud vivono su due pianeti diversi. Nel Primo Municipio, tra San Cristoforo e gli Angeli Custodi, la quota di Neet supera il 40%, così come nel Sesto, dove c'è Librino. E lì, sette famiglie su dieci sono in povertà, la dispersione scolastica tocca picchi del 39%, e i ragazzi lasciano la scuola prima del diploma, senza una qualifica, senza un'alternativa. Eppure, se ti sposti nel Terzo Municipio, a Borgo-Sanzio, l'incidenza scende al 22%, che resta comunque alta per gli standard nazionali ma è già un altro mondo. La città viaggia a due velocità, e la distanza non si misura solo in chilometri ma in opportunità, in servizi, in futuro.

È come se Catania fosse divisa in due corpi estranei, che condividono lo stesso cielo ma non lo stesso destino. E mentre i turisti continuano ad affollare le sue piazze e le sue terrazze, incantati dalla luce e dal barocco, chi vive in certe periferie vede il panorama di una città che svuota i suoi residenti, che li allontana o li imprigiona in un'attesa senza fine.

Il Comune, nel Dup, lo riconosce: abbandono scolastico, bassa istruzione, formazione inadeguata, lavoro che scarseggia. E chi ha competenze, chi può permetterselo, spesso sceglie la via dell'emigrazione. Così il circolo vizioso si chiude, e le classifiche si ripetono uguali a sé stesse.

Catania è ultima, ancora una volta, proprio in quelle graduatorie che contano davvero, quelle che misurano la capacità di una comunità di offrire un futuro ai suoi giovani. Non sapete con quanto sconforto scrivo questo post. Non è rassegnazione quella che provo, ma un disagio profondo di fronte a una costante che sembra non volersi spezzare e che trova proprio nei miei conterranei i colpevoli, i complici di questo ennesimo fallimento.

Perché ogni rapporto, ogni studio, ogni approfondimento ci restituisce la stessa fotografia, e la domanda che resta sospesa è sempre la stessa: quando, e come, si comincerà a cambiare davvero pagina? Quando decideremo di avere esclusivamente governanti competenti e professionali? Quando faremo a meno di quei politici corrotti, indolenti e ahimè collusi con la mafia? Quando si riuscirà a fare meno di favori, raccomandazioni e clientelismi? Quando finalmente ci slegheremo da tutti quei tentacoli che tengono imprigionata la maggior parte dei miei conterranei?

Forse (molto forse...), solo allora non saremo più i primi in classifica per circostanze - ahimè - così vergognose.

sabato 11 luglio 2026

STARYES: tra tutte le case da gioco on line, è l’unica che sembra rispettare le regole! Prima Parte

Buongiorno, sapete tutti come ad inizio anno mi sia dedicato a controllare alcuni siti online che si occupano di scommesse e sale gioco.

Avevo iniziato per scherzo, principalmente per dar seguito alle numerose mail che avevo ricevuto su alcune pagine dei miei social, ma anche per comprendere in prima persona quanto alto fosse il rischio di "ludopatia" indotta da questi siti e, in particolare, quanto quella loro capacità di influenzare i propri clienti fosse più o meno pervasiva.

Ed allora, a oltre sei mesi di distanza, sono giunto a questa personale conclusione, che vi riporto di seguito e che continua con quanto avevo già in precedenza fatto emergere in tanti anni nei miei post, dove per l'appunto, facevo riferimento alla percentuale di incasso prevista dalla normativa vigente per le case da gioco, all'RTP, ai massimali imposti per cliente, al rientro delle somme investite per giocata, ai controlli effettivamente compiuti dallo Stato nei loro confronti, ma anche da quelle società che iniziano a far giocare sin dalla maggiore età giovani che, comprenderete bene, non sono ancora nelle condizioni di poter discernere ciò che è giusto da quanto potrebbe farli diventare "dipendenti".

Premesso quindi che non sono pagato da nessuna di quelle società per scrivere post a loro favore – anzi, tutt'altro, ed è ciò che ora, per l'ennesima volta, farò – come d'altronde non ho la benché minima aspirazione a diventare uno dei tanti loro "pagati" influencer, posti solitamente in pagine social appositamente realizzate per promuovere quei siti online, ecco che allora, ciò che farò, sarà evidenziare quel sistema con un'analisi precisa e dettagliata.

Comprenderete innanzitutto che per motivi legali non posso, ahimè, mettere i nomi dei siti web di quelle case da gioco, ma ritengo che sarà alquanto semplice - per ciascuno di quei miei lettori e soprattutto "giocatori", comprendere di chi io stia effettivamente parlando, ed allora, iniziamo.

Innanzitutto dovete scappare immediatamente da quei siti che, "stranamente", mentre state giocando, vi buttano fuori. Significa che sono loro a gestire non solo il gioco, ma anche la possibilità di vincere qualcosa, perché appena il sistema si accorge che – rispetto alla somma con cui siete entrati nel gioco – questa è stata triplicata o ancor più quintuplicata, ecco che il meccanismo entra in protezione.

E qui sta l'ambiguità più sottile: voi continuate a giocare off-line, e in quella condizione nessuno può verificare i movimenti in corso, quasi come se si eludesse il sistema stesso. Il risultato, puntualmente, è che si perde tutto l'investimento. Una cosa veramente strana, forse non illegale, ma certamente ambigua, e che non dovrebbe esistere in un sistema che si dice trasparente e controllato.

Poi vi sono quelle case da gioco che – con una attenta osservazione – intervengono nel software di gioco, mi spiego meglio. Prendiamo ad esempio un gioco con le slot: mentre state giocando e sembra che questo voglia pagare, ecco che improvvisamente – avviene tutto in maniera troppo celere – il gioco è come se saltasse, cioè vedrete che una ruota salta, non facendovi vincere. Accade soprattutto quando improvvisamente avete trovato più Jolly, sette, corone o quant'altro vi agevoli la vincita.

Ecco, questo dimostra che il sistema è taroccato: non giocateci più, perché evidenzia che a questa casa da gioco non interessa soltanto avvantaggiarsi della percentuale prevista e concessa dallo Stato per la gestione del gioco, ma vuole molto di più e, per farlo, utilizza metodi certamente illegali o, quantomeno, il sistema presenta un bug.

Ed ancora, c'è chi promette mare e monti, ad iniziare dal primo versamento, ma poi, nel corso dei mesi, non concede più nulla. Viceversa, prendendo ad esempio STARYES, si può godere dei cosiddetti "freespin" quasi costanti, che - seppur molti giocatori non ne fanno uso per non perder tempo - offrono la possibilità di vincere del denaro, con l'unico obbligo però di riuscire a superare il gioco assegnato. Beh, alla fine, se la prova è stata superata, si potrà convertire quel denaro fittizio in reale.

E questo è già un segnale importante, perché dimostra come non tutte le piattaforme operano allo stesso modo: alcune giocano sporco, altre invece sembrano rispettare ciò che promettono. Viceversa - consentite di aggiungere - su STARYES, qualsivoglia problema, occorso durante il gioco, può essere immediatamente chiarito, grazie ad una chat che opera in maniera professionale, valuta le richieste e si attiva immediatamente per dar seguito al problema riscontrato. Un servizio che, in un settore dove l'assistenza è spesso inesistente o maldestra, fa la differenza e testimonia l'attenzione verso il giocatore.

Ma è proprio su questo aspetto, sulla trasparenza e sui controlli, che nasce la mia riflessione più profonda, perché le esperienze che ho raccolto in questi mesi raccontano una storia ben diversa da quella che ci vorrebbero far credere. E, ve lo confesso, c'è qualcosa che più di tutto mi infastidisce, ed è ciò che ho già rappresentato nei miei precedenti post, e che qui riassumo brevemente, perché le voci che mi sono giunte in questi mesi meritano di essere ascoltate e, soprattutto, verificate.

Qualche tempo fa, un lettore abituale del mio blog "Liberi pensieri" mi ha inviato una lunga e articolata mail, corredata da alcuni screenshot presi direttamente dal web, nei quali si legge il disagio di chi ha cercato semplicemente di trascorrere un po' del proprio tempo in maniera spensierata, pur sperando di realizzare un piccolo gruzzoletto. Lui, come tanti altri, per anni ha trascorso il suo tempo online convinto che la legge, quantomeno quella nazionale, fosse dalla sua parte. E invece no.

Quello che ha visto con i suoi occhi è che queste case di gioco online non vengono controllate dai nostri apparati statali in modo efficace. Me lo ha detto senza giri di parole: la percentuale che dovrebbe restare allo Stato e all'operatore, quella famosa soglia massima del dieci per cento, viene abitualmente superata di gran lunga. Il risultato è che la maggior parte dei giocatori, lui compreso, si ritrova in mutande. E non è sfortuna, ma colpa di un sistema che nessuno vigila davvero.

FINE PRIMA PARTE

venerdì 10 luglio 2026

Il teatro dei pupari e la Sicilia governata dai soliti "padroni": Tra burocrazia corrotta e malaffare che muta forma.

Buongiorno, oggi mi sento particolarmente infastidito da quanto accade in questa già complicata terra, mi riferisco a quella sensazione di disagio che cresce ogni volta che mi capita di osservare certe dinamiche nella mia Sicilia, una regione che conosco bene, sia nelle sue bellezze e ahimè anche nelle sue contraddizioni!

Ed allora mi chiedevo - e chiedo a ciascuno di voi, miei conterranei - se non sia giunto il momento di smettere di raccontarci la favola che le cose vadano male per una sorta di fatalità o per l'inclemenza del destino. 

No, io non posso più accettarlo! Già... dopo aver visto per oltre trent'anni ciò che accade quotidianamente, ho conferma che la realtà sia molto più terrena e purtroppo, ahimè più amara...

Innanzitutto dovrei iniziare parlando della giustizia, la stessa che se soltanto applicasse le regole scritte per come riportate, quelle "nero su bianco", senza togliere righe, paragrafi, ma soprattutto senza svendersi - per come purtroppo accade con una frequenza che offende l'intelligenza di ogni cittadino onesto - beh... sono certo di poter affermare che il nostro panorama politico, dirigenziale, imprenditoriale, sarebbe certamente diverso da quello presente, e consentitemi... per la maggior parte di noi "irriconoscibile".

Ed invece, assistiamo quotidianamente a uno spettacolo desolante, dove la legge è diventata un optional e la moralità un lusso che solo pochi possono permettersi.

E così, mentre la polvere si deposita sulle scrivanie dei nostri "pubblici uffici", ecco emergere figure che non dovrebbero neppure essere contemplate in quel che definiamo "imprenditoria legale"; parliamo di individui che, forti di appoggi politici saldi e di quella manciata di soggetti (pubblici e non solo...) profumatamente pagati per chiudere un occhio, si muovono come padroni assoluti della nostra isola.

Non parlerei di semplice malaffare, qui il salto è qualitativo: siamo di fronte a veri e propri pupari, burattinai che manovrano le fila della politica e dell'economia con una destrezza che farebbe invidia a un artista di strada, se non fosse che il loro teatro è fatto di vite reali, di imprese distrutte e di sogni infranti.

Il loro obiettivo non è competere, ma annientare, creare difficoltà al mercato libero, bloccare le attività di quelle imprese che potrebbero rappresentare una minaccia o, peggio ancora, che si ostinano a giocare secondo le regole civili, per poi prenderne il posto in quei loro appalti o, in molti casi, per gioire della loro chiusura definitiva. È una partita a somma zero, giocata con le carte truccate, dove chi vince è chi ha il miglior avvocato o il politico più compiacente, e non chi produce valore, innovazione, lavoro, investimento, crescita, futuro.

E qui, amici miei, dobbiamo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, e di andare pesanti perché se ne è parlato troppo poco e sempre a bassa voce. Stiamo parlando di quella stessa cultura mafiosa che in due secoli ha dissanguato il nostro territorio, che ha trasformato la Sicilia in un laboratorio di sopraffazione, dove la ricchezza non si crea, ma si estrae con la forza, dove il rispetto non si guadagna... ma si impone!

È un cancro che muta forma ma non sostanza, che oggi si annida negli appalti, nelle forniture, nei trasporti, ed è grazie alle pieghe corrotte di una certa burocrazia, che interviene costantemente per corrompere il sistema dall'interno. 

E così quella stessa burocrazia che dovrebbe essere lo scheletro dello Stato, diventa uno strumento di manipolazione: le regole, create per garantire equità, si trasformano in trappole mortali per chi è onesto o quantomeno cerca in tutti i modi di esserlo.

Si alzano barriere all'ingresso con requisiti talmente complessi da scoraggiare anche il più intraprendente dei nuovi imprenditori, si pilotano gli appalti con bandi su misura per pochi eletti, si velocizzano con una rapidità sospetta le pratiche di chi paga, mentre le imprese oneste restano impantanate in un limbo burocratico.

E, come se non bastasse, si scatena un'offensiva di ispezioni e sanzioni mirate, limitazioni strumentali e un uso distorto dei controlli per intimidire, danneggiare e mettere in ginocchio i concorrenti sgraditi, mentre le informazioni privilegiate viaggiano veloci nei salotti giusti, regalando a pochi privilegiati il vantaggio di conoscere i piani urbanistici o normativi prima ancora che diventino pubblici. Le conseguenze di questo marcio sono sotto gli occhi di tutti, ma molti come sempre accade - in questa terra di pupi e omertosi - fanno finta di non vedere.

L'inefficienza dei servizi è la regola, perché senza vera concorrenza non c'è alcun incentivo a migliorare la qualità; già... si può sopravvivere e prosperare anche facendo schifo, purché si abbia il protettore giusto. I costi, poi, lievitano in modo osceno, perché le tangenti vanno pagate e finiscono per essere scaricate sulle spalle dei consumatori finali, quelli che alla fine della filiera non hanno alcuna colpa se non quella di volere un servizio.

E tralasciamo qualsivoglia speranza legata a investitori stranieri, quelli che potrebbero portare aria nuova e capitali freschi. Beh, loro guardano, annusano l'aria e, giustamente, scappano a gambe levate, perché nessuno vuole mettere i propri soldi in un mercato dove le regole del gioco cambiano in base alle amicizie politiche.

E così... l'innovazione, che dovrebbe essere il motore del futuro, si blocca in un ingranaggio arrugginito: qui a vincere non è la migliore società o il prodotto più avanzato, ma l'azienda che ha il rapporto più stretto con il politico di turno, un sistema che premia la mediocrità e punisce la competenza, un cortocircuito che spegne ogni speranza di riscatto e soprattutto annulla ogni "principio di Legalità".

Ma io - a differenza di molti - non sono qui per piangere, perché rassegnarsi sarebbe l'ultimo atto di resa a questa cultura mafiosa. Esistono le leggi che tutelano da questi abusi, vi sono ancora magistrati che fanno il loro dovere con passione ed è a loro che rivolgerò i miei dubbi su talune vicende. Proverò a evidenziare come talune norme improvvisate, senza alcun rispetto delle attuali normative, vengono portate avanti in quanto terreno di caccia preferito di molti funzionari disonesti, che sfruttano quella loro posizione per determinare offensivi margini di discrezionalità da sfruttare senza scrupoli.

D'altronde ciò che accade ad alcuni, non avviene per analoghe richieste, procedure, etc... effettuate dai loro amici, il tutto ben evidenziato nei dati presentati e verificabile con un qualsivoglia accesso agli atti, per scoprire e rendersi conto del monitoraggio di ogni contratto, di ogni tempo di attesa, di ogni autorizzazione, basta poco per vedere con i propri occhi dove si annidano le storture.

E infine, bisogna effettuare quella rotazione del personale, uno spostamento periodico dei dirigenti nei settori a più alto rischio, per provare a spezzare quei legami che con il tempo diventano troppo stretti, troppo comodi, troppo pericolosi. Ecco, questo è il quadro che vedo, e che nel corso della mia vita non ho potuto fare finta di non vedere.

Certo, la "strada" è in salita, ma dobbiamo smettere di considerarci sudditi e riscoprirci cittadini, esigendo che la legge sia uguale per tutti, a partire da quelli che ci governano e da quelli che fanno affari con le nostre tasche. Perché se c'è una cosa che ho imparato in tutti questi anni, è che l'isola non è dei padroni, ma di chi la vive e la ama davvero.

Ah... nel frattempo consiglio a quel qualcuno che pensa ancora di fare il furbo o di potersi comprare chiunque, che forse è meglio che inizi a modificare quel percorso intrapreso: già... prima di farsi realmente male!


giovedì 9 luglio 2026

La mia lezione sui fondi pensione: come ho scoperto di pagare il 3% all'anno per 20 anni!

Qualche giorno fa ho pubblicato un post sulle banche, e un mio lettore mi ha inviato una riflessione che ho il piacere di condividere con voi.

La sua nota sottolineava un aspetto cruciale e spesso trascurato: profitti elevati per le banche non sono necessariamente un male, ma dovrebbero tradursi in maggiore valore per i clienti, più trasparenza e un trattamento più equo per risparmiatori e investitoriI profitti da soli non bastano, specialmente se i costi di gestione continuano a lievitare, erodendo i rendimenti che i clienti ottengono dai loro investimenti.

Personalmente, è anche per questo che oggi gestisco i miei investimenti in autonomia. L'unico prodotto finanziario che ho ancora in banca è il mio fondo pensione. So che non tutti hanno il tempo o le competenze per farlo, ma dedicare tempo allo studio degli investimenti ha fatto davvero la differenza per me. Spero che la crescente concorrenza delle banche digitali spinga l'intero settore a migliorare, e credo che ne trarremmo tutti vantaggio.

Ed è proprio sui fondi pensione che l'amico Giuseppe mi ha concesso di condividere la sua esperienza, che riporto qui di seguito.

Per vent'anni ho versato contributi al mio fondo pensione senza farmi troppe domande.

All'inizio, 50 euro al mese, poi 100.

Sempre puntualmente con regolarità.

Era il mio primo investimento e non l'ho quasi mai controllato. Non l'ho analizzato, non ho pensato ai costi. Ero convinto di fare la cosa giusta.

E probabilmente era così... fino a quando ho deciso di dare un'occhiata più da vicino. Ed è stato allora che è iniziata la rabbia.

I 3 euro che sparivano ogni mese

Versavo 100 euro al mese. Ma quei 100 euro non venivano investiti per intero. 3 euro sparivano all'istante. Sempre. Automaticamente. Ogni singolo mese.

All'inizio non te ne accorgi. Poi però fai due calcoli: 3 euro su 100 sono il 3%. Subito. Prima ancora che i miei soldi iniziassero a lavorare.

Così ho iniziato a chiedermi: quanto sto pagando davvero?

Scoprire il costo totale

Ho aperto il documento informativo sui costi. Quella parte che quasi nessuno controlla al momento della firma. E ho trovato la risposta: circa il 3% all'anno.

Il 3%. Ogni anno. Per decenni. Non una tantum. Ogni singolo anno.

Fu allora che mi arrabbiai sul serio.

Perché in un investimento a lungo termine, il 3% è una cifra enorme. Rallenta tutto. Mangia i tuoi risparmi per la pensione.

Il confronto che ha cambiato tutto

A quel punto ho fatto una cosa semplice: ho confrontato i costi con quelli di un altro fondo pensione simile.

Stessa categoria, stessa linea di credito, stesso orizzonte temporale.

Costi totali del mio fondo: circa il 3% all'anno.

Costi totali dell'alternativa: circa lo 0,8% all'anno.

L'ho letto due volte. 3% contro 0,8%. Una differenza di oltre 2 punti percentuali ogni anno. Nell'arco di 20 o 30 anni, non è un dettaglio. È una fetta enorme del capitale finale. Già solo questo sarebbe bastato a farmi cambiare idea. Ma ho continuato a indagare.

Ciò che mi ha fatto arrabbiare ancora di più

Ho confrontato anche i rendimenti storici:

Il mio fondo: circa 5,07% annuo negli ultimi 20 anni, 5,95% negli ultimi 10.

L'alternativa: circa 5,90% annuo negli ultimi 20 anni, 6,85% negli ultimi 10.

Costi più elevati e rendimenti inferiori. La peggior combinazione possibile. Non solo pagavo di più, ma ricevevo anche meno.

Fu allora che decisi di cambiare. Dopo vent'anni, ho deciso di trasferire il mio fondo pensione.

Non per inseguire le performance, non per cercare di prevedere il mercato. Per un solo motivo: ridurre i costi. Perché, alla lunga, i costi sono l'unica certezza.

I mercati salgono e scendono, i rendimenti variano, i cicli economici vanno e vengono. Ma quel 3% annuo è sempre lì, puntuale.

La lezione che ho imparato

Iniziare per tempo è importante. Ma controllare i costi lo è altrettanto.

Per vent'anni ho versato con disciplina, senza mai verificare dove andavano realmente i miei soldi. Quando l'ho scoperto, ho deciso di cambiare. Meglio tardi che mai.

Se hai un fondo pensione da anni, controlla i costi totali. Ci vuole meno di un minuto. Potresti scoprire di pagare molto più di quanto pensi.

Non commettere il mio stesso errore.

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