È lo stesso brivido che oggi ci spinge a osservare con attenzione ciò che accade in Egitto, dove un’idea sepolta nel tempo sta riemergendo dalla sabbia con una forza inaspettata: quella di trasformare la depressione di Qattara, un'enorme conca nel deserto che scende a più di cento metri sotto il livello del mare, in un nuovo mare artificiale.
L’idea è semplice, quasi elementare: scavare un canale di circa 50 km che colleghi il Mediterraneo a questa voragine e lasciare che l’acqua scorra, inevitabile, verso il basso, portando con sé energia, vita e un futuro diverso.
Per decenni questo progetto è rimasto confinato nei manuali di ingegneria visionaria, accantonato per i costi proibitivi e le incertezze tecniche, ma oggi qualcosa è cambiato. La crisi climatica, la carenza d’acqua, la corsa alle energie rinnovabili e la pressione demografica stanno ridisegnando le priorità, già... un oro liquido blu prezioso che scorre sempre più raramente, diventando il centro di ogni strategia.
Così, quello che sembrava un sogno impossibile riprende corpo, non come fantasia, ma come possibile necessità. L’Egitto, terra di opere titaniche, sembra pronto a sfidare ancora una volta la natura, non per vanità, ma per sopravvivenza. Dopotutto, non è forse la stessa civiltà che ha domato il Nilo, scavato canali attraverso deserti e costruito città dove prima c’era solo silenzio?
C'è un precedente, silenzioso ma potente, che emerge dal deserto del Nord Africa e che non possiamo permetterci di dimenticare: il Grande Mare Fossile, l’enorme acquedotto sotterraneo voluto da Gheddafi in Libia, un’opera titanica che ancora oggi trasporta acqua dolce dalle antiche falde del Sahara, risalenti a migliaia di anni fa, fino alle città del Mediterraneo come Tripoli e Bengasi.
Fu un progetto ambizioso, uno dei più grandi al mondo, capace di muovere milioni di metri cubi d’acqua al giorno attraverso migliaia di chilometri di tubi, come se il deserto stesso avesse un cuore pulsante nascosto sotto la sabbia. All’epoca fu definito il “Settimo Miracolo del Mondo” da chi lo celebrava, mentre altri lo vedevano come un atto di sperpero, un prelievo massiccio da riserve non rinnovabili che un giorno si sarebbero esaurite.
Ma al di là del giudizio, quell’opera resta un monito e un esempio: dimostra che quando la necessità stringe, gli esseri umani sono capaci di progettare su scale inimmaginabili, di spostare l’acqua come se fosse sangue per un corpo assetato. E proprio per questo, oggi, mentre si parla di Qattara, non possiamo ignorare ciò che la Libia ci ha mostrato: che trasformare il deserto è possibile, ma che ogni goccia portata alla luce ha un costo, e che il tempo, spesso, è il giudice più spietato.
Eppure, dietro ogni grande cambiamento c’è un’ombra, una domanda che non può essere ignorata. Che cosa accadrà a quel deserto, così arido e apparentemente sterile, ma che in realtà nasconde un equilibrio delicato, un ecosistema unico che ha imparato a vivere con pochissimo?
Alcuni temono che l’arrivo dell’acqua salata possa contaminare le falde sotterranee, l’unica fonte di vita per le oasi e le comunità che ancora resistono in quei luoghi remoti. E se l’evaporazione, inevitabile in un clima così caldo, lasciasse dietro di sé immense distese di sale tossico, come una cicatrice bianca che si allarga giorno dopo giorno? Non sarebbe allora un nuovo Mar d’Aral, quel lago scomparso che oggi è un monito per l’umanità intera?
Oltre il confine, in Israele e in altri paesi del Mediterraneo, questa prospettiva non suscita solo curiosità, ma preoccupazione. Non si tratta più solo di un progetto nazionale, ma di un’alterazione geografica che potrebbe avere ripercussioni su scala regionale, forse globale. Il dibattito cresce, acceso, tra chi vede in questa impresa una via di salvezza e chi invece teme un effetto domino irreversibile.
E allora ci si chiede: chi decide per il destino di un intero ecosistema? Chi ha il diritto di trasformare un deserto in un mare, di giocare con forze così immense, con conseguenze che nessun modello può prevedere con certezza?
È in questo punto che il sogno si fa ambiguo, dove la speranza di un mondo migliore si intreccia con il rischio di un disastro annunciato. Perché dietro ogni grande realizzazione c’è sempre la stessa speranza: che l’uomo, con la sua intelligenza e la sua audacia, possa superare i limiti, migliorare le condizioni di vita, portare luce dove c’era solo aridità.
Ma c’è anche il pericolo di dimenticare che ogni intervento lascia un segno, e che a volte il progresso assomiglia troppo a una fuga in avanti senza bussola. Eppure, non possiamo fermarci. Non possiamo rinunciare a immaginare, a provare, a cercare soluzioni dove sembra non essercene.
Forse il vero valore di un progetto come quello di Qattara non è nemmeno nella sua realizzazione, ma nel fatto che ci costringe a pensare in grande, a confrontarci con domande scomode, a prendere sul serio la responsabilità che abbiamo verso il pianeta e verso chi verrà dopo di noi.
Ma d'altronde, davanti alle spese faraoniche per alimentare il complesso industriale-militare non si può non pensare a dove scorrono veramente i soldi. Molti di quei capitali, infatti, sono finiti in un settore i cui profitti sono cresciuti in modo spropositato proprio sulle vittime dei numerosi conflitti che insanguinano il mondo.
Se poi aggiungiamo tutti i soldi buttati al vento per andare nello spazio, già... su Marte, sulla Luna, beh... credo che forse sia giunto il tempo di provare a realizzare quest'opera, sì... un nuovo mare artificiale che non sarà soltanto un lago di acqua salata in mezzo al deserto, ma rappresenterà uno specchio in cui tutta l’umanità potrà guardarsi, riflessa nella sua ambizione, nella sua paura, ma soprattutto nella sua inesausta voglia di ricominciare.
Sì... forse, in quel riflesso, riusciremo a vedere non solo ciò che abbiamo fatto, ma ciò che potremmo ancora diventare...