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sabato 29 novembre 2025

Il condominio tradito: malagestione, collusioni, giustizia che tarda!

Riprendo stamani a parlare di un tema che, pur essendo quotidiano per molti, viene spesso taciuto finché non diventa insostenibile. 

Mi riferisco alla gestione dei condomini, un ambito che dovrebbe garantire tranquillità e sicurezza e che invece troppo spesso si trasforma in una trappola silenziosa, dove chi paga regolarmente finisce per accollarsi debiti a tre zeri, cifre che mai avrebbe immaginato di dover sostenere. 

Già... perché quanto accade il più delle volte non sono errori contabili banali, ma veri e propri buchi neri creati con metodo sofisticato: bilanci infedeli, oneri fiscali mai versati, decreti ingiuntivi occultati, spese senza giustificazione alcuna, registri compilati in modo da rendere impossibile qualsiasi verifica. Tutto avviene nell’ombra, fino a quando non è troppo tardi.

Ecco che così la casa, questo rifugio intimo, si svela all’improvviso un campo minato. Chi si è sempre comportato con correttezza si trova a dover pagare per gli altri, non solo i morosi - che pure esistono - ma soprattutto per chi, pur ricevendo regolarmente i contributi di tutti, li ha dirottati altrove. Non è una svista, non è una distrazione: è una strategia! 

Si gonfiano le fatture, si pilotano gli appalti per le manutenzioni, si incassano somme in contanti, si usano i beni comuni per servizi privati, si baratta quella gestione - in particolare quando le proprietà si trovano in località turistiche note, di montagna o di mare - con favori ad amici, funzionari, dirigenti, talvolta persino forze dell’ordine, affinché possano godersi, insieme ai propri cari, periodi gratuiti di villeggiatura, in cambio di silenzi compiacenti.

E quando i conti non tornano, la colpa come sempre ricade sempre sui condomini: “non avete controllato”, “non avete partecipato all’assemblea”, “non avete chiesto copie”, come se aver fiducia fosse un reato.

Ed è qui che inizia la seconda fase, quella ancora più amara. Quando qualcuno prende coraggio, presenta un esposto, denuncia, chiede l’intervento delle autorità, si scontra con un sistema che sembra progettato per logorare la pazienza, la salute, le risorse. Gli anni passano, le udienze vengono rinviate per motivi futili, gli incartamenti giacciono in attesa di essere letti - e nel frattempo, chi ha commesso gli atti non è sospeso, non è allontanato, i suoi beni (e quelli dei familiari) non vengono sequestrati. Tutto continua a operare, magari con un nuovo nome, un parente, un prestanome, un socio di comodo.

Sono veri e propri esperti: sfruttano i vuoti normativi, come l’assenza di limiti chiari sui movimenti tra conti condominiali, e creano un caos tale che persino il successore, per tentare di ricostruire i conti, deve affidarsi a un revisore esterno. Eppure, di fronte a spostamenti di centinaia di migliaia di euro, a conti ridotti a otto euro nonostante i pagamenti regolari di tutti, la reazione istituzionale è spesso un silenzio assordante.

Perché dietro quelle cifre non c’è solo un’amministrazione negligente, ma vere truffe - specie quando si inseriscono voci fittizie per indurre in errore e ottenere un profitto illecito. C’è appropriazione indebita, ogni volta che si utilizza il denaro comune come se fosse proprio. C’è danno all’erario, quando si omettono versamenti obbligatori sperando nella prescrizione o in una futura sanatoria. C’è bancarotta fraudolenta, quando si crea un buco deliberato per trarne vantaggio personale.

E in casi estremi, quando l’organizzazione è ramificata e coinvolge più soggetti, emergono elementi che configurano vere e proprie associazioni a delinquere - specie se a fare da sfondo sono meccanismi di riciclaggio, estorsione, o tentativi di accedere a fondi pubblici con documenti falsi. In questo contesto si innesta una gravissima circostanza di cui nessuno vuole parlare: molti di quegli immobili, in particolare quando si trovano in località isolate e soprattutto nei periodi “fuori stagione”, cioè quando non sono utilizzati dai proprietari e molte volte restano in mano all’amministratore per la gestione insieme ai cosiddetti “beni comuni”, probabilmente questi sono stati utilizzati dalla criminalità organizzata per celare chissà... anche "latitanti".

Eppure, il cittadino che denuncia viene spesso isolato, ridicolizzato, talvolta minacciato. Vi sono assemblee che degenerano in aggressioni fisiche. Vi sono amministratori che, anziché consegnare i registri all’amministratore giudiziario nominato dal Tribunale, li affidano a terzi o li fanno sparire, denunciandone il furto - rendendo così impossibile qualsiasi transizione legale.

E non solo: vi sono uffici delle autorità competenti - per fortuna non tutti; tra essi vi è anche chi opera in maniera puntuale e corretta - che, pur ricevendo esposti dettagliati e documentati, li archiviano come “beghe condominiali”, come se non sapessero che un condominio con un migliaio di unità ha un bilancio superiore a quello di molti comuni. Come se non dovessero sapere che, in assenza di trasparenza, ogni assemblea può diventare un teatro di coercizione, ogni convocazione un atto di potere.

Quindi, non basta dire che servono figure professionali riconosciute; serve a poco ipotizzare un elenco nazionale, se non si parte da un filtro reale: carichi pendenti puliti, casellari giudiziari verificabili, obblighi societari applicati con la stessa severità di qualsiasi altra impresa. Un condominio non è un’entità astratta: è una comunità, è un patrimonio collettivo, è spesso una piccola società con entrate, spese, dipendenti, fornitori, obblighi fiscali. E come tale va trattato, con regole chiare, controlli efficaci, sanzioni certe.

La legge offre strumenti - il diritto d’accesso ai documenti, la revoca giudiziaria, la querela per truffa, la nomina di un revisore - ma sono inutili se non si accompagna a un cambio di mentalità. Se non si smette di considerare legittimo ogni silenzio, ogni delega in bianco o falsificata, ogni voto espresso per compiacere chi ha fatto un favore. Se non si accetta che il diritto di critica, anche aspro, è un dovere, non un’aggressione. Se non si capisce che una convocazione infilata sotto la porta non ha valore, che un amministratore che non consegna i registri commette un reato, che ogni condomino ha il diritto di sapere, di chiedere, di opporsi.

Alla fine, il problema non è la complessità della norma, ma la facilità con cui si accetta che la legge valga solo per chi non ha potere. E finché sarà così, la casa non sarà mai davvero un rifugio. Sarà solo il luogo in cui ci si sente in trappola - e dove chi ha le mani in pasta, come dice un vecchio detto, “non pinia”.



venerdì 28 novembre 2025

Confiscare sì, ma senza dimenticare chi ha pagato per farlo!

Da anni si parla di confisca come di qualcosa di simbolico, un gesto pubblico che rappresenta una sorta di rito laico della giustizia, in cui beni vengono sottratti a chi li ha accumulati con l’inganno, i raggiri, le truffe, ma anche le complicità silenziose di referenti istituzionali corrotti e di esponenti della classe politica, cui si aggiungono, in taluni casi, referenti criminali che, con metodi coercitivi, hanno alterato la libera concorrenza, il tutto per consegnare idealmente alla collettività - come se la restituzione fosse già avvenuta solo perché un cancello è stato riaperto e una targa cambiata - una società insediata al posto di un sistema criminale.

Ma, consentitemi di dire che tra quel simbolo e la vita reale c’è una distanza abissale, fatta di scartoffie, di silenzi burocratici, di procedure che avanzano con la lentezza di chi non ha fretta, di chi purtroppo ha paura o teme ritorsioni personali e familiari nel dover gestire quei beni, pur sapendo che non è lui a dover rischiare di non pagare l’affitto, di non poter curare i propri dipendenti, di dover spiegare ai propri cari perché il lavoro che credeva stabile è svanito insieme a tutti i benefici finora ricevuti.

Perché lui è lo "Stato", ed è stato messo lì per gestire gli altrui beni, e poco importa se la procedura sia legittima o meno: saranno i successivi gradi di giudizio a stabilirlo. Il suo unico compito è fare in modo che quei beni vengano gestiti, e poco importa se l’impresa riuscirà ad andare avanti, perché fintanto che esiste qualcosa da prendere, da spartire, da affidare, ben vengano sequestri e confische: sono garanzia di attività per molti professionisti, ciascuno legato a filo diretto con quel Tribunale che si occupa della gestione di quei beni - mi riferisco a figure come magistrati, custodi giudiziari, amministratori nominati e via dicendo.

Abbiamo letto, in questi anni, quanto accaduto a Palermo con l’inchiesta sull’ex Presidente dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati, anche se va detto che l’ultima sentenza, del 19 ottobre scorso, della sesta sezione penale della Cassazione ha cancellato quasi una ventina di capi d’imputazione relativi a quel presunto Sistema, ovvero a quel giro di mazzette e favori legato all’affidamento delle amministrazioni giudiziarie dei beni confiscati alla mafia. Al momento è impossibile dare una risposta definitiva, perché mancano ancora le motivazioni della decisione della Suprema Corte, ma un dato è evidente: dei 74 capi d’imputazione inizialmente contestati all’ormai ex magistrato, ne sono sostanzialmente rimasti in piedi tre, per corruzione e concussione.

Permettetemi, tra l’altro, di aggiungere quanto ho letto stamani su un amministratore giudiziario coinvolto in un’inchiesta nella provincia di Messina, attualmente ai domiciliari con braccialetto elettronico, dopo che la Corte di Cassazione ha rigettato il suo ricorso, confermando il quadro indiziario e mantenendo invariata la misura cautelare.

Da quanto sopra emerge con chiarezza che la gestione da parte dei Tribunali dei beni sequestrati e successivamente confiscati è stata, di fatto, fallimentare sotto tutti i punti di vista: non sto qui a elencarli, sebbene li conosca perfettamente.

Difatti, proprio il sottoscritto - che ha denunciato, che ha insistito, che ha anticipato le spese per una procedura fallimentare che nessuno voleva avviare, perché, a dir di molti, tanto sarebbe finita male comunque - ancora oggi, incredibilmente (ma non sorprendentemente... in un sistema clientelare e mafioso), si ritrova in una posizione grottesca: sono un creditore privilegiato, sì, ma privilegiato solo sulla carta, perché quel riconoscimento non è riuscito finora a farmi ricevere quanto mi è dovuto - seppure è proprio grazie al sottoscritto che si è riusciti a recuperare quasi 500.000 euro tra fatture a suo tempo non pagate e beni venduti nel corso della procedura. 

A tal proposito però desidero rendere un doveroso plauso al curatore fallimentare, per il lavoro svolto fin qui: auspicando che porti a termine la sua attività con la stessa professionalità e correttezza dimostrate sino ad ora - tanto che, una volta conclusa la vicenda, farò in modo che il suo operato sia conosciuto, anche attraverso il mio blog, citando espressamente il nome dell’avvocato che sta seguendo la procedura. Mi sento di farlo perché, rispetto a quello che abbiamo purtroppo constatato negli anni - troppi suoi colleghi, infatti, hanno finito per lasciare alle spalle solo vuoti e silenzi, quando non qualcosa di peggio - questa volta la gestione appare diversa, concreta e soprattutto trasparente.

Desidero però riconoscere anche il ruolo che ho avuto personalmente in questa vicenda: senza la mia iniziativa, senza le denunce presentate a mie spese, senza la tenacia - solitaria, ma mai rassegnata - di chi ha scelto, da sempre, di non voltarsi dall’altra parte, è lecito affermare con certezza che molte di quelle confische non sarebbero neppure state avviate, molti di quei patrimoni sarebbero rimasti intoccati, e la maggior parte di quelle condanne non avrebbero avuto neppure un fascicolo d’archivio.

Va detto che la Cassazione, con la sentenza 37200 del 14 novembre scorso, ha provato a correggere un difetto strutturale: non basta che il credito nasca prima del sequestro, serve che sia accertato in tempi utili, e questo accertamento non può dipendere solo dalla rapidità di un avvocato o dalla disponibilità economica di un cittadino.

Ma la sentenza, per quanto importante, non risolve il problema di fondo, che non è giuridico, ma culturale: finché resterà implicito, in molti uffici, in molte stanze dove si decidono le destinazioni dei beni, che chi si espone è un ingenuo, che chi denuncia è un rompiscatole, che chi pretende giustizia è un problema da gestire più che un diritto da tutelare, allora non cambierà nulla, neanche con cento sentenze.

Perché la confisca, quando funziona davvero, non è solo la sottrazione di un bene, ma il riconoscimento di un torto, la restituzione di un’opportunità, la riammissione di una persona alla dignità di chi ha fatto la sua parte e merita di vederne il frutto.

Invece, ancora oggi, chi ha pagato di persona, chi ha rischiato sul serio, chi ha messo in gioco non solo la propria professione ma anche la propria credibilità, si sente dire che deve aspettare, che deve capire, che ci sono procedure, che bisogna rispettare le priorità, come se la priorità non fosse mai stata, fin dall’inizio, la sua voce, il suo coraggio, la sua scelta di non tacere.

E intanto i beni confiscati entrano in circuiti dove, talvolta, si annidano nuove forme di opacità: consulenze vengono affidate non per competenza ma per vicinanza, le liste dei beneficiari assomigliano più a un elenco di fedeltà che a un piano di riuso sociale, e chi ha denunciato si trova ad attendere invano - non perché non abbia diritto, ma perché, pur avendolo per primo, essendo stato l’unico e il solo ad esporsi in prima persona, viene scavalcato da chi ha atteso, da chi faceva parte - e poi si è celato - direttamente o indirettamente, di quell’orticello, e che dunque dovrebbe attendere, o quantomeno trovarsi in fondo alla fila, nell’equa suddivisione che tanto si invoca.

Non si tratta di dover veder riconosciuti meriti, ancor meno riconoscimenti pubblici - finora, per quanto compiuto, non ne ho mai ricevuti, a eccezione di qualche nota di merito che ricorre, quasi a ogni piè sospinto, nelle sentenze - ma si tratta, semplicemente, di essere coerenti: se lo Stato usa lo strumento della confisca per affermare che la legalità ha un valore reale, allora quel valore deve valere anche per chi ne è stato il primo custode, non solo per chi ne gestisce le conseguenze una volta che il rischio è passato.

Altrimenti, e lo sappiamo bene, la confisca resta propaganda, una cerimonia, un’immagine da cartolina, mentre la giustizia resta fuori, in attesa, con le tasche vuote e la pazienza logorata da cinque anni di silenzi che non sono casuali, ma strutturali.

Perché il vero fallimento, oggi - e lo confermano le sentenze del Tribunale - è quello del sistema che continua a premiare chi si muove dentro le sue maglie e a punire chi prova a rammendarle.

E ogni volta che un creditore come me rimane in attesa, non è solo una pratica in sospeso: è un segnale che arriva chiaro a chi vorrebbe fare lo stesso e si ferma un attimo prima, perché sa già come va a finire.

Forse, allora, la prossima riforma non riguarderà solo le tempistiche delle ammissioni al passivo, ma qualcosa di più delicato: la fiducia.

Perché quella che si è persa in cinque anni di attesa - e che nessuna sentenza, per quanto giusta, potrà mai restituire - è la fiducia in questo Stato e nelle sue Istituzioni. Ed è il motivo per cui non mi sento più di dover collaborare con chi richiede al sottoscritto informazioni, documenti protocollati, ma ahimè andati persi all’interno di quei palazzi: gli stessi documenti che, se invece di essere insabbiati nell’ultimo cassetto fossero stati portati alla luce, avrebbero reso inutili molte di quelle inchieste oggi condotte da talune procure nazionali.

Ma chissà… forse lo Stato - soprattutto chi lo rappresenta - non teme le voci, ma il loro contrario: vuole che quei pochi cittadini ancora onesti, col tempo, imparino a tacere. Già... proprio come tutti gli altri!

giovedì 27 novembre 2025

Quel filo che tiene insieme tutta la tela...

La sera scende mentre percorro la tangenziale di Catania, e l’asfalto sotto le ruote sembra cedere non per l’acqua, ma per qualcosa di più sottile, più tenace: la fatica delle promesse mai mantenute. 

Ogni chilometro racconta la stessa storia, solo con nomi diversi e date aggiornate. Quella scuola con il tetto che minaccia di crollare, quell’ambulanza ferma da mesi in officina, quella strada che ogni inverno torna a essere sterrata, sono frammenti di un racconto che non smette di ripetersi, come se il tempo fosse un nastro che gira su se stesso, senza mai registrare niente di nuovo.

Eppure, non si tratta di un episodio isolato, né di un’anomalia. È il respiro regolare di un sistema che funziona grazie ai silenzi compiacenti, agli sguardi che si abbassano appena in tempo, alle strette di mano che durano un secondo di troppo.

In cima, c’è sempre qualcuno che firma, non perché ha scelto, ma perché è stato scelto. Più in basso, ci sono quelli che preparano la penna, regolano la sedia, tengono la porta aperta. Ognuno con un ruolo preciso, ognuno con un prezzo concordato in anticipo, anche se nessuno lo ha mai messo per iscritto. Non serve: basta saperlo.

Negli ultimi giorni, nuove inchieste hanno fatto tremare le stanze della politica regionale. Una mozione di sfiducia, presentata con urgenza, ha raccolto ventitré firme tra deputati di diversi gruppi. Non è tanto il numero a impressionare, quanto il motivo: un’onda lunga di indagini che hanno coinvolto esponenti della maggioranza, membri del governo regionale, dirigenti nominati in sanità, enti, uffici tecnici. 

Alcuni hanno ammesso, davanti ai magistrati, condotte che definire corruttive è un eufemismo, altri viceversa sono stati travolti da inchieste che risalgono a anni fa, ma che risuonano ora con straordinaria attualità. Eppure, nessuna verifica seria è stata avviata su chi, pur non indagato, occupa posizioni decisive, né su chi è stato messo lì da partiti ormai fuori dal governo, come se la rimozione di un assessore bastasse a ripulire un intero sistema.

Mi capita spesso, negli ultimi giorni, di parlare con amici, conoscenti, sconosciuti incontrati per strada o al bar. Nessuno si stupisce. Anzi: “Nicola, è sempre stato così. E sarà sempre così. Perché ti meravigli?”. Lo dicono con un tono quasi rassegnato, come se la sorpresa fosse un lusso che non possiamo più permetterci. Ma la rassegnazione, col tempo, smette di essere una reazione e diventa una scelta. Una complicità silenziosa. E la complicità - non la corruzione, non l’errore - è ciò che tiene in piedi l’intera architettura del malaffare.

Perché oggi non si tratta più di bustarelle al bar o di nomi scritti su foglietti. Quel tempo è passato. Oggi l’illegalità ha cambiato pelle: è fluida, si adatta, si mimetizza. Si veste di efficienza, si presenta come pragmatismo, si giustifica con “come si fa qui da noi”. 

Intanto, i reparti ospedalieri si svuotano, i cantieri si fermano senza che nessuno ne chieda conto, i pagamenti slittano all’infinito, i controlli si riducono a timbri su scartoffie mai lette, ed ancora, i fondi europei evaporano in consulenze che non producono un solo documento utile, un solo dato verificabile, un solo intervento tangibile. Tutto scorre, tutto è plausibile, e proprio per questo, niente viene mai davvero messo in discussione.

Tra chi decide e chi esegue, c’è un’intera schiera di figure invisibili. L’autista che sa dove andare senza chiedere. Il consulente che non scrive relazioni, ma costruisce ponti dove non ci sono fiumi. Il “facilitatore” che sa quando chiamare, come dire, e soprattutto quando tacere. Sono loro, più di altri, a rendere il meccanismo così resistente: non perché comandano, ma perché rendono il comando possibile, senza mai comparire. Operano nel grigio, dove la legge non viene rotta, ma piegata con cura, come una lettera che contiene una minaccia scritta in un italiano impeccabile, così forbito che nessuno osa chiamarla tale.

E così, mentre si annunciano nuove task force, nuovi protocolli, nuovi osservatori - tutti destinati a durare fino alla prossima emergenza - le stesse mani continuano a passarsi la stessa palla. Solo che ora lo fanno con guanti bianchi, davanti a telecamere accese e microfoni spalancati. E questa terra - la stessa che trema quando piove troppo, che scivola quando nessuno la sorregge - resta lì, in attesa.

In attesa non di un eroe, né di una denuncia clamorosa, ma di qualcuno che abbia il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Non corruzione. Non inefficienza. Non malgoverno. Ma collusione strutturale: una condizione in cui l’illegalità non è un incidente, ma la regola non scritta che tiene insieme ciò che, altrimenti, andrebbe in frantumi.

Forse, solo quando smetteremo di parlare di “questione meridionale”, già... come se fosse un male locale, curabile con un po’ di attenzione in più, e cominceremo a riconoscerla per ciò che è, una "questione italiana", allora potremo finalmente guardare il filo, sì... quello che tiene insieme tutta la tela: Senza distogliere lo sguardo. Senza fingere di non vederlo.

mercoledì 26 novembre 2025

Non è la mafia che ci definisce, ma quello che tolleriamo in silenzio!

In questi giorni percorro di mattina una strada di campagna e mentre il sole inizia a salire lentamente dall’orizzonte, mi sono chiesto se sia proprio la bellezza a renderci più fragili o se, al contrario, sia la consapevolezza di possedere qualcosa di raro da farci dimenticare che la cura, più del possesso, è ciò che conta davvero.

La Sicilia difatti non ha bisogno di essere raccontata: basta guardarla per capire che ogni parola su di lei è già stata scritta, forse da Goethe, forse da un pescatore che, senza alcun bisogno di citare i classici, ci ricorda come il vento di scirocco ha portato con sé non solo la sabbia dell'Africa, ma anche il peso di quelle invasioni, già... di incontri mancati e di promesse mai mantenute. 

Qui ogni pietra racconta di un impero caduto, ogni porto... una partenza che non è mai stata un vero addio, ogni tempio un'alleanza tra fede e potere, autorità e consenso.

Migliaia e migliaia di anni in cui qualcuno arriva, costruisce, comanda, poi se ne va... e lascia dietro di sé non solo monumenti, ma anche una consuetudine: quella di tramandare un’attesa, sì... aspettare sempre che giunga qualcuno da fuori per decidere del nostro destino!

E difatti lo stesso accade ai nostri giorni, eppure non è colpa degli invasori, di quelli che vengono e se ne vanno, no... se ci guardiamo intorno vediamo sempre lo stesso vuoto - non di risorse, non di talenti, non di volontà - ma di fiducia, già... fiducia nel fatto che fare la cosa giusta, senza chiedere niente in cambio, possa bastare.

Perché la verità, quella che si tende a non dire a voce alta, è che molti di noi - per come veniamo descritti nel mondo - non sono mafiosi, e neppure complici, ma purtroppo sono molti i miei conterranei a non sentirsi obbligati a contrastare chi lo è!

Non sempre per paura: spesso semplicemente perché non ne vale la pena. Si sa... bloccare un torto non dà vantaggi immediati, segnalare un appalto truccato non garantisce un posto di lavoro, anzi, tutto ciò mette in cattiva luce ed allontana da quel "sistema" in cui tutti sanno come funziona, ma nessuno lo ammette ad alta voce...

Ed è il motivo per cui sanno che, denunciare un abuso edilizio, non riporta indietro il paesaggio perduto, ma li rende scomodi, e così scelgono di abbassare lo sguardo. Si chiama “realismo”, si chiama “prudenza”; a volte si usa una parola che suona quasi nobile: omertà. Ma non è silenzio per proteggere qualcun altro: è silenzio per proteggere se stessi!

Ed è proprio lì, in quel gesto quotidiano — ripetuto decine di volte al giorno — che si annida quel che davvero mina questa terra: non la forza della mafia, ma la debolezza della sua opposizione! Un permesso firmato senza leggerlo. Un visto rilasciato senza controllare. Un appalto assegnato con la giustificazione più insidiosa: “tanto se non lo faccio io lo farà qualcun altro”.

Non serve essere un boss per alimentare questo sistema. Basta essere un professionista che chiude un occhio, un impiegato che fa una copia in più, un sindaco che sceglie di non accorgersi, oppure un cittadino che vota non per un programma, ma per un pacco alimentare distribuito la settimana prima.

Non stiamo parlando di personaggi da film: questi nuovi soggetti, non indossano doppiopetto, non parlano in codice e non hanno soprannomi. Sono i nostri vicini di casa, i nostri colleghi, ahimè... i nostri parenti: hanno figli che studiano in atenei privati, possiedono case dotate di ogni comfort, macchine lussuose e conti in banca (che appaiano) regolari... 

Eppure, ogni volta che scelgono il tornaconto anziché ciò che è giusto, non commettono solo un illecito: insegnano qualcosa, sì... ai loro figli, ai loro collaboratori, a chi li osserva e cioè che il rispetto delle regole è un optional, che l’onestà è un difetto di forma, non di sostanza e soprattutto che il sistema non si cambia, si aggira e chi non lo aggira, è semplicemente fesso o quantomeno, meno furbo.

Allora ti domandi: dov’è finita quella Sicilia che si ribellava? Quella dei contadini che nel 1893 fondarono i Fasci, quella dei sindacalisti uccisi in piazza, quella dei magistrati che non esitarono un istante? 

La verità è che non è scomparsa: è stata ridotta a monumento. Già... onorata in pubblico, archiviata in privato. Ed ecco che si intitola una strada a Falcone, una piazza a Borsellino, poi si affida la gestione di un bene confiscato di quella impresa che nessuno ha mai controllato, con procedure che, in alcuni casi, abbiamo visto, si sono rivelate persino più opache di quelle messe in pratica dagli stessi indagati.

Già... si celebra la memoria, ma non si pratica il coraggio!

Perché il punto non è se la mafia sia ancora potente, perché lo è... finché qualcuno la alimenta. Il punto è che noi, oggi, non siamo più costretti a subirla. Siamo liberi di scegliere. Eppure, dall’osservazione quotidiana dei comportamenti di molti miei conterranei, vedo una scelta precisa: non scegliere affatto.

Aspettare sempre che sia un altro ad agire, pensare che la corruzione sia un problema del “sistema”, come se il sistema non fossimo noi, come se non fosse fatto di scelte individuali, ripetute, quotidiane.

La Sicilia è bellissima, sì... lo è ancora, nonostante tutto. Ma nessuna bellezza regge a lungo se chi la abita smette di chiedersi cosa significhi curarla: non solo con le parole, non solo con la nostalgia, ma con atti concreti, ripetuti, noiosi, scomodi. Con la fatica di chi rifiuta un favore, con la pazienza di chi legge fino in fondo un progetto, con la dignità di chi, guardando dritto negli occhi, dice: No... non questa volta, e neppure la prossima.

Ecco, forse solo allora smetteremo di essere famosi per ciò che tolleriamo e torneremo a essere riconosciuti per ciò che costruiamo.


martedì 25 novembre 2025

25 Novembre: una data importante che interroga le nostre coscienze...

Oggi è il 25 Novembre, una data che si ripete ogni anno con il suo carico di dolore e di moniti. È una giornata in cui le bandiere sventolano a mezz'asta per le donne che non ci sono più, un promemoria collettivo che dovrebbe scuoterci dal torpore. 

Eppure, ogni volta che questa ricorrenza ritorna, mi chiedo quanto sia profonda la distanza tra le parole che pronunciamo e la realtà che continuiamo a tollerare. 

Leggi vengono approvate, decreti si susseguono, eppure il fiume di sangue non si arresta. Si discute di braccialetti elettronici, di ammonimenti, di inasprimenti delle pene, come se la violenza fosse un problema di ingegneria sociale da risolvere con un regolamento più severo. Ma il cuore del male rimane intatto, protetto da un muro di indifferenza e da una cultura che fatica a riconoscere l'odio per quello che è.

Ci hanno detto che settantacinque coltellate non sono crudeltà, ma solo inesperienza. Una sentenza che sembra uscita da un racconto distopico, dove la sofferenza più atroce viene ridotta a una mancanza di pratica, come se il male avesse bisogno di un manuale di istruzioni. Questo non è un errore giudiziario, è il sintomo di una malattia culturale che pervicacemente si rifiuta di vedere la violenza maschile per quello che è. Non un raptus, non un incidente di percorso, ma un meccanismo di potere, un linguaggio tossico fatto di possesso e di distruzione. Un sistema che, di fronte all'evidenza più macabra, continua a cercare attenuanti, a chiamare l'odio con nomi più gentili, come "delirio" o "eccesso passionale".

Finché continueremo a farlo, finché la crudeltà dovrà essere dimostrata come un optional e non l'essenza stessa del femminicidio, allora nessuna legge basterà. Perché le leggi possono condannare, ma solo la cultura può riconoscere e prevenire. Ci illudiamo che un provvedimento legislativo possa essere la panacea, mentre il problema affonda le sue radici in un terreno incolto, dove sono assenti l'educazione al rispetto e l'alfabetizzazione emotiva. 

Sono gli uomini che odiano le donne, perché hanno paura di loro, della loro forza, della loro intelligenza, della loro libertà. Vedono il rapporto non come una crescita comune, ma come una sfida da vincere, un territorio da dominare. A me, nella mia vita, è sempre stato chiaro che le donne vanno solamente amate, già, per come ho fatto io in tutta la mia vita. È una verità semplice, che dovrebbe essere il fondamento di ogni rapporto.

E allora viene da chiedersi, cosa dovrà ancora succedere. Quante Giulia, quante vite spezzate dovranno ancora attraversare le nostre cronache prima che si ammetta l'ovvio. Che non esiste una violenza contro le donne normale, che ogni femminicidio è già di per sé un atto di crudeltà inaudita. E che finché continueremo a sminuirla, a cercare scappatoie, a chiamarla con altri nomi, nessuna donna sarà mai al sicuro. 

L'invito a non voltarsi dall'altra parte, a denunciare, a intervenire, rimane un imperativo categorico. Perché il silenzio e l'indifferenza uccidono tanto quanto un pugnale. E forse, è proprio questa indifferenza la complicità più grande, quella che permette a tutto questo di ripetersi, anno dopo anno, in una data che dovrebbe ricordarci un impegno, e che invece rischia di diventare solo una triste liturgia della nostra incapacità di cambiare.

lunedì 24 novembre 2025

Leggendo i Vangeli, qualche fedele potrebbe credere che Gesù abbia attraversato il mondo, quando in realtà non si è mai allontanato (più di tanto) da casa.

È interessante notare come, negli ultimi due decenni, la geografia biblica abbia compiuto un salto non da poco: non più affidata solo a disegni schematici nei libri di studio, ma a modelli digitali interattivi, costruiti con dati archeologici, satellitari e testuali incrociati. 

Il Digital Atlas of the Holy Land, curato dalla Society of Biblical Literature in collaborazione con ricercatori di università come Yale e Tel Aviv, offre oggi una ricostruzione stratigrafica dei percorsi antichi, compresi quelli plausibili del I secolo. 

Lì, per esempio, si può tracciare in tempo reale la via che da Sefforis - città romana vicina a Nazaret, dove Gesù probabilmente lavorò come artigiano - conduceva a Cafarnao: un tracciato di circa 35 km, in gran parte su una strada secondaria che costeggiava le colline della Bassa Galilea, con pendenze dolci ma polvere abbondante nei mesi estivi.

Anche BiblePlaces.com, fondato dall’archeologo Todd Bolen, va oltre la semplice mappa: integra foto aeree attuali, scansioni LiDAR e ricostruzioni 3D di siti come il pozzo di Giacobbe a Sichem o le rovine di Gerico pre-70 d.C., consentendo di confrontare il paesaggio odierno con quello che Gesù avrebbe visto. 

In una delle sue schede su Jesus’ Travels, si legge una nota particolarmente evocativa: i ricercatori hanno calcolato, in base all’andatura media di un camminatore antico (4–5 km/h, con soste ogni due ore), che il viaggio da Cafarnao a Gerico - tappa intermedia cruciale prima della salita a Gerusalemme - richiedeva circa tre giorni, con pernottamenti a Scitopoli o a Fasaelis, villaggi ormai ridotti a cumuli di pietra, ma ben documentati negli archivi del Israel Antiquities Authority.

Una cosa colpisce: quasi tutti questi spostamenti rientrano in un’area di circa 150 km di diametro - meno della distanza tra Catania e Palermo. Eppure, quella piccola porzione di terra era un crocevia di lingue, imperi, culti e resistenze. Camminare da Nazaret a Gerusalemme significava passare da un villaggio aramaico a una città ellenizzata, da una regione governata da Erode Antipa a un’altra sotto diretto controllo romano, con dogane, dialetti diversi, monete non sempre accettate. 

Non era solo una questione di chilometri: era un attraversamento continuo di mondi. E Gesù lo fece a piedi, senza scorta, senza permessi speciali, un uomo in movimento in un territorio controllato.

Quel che i dati moderni confermano, più di ogni altra cosa, è la località radicale della sua missione. Non parlava dal centro del potere, né da un pulpito remoto: lo faceva nei campi, sulle rive, alle porte delle città, in luoghi dove la gente si fermava per necessità, non per devozione. Il pozzo di Sichem, per esempio, non era un santuario: era un punto d’acqua quotidiano, un crocevia femminile, un non-luogo sacro che diventa, per un dialogo, luogo di rivelazione. 

Oggi, grazie alle mappe del Digital Atlas, possiamo vedere che quel pozzo si trova a poche centinaia di metri da una strada carovaniera secondaria - non isolato, ma attraversato, proprio come la donna samaritana, proprio come il Vangelo stesso.

Se vi interessa esplorare personalmente questi percorsi, ti segnalo due risorse aperte e gratuite:
Il Digital Atlas of the Holy Land è accessibile qui: https://dathl.sbl-site.org
Le mappe tematiche di BiblePlaces.com, compresa quella dedicata ai viaggi di Gesù, si trovano in questa sezione: https://www.bibleplaces.com/jesus-travels/

Entrambe permettono di sovrapporre antico e moderno, di misurare distanze con precisione, di capire non solo dove, ma come si camminava allora e forse, per contrasto, come camminiamo noi oggi, sempre più veloci, sempre meno presenti.

Perché, alla fine, questo post non vuole ridurre il sacro al misurabile: vuole però restituire a quell'uomo, quello spessore umano che qualcuno (dopo tre secoli dalla sua morte) ha voluto stravolgere, sì...  per creare quel "mistero di Cristo", un concetto chiave che includendo egli alla cosiddetta "trinità", ha potuto di fatto elevare quei semplici uomini ad un livello e ad una gerarchia, capace di condizionare la storia per millenni, influenzando fino ad oggi, 2,4\miliardi di cristiani nel mondo.

Oggi, grazie alle mappe del Digital Atlas, possiamo vedere che quel pozzo si trova a poche centinaia di metri da una strada carovaniera secondaria, non isolato, ma attraversato, proprio come la donna samaritana, proprio come il Vangelo stesso.

E allora, forse, il vero scopo di riproporvi queste mappe non è ridurre il sacro al misurabile, è piuttosto restituire a quell'uomo il suo spessore umano, troppo spesso offuscato da secoli di dottrina. Quel "mistero di Cristo", un concetto chiave che, a partire da tre secoli dopo la sua morte - includendolo nella cosiddetta "trinità" - ha di fatto elevato anche quei semplici uomini a un livello gerarchico capace di condizionare la storia per millenni – influenzando fino ad oggi 2,4 miliardi di cristiani – e che - il più delle volte - ne ha allontanato il volto più autentico.

Il mio desiderio, viceversa, è più semplice e più radicale: restituire a quell'uomo il respiro di chi cammina davvero. I piedi gonfi, la gola secca, lo sguardo rivolto al prossimo incontro. Gli occhi di chi sa che la trascendenza non abita in un altro mondo, remoto, ma proprio qui, nel terreno battuto ogni giorno. Nella polvere sollevata da un passo stanco, nella luce obliqua di un tramonto, nel gesto disarmante di chiedere un po' d'acqua e di concedere, in cambio, una parola che cambia tutto.

Perché è in quel gesto, in quella parola disarmata e potente, che risiede la distanza più breve e al tempo stesso incolmabile tra l'umano e il divino. Una distanza che nessuna mappa, e forse neppure alcuna Chiesa, potrà mai contenere...

domenica 23 novembre 2025

Disparità giudiziarie e opacità amministrative condominiali: il potere di chi sceglie di non tacere!

Mi è capitato (ahimè) in questi ultimi anni, di osservare con crescente amarezza come, in certi contesti giudiziari, il sistema si muova con la prontezza di una "Formula 1", mentre altrove, di fronte a vicende ben più gravi, ho assistito a un'inerzia sconcertante, se non a una vera e propria indulgenza strutturale.

Prendete il caso di Palermo: un ex amministratore di condominio, responsabile di oltre trenta stabili, finisce agli arresti domiciliari e il giudice per le indagini preliminari, su richiesta della Procura, dispone immediatamente il sequestro preventivo di quasi duecentomila euro, presunto profitto dei reati contestati: appropriazione indebita e autoriciclaggio.

Le indagini, coordinate dalla sezione di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza e guidate dal colonnello Antonio Campo, nascono da cinque querele presentate da altrettanti rappresentanti di condomini, insospettiti da ammanchi emersi nel passaggio tra vecchio e nuovo amministratore.

Secondo le indagini non si tratta di sviste contabili, ma di un meccanismo organizzato: rendiconti falsificati, surplus creati ad arte, somme convogliate su conti personali, poi suddivise tra carte prepagate intestate all’indagato e alla moglie, infine spese su piattaforme di gioco online - una a Malta, l’altra in Italia. L’analisi dei flussi finanziari ha ricostruito con chiarezza il percorso del denaro, come un filo che non si spezza, ma si attorciglia intorno a scelte precise, calcolate.

Eppure, proprio mentre leggevo il comunicato stampa di questa operazione - tanto esemplare quanto rara nella sua efficienza - non ho potuto fare a meno di confrontarla con quanto accade altrove: inchieste pendenti che sono durate anni, beni mai sequestrati, professionisti coinvolti in condotte amministrative e finanziarie gravissime, eppure mai sottoposti a misure analoghe, nemmeno lontanamente paragonabili.

Alcuni di quei casi hanno visto addirittura il Tribunale competente nominare un amministratore giudiziario - segno inequivocabile del livello di gravità raggiunto - eppure, al di là della forma giuridica, la sostanza si dissolve in una gestione opaca, dove le responsabilità si smorzano, le sanzioni si annacquano, e ciò che dovrebbe apparire intollerabile finisce per essere tollerato, quasi normalizzato.

Ho espresso più volte, anche in esposti ufficiali, il mio profondo disagio di fronte a certe leggerezze operative - a decisioni prese come se stessimo parlando di bollette dimenticate, non di risorse sottratte a comunità, spesso fragili, di persone che pagano regolarmente per vedersi poi private dei servizi essenziali.

Non credo più - per esperienza diretta - che si tratti soltanto di differenze procedurali o di carichi di lavoro diseguali. C’è qualcosa di più profondo: una sorta di geografia morale dei tribunali, dove la pressione politica, le infiltrazioni mafiose, e talvolta anche la presenza discreta ma capillare di logge massoniche, finiscono per piegare l’applicazione della legge verso esiti divergenti.

Lo dico senza enfasi polemica, ma con la lucidità di chi osserva da anni, da una posizione non comoda - quella di delegato in associazioni di legalità - e che ha la responsabilità, giorno dopo giorno, di tenere accesa l’attenzione su quei passaggi silenziosi in cui la giustizia, invece di essere uguale per tutti, diventa un bene distribuito a dosi diseguali.

Questo caso a Palermo, per quanto limitato nella sua dimensione, è importante non perché sia eccezionale, ma perché è coerente: dimostra che quando ci sono volontà, competenza e autonomia, si può intervenire con tempestività, tutelando i cittadini e restituendo dignità a un sistema che spesso sembra averla smarrita.

Mi auguro - lo dico sinceramente, senza alcuna ironia - che non rimanga un’iniziativa isolata, ma diventi, per ciascun Tribunale siciliano (evito di fare nomi - per il momento...), un modello replicabile, anche perché, finché resteremo in questa condizione di duplice standard, sarà difficile chiedere ai cittadini di continuare a credere, non tanto nelle leggi - sì... quelle ci sono - quanto in chi le applica.

Per cui, se leggete queste righe e vi riconoscete in una situazione simile - un rendiconto poco chiaro, spese gonfiate, un cambio di amministratore con ammanchi inspiegabili - non chiudete il post e lasciate che tutto scorra via. Fermatevi, raccogliete i documenti che avete (verbali, estratti conto, fatture, comunicazioni) e confrontatevi con altri condomini e se i dubbi diventano certezze, non abbiate paura di agire.

Basta un esposto scritto, ben argomentato, inviata alla Procura della Repubblica competente per territorio, o alla locale Sezione della Guardia di Finanza. Già... non serve essere esperti: serve essere precisi. Indicate, nomi, date, somme e discrepanze.

Ed ancora, se il vostro condominio ha beneficiato di incentivi statali - bonus facciate, sismabonus, ristrutturazioni con cessione del credito - potete anche verificare se gli interventi risultano tracciati (vedasi il portale di Openpolis che monitora i cantieri finanziati con fondi pubblici) o se le procedure di affidamento sono registrate nel sistema ANAC. Spesso, una semplice incongruenza visibile in rete - un importo dichiarato di 50.000 euro che in banca diventano 80.000 - è già un campanello d'allarme.

Io, come delegato per la legalità, e insieme a chi ogni giorno lavora per rendere trasparente ciò che qualcuno vorrebbe tenere nell’ombra, sono a disposizione per aiutarvi a formulare una segnalazione efficace. Non vi chiedo di fare da soli ciò che il sistema dovrebbe garantirvi per diritto: vi chiedo solo di non tacere. Perché ogni silenzio, anche il più breve, è un segnale di assenso.

Scrivetemi, condividete, verificate: Agite!

Insieme, possiamo trasformare l’amarezza in responsabilità, e la responsabilità in cambiamento.

Resto - come faccio da anni - in ascolto.

sabato 22 novembre 2025

L'altra faccia dei fondi agevolati: "aiuti alle imprese" o "occasione di corruzione"?

Non so voi, ma io sono stanco di leggere di frodi costruite intorno ai fondi della L.R. 38/1976, le cosiddette “Agevolazioni finanziarie alle commesse”. Nate per sostenere le imprese, sono diventate un labirinto di carte e silenzi.

Non sono casi isolati: è il sintomo di un sistema che, ad ogni nuova speranza di rilancio, lascia aperta una porta di servizio per chi sa muoversi nell'ombra.

Quanti altri fondi, concepiti con intenti nobili, sono diventati terreno di caccia? L’articolo 60 della L.R. 32/2000 (Fondo Regionale per il Commercio) e l’articolo 11 della L.R. 51/1957 (Mutuo industriale) sono solo due esempi di un meccanismo perverso. Il solito patto oscuro: funzionari che chiudono un occhio, imprese con progetti fittizi, favori in cambio di vantaggi.

Cosa spinge a rischiare tutto per queste risorse? Non è solo necessità. È una mentalità che ha smesso di vedere la legalità come un confine, trasformandola in un ostacolo da aggirare. Per alcuni, l'obiettivo non è far crescere un’impresa, ma svuotare il sistema. Quando il guadagno immediato diventa l’unica bussola, la corruzione non è più un reato, ma un metodo.

Basta guardarsi intorno: imprese serie faticano per un'autorizzazione, mentre altre, con progetti sospetti, ottengono finanziamenti in tempi record. È un sistema che premia l'opacità. E alla fine, chi paga? I cittadini, le piccole attività, chi crede ancora nella trasparenza.

Ma il problema vero non è solo chi ruba. È chi permette che si rubi. È quella cultura dell’impunità che si nutre di silenzi e complicità. Qui l'impunità nasce dalla lentezza, dalla complessità, dal fatto che denunciare costa più che tacere. Chi dovrebbe vigilare diventa parte del problema.

Questo è il tradimento. Non il singolo furto, ma la sua normalizzazione. Quei fondi non sono più strumenti di sviluppo: sono trofei per chi aggira le regole. Mentre le imprese oneste pagano il prezzo più alto.

Non so più come ripeterlo, a volte mi sembra di parlare da solo, anche se ad alta voce: bisogna spezzare questo circolo vizioso e sì... non bastano le leggi (fatte tra l'altro in maniera ridicola, come non bastano i controlli, serve una rivoluzione culturale: convincere chi lavora nel pubblico che ogni firma è una responsabilità, non un favore; insegnare alle imprese che la legalità non è un costo, ma un investimento; ricordare ai cittadini che denunciare non è un rischio, ma un dovere.

Perché finché permetteremo che i fondi diventino bottino, finché lasceremo che la corruzione sia una pratica quotidiana, non ricostruiremo mai la fiducia e senza fiducia, non c’è economia, non c’è progresso, non c’è futuro!

Oggi, mentre scrivo queste righe, penso a quanti hanno smesso da tempo di credere che le cose in questo Paese possano cambiare. Ma come ripeto spesso, la speranza non è nella rassegnazione, ma nel gesto concreto, perché la legalità non è un ideale lontano, ma una semplice scelta quotidiana. Ed ogni volta che la facciamo, anche se nessuno lo vede, è un seme che piantiamo nell'arido terreno dell'indifferenza, è una piccola luce che accendiamo nel buio della rassegnazione.

venerdì 21 novembre 2025

Sistema Sicilia...

La storia sembra ripetersi, come se in questa terra il tempo non scorresse... ma girasse in tondo, lasciando impronte sempre uguali ma su strade diverse, quasi a volerci ricordare che nulla cambia veramente.

Già... proprio come in passato, oggi ritroviamo nuovamente Totò Cuffaro al centro di un nuovo scandalo - interrogato dal Gip con accuse pesanti quali: associazione a delinquere, corruzione e turbativa d'asta. Ho letto che mentre si presentava in Tribunale avrebbe detto ai giornalisti di avere "fiducia nella giustizia".

Una frase che suona come un ritornello familiare, il refrain di un sistema che non ha mai davvero cambiato pelle. Come sapete non condivido nulla di quel sistema che da sempre condanno con tutte le mie forze, ma resto altresì convinto che le sue dimissioni da segretario della Dc e la rimozione degli assessori a lui vicini, siano solo la punta dell'iceberg, sì... le prime onde di uno scandalo che scuote il palazzo, ma non ne mina le fondamenta.

Perché il sistema, quello vero, è molto più grande di un solo uomo. Dietro l'ex Presidente della regione, si nasconde una rete di relazioni che si estende in ogni angolo dell'isola fino a giungere a Roma, coinvolgendo figure istituzionali come ex ministri e attuali deputati. 

Ho letto inoltre di consorzi di imprese che esistono più nei documenti che nei cantieri, già... quest'ultimi sono riusciti a ottenere decine di appalti pubblici grazie a quelle relazioni giuste. Come sapete, non entro nel merito dei nomi specifici - non m'interessano né quelli e ancor meno i cognomi dei loro referenti - ma è evidente come queste entità, muovendosi con sorprendente agilità tra commesse milionarie e relazioni politiche di alto livello, abbiano costruito imperi che ora rischiano di sgretolarsi, come molti di quelli che abbiamo visto in questi anni crollare su se stessi, sì... credo che sia solo questione di tempo!

E cosa dire della sanità, di quel settore che dovrebbe essere sacro e invece è diventata la cassaforte della corruzione, il luogo dove si decidono destini e fortune? Gare pilotate, concorsi truccati, punteggi modificati in silenzio, tutto avviene alla luce del sole, senza vergogna, come se fosse la norma. La novità, come riportavo alcuni giorni fa, è che oggi la corruzione non si manifesta più solo attraverso le classiche buste marroni con mazzette di banconote, ma attraverso scambi di utilità più sottili, già... più socialmente accettabili, che creano dipendenze destinate a riproporsi nel tempo.

Non è più solo il denaro, ma la capacità di distribuire opportunità, di creare reti di potere, di controllare la burocrazia. Mentre i cittadini comuni faticano a ottenere un visto, un permesso, un servizio pubblico, chi sa muoversi tra le pieghe dell'opacità ottiene tutto con una semplice telefonata e di queste telefonate, ogni giorno, se solo potessimo ascoltarle, ve ne sono a centinaia... 

Già, ciascuna di esse potrebbe realizzare quella storica pubblicità della "SIP" con protagonista l'attore Massimo Lopez e quel celebre slogan: "il telefono allunga la vita", aggiungendo oggi: "non solo quella, ma anche il potere".

Sì, il denaro non conta più nulla, ciò a cui tutti ambiscono è la promessa di un posto di lavoro, l'aggiustamento di un punteggio, la nomina a un incarico prestigioso, quello scambio silenzioso tra un politico e un imprenditore, tra un funzionario e un professionista, tra una personalità istituzionale che ha il potere e chi lo cerca.

E così, mentre la politica regionale cerca di assestarsi dopo questo terremoto, con vertici di maggioranza rinviati e nomine bloccate, ciò che resta è la sensazione amara che alla fine, nulla cambi veramente. La nostra Regione Siciliana è tornata a essere un luogo di mera intermediazione, dove tutto si fa "alla luce del sole, senza vergogna".

Mentre il "sistema" Sicilia continua ad essere un intreccio inestricabile di potere, affari e silenzi, che prospera nell'ombra, resistente a ogni scandalo, a ogni inchiesta, a ogni promessa di cambiamento. La mafia, pur non essendo più il regista, rimane comunque la prima beneficiaria collaterale, sempre pronta a intercettare gli effetti economici di quei flussi illeciti. E sì, perché nonostante tutto, nonostante le inchieste, nonostante gli arresti, quell'infezione continua a diffondersi, silenziosa, implacabile, inevitabile. Perché la corruzione, quando diventa "Sistema", non conosce fine!!!

E forse, proprio per questo, non conoscerà mai fine, perché in questa terra, dove la linea tra legale e illegale è così sottile da diventare invisibile; chi decide cosa è giusto e cosa è sbagliato? Chi decide chi deve restare e chi deve andare? Chi decide chi merita una seconda possibilità e chi no?

Nello scrivere queste parole ho ripensato alla fiction "Il Capo dei capi" interpretata dal bravissimo attore Claudio Gioè, nella parte del boss di "cosa nostra" Toto Riina, mentre discute con l'amico di sempre Binnu (Bernardo Provenzano): "I Corleonesi nunn' hanno bisogno ru stato! Ave trent'anni che mettiamo le leggi senza bisogno di scriverle e siamo noi che le facciamo rispettare, siamo noi che decidiamo qua va a crepare e qua va a vivere, qua va a pigliare gli appalti e chu resta morto de fame, chi se ne deve andare a Roma e chu resta cu u' culo pe' terra... hann'a trattare cu' mia, Binno! Qui lo stato sono io!"

Consentitemi di uscire per un istante dalla serietà di questo post, aggiungendo come a tal proposito - senza togliere meriti all'interpretazione di Gioè - molti miei amici che hanno potuto osservare alcuni anni fa, quella stessa parte realizzata (ovviamente per scherzo) dal sottoscritto, con la collaborazione di una delle mie figlie - un video modificato attraverso un filtro se non ricordo male del social "Tik Tok" - dichiaravano che ero da Oscar...

Riprendendo per concludere: la risposta è semplice... sono sempre loro, quelli che siedono ai tavoli del potere, quelli che controllano le chiavi del sistema. E finché non cambierà questo "sistema", ogni inchiesta, ogni arresto, ogni dimissione, non sarà che l'ennesima goccia nel mare di un male che, come ripeto e scrivo da 15 anni in questo Blog: è diventato "cosa nostra", di conseguenza parte del Dna di questa terra!

giovedì 20 novembre 2025

Il mio incontro con i 'paladini della legalità': perché scappano davanti alla mie proposte concrete? Il motivo (celato) è che minaccia il loro sistema di potere!

E allora mi ritrovo a pensare a questi ultimi anni, a tutti quegli incontri con i cosiddetti "paladini della legalità": candidati alla Regione, ex Presidenti, Sindaci, dirigenti pubblici e persino quei professionisti a cui i Tribunali hanno affidato incarichi di fiducia. 

Li avvicinavo dopo i loro comizi, durante convegni i cui resoconti avrete letto sicuramente nei giornali e/o sui social, e all’inizio mi illudevo, sì... ascoltavo le loro parole roboanti contro le ingiustizie, la loro curiosità quasi affamata per le inchieste in corso, e credevo di aver trovato degli alleati.

Insieme ad essi analizzavo l’ombra lunga che avvolge la mia Sicilia, un’oscurità che si insinua tra i corridoi dei palazzi, tra i documenti fatti sparire, ma pensavo fosse colpa della solita torpida burocrazia, la carta che ammuffisce, un problema di inefficienza e non di male organizzato.

Poi, con il passare del tempo, qualcosa si rompeva. Gli stessi soggetti, così cortesi e disponibili sin dal primo incontro, alzavano un muro di gomma alle mie proposte più concrete. Li rivedevo e sentivo un'ostilità improvvisa, un fastidio persino per la mia presenza; restavo lì, muto, a chiedermi dove avessi sbagliato, cosa avessi detto di errato, ma non mi veniva in mente nulla.

Erano loro che cambiavano registro, che si ritraevano, che fingevano di non riconoscermi e io, ingenuamente, continuavo a credere che fosse un malinteso, un incidente di percorso, non il sintomo inequivocabile di un sistema che si stava proteggendo.

Gli anni passano, e la verità affiora con la pazienza cinica di chi sa aspettare. Quegli stessi soggetti, spariti per un po' – magari per una qualche indagine che li ha lambiti – magicamente ritornano. E non ritornano da soli, già... scopro che tutti quei nomi, insieme a molti degli indagati di cui erano a conoscenza per i loro incarichi, non erano affatto sconnessi, ma anzi, perfettamente intrecciati in una tela che unisce politica, affari e persino le loro stesse famiglie.

Come si dice a Catania: “nenti fari, ca tuttu si sapi”. Ed è così che vengo a scoprire come i familiari di alcuni di loro abbiano svolto, e ancora svolgano, incarichi lucrosi per gli amici degli altri. Professionisti che sulla carta dovrebbero colpire gli illeciti, siedono invece allo stesso tavolo con gli indagati, e tutti insieme banchettano in un silenzio complice che sa di tradimento.

Che schifo, mi viene il disgusto solo a ripensarci, ed hanno avuto il coraggio di parlare con il sottoscritto di legalità. Se solo questa parola potesse trasformarsi in una pandemia, contagiare tutti quelli che la pronunciano a denti stretti senza mai metterla in pratica, allora forse qualcosa cambierebbe.

Purtroppo il mio auspicio non si è realizzato. Quel sistema, per quanto infetto, non miete vittime tra i suoi custodi, anzi, prosegue impeccabile, ben oliato, come un orologio che segna sempre l’ora del favore, della raccomandazione, della mazzetta che passa di mano in mano fino ai piani più alti. E nessuno ferma nulla, né la magistratura né le forze dell’ordine, perché l’infezione è ormai sistemica, capillare, persino rispettabile nelle sue forme più subdole.

Mi rifugio allora nelle parole antiche, in quella giustizia divina che non ammette ambiguità. “Chi pecca morirà”, dice il profeta Ezechiele. E se il giusto si volta e commette il male, è per quel male che morirà. Non è una minaccia, è una legge di armonia, un richiamo alla coerenza che l’uomo moderno ha dimenticato. L’Epistola ai Romani lo ricorda: non dobbiamo prestare le nostre membra, le nostre mani, i nostri occhi, come strumenti d’iniquità.Tutto deve essere in armonia con la giustizia.

E così, quando vedo quelle persone che parlano di legalità mentre le loro azioni servono solo a perpetuare il male, penso che forse, solo un Giudizio così radicale e senza appello potrebbe purificare questa terra martoriata.

Ed allora, forse, è tempo che io riprenda a pregare...

mercoledì 19 novembre 2025

La tela del potere: Affari, politica e soprattutto silenzi in una Sicilia che non cambia.

Oggi, come tante altre mattine, apro il web e leggo di un'altra inchiesta, un altro nome che torna a galla, un altro pezzo del puzzle che sembra combaciare con quelli che avevamo già visto, tanto che ci si chiede se davvero sia un nuovo ritrovamento o soltanto la conferma di qualcosa che non è mai scomparso. 

Non vi è in me alcuna sorpresa, non c’è più neppure sdegno, semmai una stanchezza antica, quella che si accumula quando si assiste, anno dopo anno, allo stesso spettacolo ripetuto con attori diversi ma con lo stesso copione, recitato con la stessa convinzione che tutto possa continuare così, senza troppi scossoni per chi sta in alto e senza alcuna giustizia per chi sta in basso.

La corruzione qui non è un incidente di percorso, non è un’anomalia da correggere con un colpo di spugna e un cambio di guardia: è un modo di stare al mondo, un linguaggio che si impara presto, una grammatica fatta di sottintesi, di strette di mano che valgono più di un bando di gara, di silenzi che pesano più di un verbale. 

Si entra in un ufficio e si capisce subito chi decide davvero: non sempre è chi siede alla scrivania con la targhetta col nome, a volte è chi entra senza bussare, chi parla a bassa voce, chi non lascia traccia scritta ma fa in modo che tutto avvenga esattamente come deve  o come deve accadere, sì... affinché certe ruote continuino a girare senza cigolare troppo forte.

Le indagini si susseguono, si arrestano persone, si sequestrano buste - cartacee o digitali che siano - ma il sistema resiste, si adatta, si mimetizza. I contanti trovati in una cassaforte, pur logori e inutilizzabili, non sono solo denaro fuori corso: sono simboli di una mentalità che non è invecchiata con loro, anzi, si è rinnovata, si è fatta più sottile, più difficile da inquadrare come reato. 

Oggi non serve più una valigetta: basta una consulenza, un invito a un convegno, un posto in un ente, una raccomandazione mascherata da “valutazione discrezionale”. E tutto questo si consuma nell’indifferenza generale, perché il danno non è visibile come un ponte crollato o una strada interrotta: è nell’ospedale dove non si assumono infermieri perché i posti sono già riservati, è nella scuola dove il concorso è una farsa, è nel cantiere che parte sempre troppo tardi e finisce sempre troppo male.

C’è un senso di inesorabilità, in tutto questo, come se fossimo tutti, in qualche modo, attori secondari in una commedia che non abbiamo scritto ma alla quale siamo costretti a partecipare - chi tacendo, chi fingendo di non vedere, chi sperando che, un giorno, qualcosa cambi davvero. 

Ma quel giorno tarda ad arrivare. Le promesse si consumano in fretta, le commissioni antimafia producono relazioni impeccabili che poi si impolverano sugli scaffali, i cittadini si indignano per una settimana e poi tornano a pensare ad altro, perché la vita va avanti, e la sopravvivenza quotidiana non concede troppo spazio alla ribellione. Intanto, però, qualcuno continua a raccogliere, a segnalare, a documentare, magari con un click sul portale di un blog come il mio, a volte inviando al suo scrittore una mail anonima, magari semplicemente ricordando che non tutto ciò che è silenzioso è innocuo.

E allora forse, in questa stanchezza collettiva, l’unica cosa che resta è non smettere di raccontare - non per indignare ancora, ma per testimoniare che qualcuno, almeno, non ha smesso di guardare. Quindi... non per accusare singole persone, non servirebbe a nulla (e già sappiamo come vanno a finire certe storie...), ma per mostrare il meccanismo, il modo in cui si inserisce il primo ingranaggio, restando così per sempre compromessi e complici: una nomina, un appalto, una consulenza, una raccomandazione, un posto di lavoro, e via discorrendo... 

Perché finché qualcuno continuerà a dire questo non è normale, allora forse non sarà ancora tutto perduto. Perché proprio da lì, da quel piccolo rifiuto, che potrà ricominciare qualcosa di diverso, non domani, non con un colpo di bacchetta magica, ma con la pazienza di chi sa che ogni sistema, per quanto radicato, ha un punto di rottura.

Basta non smettere di cercarlo!

martedì 18 novembre 2025

Quel filo del potere illegittimo non si spezza da solo...

Non è facile raccontare ciò che si ascolta senza mai sentirsi veramente sicuri di averlo compreso fino in fondo, perché qui, in questa terra che continua a nutrire sogni e disillusioni con uguale generosità, il male non arriva avvisandoti con i passi pesanti di chi vuole farsi notare, ma con quelli attutiti di chi sa già di essere atteso. 

È un andare e venire silenzioso, quasi familiare, tra uffici, incontri al bar, corridoi di palazzi dove nessun cartello indica la giusta direzione, ma tutti - incredibilmente - sanno dove devono voltarsi, e così, mentre fuori la giornata inizia a prendere forma ed il sole batte su quelle nostre strade dissestate, qualcuno da dentro quell'ufficio sta firmando qualche documento, qualcun altro viceversa sta tacendo, e un terzo sta preparando il conto da presentare a chi di dovere... 

Si potrebbe pensare che i numeri siano freddi, distanti, quasi rassicuranti nella loro impersonalità, eppure quei duecentocinquanta nomi all'interno di quei fascicoli d'inchiesta aperti tra il 2020 e oggi, sono di fatto persone reali, non solo volti sfocati di foto segnaletiche, ma dirigenti e funzionari che incontravi ogni giorno, anche di domenica al supermercato, parliamo di professionisti, di politici, di assessori che sorridevano alla festa del quartiere, mentre quelle ruspe scavavano il terreno per un appalto che nessuno aveva richiesto.

Eppure i dati parlano chiaro: cinque inchieste su quarantotto in un solo anno, ottantadue persone indagate su poco meno di seicento in tutta Italia, un tasso che non si spiega con la sfortuna, né con la geografia, ma con una logica profonda, sedimentata, quasi istituzionalizzata. 

La Sicilia tra l'altro non rappresenta un’eccezione, anzi... è un vero e proprio laboratorio, un luogo dove si osserva (ahimè... con una certa tragicità) come la corruzione non sia mai stata solo un reato, ma una forma di governo parallelo, una grammatica condivisa tra chi sa e chi non chiede.

E non è neppure una questione di mancanza di controlli, di leggi troppo deboli o di una magistratura troppo lenta a causa di una burocrazia che riempie costantemente di faldoni quelle loro scrivanie, no...  è che il sistema, nel tempo, ha imparato a vestirsi meglio, a togliersi la cravatta sporca e a indossare un completo sobrio, a sostituire la busta con la stretta di mano, il favore con la raccomandazione “tecnica”, la tangente con la consulenza “strategica”. 

Non è più questione di chi prende, ma di chi permette, di chi interpreta, di chi tace sapendo che quel silenzio ha un prezzo e di conseguenza... un ritorno. Le relazioni opache, di cui ho sentito pronunciare in queste ore dal generale Napolitano - nuovo comandante della Guardia di finanza di Palermo - non sono un difetto del sistema, sono il sistema stesso: non un cancro da estirpare, ma un tessuto che si rigenera perché continua a essere nutrito, ogni giorno, da chi preferisce non guardare troppo da vicino per non dover poi scegliere da che parte stare.

Mi chiedo... non tanto come sia possibile che accada ancora, ma come sia possibile che, nonostante tutto, qualcuno si continui a stupirsene. Perché non è la corruzione a essere eccezionale, qui: è l’onestà a esserlo.

È quell’impiegato che rifiuta, l’imprenditore che non abbassa lo sguardo, il funzionario che scrive una relazione senza omettere quel dettaglio scomodo, a sembrare fuori posto, già... a rischiare di essere considerato un ingenuo, o peggio, un traditore. Eppure, sono loro, forse, a tenere ancora accesa una possibilità: non quella di una rivoluzione improvvisa, ma quella di una resistenza quotidiana, minuta, fatta di scelte che non finiranno mai sui giornali, di documenti consegnati in tempo, di firme messe senza guardare da che parte spirava il vento.

Perché alla fine, non si tratta di sconfiggere un nemico lontano, ma di riconoscere che quel filo del potere illegittimo non si spezza da solo: si spezza ogni volta che qualcuno decide di non passarlo oltre.

E forse, è proprio lì - in quel preciso momento tra esitazione, silenzio e soprattutto scelta - che sta ancora, incredibilmente, la speranza. Non quella retorica, da discorso ufficiale, ma quella più vera, più fragile: quella che si esercita quando nessuno ti vede, quella che finalmente hai deciso lo stesso di compiere!

lunedì 17 novembre 2025

Pizzaballa e Lelpo: il ritorno in Terra Santa tra fede e business.

Buongiorno, stamani vorrei affrontare con voi un tema che da sempre mi turba profondamente: il business del culto!

Tutto nasce dalla lettura di un articolo di alcuni giorni fa, in cui il Cardinale e Patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, insieme al Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, lanciano un appello accorato attraverso un video messaggio: è tempo di tornare in Terra Santa.

I due prelati invitano i pellegrini a riprendere a visitare i luoghi di Gesù, affermando con sicurezza che “il pellegrinaggio è sicuro” e che, sebbene non si possa ancora parlare di una pace vera e propria, “la guerra è finita”.

Ora, leggendo queste parole, un dubbio ha cominciato a insinuarsi nella mia mente, una profonda perplessità che non riesco a scacciare.

Mi chiedo, mio caro Patriarca Pizzaballa, se lei sia veramente sicuro di stare a Gerusalemme o se, forse, i suoi occhi vedano una realtà diversa dalla mia o, per meglio chiarire, se lei non stia guardando da tutt'altra parte, magari spinto dall'urgenza di rilanciare quel business milionario che da due anni, a causa del conflitto, è rimasto sospeso.

Peraltro mi torna alla mente, quasi per contrasto, la storia della sua nomina. Papa Francesco, nel 2016, lo nominò Amministratore Apostolico, e in un'intervista lei stesso parlò dello "stupore" e della "preoccupazione" per quell'incarico inatteso . Si dice, per quanto dato sapere, che non volesse affatto diventare Patriarca, al punto che per un po' si era messo in animo di lasciare la Terra Santa. Ed allora mi dica: preferirebbe forse rientrare in Italia, in una diocesi o in Curia, consapevole (già da allora) dei rischi e quindi delle dinamiche poco chiare e soprattutto di quel 'mirino di Israele' che lo ha sempre seguito?"

Eppure, sappiamo bene come Papa Francesco l'abbia voluto nominare Patriarca a tutti i costi nel 2020, ed eccola qui ora, insieme a padre Ielpo, pronunciare quella frase che suona come un invito formale: "Il pellegrinaggio è assolutamente sicuro, quindi è tempo di venire in Terra Santa per esprimere questa vicinanza con questa chiesa". Definisce quello in Terra Santa "il pellegrinaggio per eccellenza", un incontro con la storia e l'umanità di Gesù, che diventa anche incontro con una piccola comunità cristiana che ha molto sofferto.

Nel video pubblicato si vedono i due ringraziare chi è stato vicino alla comunità con visite e preghiere, rinnovando l’invito a tornare. "I cristiani - afferma padre Ielpo - hanno bisogno di una visita, hanno bisogno di sentirsi ancora i protagonisti di una terra dove la loro presenza è significativa e non marginale". 

Ma guarda un po' quanta sensibilità, come se per comprendere il messaggio del Cristo fosse necessario toccare con mano o vedere con i propri occhi quelle pietre. Sembra di assistere nuovamente all'incredulità di San Tommaso, a quell'episodio in cui, dopo che gli altri apostoli gli dissero di aver visto il Signore, lui rispose che non avrebbe creduto se non avesse messo il dito nel costato. E Gesù, apparendo di nuovo, gli disse: "Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!".

Ed ecco quindi che anch'io mi rivolgo al Cardinale e al Patriarca: non siate increduli, ma credenti! Non fate come tutti coloro per i quali la fede deve passare obbligatoriamente attraverso un viaggio organizzato.

Non imitate, in sostanza, quegli israeliani - e non solo - felici e fortemente appagati sotto il profilo economico e finanziario per essere i custodi di un turismo, cristiano e non, che da millenni rappresenta una fonte inesauribile di business.

Sì... sono fermamente convinto che poco o nulla importi, alla maggior parte di chi opera in quel settore turistico-religioso, l'aspetto spirituale dei fedeli; ciò che interessa davvero è il flusso milionario che da quel settore si ricava, quantificabile in milioni e milioni di euro.

Un fiume di denaro che viene suddiviso tra enti, confraternite, accompagnatori spirituali, tour operator, agenzie di viaggio, guide, assicurazioni e servizi di autotrasporti, a cui si sommano i ticket d'ingresso davanti ai luoghi sacri e le lucrose compravendite di reliquie e oggetti sacri, venduti in ogni angolo di strada.

E come dimenticare le migliaia di strutture di accoglienza create appositamente da privati e da enti religiosi, la nostra chiesa cristiana in testa, ubicate in posizioni strategiche per accaparrarsi i flussi di pellegrini?

Stiamo parlando di luoghi sacri per tutti i credenti delle tre grandi religioni monoteiste, eppure il meccanismo che li governa sembra essere sempre lo stesso. Ecco, quindi, la vera ragione che, nonostante il territorio sia ancora a rischio di bombe e attentati, spinge questi togati a insistere per un ritorno alla normalità, o almeno, a una sua apparenza.

Ma sono certo che a Gesù non importi minimamente averci lì, in fila per visitare un presunto luogo sacro; già... perché quello che gli interessa davvero è che il suo messaggio di amore e fratellanza circoli libero nei cuori degli uomini, ovunque essi si trovino.

È proprio questo il punto cruciale, ciò che ahimè sta drammaticamente mancando: una fede che si fa carne nelle azioni quotidiane, non un business che si consuma in un viaggio. Quel messaggio di amore universale, che dovrebbe abbattere ogni barriera e unire gli spiriti, rischia di essere soffocato dal rumore assordante dei registratori di cassa e dalla fretta di ripristinare un giro d'affari. 

Forse, il vero pellegrinaggio che siamo chiamati a compiere è molto più intimo e radicale: è un viaggio verso la coscienza, un ritorno a ciò che è essenziale. E questo, nessun biglietto aereo o ingresso a pagamento potrà mai permetterci di comprarlo!

domenica 16 novembre 2025

Quando il corpo capisce prima della mente...

Di solito, nel mio blog, provo a parlare di cose serie: di appalti pilotati, di cantieri senza alcuna sicurezza, di soldi pubblici svaniti nel nulla, di riciclaggio e corruzione, di politica legata alla criminalità, già... di regole piegate fino a spezzarsi.

Insomma, parlo di quel quotidiano grigio fatto di raggiri, piccoli e grandi, di silenzi compiacenti, di norme e diritti che sembrano carta straccia. Lo faccio perché credo che guardare dritto in faccia questi temi sia un atto di cura e non solo di denuncia fine a se stessa.

Oggi, però, mi concedo una pausa. Non per distrazione, ma per ricordare che siamo fatti anche di altro: di imbarazzi minuscoli, di sguardi che si bloccano senza motivo, di momenti in cui il corpo ci tradisce - o forse ci salva - prima che la mente abbia il tempo di giustificarsi.

Per esempio: quante volte vi è capitato di fermarvi davanti a qualcosa di ambiguo - un quadro, una scultura, una frase scritta su un muro - e di restare lì, immobili, senza capire bene perché? Non perché vi piacesse, non perché lo riconoscevate: semplicemente, qualcosa in quello sguardo si è inceppato. Uno smarrimento improvviso, tra ciò che vedevate e ciò che credevate di dover capire.

Non è stupore, non è ammirazione: è un’incertezza mentale. Gli occhi indugiano, le spalle si irrigidiscono appena, il respiro rallenta, e dentro di noi si accende una domanda muta: Perché sto guardando questo? E perché non riesco a smettere?

Già… come la ragazza di quel museo posta immobile, davanti a un paesaggio che dovrebbe rassicurare - distese erbose, cielo terso, una quiete da campagna d’altri tempi - eppure qualcosa, in primo piano, turba l’armonia.

Funghi, innocui, spuntati tra l’erba come punti di sospensione in un racconto rurale, salvo uno... già... quello, più prominente, più insistente, sembra sfidare la logica botanica con una precisione quasi imbarazzante: è stato modellato - o forse solo rivelato - con una somiglianza che non può essere casuale. L’artista non grida, non provoca: si nasconde dentro la natura stessa, come se il reale avesse sempre contenuto questa ambiguità, e lui si fosse limitato a toglierne il velo.

Lei lo fissa... non ride, non si scandalizza apertamente, non si volta. Resta lì, con quel rossore che le sale lungo il collo fino alle guance, lieve ma inconfondibile, come quando qualcuno pronuncia il suo nome in un posto dove non si aspettava di venir chiamata.

È imbarazzo? Forse. Ma non è solo quello. È la consapevolezza di essere stata intercettata - non da qualcuno, non da telecamere o sguardi indiscreti - ma dal quadro stesso, che sembra chiederle conto del suo stare lì, del suo fermarsi, della sua attenzione divisa tra pudore e curiosità, tra repulsione e un’attrazione che non sa definire, un’intuizione che arriva in ritardo rispetto al corpo, quel corpo che già sa, mentre la testa cerca ancora le parole.

E qui, forse, sta il punto più fragile, più vero: non è tanto l’opera a mettere in crisi, quanto il rapporto con essa, quel momento in cui ci si rende conto che non siamo noi a decidere cosa guardare, ma che qualcosa, dentro di noi, ha già risposto prima che la mente formulasse un giudizio.

Il cervello arriva dopo, con le sue etichette: “volgare”, “geniale”, “scioccante”, “banale”. Ma il corpo ha già parlato, le palpebre non battono al solito ritmo, la postura è cambiata e quel rossore? Non è solo vergogna per ciò che vede: è vergogna per aver riconosciuto, per un istante, qualcosa che credeva nascosto, non nel quadro, ma in sé.

Non siamo abituati a questa onestà. Preferiamo le opere che spiegano, che ci dicono da che parte stare, che ci permettono di uscire dal museo con una frase pronta per i social: “Un’opera potente sulla fragilità dell’uomo”  e via, archiviata la visita, archiviata l’emozione.

Ma certe immagini non si lasciano archiviare. Restano lì, a lavorare in silenzio, come un seme piantato non nel terreno, ma nella zona grigia tra il pensiero e il sentimento. L’artista, in fondo, non ha voluto offendere né sedurre: ha semplicemente allargato, per un attimo, la fessura tra ciò che mostriamo e ciò che sentiamo, tra ciò che diciamo di capire e ciò che, invece, ci attraversa senza permesso.

E forse - sì, forse - è proprio questa la funzione più autentica dell’arte contemporanea: non rispondere, ma scomporre la domanda. Non darci strumenti per giudicare, ma spazi per esitare. Perché in quell’esitazione, in quel rossore che non si riesce a nascondere, c’è qualcosa di più sincero di ogni critica d’arte, di ogni curatela, di ogni didascalia scritta in caratteri minuscoli in basso a destra: c’è la prova che siete ancora vivi - sì, vivi - capaci di essere toccati non da ciò che è chiaro, ma da ciò che vi costringe a chiedervi, senza fretta, perché qualcosa, dentro di voi, ha vibrato.

E se, uscendo dal museo, la ragazza non riesce a spiegare a nessuno cosa abbia visto - non perché non abbia parole, ma perché sa che ogni parola rischierebbe di tradire quell’attimo - forse non è un fallimento.

È, semplicemente, il segno che l’opera ha fatto il suo mestiere: non decorare, non istruire, non disturbare per disturbare. Ma risvegliare - con delicatezza, con ironia, con una precisione che fa quasi male - la capacità di restare, con dignità, nel dubbio.

E come ripeto spesso: chi sa ancora dubitare, non è perduto.

sabato 15 novembre 2025

Difendersi non è mai un eccesso!

Ieri sera leggevo una notizia e non ho potuto fare a meno di pensare a quanto sia fragile il confine tra casa e pericolo.

Un uomo di 68 anni, in casa propria, si è trovato faccia a faccia con un ladro travisato, un passamontagna nero al posto del volto, un cacciavite puntato verso di lui nel buio della sua stessa casa.

Ha sparato. Non per uccidere, ma per fermare. E oggi, grazie a una legge che finalmente riconosce l’urgenza di difendere ciò che è proprio, non è lui a dover rispondere di nulla.

È questa la giustizia che attendevamo o è solo il primo passo verso un diritto che dovrebbe essere scontato? Già... il diritto di non essere costretti a scegliere tra la vita e la paura.

La premier Meloni lo ha detto senza esitare: «La difesa è sempre legittima». Parole che non sono solo un commento, ma un principio. E Salvini, subito dopo, ha ricordato come questa norma nasca da anni di battaglie per tutelare «i cittadini perbene», quelli che non chiedono favori, ma il semplice diritto di non essere aggrediti nella propria casa.

Eppure, nonostante le dichiarazioni, resto colpito da come certi fatti parlino da soli: la Procura di Rovigo, dopo aver ricostruito l’accaduto, ha deciso di non iscrivere neppure un verbale contro il 68enne. Perché? Perché aveva sparato con un’arma regolarmente denunciata, mirando a parti non vitali, mentre l’intruso, armato di cacciavite e con un complice probabilmente in agguato, avanzava verso di lui nel buio.

Leggendo quanto accaduto mi sono tornati in mente tutti quei dibattiti infinito sui social, dove qualcuno urla che «non si può sparare per un furto», come se la vita valesse meno di un televisore. Ma chi non è mai stato svegliato dal rumore di una finestra che si rompe, chi non ha mai sentito il cuore battere a mille mentre cerca di capire se è solo il vento o qualcuno che sta entrando, non può giudicare. 

La legge, oggi, finalmente lo riconosce: non esiste un manuale per la paura. Non esiste una scala di valori che dica «puoi difenderti solo se rubano X, ma non se minacciano Y». Se c’è pericolo, se c’è aggressione, se non c’è via di fuga, allora ogni mezzo è lecito. Non per vendetta, non per crudeltà, ma per sopravvivere!

La nota della Procuratrice Fasolato è chiara: l’uomo aveva già urlato di essere armato, aveva chiesto all’intruso di andarsene, aveva fatto scattare l’allarme. Eppure, il ladro non si è fermato. Anzi, ha continuato ad avanzare, con un’arma in mano. In quel momento, non c’è tempo per calcolare proporzioni, per chiedere aiuto, per sperare che basti una voce alta. C’è solo l’istinto di proteggere ciò che è tuo, di non lasciare che qualcuno trasformi la tua casa in una trappola. Ed è proprio lì, in quel secondo sospeso tra la vita e la morte, che la legge deve stare dalla parte di chi difende, non di chi attacca.

Qualcuno obietterà che «la violenza non risolve nulla». Ma chi dice così non ha mai avuto un cacciavite puntato alla gola. La violenza è già nell’aggressione, non nella reazione. La violenza è nel silenzio delle istituzioni che per anni hanno lasciato i cittadini in balia di chi non rispetta nessuna regola. Oggi, invece, per la prima volta, c’è una norma che non lascia spazio a dubbi: l’articolo 52 del codice penale non parla di «forse», di «a volte», di «se le circostanze lo permettono». Dice semplicemente che non è punibile chi agisce per difendere sé stesso o i suoi cari, quando il pericolo è reale e immediato.

E allora mi chiedo: perché ci è voluto così tanto tempo per arrivare a questo? Perché per anni abbiamo sentito parlare di «eccesso di legittima difesa» come se difendersi da un’aggressione fosse già di per sé un reato? Forse perché certi politici hanno sempre preferito parlare di sicurezza a parole, senza mai voler affrontare la verità scomoda: che la paura non è una questione di destra o sinistra, ma di essere umano. E la paura, quando diventa concreta, non aspetta il tempo di una legge.

Oggi, però, qualcosa sta cambiando. Non è solo un caso isolato: è un segnale. Un segnale che dice ai ladri, agli aggressori, a chi crede di poter entrare in casa altrui come in un gioco, che non saranno più accolti con la complicità del silenzio. E dice a ogni cittadino: non sei solo. Non devi nasconderti, non devi scusarti per aver difeso ciò che è tuo. Perché la casa non è solo un muro, una porta o una finestra, è il confine ultimo della tua dignità e nessuno, mai, potrà pensare o ancor più pretendere che tu lo lasci violarla, senza aspettarsi che non reagisca.

Sì... la legge non è perfetta. Non lo sarà mai. Ma oggi, per la prima volta, ha scelto di stare dalla parte giusta. Dalla parte di chi, al buio, ha il coraggio di accendere una luce per difendersi!

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