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venerdì 29 agosto 2025

L’Egitto riaccende un sogno sepolto nella sabbia.

C'è qualcosa che si muove nel profondo del nostro immaginario collettivo quando pensiamo a un luogo dove l’uomo decide di cambiare il volto della Terra, come se in quegli atti estremi si celasse una parte della nostra anima più antica, quella che un tempo costruiva piramidi e sognava città perdute sotto le onde. 

È lo stesso brivido che oggi ci spinge a osservare con attenzione ciò che accade in Egitto, dove un’idea sepolta nel tempo sta riemergendo dalla sabbia con una forza inaspettata: quella di trasformare la depressione di Qattara, un'enorme conca nel deserto che scende a più di cento metri sotto il livello del mare, in un nuovo mare artificiale. 

L’idea è semplice, quasi elementare: scavare un canale di circa 50 km che colleghi il Mediterraneo a questa voragine e lasciare che l’acqua scorra, inevitabile, verso il basso, portando con sé energia, vita e un futuro diverso.

Per decenni questo progetto è rimasto confinato nei manuali di ingegneria visionaria, accantonato per i costi proibitivi e le incertezze tecniche, ma oggi qualcosa è cambiato. La crisi climatica, la carenza d’acqua, la corsa alle energie rinnovabili e la pressione demografica stanno ridisegnando le priorità, già... un oro liquido blu prezioso che scorre sempre più raramente, diventando il centro di ogni strategia. 

Così, quello che sembrava un sogno impossibile riprende corpo, non come fantasia, ma come possibile necessità. L’Egitto, terra di opere titaniche, sembra pronto a sfidare ancora una volta la natura, non per vanità, ma per sopravvivenza. Dopotutto, non è forse la stessa civiltà che ha domato il Nilo, scavato canali attraverso deserti e costruito città dove prima c’era solo silenzio?

C'è un precedente, silenzioso ma potente, che emerge dal deserto del Nord Africa e che non possiamo permetterci di dimenticare: il Grande Mare Fossile, l’enorme acquedotto sotterraneo voluto da Gheddafi in Libia, un’opera titanica che ancora oggi trasporta acqua dolce dalle antiche falde del Sahara, risalenti a migliaia di anni fa, fino alle città del Mediterraneo come Tripoli e Bengasi. 

Fu un progetto ambizioso, uno dei più grandi al mondo, capace di muovere milioni di metri cubi d’acqua al giorno attraverso migliaia di chilometri di tubi, come se il deserto stesso avesse un cuore pulsante nascosto sotto la sabbia. All’epoca fu definito il “Settimo Miracolo del Mondo” da chi lo celebrava, mentre altri lo vedevano come un atto di sperpero, un prelievo massiccio da riserve non rinnovabili che un giorno si sarebbero esaurite. 

Ma al di là del giudizio, quell’opera resta un monito e un esempio: dimostra che quando la necessità stringe, gli esseri umani sono capaci di progettare su scale inimmaginabili, di spostare l’acqua come se fosse sangue per un corpo assetato. E proprio per questo, oggi, mentre si parla di Qattara, non possiamo ignorare ciò che la Libia ci ha mostrato: che trasformare il deserto è possibile, ma che ogni goccia portata alla luce ha un costo, e che il tempo, spesso, è il giudice più spietato.

Eppure, dietro ogni grande cambiamento c’è un’ombra, una domanda che non può essere ignorata. Che cosa accadrà a quel deserto, così arido e apparentemente sterile, ma che in realtà nasconde un equilibrio delicato, un ecosistema unico che ha imparato a vivere con pochissimo? 

Alcuni temono che l’arrivo dell’acqua salata possa contaminare le falde sotterranee, l’unica fonte di vita per le oasi e le comunità che ancora resistono in quei luoghi remoti. E se l’evaporazione, inevitabile in un clima così caldo, lasciasse dietro di sé immense distese di sale tossico, come una cicatrice bianca che si allarga giorno dopo giorno? Non sarebbe allora un nuovo Mar d’Aral, quel lago scomparso che oggi è un monito per l’umanità intera?

Oltre il confine, in Israele e in altri paesi del Mediterraneo, questa prospettiva non suscita solo curiosità, ma preoccupazione. Non si tratta più solo di un progetto nazionale, ma di un’alterazione geografica che potrebbe avere ripercussioni su scala regionale, forse globale. Il dibattito cresce, acceso, tra chi vede in questa impresa una via di salvezza e chi invece teme un effetto domino irreversibile. 

E allora ci si chiede: chi decide per il destino di un intero ecosistema? Chi ha il diritto di trasformare un deserto in un mare, di giocare con forze così immense, con conseguenze che nessun modello può prevedere con certezza?

È in questo punto che il sogno si fa ambiguo, dove la speranza di un mondo migliore si intreccia con il rischio di un disastro annunciato. Perché dietro ogni grande realizzazione c’è sempre la stessa speranza: che l’uomo, con la sua intelligenza e la sua audacia, possa superare i limiti, migliorare le condizioni di vita, portare luce dove c’era solo aridità. 

Ma c’è anche il pericolo di dimenticare che ogni intervento lascia un segno, e che a volte il progresso assomiglia troppo a una fuga in avanti senza bussola. Eppure, non possiamo fermarci. Non possiamo rinunciare a immaginare, a provare, a cercare soluzioni dove sembra non essercene. 

Forse il vero valore di un progetto come quello di Qattara non è nemmeno nella sua realizzazione, ma nel fatto che ci costringe a pensare in grande, a confrontarci con domande scomode, a prendere sul serio la responsabilità che abbiamo verso il pianeta e verso chi verrà dopo di noi.

Ma d'altronde, davanti alle spese faraoniche per alimentare il complesso industriale-militare non si può non pensare a dove scorrono veramente i soldi. Molti di quei capitali, infatti, sono finiti in un settore i cui profitti sono cresciuti in modo spropositato proprio sulle vittime dei numerosi conflitti che insanguinano il mondo. 

Se poi aggiungiamo tutti i soldi buttati al vento per andare nello spazio, già... su Marte, sulla Luna, beh... credo che forse sia giunto il tempo di provare a realizzare quest'opera, sì... un nuovo mare artificiale che non sarà soltanto un lago di acqua salata in mezzo al deserto, ma rappresenterà uno specchio in cui tutta l’umanità potrà guardarsi, riflessa nella sua ambizione, nella sua paura, ma soprattutto nella sua inesausta voglia di ricominciare. 

Sì... forse, in quel riflesso, riusciremo a vedere non solo ciò che abbiamo fatto, ma ciò che potremmo ancora diventare...

giovedì 28 agosto 2025

Giustizia a senso unico: nei nostri appalti, chi opera onestamente subisce il torto e la beffa. E lo Stato, invece di punire, paga i "General Contractor" con indennizzi miliardari.

Dove si cela la giustizia in questo paese, quando si parla di contratti e di lavoro onesto?

Già... ti sei fatto in quattro. Hai seguito ogni regola, presentato ogni documento richiesto, persino quelli antimafia, per dimostrare la tua trasparenza e la tua serietà.

Hai superato ogni ostacolo, ogni verifica, per aggiudicarti quel piccolo pezzo di un appalto molto più grande, convinto che il merito e la correttezza avessero ancora un valore.

Poi, quasi a volerti mettere alla prova ulteriormente, ti è stato chiesto di fare da banca a chi ti ha commissionato il lavoro, rilasciando una fideiussione a garanzia dei lavori da compiere. 

Incredibile... dovrebbero essere loro a rilasciarla a garanzia dei pagamenti! Pagamenti che, come si sa, nei casi migliori non arriveranno prima di centoventi lunghissimi giorni.

Eppure, hai accettato anche questo, sopportando il peso di un flusso di cassa strangolato, nella speranza che almeno il rapporto di lavoro fosse basato sul rispetto reciproco. Hai creduto in quel patto, investito risorse, mezzi e la tua professionalità, pensando di aver finalmente costruito qualcosa di solido.

Ma poi, all'improvviso, il silenzio. I pagamenti promessi non arrivano più, le comunicazioni si fanno rarefatte, i responsabili con cui hai interloquito spariscono e ti ritrovi a inseguire un credito che sembra essersi volatilizzato nel nulla. E la reazione, quando osi far valere le tue ragioni e chiedere ciò che ti spetta di diritto, è di una durezza inaudita.

Subisci non solo il torto del mancato pagamento, ma anche la beffa della disdetta del contratto!

Sì... per aver semplicemente preteso che venga rispettato un accordo, ti vedi recidere il rapporto alle radici. È un paradosso amaro che lascia senza parole, dove la parte che ha già sopportato ogni onere si ritrova punita per aver rivendicato un diritto.

Ma il colmo dell'ingiustizia è sapere che, mentre tu lotti per vedere riconosciuti i tuoi crediti, quel general contractor che ti ha messo in crisi è al sicuro. Già... perché alcuni di questi soggetti hanno ricevuto, da quella stessa politica con cui intrattengono rapporti opachi, dei veri e propri salvagenti economici.

Garanzie pubbliche, clausole contrattuali capestro, che prevedono la corresponsione di indennizzi milionari, a volte persino miliardari, nel caso in cui la commessa venga interrotta per motivi ufficialmente dipendenti dallo Stato.

Così, mentre la tua impresa rischia il collasso per quei pagamenti mai ricevuti, loro, non solo non pagheranno nessuno, ma incasseranno una lauta buona uscita. Una somma che permetterà ad essi di superare indenni la crisi che hanno creato ad altri, ma non solo, di trarne addirittura un ingente profitto, forse superiore a quello che avrebbero ottenuto portando a termine l'opera in maniera corretta.

E allora ti chiedi: dove sono finiti i protocolli di legalità tanto sbandierati? Valgono forse solo per una parte della filiera, mentre le imprese più piccole, quelle che materialmente realizzano l'opera, devono soltanto subire e tacere?

È una vergogna che sta lacerando il tessuto produttivo di questa terra. Ci si dimentica troppo spesso delle migliaia di imprese, alcune operanti da generazioni, che in vent'anni hanno chiuso i battenti proprio a causa di queste dinamiche perverse.

General contractor, spesso consorzi del nord Italia, si aggiudicano appalti milionari e poi li gestiscono in modo da lasciare dietro di sé una scia di fallimenti e debiti insoluti. La circostanza più assurda è che nessuno, finora, ha pagato per questo. Nessuna sanzione amministrativa, men che meno penale, per aver devastato un intero ecosistema economico.

E allora sorge spontanea una domanda, amara e diretta: perché affidare i lavori a questi grandi soggetti, quando sono le nostre imprese, quelle del territorio, a doverli materialmente realizzare? Perché creare un intermediario così potente e spesso così distante dalle reali esigenze del progetto?

Un'idea, purtroppo, me la sono fatta. Basta guardare alle migliaia di assunzioni gestite attraverso le segreterie politiche, che spesso si intrecciano in modo poco trasparente con gli stessi soggetti che, casualmente, si aggiudicano le commesse più succulente.

Sì... lo vado ripetendo ormai da anni: è un gioco dove a perdere sono sempre i soliti, quelli che con il sudore della fronte cercano solo di lavorare onestamente.

mercoledì 27 agosto 2025

Il punto fondamentale è riconoscere gli errori e correggerli al più presto possibile, prima che facciano troppo danno. Di conseguenza, l’unico peccato imperdonabile è nascondere un errore!

C’è una verità che ci sfugge con una certa regolarità, non perché sia nascosta, ma perché scegliamo di distogliere lo sguardo... 

Ci dicono fin da piccoli che sbagliare è umano, e lo accettiamo come una specie di assoluzione universale, quasi un permesso a procedere senza troppi sensi di colpa, ma forse dimenticano di dirci tutta la verità: Sbagliare non è il problema, anzi, è spesso il primo passo verso qualcosa di più chiaro, di più vero. 

Già... l’errore è un segnale, come una luce rossa che sul cruscotto ci avverte che qualcosa non va. 

È un invito a fermarsi, a guardare, a capire... 

Ma troppo spesso lo interpretiamo come una condanna, e allora reagiamo nel modo peggiore: fingiamo che la luce non ci sia, copriamo il cruscotto con un nastro o ancor peggio, stacchiamo il fusibile dell'auto che lo faceva accendere.

Eppure, nascondere non cancella! L’errore continua a esistere, anche se nessuno lo vede più, anche se si fa finta di niente e diventa più pesante col passare del tempo, perché si moltiplica in conseguenze che non avevamo previsto - ahimè - si trasforma in qualcosa di più grande di noi. 

E alla fine, inevitabilmente, emerge. Non con un sussurro, ma con un tonfo! Quando accade, non è più solo un errore, è un crollo! E in quel momento, non si giudica più soltanto l’errore, ma la scelta di averlo tenuto nascosto. È lì che nasce la vera perdita di fiducia, non perché qualcuno ha sbagliato, ma perché ha preferito mentire al mondo e a se stesso.

C’è una sottile differenza tra chi cade e si rialza subito dicendo “ho perso l’equilibrio”, e chi cade e poi si affretta a dire “no... non sono caduto, è il pavimento che ha tremato”. 

Perché nel primo caso, c’è dignità. Nel secondo, c’è paura. Sì... paura del giudizio, dell’immagine, della fragilità che ci rende umani. Ma è proprio in quella fragilità che si nasconde la forza. 

Riconoscere un errore non ci rende deboli, ci rende presenti. Significa che stiamo ancora prestando attenzione, che non ci siamo arresi all'autoinganno. Significa che vogliamo ancora fare meglio. E forse, è l’unica vera misura dell’integrità: non quanto sei perfetto, ma quanto sei onesto con i tuoi limiti.

L’unico peccato imperdonabile, allora, non è l’errore. È il silenzio che lo segue...

Già... è la scelta di proteggere il proprio orgoglio invece che la verità. Perché quando nascondi un errore, non lo stai proteggendo solo tu, ma lo stai lasciato in agguato per qualcun altro. E prima o poi, qualcun altro inciamperà. E allora non sarà più solo il tuo errore, sarà anche la tua responsabilità. 

Viceversa, se lo avessi mostrato subito, forse avresti evitato che qualcuno ci cascasse dentro.

Per cui, correggere un errore in tempo non è un segno di debolezza, ma un atto di rispetto, verso chi ti circonda, verso il tuo ruolo, verso te stesso...

È dire: sono qui, sono attento, e se ho sbagliato, lo dico. 

Non per essere perdonato, ma per non tradire. Perché alla fine, non ci ricorderanno per non aver mai fallito, ma per non aver mai smesso di provare a fare la cosa giusta. E a volte, la cosa giusta è semplicemente ammettere che non lo abbiamo fatto bene.

Quel gesto, piccolo eppure enorme, è tutto ciò che serve per rimanere in rotta. Non la perfezione, che è un miraggio, ma la lucidità. E la lucidità comincia sempre con una sola frase, detta a bassa voce, ma con chiarezza: ho sbagliato...

martedì 26 agosto 2025

Larry Fink: il filosofo del capitalismo che investe in tutto e il contrario di tutto - Seconda Parte

Per capire quindi BlackRock, dobbiamo guardare alla figura che ne è il volto e la mente: il suo fondatore e CEO, Larry Fink. 

Già, la sua storia personale rappresenta difatti la chiave per interpretare le apparenti contraddizioni di quella sua società. 

Sembra che un enorme errore finanziario, commesso da giovane, lo rese ossessionato dal rischio, sì, un’ossessione che ha plasmato la cultura di "BlackRock", trasformandola nel pilastro di stabilità che è diventata oggi. 

Ma Larry Fink è molto più di un manager; sì, potremmo definirlo un filosofo del capitalismo moderno. 

Le sue lettere annuali ai CEO di tutto il mondo sono attese come documenti programmatici che lanciano grandi tendenze, mi riferisco all'importanza della sostenibilità (ESG) e al futuro delle criptovalute. 

Ed è qui che nasce il paradosso più intrigante. Fink è il grande promotore di un capitalismo responsabile e con uno scopo sociale, eppure la sua società, BlackRock, rimane ahimè il più grande investitore al mondo in compagnie di combustibili fossili e soprattutto uno dei principali finanziatori dell’industria bellica. 

Certo, leggendo ora quanto sopra, molti di voi si stanno chiedendo se questo comportamento non possa paragonarsi a un'ipocrisia, ma la verità è che esso è lo specchio di una missione duplice: da un lato spingere per un cambiamento a lungo termine, dall’altro adempiere al mandato primario di generare rendimenti per quella sua clientela, non solo vastissima, ma certamente con obiettivi diversi. 

Ma non solo, il suo potere si misura anche nella fiducia che molte istituzioni gli ripongono. Ad esempio, durante le crisi, dai subprime del 2008 al crack bancario del 2023, sono state la Federal Reserve e i governi a chiamare BlackRock per gestire le operazioni più delicate, affidando a essa, già, attore privato, compiti di stabilizzazione pubblica. 

Ecco perché Fink siede ai tavoli del "World Economic Forum" e incontra regolarmente i leader di tutto il mondo, un accesso certamente privilegiato che gli permette di plasmare il dibattito economico globale. 

E allora ritengo che la questione più importante non è se un uomo d’affari stia tessendo da tempo una delle più grandi cospirazioni mondiali, bensì se noi, come società, siamo diventati "comfortable", e cioè che un numero sempre più ristretto di attori privati, per quanto potremmo definire "illuminati", detengano un’influenza così profonda, sia sulla stabilità economica, che sulle scelte etiche del nostro futuro. 

Per cui la vera sfida non sta nel comprendere cosa sia BlackRock e cosa si celi dietro le manovre di Larry Fink, bensì cosa possiamo fare noi, come cittadini e investitori, per avere una maggiore trasparenza e soprattutto coerenza, usando quindi quel po' che ci resta come potere per orientare il sistema verso una direzione che rifletta davvero i nostri valori, senza quindi dover ancora dipendere da scelte più o meno giuste, ma certamente di altri.

lunedì 25 agosto 2025

BlackRock: Il gigante invisibile che muove i fili dell'economia globale - Prima parte

Recentemente, su un noto social, mi sono imbattuto in una discussione molto accesa su una società, la "BlackRock", descritta come un’entità oscura che controllerebbe l’economia mondiale. 

La cosa mi ha colpito e, per evitare di farmi un’idea basata su teorie e sensazionalismi, ho voluto approfondire la questione in modo obiettivo, per me e per i miei lettori. 

Quello che ho scoperto è una realtà complessa, forse meno cospirativa ma certamente più significativa per le nostre vite quotidiane. 

BlackRock è infatti il più grande gestore di patrimoni al mondo, con oltre 12 mila miliardi di dollari in attività amministrate. 

Questa cifra astronomica, superiore al PIL di quasi tutte le nazioni, non significa che l'azienda possieda tutto questo, ma che lo gestisce per conto di milioni di risparmiatori, fondi pensione e istituzioni. 

La sua influenza deriva proprio da questo ruolo di gigantesco intermediario finanziario, i cui investimenti toccano praticamente ogni settore dell’economia globale, dalle grandi banche alle tech company fino all’energia. 

La sua ascesa è stata guidata dalla creazione di un sistema, "Aladdin", nato per analizzare e gestire il rischio in modo ossessivo, che è poi diventato uno strumento così cruciale da essere utilizzato anche da concorrenti e istituzioni per analizzare i propri portafogli. 

Il punto che più mi ha fatto riflettere, e che forse è il cuore della questione, è come ognuno di noi, spesso senza saperlo, contribuisca a questo sistema. 

I nostri risparmi per la pensione o le nostre polizze assicurative vengono infatti spesso investiti in fondi gestiti da BlackRock. Questo non avviene per un disegno maligno, ma perché la sua offerta di prodotti è semplicemente diventata l’infrastruttura di base della finanza moderna. 

Ecco che forse, comprendere meglio questo meccanismo, rappresenta il primo passo per essere cittadini e investitori più consapevoli, sì... in grado di distinguere tra le ombre dei sospetti e la sostanza di un sistema finanziario interconnesso.

domenica 24 agosto 2025

I nuovi don Lolò: imprigionati nella giara della loro avidità!

Buongiorno a tutti, condivido con voi una riflessione che mi è venuta rileggendo una delle novelle più potenti di Pirandello.

I siciliani disonesti, ladri e soprattutto avidi di potere e denaro, sono come quel don Lolò Zirafa, già... il protagonista della novella di Pirandello, un uomo ossessionato dalla brama del possesso, che vive nella perenne e logorante diffidenza nei confronti del prossimo. 

Ma non solo, spinto da quella identità che lo contraddistingue, ha la perenne convinzione che chiunque possa derubarlo, sottraendogli la cosiddetta "roba" a cui ha consacrato tutta la sua esistenza. Ed allora trascorre il suo tempo inseguendo e accanendosi verso chiunque possa intaccare quel suo potere e nel far ciò, dissipa il suo denaro in processi persi in partenza.

Anche il suo legale - che pur si arricchisce grazie alla nevrosi del suo cliente - arriva al punto di non sopportarlo più ed ecco perché quella sua parabola è un monito perfetto e sempre attuale. 

Pensate a don Lolò, che dopo aver acquistato una giara enorme per la sua oliva, la trova inspiegabilmente rotta a metà. La sua mente sospettosa lo spinge immediatamente dall’artigiano Zi’ Dima, un uomo di cui, ovviamente, non si fida per niente... 

È questa diffidenza patologica a portarlo alla rovina. Non si accontenta del collante proposto da Zi’ Dima per riparare il danno e, convinto di essere furbissimo, lo obbliga a rinforzare tutto con una saldatura di ferro, per paura di essere raggirato. E qui inizia la trappola. 

Zi’ Dima, per eseguire quell'ordine insensato, è costretto a entrare nella giara, rimanendovi poi tragicamente intrappolato una volta terminato il lavoro. L’artigiano capisce subito che l’unica via d’uscita è rompere quel vaso, ma si rifiuta di farlo perché non vuole pagare i danni di una colpa che non è sua. Don Lolò, davanti a questa scena, non vede la paradossale disgrazia di un anno, ma solo la minaccia per la sua proprietà. 

È ossessionato dal volere un risarcimento per la sua "roba", esattamente come certa gente oggi è ossessionata dall'apparire ricca e potente a tutti i costi. Alla fine, accecato da un impeto di rabbia incontenibile, è proprio lui a dare il calcio che distrugge la giara. 

E così, con le sue stesse mani, don Lolò libera l’artigiano e distrugge il simbolo stesso della sua ricchezza, uscendo sconfitto e beffato. È la perfetta allegoria di un sistema malato dove l’avidità e la diffidenza portano all’autodistruzione. 

Come don Lolò, chi vive nell'illegalità e nello sfruttamento dei propri conterranei finisce per ritrovarsi imprigionato nella giara che lui stesso ha costruito, una prigione di terracotta fatta di sospetti, paure e solitudine, dove l’unico modo per uscire sarebbe distruggere tutto ciò che si è accumulato con tanta avidità.

Mi consola profondamente pensare che tutto il frutto della loro vita meschina, quell'accumulo spasmodico di potere e ricchezza, sia destinato a ridursi a nulla, per poi trasformarsi in altro. 

Come insegnava Lavoisier: nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Quel potere tanto agognato e difeso con ogni nefandezza, un giorno si dissolverà in polvere, e a beneficiarne non saranno neppure i loro stessi familiari, che non avranno lasciato alcuna stirpe degna di questo nome, ma bensì soggetti totalmente estranei e indifferenti alla loro misera storia.

sabato 23 agosto 2025

Trump decide per tutti, sia per l'Ue che per l'Italia!

Ho scritto più volte che la politica internazionale, specie quella europea e ancor più quella italiana, conta quanto il due di coppa quando la briscola è a oro.

Vedrete infatti che né la Von der Leyen, né Zelensky, e men che mai i nostri referenti istituzionali (ahimè impreparati...), riusciranno a far sedere russi e ucraini a un tavolo per risolvere questo conflitto.

La ragione, al di là delle cazzate propinate dai Tg, sta in una decisione precisa del Presidente Trump.

Dopo l'incontro con Putin e le critiche ricevute dai leader europei per la loro esclusione dai colloqui in Alaska, egli ha scelto deliberatamente di mettersi da parte.

Sta soprassedendo, osservando con quale goffa inefficacia l'Ue stia gestendo una partita che è troppo grande per lei, sapendo bene che le sue politiche non porteranno a nulla. È solo questione di tempo!

Quando la situazione entrerà in stallo e tutti si piegheranno a supplicarlo, lui, come una prima donna, farà il suo ingresso trionfale per dettare una pace alle sue condizioni, e a quelle di Putin, già ampiamente concordate.

Chi non accetterà questa realtà ne subirà le conseguenze, perché il gioco è già fatto e l'Europa non è stata nemmeno consultata. È chiaro ormai che le decisioni finali non si prenderanno a Bruxelles o a Roma, ma altrove.

venerdì 22 agosto 2025

La politica che sopravvive grazie al voto di scambio: il circuito perfetto tra mafia, consenso e appalti.

Buongiorno a tutti, oggi voglio condividere con voi una riflessione profonda su un male che affligge il nostro Paese da decenni, un cancro che si insinua nelle pieghe della nostra democrazia e ne corrode le fondamenta. 

È mia ferma convinzione che in gran parte delle regioni italiane, specialmente quelle dove la presenza mafiosa è più radicata, non siano più i cittadini a decidere liberamente chi debba salire al potere, ma sia piuttosto un sistema trino, perfetta e perversa fusione di tre attori, già... tutti legati come i tre frutti della foto.

Eccoli quindi, per primi i politici (affiliati direttamente o che sanno di poter godere di quelle organizzazioni criminali), seguono quanti legati al mondo del lavoro (imprenditori compiacenti, segreterie politiche, caf, taluni sindacati, associazioni, circoli, resp. delle risorse umane, e coloro inseriti appositamente all'interno di quei cosiddetti "General Contractor", etc... ) ed infine - quest'ultima non manca mai - la "criminalità organizzata", che riesce a manipolare il consenso elettorale in cambio di favori illeciti.

Questo meccanismo perverso rappresenta una delle più gravi distorsioni del nostro sistema democratico, dove la volontà popolare viene sostituita da calcoli opportunistici e interessi criminali.

Il voto di scambio è purtroppo una realtà consolidata in molti territori, dove la mafia o altre organizzazioni criminali stabiliscono patti segreti con esponenti politici, garantendo loro un ampio sostegno elettorale in cambio di finanziamenti, appalti pubblici e altre utilità.

Questi accordi illeciti avvengono lontano dagli occhi dei cittadini, nelle stanze del potere dove si decidono le sorti delle comunità, e sono spesso difficili da scoprire e perseguire a causa della loro natura opaca e delle complicità che coinvolgono.

Dall'altra parte, la politica concede beni pubblici e risorse che dovrebbero essere destinate allo sviluppo collettivo, ma che invece vengono dirottate verso interessi privati e criminali.

Gli appalti vengono assegnati non in base alla meritocrazia o all'efficienza, ma secondo logiche di affiliazione e complicità, dove gli "amici degli amici" ricevono favori e contratti lucrosi senza alcun riguardo per la legalità o il bene comune.

Lo stesso vale per i posti di lavoro, che spesso vengono distribuiti a familiari o a persone vicine a questa organizzazione, già... come ricompensa per il sostegno elettorale offerto, creando un sistema di clientelismo che soffoca la meritocrazia e impoverisce la comunità.

Un meccanismo perverso che non solo distorce il mercato del lavoro, ma mina alla base la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, alimentando un circolo vizioso di sfiducia e rassegnazione .

L'ingranaggio di questo sistema corruttivo deve chiudersi perfettamente, in modo che ciascun attore coinvolto ottenga i propri benefici.

E così, la mafia consolida il suo potere sul territorio e accede a risorse economiche preziose e la politica garantisce la propria sopravvivenza e il proprio mantenimento al potere, anche a costo di svendere pezzi dello Stato e dei suoi principi fondamentali. 

In questo modo, gli interessi criminali e quelli politici si fondono in una simbiosi perversa che danneggia soprattutto i cittadini onesti.

Purtroppo, molte inchieste giudiziarie hanno portato alla luce queste dinamiche, ma troppo spesso vengono soffocate dai media o da quei giudici che sono complici di questo sistema, preferendo mantenere il silenzio piuttosto che affrontare la verità scomoda che emerge dalle indagini.

È inquietante d'altronde notare come certe inchieste vengano aperte e portate avanti per anni, per poi essere magari archiviate o ridimensionate in modo da non intaccare realmente le strutture di potere coinvolte.

Non possiamo più permettere che questa situazione continui a perpetuarsi, perché il prezzo che paghiamo come comunità è troppo alto: è il prezzo della dignità, della giustizia sociale e della stessa democrazia, che viene svuotata di significato e ridotta a una mera formalità. Dobbiamo pretendere che la politica si purifichi da queste pratiche illegali e che ritrovi la sua vocazione originale di servizio verso i cittadini e il bene comune.

È necessario che tutti, cittadini e istituzioni, ancora parte sana del Paese, alzino la guardia e combattiamo con determinazione questo fenomeno, denunciando ogni abuso e pretendendo trasparenza e accountability da parte di chi ci governa, perché solo così potremo sperare in un futuro migliore per il nostro Paese. La lotta alla corruzione e al voto di scambio non deve essere una battaglia di parte, ma un impegno collettivo per ridare credibilità alla nostra democrazia.

Ed allora, rivolgendomi a tutti coloro che finora non sono stati intaccati da quel marciume, ecco, vi chiedo di non voltarvi dall'altra parte, di non cadere nella trappola del disincanto e della rassegnazione, ma di essere vigili e attivi nel difendere i valori della legalità e della giustizia, perché solo attraverso un impegno corale potremo sconfiggere questo sistema malato e costruire una società più equa e trasparente per noi e per le generazioni future. Il cambiamento parte da ciascuno di noi, dalla nostra volontà di non accettare compromessi e di pretendere il rispetto delle regole da parte di chi ci amministra.

Grazie per avermi ascoltato e spero che questa riflessione possa contribuire ad accendere una luce su un problema che troppo spesso viene taciuto o sottovalutato, ma che rappresenta una delle principali minacce per il nostro vivere civile e per la nostra democrazia. 

Costruiamo insieme un futuro dove il voto sia davvero libero e la politica torni a essere uno strumento di servizio e non di potere personale o criminale, altrimenti ne pagheremo tutti le conseguenze.

P.s. Ringrazio per la foto, l'amico Fabio Corselli: www.fabiocorselli.it

giovedì 21 agosto 2025

18 miliardi per i Castro, zero acqua per il popolo: il vero costo del regime cubano.

Secondo il sottoscritto, è ormai giunto il momento di mettere fine al governo della famiglia Castro, che dal 1959 - anno in cui Fidel avviò il proprio mandato con l’instaurazione del regime socialista - ha dimostrato, nel corso di oltre sei decenni, di aver fallito tragicamente gli obiettivi di sviluppo e benessere per il popolo cubano. 

In questi 66 anni, la popolazione ha subito una profonda crisi sociale ed economica, segnata da carestie, scarsità di beni essenziali e una sistematica negazione delle minime garanzie democratiche.

Mentre oltre un milione di cubani vive senza acqua potabile, il patrimonio della famiglia Castro supera i 18 miliardi di dollari. Una vergogna che stride con la realtà quotidiana di un paese in cui i blackout cronici impediscono persino il funzionamento delle pompe idrauliche. La situazione a Cuba non è più sostenibile: è un dramma umanitario che dura da decenni, e che oggi ha raggiunto livelli insostenibili.

Oltre alla fame e alla carenza di medicinali, un’emergenza idrica senza precedenti sta colpendo l’isola. Più di un milione di persone — su una popolazione di circa 9 milioni — non ha accesso all’acqua potabile, a causa del collasso delle infrastrutture idriche, aggravato dai continui blackout elettrici. Nelle province di Santiago, Holguín e Ciego de Ávila, i rubinetti sono asciutti da giorni. A L’Avana, 248.000 abitanti sono senza acqua da settimane. E il presidente dell’Istituto idrico statale, Antonio Rodríguez, ha dovuto ammettere sul Granma, il giornale ufficiale del regime, che “la situazione è drammatica”.

Eppure, mentre il popolo soffre, l’élite al potere accumula ricchezze inimmaginabili. Gaesa, il conglomerato militare creato da Raúl Castro negli anni ’90 per gestire la valuta pregiata dopo il crollo dell’Unione Sovietica, oggi controlla turismo, banche, commercio estero, negozi in dollari, trasporti e persino le rimesse degli emigrati. Si tratta di una holding di fatto privata, legata alla famiglia Castro e al vertice militare, immune a qualsiasi controllo pubblico o trasparenza. Il suo patrimonio è stimato in oltre 18 miliardi di dollari.

Con quella somma si potrebbero ricostruire città, pagare medici e insegnanti, modernizzare la rete elettrica, rilanciare l’agricoltura. Invece, il regime sceglie di consolidare il potere di generali e dirigenti comunisti, che oggi controllano il 40% del Pil ufficiale dell’isola. Un’economia non più statale, ma militarizzata.

Intanto, la repressione non si ferma. A luglio, l’ONG Prisoners Defenders ha registrato 25 nuovi prigionieri politici, portando il totale a 1.176 - un record storico. Tra loro c’è Marlon Brando Díaz Oliva, un giovane di 24 anni già condannato a 18 anni per le proteste del 2021 e nuovamente arrestato per “motivi ideologici”. Le carceri femminili, denuncia l’organizzazione, sono in condizioni disumane: mancano cure mediche, igiene di base, e spesso persino il cibo. E mentre l’isola sprofonda, mezzo milione di cubani ha scelto di fuggire negli ultimi due anni, lasciandosi alle spalle un’economia al collasso, salari irrisori e una polizia politica sempre più oppressiva.

Persino le catastrofi naturali diventano un banco di prova per l’incompetenza del regime. Pochi giorni fa, una violenta tromba d’aria ha allagato interi quartieri de L’Avana. Strade sommerse, case invase dall’acqua. Un fulmine ha messo fuori uso la rete elettrica, e la corrente è tornata solo dopo due ore, troppo tardi per far ripartire le pompe idrauliche. Le autorità hanno convocato riunioni d’emergenza e invitato alla calma, ma la popolazione è esasperata. I social si sono riempiti di video che mostrano l’incuria cronica: un sistema di drenaggio inesistente, manutenzione zero, e infrastrutture in rovina. Ogni acquazzone diventa una trappola mortale.

E mentre Cuba affonda, il regime continua a stringere accordi internazionali, presentandosi come vittima dell’embargo statunitense. Ma dietro queste dichiarazioni spesso propagandistiche si nasconde una spartizione di interessi geopolitici: Russia e Cina vedono nell’isola un avamposto strategico nel “cortile di casa” degli Stati Uniti. E così, mentre il popolo paga il prezzo di un sistema marcio, il dollaro ha superato i 400 pesos cubani sul mercato nero - un nuovo record - che evidenzia il divario abissale tra chi ha accesso alla valuta estera e chi è condannato alla miseria.

Allora, che cosa si nasconde dietro questi incontri e queste alleanze? Perché, nonostante il collasso economico e sociale, il regime resiste?

La risposta è semplice: perché c’è chi, fuori dall’isola, ha interesse a mantenerlo in vita. E mentre i Castro e i loro alleati continuano a spartirsi potere e ricchezze, il popolo cubano è lasciato al buio, senza acqua, senza cibo, e senza speranza.

mercoledì 20 agosto 2025

A proposito di temperature falsate: a leggere certe notizie, sta salendo anche a me la temperatura.

In attesa del rientro dalle ferie del geologo Alfio Grassi (contattato telefonicamente nelle scorse ore per richiedere gentilmente documentazione fotografica a supporto delle sue precedenti segnalazioni), ho preso visione di un articolo pubblicato ieri su "MeteoWeb" che continua a denunciare gravi malfunzionamenti del servizio meteorologico ufficiale siciliano gestito dal SIAS (Servizio Informativo Agrometeorologico Siciliano).

Dal pezzo scritto da Stefano Villetta si evince che le stazioni SIAS non a norma sono tante e continuano a fornire dati falsati, e questa cosa, francamente, sta facendo aumentare la temperatura anche a me... 

Le nuove immagini diffuse mostrano irregolarità palesi nelle stazioni di Francofonte e Caltagirone, con schermi solari rotti che lasciano passare la luce diretta, alterando le misurazioni. 

Il risultato? Temperature massime sovrastimate di 1-2 gradi, giorno dopo giorno. Ma ciò che più mi lascia perplesso è il sospetto che dietro queste anomalie non ci sia semplice negligenza, ma qualcosa di più strutturato...

E poi c’è il caso Floridia: quel famoso record europeo di 48,8°C dell’agosto 2021, già messo in discussione più volte, torna sotto la lente. Se anche quel dato fosse stato gonfiato, cosa resta della credibilità del sistema? La meteorologia dovrebbe essere scienza esatta, non un puzzle di numeri distorti.

Mi chiedo: perché tanta opacità? Quali interessi si nascondono dietro dati climatici alterati? Servono per giustificare politiche, allarmismi o semplicemente per nascondere inefficienze, oppure altro ancora di cui sono all'oscuro? 

Il dott. Grassi, quando tornerà, forse potrà aiutarmi a capire. 

Intanto, però, la mia pazienza – come le temperature in quelle stazioni – sembra destinata a salire, e non è un bene...

martedì 19 agosto 2025

Monsignor Renna rompe il tabù: 'Sant’Agata detesta la mafia'. E i giornali preferiscono parlare di processioni...

Per la prima volta a Catania (finalmente...) la Chiesa – grazie a Monsignor Renna – si schiera in maniera diretta contro la criminalità organizzata e i suoi affiliati. 

È incredibile come le testate web abbiano glissato su questo passaggio pronunciato così cruciale, limitandosi a riportare gli aspetti religiosi dell’omelia, senza viceversa mettere in grassetto le uniche parole che avrebbero dovuto risuonare forte.

Monsignor Renna ha parlato con una chiarezza senza precedenti, denunciando chi osa mischiare il nome di Sant’Agata con il malaffare. 

"Puri e forti", ha esortato, ricordando che la forza non è quella delle armi o della violenza. 

Eppure, nessun giornale ha riportato con il dovuto rilievo il suo monito a chi, pur frequentando le celebrazioni, ha armi in casa o vive nell’illegalità. Sant’Agata, ha sottolineato, detesta la violenza, la droga, l’abbandono dei figli, eppure queste parole sono state soffocate nel rumore di un racconto devozionale superficiale.

Ha lanciato un appello tagliente ai genitori: "Date ai vostri figli nomi cristiani come Agata o Agatino, non quelli di personaggi discutibili". E qui, il riferimento è chiaro, basti pensare a certi nomi che risuonano nelle cronache nere, celebrati come fossero eroi. "È dal nome che indirizzi tuo figlio", ha insistito, promettendo un attestato a chi avrà il coraggio di rompere questa deriva. Un gesto simbolico, sì, ma potentissimo: perché la legalità si costruisce anche così, nelle scelte che sembrano piccole ma plasmano il futuro.

E così... mentre i media preferiscono parlare di rituali e processioni, Renna ha sfidato Catania a fare i conti con le sue responsabilità, ha chiesto una fede che non si accontenti di cerimonie, ma che bruci come il fuoco del Vangelo, trasformando la città. 

Eppure, di questo incendio di verità, non c’è traccia nei titoli. Forse perché certe verità bruciano più del sole d’agosto e a qualcuno fa comodo tenerle nascoste o come sospetto, evidenzia - per l'ennesima volta - di essere di fatto... assoggettato a quel sistema! 

lunedì 18 agosto 2025

Presidente Pelligra, perdoni questa riflessione senza filtri – ma è l’amore per il Catania a parlare.

Caro Presidente Pelligra, da pochi minuti è il 18 agosto 2025, ed ho deciso - dopo aver visto la partita in Tv - di modificare il post già pronto per essere pubblicato, e scrivere queste parole, che descrivono il sapore amaro di una sconfitta, già contro il Crotone in Coppa Italia Serie C, una partita che ahimè, ci ha estromesso da una competizione importante, proprio come accaduto troppo spesso negli ultimi anni.

Lei ha investito, ha rinnovato la squadra, ha promesso impegno e risultati, eppure, guardando il campo, sembra di assistere a un "déjà vu": ahimè, rivediamo la stessa fragilità, le stesse incertezze, lo stesso gioco senza anima che già conoscevamo.

Errare è umano, lo sappiamo tutti. Ma perseverare nell’errore, Presidente, è diabolico!

Lo scorso anno, nonostante un mercato "importante" e una squadra sulla carta competitiva, il Catania ha fallito l’obiettivo promozione, chiudendo al quinto posto e uscendo ai playoff contro il Pescara.

Ora, con il campionato ancora da iniziare, abbiamo già perso un’occasione per costruire fiducia e morale; e non servono scuse: né quelle del tecnico su "schemi non ancora assimilati", né quelle di chi parla di "tempo necessario".

Il tempo, per una piazza come Catania, è un lusso che non possiamo permetterci!

Lei ha chiesto fiducia ai tifosi, e noi gliel’abbiamo data. Non solo con gli abbonamenti, ma anche con la presenza costante in trasferta, come dimostrato nell’ultima partita. Sì, abbiamo applaudito i suoi investimenti e creduto nel progetto, ma le delusioni stanno esaurendo la nostra pazienza. 

La fiducia non è un assegno in bianco: va rinnovata con i fatti! E i fatti, oggi, ci dicono che questa squadra rischia di ripetere gli stessi errori. Giocare senza identità, vincere per caso, perdere per fragilità, non è questo il calcio che Catania merita, non è questo che lei ci ha promesso e soprattutto, non ci accontentiamo più di partecipare ai playoff quasi fosse quello il nostro traguardo.

Mi permetta di ricordarle un mio post dello scorso aprile, in cui parlavo della "mancanza di un gioco" del Catania, paragonandolo a una squadra di juniores del Barcellona che, con semplicità e organizzazione, sapeva cosa fare in campo. Noi, invece – anche oggi – brancoliamo nel buio, sperando nel gesto del singolo o nell’errore avversario.

Ripeto una frase che a Catania conoscono bene: "Il calcio è amalgama", diceva Massimino. Oggi, però, è solo confusione. E se non si agisce subito, questa stagione sarà l’ennesimo capitolo di un fallimento annunciato...

Presidente, il mercato è ancora aperto. E mi duole dirlo, che forse è la panchina il tema che lei dovrebbe affrontare. So bene che le scelte tecniche, in particolare le sostituzioni, hanno dei costi, ma quando non mantengono le aspettative, ecco... in questi casi, vanno riviste.

Serve una squadra che giochi con la testa, non solo con i piedi!

Lei ha il potere di cambiare le cose. Noi tifosi abbiamo il diritto di chiederlo. Perché Catania non è una semplice società: è una comunità che soffre e spera. E oggi, più che mai, spera che lei non perseveri nell’errore. Agisca ora, prima che sia troppo tardi.

Perché il pensiero di dover scrivere a fine campionato "L’avevo detto!" mi riempie di amarezza. E questa volta, Presidente, non vorrei insieme a Lei, dover pronunciare (nuovamente) quelle parole.

Forza Catania, sempre, ma con la testa, stavolta...

domenica 17 agosto 2025

Papa Leone XIV, non ripetere gli errori dei tuoi predecessori!

Secondo il sottoscritto, quanto affermato dal rabbino Eliezer Simcha Weisz è corretto, perché non si dovrebbe mai fare differenza tra popolazioni che, purtroppo, oggi soffrono per motivi diversi, ma ugualmente devastanti. 

Chi subisce le conseguenze della violenza non può essere diviso in categorie, né tanto meno dimenticato, come sembra aver fatto Papa Leone XIV equiparando le vittime di Gaza a quelle ucraine senza riconoscere le specificità morali e storiche di ciascun conflitto. 

Già... questo non può essere il messaggio che ci si aspetterebbe dal "vicario di Cristo", il quale dovrebbe invece operare con maggiore discernimento, evitando di appiattire realtà complesse in una generica condanna della sofferenza.

Ha perfettamente ragione il rabbino Weisz (membro del Gran Rabbinato d’Israele), quando ha espresso il suo disappunto in una lettera al Papa, sottolineando come l’equiparazione tra le vittime palestinesi e quelle ucraine, senza alcun riferimento agli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas, abbia ferito profondamente la comunità ebraica: “Tutte le persone che soffrono meritano preghiere, ma non tutte le sofferenze sono causate dalle stesse mani”, ha ribadito Weisz, criticando una narrazione che ignora le responsabilità di Hamas nel conflitto e la legittima difesa di Israele.

Questa non è la prima volta che Weisz contesta le posizioni del Vaticano. Già a gennaio aveva accusato Papa Francesco di alimentare l’antisemitismo moderno attraverso un approccio sbilanciato, equiparando una democrazia come Israele a un’organizzazione terroristica come Hamas. “Avete tracciato una falsa equivalenza morale”, scriveva allora, denunciando una distorsione della realtà che rischia di riaccendere antichi pregiudizi.

Dietro queste dichiarazioni e gli incontri che seguiranno, però, si nasconde una questione più ampia: la spartizione del mondo e dei territori che interessano alle grandi potenze. Il dialogo tra Vaticano e leader religiosi ebraici non è solo una questione teologica, ma un riflesso di dinamiche geopolitiche in cui le sofferenze delle popolazioni diventano meri strumenti di negoziazione. 

Quando il Papa incontra rappresentanti del regime iraniano, che apertamente invoca la distruzione di Israele, o quando accoglie presepe con simboli palestinesi, invia messaggi che vanno ben oltre la spiritualità, toccando nervi scoperti della politica internazionale.

Il rischio è che, in questo gioco di equilibri, le vittime reali vengano dimenticate, ridotte a numeri in una contabilità di guerra...

E così, mentre i leader discutono di alleanze e confini, migliaia di civili continuano a morire, e la loro sofferenza viene strumentalizzata per giustificare ulteriore violenza.

Ecco, forse, invece di cercare colpevoli o stabilire gerarchie del dolore, sarebbe più utile chiedersi come fermare tutto questo prima che sia troppo tardi. Ma ho l'impressione che chi oggi potrebbe rappresentare la differenza, costituendo di per sé la parte sana e moralmente giusta, preferisca - come scrivevo alcuni mesi fa nel mio articolo "Il potere di un gesto: da Ponzio Pilato..." link: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/06/il-potere-di-un-gesto-da-ponzio-pilato.html - proseguire con quelle stesse azioni, sì... con quel lavarsi le mani. 

Perché quando il male avanza e i potenti tacciono, non è mai per ignoranza. È per calcolo. E la storia, purtroppo, ci insegna che questo calcolo lo pagano sempre gli innocenti!


sabato 16 agosto 2025

I raggiri di Ferragosto sono i più esilaranti... peccato non siano una barzelletta!

Ferragosto, si sa, è il periodo della spensieratezza e così, mentre la maggior parte del Paese si gode il sole in spiaggia, il silenzio della montagna o il rumore di una griglia accesa, c’è chi, invece, approfitta di questa tregua collettiva per muoversi nell’ombra...

E no, non sto parlando di fantasmi, ma di raggiri, truffe e abusi che sembrano moltiplicarsi proprio quando gli uffici giudiziari sono ridotti all’osso e le procure lavorano a rilento.

Ho letto alcune notizie in questi giorni sul web che, più che indignarmi, mi fanno sorridere amaramente...

Perché è tutto così prevedibile, eppure nessuno sembra accorgersene. Le forze dell’ordine? Prese tra turni ridotti e emergenze estive. Le procure? Metà in ferie, l’altra metà probabilmente sommersa da pratiche o, peggio, gestita da chi ancora non ha l’esperienza per riconoscere ciò che sta davanti ai suoi occhi.

E difatti, mentre i cittadini credono di vivere in un Paese dove la legalità non va in vacanza, la realtà è ben diversa. Chi vuole agire illegalmente sa benissimo che agosto è il mese perfetto: meno controlli, meno personale, ma soprattutto meno attenzione!

E se per caso qualcuno – già... con il mio stesso acume, ma diversamente da me che non ricopro ruoli istituzionali – si dovesse accorgere di qualcosa che non va... già, cosa fare? Basterà, come al solito, aspettare...

Sì... aspettare che un esposto, magari scritto nei modi e nei tempi imposti dalla Legge Cartabia – quella stessa legge che, guarda caso, sembra fatta apposta per scoraggiare le denunce – giunga sulla sua scrivania. E nel frattempo? Nel frattempo, tutto procede come al solito, con la complicità di chi, invece di vigilare, abbassa lo sguardo o, peggio, finge di non vedere.

Mi chiedo: è davvero solo incapacità? O c’è dell’altro? Perché certe dinamiche sembrano ripetersi con una precisione quasi sospetta. Funzionari compiacenti, pratiche che si perdono nel vuoto, tempistiche che coincidono troppo bene con le assenze dei vertici. E dovrei aggiungere quanto, ahimè, ho scoperto... ma così sarebbe troppo semplice, quantomeno per chi dovrebbe scoprire i raggiri posti in atto.

Continuare ad aiutarli non mi sembra più così corretto: d’altronde, è quello il loro lavoro (sono loro a prendersi le "coccarde"). E quindi, se non sanno compiere bene il proprio lavoro, forse, chissà... dovrebbero cambiarlo!

Già... basterebbe loro ricordare le parole del giudice Borsellino: «A fine mese, quando ricevo lo stipendio, faccio l’esame di coscienza e mi chiedo se me lo sono guadagnato».

E così, mentre il sottoscritto scrive questo post, le truffe e i raggiri continuano. E chi si ritrova – da semplice cittadino – a combattere contro questo sistema illegale, resta solo, sì... perché chi dovrebbe proteggerlo, alla fine... gli rema contro.

Ecco perché scrivo. Sì, lo faccio per tutti quei soggetti istituzionali che considerano Ferragosto come il periodo dei bagni, delle grigliate, delle gite al lago o in montagna, mentre invece dovrebbero iniziare a dedicare il proprio tempo a chiedersi cosa succede davvero in questa nostra regione, mentre tutto intorno dorme.

Perché se è vero che la legalità non dovrebbe mai andare in ferie, allora qualcuno dovrebbe spiegare perché, invece, sembra proprio che sia così...

Ovviamente, mi rendo disponibile - come sempre, d'altronde, nei miei ultimi quindici anni - a spiegare a qualche funzionario inquirente cosa sta, ahimè, accadendo. Già... purtroppo sotto gli occhi di tutti. Anzi, no: sotto i loro occhi. Ma forse, ahimè, non se ne sono accorti. O forse - e qui sta il dramma - per muoversi hanno bisogno di un esposto formalmente presentato, altrimenti, di loro iniziativa... non possono agire, già... nemmeno dinnanzi alla più palese delle violazioni!

Ma d'altronde, è questo il Paese che - proprio grazie alla nuova riforma sulla giustizia - si vuole ottenere! Dove ogni denuncia deve superare un percorso a ostacoli degno delle olimpiadi burocratiche, mentre i furbi continuano a fare il bello e il cattivo tempo.

Complimenti vivissimi ai geni che hanno realizzato questo splendido sistema giuridico. Già... che progresso, signori miei... che progresso.

venerdì 15 agosto 2025

Trump e Putin, solo minacce vuote: dietro il vertice c'è esclusivamente la spartizione del potere!

Secondo il sottoscritto, quanto riportato dalla maggior parte dei media sulle cosiddette "minacce" di Trump verso la Russia non hanno alcun riscontro effettivo. 

Le dichiarazioni roboanti sul fatto che Mosca subirà "gravi conseguenze" se non fermerà la guerra, sembrano più chiacchiere buttate lì, destinate a svanire nel vento. 

La verità è che nessuno, nemmeno gli Stati Uniti, può permettersi di fare davvero paura alla Russia, che oggi detiene il più vasto arsenale nucleare al mondo, con oltre 4.300 testate operative tra strategiche e tattiche, superando persino gli USA.

Trump ha lanciato il suo avvertimento a due giorni dal vertice in Alaska con Putin, dopo aver consultato i leader europei e Zelensky, che ha definito l’incontro con un voto: "10"

Ma cosa si nasconde dietro queste dichiarazioni? Il vertice in Alaska è presentato come un incontro "preparatorio" per possibili negoziati di pace, ma è difficile credere che sia solo questo. La realtà è che qui si sta giocando una partita ben più grande: la spartizione silenziosa di territori e zone d’influenza, dove gli interessi di Washington e Mosca si intrecciano, lasciando Kiev e l’Europa ai margini.

Gli europei, almeno a parole, si sono detti soddisfatti delle rassicurazioni di Trump, soprattutto sulla questione che nessuno scambio di territori possa avvenire senza il consenso di Kiev. Ma Mosca ha già ribadito che la sua posizione è "invariata": ritiro delle truppe ucraine dalle quattro regioni annesse e rinuncia di Kiev alla NATO. Un portavoce del ministero degli Esteri russo, Alexei Fadeyev, ha liquidato le consultazioni tra Trump e gli europei come "un'azione insignificante", accusando l’UE di sabotare gli sforzi diplomatici.

Intanto, mentre si discute di pace, la guerra continua! La Russia ha intensificato l’offensiva nel Donetsk, conquistando villaggi e costringendo all’evacuazione migliaia di civili, mentre Zelensky ha annunciato che l’esercito ucraino ha riconquistato sei villaggi nella regione di Sumy, ma il bilancio complessivo resta drammatico. E così mentre Trump parla di "cessate il fuoco", Mosca potrebbe addirittura testare il suo nuovo missile nucleare Burevestnik, un messaggio chiaro a pochi giorni dal vertice.

Dietro le quinte, però, si muovono interessi più concreti. Il Dipartimento del Tesoro USA ha sospeso temporaneamente alcune sanzioni per permettere ai funzionari russi di effettuare transazioni durante il vertice. Un segnale che, nonostante i toni duri, i rapporti economici e diplomatici continuano. Zelensky, escluso dall’incontro, lo ha definito una "vittoria personale" per Putin, mentre Rubio ha cercato di smorzare le polemiche, sostenendo che si tratta solo di un momento per "chiarire le posizioni".

Ma la domanda che resta è: cosa si nasconde davvero dietro questo vertice? L’Europa spera in un negoziato che rispetti l’integrità ucraina, ma già trapelano voci su possibili "cessioni territoriali" non ufficiali. Merz ha ammesso che Kiev potrebbe trattare sui territori, ma senza riconoscere l’occupazione russa. Macron ha ribadito che solo l’Ucraina può decidere, ma la realtà è che, quando si siedono al tavolo USA e Russia, gli altri diventano solo degli spettatori.

Alla fine, tutto questo sembra un grande teatro. Le minacce di Trump sono vuote, perché la Russia sa bene che nessuno oserebbe sfidarla militarmente, visto il suo arsenale nucleare. 

E quindi, gli incontri, i proclami, le evacuazioni forzate e le avanzate sul campo non sono che mosse in una partita più grande, dove ciò che conta non è la pace, ma il potere. E mentre si discute, il mondo viene ridisegnato senza che nessuno lo ammetta apertamente.

giovedì 14 agosto 2025

Floridia e quel record di caldo controverso: le prove del geologo Alfio Grassi sfidano il primato europeo di 48,8°C!

Con il post di oggi do seguito a quanto riportato ieri sullo stesso argomento e, come avevo preannunciato, riassumo le osservazioni redatte dal geol. Alfio Grassi, Presidente del Consorzio della Pietra Lavica dell'Etna. 

I dati completi del monitoraggio, pubblicati l'11 agosto scorso, sono disponibili qui: Sicilia, la stazione meteo SIAS di Floridia continua a sovrastimare le temperature -  link: https://www.meteoweb.eu/2025/08/sicilia-la-stazione-meteo-sias-di-floridia-siracusa-continua-a-sovrastimare-notevolmente-le-temperature-ecco-i-dati/1001826689/

Il monitoraggio termometrico condotto tra il 12 luglio e il 20 settembre 2024 nei pressi della stazione SIAS di Floridia ha evidenziato una sistematica sovrastima delle temperature massime rispetto alla stazione di confronto certificata, posizionata a soli 500 metri di distanza. La differenza media è stata di 1,6°C, con picchi che hanno superato i 3°C. Questo solleva seri dubbi sull’affidabilità del record europeo di 48,8°C registrato qui l’11 agosto 2021.

Già all’epoca, Grassi aveva notato che lo schermo solare della stazione SIAS era danneggiato, permettendo ai raggi solari di alterare le rilevazioni. Eppure, nonostante questo evidente problema, l’INRiM ha convalidato il dato, sostenendo addirittura che fosse una sottostima. Ora, però, la stessa stazione opera con uno schermo nuovo e completamente chiuso, il che fa sorgere domande su come siano state condotte le verifiche iniziali.

I grafici mostrano un andamento termico anomalo nella stazione SIAS, con impennate improvvise in corrispondenza del calo del vento, mentre la stazione di confronto Barani mantiene un comportamento più stabile. Ad esempio, il 18 agosto 2024, la SIAS ha registrato 38,6°C contro i 35,5°C della Barani, con venti deboli da NNW. Stesso discorso per il 20 agosto, quando la differenza è stata di 2,1°C nonostante condizioni simili.

Cosa c’è dietro queste discrepanze? Perché la stazione SIAS reagisce in modo così diverso alla variazione del vento? E come è possibile che un dato così controverso sia stato accettato come record europeo? Sono domande che restano aperte, almeno finché il Dott. Grassi non tornerà dalle ferie per chiarire meglio questa matassa ingarbugliata.

Intanto, l’analisi dei dati disponibili conferma che qualcosa non quadra. Le temperature della stazione SIAS oscillano in modo sospetto, e quei 48,8°C sembrano sempre più un’anomalia inspiegabile. 

Aspettiamo ulteriori sviluppi, ma i dubbi, almeno per me, rimangono.

mercoledì 13 agosto 2025

La fragilità dei numeri "Caldi".

Avevo letto di questo articolo a fine luglio e mi ero ripromesso di scrivere un post a riguardo, poi, però, altre notizie avevano avuto la precedenza e, sebbene avessi già abbozzato una prima stesura, solo stasera ho trovato il tempo di completarla e pubblicarla.

La questione del record di caldo a Floridia, riportata dal sito "MeteoWeb", mi aveva lasciato perplesso, non tanto per il dato in sé, ma per ciò che potrebbe celarsi dietro quelle poche cifre.

E allora, come molti di voi, mi sono chiesto: com’è possibile che una stazione meteorologica (a quanto pare "malfunzionante") abbia generato un valore così eclatante? E ancora, come ha fatto l’OMM a validarlo dopo due anni di verifiche?

Ora, non essendo un esperto in meteorologia, ritengo comunque che questa sia una scienza piuttosto precisa, eppure, leggendo l'articolo, mi sembra esserci qualcosa di incomprensibile, almeno, il sottoscritto ammette di non averci capito granché.

Si parla di un termometro rotto, di un falso storico che ha fatto il giro del mondo, eppure la cosa più strana è come tutto questo sia potuto accadere sotto gli occhi di esperti e istituzioni (ammetto che per il sottoscritto non è una sorpresa: sono anni che, per vicende giudiziarie in cui sono stato coinvolto, mi sono imbattuto in un sistema i cui referenti, spesso, "non vedono l’elefante nella stanza").

Quei +48,8°C registrati nell’agosto 2021 avrebbero dovuto rappresentare un primato europeo, superando di quasi un grado il precedente record greco del 1977. E invece, oggi emerge che il dato era errato, già... frutto di un malfunzionamento.

Ma allora, perché è stato confermato dall’OMM? E soprattutto - ed è qui che la mia mente non trova pace -cosa si nasconde dietro questa differenza di pochi gradi, apparentemente insignificante ma in realtà così determinante?

Sì... è quell’insistere ossessivamente su un valore al limite della realtà che rende tutto ancora più sospetto. Sappiamo bene, in particolare i miei conterranei, come la Sicilia possa rappresentare una terra di caldo estremo, ma non mi sembra normale dover discutere su dati che dovrebbero essere certi e inconfutabili. Come si è potuta creare una tale confusione attorno a misurazioni che, come dicevo, dovrebbero essere incontrovertibili?

Forse il problema non è solo il termometro, difettoso o meno, ma qualcosa di più profondo, qualcosa che sfugge alla comprensione di chi, come me, osserva la vicenda con scetticismo.

L’OMM ha in parte ritrattato, ma lasciando un ulteriore alone di ambiguità. Il record greco resta imbattuto, ma ormai il dubbio è stato piantato: quanti altri dati sono stati accettati con troppa facilità? Quanto possiamo fidarci delle cifre che diventano storia, se poi si scopre che dietro c’è un errore?

Perdonate il mio scetticismo e/o la mia mancanza di fiducia, ma, da tempo, ho capito che in questo Paese non ci si può fidare di nessuno. E chissà se anche in meteorologia, come in altre discipline, ciò che sembra certo nasconde spesso zone d’ombra.

A me questa cosa non riesce proprio a convincermi. Ecco perché, dopo aver letto l’articolo e lo studio di Alfio Grassi (del cui link non mi è ero accorto a causa del cellulare, con tanto di immagini e dettagli a testimonianza - secondo il geologo - del falso storico), ho provato a contattarlo. Non riuscivo a capire quali ripercussioni, positive o negative, potesse avere l’aumento anche solo di due gradi nella temperatura registrata.

Purtroppo, il geologo Grassi mi ha comunicato di essere in ferie all’estero. Mi ha però promesso che, appena rientrato a Catania, mi contatterà per spiegarmi nel dettaglio il suo studio e, soprattutto, per chiarire cosa – secondo lui – si celi dietro questa vicenda.

In attesa, proverò ad analizzare e riassumere quanto riportato nel suo studio...

martedì 12 agosto 2025

Quale documentazione deve predisporre il direttore dei trasporti.

Buongiorno, faccio seguito alle molte richieste ricevute a mezzo mail da parte di alcuni lettori che mi chiedevano un elenco dettagliato dei documenti che per l'appunto un Direttore dei Trasporti deve redigere e gestire, suddivisi possibilmente per frequenza di attenzione:

Documenti da gestire QUOTIDIANAMENTE

Registro di controllo dei veicoli – Verifica dello stato tecnico e manutentivo prima e dopo l’uso.

Foglio di viaggio (o scheda di missione) – Dettaglio dei percorsi, orari, autisti e carichi.

Registro delle ore di guida e riposo – Controllo del rispetto dei tempi di guida e pause (tachigrafo digitale/analogico).

Checklist sicurezza veicoli – Verifica pre-partenza (luci, freni, pneumatici, carico, ecc.).


Comunicazioni di anomalie – Segnalazione di guasti, incidenti o ritardi.

Tracciamento GPS e logistica – Monitoraggio in tempo reale delle spedizioni o delle forniture consegnate.

Documenti da gestire SETTIMANALMENTE

Pianificazione turni autisti – Assegnazione degli autisti nel rispetto delle norme sui tempi di guida.

Report consumi carburante – Analisi degli sprechi e ottimizzazione dei consumi.

Resoconto infrazioni/segnalazioni – Eventuali multe, violazioni del codice della strada o problemi legali.

Aggiornamento stato manutenzioni ordinarie – Verifica degli interventi programmati.

Documenti da gestire MENSILMENTE

Report prestazioni flotta – Analisi di efficienza, costi e tempi di consegna.

Controllo documenti autisti – Validità patenti, certificati medici, formazione ADR (se trasporto merci pericolose).

Registro manutenzioni veicoli – Revisioni, tagliandi, riparazioni.

Bilancio trasporti – Spese (carburante, pedaggi, manutenzioni) vs. ricavi.

Verifica polizze assicurative – Validità e coperture (RCA, carico, infortuni).

Registro formazione autisti – Corsi obbligatori (sicurezza, ecoguida, ecc.).

Documenti da gestire ANNUALMENTE (o con scadenza fissa)

Certificato di conformità CE dei veicoli – Omologazione e revisioni ministeriali.

Documentazione ADR (se applicabile) – Rinnovo certificati per merci pericolose.

Audit interni ed esterni – Verifica conformità alle normative (es. ISO 39001, regolamento UE 561/2006).

Piano di miglioramento flotta – Acquisti nuovi mezzi, rottamazioni, ottimizzazione logistica.

Relazione annuale sicurezza – Incidenti, near-miss, azioni correttive.

Aggiornamento normativo – Recepimento nuove leggi (es. direttive UE, modifiche al Codice della Strada).

Altri documenti importanti (da tenere sempre aggiornati)

Manuale di qualità e sicurezza – Procedure aziendali per il trasporto.

Registro infortuni sul lavoro – Obbligatorio per il D.Lgs. 81/08.

Autorizzazioni al trasporto – Licenze comunitarie/nazionali, autorizzazioni particolari (es. eccezionali, animali vivi).

Ogni documento deve essere conservato secondo i tempi previsti dalla legge (es. registri di guida: 1 anno, documenti fiscali: 10 anni).

Se poi il Direttore dei Trasporti deve certificare le attività svolte per inserirle in un piano di qualità (es. ISO 9001, ISO 39001, EN 12513 per la logistica, ecc.), allora ecco che dovrà adottare un sistema documentale strutturato che garantisca tracciabilità, conformità e miglioramento continuo.

Per far ciò ovviamente servirà mettere in atto tutta una serie di azioni mirate per una corretta gestione certificata.

1. Implementare un Sistema di Gestione Documentale (Document Control)

Procedure scritte per ogni attività (es. "Istruzione operativa per la manutenzione dei veicoli").

Registri numerati e revisionati (es. "Registro manutenzioni v.2.0 del 01/2024").

Archiviazione ordinata (cartacea/digitale) con accesso controllato.

2. Adottare Moduli Standardizzati e Validati

Checklist firmate (es. "Checklist pre-partenza autista – Mod. QMS-005").

Report approvati (es. "Report mensile consumi carburante – Firmato dal Direttore").

Registri con evidenza di verifica (es. "Registro ore guida – Verificato da [Nome] il [Data]").

3. Eseguire Audit Interni ed Esterni

Pianificazione audit (es. "Audit semestrale sul rispetto dei tempi di guida").

Checklist di verifica (es. "Checklist audit ADR – Allegato al Manuale Qualità").

Report non conformità e azioni correttive (es. "NC-2024-001: Veicolo senza revisione – Azione: blocco fino a regolarizzazione").

4. Tenere Registri delle Revisioni Periodiche

Piano delle revisioni documenti (es. "Aggiornamento Manuale Qualità ogni 2 anni").

Log delle modifiche (es. "Modifica procedura formazione autisti – Rev. 3.0 del 05/2024").

5. Formazione e Addestramento Certificato

Registro formazione con firme e attestati (es. "Corso ADR 2024 – Autista Rossi Mario").

Valutazione delle competenze (es. "Test di idoneità alla guida ecologica").

6. Monitoraggio KPI (Indicatori di Prestazione)

Report periodici su:

Puntualità consegne (%)

Consumo carburante (km/litro)

Tasso di guasti (n° guasti/veicolo/anno)

Infrazioni stradali (n° multe/anno)

Analisi trend e obiettivi di miglioramento (es. "Riduzione del 10% dei consumi entro il 2025").

7. Raccogliere Evidenze Oggettive

Fotografie (es. carico correttamente fissato).

Log digitali (es. estrazioni dati tachigrafo).

Firme autisti (es. "Conferma avvenuta verifica pre-partenza").

8. Allineamento alle Norme di Riferimento

Mappatura dei requisiti (es. "Tabella di conformità al Reg. UE 561/2006").

Riferimento esplicito nei documenti (es. "Procedura conforme all’Art. 47 D.Lgs. 285/92").

Esempio Pratico di Certificazione in un Piano Qualità

Documento: *"Piano di Manutenzione Veicoli – Cod. QMS-MAN-001"*

Contenuto: Scadenziario interventi, fornitori autorizzati, modulo di consuntivo.

Certificazione:

Firmato dal Direttore e dal Responsabile Qualità.

Allegati report di manutenzione e fatture dei fornitori.

Verificato in audit con registrazione nel verbale.

Comprenderete che nel realizzare quanto sopra vi siano dei vantaggi grazia ad una Gestione certificata, come la:

✔ Riduzione rischi legali (multe, sanzioni).

✔ Miglioramento efficienza (dati misurabili per ottimizzare costi).

✔ Fidelizzazione clienti (garanzie di trasparenza).

✔ Accesso a gare e banditori (requisito spesso obbligatorio).

Infine, se l’azienda è già certificata ISO o intende esserlo, il Direttore dei Trasporti dovrà collaborare con il Responsabile Qualità per integrare i processi nel Sistema di Gestione.

lunedì 11 agosto 2025

Israele e gli Houthi: Il braccio di ferro nel Mar Rosso.

Israele ha dimostrato più volte di saper colpire con precisione, come nel caso dei raid in Iran, e adesso si prepara a individuare nuovi bersagli nello Yemen ed in Libano per infliggere colpi ancora più significativi agli Houthi e agli Hezbollah. 

Una fonte militare israeliana, però, non ha nascosto la complessità crescente di queste operazioni, ammettendo che gli strumenti attualmente a disposizione non sono sufficienti a fermare del tutto i lanci missilistici. Eppure, una cosa è chiara: Tel Aviv non ha intenzione di restare con le mani in mano.

Gli attacchi aerei israeliani hanno già centrato il porto di Hodeidah, un punto nevralgico per gli Houthi, colpendo direttamente bulldozer, camion e perfino un serbatoio di carburante.

Nel frattempo l’organizzazione sciita libanese avrebbe allestito una serie di hub logistici nei distretti di Batroun, Jbeil, Minieh e Akkar, tutti situati nella parte settentrionale del Paese, strutturando quell'area in maniera autonoma, non solo nei mezzi e nelle decisioni, ma soprattutto, con le armi.

L’uso crescente dei droni, lanciati direttamente dalle basi israeliane, ha permesso di ridurre i rischi per i piloti, dimostrando una strategia sempre più raffinata e mirata e nonostante la fermezza israeliana, replicare agli stessi modelli usati contro di essa, sembra al momento improbabile. 

Già... la distanza geografica nel caso dello Yemen e la mancanza di una rete di intelligence altrettanto solida in quei territori, rendono difficile applicare lo stesso approccio utilizzato a Gaza o in Iran. Gli Houthi, dal canto loro, non si fermano nel cercare di sviluppare nuove capacità militari, spinti dal supporto di quest'ultimi, anche se i risultati non sempre seguono. 

Difatti... ogni tentativo di ricostruire le infrastrutture portuali viene puntualmente vanificato da nuovi bombardamenti, come a ribadire un messaggio inequivocabile: ogni sforzo di riparazione verrà punito con nuovi attacchi!

Nel frattempo, gli Stati Uniti lanciano un nuovo monito: Teheran starebbe riorganizzando le milizie alleate nella regione, e gli Houthi potrebbero presto ricevere armamenti ancora più sofisticati. 

In questo equilibrio instabile, però, nessuno può dire con certezza come andranno le cose. Le rotte del Mar Rosso, strategiche per il traffico marittimo mondiale, potrebbero presto trasformarsi in un teatro di conflitti imprevedibili, dove ogni mossa genera reazioni a catena. 

E in questo gioco di specchi, dove le intenzioni si confondono con le azioni, l’unica certezza è che il prossimo colpo, in qualsiasi momento, potrebbe cambiare tutto.

domenica 10 agosto 2025

Urlavano sovranità, ora obbediscono agli USA. La Spagna no!

Già... prima delle elezioni, la coalizione urlava alla Sovranità! Ora, gli stessi che sono saliti al Governo, evidenziano comportamenti lacchè agli Usa! Sì... a differenza della Spagna, che - con i fatti - dimostra essere autonoma!


Difatti, la Spagna ha scelto di dire "no" agli F-35 statunitensi, e lo ha fatto con una motivazione che suona come un manifesto di sovranità. "Questione di principi", ha dichiarato il ministero della Difesa, preferendo puntare su opzioni europee come l'Eurofighter e il Future Combat Air System.



Non è solo una scelta tecnica, ma politica, un segnale chiaro di indipendenza da Washington, soprattutto in un momento in cui gli Stati Uniti, sotto la guida di Trump, impongono alla NATO di alzare la spesa militare al 5% del Pil e minacciano dazi commerciali. Madrid non ci sta, e mentre altri Paesi - come ad esempio il nostro - si piegano, la Spagna dimostra di avere una schiena più dritta.

Il governo Sánchez ha approvato con riluttanza un aumento della spesa militare, ma solo fino al 2% del Pil, ben lontano dalle richieste americane. Una decisione che non è piaciuta a Trump, il quale ha risposto con minacce di ritorsioni economiche. Eppure, la Spagna non ha abbassato la testa, anzi, ha ribadito la sua volontà di ridurre la dipendenza dagli USA, anche in campo tecnologico, come dimostra la scelta di affidare a Huawei l'archivio delle intercettazioni giudiziarie. Un altro tassello di una strategia chiara: difendere la propria autonomia decisionale.

Certo, lo Stato maggiore spagnolo non nasconde le preoccupazioni. Senza gli F-35, la sostituzione degli Harrier AV8B entro il 2030 diventa un rompicapo. Le alternative europee sono ancora lontane dall'essere operative, e l'unica soluzione immediata sarebbe proprio il caccia americano. Ma Madrid sembra disposta ad accettare questo rischio pur di non sottostare alle pressioni di Washington. Il messaggio è chiaro: meglio una flotta aerea meno avanzata oggi che rinunciare alla propria sovranità domani.

Lockheed Martin ha provato a giocare la carta europea, sottolineando che gli F-35 sono assemblati in Italia, ma non è bastato. Per la Spagna, il problema non è la provenienza geografica del velivolo, ma la dipendenza strategica dagli USA.

E dopo le ultime uscite di Trump, che ha minacciato di far pagare il doppio a chi non si allinea, la posizione di Madrid appare ancora più significativa. E così... mentre altri governi cedono, la Spagna dimostra che esiste ancora un modo per resistere alle logiche del ricatto.


Ed allora - vorrei chiedere a tutti quei burattini che si presentano ogni giorno in Tv a raccontarci (quanto imparato a memoria), quasi fossero "pappagalli" o come li definiva la Fallaci "Cicale": siamo stanchi di vedere quei vostri visi, ma soprattutto ci siamo rotti le palle di ascoltare - in una televisione nazionale - le solite caz...

Urlavano sovranità, ora obbediscono agli USA!

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