Translate

sabato 21 febbraio 2026

YouTube, basta odio online: la mia richiesta per oscurare i canali che alimentano odio e trasformano il calcio in violenza verbale!

Buonasera a tutti, e bentrovati in questo angolo di riflessione sportiva che, ve lo anticipo, nasce durante la pausa pranzo, davanti a un panino e al portatile di un mio collega interista che, puntuale come le rate del mutuo, si sintonizza su quei canali "YouTube" dove il calcio non si gioca, ma si processa. 

E io lì, tra un morso e l’altro, divento spettatore involontario di un genere visivo che non sapevo esistesse: il complottismo sportivo, la dietrologia da bar elevata a sistema, la teoria del Grande Vecchio che, guarda caso, indossa sempre i colori della squadra avversaria. Sento parlare di "Marotta League", di presunte manovre ai danni della serie A, e penso a quel signore, l’amministratore delegato dell’Inter, che io ho sempre stimato come uno dei professionisti più seri e competenti del settore, e me lo ritrovo trasformato in una specie di burattinaio ombra, un puparo che muove i fili del campionato... 

E allora mi chiedo: ma che fine ha fatto il tifo sano, quello che si ferma al novantesimo, che applaude un avversario se ha giocato bene e che, al massimo, si sfoga con l’amico al bar senza chiedere una petizione per marciare su Roma contro il sistema? Perché oggi, invece, se perdi, non è mai colpa dell’avversario che è stato più forte, ma di un complotto, di un arbitro venduto, di un dirigente che manovra, e allora si alza il livello, si passa dalle chiacchiere alla ricerca del nemico, e quel nemico va combattuto, va insultato, va fermato.

E qui arriva il punto che più mi lascia perplesso, quello su cui ho girato e rigirato i miei pensieri: poco tempo fa, un personaggio pubblico, un noto imprenditore e opinionista televisivo, ha rilasciato dichiarazioni pesantissime in tv, accusando senza mezzi termini persone e programmi. Ora, al di là del merito di quelle accuse, che andranno provate in sede opportuna, ho assistito a una reazione immediata e chirurgica: i legali dei soggetti chiamati in causa hanno sporto denuncia, e il web, prontamente, ha oscurato quei video, ne ha limitato la divulgazione, li ha resi invisibili in un batter d’occhio. 

Ed allora mi dico: giusto, sacrosanto, la legge è uguale per tutti e se si valica il confine della diffamazione, si paga! 

Ma allora, mi spiegate, come è possibile che, quotidianamente, su quelle stesse piattaforme, possano circolare indisturbati messaggi di una violenza inaudita, ben peggiori e più offensivi di quelle dichiarazioni?

Parliamo di gente che invoca petizioni "antiratti", che scrive libri con titoli che sono già un programma di guerra, che aizza i tifosi all'odio, che minaccia le famiglie dei calciatori, che trasforma un dibattito in un ring di "wrestling", passando dalle parole agli sputi e, talvolta, perfino alle mani, il tutto rigorosamente in diretta, tra like e condivisioni. 

Dov’è la denuncia per questi? Dov’è la blindatura dei social per questi messaggi che incitano alla violenza, che seminano odio tra la gente, che trasformano lo sport, che dovrebbe essere il regno della lealtà e del rispetto, in un campo di battaglia verbale, dove tutto è concesso pur di alzare l’audience e spillare qualche euro in più a quei social?

Io, lo scorso anno, avevo provato a mettere nero su bianco queste perplessità, scrivendo un post in cui parlavo del lato oscuro di YouTube, di come certi pseudo-creator utilizzino il calcio come pretesto per offendere, denigrare e aizzare gli animi. E lo sport, ve lo ricordate, cos’è? È attività fisica, è divertimento, è intrattenimento, ma è soprattutto rispetto! 

Rispetto per i compagni, per gli avversari, per gli arbitri, per il pubblico ed invece, in quei video, di rispetto non ce n’è nemmeno l’ombra. Ricordo ancora, e non posso non citarlo, l’ondata di insulti gratuiti, feroci, personali che sono piovuti addosso a Thiago Motta quando è stato accostato alla Juventus. Criticato non solo per le scelte tattiche, per i risultati, per la gestione dello spogliatoio, ma soprattutto hanno attaccato la sua dignità di uomo, usando toni denigratori che nulla hanno a che fare con il campo: questo non è calcio, non è giornalismo, è solo becero bullismo. 

E la piattaforma dov’è? Dov’è il filtro? Perché si interviene con il pugno di ferro solo quando a parlare è un personaggio scomodo con un seguito televisivo, ma si chiudono entrambi gli occhi davanti a questi fenomeni da baraccone che, con la scusa del tifo, alimentano ogni giorno una spirale di odio che dai social poi tracima purtroppo nella vita reale, negli stadi, nelle strade?

Allora, io credo che ognuno di noi abbia una responsabilità, piccola o grande che sia. Possiamo iniziare a farlo, noi per primi, segnalando quei contenuti che violano ogni regola del vivere civile, non per censura, ma per difendere un bene comune che è il valore dello sport. Dobbiamo scegliere da che parte stare, e io scelgo di promuovere, anche con questo post un po’ fuori dagli schemi, quei creator che parlano di calcio con passione, con competenza, con rispetto, anche quando si critica: Perché si può criticare senza distruggere, si può essere rivali senza diventare nemici. 

Bisogna tornare a educare, a spiegare ai più giovani, ma anche a certi adulti che dovrebbero dare l’esempio, che le parole hanno un peso, che dietro uno schermo c’è una persona in carne e ossa, che gli insulti lasciano il segno e che lo sport, quello vero, è un’altra cosa: È fatica, è sudore, è gioia condivisa, è anche sofferenza, ma è sempre e comunque un ponte, mai un muro. 

E allora fermiamo questa deriva, per favore, riportiamo il calcio a essere quel gioco meraviglioso che ci ha fatto innamorare, e usiamo la testa e il cuore per costruire, non per demolire. Perché alla fine, quando smettiamo di tifare e torniamo a sederci allo stesso tavolo, siamo solo persone, e il rispetto è l’unica cosa che dovremmo pretendere, per noi e per gli altri.


venerdì 20 febbraio 2026

Incredibile: Un governo stracolmo di indagati e condannati che propone un referendum sulla giustizia!

Sì... stamani vi chiedo gentilmente di osservare questa foto, e fermarvi un attimo a riflettere su ciò che rappresenta: la Repubblica, quella nostra cara vecchia signora dai tratti solenni, che si appresta a compiere il suo dovere più alto, quello di cittadina, infilando nell'urna il suo "No"

Un'immagine di rara dignità, in un periodo storico in cui la dignità, specialmente in certi palazzi, sembra essere stata messa in soffitta. 

Perché se ci pensiamo, il titolo di questo post non è uno slogan, è una fotografia politica talmente nitida che quasi acceca: un governo stracolmo di indagati e condannati che organizza un referendum sulla giustizia. Già così, messa giù in parole povere, ha la potenza comica di una vecchia commedia all'italiana, solo che questa volta il copione lo scrivono a Montecitorio e la risata, amici miei, ci si gela in gola.

Ed è proprio questo il punto, il nodo che rende tutta la faccenda non solo paradossale, ma profondamente indecente. Il 22 e 23 marzo saremo chiamati a dire la nostra su una riforma della Costituzione, su modifiche agli articoli che riguardano l'ordinamento giurisdizionale e l'istituzione di una Corte disciplinare. 

Un quesito scritto in un linguaggio volutamente complesso, quasi a voler nascondere la polvere sotto al tappeto, ma che nella sostanza ci chiede: sei d'accordo con questa rivoluzione della giustizia voluta da questo Parlamento? Ed è qui che il mio spirito, e spero il vostro, si ribella. Non entriamo nemmeno nel merito, non ora. Prima di discutere di articoli e commi, fermiamoci un attimo a guardare chi ci porge la scheda.

Perché il punto, il nodo fondamentale, è tutto nella stonatura, in quel contrasto stridente tra il messaggero e il messaggio. Da un lato abbiamo un'esecutivo, una maggioranza, dove la fedina penale di alcuni suoi illustri membri sembra più un campo di battaglia che un documento in regola. Gente che con la giustizia, quella vera, quella che dovrebbe essere uguale per tutti, ha un rapporto viscerale, conflittuale, a dir poco personale. E dall'altro lato, questi stessi signori, con il sorriso stampato sui manifesti, ci invitano a riformare le regole del gioco. 

È come se il lupo chiedesse ai pastori di rivedere il perimetro dell'ovile, promettendo che lo farà per il bene di tutte le pecore. Il sospetto, anzi la certezza morale, è che l'obiettivo non sia affatto una giustizia più giusta o più efficiente, ma una giustizia più comoda. Una giustizia che, guarda caso, faccia meno paura a chi siede su certi scranni.

E allora il loro referendum, questo appello al popolo sovrano, si tinge di una luce sinistra. Non è un atto di fiducia nella democrazia diretta, è un'operazione di "maquillage" istituzionale. Si nascondono dietro la maestà della Costituzione e la sacralità del voto popolare per portare a casa un risultato che è innanzitutto personale. Vogliono blindarsi, vogliono costruirsi un fortino dove i processi, le inchieste, le scomode eventualità di una condanna non possano più scalfire la loro poltrona. 

Questo referendum, nelle loro mani, diventa così lo scudo per proteggere le loro spalle, non la lancia per difendere i diritti dei cittadini. Ecco perché quella figura della Repubblica che vota No è così potente: è il richiamo a una politica più alta, più pulita, quella che antepone il bene comune agli interessi di casta.

La loro proposta di riforma, con tutte le sue norme e i suoi tecnicismi, arriva quindi avvelenata alla fonte. Non possiamo berla come fosse acqua fresca e pura, perché il bicchiere che ce la porge è sporco e allora, al di là di ogni dibattito tecnico su cui pure bisognerebbe soffermarsi, la domanda che dobbiamo porci è una sola, ed è una domanda etica, prima ancora che politica: vogliamo davvero affidare a degli imputati eccellenti la riscrittura delle regole del processo? Vogliamo che siano proprio coloro che hanno paura del giudice a ridisegnare i poteri della magistratura? 

La risposta, per me, è un secco, liberatorio NO!. Un No che non è solo alla riforma in sé, ma è un No a questa impostura di fondo. È un grido per dire che la dignità delle istituzioni viene prima della tranquillità di qualche parlamentare.

Perché in fondo, la loro iniziativa fa ridere, sì, come dice il titolo. Ma è una risata amara, di quelle che vengono quando la realtà supera la fantasia e ti accorgi che il paese dei balocchi, purtroppo, esiste davvero. 

E la cosa assurda è che in questo mio paese (perché vorrei ricordare a tutti che è nostro e non per come quegli esigui pensano e cioè relegato alla loro casta...), questi "burattini" credono di esser loro i "burattinai"!


 

giovedì 19 febbraio 2026

La frana degli avvertimenti inascoltati!

Come sempre, arriva l’acqua, poi il fango e quindi il crollo... e dopo ancora, come un rituale ormai inscenato a memoria, arrivano "loro", sì... quelli che dovevano prevenire, che avrebbero dovuto vigilare, che erano stati posti lì, proprio per far questo! 

Ma ormai sappiamo bene come quest'ultimi, si muovano soltanto quando tutto è ormai in pezzi, quando le crepe sulla collina sono divenute voragini, quando le case e le strade sono state inghiottite nel terreno e soltanto allora, si solo a fatto compiuto, si affacciano per osservare quanto accaduto, con i loro distinti incarichi e quelle assurde dichiarazioni, già... per commentare un disastro che si sarebbe potuto evitare.

Ed allora, ogni sera, osservo nei Tg nazionali la cittadina di Niscemi, un paese che potrebbe, da un momento all'altro, scivolare verso la piana. Sembra la scena di un film che si ripete in loop, ma è la tragica litania che accompagna da oltre un trentennio questa nostra isola. Eppure va detto... non mancano i progetti, le carte, le buone intenzioni, anzi, sono tutti lì, perfettamente redatti, con tanto di firme e di finanziamenti stanziati.

Come ad esempio non ricordare quel progetto di consolidamento per la frana del ’97, con la sistemazione del torrente, i cui ultimi atti ufficiali risalgono a un anno fa. Un progetto "mai nato", come tanti altri, rimasto sepolto sotto altre priorità, forse sotto altro. L’appaltatrice venne licenziata per “gravi ritardi” si legge e nel frattempo, si son fatti dei terrazzamenti, altri piccoli interventi, ma il cuore del problema, quello vero, è rimasto lì, a marcire insieme al terreno argilloso, in attesa del suo risveglio.

Questo è il punto, il vero cuore della questione: È tutto scritto, saputo, confermato! Lo dicono i geologi da una vita: certi luoghi sono predestinati, certi equilibri geologici sono talmente fragili che l’uomo, con il suo calcestruzzo e la sua incuria, non fa che accelerarne il corso. L’abitato sorge su un pianoro di sabbia che poggia su argille impermeabili, una condizione che invita allo scivolamento. Le indagini lo hanno dimostrato, i monitoraggi lo confermano: il dissesto è profondo, strutturale, solo in quiescenza relativa. 

Non è un’eccezione, è la norma. E la conclusione, per chi vuole ascoltare la scienza e non l’orgoglio, è netta: non esistono soluzioni tecniche definitive, solo interventi di mitigazione. L’unica strada seria sarebbe una pianificazione che riduca l’esposizione, che pensi a una progressiva delocalizzazione ed invece no... si preferisce fingersi sorpresi ogni volta, come se la pioggia di oggi fosse un evento mai visto, e non la semplice conferma di quanto seminato ieri.

E così, mentre la collina sta franando, mentre il capo della Protezione Civile descrive una situazione critica per l’intera altura, ed allora ti chiedi: dov’erano, tutti questi anni, coloro che avrebbero dovuto ascoltare? Perché le voci che denunciavano i rischi, che scrivevano di alvei da mettere in sicurezza, di canali di scolo da ripulire, di una cementificazione folle che ha impermeabilizzato il suolo, sono rimaste sussurri inascoltati? 

Sono anni, decenni, che se ne parla, eppure, nulla cambia. Si spendono fiumi di denaro in consulenze, in progetti, in commissioni. A volte, purtroppo, scopriamo che parte di quei fondi ha intrapreso strade oblique, come ci hanno ricordato recenti inchieste che hanno coinvolto persino figure istituzionali delegate proprio al contrasto del dissesto. E allora il cerchio si chiude in modo perfetto e crudele: l’incuria si sposa con l’illecito, e il territorio paga il conto più salato.

Alla fine, restano loro, i cittadini. Abbandonati in un territorio martoriato, senza piani seri di emergenza, costretti a contare i danni di una vita che va in frantumi, insieme alla propria casa. Assistono impotenti allo stesso balletto: l’allarme ignorato, la catastrofe, la mobilitazione tardiva, le promesse. E poi il silenzio, fino alla prossima pioggia.

È una storia che si ripete senza soluzione di continuità, già... una storia di doveri voltati dall’altra parte, di responsabilità evase, di allerta non lanciate. 

Una storia che dimostra come, in fondo, non sia la natura la più spietata, ma l’indifferenza di chi, seduto su quelle poltrone, avrebbe il potere di cambiare le cose e invece aspetta, sì... che la terra smetta di tremare. Ma solo... per ricominciare daccapo!

mercoledì 18 febbraio 2026

La ragnatela dei "bonus" fantasma...

Già... ogni volta che apro le pagine delle cronache e mi imbatto nell’ennesima notizia di truffa sui "bonus edilizi", provo un grande sconforto e una sensazione amara che conosco bene, perché in questi anni ho scritto decine di post su questo argomento, eppure – nonostante tutto – ogni nuova inchiesta riesce, ahimè, a lasciarmi senza parole. 

Quella di queste ore arriva dalla Procura di Venezia, e ha il sapore amaro di una conferma: i numeri sono da capogiro, le modalità sono le solite, e il danno è per tutti noi.

Siamo intorno ai 77 milioni di euro, tra crediti fiscali fantasma e beni sequestrati. Sembra che un ragioniere, secondo le indagini del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria, avrebbe messo in piedi un sistema spregiudicato: accesso abusivo ai cassetti fiscali di persone ignare, società intestate a prestanome, crediti d’imposta generati dal nulla e immediatamente ceduti

Un meccanismo che si è esteso come una ragnatela da Venezia a Milano, da Roma a Catania, passando per Napoli e Caserta. Ventiquattro immobili sequestrati, conti correnti bloccati per 3,6 milioni, crediti d’imposta ancora giacenti per 34,5 milioni. Diciannove indagati, ventitré società coinvolte, trentatré persone fisiche che – consapevoli o meno – si sono trovate al centro di questa ragnatela.

Leggendo i dettagli dell’inchiesta, mi sono tornate in mente le parole che ho usato tante volte, nei miei numerosi post, quasi fossero un ritornello. Ricordo ad esempio di quando parlai di quella prima inchiesta (casualmente anch'essa dalle parti di Treviso), dove i finanzieri scoprirono crediti fittizi per oltre 230 milioni. O quando raccontai di uno studio che, attraverso lo sconto in fattura e la cessione dei crediti, aveva creato un vortice di "denaro sporco" che finiva all’estero. 

E poi ancora la vicenda esilarante compiuta nella città di Messina, partita dalla denuncia di un cittadino che si ritrovò nel proprio cassetto fiscale 1,3 milioni di euro di crediti mai chiesti, oppure, quella di Sassari, con i lavori inesistenti e le fatture gonfiate e per l’ultima (tanto epr dire...), quella di pochi mesi fa, a Barletta, con 52 milioni di euro di falsi bonus.

Quel che colpisce, in questa come nelle altre storie, è la sensazione di assistere a un copione che si ripete identico. Le stesse modalità, gli stessi ruoli, le stesse falle nel sistema. L’accesso abusivo ai cassetti fiscali, l’uso di prestanome, la creazione di crediti d’imposta su lavori mai eseguiti, e poi la cessione a catena fino alla monetizzazione finale. 

Un’architettura che qualcuno definirebbe "ingegnosa", se non fosse così criminale, e che lascia interdetti quando si pensa alla semplicità con cui viene messa in atto: bastano poche credenziali rubate, qualche documento contraffatto, e il gioco è fatto. Viene da chiedersi, a questo punto, se chi ha progettato questi meccanismi di accesso ai bonus sia stato semplicemente ingenuo, o se invece ci sia una miopia di fondo che non si riesce a superare.

C’è poi un altro aspetto che mi tormenta, e che ho già accennato in passato: La rapidità con cui certe procure e certe forze dell’ordine riescono a intervenire, rispetto alla lentezza di altre. In questa inchiesta, come in quella precedente sempre a Treviso, i risultati sono arrivati in tempi brevi, grazie a un lavoro meticoloso sui dati della piattaforma dell’Agenzia delle Entrate, sulle tracce bancarie, sulle testimonianze. 

Ma quante altre inchieste restano impantanate? Quante indagini non decollano perché manca quella spinta, quella determinazione che invece altrove fa la differenza? È una questione che ho già sollevato, e che continua a pesarmi: la distanza tra Nord e Sud non è solo geografica, è anche culturale, operativa. E mentre da una parte si sequestrano beni e si bloccano crediti, dall’altra si aspetta, si resta imbambolati, e il danno si allarga...

Il punto, però, è ancora più profondo. Perché queste truffe non colpiscono solo l’erario, non sono solo numeri su un bilancio pubblico. Colpiscono la fiducia di chi quelle agevolazioni le ha usate onestamente, di chi ha ristrutturato la propria casa sperando in un aiuto concreto dallo Stato. Colpiscono le imprese che lavorano pulito, che si trovano a competere con chi froda e inquina il mercato. E colpiscono tutti noi, che vediamo risorse destinate alla ripresa economica finire in mani sbagliate, disperse in un vortice di illegalità che non si ferma mai.

C’è chi, dopo tutte queste notizie, potrebbe pensare che ormai sia inutile indignarsi, che questa sia la legge del contrappasso, già... il prezzo da pagare per vivere in un Paese come il nostro, dove l’imbroglio è pane quotidiano! Io... non la penso così, anzi credo che indignarsi sia necessario, tenere alta l’attenzione e soprattutto denunciare, sia l’unico modo per non rassegnarsi! 

Ma non solo...  ritengo anche che ognuno di noi possa fare la sua parte, piccola ma concreta. Controllare il proprio cassetto fiscale, per esempio, segnalare qualsiasi anomalia, qualsiasi credito sospetto che appaia senza motivo. Denunciare alle forze dell’ordine, ma anche al Ministero dell’Economia, perché ci siano più occhi aperti su questi meccanismi.

Perché la verità è che "fatta la legge, si trova sempre l’inganno". Ma se noi cittadini smettiamo di guardare, se abbassiamo la guardia, allora l’inganno diventa sistema. E questo ritengo, non possiamo permettercelo.

martedì 17 febbraio 2026

Lo spettacolo dura solo poche ore, la verità non resta nascosta a lungo!

C’è una scena che si ripete, da Malaga ai nostri schermi. Un uomo, un’immagine costruita e un palcoscenico pronto a crollare...

Siamo a Malaga e un anziano tassista ha noleggiato una barca lussuosa che non poteva guidare, ha indossato un completino da golf firmato, ha messo al polso un Rolex d'imitazione e, seduto al bar di fronte ha iniziato a raccontare di essere un miliardario che sta girando il mondo. 

Ecco che una ragazza bellissima, viene attratta da quest'uomo singolare, sì... non da lui, ma dallo spettacolo che rappresenta: quello della ricchezza, del potere, dell'accesso a un mondo di lusso. Secondo alcuni è salita su quella barca, e chissà... forse hanno trascorso la notte insieme. 

Lui comunque il mattino dopo, ha postato centinaia di foto sui social insieme a lei, già... il trionfo di una finzione riuscita. Poi, la verità è venuta a galla: niente miliardi, niente jet privati, niente Yacht lussuoso, solo la grigia normalità di una vita comune. Lo spettacolo era finito! 

La ragazza, disillusa, se n'è andata e il web, nel quale già iniziavano a circolare quelle foto, inizia a discutere, commentare, chiedersi, sì... se fosse uno scherzo o una frode. Ma la morale non sta nel giudicare il vecchio tassista, che quella notte ha voluto essere protagonista, la morale è nel meccanismo, perfetto e replicabile all'infinito: un'illusione costruita con pochi oggetti di scena può, per alcune ore, sovvertire la realtà e attrarre tutto ciò che desidera.

Si... sembra un copione che in questi mesi ci suona familiare, perché è lo stesso che stiamo osservando su un palcoscenico molto più grande, quello della nostra cronaca. Ed allora, si può costruire un personaggio, armarlo di rivelazioni, vestirlo da giustiziere o da vittima del sistema, e metterlo quindi in onda? 

Perché lo spettacolo, in questo caso, ha un valore: genera ascolti, fa discutere, costruisce un impero economico su fondazioni di polemica. Vive di emozioni forti e di reazioni immediate, proprio come la scenetta del finto miliardario al porto. E per un po', funziona... 

Il problema sorge quando si comincia a confondere quello spettacolo con la verità processuale, che segue un altro copione, fatto di tempi lunghi, prove, contraddittorio e sentenze. Sono due binari paralleli della stessa storia: uno corre veloce sulle rotaie dell'intrattenimento e del gossip esplosivo; l'altro procede lento e metodico sui binari della legge.

Certo, lo spettacolo può sembrare più vivido, più vero, perché urla, mentre la verità giudiziaria sussurra, e arriva dopo, ma statene certi: arriva!

Ecco la vicenda di Malaga che ho letto ieri sera nel web, nella sua semplicità, rivela il cuore di molte dinamiche che ci circondano. Quante persone, nel nostro mondo dello spettacolo e non solo, salgono su "barche noleggiate" pur di sembrare ciò che non sono? 

Quante carriere sono negoziate sull'accettazione di una finzione collettiva, sul far finta di credere a un ruolo pur di ottenere un posto al sole? È il compromesso silenzioso: io accetto la tua immagine costruita, e tu mi dai accesso al tuo palcoscenico. Sì... è un patto che regge, ma fintanto che le luci sono accese. 

Ma come ha insegnato il vecchio di Malaga, e come insegna ogni storia costruita sull'apparenza, le luci prima o poi si spengono. Arriva il mattino, arriva il conto, arriva la sentenza! La verità, anche se lenta, è implacabile. Non si può noleggiare in eterno.

Alla fine, forse, la lezione è proprio questa: nello spettacolo, sia esso una notte a Malaga o una battaglia mediatica, ciò che conta è l'effetto immediato. Nella vita, ciò che resta è la sostanza. Possiamo tutti essere affascinati, per un momento, dal luccichio di un orologio falso o dalla potenza di una rivelazione choc, ma sarebbe un errore credere che quello sia il mondo reale. 

Il mondo reale è ciò che rimane quando lo spettacolo è finito. Ed è lì, in quella luce cruda e senza filtri, che si giudica non lo spettacolo, ma la verità delle cose. Perché, come ci ricorda questa storiella spagnola: lo spettacolo dura solo poche ore, la verità no, quella resta!

lunedì 16 febbraio 2026

INTER - JUVE: Una vergogna per lo sport!

Buongiorno, stamani, provo a dare forma a un mio sfogo, ad un grido che arriva dritto dal cuore di chi lo sport lo vive, lo respira e lo ama, senza bisogno di divise o di bandiere.

Parto da un titolo forte, un pugno nello stomaco: "Inter-Juve una vergogna per lo sport!". Ecco, forse è proprio da lì che dobbiamo cominciare, da quella sensazione di amaro in bocca che ti resta addosso quando la domenica sera spegni la televisione e ti rendi conto che non hai assistito a una partita di calcio, ma a qualcosa di molto diverso.

Perché sabato sera, a San Siro, non si è giocata solo una partita. Si è consumata una piccola, grande rappresentazione di quello che non dovrebbe mai accadere, dentro e fuori dal rettangolo verde. E lo dico da persona che lo sport lo ha praticato, che sa cosa significa sudare su un campo, che conosce il valore del confronto leale, anche quando si gioca una semplice partitella con gli amici in spiaggia sotto il sole di agosto. 

Lo sport, quello vero, dovrebbe essere un'isola felice, un luogo dove i principi che fatichiamo a far valere nella vita quotidiana – l'onestà, il rispetto, la correttezza – diventano la regola non scritta, il fondamento di ogni gesto. Invece, sabato (ma non solo ormai il sabato sera...), abbiamo visto il contrario. Abbiamo visto la vita vera, con tutte le sue storture e le sue ingiustizie, entrare in campo e prendersi la scena.

Un episodio, su tutti, ha acceso la miccia. Un episodio che ha nome e cognome, ma che qui volutamente non voglio nemmeno pronunciare, quasi per pudore, per non dare ulteriore dignità a un gesto che dignità non ne ha. 

Un giocatore dell'Inter si lascia andare, si accascia a terra come colpito da un fulmine, dopo un contatto inesistente con un avversario. Una simulazione. Una bugia raccontata con il corpo. E l'arbitro, nel caos dell'azione, ci casca. Fischia, corre, estrae il cartellino rosso e lo sventola in faccia a un giocatore della Juve, quel Pierre Kalulu che in quel momento non può credere ai propri occhi. Lo vedi dalle sue espressioni, dai suoi gesti disperati, dalla sua corsa verso il direttore di gara, quasi in ginocchio a supplicarlo: "Rivedila, la prego, vada a vedere, non è successo niente!". 

È l'immagine più vera e struggente della serata: un calciatore che chiede giustizia, che si affida alla tecnologia, alla possibilità di rivedere le immagini, convinto che la verità, una volta mostrata, non possa che trionfare. Ingenuo. Perché la verità, a quanto pare, non è più un valore così scontato, nemmeno quando hai a disposizione tutti gli strumenti per farla emergere.

E qui veniamo al nodo centrale, al tarlo che rode chiunque abbia a cuore la pulizia di questo gioco: L'arbitro. O meglio, il sistema arbitrale. Perché non è solo questione di un errore umano, di quelli che ci stanno e ci staranno sempre. 

No, qui il dubbio è più profondo, più amaro. Quell'arbitro, in quel momento, aveva la possibilità di rimediare. Poteva, certo non è previsto dal protocollo (ma a volte si deve saper andar oltre, sì... se ci fosse un po' più di personalità...), chiedere al Var di rivedere l'azione. Poteva andare al monitor, guardare con i suoi occhi ciò che era realmente accaduto, e ammettere il suo sbaglio. Sarebbe stato un atto di coraggio, di onestà intellettuale, di quelle cose che dovrebbero distinguere un uomo in divisa, ma è proprio ciò che in quelle vesti non accade e sarà forse per questo motivo che da sempre ho scelto di non indossarne una!

E difatti... per quell'esser inquadrato alle regole (anche errate), si è affidato a chissà quale voce, a chissà quale ordine impartito dall'alto, e ha lasciato che l'errore diventasse sentenza! Ha scelto di non vedere. E così, non solo ha condizionato in modo irreparabile una partita, ma ha mandato un messaggio ben più grave, un messaggio che va dritto nei campetti di periferia dove migliaia di ragazzi sognano di diventare calciatori. 

Il messaggio è che: non conta essere onesti, conta essere furbi. Conta vincere, anche a costo di rubare, anche approfittando della mediocrità o della sudditanza di chi dovrebbe garantire le regole. È proprio il contrario di quanto in questi giorni, durante le Olimpiadi invernali, il Presidente Mattarella affermava sullo sport, sulla sua funzione educativa e la bellezza che dovrebbe trasmettere.

Allora mi chiedo, e vi chiedo, a cosa serve quella telecamerina che l'arbitro porta addosso, se poi non viene usata per comprendere, per decidere in scienza e coscienza? A cosa serve il Var, se diventa non uno strumento di verità, ma un paraocchi per confermare gli errori o, peggio, per gestire il risultato secondo logiche che con lo sport c'entrano poco? 

Si è demolito il principio del calcio, si è detto ai giovani che l'importante è vincere sempre, in qualsiasi modo. Con un rigore inesistente, con un fallo inventato, con una espulsione che è una farsa. E noi, che questo sport lo amiamo, restiamo qui a guardare, con un senso di impotenza che diventa rabbia.

Ecco perché, da ex sportivo, prima ancora che da tifoso (e lo ribadisco, io tifo Catania, e quello già di suo mi fa penare abbastanza, senza bisogno di queste sceneggiate...), sento il bisogno di prendere posizione. 

Ho deciso, e spero che tanti mi seguano, che da oggi non scommetterò più un solo euro su queste nostre partite, sì... che mi appaiono sempre più spesso "taroccate" e condizionate da episodi che di spontaneo non hanno nulla, anzi potrei affermare che mi sembrano molto (e qui il termine mi sembra appropriato...) "arbitrarie".

Perché quando muori così, quando vedi la disonestà premiata e applaudita, ti passa la voglia di crederci ancora. E allora non ci resta che tornare all'essenza, a quella partitella in spiaggia con gli amici, dove l'unico arbitro è il rispetto reciproco, dove l'unico risultato è divertirsi insieme. 

Perché forse, solo lì, lo sport è ancora quello che dovrebbe essere!

domenica 15 febbraio 2026

La busta della "Madonna di Fatima".

Non temete... non sono stato folgorato sulla via di Damasco e neppure ho visto un roveto ardente che bruciava senza consumarsi...

Quello che è successo è molto più imbarazzante, si perché accaduto a me, proprio a me, io che da sempre considero ogni apparizione mariana, con lo stesso scetticismo con cui ispeziono un qualsivoglia contratto d’appalto...

Eppure, guardando la foto di quei tre veggenti di Lourdes, qualcuno di voi avrà pensato: Ah, Nicola finalmente hai ceduto, ti sei convertito. Già... dopo anni di ragione spietata trascorsa attraverso una vita dissacrata condotta nella svalutazione dei valori sacri, con un'esistenza priva di senso spirituale e tradizionale, eccoti ora qua, inginocchiato, forse dinnanzi al "terzo segreto di Fatima", che come per Lucia - incredibilmente - ti è stato rivelato?

Be'... mi dispiace ma non è andata così.

Sì... "Fatima", quel terzo segreto, la solita storia soprannaturale che sembra uscita dal classico libretto di devozione, ed ora sono certo ti starai chiedendo il perché di questo post, già tu che conosci la mia diffidenza, il mio scetticismo radicato, il mio modo di affrontare il mondo con la lente spietata della ragione, sì... forse ti chiederai perché, oggi, ho scelto di parlare proprio su questo argomento...

Una domanda legittima, anch'io me la sono posta, a lungo, prima di scrivere. Forse perché certe esperienze, per quanto le si voglia seppellire sotto strati di razionalità, continuano a bussare alla porta della memoria, chiedendo di essere raccontate. Non per convincere, ma semplicemente per essere consegnate, sì... come si fa con un fatto strano accaduto in un giorno qualunque.

La premessa, credo, sia necessaria. Non sono un credente, non lo sono mai stato, nonostante un’educazione immersa nei salesiani, tra i profumi tenui dell’incenso e le ritualità silenziose di una famiglia cattolica, se pur poco professante. Anzi, è stato proprio il percorso dello studio, l’approfondimento a quei temi, che mi hanno condotto, con il passar degli anni, a star lontano da ogni ormeggio confessionale.

Nell'osservare le architetture dottrinarie, quelle narrazioni millenarie, i meccanismi di potere spirituale, ho compreso che dovevo prenderne le distanze. Ho trovato più verità in un uomo di nome Gesù, nei suoi insegnamenti di fratellanza - riportati nei vangeli (apocrifi) rimossi - che non in tutte quelle successive costruzioni teologiche e in quei suoi presunti (per non dire "falsi") portavoce in terra. Sono diventato un agnostico convinto, forse persino un ateo praticante, che considera il sovrannaturale come il prodotto più sofisticato dell’umana necessità di dare un volto al mistero.

Eppure, in un momento di assoluta certezza razionale, è accaduto qualcosa. Un piccolo, insignificante evento che ha scalfito - solo per un attimo - la mia corazza di ferro. Eccovi il racconto...

Era un giorno come tanti, "seduto" nel luogo che preferisco maggiormente per pensare ed anche per leggere, circondato da libri e riviste dimenticate. Tra questi, spuntava fuori un volume che non ricordavo di aver acquistato: "Fatima: il segreto della settima apparizione", di Giacobbe Elia, edito da Pagine dell’Arco. Centoventisei pagine, rilegatura semplice, niente di appariscente... 

Eppure, sulla copertina, il volto serafico della Statua della Madonna di Fatima e l’eterno mistero del terzo segreto o forse, stavolta, di un altro ancora. Lessi con il sorriso sarcastico di chi sa già come va a finire. La solita storiella. I pastorelli, le apparizioni, i segreti custoditi in Vaticano. Finito di leggere, un moto di scherno, quasi una sfida infantile, mi spinse a rivolgere un pensiero verso quell’entità. Sì, proprio a Lei, come se fosse lì, un’ospite silenziosa in quel mio momento di intimità.

Le dissi, mentalmente, con chiarezza brutale: sai bene che non credo in te. Non credo in tuo figlio divinizzato, viceversa credo in un uomo che parlava d’amore. Ho letto di questo segreto che tenete nascosto, tu e la tua chiesa. Ma prima di ogni altra cosa, vorrei dirti - se esisti davvero - sì... se sei qualcosa di più di un’invenzione: dimostramelo, dammi un segno!

Ah... premetto, non voglio visioni, sogni, interpretazioni idealizzat,, ancor meno voglio sentimenti confusi o immagini astratte tra le nuvole. Voglio qualcosa di concreto, sì... di terreno, di innegabile, voglio ad esempio che tu ti presenti, con nome e cognome e voglio che sia tu, solo tu: la Madonna di Fatima. Niente altre simili (Lourdes, Medjugorje oppure quella nera di Tindari), quindi... nessuna apparizione, niente equivoci. Ah... dimenticavo, hai anche un limite di tempo: oggi, il tutto, entro e non oltre le dodici. Nicola mi hai chiamato ed eccomi qui... sì, devi dirmi così. Sarà la tua firma e poi ti chiedo di mandarmi qualcosa di tuo da poter conservare.

Detto fatto, lasciai andare il pensiero come si lancia un sasso in uno stagno, senza aspettare nemmeno un’increspatura. La giornata proseguiva. Mia nipote festeggiava il suo compleanno e dovevo tra l'altro raggiungere i miei genitori. Presi l’auto con la mia famiglia, la mente già altrove, sulla torta, sugli auguri, sulla normalità rassicurante di una festa. Sotto casa dei miei, trovai mia madre che ci aspettava. 

Accostai l'auto dal suo lato, ma prima ancora di un saluto, tende una piccola pila di posta. È un’abitudine: alcune mie comunicazioni ufficiali, pagamenti, etc. arrivano ancora lì... Cercai di rimandare, ma lei insistette, così mia moglie le prese per me. Parcheggiai e, nell'attesa, quasi per distrazione, cominciai a sfogliare le buste. Bollette, pubblicità, l’ordinario fruscio della vita...

Poi, tra quelle buste, ne vidi una bianca, semplice. Sulla facciata, stampato in caratteri puliti, c’erano tre parole: Madonna di Fatima. Il mondo per un secondo si fermò. Un brivido freddo, non di paura, ma di puro stupore meccanico, mi percorse la schiena. Guardai l’orologio. I numeri del quadrante elettronico  segnavano le undici e cinquantanove. Rimasi immobile, in silenzio. Aprii la busta con gesto lento, all’interno, un foglio. Le prime righe erano: “Nicola, mi hai chiamato ed eccomi qui…”, sotto, una fotografia in formato A4 della Madonna di Fatima, e nel testo, un messaggio di protezione e la consegna di un rosario al suo interno. Il resto delle parole si perse in un ronzio sordo...

In quel momento, non sentii voce alcuna. Non ebbi visioni. Non provai una conversione improvvisa, provai solo lo smarrimento totale di chi, dopo aver costruito con pazienza un muro di logica, si vede consegnare attraverso una fessura un foglio con una scritta che non dovrebbe esistere.

Ho pensato: è uno di quei casi inspiegabili? Uno scherzo del destino? Una coincidenza così perfetta da sembrare un insulto all’intelligenza? Non lo so. So solo che per un istante, il mio mondo fortemente razionale ha vacillato. Non ha ceduto, ma si è incrinato. Sì... ha ammesso la possibilità, remota e folle, del miracolo quotidiano e insignificante. E in quello strappo, in quello scarto tra ciò che so e ciò che ho vissuto, si è aperta una storia.

Ma questa, è solo la prima parte, il resto, se vorrai, verrà un’altra volta. Per ora, mi fermo qui - non sono certo di poter continuare a raccontare il resto, quanto accaduto alcuni mesi dopo - la nostra Chiesa, sicuramente, preferirebbe non sentire quelle parole, ed allora... riporto soltanto questo strano ricordo tra le mani e il sapore di un mistero che, forse, non chiede di essere risolto, ma solo di essere ascoltato...

sabato 14 febbraio 2026

Il copione è sempre lo stesso. Ieri l’ho scritto, ed ora Barbagallo lo conferma. "Ragusa-Catania", l’ennesimo atto.

In questi giorni ho scritto alcuni post sull'argomento, mettendo nero su bianco la sensazione di nausea che prende quando si osserva questo meccanismo: le grandi opere che diventano palcoscenico, i lavoratori lasciati a secco, le piccole imprese che attendono invano i pagamenti.

Ed ecco che, puntuale come la cronaca, è arrivata la scena successiva.

Anthony Barbagallo denuncia lo stallo sul "lotto 3" della Ragusa-Catania. Operai in sciopero. Stipendi non pagati da novembre. Un’opera strategica, già finanziata, appaltata, di nuovo ferma.

Come avevo scritto, quanto accade non è un caso, non si tratta di una disgrazia occasionale: questo rappresenta - ormai da anni - il sistema che produce esattamente il risultato per cui è stato progettato.

Barbagallo parla del “codice degli appalti voluto da Salvini” e dei “subappalti a catena”. Io, viceversa, osservo da anni il risultato finale di quelle catene: chi sta all’ultimo anello viene semplicemente staccato e lasciato cadere!

Nel mio precedente post parlavo di “General contractor” che si aggiudicano gli appalti, avviano i cantieri, e poi, alla prima difficoltà, dichiarano crisi o, peggio ancora, passano il testimone in un gioco di scatole cinesi, solitamente ad altre imprese che hanno già dimostrato di presentare gli stessi problemi.

Ecco perché Barbagallo oggi chiede che le imprese sostituite lo siano solo tramite nuovo bando pubblico.

Perché è esattamente questo il punto. Perché oggi, in Italia, si può perdere una gara, essere inefficienti, e rimanere comunque dentro al sistema. Si cambia ragione sociale, si affitta un ramo d’azienda, si lascia il cerino acceso in mano ai creditori e ci si ripresenta alla prossima asta.

E chi paga? I lavoratori, che da novembre vivono di ansia e non di stipendio; le imprese locali, che hanno fornito inerti, cls, bitume, e che ora rischiano di fallire per un credito mai saldato.

Ma non solo: paga anche il territorio, sì… perché aspetta un’infrastruttura vitale e si ritrova, come sempre, con un cartello “cantiere sospeso” e le solite, abituali polemiche della politica.

Il segretario del Pd chiede un tavolo tecnico. Ritengo sia giusto, è doveroso. Ma io mi chiedo: quanti tavoli tecnici servono ancora prima di capire che il problema non è la mancanza di un confronto, ma l’assenza di responsabilità?

Allora mi viene spontaneo chiedere: se, come sempre accade, si procederà con il solito tavolo tecnico, che differenza c’è tra rispettare il contratto e non rispettarlo?

La sensazione, amara e persistente, è che la Sicilia venga utilizzata come una “landa di frontiera” del capitalismo italiano. Il posto dove si sperimentano i modelli finanziari più spregiudicati, dove i costi sociali si scaricano a valle, dove le regole si allentano perché tanto, alla fine, “c’è sempre qualcuno che protesta, ma nessuno che ferma davvero i cantieri”.

E invece i cantieri vanno fermati. Non i lavori: i cantieri fasulli!

Quelli dove si piantano le bandierine per incassare i primi stati di avanzamento e poi si abbandona tutto; quelli dove il cantiere è aperto giusto il tempo di far maturare i crediti verso lo Stato, che poi verranno ceduti, scontati, smaterializzati in operazioni finanziarie che non hanno più nulla a che fare con l’asfalto e il cemento.

La Ragusa-Catania non è solo un’opera. È un simbolo! E non do la colpa a questo attuale governo, ma a tutti quelli che per trent’anni si sono succeduti, prendendo migliaia e migliaia di preferenze, per stare seduti in quelle poltrone di Roma, senza fare mai un caz…

È il termometro di quanto questo Paese sia stato disposto a tollerare. E cioè: che il Sud è stato trattato come una succursale, sì… una periferia sacrificabile!

Barbagallo parla di “frutto amaro” e “indigesto”. Ha ragione. Ma attenzione... non è il sapore amaro di un frutto acerbo: è il sapore di un frutto marcio. E la putrefazione, si sa, parte sempre dall’interno!

O si interviene sul meccanismo - garanzie reali, responsabilità solidale a cascata, niente subentri senza trasparenza - oppure continuerò a dover scrivere lo stesso post tra due anni, su un altro lotto, con altri operai sotto il sole a brandire cartelli e con gli stessi mesi di stipendio non pagati.

Io quel post l’ho scritto, riscritto e scritto nuovamente. Oggi - ahimè - lo integro con la cronaca.

Ma ripeto: è una cronaca che conosciamo a memoria. E non credo sia più sopportabile.


venerdì 13 febbraio 2026

Al Nord i contratti milionari, mentre a Sud restano i conti da pagare!

Eccomi nuovamente qui a prendere in mano il filo che lega quanto si ripete ormai costantemente, così robusto da sembrare incatenato a questa nostra Sicilia; parliamo delle stesse mani che lo tengono, seppur quest'ultime siano spesso a Roma!

Si parla di opere fondamentali, di treni che dovrebbero unire e strade che dovrebbero svilupparsi, e invece diventano il palcoscenico di una recita che si ripete, immutabile nel copione, da decenni.

I nomi delle grandi imprese del Nord cambiano, arrivano con la fiducia delle gare vinte, fino alle sigle nuove che subentrano tra concordati e affitti di ramo, ma la musica è sempre la stessa. 

E a pagare sono sempre gli stessi: i lavoratori che restano senza stipendio, le imprese locali che hanno fornito materiali e mezzi, il territorio che aspetta un’infrastruttura vitale e trova solo cantieri deserti e quelle abituali polemiche.

Cosa dire... è un paradosso amaro, quasi metafisico, vedere fondi stanziati, attività programmate, e poi osservare il tutto bloccarsi perché l’ingranaggio si inceppa lontano da qui, in una sede legale del Nord, in una decisione finanziaria che tratta la Sicilia come una postazione periferica e sacrificabile. 

Quei "General contractor" che si aggiudicano appalti per centinaia di milioni, progettano, mobilitano indotti, avviano i lavori, e poi, alla prima difficoltà, dichiarano crisi, avviano concordati, lasciano il testimone a un’altra società, già... sembra di essere in uno gioco di scatole cinesi, dove tutti partecipano. 

Nel frattempo, chi ha lavorato, chi ha fornito, trasportato le forniture, eseguito i lavori, già... chi ha messo le ore del proprio personale in quel cantiere, aspetta, aspetta, sì... aspetta invano solitamente centoventi giorni, spesso di più, per vedere i propri crediti, ma dopo qualche anno, quando ormai gli importi sono cresciuti ahimè a dismisura, ecco che improvvisamente i propri crediti evaporano nel limbo, sì... di procedure infinite, che rischiano di portare al fallimento tutte quelle imprese, solo perché, avevano creduto a un contratto. 

È un sistema marcio, d'altronde non vi è altro modo di chiamarlo, e non si può che concordare, perché la putrefazione sta proprio nel fatto che questo meccanismo sembra perfettamente oliato per funzionare a senso unico, per proteggere chi sta in alto nella catena e schiacciare chi sta in basso.

Qualcuno dice che accade ogni due anni, ma potrei elencare una serie di casi che vanno avanti così da oltre un ventennio, e la cosa più tragica, è la sensazione di un destino ineluttabile, di una storia già scritta che si ripete a ogni nuova opera strategica. I sindacati lanciano allarmi, i politici presentano interrogazioni, i giornali scrivono articoli, i lavoratori scendono in sciopero sotto il sole o la pioggia, davanti a un cantiere fermo. 

Si chiedono le solite cose: garanzie, si chiede un intervento istituzionale, si invoca chiarezza! Certo, le risposte arrivano, a volte, lente e formali, spesso cariche di burocratese: manca la presa d’atto formale, la documentazione è in esame, ci sono criticità pregresse ereditate. Nel frattempo, le famiglie vivono di ansia e le piccole imprese locali, il vero cuore pulsante dell’economia di questi territori, stringono la cinghia fino a soffocare, tradite da un sistema che dovrebbe essere una leva di sviluppo e invece si rivela un vampiro.

E allora viene da chiedersi, riflettendo a voce alta, dove sia il limite di questa tolleranza! 

Quanto ancora questo territorio, già provato da tante sfide, deve sopportare di vedere le sue aspettative di progresso utilizzate come merce di scambio in giochi finanziari più grandi di loro? L’opera pubblica dovrebbe essere un patto tra lo Stato e la comunità, un investimento nel futuro, invece, troppo spesso, qui si trasforma in una landa di confine dove le regole del gioco sembrano sospese, dove i diritti dei lavoratori e dei fornitori diventano l’ultima ruota del carro di strategie aziendali decise altrove. 

La colpa, si dice, è di procedure lunghe, di passaggi delicati, ma quando la delicatezza diventa sistematicamente sinonimo di ingiustizia, allora non è più una scusa, è un sintomo preciso di un male profondo. 

Serve una sterzata decisa, una presa di responsabilità che vada oltre le singole emergenze e spezzi finalmente questo circolo vizioso, perché un’isola non può essere eternamente in attesa del proprio futuro, mentre qualcuno, altrove, conta i suoi danni e i suoi profitti sul groppone di chi quel futuro lo deve costruire, giorno dopo giorno, anche senza sapere se alla fine del mese potrà mettere insieme il pranzo con la cena.

giovedì 12 febbraio 2026

Oggetto: Invito a partecipare. Webinar informativo sul “REFERENDUM SALVA-CASTA. Ti dico perché NO!”

Ciao a tutti,
qualche giorno fa ho ricevuto questa comunicazione su un'iniziativa che ritengo interessante e che vorrei condividere con voi.

Si tratta di un ciclo di webinar informativi sul referendum del 22 e 23 marzo, organizzato per approfondire in modo critico la riforma della giustizia attualmente in discussione.

Vi incollo qui sotto il testo integrale della mail e il link del primo appuntamento, già trasmesso in diretta su YouTube - https://www.youtube.com/watch?v=FsXU3Rqaxcw

Ciao Nicola,

la riforma della giustizia presentata dal Governo Meloni come soluzione alle criticità del sistema giudiziario non interviene sui problemi strutturali reali, quali la lentezza dei procedimenti, l’inefficienza e la mancanza di certezza della pena.

In vista del referendum del 22 e 23 marzo, abbiamo organizzato un ciclo di webinar informativi e interattivi per approfondire i contenuti della riforma e illustrare in modo rigoroso le ragioni del NO.

Gli incontri, dal titolo “REFERENDUM SALVA-CASTA. Ti dico perché NO!”, saranno dedicati all’analisi delle criticità del provvedimento, dei suoi effetti sull’equilibrio costituzionale e delle conseguenze concrete sui diritti dei cittadini, con il contributo di esponenti impegnati nelle Commissioni Giustizia, in un confronto aperto e fondato su solide basi giuridiche e istituzionali.

Primo incontro: mercoledì 4 febbraio, ore 20.00

🎙 Interverranno Ada Lopreiato e Valentina D’Orso

La diretta sarà trasmessa sul nostro canale YouTube ed è aperta a tutti.

L’incontro prevede uno spazio dedicato alle domande del pubblico, con l’obiettivo di favorire una partecipazione attiva e consapevole al dibattito referendario.

Ti invitiamo a partecipare e a confrontarti direttamente con i nostri parlamentari, per comprendere pienamente le implicazioni della riforma. Solo una cittadinanza informata può prendere decisioni responsabili e difendere realmente i propri diritti.

Non mancare!

Personalmente, credo che iniziative come questa rappresentino un’opportunità per informarsi al di là della solita polemica politica. Sul tema vedo spesso schieramenti contrapposti che si affrontano a colpi di slogan, senza offrire elementi concreti per capire. E probabilmente anche questo referendum rischia di fare la fine dei precedenti: un’alta astensione, sintomo di una stanchezza diffusa e di una sfiducia ormai strutturale verso la politica e i suoi rappresentanti.

Spero che la segnalazione possa esservi utile e che qualcuno di voi voglia approfondire.

mercoledì 11 febbraio 2026

SICILIA: Opere pubbliche, un fallimento completo. Quando lo Stato paga chi distrugge l'economia del Sud!

Si parla di sviluppo, di opere strategiche, di futuro per la Sicilia, ma la storia si ripete sotto i nostri occhi ed ha il sapore amaro di un'ingiustizia antica... 

È la storia di cantieri come quello del "Dittaino-Catenanuova", dove i fondi ci sono e il territorio brulicherebbe di lavoro, eppure decine di lavoratori vivono nell'incertezza, con le opere a rilento e le vertenze che si avvitano su sé stesse. 

È la storia del "Lotto 3" della Ragusa-Catania, dove settanta uomini e donne attendono da mesi uno stipendio, bloccati in un limbo burocratico tra un'impresa uscente e una entrante, mentre l'opera, di importanza vitale, è ferma a un misero tre per cento. 

Dietro a questi nomi, a queste sigle di consorzi che si rincorrono, si nasconde un meccanismo spietato e perfetto nella sua ripetitività, uUn meccanismo che non è un incidente di percorso, ma il percorso stesso!

Perché la verità è che la crisi di queste grandi imprese denominate "General contractor", spesso radicate al Nord, non sono una sventura che cade dal cielo sulle imprese del Sud, è viceversa una scelta politica, di sistema, un gioco dalle regole truccate e la cosa bella e che lo sanno tutti...

Lo sanno bene perché mentre i sindacati chiedono garanzie per i lavoratori e i politici presentano interrogazioni, c'è chi quel gioco lo vive sulla propria pelle da anni. Ci si fa in quattro, si seguono tutte le regole, si presentano i documenti antimafia, si superano le verifiche per aggiudicarsi un piccolo pezzo di un grande appalto, convinti che la correttezza abbia ancora un valore.

Poi arriva la richiesta surreale: fare da banca a chi ti commissiona il lavoro, rilasciando una fideiussione a garanzia delle tue stesse prestazioni, quando sarebbero loro a dover garantire i pagamenti. Pagamenti che, nei casi migliori, arriveranno dopo centoventi giorni di attesa, sempre se... arriveranno.

E allora si accetta, si sopporta il peso di un flusso di cassa strangolato, si investono risorse, mezzi, professionalità, credendo in un patto. Fino al giorno in cui il silenzio diventa assordante. I pagamenti promessi evaporano, i referenti spariscono, e il credito che insegui si dissolve nel nulla offrendoti un concordato, una briciola e la reazione, quando osi chiedere ciò che ti spetta di diritto, è la beffa più crudele: la disdetta del contratto. Sì... vieni punito per aver preteso il rispetto di un accordo. 

Così... mentre la tua azienda, magari operante da generazioni, trema sull'orlo del baratro per quei soldi mai visti, il grande general contractor che ti ha messo in crisi è al sicuro, protetto da clausole capestro negoziate con lo Stato, che gli garantiscono, in caso di interruzione della commessa, indennizzi miliardari. Loro incassano una lauta buona uscita, spesso superiore al profitto che avrebbero ottenuto completando l'opera onestamente, e passano oltre, lasciando dietro di sé una scia di fallimenti, debiti insoluti e famiglie in ginocchio.

È questa la giustizia a senso unico che lacera il tessuto produttivo. I protocolli di legalità sembrano valere solo per chi sta in fondo alla filiera, costretto a subire e tacere. Le grandi opere, nate come patto tra Stato e comunità, si trasformano in un deserto di opportunità svanite, dove il vero business non è costruire infrastrutture, ma manovrare contratti e fallimenti. 

Ogni due anni, con una regolarità da orologeria, la storia si ripete con nomi diversi, e ogni volta è una nuova ondata di imprese locali che soccombe, di lavoratori lasciati a casa, di territori presi in ostaggio. La domanda allora si fa bruciante e diretta: perché continuare ad affidare il destino di questa terra a intermediari così distanti e così poco affidabili, quando sono le imprese del territorio, quelle che conoscono la pietra e la fatica, a dover materialmente realizzare il futuro? 

Forse perché, come si sospetta, il gioco è un altro, e i perdenti sono già stati designati da tempo. Sono sempre i soliti, quelli che con il sudore della fronte cercano solo di lavorare onestamente, e che invece si ritrovano, dopo mesi di attesa e lotta, soltanto con le braghe in mano e la rabbia nel cuore.

martedì 10 febbraio 2026

A quei miei 'indegni' conterranei del silenzio: la complicità che nutre il disastro!

Sì... è come un lamento che non riesce a uscire dalla gola, un grido soffocato prima ancora di nascere e poi, all’improvviso, diventa un coro: si leva tra le macerie dopo una tempesta, tra l’acqua stagnante di un’alluvione, nelle strade e nelle case franate all'improvviso, nelle piazze vere e in quelle virtuali dei social, scavando un solco sempre più profondo tra noi e chi dovrebbe rappresentarci.

Ma ogni volta che ci penso, non posso fare a meno di chiedermi: perché questa rabbia arriva solo dopo il disastro?

Perché quella stessa voce che oggi urla “Basta! Vergogna! Dimettetevi!”, ieri, si limitava a sussurrare tra le mura di casa, come se sapesse già cosa sarebbe accaduto, ma avesse deciso di voltarsi dall’altra parte? Come se la tragedia fosse un destino inevitabile, qualcosa da subire in silenzio anziché combattere.

Ed è proprio osservare questa rassegnazione che mi fa male: riconoscere l’abisso, indicarlo con le mani che tremano, eppure continuare a camminare lungo il suo bordo, come ipnotizzati. Perché? Perché in fondo ci diciamo: “Prima o poi qualcuno cadrà… ma non io. Non certamente oggi”.

La sfiducia, ormai, non è più solo un sentimento. È diventata una struttura dentro di noi, costruita mattone dopo mattone, di sicuro con ogni promessa tradita e ogni occasione sprecata. E quando smetti di credere che il cambiamento sia possibile, quella stessa incredulità diventa la tua scusa perfetta: “Tanto non cambierà mai niente, perché rischiare?”. E così il “sistema” si trasforma in un mostro mitologico, onnipotente e invincibile, un alibi comodo per non dover mai uscire dal tuo bozzolo di quiete.

E intanto il circolo vizioso si chiude: la sfiducia genera inazione, l’inazione conferma che “tanto non cambia niente”, e la sfiducia si radica ancora di più, finché non diventa una filastrocca, una frase che tutti ripetiamo: “Si è sempre fatto così”.

E allora la negligenza diventa tradizione, lo sfruttamento normalità, il disastro fatalità; già... fatalità, come se fosse colpa di una maledizione antica, non delle nostre scelte. Così ci laviamo la coscienza: “Non è colpa mia, è il corso delle cose”. Ma a quale prezzo? Perché quel fatalismo toglie il peso della responsabilità dalle nostre spalle… e spegne ogni scintilla di ribellione.

Se tutto è già scritto, a che serve guardarsi allo specchio? Ed è qui che fiorisce l’individualismo, come una gramigna nel terreno arido della comunità. Ci si perde nel recinto del proprio orticello: “Basta che non tocchi a me”, “L’importante è che non s'inondi il mio giardino”. 

Il bene comune? Un’idea astratta, bella a parole, ma troppo scomoda per sporcarsi le mani. Così l’energia che avanza dopo le lamentele sterili la riversiamo in accordi privati, in quelle piccole salvezze personali che illudono di poter stare al riparo dal marasma generale.

Ma è proprio qui il tradimento: non quello urlato, no. Quello sommesso, accomodante. Quello che spegne il telegiornale quando la notizia è troppo vicina a casa, che si sistema sul divano del proprio interesse e sussurra: “Io non c’entro niente”. Perché dimentichiamo - o fingiamo di dimenticare - che il silenzio è complicità. Che ogni sguardo distolto, moltiplicato per migliaia, diventa una coltre pesantissima sotto cui tutto può crescere: anche questa infezione.

Ecco, ciò che mi lascia senza fiato non è la cecità, ma la lucidità consapevole. Tutti sappiamo come funziona: lo analizziamo a cena tra amici, con quel tono di disincanto quasi compiaciuto, come se capire il male fosse già una vittoria. Ma finita la discussione, riponiamo tutto nel cassetto delle buone intenzioni… e torniamo a camminare lungo il bordo dell’abisso.

Poveri miei conterranei, ormai spettatori della vostra stessa storia. Critici implacabili, ma con le mani sempre in tasca. Convinti che la frana non arriverà mai fin qui, che il fiume non strariperà sul vostro giardino.

Fino al giorno in cui, invece, lo farà e allora - forse - sarà troppo tardi, sì... anche per alzare lo sguardo!

lunedì 9 febbraio 2026

Jeffrey Epstein: Sì... tutti coloro che hanno partecipato a quegli abusi su minori, vanno ora lasciati appesi a testa in giù, in una piazza sotto il sole, dopo esser stati completamente scuoiati!

Ho iniziato da ieri a vedere su Netflix una miniserie che tratta di un argomento scabroso: la vicenda di Jeffrey Epstein. 

Ora... non è che non avessi letto quanto fosse accaduto in quelle sue lussuose ville, ma osservare visivamente le immagini, far emergere dall'ombra i contorni di quelle stanze, mi ha fatto inorridire in modo diverso. Ha toccato una corda che offende la natura umana, e che mi ha fatto decidere di scrivere questo post e al titolo da utilizzare per aprire questo discorso.

Mi chiedo spesso, dinnanzi a fatti che superano l'immaginabile, dove vada a finire il nostro sdegno. Sì... è come se si accumulasse, strato dopo strato, fino a formare un cristallo duro e tagliente, proprio come quello ora evocato dalle parole del mio titolo. 

Non è fantasia da horror, né la semplice invocazione di una giustizia sommaria e fisica, è piuttosto l'estremo respiro di un'impotenza collettiva, che sente di aver toccato il suo limite. È il punto in cui la ragione, stanca di bussare alle porte dei tribunali, sogna un finale diverso, in cui il castigo sia pari all'orrore, sia pubblico e, soprattutto, sia definitivo.

Certo, la mia è un'immagine da antico codice, e forse nasce proprio da lì: dal bisogno primordiale di vedere un ordine restaurato in modo così plateale da cancellare, una volta per tutte, ogni ombra di dubbio, perché - ahimè - la realtà con cui ci confrontiamo è ben più opaca, più grigia!

È fatta di documenti – quelli sì, finalmente pubblicati – che formano una nebulosa di nomi, di voli, di indirizzi. Si parla di "files", una parola asettica che contiene universi di sofferenza, e non di quello che realmente fosse e cioè uno: "schifo".

Jeffrey Epstein non fu un mostro solitario; fu piuttosto un nodo, un collante, un raccordo tra soggetti deviati. La sua genialità perversa consistette proprio in questo: comprendere che il desiderio più oscuro, se protetto da abbastanza denaro e favori, poteva trasformarsi in una valuta, in una merce di scambio per una certa "élite". 

Le sue ville, l'isola, gli aerei, non furono soltanto i teatri di un delitto, ma i luoghi di una perversa socialità, dove il potere non si limitava a coprire malefatte. Lì, in qualche modo, si banchettava. E il banchetto aveva un prezzo, pagato a scapito di aspiranti modelle e, in modo ancor più deplorevole, su vittime minorenni ignare.

È qui che il nostro sdegno si incrina e diventa perplessità. Perché leggere quei nomi – politici, imprenditori, magnati, intellettuali, artisti – non fornisce risposte, ma moltiplica le domande. Essere menzionati, ci viene giustamente ricordato, non è una condanna. Alcuni saranno stati ingenui frequentatori di un ambiente luccicante e certamente corrotto; altri, chissà, avranno visto e avranno distolto lo sguardo. 

Il dubbio, però, si insinua come una nebbia: fino a che punto si può essere "solo" amici di un uomo che organizzava la propria esistenza attorno allo sfruttamento di donne, uomini, o peggio... adolescenti? Dove finisce la colpevole negligenza e inizia la complicità? Il vero rompicapo sta in questa zona grigia, in quel brusio di fondo di un mondo che, a certi livelli, ha forse chiuso un occhio, ha scambiato un sorriso, pur intravedendo il buio ai margini del tappeto rosso.

I social media hanno preso questa storia già contorta e l'hanno gettata nella fornace del caos. Hanno creato un cortocircuito letale tra il legittimo desiderio di giustizia e la sete morbosa di scandalo, fabbricando accuse a caso, mescolando vittime e carnefici in un unico, gigantesco spettacolo. 

Questo rumore di fondo rischia di soffocare le voci vere, quelle delle sopravvissute, trasformando una tragedia umana in un campo di battaglia per teorie complottiste. Ci si ritrova così a dover lottare, paradossalmente, per preservare una verità già di per sé agghiacciante dalla distorsione della menzogna.

Alla fine, mi fermo a considerare il titolo da cui siamo partiti. Quella violenza verbale, quel desiderio di squarci e di sole cocente, è forse il gemello oscuro della nostra frustrazione. Rappresenta la tentazione di sostituire l'iter faticoso della giustizia – con i suoi cavilli e le sue attese – con un'icona immediata e sacrificale. 

È un'idea comprensibile, ma resta un vicolo cieco. Perché la vera, difficile opera non è immaginare il castigo, ma decifrare il silenzio che ha permesso tutto ciò. È capire come una rete del genere abbia potuto tessersi alla luce del sole, intrecciata ai fili della finanza, della politica, dell'accademia e dello spettacolo.

Il sole sotto cui vorremmo appesi i colpevoli, forse, dovrebbe prima di tutto illuminare quelle stanze troppo a lungo rimaste in penombra. La giustizia, quando arriva, non ha lo spettacolo feroce di un'antica esecuzione, ma il volto austero di una condanna legale, o la paziente, ostinata raccolta di prove. 

È meno narrativa, meno catartica. Ma è l'unica che può reggere il peso della storia, senza rischiare di trasformarci, nel desiderio di distruggere i mostri, in qualcosa che ad essi assomigli.

Io, nel mio sentire più viscerale, preferisco ancora la soluzione del titolo: appendere tutti a testa in giù, scuoiati. Ma soprattutto, ora, vorrei conoscere i nomi. I nomi dei miei connazionali che in quelle stanze ci sono stati, che a quelle feste hanno partecipato. Perché ho la sensazione, anzi la certezza, che ci siano. 

Sì... vorrei sapere, una volta per tutte, chi ha banchettato in quel silenzio!


domenica 8 febbraio 2026

Preti? Sì, ma anche suore, e tutti, fino a un certo punto...

Ho letto in questi giorni una lettera, già... quella scritta a Papa Leone, e mi sono fermato a lungo sulle sue parole. 

Un prete che chiede la dispensa perché vuole diventare padre, che ammette relazioni vissute nell’ombra, che racconta un abuso subito a dodici anni e tenuto nascosto come un tabù. 

Una confessione che sembra squarciare un velo, eppure non fa che mostrare, ancora una volta, tutto ciò che da sempre si agita sotto la superficie levigata dell’istituzione. 

È una storia personale, struggente nella sua solitudine e nel suo dolore, ma è anche il sintomo di un male antico, sistemico, che affonda le radici in secoli di silenzi ordinati, di segreti e di verità celate.

Quell’abuso subito da adolescente e portato dentro come una colpa segreta non è un caso isolato, è l’emblema di una dinamica perversa che la Chiesa ha troppo spesso gestito proteggendo sé stessa e non le vittime. 

Mi torna in mente ciò che scrissi anni fa, nel 2010, a proposito di Ratzinger (poi diventato Papa...) - http://nicola-costanzo.blogspot.com/2010/04/ratzinger-ha-il-coraggio-di-parlare-di.html - e di quella lettera del 2001 che ribadiva il contenuto de “Instruction de modo procedendi in causis sollicitationis” del 1962. 

Un documento che per decenni è rimasto nascosto, circolato solo tra i vescovi, una sorta di manuale di sopravvivenza istituzionale. In quelle pagine si ordinava che un minore che avesse denunciato un abuso da parte di un sacerdote dovesse giurare il segreto perpetuo, sotto pena di scomunica. Si chiudeva la bocca alle vittime nel nome di una ragion di Chiesa che schiacciava ogni ragion di umanità. E quanti intellettuali, teologi di grido, hanno costruito castelli di sofismi per giustificare o minimizzare tutto ciò? L’abiura della verità è stata spesso firmata con l’inchiostro della complicità intellettuale.

D'altronde, e qui mi si consenta di aprire una necessaria parentesi storica, come non ricordare quanto emerso da un rapporto di 560 pagine, frutto di un'indagine giudiziaria e pubblicato nel 2021. Il documento, ottenuto dal "Daily Beast" e riguardante l'arcidiocesi di Colonia, rivela una delle pagine più buie: suore tedesche avrebbero venduto bambini orfani a ricchi sacerdoti e uomini d'affari affinché ne abusassero sessualmente, in un sistema attivo tra gli anni Sessanta e Settanta. 

Il rapporto racconta di almeno 175 bambini, per l'80% ragazzi tra gli 8 e i 14 anni, ridotti a schiavi sessuali per un ventennio, a cui fu persino deliberatamente negata la possibilità di essere adottati per mantenerli nella rete degli abusi. Questo non è un caso isolato, ma un tassello atroce di un mosaico più vasto. Un successivo rapporto indipendente sull'arcidiocesi di Colonia, coprendo il periodo fino al 2018, ha identificato 314 vittime minorenni e 202 aggressori. E uno studio commissionato dalla stessa Chiesa tedesca ha documentato, per il periodo 1946-2014, l'abuso di 3.677 minori da parte di 1.670 religiosi, definendolo solo "la punta dell'iceberg". Lo schema è sempre lo stesso: un sistema gerarchico e autoreferenziale che per decenni ha scelto di proteggere se stesso, trasferendo i preti colpevoli, insabbiando le prove e, come accaduto a Friburgo, distruggendo documenti con la priorità di salvaguardare l'immagine dell'istituzione piuttosto che le vite dei bambini.

Continuando... il prete ha aggiunto nella lettera, quasi di sfuggita: “Non sono l’unico. Ci sono migliaia di sacerdoti che intrattengono rapporti con donne o con uomini”. È una frase che apre scenari di un’ipocrisia quotidiana e diffusa. 

Non parla solo di quelle relazioni eterosessuali che talvolta affiorano, con le cosiddette “purpere”, donne devote e amanti, da cui a volte nascono figli mai riconosciuti. Parla anche di altro. Parla di quella doppia vita che serpeggia nei seminari, nelle canoniche, nei monasteri dove si vivono situazioni ambigue, spesso tollerate purché discrete. 

Parla della frequentazione di locali omosessuali in tante città, di quella sotto-cultura che esiste mentre dall’alto si lanciano anatemi. Parla di quanti, dentro la tonaca, vivono un’identità LBTG soffocata, in particolare mi viene da pensare a quelli il cui corpo è di uomini ma che sin dall’adolescenza si sentono donne, o viceversa, costretti a una recita perpetua in un sistema che nega loro persino la possibilità di un dialogo interiore sincero. È la grande menzogna di un’istituzione che pretende una purezza formale mentre accetta, quando non nasconde, una realtà umana ben più complessa e spesso dolorosa.

Il suo desiderio di paternità, così semplice e umano, stride fino a far male con l’ideale di un celibato presentato come scelta radicale e libera, ma che in troppi casi si rivela una gabbia che porta a doppie vite, a sofferenze inespresse, a ipocrisie corrosive. Lui ha avuto il coraggio, dopo una malattia grave e una solitudine che lo ha spezzato, di dire basta. Di chiedere di uscire. 

Quanti altri restano dentro, divisi, lacerati, magari cercando conforto in relazioni clandestine o cadendo in dipendenze, come lui stesso racconta di aver fatto con l’alcol? La Chiesa, dice, in questo percorso gli è stata madre, lo ha accompagnato. Ed è un bene per lui, personalmente. Ma questo non cancella il fatto che sia la stessa madre-Chiesa ad aver creato, con le sue regole inflessibili e la sua cultura del segreto, il terreno in cui fioriscono tali drammi.

La sua storia finisce con il ritorno al paese, alla ricerca di una vita “più vera e più umana”. È un finale che sa di speranza, per lui. Ma per l’istituzione da cui esce, resta una domanda enorme e incombente: Sì... fino a quando si continuerà a preferire la perfezione di una facciata all’accoglienza disordinata della verità? Fino a quando si custodiranno più i documenti segreti che le vite delle persone? 

La lettera di questo prete, nella sua fragile onestà, è un’accusa più potente di mille denunce. Perché mostra, senza volerlo, che il problema non è un prete che “cade”, ma un sistema che, per non ammettere la caduta di tutti, ha costruito un labirinto di silenzi dove la vittima più grande, alla fine, è sempre la verità!

sabato 7 febbraio 2026

L'invisibile - La cattura di Matteo Messina Denaro – solo per tutti coloro che non volevano prenderlo.

Mi fermo a guardare questa immagine, sì... la foto che creai tanto tempo fa e che ora, dopo questi lunghi anni, mi interroga più di prima: È lui... è esattamente lui!

Il volto, l’espressione, la postura. Cambia solo un dettaglio: il cappellino che nella mia versione era blu, e nella foto del suo arresto è marrone. Per il resto, è una corrispondenza perfetta, inquietante: un novantacinque per cento per non dire novantanove.

La creai per un post di venerdì 8 ottobre 2021, intitolato “Alla ricerca di Matteo Messina Denaro” – http://nicola-costanzo.blogspot.com/2021/10/alla-ricerca-di-matteo-messina-denaro.html, al suo interno tra l'altro, trovate anche la gif, senza occhiali...

La pubblicai allora come un esperimento, ora quell’immagine mi parla di altro. Già... non mi dice “bravo, avevi intuito le sue fattezze”, mi urla, piuttosto, una domanda scomoda: se un semplice blogger, armato di software e una manciata di foto sgranate, poteva ricostruire con tale precisione il volto del più ricercato d’Italia, cosa facevano da trent’anni coloro che avevano il dovere, i mezzi e il potere di trovarlo per davvero? 

Quel ritratto digitale, oggi, non è la prova della mia abilità, ma è l’emblema di un fallimento collettivo,  dimostra che il suo volto era conoscibile, delineabile, visibile. E allora, la sua invisibilità non fu una condanna magica, ma una scelta. Una scelta di chi, vedendolo o intravedendolo, ha distolto lo sguardo. La sua faccia era un segreto di Pulcinella custodito da un’intera isola, da una fetta di Paese. La mia immagine, così simile alla realtà, è la riprova che bastava volerlo vedere per riconoscerlo.

E mentre in televisione celebrano la fiction dell’arresto, con colonnelli determinati e colpi di scena calcolati, io guardo di nuovo quell’immagine. E penso che la vera fiction non è quella che raccontano ora, la vera fiction è stata quella vissuta per trent’anni: è la storia di un uomo potente che poteva essere trovato, ma che nessuno con la forza per farlo ha veramente cercato!

Per questo, stamani, mi accingo a scrivere queste righe. Vi avverto già, non troverete qui una recensione della miniserie, né un racconto celebrativo, troverete alcune riflessioni che la trasmissione di quei fatti – o forse, la loro finzione – ha risvegliato in me. 

Riflessioni che nascono da un malessere sottile, dalla sensazione che certe narrazioni, per quanto ben costruite, servano a rassicurarci più che a farci comprendere. Ci piace credere alla caccia all’uomo, al genio investigativo che alla fine trionfa. Ci consola. Ma io mi chiedo se questa consolazione non sia, in fondo, un pericoloso narcotico.

Perché mentre sullo schermo si dipanano indagini serrate, la mente corre inevitabilmente ad altre immagini, quelle reali, di tre decenni. Trent’anni in cui un uomo, ricercato per le stragi più efferate che questo Paese ricordi, non è stato un fantasma nel deserto, è stato, piuttosto, un’ombra che si muoveva tra case, cliniche, salotti. Girando la Sicilia con la sua Giulietta, celato dietro l’identità di un geometra, già... così reale da avere una tessera sanitaria, un medico, una storia clinica. Un uomo che, si è scoperto, frequentava da oltre un anno una clinica privata nel centro di Palermo, per sottoporsi a cure mediche. 

Ed è qui che il racconto comincia a scricchiolare. Se bastasse un falso nome, per quanto ben congegnato, a svanire per tre decenni, allora dovremmo concludere che i servizi segreti italiani sono tra i peggiori al mondo. Oppure, alternativa ben più inquietante, che la capacità di nascondersi non risiede solo nella clandestinità, ma in una visibilità protetta. 

In un vedere e farsi vedere da chi conta, in un frequentare quegli stessi ambienti – medici, professionali, imprenditoriali, forse persino politici – che dovrebbero essere la prima trincea dello Stato. Non si vive trent’anni da latitante senza una rete. E una rete non è fatta solo di sorelle devote o di affiliati mafiosi. No... è fatta di silenzi, di complicità passive, di sguardi che si distolgono al momento giusto, di un’intera società che, in varie misure, ha accettato di convivere con quell’ombra.

La fiction ci mostra il momento dell’arresto come un trionfo della tecnica. Ed è vero, la svolta arrivò da un foglietto, un “pizzino clinico” nascosto in casa della sorella, che aprì la pista sanitaria. Incrociando quei dati, si scoprì l’assurdo: il vero titolare dell’identità rubata era altrove mentre sulla carta, era in ospedale. Una ricostruzione perfetta, che celebra il metodo. E allora perché questa storia non mi convince fino in fondo? Perché sento che manca un pezzo, o che quel pezzo è stato volutamente messo da parte? Forse perché, parallelamente, ne è emersa un’altra. Scomoda. 

Quella del “gelataio di Omegna”, che in televisione disse che Messina Denaro si stava per arrendere, malato, e che quella resa era necessario per incontrare finalmente la figlia. Ma secondo il gelataio, doveva essere un “regalo”, sì... richiesto ora dai piani alti di quel sistema criminale, per la nuova coalizione di governo. Una resa come atto politico, non come sconfitta. Oggi quell’uomo è stato rinviato a giudizio per calunnia, la sua versione sbriciolata.

Eppure, il solo fatto che un uomo del suo passato abbia potuto proporre una simile ipotesi dovrebbe farci rabbrividire, perché ci dice che, nell’immaginario di chi certe dinamiche le conosce, il confine tra cattura e consegna può essere labilissimo. È una storia che non vogliamo sentire, perché sfida la nostra necessità di eroi e di finali netti.

Io, da parte mia, preferisco credere a una terza via, più grigia e umana. Credo che la vera chiave sia stata, semplicemente e tragicamente, la malattia. È la malattia che ha reso quel sistema vulnerabile. È la malattia che ha costretto a tenere traccia scritta delle cure. È la malattia che ha portato a cercare non l’uomo armato, ma l’uomo sofferente. Forse è stato questo il vero, banale, decisivo aiutino esterno: la biologia, il corpo che tradisce. Non un complotto, ma la mortalità. 

Ma se anche accettiamo questa versione, il nodo irrisolto rimane, più grande di prima. Se è stata la malattia a consegnarcelo, dopo trent’anni, significa che prima, in salute, il suo sistema era impenetrabile. Significa che quell’ombra si muoveva in un territorio che, di fatto, le apparteneva. 

E allora, guardando quella miniserie, non posso fare a meno di pensare: l’attuale capo di Cosa Nostra, chiunque egli sia, starà forse guardando la stessa fiction. E mentre noi ci commuoviamo per l’eroismo dei carabinieri, lui sorriderà, pensando che finché sarà in salute, finché la sua rete di protezione sarà intatta, potrà dormire sonni tranquilli. Perché sa che la lezione vera non è che lo Stato prima o poi vince. La lezione vera è che ci sono voluti trent’anni e un cancro.

L’unico momento di vera, cruda speranza in tutta questa storia, forse, non è stato l’arresto. È stato il gesto di quel ragazzo, il figlio di quel sistema criminale, che dopo la cattura ha allontanato da se quel boss, gettandolo via come uno straccio, perché in quel gesto c’è il rifiuto di un mito tossico, la volontà di non ereditare più quel veleno. È lì che forse, davvero, un “regalo” è stato fatto da quella fiction al nostro Paese. Non dall’alto, ma dal basso....

Dalla stanchezza di una nuova generazione per le favole nere dei padri, il resto come si sa... è soltanto televisione...

Note sul Blog "Liberi pensieri"

Disclaimer (uso e condizioni):

Questo blog non rappresenta una “testata giornalistica” in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità, pertanto, non può considerarsi “prodotto editoriale” (sottoposto alla disciplina di cui all'art. 1 co.3 legge n.62 del 2001).

Gli articoli sono pubblicati sotto Licenza "Blogger", dunque, è possibile riprodurli, distribuirli, rappresentarli o recitarli in pubblico ma a condizione che non venga alterato in alcun modo il loro contenuto, che venga sempre citata la fonte (ossia l'Autore), che non vi sia alcuno scopo commerciale e che ciò sia preventivamente comunicato all'indirizzo nicolacostanzo67@gmail.com

Le rare immagini utilizzate sono tratte liberamente da internet, quindi valutate di “pubblico dominio”, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog al seguente indirizzo email:nicolacostanzo67@gmail.com, che provvederà alla loro pronta rimozione.

L'autore dichiara inoltre di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.

Per qualsiasi chiarimento contattaci

Copyright © LIBERI PENSIERI di Nicola Costanzo

ADUC

ADUC
Clicca x associarti

Sostieni Addio Pizzo

WIKIMAFIA

WIKIMAFIA
Sostieni Wikimafia