C’è una scena che si ripete, da Malaga ai nostri schermi. Un uomo, un’immagine costruita e un palcoscenico pronto a crollare...
Siamo a Malaga e un anziano tassista ha noleggiato una barca lussuosa che non poteva guidare, ha indossato un completino da golf firmato, ha messo al polso un Rolex d'imitazione e, seduto al bar di fronte ha iniziato a raccontare di essere un miliardario che sta girando il mondo.
Ecco che una ragazza bellissima, viene attratta da quest'uomo singolare, sì... non da lui, ma dallo spettacolo che rappresenta: quello della ricchezza, del potere, dell'accesso a un mondo di lusso. Secondo alcuni è salita su quella barca, e chissà... forse hanno trascorso la notte insieme.
Lui comunque il mattino dopo, ha postato centinaia di foto sui social insieme a lei, già... il trionfo di una finzione riuscita. Poi, la verità è venuta a galla: niente miliardi, niente jet privati, niente Yacht lussuoso, solo la grigia normalità di una vita comune. Lo spettacolo era finito!
La ragazza, disillusa, se n'è andata e il web, nel quale già iniziavano a circolare quelle foto, inizia a discutere, commentare, chiedersi, sì... se fosse uno scherzo o una frode. Ma la morale non sta nel giudicare il vecchio tassista, che quella notte ha voluto essere protagonista, la morale è nel meccanismo, perfetto e replicabile all'infinito: un'illusione costruita con pochi oggetti di scena può, per alcune ore, sovvertire la realtà e attrarre tutto ciò che desidera.
Si... sembra un copione che in questi mesi ci suona familiare, perché è lo stesso che stiamo osservando su un palcoscenico molto più grande, quello della nostra cronaca. Ed allora, si può costruire un personaggio, armarlo di rivelazioni, vestirlo da giustiziere o da vittima del sistema, e metterlo quindi in onda?
Perché lo spettacolo, in questo caso, ha un valore: genera ascolti, fa discutere, costruisce un impero economico su fondazioni di polemica. Vive di emozioni forti e di reazioni immediate, proprio come la scenetta del finto miliardario al porto. E per un po', funziona...
Il problema sorge quando si comincia a confondere quello spettacolo con la verità processuale, che segue un altro copione, fatto di tempi lunghi, prove, contraddittorio e sentenze. Sono due binari paralleli della stessa storia: uno corre veloce sulle rotaie dell'intrattenimento e del gossip esplosivo; l'altro procede lento e metodico sui binari della legge.
Certo, lo spettacolo può sembrare più vivido, più vero, perché urla, mentre la verità giudiziaria sussurra, e arriva dopo, ma statene certi: arriva!
Ecco la vicenda di Malaga che ho letto ieri sera nel web, nella sua semplicità, rivela il cuore di molte dinamiche che ci circondano. Quante persone, nel nostro mondo dello spettacolo e non solo, salgono su "barche noleggiate" pur di sembrare ciò che non sono?
Quante carriere sono negoziate sull'accettazione di una finzione collettiva, sul far finta di credere a un ruolo pur di ottenere un posto al sole? È il compromesso silenzioso: io accetto la tua immagine costruita, e tu mi dai accesso al tuo palcoscenico. Sì... è un patto che regge, ma fintanto che le luci sono accese.
Ma come ha insegnato il vecchio di Malaga, e come insegna ogni storia costruita sull'apparenza, le luci prima o poi si spengono. Arriva il mattino, arriva il conto, arriva la sentenza! La verità, anche se lenta, è implacabile. Non si può noleggiare in eterno.
Alla fine, forse, la lezione è proprio questa: nello spettacolo, sia esso una notte a Malaga o una battaglia mediatica, ciò che conta è l'effetto immediato. Nella vita, ciò che resta è la sostanza. Possiamo tutti essere affascinati, per un momento, dal luccichio di un orologio falso o dalla potenza di una rivelazione choc, ma sarebbe un errore credere che quello sia il mondo reale.
Il mondo reale è ciò che rimane quando lo spettacolo è finito. Ed è lì, in quella luce cruda e senza filtri, che si giudica non lo spettacolo, ma la verità delle cose. Perché, come ci ricorda questa storiella spagnola: lo spettacolo dura solo poche ore, la verità no, quella resta!
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