Translate

sabato 21 marzo 2026

Il collo di bottiglia - Seconda Parte

E allora, quali sono questi limiti? Dove si annida la vulnerabilità che tutti, in silenzio, stanno provando a studiare? 

Per rispondere, dobbiamo allontanarci per un momento da quelle sale dei bottoni e dai tavoli della diplomazia, e spostare lo sguardo su una striscia d'acqua, apparentemente insignificante.

Un punto geograficamente minuscolo, eppure così vitale da far trattenere il respiro a qualsiasi stratega. 

Perché è lì, in quel passaggio obbligato, che si concentra una delle fragilità più antiche e insieme più attuali del nostro mondo. 

È lì che il sistema mostra una delle sue giunture più esposte, il punto in cui una pressione ben calibrata potrebbe far saltare l'intero ingranaggio.

E qui entriamo nel cuore pulsante della fragilità contemporanea...

Lo scontro con l'Iran, diretto o per procura che sia, ha riportato lo Stretto di Hormuz al centro dell'attenzione globale, rendendolo, se possibile, ancora più vitale e insieme più vulnerabile di quanto non lo fosse mai stato in passato. 

Questo stretto corridoio d'acqua, vero e proprio imbuto geografico, è una delle rotte marittime strategicamente più importanti al mondo; un collo di bottiglia attraverso cui deve passare una parte consistente della nostra civiltà degli idrocarburi. 

Pensiamoci un attimo: circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio, insieme a una quota significativa dei flussi di gas naturale liquefatto, transita ogni giorno attraverso questo passaggio obbligato. È uno dei punti di strozzatura energetica più importanti del pianeta, e la sua sicurezza è data per scontata nei nostri modelli economici, nei prezzi che paghiamo alla pompa, nelle certezze delle nostre catene di approvvigionamento.

Ebbene, oggi il traffico attraverso lo stretto è tutt'altro che fluido e garantito, anzi, è fortemente interrotto, non tanto da un blocco navale formalmente dichiarato, ma da una ragnatela di azioni asimmetriche. Tra attacchi mirati a petroliere, minacce navali, sequestri e restrizioni imposte da Teheran per ritorsione, molte navi sono state costrette a fermarsi o a modificare radicalmente le loro rotte, allungando i tempi e i costi di trasporto, mentre il transito, per quelle che osano ancora attraversarlo, rimane incerto, rischioso e limitato. 

Non è una chiusura completa, è una forma di interruzione operativa strisciante, una guerra di logoramento che non fa notizia come un conflitto aperto, ma che sta già generando forti pressioni, silenziose ma inesorabili, sui mercati energetici globali. È un rubinetto che viene lentamente chiuso, e noi iniziamo a sentire la sete.

Quando i prezzi dell'energia aumentano, non si tratta di una voce che sale in un bilancio familiare o aziendale. L'impatto si propaga come un'onda d'urto in tutta l'economia, contagiando ogni settore, ogni attività. Le conseguenze sono sistemiche e profonde: assistiamo a un aumento generalizzato dei costi di produzione, che si tratti di acciaio, di plastica, di trasporto merci o di riscaldamento degli uffici

Questo, a sua volta, si traduce in un'inflazione più elevata e più persistente, che erode il potere d'acquisto dei salari e comprime i margini delle imprese. La crescita economica inevitabilmente rallenta, in un circolo vizioso in cui la domanda cala e gli investimenti si bloccano. La spesa dei consumatori, motore principale di molte economie occidentali, subisce una pressione fortissima, costringendo le famiglie a scelte difficili e riducendo il benessere collettivo.

Perché il petrolio e il gas non sono semplici materie prime che si comprano e si vendono sui mercati finanziari, sono il motore dell'economia globale. Quando questo motore comincia a carburare male, a singhiozzare, o diventa semplicemente troppo costoso da far funzionare, l'intero sistema, dalla più piccola impresa artigiana alla più grande multinazionale, ne risente. E tutto ciò accade mentre i mercati finanziari sono già ipersensibili, ipertesi, pronti a scattare come molle al minimo segnale di instabilità geopolitica.

È in questo contesto di fragilità energetica e di tensione diffusa che la Cina rappresenta la variabile cruciale, l'ago della bilancia di cui tutti, in silenzio, temono il movimento.

Fine Seconda Parte

venerdì 20 marzo 2026

Frammenti di una polveriera - Prima parte

Buongiorno, e grazie ancora di essere qui...

Come ben sapete, provo in questo blog a dare un senso a tutto il caos che ci circonda, scrivendo sempre  in maniera incondizionata su ciò che penso stia accadendo, una storia che sembra uscita da un romanzo, ed io, come sempre, provo ad anticiparne le evoluzioni, quasi a sostituirmi ad un veggente, ahimè a volte anche un po' cupo.

Ma in questi ultimi anni, credo come molti di voi, di avvertire una sensazione di caduta, come quando ci si affaccia da un luogo troppo alto e il terreno sotto i piedi inizia a mancare. 

Il mondo, dopo un lungo periodo di serenità, è entrato - quasi fosse un ricorso storico - in uno stato di crescente instabilità, geopolitica ed economica, due discipline che se pur separate, sono facce della stessa medaglia, già... come due affluenti che si incontrano e si scontrano in un unico grande vortice. 

D'altronde se osserviamo bene, scopriamo che non esiste più un singolo punto critico di tensione, una specie di termometro globale su cui tenere gli occhi puntati, bensì vi è una complessa e sempre più fitta rete di crisi che si vanno sovrapponendo e che si influenzano e si alimentano a vicenda, in un gioco pericoloso che rende - ahimè - la lettura della realtà estremamente complessa.

Difatti, se provate ad osservare il quadro d'insieme, cercando di isolare gli elementi che compongono la tela, vediamo emergere una condizione pericolosa, che ha di tutto per rivelarsi esplosiva!

Da un lato, gli Stati Uniti, divenuti ormai pilastro centrale dell'ordine internazionale (per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi ottant'anni), oggi appaiono nuovamente impegnati su più fronti e costretti- attraverso l'uso della forza -  a gestire una complessa partita a scacchi globale. 

Le tensioni per l'Ucraina, il Venezuela, Cuba, e il sostegno dato ad Israele nella Striscia di Gaza e nel Libano, hanno impegnato costantemente il suo Presidente. ed ora l'Iran, che riaccende nuovamente quelle braci che per oltre trent'anni erano rimaste sotto la ceneri...

Situazioni quindi che tornano nuovamente a minacciare i flussi energetici globali, mentre sullo sfondo, silenziosa e metodica, la Russia osserva mentre continua ad ampliare i propri confini in Ucraina e la Cina che monitora ogni singolo movimento, ogni possibile incertezza, per creare un varco che si apre intorno a quella che per lei costituisce da tempo un nodo irrisolto: la questione Taiwan.

Ecco, è proprio questa sovrapposizione di rischi, questo stratificarsi di crisi come piani geologici di una faglia destinata a franare, che solleva ora un interrogativo che non possiamo più permetterci di ignorare, relegandolo - come fanno ogni sera quei nostri pseudo "esperti" in Tv e nel web - tra ipotesi fantapolitiche prese chissà, forse da qualche romanzo di Robert Harris o come quelli scritti da uno dei miei autori preferiti, Federich Forsyth, nei suoi: Il giorno dello Sciacallo, Dossier Odessa, I mastini della guerra, Il quarto protocollo!

Già... proprio come in quei romanzi, sembra di assistere a qualcosa d'incredibile, è come se ci stessimo dirigendo in modo (quasi) inconsapevole, verso una situazione che potrebbe innescare un evento dalle proporzioni inimmaginabili, qualcosa di così dirompente da stravolgere ogni nostra certezza e soprattutto ogni nostro modello previsionale...

Provo allora a valutare quanto sta accadendo con la massima lucidità, allontanando da me, qualsivoglia ottimismo di chi spera che tutto si risolva da solo.

Come dicevo, gli Stati Uniti, restano la superpotenza indiscussa, ma certamente l'attuale posizione e quel suo Presidente, evidenziano una situazione ben più complessa di quella orchestrata nel passato. 

Non c'è solo la rivalità strategica con la Cina o con la Russia, un confronto che assorbe costantemente energie intellettuali e risorse diplomatiche, ma vi è anche la necessità di tenere insieme alleanze logorate, tensioni tra i partner europei, e di contenere tutte quelle fiammate che dal Medio Oriente si spingono fino al Golfo Persico. 

Ed è proprio in quella regione, in questo crogiolo di antichi conflitti e nuovi interessi, che si registra uno degli sviluppi più critici: Il confronto con l'Iran, fatto di attacchi, rappresaglie calibrate con vittime precise, diplomazia concessa e poi tolta, il tutto ha così riportato l'attenzione su uno dei pilastri più delicati e vulnerabili dell'economia globale e cioè, l'energia, il suo dover fluire in modo ininterrotto e soprattutto la sua completa disponibilità, a prezzi sostenibili.

Perché quando una superpotenza è impegnata simultaneamente su più fronti, il rischio non è solo quello, immediato e visibile di un'escalation militare, no... il rischio più subdolo, più profondo, quello che si annida nella logica anche di un gigante, è che le risorse non sono infinite, anzi, si riducono, vengono dirottate, e con esse l'attenzione politica che si frammenta e si disperde. 

La capacità di rispondere rapidamente e in modo decisivo a nuove crisi, a scintille inattese, può indebolirsi, creando un vuoto, una percezione di vulnerabilità. Ed è spesso in questi momenti di apparente distrazione, in questi interstizi di incertezza, che altri attori globali iniziano a fare due conti, a rivalutare le proprie posizioni e a chiedersi se non sia giunto il momento di testare i limiti del sistema, di cogliere un'opportunità che fino a ieri sembrava preclusa.

Fine Prima parte 

giovedì 19 marzo 2026

Certe cose, da noi, si sa... non possono esser affidate a mani nuove.

Non so voi... ma io sono stanco di leggere le cronache che puntualmente mostrano la parte negativa di questa mia terra.

Tuttavia, non so dirvi se, i problemi presenti in questo periodo nel mondo, certamente più gravi dei nostri, abbiano avuto il merito di spostare altrove la mia attenzione, sì... concedendomi una tregua. 

Ma come ben sapete, questo mio blog nasce principalmente per mettere in evidenza quanto ahimè accade qui, in questa terra, in questa meravigliosa isola, e quindi non posso che riprendere quel filo, una storia che giungendo da lontano, ritorna però puntuale, quasi fosse una costante o forse dovrei cercare altrove le causa di questa forma di resilienza tutta "siciliana": quella del potere che si riproduce, si adatta, cambia pelle ma – disgraziatamente – non cambia sangue.

Leggo di sviluppi, perquisizioni, fascicoli aperti, contanti nascosti, e penso a quanto sia sempre la stessa sostanza delle cose. Certo... cambiano i nomi, e questo è quantomeno un fatto, non positivo, badate bene, perché l'infezione continua egualmente a diffondersi, ma quantomeno vi è la speranza che chi è stato in certe posizioni per anni a infettare il sistema, forse finalmente potrebbe non esserci più, limitando il male compiuto e quel diffuso marciume.

Certo, se ripenso a tutti i meccanismi adottati, a quel modo di tessere relazioni, mettere a frutto conoscenze accumulate in anni di scranni e poltrone, già... se rivedo quei ponti costruiti tra chi gestisce la cosa pubblica e chi quella cosa pubblica "l'ha piegata ai propri fini", beh... non c'è proprio nulla per cui stare allegri.

Ricordo che parliamo di un sistema che incarna la perfetta soluzione di continuità, che passa da una legislatura all'altra, da un governo all'altro, da un incarico all'altro, come se la politica e quel ruolo istituzionale, non fosse altro che l'anticamera di affari ben più redditizi.

Prendiamo ad esempio quel dirigente. Una carriera costruita negli ingranaggi di quel sistema clientelare e massone, che ha evidenziato nel corso degli anni d'aver interpretato alla perfezione quella doppia faccia: una istituzionale, fatta di carte bollate e programmazione, e quell'altra, fatta di favori, di segnalazioni, di porte aperte per gli amici degli amici.

Il punto, comunque, non è solo la somma di denaro in contanti che si potrà trovare in casa o presso suoi familiari, che pure costituisce un indizio pesante, no... ciò che è peggio è la rete, quel modo di sentirsi protetti, di essere al sicuro, di pensare che certi favori fatti a certi personaggi, non solo restino nell'ombra, ma rappresentino il proprio personale salvacondotto.

E poi, consentitemi di aggiungere un altro tassello, quello che nonostante i guai giudiziari, continua imperterrito a stare in quella posizione, sì... quel sentirsi talmente indispensabile da rimanere in servizio, ben oltre i limiti consentiti di legge.

Una storia che conosciamo bene: quando un sistema considera un uomo insostituibile, forse andrebbe chiesto il perché. Perché è così importante tenere in sella un funzionario indagato, o addirittura sollecitarlo a non andare in pensione? Forse perché quest'ultimo garantisce fluidità a certi meccanismi, a certi passaggi, a certe ditte amiche che, a differenza di altre, dovevano vincere determinati appalti?

Ecco, è questo che mi fa venir il vomito, già, la naturalezza con cui tutto scorre, la continuità tra chi c'era prima e chi c'è adesso.

Ecco quindi che i vecchi legami con certi esponenti politici – finiti in passato al centro di inchieste giudiziarie – vengono misteriosamente accantonati, per dare il via a una nuova stagione, nuove nomine, nuova fiducia. Come se la memoria fosse una facoltà che si esercita solo quando conviene, e si perde quando potrebbe diventare ingombrante.

A cosa serve allora ascoltare quel mondo fatto di intercettazioni, di nomine pilotate, di aziende che ottengono accreditamenti mentre altre li perdono? Un sistema che racconta di una regia occulta, che non disdegna di intrecciarsi con certe logge, con ambienti dove si stringono patti tra persone che, formalmente, non avrebbero nulla a che spartire. E invece spartiscono eccome. Spartiscono il potere di decidere, il potere di indirizzare, il potere di escludere!

Come dicevo all'inizio, mi capita spesso, leggendo queste notizie di cronaca, di pensare a chi verrà dopo. Sperando che sia migliore di chi l'ha preceduto. Ma la mia, forse, è solo un'illusione. Perché se è vero che le inchieste vanno avanti perennemente nello stesso modo, se la magistratura e le forze dell'ordine compiono il proprio dovere con pazienza certosina, è anche vero però che quei sistemi illegali non muoiono con un'ordinanza di custodia cautelare: Si adattano, si riposizionano e continuano ad operare.

Difatti, quel che resta, dopo ogni tempesta giudiziaria, è la sensazione che il guscio più duro, quello fatto di complicità e omertà, sia ancora lì, intatto, in attesa di nuove stagioni.

Auspico, come credo ciascuno di voi, che l'attenzione non venga mai spenta. Io, nel mio piccolo, con questo blog - ma soprattutto con le denunce in Procura - ci provo, perché so che quest'ultimi, insieme ai militari, gli organi di controllo continueranno a seguire i fili di quegli intrecci, senza limitarsi ai primi livelli.

D'altronde sappiamo bene che - solitamente - quello che emerge, è sempre la punta di un iceberg. Ed è sotto, si sa, che c'è il resto. Il resto fatto di appalti pilotati, di carriere di dirigenti costruite sulle raccomandazioni dei boss, di assessorati che diventano sportelli per gli affari sporchi di pochi.

Ma poi, finita l'emergenza, come sempre accade, si torna a guardare altrove. E loro, quelli che tessono la tela, ricominciano. Sì, con pazienza certosina. Già, con la stessa pazienza con cui aspettano che un funzionario raggiunga l'età della pensione per poi convincerlo a restare. Perché certe cose non possono essere affidate a mani nuove.

Perché le mani nuove, si sa... il più delle volte, non sanno tenere certi fili.


mercoledì 18 marzo 2026

Pelligra: L'avevo detto! - Pelligra: I told you so!

Presidente Pelligra, ricorda: L'avevo detto!

Glielo scrissi in una lettera aperta, in inglese, qui sul mio blog, l'11 novembre del 2024: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/11/open-letter-to-president-pelligra.html a cui seguì il 18 agosto dello scorso anno un post intitolato: Presidente Pelligra, perdoni questa riflessione senza filtri – ma è l’amore per il Catania a parlare. Link: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/08/presidente-pelligra-perdoni-questa.html

In quei post trovai l'unica strada per raggiungerla direttamente (sì... escludendo - ma solo virtualmente - i miei lettori), per parlarle con Lei, da uomo a uomo, con il cuore in mano e senza filtri.

In quelle note, che stamani ho riletto con la malinconia di chi vede avverarsi i propri peggiori timori, provai a metterla in guardia su alcune decisioni che mi sembravano già allora discutibili.

Le parlai dei giovani promettenti che erano stati ceduti troppo frettolosamente, ragazzi che nei loro limitati minuti in campo avevano dimostrato qualità importanti: la capacità di saltare l'uomo, di spingere sulle fasce e di mettere cross in area. Tutte caratteristiche che, sottolineai, alla squadra già allora mancavano e che, in questi mesi - seppur in parte - si son fatte sentire.

Le dissi che immaginavo, e potevo sbagliarmi, che fosse stato l'allenatore ad influenzare certe scelte di mercato, preferendo giocatori a lui familiari, forse per evitare tensioni in spogliatoio, ma i risultati, già a novembre, confermavano che qualcosa non funzionava come avrebbe dovuto. Alcuni dei nuovi acquisti mostravano evidenti limiti per la categoria, mentre altre squadre investivano con intelligenza in giovani talenti, anche extracomunitari, atleti di alto valore e soprattutto convenienti.

E poi, scrissi che, da diverse partite, l'allenatore non sembrava impiegare la squadra nel modo più efficace. Un segnale preoccupante, che richiamava alla mente le difficoltà dell'anno precedente. Le chiesi quindi di prendere in mano la situazione prima che fosse troppo tardi, di pretendere un cambiamento netto che coinvolgesse dirigenza, staff e giocatori. 

Aggiunsi, altresì con fiducia, che fossi certo che il Catania avrebbe potuto raggiungere i playoff, ma che raggiungerli era solo una parte della sfida: vincerli e ottenere la promozione richiedeva qualcosa di più. Ed infine conclusi che era ora di abbandonare le chiacchiere e concentrarsi su ciò che poteva realmente aiutare Toscano a invertire la tendenza.

Ed eccoci qui. Oggi, 18 marzo 2026, a quasi un anno da quella lettera, leggo la notizia dell'esonero di Mimmo Toscano. Una decisione presa dopo una lunga notte di consultazioni, nell'aria da giorni, certamente, ma che arriva quando il Benevento è ormai irraggiungibile e l'unico obiettivo possibile sono i playoff. Quei playoff che, come le scrissi, richiedono qualcosa in più.

In questi mesi, infatti, sono rimasto in silenzio, ma non ho mai smesso di osservare la squadra. E mentre molti, per non dire tutti, esaltavano il primo posto, io continuavo a vedere le stesse lacune, la stessa fragilità, le stesse partite vinte per un soffio, grazie a un miracolo di Dini, a un palo, a un errore arbitrale a nostro favore. 

Ogni partita, ad esclusione di tre o quattro, è stata una sofferenza. Lo ripetevo al mio amico e barbiere Tony: il problema non è essere primi o secondi, il problema è che con questa rosa, sulla carta superiore a tutti, dovremmo avere venti punti in più e volare in serie B. Invece siamo qui a lottare, e la fortuna, si sa, prima o poi gira.

Vedere ieri sera il Vicenza salire in B e la festa che ne è seguita, mi ha fatto un po' rattristare, seppur ammiro da sempre quella squadra, sì... da quando giocava lì, Paolo Rossi! Una piazza seria, organizzata, che pur non avendo sulla carta una rosa superiore alla nostra, ha trovato la quadra e la continuità per tagliare per prima il traguardo. 

Ecco, forse è anche questo che ci manca: quella solidità, quella capacità di trasformare i pronostici in realtà. Perché se è vero che il calcio non è una scienza esatta, è altrettanto vero che certe differenze, alla lunga, vengono sempre fuori. E noi, purtroppo, quelle differenze le abbiamo pagate tutte e non voglio gettare la croce sul solo tecnico! La responsabilità è sempre condivisa, parte dai dirigenti della società, passa per le scelte di mercato, arriva allo staff e scende in campo con i giocatori. Ma quando il malessere diventa così evidente, quando il gioco manca per intere stagioni, significa che qualcosa a monte non ha funzionato.

Ora arriva William Viali. Un nuovo corso, si dice. Un generatore di entusiasmo, un tecnico che predilige il gioco offensivo e il dialogo con i giocatori. Non so quanto questo cambio in corsa possa giovare, ma quantomeno si prova a salvare una stagione che rischiava di essere l'ennesimo capitolo di un fallimento annunciato.

Le scrissi, Presidente, che non intendevo sostituirmi ai suoi manager. Ma dopo trent'anni di leadership in altri campi, so riconoscere quando una struttura non funziona e quando è necessario un cambiamento. Lei oggi quel cambiamento l'ha fatto. E io, con l'affetto e la gratitudine di sempre per tutto ciò che sta facendo per la nostra città, non posso che prenderne atto e guardare avanti con la speranza che questa volta, finalmente, si sia presa la strada giusta.

Perché il Catania, i suoi tifosi, e lei stesso, Presidente, meritano di stare in piani più alti. E io, come dice il detto, continuerò a sperarlo... sempre!

martedì 17 marzo 2026

Quando non sei tu il paziente: il mio sguardo da accompagnatore, sul miracolo quotidiano della Cardiologia del Policlinico di Catania.

Quando varchi la porta di un “Pronto Soccorso” per qualcuno a cui vuoi bene, il mondo si ferma, o meglio, continua a girare, ma tu lo guardi da dentro una bolla, dove i rumori sono attutiti e tutto quello che vedi intorno, sono volti sconosciuti e macchinari dei quali non sai nemmeno come si chiamano.

Ed è in quel preciso istante, già… quando sei fragile, che non puoi far altro che affidarti a degli emeriti sconosciuti, e lo fai perché d’altronde non hai altra scelta, ma forse anche perché, nel profondo, vuoi credere che almeno loro sappiano cosa fare.

Certo, per me questa situazione è alquanto difficile da comprendere, vi parla uno che, per fortuna, è sempre stato bene e che gli ospedali non ha avuto modo di conoscerli mai direttamente, ma solo per accompagnare gli altri, stando sempre fuori… in quel ruolo strano di chi osserva da vicino, ma che non sa cosa fare.

E forse, è proprio questo mio punto di vista, quello di uno che, non dovendo lottare per sé stesso, ho potuto veder con maggior chiarezza come si lotta per gli altri.

Sì… in queste settimane al Policlinico di Catania, l’ho visto con i miei occhi: quel “sapere cosa fare”, non è una speranza, ma una prassi. Sin dall’ingresso, mentre cercavo di dare un senso a quel turbinio di ansia e attesa, ho notato qualcosa che va oltre la semplice efficienza.

Ho visto ovunque persone preparate, capaci di individuare il problema con una rapidità che a me, profano, è sembrata quasi istintiva, e che invece è frutto di anni di studio e sacrificio. Ma la cosa che più mi ha colpito, in quel primo impatto, è stata la cortesia di chi era lì solo per dare informazioni: perché quando non capisci nulla di medicina, avere qualcuno che ti spiega con pazienza, è già una cura.

Poi, quando la situazione si è fatta più seria e quel letto è rotolato oltre le porte della “Terapia Intensiva”, ti senti spogliato di tutto: del controllo, della sicurezza, persino della possibilità di stare vicino alla persona cara.

Ed è lì, in quel limbo di attesa, che puoi solo osservare i dettagli. E i dettagli che ho osservato sono stati tanti; l’altissima pulizia, il rispetto meticoloso delle norme di sicurezza, quel senso di ordine che non è mai fine a sé stesso, ma è il primo, silenzioso, atto d’amore verso chi è fragile. Perché un ambiente curato ti dice, senza parole, che anche la persona al centro di quella stanza sarà curata.

Il “cuore” di questo viaggio, però, è stato il reparto di Cardiologia. Ed è qui che il mio ruolo di semplice accompagnatore si è trasformato in quello di spettatore ammirato. Il Professor Davide F. Capodanno guida una squadra che sembra uscita da un manuale di virtù mediche, se non fosse che i manuali non sanno sorridere.

Perché quei giovani medici e consentitemi di aggiungere anche gli infermieri e tutto il personale ausiliario, che si sono alternati a tutte le ore del giorno e della notte, non solo hanno evidenziato competenza, ma hanno mostrato una rara capacità e cioè quella di trasformare la nostra ansia in domande, le nostre domande, spesso banali, in risposte chiare e sincere.

Ricordo i giorni di degenza appena trascorsi, in cui tutto sembrava buio, ma loro erano lì che passavano, controllavano, e poi si fermavano un attimo di più, solo per parlare con noi familiari, con gli amici, persino con alcuni colleghi presenti.

Non si sono mai sottratti a un confronto. Hanno avuto la pazienza di spiegarci cosa stava avvenendo, cosa sarebbe successo dopo e quali cure sarebbero state intraprese, e l’hanno fatto con una serenità che ci ha tenuti per mano, senza farci pesare la nostra ignoranza, ma anzi, illuminando il percorso, un passo alla volta.

Forse è questo il miracolo quotidiano di un grande Ospedale: non solo aggiustare corpi, ma sostenere anime…

Ed è per questo che oggi il mio pensiero va a loro, a tutti loro, dal primo operatore all’ultimo specializzando. Avrei voluto mettere i nomi di quanti ho avuto modo di conoscere, ma non volevo togliere meriti agli altri loro colleghi, sicuramente altrettanto bravi, presenti ai vari piani di degenza. Il mio è quindi un plauso generale, ma non generico: parte dal cuore e spero arrivi lontano, a ciascuno per quello che ha seminato in quei giorni difficili.

Perché quando la paura bussa alla porta, e loro ti aprono con professionalità e umanità, la paura, almeno un po’ arretra… e a Catania, grazie al nostro Policlinico, questo accade!

lunedì 16 marzo 2026

REFERENDUM: La giustizia che saremo chiamati a scegliere.

Buongiorno, vorrei provare oggi a mettere un po' di ordine su una questione che tra qualche giorno ci chiamerà tutti a fare una scelta.

Prima di farlo però, allego al post un'immagine di un murales, con una frase di Giovanni Falcone: "Ci accorgeremo che la mafia è entrata nelle istituzioni quando le stesse attaccheranno la magistratura". Una frase forte che sembra giungere al momento giusto, già, da chi ha pagato con la vita per ciò che diceva.

E poi ho ricollegato quel pensiero a quanto, il 22 e 23 marzo, saremo chiamati a fare: votare per un referendum che riguarda proprio la magistratura, il suo rapporto con le istituzioni e il suo equilibrio interno. E allora quella frase, in questa vigilia, pesa diversamente. Non come un avvertimento generico, ma come una domanda che ci portiamo dentro mentre proviamo a districare cosa cambierebbe, davvero, se dovesse vincere il Sì o il No.

In quei due giorni saremo chiamati a votare su una riforma della giustizia voluta dal governo e, come spesso accade, ogni volta che mi trovo di fronte a un appuntamento del genere, mi fermo e mi chiedo: ma cosa significa davvero, nella vita di tutti i giorni, tutto questo?

Intanto, forse è bene ricordare che si tratta di un referendum confermativo. Vuol dire che la legge è già stata approvata dal Parlamento, ma non avendo raggiunto quella maggioranza dei due terzi che in Italia serve per modificare la Costituzione senza passare dal voto popolare, ora tocca a noi. Non c'è un quorum da raggiungere, quindi qualunque sia l'affluenza, il risultato sarà valido. Se vince il Sì, la riforma entra in vigore. Se vince il No, tutto rimane come è. Sembra semplice, ma dentro questa semplificazione si nasconde una complessità che forse vale la pena provare a districare.

Il punto centrale, il cuore di tutto, è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Oggi, chi entra in magistratura può, nel corso della sua vita professionale, passare da un ruolo all'altro. Con la riforma, invece, si dovrebbe scegliere all'inizio: o si è giudici, o si è pm. E una volta fatta quella scelta, non si torna indietro.

Da una parte, chi sostiene il dice che questo serve a garantire una maggiore terzietà del giudice, a rendere i processi più equi. Dall'altra, chi dice No fa notare che già oggi, con una riforma precedente, cambiare funzione è diventato un evento rarissimo: parliamo di meno di trenta magistrati su novemila all'anno. E allora, qualcuno si chiede: vale la pena cambiare la Costituzione per un fenomeno così piccolo?

Poi c'è la questione dei due Consigli superiori della magistratura. Oggi ne abbiamo uno solo, che si occupa di tutto. Domani, con il Sì, ne avremmo due distinti: uno per i giudici, uno per i pm. Sempre presieduti dal Presidente della Repubblica, sempre con membri scelti in parte per sorteggio. E anche qui, le posizioni si dividono. C'è chi vede nel sorteggio una possibilità per ridurre il peso delle correnti, per spezzare quelle dinamiche di potere che talvolta rendono la magistratura un mondo un po' chiuso. E c'è chi teme che questo possa indebolire l'autogoverno, rendere la rappresentanza meno autentica.

E ancora: la nuova Alta Corte disciplinare. Quindici membri, in maggioranza magistrati, selezionati con un sistema che mescola estrazioni a sorte e nomine. Un tentativo, dicono i promotori, di rendere più trasparente e imparziale la gestione della disciplina. Ma anche qui, le voci contrarie avvertono che potrebbe essere un ulteriore passo verso una giustizia più frammentata, meno coesa.

In queste settimane la campagna referendaria è entrata nel vivo. La presidente del Consiglio ha già cominciato a spingere per il Sì, parlando di una riforma importante per modernizzare il Paese. Ma poi è capitato che un alto funzionario del ministero della Giustizia abbia usato parole pesanti come "plotoni di esecuzione" parlando della magistratura, e quelle parole hanno fatto discutere, hanno diviso, hanno portato la stessa presidente del Consiglio a prenderne le distanze. Ecco, forse anche questo ci dice qualcosa di quanto sia delicato e sfaccettato il tema.

I partiti, come sempre, si sono schierati. La maggioranza compatta per il Sì, i principali partiti di opposizione per il No, mentre altre forze politiche minori si dividono tra il sostegno alla riforma e la libertà di coscienza. Ma al di là degli schieramenti, quello che mi interessa è provare a capire cosa cambierebbe davvero, nel nostro rapporto con la giustizia, se dovesse vincere l'una o l'altra opzione.

Se vincesse il Sì, ci troveremmo con una magistratura divisa in due, con due organi di autogoverno distinti, con un nuovo tribunale disciplinare. E poi ci sarebbe un anno di tempo per scrivere le leggi che rendono tutto questo operativo. Se vincesse il No, resteremmo con il sistema attuale, con i suoi pregi ma anche con i suoi difetti: l'ingiustizia a volte perpetrata, in particolare quando osserviamo i ribaltamenti nei gradi di giudizio, la lentezza dei processi che ben conosciamo e soprattutto quel senso di distanza che talvolta si prova quando, per aver compiuto il proprio dovere da cittadino - rispettoso dei principi di legalità - si ha a che fare con le aule dei tribunali.

Forse, più che schierarmi, oggi mi viene da pensare a quanto sia importante, in una democrazia, che ognuno di noi si faccia un'opinione. Perché al di là delle parole dei partiti, al di là degli slogan, quello che si decide è l'architettura stessa di uno dei poteri dello Stato. 

E io credo che, in fondo, sia proprio questo il senso di andare a votare. Non solo per dire sì o no a una riforma, ma per partecipare a quel processo continuo e faticoso che è il dare forma alla nostra convivenza.


domenica 15 marzo 2026

Riflessioni sulla mafia catanese dopo la morte del boss.

Si è spento il boss, e con lui se ne va un’epoca...

La scomparsa del vecchio capo, di quello che è stato per decenni il punto di riferimento assoluto della criminalità catanese, chiude un capitolo di sangue che aveva legato la città ai destini tragici dei corleonesi.

È la fine di una stagione, quella della mafia sanguinaria, fatta di lupara e di stragi, che dagli anni Ottanta in poi aveva imposto un dominio ferreo e visibile. 

Ora il suo corpo tornerà a Catania per la sepoltura, ma le forze dell'ordine già presidiano il "silenzio", per evitare che quel ritorno diventi un palcoscenico, un pellegrinaggio laico verso un potere che non c'è più.

Eppure, in questo silenzio vigile, dobbiamo chiederci: cosa si spegne davvero con lui? Il cuore dell'organizzazione, lo sappiamo bene, aveva già smesso di battere all'unisono con il suo... da tempo. Da anni, chiuso in carcere, il vecchio boss era più un simbolo, che un regista. La regia era già passata di mano, silenziosamente, a una struttura più giovane, a una leadership operativa che aveva imparato a fare a meno della sua voce. 

Una "giovane" mafia, se vogliamo usare le virgolette, ben consolidata e certamente più pragmatica, più ragionevole, se con ragionevolezza intendiamo la capacità di puntare esclusivamente al business, di insinuarsi dentro l'economia sana, di confondersi con essa fino a renderne impossibile la distinzione.

Ed è qui che il discorso si fa più complesso, perché la storia, e anche certe narrazioni televisive come ad esempio "Gomorra", che abbiamo imparato a conoscere, ci insegnano che la morte di un capo carismatico non è mai un semplice passaggio di consegne. È una faglia che si apre. 

Genera un vuoto, e il vuoto richiama aria, richiama movimento. Dentro quel vuoto possono innescarsi riassetti imprevisti, frizioni, persino conflitti tra le diverse anime che compongono il clan: le famiglie storiche del centro, le radici più profonde dei quartieri, le fazioni più dinamiche e magari meno controllabili della provincia. 

Il "trono", se di trono si può parlare in un'organizzazione che ormai predilige le stanze di rappresentanza alle piazze di spaccio, non è mai veramente stabile. Ci si siederanno i reggenti attuali, quelli che in questi anni hanno gestito gli affari con la calcolatrice in una mano e lo sguardo rivolto ai bilanci. Sono spesso legati al vecchio boss da vincoli di sangue o da una fedeltà lunga una vita, ma la loro autorità non è la stessa, non ha quel peso specifico che solo il carisma di un fondatore può garantire.

Quello che abbiamo di fronte, ormai da tempo, è una mafia che ha cambiato pelle, che ha messo da parte la divisa militare per indossare l'abito imprenditoriale. La tendenza di Cosa Nostra etnea è ormai questa: infiltrazione negli appalti, riciclaggio di capitali sporchi in economie che sembrano pulite, estorsioni che non gridano vendetta ma sussurrano il loro peso, cercando di non alzare mai troppo il volume per non attirare i riflettori. 

Le stragi dei primi anni Novanta hanno insegnato una lezione fondamentale: la visibilità è una nemica mortale. Meglio l'ombra, meglio il silenzio, meglio la capacità di diventare un ingranaggio invisibile della macchina economica. Eppure, e questo è il paradosso, il controllo del territorio non si è mai davvero attenuato, è semplicemente diventato più discreto. La presenza militare c'è, ma non si sbandiera più. E si sente, sì, come si sente una corrente d'aria in una stanza chiusa.

E in questo quadro, che è già di per sé una previsione, si inserisce una variabile impazzita, qualcosa che potrebbe davvero stravolgere ogni calcolo. Immaginiamo, per un momento, che il vuoto di potere non generi una lotta per la successione, ma una frammentazione inaspettata. Non più un'unica famiglia allargata con i suoi equilibri, ma la nascita di tanti piccoli, agguerritissimi nuclei indipendenti. 

Una balcanizzazione della malavita. Giovani leve cresciute all'ombra dei vecchi, ma senza averne la pazienza strategica, potrebbero decidere di fare da sé, di non riconoscere più alcuna reggenza, di allearsi con pezzi di altre organizzazioni, magari straniere, portando a Catania modelli operativi nuovi e più spregiudicati.

Ecco che allora, in questo scenario, la mafia imprenditoriale lascerebbe il passo a una criminalità liquida, fatta di rapporti variabili, di alleanze temporanee, di business che si fanno e si disfano con la velocità di una transazione finanziaria. Il controllo del territorio non sarebbe più un feudo da presidiare, ma una rete di connessioni da comprare e vendere al miglior offerente. Il pericolo, in questo caso, non sarebbe più la presenza di un nemico identificabile, ma la sua dissoluzione in mille rivoli difficilissimi da arginare.

Ma c'è anche un'altra possibilità, più sottile, e forse più inquietante. Che questo passaggio generazionale, invece di indebolire il sistema, lo perfezioni. Che la nuova leadership, senza il peso di un passato così ingombrante, riesca finalmente a completare quel processo di mimetizzazione nell'economia legale che il vecchio capo aveva solo iniziato. Immaginiamo che l'assenza di un padrino carismatico liberi i clan da ogni inutile orpello celebrativo, trasformandoli in pure holding criminali. Non più sangue, non più riti, non più pizzo gridato, ma soltanto capitale investito, società partecipate, professionisti compiacenti. 

Una mafia che non si vede, che non fa rumore, che non uccide quasi più perché non le serve. Una mafia che diventa un'entità finanziaria occulta. In questo scenario, la morte del padrino sarebbe stata l'ultimo atto necessario per far nascere il nuovo assetto definitivo: un'organizzazione invisibile, e per questo infinitamente più difficile da combattere.

La Procura di Catania, lo sappiamo, non abbassa la guardia. La pressione investigativa resta altissima, con il mirino puntato proprio su quelle nuove leve che cercheranno di muovere i primi passi in questo territorio minato. Certo, dovrei parlare anche di coscienza civile di questa città, che sicuramente non è più quella di un tempo, ma vi prego, non mi venite a parlare di vigilanza diffusa, di un'attenzione che nascerebbe dalla memoria e dalla stanchezza di un dolore troppo a lungo subito. 

Perché sono tutte cazz... e la sfida resta ahimè ancora maledettamente ostinata. D'altronde, basti osservare gli esigui articoli, cartacei e sul web, pubblicati in questi giorni sull'argomento, in cui la morte del boss è stata riportata da molti come un semplice episodio qualunque, più che come la fine di un simbolo o di quello che fu (e continua ad essere...) un potere criminale.

La verità infatti è che la struttura che lui stesso aveva progettato e costruito, in tre decenni di detenzione, ha ormai imparato a camminare da sola E quindi il vero interrogativo, quello che ci accompagnerà nei prossimi mesi, non è se la macchina continuerà a funzionare (perché di questo ne sono certo), ma in quale direzione la porteranno i suoi nuovi successori. 

Riusciranno a mantenere la compattezza della famiglia senza l'autorità indiscussa del vecchio patriarca, o assisteremo a una mutazione che potrebbe renderla ancora più forte e quindi inafferrabile?

Già. È in questo spazio stretto, tra il vuoto di potere e la forza dell'evoluzione, che si gioca il futuro. E consentitemi di aggiungere, sulla vicenda, una nota negativa: al sottoscritto non resterà che continuare a guardare. E guardando, constatare che il copione è sempre quello, e gli attori hanno solo cambiato nome.

Sì... senza che la tanto sbandierata coscienza civile dei miei conterranei - e ancor più dei miei concittadini - possa riscrivere una pagina diversa da quella che ormai il copione sembra aver già scritto!

sabato 14 marzo 2026

Una favola per adulti: La livella dell'indifferenza.

Sì... stasera ho voglia di ridere, ed è proprio per questo che ho deciso di scrivere in maniera leggera, estemporanea, perché in fondo, di cosa dovrebbe ridere l'umanità se non di sé stessa, delle sue certezze traballanti e di tutte quelle favole che ogni giorno si racconta per non sentire il rumore del vuoto che la circonda?

Dai... siamo onesti, guardiamoci intorno per un secondo. Miliardi di persone, milioni d'individui che ripongono la loro intera esistenza in un racconto, in una favola. Perché diciamocelo, che cos'è la religione se non l’incredibile capacità di credere alle storie più fantasiose, raccontate con tono solenne da qualcuno che, guarda caso, si propone come nostro intermediario diretto con l’universo? Un universo che - per puro caso - gli conferisce anche una certa autorità su di noi.

Sono storie affascinanti, per carità, tentano di dare un senso al caos, di imbrigliare l’animo umano in un codice di regole e di proiettarci verso un potere più alto. Ma la verità, quella nuda e cruda, è molto più semplice e molto più spaventosa: non c’è nulla. Non qua sotto, e certamente non in un "altrove". E d'altronde, chi potrebbe mai smentirmi? Da vivo non può, da morto… beh, ancor meno, e se anche potesse, chi lo ascolterebbe?

Nella mia vita ne ho sentite di tutti i colori. Storie bellissime, entusiasmanti...

Ricordo un tizio che mi raccontò di un incidente in motorino da ragazzino. Lui era lì, svenuto sull’asfalto, eppure, con la precisione di un drone, "vedeva" tutto dall’alto: le sue gambe storte, la gente che gli correva intorno, l’ambulanza che arrivava. Poi, immancabile, il tunnel e quella luce abbagliante in fondo. Lui ci si infilava, sereno, diretto verso questo fantastico chiarore, quando una voce tonante lo blocca: "Fermo! Non è il tuo momento! Torna indietro". E zac, si sveglia in ambulanza. Un film già visto, no?

Poi c’è il classico racconto di chi è clinicamente morto per qualche minuto. Parametri piatti, la scienza che alza bandiera bianca, e invece no, il soggetto si risveglia e racconta di una presenza, una voce, un'entità che lo ha riportato indietro. Un salvataggio dall’aldilà in extremis.

Basta fare un giro in rete per trovare migliaia di queste perle. Resuscitati, miracolati, viaggiatori dell’aldilà. Ma cosa sono, in realtà, se non l’ultimo, disperato, magnifico tentativo del nostro corpo, e soprattutto della nostra mente, di non arrendersi? 

L’organismo, messo all’angolo, tira fuori l’ultima carta a disposizione: l’anestesia totale. Si auto-induce uno stato di protezione, una fantasia potente quanto la vita stessa, per addolcire la pillola. È lo stesso meccanismo, in fondo, di chi resta in coma per anni, sospeso in un suo mondo parallelo.

Perché alla fine, quando il sipario cala per davvero, cala e basta. Niente paradiso, niente inferno, e men che meno quel noioso posto di passaggio che chiamano Purgatorio. Non abbiamo nulla da farci perdonare da un’entità cosmica, e nessuno verrà a giudicarci con in mano la lista delle nostre marachelle. Niente vergini per gli uomini, niente stalloni per le donne, niente feste celesti con esseri alati. Niente. Nemmeno un po’ di polvere cosmica con il nostro nome sopra.

Finiremo tutti nell’oblio, sì... dimenticati. Di noi, che si sia stati giganti della storia o semplici comparse, non rimarrà nulla, nemmeno il nome. Saremo tutti lì, in quella stessa identica livella dell’indifferenza universale, a marcire come un fico o a dissolverci come polvere al vento... 

Perché in fondo, siamo solo esseri viventi, niente di più, niente di meno. E riderci su, ogni tanto, è l’unica vera rivolta che ci rimane.


venerdì 13 marzo 2026

Come ha detto il poeta tedesco Rilke: "Non puoi giudicare una persona dall'ultima conversazione che ci hai fatto... devi valutare l'intero rapporto che hai avuto con lui".

C'è un peso in quella frase di Rilke che ci cade addosso proprio quando meno ce lo aspettiamo, magari mentre stiamo preparando il "verdetto" su qualcuno basandoci soltanto sull'ultimo scambio di battute. 

Ci succede ogni giorno, a casa, a lavoro, anche per strada, sì... siamo capaci in un attimo, in quel breve intervallo in cui il nostro interlocutore finisce di parlare, a formulare un giudizio, senza lasciare spazio a ciò che è venuto prima. 

Quella frase del Poeta, viceversa, ci invita a fermare la "mano della sentenza" e a guardare indietro, a percorrere con lo sguardo quel lungo sentiero di incontri e silenzi che hanno costruito la persona che ora abbiamo davanti, perché ridurre tutto all'ultimo capitolo è come voler giudicare un libro leggendo solo l'ultima riga e pretendere però di conoscerne tutta la trama. 

Eppure - stranamente - lo facciamo continuamente, convinti che l'essenza di una storia stia sempre nella conclusione, quando forse la verità abita altrove, nei passaggi intermedi, nelle svolte apparentemente insignificanti, in quelle pagine che abbiamo sfogliato troppo in fretta.

Perché la verità è che la maggior parte di noi è fatta così, tendiamo a riempire i vuoti di comprensione con certezze rumorose, specialmente quando ci troviamo dinnanzi a una situazione o a un gesto che non riusciamo a decifrare immediatamente. 

È come se il silenzio dell'attesa ci mettesse a disagio, come se restare in sospeso fosse una condizione insopportabile da cui dobbiamo uscire a tutti i costi, anche a prezzo di forzare la realtà. Sentiamo salire quella perplessità familiare, quel senso di smarrimento che ci porta a cercare motivazioni personali dietro ogni analisi, sì... come se ammettere di non aver capito, fosse una sconfitta personale, invece che un'opportunità per avvicinarsi davvero al mistero senza fretta. 

Ed allora, preferiamo inventare, costruire castelli interpretativi, attribuire intenzioni mai espresse pur di non rimanere in bilico su quel "non so" che invece potrebbe essere l'inizio più autentico di ogni comprensione profondo.

Ed è qui che scatta quella che io definisco la "commedia umana", cioè quando si iniziamo a costruire castelli di interpretazioni per nascondere il fatto che forse quella porta è semplicemente chiusa e non abbiamo la chiave in tasca. Già... ormai siamo diventiamo architetti dai significati fasulli, erigiamo muri di parole per nascondere la nostra nudità conoscitiva, e lo facciamo con tale convinzione da crederci per primi.

Ci diamo un tono, usiamo parole complicate per descrivere emozioni che non abbiamo provato, tutto per proteggere il nostro ego dalla semplice verità che a volte le cose vanno lasciate respirare senza essere immediatamente etichettate o smontate per vedere come funzionano. 

Perché c'è una violenza sottile nel voler capire tutto subito, nel non concedere all'altro e all'opera il diritto di rimanere parzialmente inaccessibili, come se l'unico modo per rispettare qualcosa fosse possederla attraverso la comprensione totale e immediata.

Alla fine però resta la pazienza di chi sa che la verità non sta nel frammento ma nel mosaico, nell'insieme delle tessere che formano il rapporto e non nel singolo colore che ci ha colpito o infastidito. 

È una lezione che - ahimè - impariamo lentamente, attraverso gli errori e le ingiustizie che commettiamo quando giudichiamo troppo in fretta, attraverso i rimorsi di non aver aspettato quel giorno in più che avrebbe cambiato tutto.

La verità è che forse dovremmo permetterci di stare nel dubbio un po' più a lungo, accettando che non comprendere subito non significa non rispettare, ma anzi significa dare all'altro e all'opera il tempo necessario per rivelarsi nella sua interezza senza che noi dobbiamo per forza avere sempre ragione.

Già... significa coltivare quella sospensione del giudizio che è così difficile da praticare ma così rivoluzionaria nei suoi effetti, perché apre spazi dove la relazione può respirare e crescere senza il peso delle nostre sentenze affrettate.

Come diceva Pirandello: Notiamo facilmente i difetti altrui e non ci accorgiamo dei nostri...

giovedì 12 marzo 2026

Teste di legno! Oltre il monito: la zona grigia dove l'impresa incontra la mafia!

Buongiorno a chi mi legge e grazie di essere qui in questo spazio di riflessione dove provo a dare un senso ai miei pensieri (quantomeno a ordinarli...), provando a districare la matassa di ciò che accade intorno a noi.

Stamattina mi sono soffermato su una notizia che riguarda la mia terra, la Sicilia, e non solo essa; un particolare mi ha colpito, sì... costringendomi a quel tipo di ragionamento che parte lento, quasi in sordina, ma che poi non si ferma più.

Ho letto di un blitz della Guardia di Finanza, un'operazione che ha visto oltre trenta militari mobilitati tra le province di Catania, Palermo, Siracusa, fino in Emilia, precisamente a Parma. 

Un'azione coordinata che ha portato all'esecuzione di un'ordinanza del Tribunale di Catania per una nota società siciliana. E' scattata così la misura di prevenzione dell'amministrazione giudiziaria, uno strumento che, come ormai ben sappiamo, è previsto dal Testo Unico Antimafia.

Leggendo i dettagli di cronaca e ascoltando le interviste, mi sono fermato a ripensare alle conseguenze che ora questo provvedimento comporterà, e non mi riferisco al semplice sequestro di beni, ma a qualcosa di più profondo e certamente più intricato.

Parlo di una condizione che conosco fin troppo bene, sia nella sua accezione positiva e cioè – quando lo Stato entra dentro l'ingranaggio dell'impresa, non per fermarlo, ma per mettere le mani nel motore e ripulirlo da tutto ciò che non dovrebbe esserci – e sia, ahimè, per la parte oscura, sì... quella che non sto qui a riportare, ma che trovate in molti miei post, ricercando semplicemente la parola "amministrazione giudiziaria".

Certo, va detto: l'amministrazione giudiziaria è una misura che riconosce il valore dell'attività produttiva, il suo ruolo sociale, la sua capacità di dare lavoro e muovere l'economia. Tuttavia, una volta accertato che quell'azienda è stata contaminata, che ha respirato l'aria tossica di certi ambienti criminali o che il suo titolare ha superato quella soglia che non avrebbe dovuto varcare, ciò che accade dopo — in quel cosiddetto "momento di pulizia" — non sempre risulta essere altrettanto limpido o trasparente come dovrebbe. E di quanto appena detto, in questi mesi, le cronache sono piene, specialmente per quanto riguarda le collusioni di taluni suoi referenti istituzionali, già... nominati dai Tribunali in quella "gestione giudiziaria".

E poi c'è un ulteriore dettaglio in quelle immagini diffuse, durante la conferenza stampa, che ha innescato in me un ulteriore riflessione. Sì... nella foto che accompagna l'operazione compaiono dei panetti di droga, ma assomigliano di molto a quelli sequestrati in passato a Catania: nel 2023 nella zona industriale e poi in un altro blitz nel 2025 al porto. Già... stessi panetti, stesso marchio, quasi fosse ormai un logo di fabbrica. 

A pensarci mi vien da ridere, ho pensato infatti a come il crimine sia diventato "ingegnoso" portandosi ad un livello di professionalità alta, cosa dire... una vera e propria multinazionale che utilizza il suo brand e le sue logiche di marketing, con nuove rotte commerciali che si incrociano, con quelle delle merci legali.

Come ho scritto alcuni mesi fa, i porti e le zone industriali, non sono più solo luoghi di lavoro o di scambio, ma sono diventati mercati dove l'illecito e il lecito si sfiorano, si toccano e, nella maggior parte dei casi, si confondono.

Apprezzo, la frase del procuratore, che ha definito questo provvedimento un monito per gli imprenditori. Ma vorrei sapere: a quali imprenditori si stava riferendo? A quegli esigui, onesti, che si contano sulla punta di una mano, oppure alla maggior parte di essi, celati sotto "teste di legno" che, in cambio di un misero stipendio e di un'utilitaria, si spacciano (ma solo sulla carta) quali amministratori unici?

Ecco, forse questa è la chiave di lettura che dovremmo utilizzare per scardinare quel sistema illegale. Non si tratta semplicemente di applicare un atto repressivo: quanto compiuto è un avvertimento chiaro e diretto a chi fa impresa in territori complessi come il nostro. È un messaggio che dice: "Sappiamo che operare qui è difficile, sappiamo che le pressioni esistono, ma la linea non si può oltrepassare. Scegliete da che parte stare".

Perché troppo spesso si pensa che la mafia sia solo violenza, estorsione, omicidi, quando invece la sua vera forza, è la capacità di infiltrarsi nell'economia legale, di diventare socio silenzioso, di offrire "soluzioni" a chi magari è in difficoltà, lasciandosi tentare dalla strada più breve.

E così, mentre i finanzieri sono al lavoro, io resto qui a chiedermi: quante altre imprese vivono in questa zona grigia? Quante volte l'emergenza economica, la burocrazia soffocante, la concorrenza sleale spingono un imprenditore a cercare appoggi sbagliati, a stringere mani che lasciano il segno? E d'altra parte, ditemi: è giusto che lo Stato arrivi sempre dopo? Dove sono quelle misure di prevenzione? Forse mancano di una presenza più costante, più quotidiana, sì... che protegga chi vuole fare impresa onesta?

Ma d'altronde, la notizia di riportata, non è solo un fatto di cronaca, ma rappresenta da oltre un trentennio uno spaccato di vita quotidiana, un conflitto enorme tra legalità e profitto facile, tra la voglia di riscatto e la rassegnazione, una complicità d'interessi messi in campo dalla politica, dalle istituzioni infedeli e dal sostegno dato dalla mafia. 

Ecco perché ritengo che quanto compiuto non possa rappresentare un vero monito e quindi, sebbene il blitz della Guardia di Finanza sia certamente lodevole sul piano operativo, manca il presupposto fondamentale perché diventi esemplare: un autentico mutamento della coscienza collettiva.

Perché se è vero che l'amministrazione giudiziaria prova a salvare l'azienda dal fallimento (morale e materiale), è altrettanto vero che ci ricorda quanto sia sottile il confine che separa il fare impresa dal farsi possedere da logiche che nulla hanno a che fare con il mercato sano, ed è in questo confine, in questa terra di nessuno, che si gioca ogni giorno la partita più importante per il futuro della nostra terra.

Sono d'accordo, quindi, con le parole del Procuratore di Catania, Francesco Curcio: la mafia deve rimanere fuori dal tessuto economico. Sembra un'ovvietà, eppure è una dichiarazione di guerra in tempo di pace.

Perché il tessuto economico è la trama su cui si costruisce il futuro di una comunità, è il lavoro, la dignità, l'onestà, la possibilità di restare in questa terra senza dover cercare altrove fortuna. Perché - se come avviene - quel tessuto viene infiltrato, se le sue trame legali si confondono con quelle oscure della criminalità - allora il futuro diventa una chimera e la legalità continua ad essere un optional! 

Già... perché come ripeto spesso: la vera ricchezza non è quella che si accumula in fretta, ma quella che si costruisce giorno dopo giorno, nel rispetto delle regole e della dignità di tutti! 

mercoledì 11 marzo 2026

SETAD: La lunga ombra del potere in Iran.

C’è una domanda che in questi giorni di fuoco torna con insistenza, sì... come un’ombra che non si lascia scacciare. Riguarda la natura del potere, la sua trasmissione e quel filo sottile ma resistente che tiene insieme sistemi apparentemente instabili.

E così... mentre i cieli del Medio Oriente si accendono e le cancellerie trattengono il respiro, a Teheran si consuma un passaggio silenzioso ma decisivo. 

Non è solo la successione alla Guida Suprema, non è soltanto il rombo dei bombardieri, no... è qualcosa di più profondo: chi comanda davvero, e su cosa poggia la forza di un regime che sembra sfidare ogni logica di crollo.

La risposta potrebbe nascondersi in un nome poco noto al grande pubblico: Setad. Sede Esecutiva dell’Ordine dell’Imam, nata nel 1989 per volontà di Khomeini per gestire beni confiscati. Un compito temporaneo, in teoria. Ma col tempo, quell’organismo si è trasformato in un impero economico valutato intorno ai duecento miliardi di dollari, paragonabile alle oligarchie russe. Il suo tratto distintivo? L’opacità assoluta. Il Setad non rende conto al Parlamento, né ai ministeri. Risponde soltanto alla Guida Suprema. È uno Stato dentro lo Stato, un sistema parallelo che investe in telecomunicazioni, energia, immobiliare, agricoltura, con entrate che superano persino quelle del petrolio iraniano.

Ma il Setad non è solo denaro. È controllo! Accanto a esso operano i bonyad, fondazioni caritatevoli che distribuiscono aiuti, costruiscono scuole, sostengono famiglie. Una rete di dipendenza, dove la carità diventa strumento politico. Il messaggio è chiaro: il regime è l’unico che ti protegge! Lo stesso meccanismo che alimenta Hezbollah in Libano. Ed è in questo contesto che emerge Mojtaba Khamenei, secondogenito dell’attuale Ayatollah, indicato come il successore designato.

La sua ascesa segnerebbe una rottura con un tabù fondamentale della Repubblica Islamica: la non ereditarietà del potere. Ma Mojtaba non è un semplice figlio al posto giusto. Per anni è stato l’ombra del padre, il custode delle informazioni, colui che decideva chi poteva avvicinarlo. Si dice sia stato il regista della repressione dell’Onda Verde nel 2009 e del movimento "Donna, Vita, Libertà" nel 2022. Il suo patto con i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, è saldo. Per loro, è la garanzia che il sistema militare ed economico resterà intatto. Le leve del potere non cambieranno mano.

E poi c’è il piano più personale. Mojtaba, come il padre, possiede una fortuna stimata in centinaia di milioni, con proprietà a Londra e Dubai. Qui, il potere politico e quello economico si fondono senza soluzione di continuità. Come ha osservato un analista israeliano, in un sistema dove ricchezza e accesso dipendono dalla vicinanza al vertice, la sopravvivenza del regime coincide con la sopravvivenza personale dell’élite. Per farlo crollare, servirebbe che qualcuno tra coloro che ne traggono vantaggio decidesse di voltare pagina. La nomina di Mojtaba va nella direzione opposta: blindatura, continuità, rafforzamento.

In mezzo a tutto ciò, la voce di Donald Trump. In conferenza stampa, annuncia che la guerra contro l’Iran finirà presto, che gli obiettivi militari sono vicini. Parla di colpire la produzione elettrica, ma di aver lasciato alcuni bersagli in serbo. Minaccia ritorsioni se il petrolio venisse bloccato. E poi, con un colpo di realpolitik, dichiara che gli Usa sono pronti a ridurre sanzioni sul petrolio iraniano – e persino su quello russo – pur di calmierare i prezzi prima delle elezioni. Intanto, la NATO abbatte un missile sopra la Turchia, gli Emirati subiscono attacchi di droni, e un proiettile uccide un parroco in Libano, padre Pierre El Raii.

Trump, commentando la possibile ascesa di Mojtaba, dice: “Un grosso errore, non so se durerà”. Una frase pronunciata da chi sta bombardando, certo. Ma tocca un punto vero. La durata non dipende solo dai raid o dalle sanzioni. Dipende dal rapporto tra un regime che si chiude a cerchio attorno ai suoi interessi e una società che, più volte, ha mostrato di volere altro. Il cardinale Parolin parla di “immane tragedia” che rischia di allargarsi, e ammette che le parole della Santa Sede sembrano cadere nel vuoto. Eppure, dice, bisogna continuare a seminare.

Forse è proprio qui il nodo. Mentre le bombe cadono e i mercati oscillano, mentre un nuovo leader si prepara a governare all’ombra dei Pasdaran e di un impero finanziario smisurato, la domanda non è soltanto se durerà... ma a quale prezzo e cosa resterà dopo.

Perché anche nei sistemi più chiusi, la storia lascia sempre delle crepe. E a volte, chi semina nell’ombra non sa mai chi raccoglierà. Ma come ripeto spesso: anche il muro più spesso ha delle fessure, ed è da lì che, prima o poi, filtra la luce di ciò che si credeva sepolto!


martedì 10 marzo 2026

Turchia: Il giorno in cui la tela si tende...

C’è un momento - in ogni crisi internazionale - in cui i fatti smettono di essere semplici incidenti e iniziano a sembrare frammenti di un disegno più grande.

Lo scrivevo pochi giorni fa (https://nicola-costanzo.blogspot.com/2026/03/turchia-e-caspio-come-linstabilita.html), quasi con la cautela di chi azzarda un’ipotesi: e se l’instabilità intorno all’Iran diventasse il grimaldello per forzare gli equilibri di un’intera regione?

Oggi, leggendo le cronache di queste ore, ho la sensazione di sfogliare nuovamente quel copione, come se quanto da me abbozzato, stia iniziando a concretizzarsi, e che qualcun altro, nel caso specifico Teheran, sta riscrivendo in fretta.

L’episodio in sé è quasi paradossale, eppure assume contorni nuovi. Un missile iraniano, lanciato chissà con quale intento, viene abbattuto sui sistemi Nato e i suoi detriti cadono sul suolo turco, non più ad Hatay, ma a Gaziantep. 

Ankara, ancora una volta, convoca l’ambasciatore e promette di adottare tutte le misure necessarie. La Nato osserva, e tutto sembra rientrare nei binari di un incidente di percorso. Eppure, mi chiedo: quando un pezzo di territorio nazionale viene violato, anche per errore, non si apre per il paese colpito una finestra di legittimità nuova? Non diventa possibile, all’improvviso, ciò che fino al giorno prima sarebbe apparso come una provocazione inaccettabile? 

Perché la verità è che la Turchia, in questi anni, non ha mai smesso di prepararsi. Ha tessuto relazioni silenziose con l’Azerbaigian, ha stretto accordi con le repubbliche turcofone del Caspio, ha trasformato la sua industria dei droni in un volano di influenza. Ha costruito, insomma, l’impalcatura di un progetto che aspetta solo il pretesto giusto per alzarsi in volo e diventare struttura visibile. E quel pretesto potrebbe essere arrivato, non nella forma di un’invasione, ma di un frammento di metallo caduto dal cielo.

Ma attenzione, perché oggi, mentre scrivo, la scena si è fatta più affollata e il copione più intricato. La neo Guida Suprema Mojtaba Khamenei, succeduto al padre, tiene il suo primo discorso e Putin si affretta a garantire il sostegno incondizionato della Russia (sì... un messaggio chiaro, che rafforza l’asse con Teheran, anche se il sottoscritto ci crede poco, già... mi sembra più una dichiarazione di circostanza...), mentre viceversa l’Europa cerca faticosamente una mediazione. 

E poi ci sono i numeri, freddi e impietosi: Dombrovskis parla di rischio stagflazione se il conflitto dovesse protrarsi, e l’alluminio vola ai massimi da quattro anni. La guerra ha già un prezzo, e lo stiamo pagando tutti. Il quadro, intanto, si fa sempre più complesso e denso di contraddizioni. Il Libano, bersagliato dai raid israeliani, si dice pronto a negoziare con Tel Aviv per una pace solida e duratura. 

In Iraq, il Kurdistan semi-autonomo ripete come un mantra che non si lascerà trascinare in alcun conflitto, ma i Pasdaran iraniani continuano a dedicare le loro ondate di attacchi al nuovo leader, con il grido “Labbayk ya Khamenei”, consapevoli che il confine è poroso e che le vecchie promesse di neutralità contano poco quando il regime è accerchiato.

E così, mentre i curdi iracheni cercano di tenersi fuori, i loro fratelli di Turchia, quelli del partito DEM, lanciano un monito che riecheggia nel vuoto: il cambiamento in Iran deve venire da dentro, non può essere importato sulle ali dei bombardieri. E poi c’è la danza degli allineamenti, che diventa ogni giorno più vertiginosa.

L’asse tra Turchia e Arabia Saudita si consolida, ma oggi Riad condanna gli attacchi iraniani come ingiustificati, e il Qatar parla di un grande senso di tradimento dopo essere stato colpito dal suo vicino. Per Ankara, riportare i paesi del Golfo su posizioni meno allineate allo Stato ebraico significa allargare il proprio spazio di manovra, ma è un gioco pericoloso, perché quei paesi, colpiti dalla rappresaglia, potrebbero presto decidere che è giunto il momento di passare dalla difesa all’attacco.

E un’escalation generalizzata, per la Turchia, significherebbe anche un’altra minaccia: quella di vedere i curdi siriani approfittare del caos per consolidare la loro autonomia, esattamente come accadde nel 2012.

La guerra, intanto, si allarga in modi inaspettati. Un sottomarino americano affonda una fregata iraniana, l’India concede l’attracco alle navi di Teheran, e l’Europa, con Macron, si prepara a missioni difensive per riaprire Hormuz. Il messaggio è chiaro: chi ha deciso di colpire il regime degli ayatollah non ha intenzione di fermarsi, ma la comunità internazionale si muove in ordine sparso, tra tentativi di de-escalation e nuovi allineamenti.

In tutto questo, la Turchia si muove su un crinale sottile. Da un lato, c’è la paura di una nuova ondata di instabilità curda alla sua frontiera; dall’altro, la consapevolezza che questa crisi potrebbe offrirle ciò che ha sempre cercato: il ruolo di snodo centrale tra Oriente e Occidente, il controllo di rotte energetiche che aggirano il Golfo, la possibilità di sedersi al tavolo dei grandi mentre si ridisegna la mappa.

I detriti caduti a Gaziantep non sono solo macerie di un attacco fallito, sono, per chi sa guardare, il segno che il futuro sta bussando alla porta. E questa volta, forse, Ankara è pronta ad aprirlo, mentre il mondo trattiene il fiato e si chiede quale sarà la prossima mossa in questa partita che sembra non avere più regole.

lunedì 9 marzo 2026

La stessa voce nel deserto: Il coraggio del dialogo.

Buongiorno, 

in questi giorni in cui il fragore delle armi sembra voler scavare un solco sempre più profondo tra popoli e credenze, mi ritrovo a pensare a quanto sia fragile - eppur necessaria - l’idea che ci unisce: quella di essere umani prima di ogni altra appartenenza. 

Non vi è dogma, né rito, né tradizione che possa cancellare questa verità semplice come l’aria che respiriamo, eppure, proprio quando il mondo sembra voler dimenticarlo, sono i racconti – quelli che nascono tra le pagine dei romanzi e non tra le pagine dei trattati – a ricordarci che ogni fede è un filo intrecciato a un altro, un capitolo che non si conclude mai, ma si trasforma, si rinnova, si lega a ciò che verrà.

Prendo spunto da un paragrafo del romanzo "La mano di Fatima", di Ildefonso Falcones, quando Hernando, con voce calma ma carica di un peso antico, legge a Aisha le parole del Vangelo di Barnaba, le stesse che oggi suonano come un’eco lontana, eppure così vicina: 

«In quel tempo, Gesù disse: "Io sono una voce che grida nel deserto: preparate la via al messaggero del Signore, come disse Isaia. In verità vi dico: ogni profeta che è stato ha parlato di me; ma io vi dico che ogni profeta ha parlato del messaggero di Dio, del quale io sono precursore". E i sommi sacerdoti gli chiesero: "Come si chiamerà questo messaggero?" E Gesù rispose: "Il suo nome è Ahmad".»

Gesù che parla di sé non come fine, ma come inizio; non come ultima parola, ma come voce che indica una strada. «Il suo nome è Ahmad», dice, e quel nome – che significail Lodato” – diventa all’improvviso un ponte tra mondi che crediamo separati. 

Non c’è trionfo qui, né rivalsa, solo una continuità silenziosa, come il fluire di un fiume che non si ferma mai, anche quando il suo corso sembra scomparire tra le rocce. Aisha ascolta, e nel suo silenzio c’è tutta la meraviglia di chi scopre che ciò che credeva immutabile è invece parte di un disegno più ampio, tessuto con pazienza attraverso secoli di incontri e di sguardi incrociati.

E poi continuando c'è quel passo sulla croce:

«Allora Giuda, il traditore, condusse i soldati nel luogo dove Gesù era solito pregare. Ma Dio, vedendo il pericolo del suo servo, ordinò a Gabriele, Michele, Raffaele e Uriel di portarlo via dal mondo. I santi angeli presero Gesù e lo portarono fuori dalla finestra della casa e lo condussero nel terzo cielo.

Giuda entrò per primo dalla finestra, e subito Dio operò un prodigio: la voce e il volto di Giuda divennero così simili a quelli di Gesù che tutti lo scambiarono per lui. I soldati lo presero, lo legarono e lo condussero a Pilato.

Così Giuda fu crocifisso al posto di Gesù».

Una scena questa, che ribalta ogni certezza: non Gesù, ma Giuda a portare il peso di un errore che non era suo. Non un Dio che muore, ma un profeta salvato da un Dio che non abbandona i suoi. Hernando spiega, e Aisha domanda, e insieme costruiscono un dialogo che non è mai una disputa, ma una ricerca. 

Perché in fondo, non è forse questo il cuore di ogni religione? Non pretendere di possedere la verità, ma cercarla insieme, con le mani tese e gli occhi aperti? Quei versi, che il romanzo presenta come frammenti di un vangelo dimenticato, non sono qui per scuotere le fondamenta di una fede piuttosto che di un’altra, sono viceversa uno specchio in cui riconoscere l’umanità comune che si cela dietro ogni preghiera, ogni rito, ogni silenzio.

Mi chiedo spesso come sarebbe il mondo se imparassimo a leggere le nostre storie non come muri, ma come sentieri che si incrociano. Se capissimo che ogni profeta, ogni messaggero, ogni voce che grida nel deserto non è un confine, ma un invito. Che la croce, la preghiera rivolta a La Mecca o il cuore verso Sion, non sono gesti opposti, ma silenzi della meditazione, modi diversi di inginocchiarsi davanti allo stesso mistero. 

Bisogna superare le barriere, non c’è più spazio per il giudizio, né per la superiorità di una verità sull’altra, c’è solo il bisogno urgente di ricordare che, quando le armi parlano troppo forte, sono le storie come queste a sussurrarci che non siamo soli, che non siamo divisi.

Proprio in questo momento, mentre il Medio Oriente brucia e le parole si trasformano in proiettili, tornare a quei passi del romanzo non è una fuga, ma un atto di resistenza. Sì... resistenza contro l’idea che le fedi siano nemiche, contro la menzogna che i popoli debbano scegliere tra essere fedeli a se stessi o rispettare l’altro. 

Hernando e Aisha, con i loro dialoghi notturni, ci mostrano che la verità non è mai prigioniera di un solo libro, di un solo nome: È un fiume che scorre da millenni, e ognuno di noi ne beve un sorso, convinto a volte di averne l’intero possesso, dimenticando che l’acqua è sempre la stessa.

E allora, forse, il modo migliore per onorare ogni credenza è smettere di chiederci chi ha ragione e chi torto, e cominciare a chiederci come possiamo camminare insieme.

Perché alla fine, che si chiami Gesù, Ahmad o semplicemente fratello, la voce che grida nel deserto è sempre la stessa: quella che ci ricorda che siamo umani, prima di ogni altra cosa.

domenica 8 marzo 2026

8 marzo si festeggia la festa delle donne e ci si dimentica delle centinaia di femminicidi e omicidi nel mondo.

Già, perché è proprio così che rischia di suonare, a volte, questa data. Un mazzo di mimose e auguri di circostanza, un’ondata di emozioni rosa e di cene tra amiche, che sembra sommergere e quasi mettere a tacere il motivo per cui, più di un secolo fa, si è cominciato a scendere in piazza. 

E allora viene da chiedersi: cosa stiamo festeggiando davvero? Perché è difficile, quasi impossibile, parlare di festa quando, nel momento in cui scrivo, l’elenco di donne uccise per mano di uomini – padri, mariti, compagni, ex – continua ad allungarsi. 

Solo in Italia, nei primi mesi di quest’anno, si contano decine di nomi, e se allarghiamo lo sguardo al mondo, il numero diventa una valanga che travolge ogni tentativo di celebrazione.

Forse dovremmo partire da qui, da una parola. Non "festa", ma "giornata". La Giornata Internazionale della Donna, o meglio, dei diritti della donna. Non è un dettaglio da grammaticali, è una questione di sostanza. La parola "festa" richiama qualcosa di compiuto, un traguardo raggiunto, qualcosa per cui gioire e brindare, ma non è così.... 

La verità è che questa ricorrenza nasce all’inizio del Novecento come un momento di lotta, di rivendicazione, per ricordare le battaglie sociali, politiche ed economiche che hanno permesso alle donne di conquistarsi, un passo alla volta, degli spazi. È una giornata che parla al futuro e al presente, non al passato. E il presente, purtroppo, ci mette davanti a una realtà cruda: non c’è molto da festeggiare quando il semplice fatto di uscire di casa, di dire di no, di volersi separare può costare la vita!

Il pensiero corre inevitabilmente a loro, a quelle centinaia di donne che nel mondo non ci sono più, vittime di quella che non è una tragedia del destino, ma una violenza di genere che affonda le radici in una cultura che fa fatica a morire. 

Ecco, allora, che l’8 marzo non può e non deve essere il giorno in cui ci si dimentica di questi numeri, ma anzi, deve diventare la lente per guardarli con ancora più chiarezza. Perché la violenza non è un episodio a sé, staccato dal resto. È il punto di arrivo più estremo di un percorso fatto di discriminazioni, di disparità salariali che ancora oggi vedono le donne guadagnare meno dei colleghi uomini a parità di lavoro, di opportunità negate, di stereotipi che le vorrebbero in un ruolo piuttosto che in un altro. 

La mimosa che compriamo per regalarla diventa allora un gesto vuoto, se non è accompagnata dalla consapevolezza che in tanti posti di lavoro, quella stessa donna che festeggiamo, deve ancora lottare per vedersi riconosciuta la sua professionalità.

So bene che esiste una data specifica per parlare di violenza, che è il 25 novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E quella è una ricorrenza fondamentale, un momento in cui il dibattito si accende con una forza particolare. Ma sarebbe un errore pensare che l’8 marzo debba occuparsi solo di conquiste, lasciando il tema della violenza confinato a novembre. 

La realtà è che la lotta per la parità e la lotta contro la violenza viaggiano sullo stesso binario, sono due facce della stessa medaglia. Non si può chiedere rispetto e pari dignità se, dall’altra parte, c’è un’emergenza che continua a mietere vittime. E allora, forse, il modo migliore per onorare questa giornata è proprio questo: non separare le cose, non indorare la pillola. 

Ricordare le battaglie vinte, certo, le strade aperte, i diritti conquistati. Ma farlo con la testa china su quel maledetto elenco di nomi, perché il rispetto non può essere un regalo da scartare una volta all’anno, ma un’abitudine quotidiana, un impegno che riguarda tutti, uomini e donne, e che si coltiva ogni giorno, lontano dai riflettori e dalle mimose.

"Ho scelto te, una donna per amico, ma il mio mestiere è vivere la vita che sia di tutti i giorni o sconosciuta; ti amo forte debole compagna, che qualche volta impara e qualche volta insegna".
Una donna per amico - di Lucio Battisti.

sabato 7 marzo 2026

Quei 200mila evasori e l'ombra degli 86mila invisibili: quando il fisco bussa alla porta dei fantasmi!

Buonasera...
sto leggendo alcuni numeri impietosi, ma penso però in maniera positiva su quanto sta accadendo e cioè, osservo come stanno cambiando i rapporti tra noi e il fisco-

Sì... a differenza di quella questa strana sensazione che per tanto tempo ho avuto, ora finalmente, come cittadino, sento non solo di essere costantemente osservato da un occhio, ma che ora, non è più così distratto come un tempo. 

L’Agenzia delle Entrate ha annunciato che nel 2026 spedirà oltre 2,4 milioni di queste lettere, loro le chiamano “di compliance”, ma a me piace pensare siano dei semplici soggetti che hanno ahimè dimenticato a pagare, come quei messaggi che arrivano sul telefono per ricordarti di bere l’acqua o di pagare una scadenza. Solo che qui la posta in gioco è diversa, è il nostro rapporto con le tasse, con quello che dobbiamo o non dobbiamo allo Stato.

Il direttore ci tiene a precisare che non c’è alcun automatismo, che dietro non si cela l’incubo dell’intelligenza artificiale generativa che decide per noi, ma semplicemente l’analisi umana di 17 milioni di posizioni. È una cifra che mi fa quasi girare la testa, pensare a quanti di noi, in qualche modo, vengono incrociati, guardati, valutati. E da questo sguardo così ampio, così profondo, emergono poi i numeri che contano davvero: 200mila evasori totali. È una parola pesante, “evasore”, che mette insieme storie molto diverse tra loro.

Perché dentro quei 200mila ci sono due anime ben distinte. Da una parte c’è quel 57 per cento, circa 116mila persone, che possiamo immaginare come qualcuno che, per dimenticanza, per disorganizzazione o forse per scelta, non ha presentato la dichiarazione. Sono quelli che il fisco, in un certo senso, già conosce, sa che esistono, e aspetta solo che regolarizzino la loro posizione. Poi c’è l’altra metà del cielo, quel 43 per cento che fa 86mila persone, e qui la storia cambia completamente. Sono gli ignoti, gli sconosciuti al fisco. Persone che fino a ieri, per l’Anagrafe tributaria, non esistevano. Hanno lavorato, guadagnato, speso, ma sempre restando invisibili, come fantasmi che attraversano l’economia senza lasciare traccia.

È su questi ultimi che mi fermo a riflettere, perché la loro scoperta è la prova che il cerchio si sta stringendo, che le maglie della rete si stanno facendo più fitte. E allora quelle 2,4 milioni di lettere in arrivo non sono solo un avviso, ma un messaggio molto chiaro: il tempo dell’invisibilità, per molti, sta per finire. 

Alcune di queste comunicazioni saranno per chi ha dimenticato un versamento, un adempimento periodico sull’Iva, un errore di distrazione. Altre, quelle destinate a chi non ha mai presentato una dichiarazione, hanno un sapore diverso, più severo. È come se lo Stato bussasse alla porta e dicesse: “So che sei lì, ora facciamo due conti”.

Mi domando cosa provi chi riceve una di queste comunicazioni ufficiali... forse un attimo di panico, forse la rassegnazione di chi sapeva che prima o poi sarebbe successo, o forse la sorpresa di chi si era illuso di passare inosservato. In ogni caso, credo che il messaggio di fondo sia proprio questo: che l’epoca in cui ci si poteva nascondere nell’ombra, nel rumore di fondo di milioni di contribuenti, è destinata a finire

Ed allora, mentre scrivo queste righe, penso a quanto sia cambiato il nostro rapporto con il fisco, trasformandosi in un dialogo silenzioso ma costante; sì... fatto di dati, di incroci e, soprattutto di nomi e cognomi di tutti quei soggetti "reminder", che ora finalmente, il fisco non può più ignorare!

venerdì 6 marzo 2026

Da trentacinque muratori a 1,6 miliardi di debiti: la parabola della CMC.

Un mio lettore, alcuni anni fa, mi aveva scritto chiedendomi se potevo realizzare un post su una vicenda complessa, lunga e per certi versi oscura, che lo aveva toccato da vicino per ragioni personali che non sto qui a riportare. 

Voleva capire meglio cosa fosse realmente accaduto in quegli anni alla "Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna", la nota "CMC". 

Rispondendo allora alla sua mail, promisi che avrei analizzato i fatti con calma. Cosa che poi feci, sia rispondendogli personalmente a mezzo mail, sia pubblicando un post dal titolo: "La vicenda 'CMC'… è finita come tutti sapevamo!!! Chi fa finta di scoprirla soltanto ora, è perché gli ha fatto comodo", che pubblicai a suo tempo a questo indirizzo: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2018/12/la-vicenda-cmc-e-finita-come-tutti.html

Ora, avendo casualmente ascoltato in questi giorni alcune notizie riportate su quotidiani e testate web, avevo preparato un post per riprendere quel discorso, lasciato un po' in sospeso, sì... per capire cosa fosse successo nel frattempo. Ma poi, si sa, le cronache corrono, e le vicende sulla guerra in Iran lo hanno messo da parte.

Quindi, quello che segue è il racconto di una storia che parla di debiti miliardari, di lavoro e di un pezzo di economia italiana finito in pezzi e poi – come solitamente accade in questo nostro Paese – ricomposto. Ma, come avrete modo di capire... non per tutti allo stesso modo.

La vicenda prende forma alla fine del 2018, quando una delle cooperative più importanti e storiche del panorama nazionale si affaccia sull’orlo del baratro. La CMC aveva accumulato un debito che oscillava, a seconda delle fonti, tra 1,6 e 2 miliardi di euro. Una cifra che da sola basta a raccontare la voragine apertasi nei conti. A novembre, il mancato pagamento di una rata di obbligazioni fece scattare l’allarme, e pochi giorni dopo la cooperativa chiese al Tribunale di Ravenna di poter accedere al concordato preventivo con riserva, quello che si chiama "concordato in bianco". Era il tentativo estremo di mettersi al riparo dai creditori mentre si cercava una via d’uscita.

Ci vollero quasi due anni per arrivare a un piano omologato. Nel maggio del 2020, in piena emergenza pandemica, il tribunale diede il via libera al concordato con continuità aziendale. L’idea era quella di tenere in piedi l’azienda, salvare il possibile: pagare i creditori "in percentuale". Ma l'arrivo della pandemia e l’impennata dei costi delle "materie prime" dopo, resero quel piano carta straccia. Si andò avanti tra difficoltà crescenti fino all’estate del 2024, quando la Procura di Ravenna chiese la "liquidazione giudiziale", vale a dire il fallimento. L’accusa era che la CMC non stesse rispettando i pagamenti previsti dal concordato.

Per evitare la fine, la cooperativa si affidò allora a un altro strumento, la composizione negoziata della crisi, che prevedeva la nomina di un esperto con il compito di mediare con i creditori e trovare una soluzione. Quella soluzione - divenne presto chiaro - non poteva che essere la cessione del ramo d’azienda principale. In altre parole, vendere ciò che ancora funzionava per salvare almeno l’operatività, i cantieri e i posti di lavoro.

Si arrivò così all’asta del giugno 2025. L’unica offerta concreta arrivò da Alpha General Contractor, una società milanese riconducibile alla holding Finres, che si aggiudicò il ramo d’azienda per 17 milioni e mezzo di euro. A presentare l’offerta iniziale era stata Fin.Mar. Holding Due, del gruppo Todini, ma dopo una breve asta a vincere fu Alpha. Il passaggio di mano garantì la continuità per 597 dipendenti, che furono trasferiti alla nuova proprietà insieme al marchio CMC, alle commesse in corso – tra cui spicca la metrotranvia Milano-Desio-Seregno – e a tutte le partecipazioni societarie, le attrezzature e le sedi in Italia e all’estero.

Un aspetto fondamentale di questa operazione è che la cessione riguardava solo ciò che era venuto dopo l’apertura della procedura di concordato. Tutti i debiti anteriori al dicembre 2018, quelli che avevano portato al dissesto, restavano fuori, di competenza della vecchia cooperativa. Nel perimetro ceduto confluirono invece alcune passività successive, tra cui spiccavano i debiti verso i dipendenti, per circa 1 milione e 880 mila euro. Retribuzioni arretrate, Tfr, ferie e permessi non pagati. Una condizione che, per chi ci è passato come il sottoscritto – proprio in questi giorni ho scritto un post a riguardo, che trovate qui: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2026/02/la-beffa-dopo-il-danno-storia-di.html – ha pesato non poco sulla pelle delle persone.

Ovviamente il passaggio non è stato indolore sul piano delle reazioni. I sindacati, pur prendendo atto che non c’erano altre alternative, hanno incrociato le braccia. Il segretario della Fillea Cgil di Ravenna ha parlato di stupore per il fatto che nessuna cooperativa del territorio si fosse fatta avanti per rilevare l’azienda. Dall’opposizione cittadina sono arrivate anche critiche pesanti al Partito Democratico locale, accusato di aver appoggiato per anni il gruppo dirigente che aveva portato la CMC al dissesto, tra grandi opere e scelte di finanziarizzazione che alla fine si sono rivelate fatali.

Nel piano presentato nell’agosto 2024, in piena composizione negoziata, si parlava anche della valorizzazione di partecipazioni strategiche, come quella nel consorzio per il ponte sullo Stretto di Messina o nella Tangenziale Esterna di Milano. Ho provato a entrare ancor più in quel passaggio societario, ma al momento non è dato sapere che fine abbiano fatto quelle quote nell’ambito della cessione. Forse sono state incluse, forse no. Di certo, la lunga agonia della CMC si è chiusa con la fine della cooperativa come soggetto operativo e con l’ingresso di un nuovo attore industriale.

Per cui, riprendendo oggi quanto mi era stato chiesto allora su questa storia, spero di aver restituito a quel mio lettore – che tra l'altro mi è rimasto fedele, e di questo gliene sono grato – un quadro ancor più comprensibile. Una vicenda in cui si intrecciano miliardi di debiti e migliaia di famiglie, in cui un pezzo di economia solidale è scivolato nella finanza senza farcela, e in cui alla fine il salvagente è stato lanciato da fuori, da un gruppo che della cooperazione non fa parte.

Certo, di positivo resta oggi il fatto che i cantieri stiano andando avanti, che i lavoratori in larga parte sono stati riassorbiti, e soprattutto che il marchio CMC continua a esistere. Ma consentitemi di aggiungere e soprattutto ricordare una cosa. 

Quella "Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna", nata dal lavoro e per il lavoro, da trentacinque muratori che si organizzarono in "Società anonima cooperativa fra gli operai, muratori e manuali del Comune di Ravenna", gli stessi che si misero insieme per lavorare, per contare qualcosa, per non essere più soli, ma soprattutto per dare una risposta concreta alla precarietà e allo sfruttamento compiuto da taluni datori di lavoro...  beh, quella CMC lì (per quanto viceversa qualcuno ancora va dicendo) non esiste più!

Note sul Blog "Liberi pensieri"

Disclaimer (uso e condizioni):

Questo blog non rappresenta una “testata giornalistica” in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità, pertanto, non può considerarsi “prodotto editoriale” (sottoposto alla disciplina di cui all'art. 1 co.3 legge n.62 del 2001).

Gli articoli sono pubblicati sotto Licenza "Blogger", dunque, è possibile riprodurli, distribuirli, rappresentarli o recitarli in pubblico ma a condizione che non venga alterato in alcun modo il loro contenuto, che venga sempre citata la fonte (ossia l'Autore), che non vi sia alcuno scopo commerciale e che ciò sia preventivamente comunicato all'indirizzo nicolacostanzo67@gmail.com

Le rare immagini utilizzate sono tratte liberamente da internet, quindi valutate di “pubblico dominio”, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog al seguente indirizzo email:nicolacostanzo67@gmail.com, che provvederà alla loro pronta rimozione.

L'autore dichiara inoltre di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.

Per qualsiasi chiarimento contattaci

Copyright © LIBERI PENSIERI di Nicola Costanzo

ADUC

ADUC
Clicca x associarti

Sostieni Addio Pizzo

WIKIMAFIA

WIKIMAFIA
Sostieni Wikimafia