Translate

sabato 22 agosto 2026

Stadio Iacovone di Taranto. Fischi per la Meloni e applausi per Mattarella: io sono per i fischi a entrambi!

Certi segnali, a volte, arrivano quando meno te li aspetti, già... come quei fischi piovuti dallo stadio "Erasmo Iacovone" di Taranto, durante l'apertura dei Giochi del Mediterraneo. 

Non erano un sondaggio, certo, ma sarebbe miope liquidarli come semplice folclore. Perché c'è stata un'ovazione per il Presidente Mattarella e fischi per la Presidente del Consiglio, e comprendere come in questa differenza si gioca una partita... che va ben oltre la cerimonia.

Ma io, qui, voglio dire subito una cosa chiara: io sono per i fischi a entrambi. Non mi riconosco in quell'applauso convinto per Mattarella, così come non mi sento di giustificare la contestazione selettiva che ha colpito la Presidente Meloni. 

Perché se si fischia, si deve avere il coraggio di fischiarli tutti, quando è necessario. E se si applaude, bisogna sapere bene il perché, senza farsi trascinare dall'emozione del momento o dal riflesso condizionato.

Ma noi italiani, in fondo, abbiamo questo talento speciale: sappiamo fischiare e applaudire con la stessa intensità, spesso nello stesso luogo, nello stesso momento. Ma troppo spesso ci lasciamo andare a questi gesti in modo istintivo, senza quella riflessione che invece dovrebbe precedere ogni giudizio. E allora ecco che da un lato il Capo dello Stato viene accolto come un simbolo unitario, quasi immune al logorio della contingenza, mentre dall'altro la Presidente del Consiglio incassa il malumore di una parte del pubblico, come se fosse l'unica responsabile di tutto ciò che non va.

Io, invece, credo che entrambi meritino lo stesso trattamento critico. Meloni, certamente, perché il suo governo sta mostrando tutti i limiti di una fase politica che si era presentata con grandi promesse e che ora si scontra con la realtà dei numeri, delle tensioni interne alla coalizione, delle difficoltà internazionali e di quelle promesse elettorali che, per molti italiani, restano ancora sulla carta. 

Ma anche Mattarella, e qui forse dico qualcosa che molti non vogliono sentire, perché il suo ruolo non è solo quello del Presidente della Repubblica garante dell'unità nazionale. È anche il Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, come stabilito dagli articoli 87 e 104 della Costituzione, una funzione che dovrebbe garantire l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Guardandomi indietro, in questi anni, non trovo molte ragioni per applaudire. Le tensioni tra politica e giustizia, le vicende giudiziarie che hanno segnato il dibattito pubblico, le ombre su alcune nomine, il modo in cui si è gestito il delicato rapporto tra i poteri dello Stato, certe grazie concesse con molta leggerezza. E poi c'è la circostanza più importante, quella che avrebbe dovuto essere da sempre la sua bussola, il suo faro: il contrasto alla mafia! Perché quando si è segnati da un dolore così profondo – l'assassinio di suo fratello Piersanti, il ferimento di sua cognata Irma Chiazzese che assistette all'omicidio e riportò per fortuna solo una lieve ferita a una mano, salvandosi – si ha il dovere morale, prima ancora che istituzionale, di trasformare quel lutto in azione, in scelta politica concreta, in direzione netta. E invece, in tutti questi anni, quel che ho visto è stato un percorso fatto più di proclami, di corone deposte nei luoghi della commemorazione, di retorica del ricordo, che di una vera e propria torsione delle decisioni governative verso quella lotta alla criminalità organizzata che avrebbe dovuto condizionare, attraverso i suoi due ruoli istituzionali, molte delle scelte vergognosamente approvate dai governi che si sono succeduti nei suoi due mandati. Ecco, per tutto questo, per me, meriterebbe più di un fischio, non certo un'ovazione. Perché il silenzio complice, a volte, è più grave del rumore di una contestazione. E io, da cittadino, preferisco il fischio che sveglia alla standing ovation che addormenta.

I sondaggi, intanto, raccontano un centrodestra che non può più dare nulla per scontato. Fratelli d'Italia scivola sotto il 27%, la Lega arranca e Forza Italia cerca ancora la sua rotta. Ma il vero terremoto silenzioso si chiama Roberto Vannacci. Il suo Futuro Nazionale vola intorno al 7%, e non è più solo un problema di Salvini: è diventato un problema di tutto lo schieramento. Perché Vannacci non è un semplice alleato scomodo, ma una forza che si muove autonoma, con un'identità precisa e un programma che piace a chi si sente tradito dalle promesse non mantenute.

E qui vorrei soffermarmi, perché il suo programma è tutto un programma. Parla di blocco dell'immigrazione irregolare, di tolleranza zero contro la criminalità, di un ritorno ai valori tradizionali della famiglia e del cosiddetto "patriarcato mediterraneo". Dice no al politicamente corretto, alle istanze arcobaleno, al femminismo radicale. Sul piano economico, invoca sovranità nazionale, critica i vincoli europei ma con pragmatismo, e chiede interventi statali a difesa del sistema produttivo. In politica estera, vuole autonomia geopolitica e diversificazione energetica, anche a costo di sacrificare i vincoli ambientali. Insomma, un mix che attira chi cerca risposte nette, ma che rischia di frammentare ulteriormente il consenso di chi già governa.

Il punto è che la durata di un governo non coincide con la sua qualità. Meloni si avvia a battere record di longevità, ma la stabilità da sola non basta. Gli italiani giudicano con il portafoglio, con i servizi pubblici, con il costo della vita, con la fatica di arrivare a fine mese. E su questo terreno, le promesse elettorali si scontrano con la realtà di un debito pubblico che non cala, di pensioni che non crescono, di un costo dei carburanti che pesa. I fischi di Taranto, allora, diventano il sintomo di un disagio più profondo, di quella distanza tra ciò che è stato annunciato e ciò che è stato mantenuto.

Ma se è giusto fischiare Meloni per tutto questo, allora perché non fischiare anche Mattarella? Perché riservargli un'ovazione che, a mio avviso, non ha ragioni altrettanto solide? Forse perché è più facile prendersela con chi governa, con chi è esposto quotidianamente al giudizio popolare, mentre si tende a proteggere chi, per ruolo e per costume, viene percepito come super partes? Ma la Costituzione non lo rende intoccabile, lo rende solo diversamente responsabile. E la responsabilità, in uno Stato democratico, non si misura solo con il voto, ma anche con il giudizio critico dei cittadini, in qualsiasi forma esso si esprima.

Poi c'è il trattamento mediatico di questi eventi, che mi lascia ancora più perplesso. Mi sembra evidente come gran parte dell'informazione, pubblica e privata, abbia quasi rimosso i fischi a Meloni, mentre ha taciuto o smorzato gli applausi a Mattarella. Una scelta che, volutamente o meno, finisce per orientare il racconto politico. E già, perché se da un lato si sottolinea la contestazione alla premier, dall'altro si oscura il consenso tributato al Capo dello Stato, come se fosse un atto dovuto e non meritevole di riflessione. Ma se si vuole essere coerenti, non si può accettare questo doppio standard. O si fischia entrambi, o si applaude entrambi. Io, per quanto mi riguarda, scelgo la prima strada.

Tornando a Meloni, la sua sfida è doppia. Da un lato, deve ricostruire consenso e tenere insieme una coalizione sempre più litigiosa. Dall'altro, deve fare i conti con un'opposizione che, pur frammentata, comincia a rosicchiare terreno. Il campo largo, in alcune proiezioni, supera il centrodestra. E il fattore Vannacci potrebbe rivelarsi un'arma a doppio taglio: utile per attrarre voti, ma pericoloso perché sottrae consensi proprio all'area di governo.

E poi c'è la politica estera, che non aiuta. La sospensione temporanea di Schengen con la Spagna ha aperto un fronte diplomatico, mentre il rapporto con Donald Trump si è incrinato pesantemente. Quell'idillio che sembrava un punto di forza oggi è un ricordo sbiadito, e le tensioni internazionali si sommano a quelle interne.

In questo quadro, i fischi di Taranto non sono una sentenza, ma sono un campanello d'allarme. Meloni ha ancora tempo e una posizione politica solida, ma la fase dell'inarrestabilità è finita. Ora deve dimostrare di saper governare la complessità, di ricostruire il consenso passo dopo passo, o di compiere una scelta drastica come quella di andare a elezioni anticipate ad aprile. Ma anche questa strada è irta di ostacoli, perché richiede il consenso degli alleati e, soprattutto, del Capo dello Stato, che in un momento così delicato potrebbe non essere favorevole allo scioglimento delle Camere.

Forse, alla fine, la vera incognita è proprio questa: il centrodestra dovrà imparare a convivere con un nuovo protagonista che potrebbe essere la sua fortuna o la sua condanna. E mentre tutto ciò si gioca tra sondaggi, alleanze e proclami, gli italiani continueranno a fischiare e applaudire, come sanno fare da sempre. Ma io, personalmente, preferisco la coerenza del fischio a quella dell'applauso facile. Perché la politica, alla fine, è anche questo: un palcoscenico dove ogni gesto, ogni suono, diventa il riflesso di umori profondi, di attese deluse e di speranze ancora da scrivere.

E così, tra lacchè, genuflessi, cicale, lecchini, corrotti, compromessi, svenduti, ignavi, ci siamo anche noi. Esigui, certo, ma liberi di pensare e di scegliere, pur sbagliando. Senza mai una tessera di partito in tasca e, soprattutto, senza alcun condizionamento esterno, senza un favore da ricambiare, senza un padrino da ringraziare. Sempre qui, comunque, ad osservare e a chiederci quale sarà il prossimo atto. 

Con un'unica certezza, però: quella che se ci sarà da fischiare, lo faremo senza guardare in faccia a nessuno. Perché la coerenza, alla fine, è l'unica divisa che vale la pena indossare!


venerdì 21 agosto 2026

Davide Faraone: La felicità come rivoluzione, in un mondo che troppo spesso giudica!

Buon venerdì a tutti.

Vorrei oggi partire da una storia, non tanto per la sua eccezionalità, ma viceversa, per la sua drammatica ordinarietà. 

Un padre, deputato, condivide sui social alcune fotografie di una vacanza al mare con la figlia ventitreenne. 

Cosa dire... un gesto semplice, naturale: un padre e una figlia che stanno bene insieme. 

Eppure, quella che doveva essere una testimonianza di affetto e leggerezza si è trasformata in un campo di battaglia, con insulti e commenti biechi, volti a giudicare l'aspetto della ragazza o il fatto che sia "autistica".

Ora, al di là della vicenda personale, e della giusta e pacata risposta di quel padre, io voglio soffermarmi su un'amara verità che questa storia, ancora una volta, ci mette davanti e cioè la natura umana, che per quanto la si voglia edulcorare con la classica retorica della bontà, è spesso, anzi sempre, cattiva, malvagia, crudele, perfida e maligna!

Il problema... non è la disabilità, badate bene, non è la ragazza nella foto a dover essere messa sotto esame, è lo sguardo di chi commenta, di chi si sente autorizzato a giudicare, a deridere, persino a dire "mi sono spaventato". Beh... io vorrei vedere la sua immagine, sono certo che a vederlo (forse) saremmo noi tutti a spaventarci o quantomeno, conoscendolo personalmente, ci affliggeremo per lui, sì... per quella sua pochezza!

Ma d'altronde, come ripeto spesso, questo sguardo è lo specchio di tutti coloro che hanno un'anima piccola, che hanno bisogno di sentirsi superiori per colmare il vuoto della propria banale esistenza. Perché il problema è che per certa gente, la felicità altrui, quando non è conforme ai canoni prestabiliti, diventa quasi un'offesa, qualcosa da scardinare, da ridicolizzare. E così, ci si nasconde dietro il presunto diritto di esprimere un'opinione, e ci si dimentica che dall'altra parte c'è una persona.

Mi sono spesso chiesto negli anni quale sia la radice di questa malvagità così diffusa e banale, che si manifesta in un commento al volo, in una battuta cattiva, in una risata di scherno. Beh... io credo che sia la paura. Sì... la paura di ciò che è diverso, di ciò che sfugge alla nostra definizione di "normale". E la paura, si sa, è il terreno fertile su cui crescono i pregiudizi più tossici. Perché non è tanto la persona diversa a fare paura, ma ciò che quella diversità rappresenta: la fragilità, l'imprevisto, la possibilità che anche noi, da un momento all'altro, possiamo uscire dai ranghi. Allora per esorcizzare questa paura, la si attacca. Perché è più facile deridere che comprendere. Già... è più facile giudicare che mettersi in discussione.

E in questa dinamica, l'individuo con disabilità viene spogliato della sua umanità. Non è più una figlia, un amico, una persona con i propri gusti, le proprie risate, le proprie giornate di mare. Diventa solo la sua condizione, un'etichetta, un oggetto di pietà o, peggio, di scherno. Ci si dimentica che ogni persona è "una delle infinite forme in cui la natura ha deciso di esprimersi", come ha scritto quel padre. Ma la natura, per certi versi, è generosa e caotica. L'uomo, invece, con la sua presunta superiorità, pretende di mettere ordine, di stabilire cosa sia giusto o sbagliato, bello o brutto, degno di essere mostrato o da nascondere.

C'è poi un aspetto che mi indigna particolarmente: la presunzione di stabilire quali vite siano degne di essere vissute e mostrate. Come se la felicità fosse un privilegio concesso solo a chi rientra in un certo schema fisico o mentale. Si invita chi è diverso a starsene in disparte, a non turbare la nostra tranquillità, a non rovinarci la visuale con la loro "imperfezione".

Ed allora il messaggio che stamani voglio lanciare, e che deve risuonare forte, è esattamente l'opposto: non ci chiuderemo in casa. Non nasconderemo i nostri cari per risparmiare agli altri la fatica di incontrare la diversità. Perché una società che si definisce civile non è quella che tollera, ma quella che accoglie. E l'accoglienza vera inizia quando si smette di vedere un handicap e si impara a vedere una persona che ha il diritto di essere felice, e di mostrarlo.

Il gesto di quel padre, che scrive una lettera dopo gli insulti, è stato un gesto di grande dignità. Non ha raccontato sua figlia attraverso il dolore o la tragedia. Anzi, ha rovesciato la prospettiva: ha parlato di felicità. Ha detto che lei non ha niente di cui vergognarsi e che lui, di essere suo padre, è immensamente felice. Ed è proprio questa felicità, così normale e così dirompente, a essere la vera risposta. Perché la felicità condivisa è come un pugno nello stomaco per chi vive nell'amarezza e nel rancore.

Ecco perché io sono con Davide Faraone e la sua famiglia. Perché mostrarsi felici, nonostante tutto, è un atto di rivoluzione. Ma non solo: è voler dire che la vita, con le sue infinite sfumature, è sempre e comunque degna di essere vissuta.

Ma non nascondiamoci dietro un dito. Quella cattiveria che vediamo nei commenti online è la stessa che si annida nei comportamenti quotidiani, nei giudizi sommari, nella mancanza di empatia. È una piaga sociale che nasce dall'ignoranza e viene alimentata dall'indifferenza. Se vogliamo davvero cambiare le cose, dobbiamo partire da qui: dal riconoscere che il problema non è chi è diverso, ma lo sguardo di chi quella diversità la giudica. Dobbiamo imparare a interrogarci su ciò che vediamo, chiedendoci se il nostro sguardo è capace di andare oltre l'apparenza, oltre la diagnosi, oltre l'etichetta. Perché solo uno sguardo libero da pregiudizi può vedere davvero l'umanità dell'altro.

Allora, davanti a questa storia, io vi invito a fare un esercizio. Quando vi troverete davanti a un'immagine o a una situazione che vi mette a disagio, chiedetevi da dove nasce quel disagio. È forse nella persona che avete davanti, o è nel vostro modo di guardarla? La differenza, spesso, è tutta lì. E se la natura umana è spesso portata al peggio, noi abbiamo il dovere, ogni giorno, di scegliere da che parte stare. Non basta non essere crudeli. Bisogna essere attivamente gentili, attivamente accoglienti. Bisogna avere il coraggio di guardare la realtà con occhi nuovi, e di dire a chi è vittima di pregiudizi: la tua felicità è importante, e io la celebro con te.

Perché, in fondo, la vita è fatta di momenti come quelli in quella foto: una giornata di mare, un abbraccio, una risata. E nessuno, nessuno ha il diritto di rovinare la felicità di un altro solo perché non la comprende. La vera battaglia, oggi più che mai, è per la normalità di una vita felice. E questa battaglia si vince ogni volta che scegliamo di non distogliere lo sguardo, ma di guardare con il cuore.

P.S. Avrei voluto aggiungere una loro foto a questo post, ma non avendo il consenso, ho preferito non pubblicare una di quelle presenti nei vari siti web, essendo la maggior parte di esse, protette da copyright. Mi permetto quindi di chiedere pubblicamente a Davide Faraone, se ne ha piacere, che sarei onorato di ricevere una foto sua insieme alla figlia, per poterla allegare a questo mio post.

giovedì 20 agosto 2026

MODERNA: Un nuovo capitolo nella lotta al cancro. La tecnologia che ha sconfitto il Covid ora punta al melanoma.

Buongiorno,

oggi voglio condividere con voi una notizia che mi ha letteralmente sorpreso, già... nel senso più bello del termine. 

Una di quelle news che ti fanno pensare come, forse, stiamo davvero entrando in una nuova era per la medicina.

Sto parlando dei risultati straordinari emersi da uno studio di fase 3 su un farmaco sperimentale contro il melanoma, che ha fatto letteralmente impennare il titolo di "Moderna" a Wall Street.

Per chi non lo sapesse, Moderna è quell'azienda che insieme ad altri giganti del settore ha rivoluzionato la lotta al Covid con i vaccini a mRNA. Ebbene, quella stessa tecnologia, che ha salvato milioni di vite durante la pandemia, sta ora mostrando tutto il suo potenziale in un campo ancora più complesso e affascinante: la lotta contro il cancro!

Il cuore di questa innovazione è un farmaco chiamato "intismeran autogene". Non è un vaccino preventivo come quelli che abbiamo imparato a conoscere, ma un trattamento terapeutico, personalizzato. Pensate: viene creato appositamente per ogni singolo paziente, come una sorta di "impronta digitale" del suo specifico tumore. 

Non stiamo parlando di fantascienza, ma di realtà che si sta concretizzando proprio in questi giorni.

Come funziona esattamente? La tecnica è la stessa che abbiamo visto contro il virus. Si utilizzano delle istruzioni molecolari, racchiuse in microscopiche vescicole di grasso, che vengono iniettate nel corpo. Queste istruzioni entrano nelle nostre cellule e le "addestrano" a produrre dei bersagli specifici. In pratica, insegnano al nostro sistema immunitario a riconoscere e attaccare le cellule tumorali, impedendo al cancro di tornare o di diffondersi ad altri organi.

Lo studio clinico che ha dato questi risultati ha coinvolto oltre 1.100 pazienti che avevano già subito un intervento chirurgico per rimuovere il melanoma. A questi è stato somministrato il nuovo trattamento in combinazione con l'immunoterapia standard. I risultati sono stati così positivi da fermare il trial in anticipo: il rischio di recidiva è stato ridotto in maniera significativa.

Leggere queste notizie mi riempie di un entusiasmo profondo e sincero, perché se questa tecnologia funziona per il melanoma, una delle forme più letali di cancro della pelle, significa che abbiamo trovato la chiave per applicarla a molti altri tumori. E infatti, le stesse aziende stanno già studiando questo approccio per il cancro al polmone, alla vescica e al rene.

Stiamo parlando di una svolta che potrebbe cambiare il paradigma della cura del cancro. Per anni, l'idea di un trattamento così personalizzato, capace di "insegnare" al nostro corpo a difendersi da sé, sembrava un sogno lontano. 

Ora, questo sogno si sta trasformando in una concreta speranza per milioni di persone in tutto il mondo e sì... oggi possiamo davvero guardare al futuro con un ottimismo che forse, in molti, non avevamo mai provato prima...

mercoledì 19 agosto 2026

Lettera di Graviano al gip di Caltanissetta: "Ho qualcosa da dire su Berlusconi"!

Buongiorno, 

ho letto stamani la notizia riportata nel mio titolo d'apertura - (link all'articolo), ma – stranamente – prima ancora di leggere la notizia (la richiesta di archiviazione per l'ex senatore Dell'Utri e la domanda del legale di Giuseppe Graviano al giudice per far ascoltare il boss sulle stragi del 1992), mi è tornata alla mente una vecchia barzelletta, che – come direbbe il compianto ex Presidente – "mi si consenta" di riproporvi:

Due amici che non si vedevano da tempo si incontrano per strada. Uno scende da una Porsche nuovissima, sfoggiando abiti eleganti.
L'amico, stupito, chiede: "Ma come hai fatto a comprarla?"
Lui risponde: "Hai presente quel programma sui quiz? Mi sono presentato dicendo che sapevo tutto su Garibaldi. Mi hanno fatto un sacco di domande, ho vinto e mi hanno dato un mucchio di soldi. Così ho comprato questa macchina!"
Passano alcuni mesi, si rincontrano in macchina. Quello con la Porsche riconosce l'amico, che ora guida una Ferrari rosso fiammante.
"Ehi, ma come ti sei comprato questo mostro? Eri tu che dicevi che la mia era bella, e ora ti presenti con questa? Ma come hai fatto?"
L'amico sorride: "L'idea l'hai data tu... Un giorno mi sono presentato a quel programma, ma invece di dire che sapevo tutto su Garibaldi, ho detto che sapevo tutto su Berlusconi. Mi hanno mandato via subito, senza farmi nemmeno una domanda... e mi hanno regalato questa Ferrari!"

Ecco, leggendo ora la notizia su quei presunti rapporti tra Graviano, Berlusconi e Dell'Utri, non ho potuto fare a meno di sorridere. Non per la vicenda in sé – che, grazie alla presentazione di prove certe e documentate, potrebbe avere risvolti interessanti – ma perché, dopo quasi venticinque anni da quel lontano 1992, la cosa lascia noi tutti ormai indifferenti.

D'altronde... un'idea, nel frattempo, ce la siamo fatta, e non è certo quella che ci hanno proposto: Istituzioni, politica e media.

Per cui, non avendo alcuna intenzione di ricevere in omaggio un'auto di lusso (che tra l'altro non saprei come mantenere), mi tengo la mia "Audi Q5", che per quanto mi riguarda: basta e avanza!

Per cui, se qualcuno ha oggi il desiderio di raccontarci, con prove certe, presunti rapporti economici o investimenti fatti a suo tempo nel settore immobiliare e televisivo, beh, si faccia avanti...

Ma se – come ritengono gli inquirenti – questo fosse l'ennesimo tentativo di un boss per uscire dal carcere duro, allora... pur rimanendo ancora una volta deluso (sì come quel quel giorno in cui mi sarebbe piaciuto leggere i documenti ben conservati nella cassaforte di Totò Riina, mai – vergognosamente – prelevati dalle nostre forze dell'ordine, chissà perchè...), preferisco continuare a credere che forse questa ennesima richiesta, sia, di fatto, paragonabile alla barzelletta di cui sopra!

martedì 18 agosto 2026

I fondi del PNRR e la solita, amara, prevedibilità.

Ora che l’inchiesta sui cantieri autostradali siciliani è sotto gli occhi di tutti, mi viene spontaneo fare un collegamento con un altro tema caldo: i fondi del PNRR
Ne ho scritto già nel 2022, in un post intitolato “L'Infiltrazione mafiosa? Semplice, basti controllare gli appalti ed i subappalti!!!”, e le parole che scrissi allora, oggi, risuonano come una profezia.

Prevedevo che, dopo le tornate elettorali, tutti avrebbero puntato a quei 200 miliardi. E mi chiedevo, e lo chiedo ancora con ancora più forza oggi: pensiamo davvero che quei soldi non finiranno sprecati in mazzette, corruzione e per sostenere attività soggiogate dalle infiltrazioni mafiose? L’inchiesta di Messina, con i suoi 377.000 euro di false fatture e i suoi cantieri “fantasma”, è solo un minuscolo, insignificante assaggio di ciò che potrebbe accadere su scala gigantesca con i fondi europei.

Il meccanismo è lo stesso, ingrandito all’ennesima potenza. Grandi opere, ingenti finanziamenti, urgenza di spesa: sono queste le condizioni ideali per far prosperare i cartelli criminali. Le imprese “familiari” si preparano, i prestanome sono pronti, i professionisti compiacenti hanno già affilato le loro penne per redigere progetti faraonici e perizie gonfiate. E i funzionari pubblici, quelli che dovrebbero presidiare la legalità, saranno messi alla prova da un potere di spesa senza precedenti.

E allora, come possiamo fare per evitare che il PNRR diventi l’ennesimo banchetto per la corruzione? Dobbiamo pretendere che i controlli siano non solo formali, ma sostanziali. Che si verifichino le reali capacità organizzative delle imprese, che si controlli la loro storia, che si smascheri l’uso di società cartiere e intestazioni fittizie. Dobbiamo chiedere a gran voce un coinvolgimento attivo delle prefetture e delle forze dell’ordine fin dall’inizio della progettazione, e non solo quando il danno è fatto.

Ma c’è un problema di fondo, che rende tutto più complicato. Un sistema di illegalità diffusa non si combatte solo con le leggi e i controlli. Si combatte anche con l’etica, con la volontà di tutti gli attori coinvolti – politici, funzionari, imprenditori, cittadini – di dire basta. Ma qui, nel nostro paese, sembra che a nessuno importi veramente. Perché, come ho sempre scritto con una punta di amaro sarcasmo, “fatta la legge, trovato l’inganno”. E i nostri ingegneri della truffa sono maestri nell’interpretare le norme per eluderle, rimanendo sempre, formalmente, all’interno del confine della legalità.

L’inchiesta sui cantieri della A18 e A20 è un campanello d’allarme che non possiamo ignorare. Ci dice che il sistema è ancora in piedi, che la malavita organizzata è pronta a inserirsi nei gangli vitali dell’economia e che la sicurezza pubblica è un concetto che, per molti, non esiste.

Spero allora che qualcuno, questa volta, ascolti, ma conoscendo la nostra storia, non posso fare a meno di dubitarne. Il rischio, come sempre, è che tutto si riduca a una tempesta mediatica, a qualche promessa di riforma, e poi tutto torni come prima. Perché, in fondo, come ho sempre ripetuto, “il gioco vale la candela” per coloro che sanno giocare. E, a quanto pare, in questo paese, i giocatori sono in tanti.

FINE

lunedì 17 agosto 2026

La trasparenza come unica via d’uscita? Ma ditemi onestamente: chi la vuole davvero?

Come riportavo ieri, quando leggo su nuove inchieste giudiziarie non posso fare a meno di tornare con la mente a tutto ciò che ho scritto negli anni passati.

Ricordo ad esempio un mio post del 2016, dove parlavo già del fallimento annunciato del nuovo codice degli appalti ed avevo ragione...

Già... la filosofia delle norme non basta, perché chi è dentro al sistema conosce tutti i trucchi per eluderle. Si gioca infatti sull’interpretazione letterale, sul quel filo sottile che separa la legalità dalla furbizia. E i nostri legislatori, spesso, non hanno la minima idea di come funzioni davvero il malaffare nei cantieri.

L’inchiesta di Messina è l'ennesima prova lampante che i meccanismi di controllo, così come sono concepiti, non servono a nulla. L’ANAC, che tanto si sbatte per promuovere trasparenza e legalità, sembra sempre arrivare dopo, quando il danno è fatto. E i funzionari pubblici, quelli che dovrebbero vigilare, dove sono? Spesso sono complici, a volte sono solo incompetenti. Ma il risultato non cambia: i soldi pubblici finiscono nelle tasche sbagliate e le opere pubbliche diventano monumenti all’inefficienza e alla corruzione.

E allora, qual è la soluzione? Io l’ho scritto tante volte e continuo a ripeterlo. L’unico modo per contrastare questa infinita serie di reati è abilitare meccanismi di trasparenza radicali. Dove chiunque possa controllare in ogni momento l’efficienza dei processi di assegnazione, le reali capacità organizzative e finanziarie delle imprese, le qualifiche possedute non solo sulla carta.

Ma quanto sopra non basta, sì poiché bisognerebbe adottare procedure di gara che limitino la partecipazione, per garantire che tutte le imprese, nel corso dell’anno, possano aggiudicarsi un numero sufficiente di lavori, senza che qualcuno si appropri indebitamente del mercato.

Sogno ad esempio un sistema in cui le gare siano veramente competitive, in cui i subappalti siano trasparenti e non diventino un modo per mascherare cessioni di contratto o distacchi illeciti di manodopera. In cui un direttore dei lavori non possa essere corrotto per certificare opere mai eseguite o materiali non conformi. È un’utopia? Forse. Ma se non iniziamo a chiederlo a gran voce, se non mettiamo pressione su quelle stesse istituzioni che spesso sono complici di questo marciume, allora non cambierà mai nulla.

E qui veniamo al punto dolente. Perché, come ho sempre sospettato e scritto, questo sistema illegale e corruttivo, in fondo, fa comodo a tutti. A quelle imprese che lo alimentano, certo. Ma anche a chi, dai pulpiti istituzionali, predica legalità e poi, nei fatti, non fa nulla per perseguirla. Le parole sono facili, i proclami sono gratuiti. Ma la volontà di cambiare davvero le cose, quella è merce rara. E finché non ci sarà una collaborazione reale e operativa tra uffici pubblici, forze dell’ordine e magistratura, finché il whistleblowing resterà uno strumento inutilizzato o, peggio, punito, i nostri appalti continueranno a essere il teatro preferito della criminalità organizzata.

La verità, quella che nessuno vuole sentire, è che in questo Paese la corruzione è un sistema che si autoalimenta. E per spezzarlo, non servono solo leggi più severe, ma un cambio di passo culturale che, purtroppo, vedo ancora molto lontano.

CONTINUA

domenica 16 agosto 2026

Il sistema è sempre lo stesso, cambiano solo le autostrade!

Ogni volta che apro il cellulare e leggo di una nuova inchiesta sugli appalti pubblici, provo un misto di rabbia e di tristezza, ma anche, devo ammetterlo, un certo senso di nausea per la prevedibilità delle cose. 

L’ultima, in ordine di tempo, arriva sempre dalla mia terra, la Sicilia, e riguarda le autostrade A18 e A20. Una maxi operazione della Direzione Distrettuale Antimafia e dei Carabinieri di Messina, che il 6 agosto 2026 ha portato a 12 misure cautelari. Sei arresti domiciliari e sei divieti di contrattare con la Pubblica Amministrazione.

Il copione, per chi ha occhi per vedere, è sempre lo stesso. Un’organizzazione aziendale “ombra”, gestita da un imprenditore già condannato per concorso esterno in una famiglia mafiosa, che prende il controllo esecutivo di opere pubbliche. Come? Attraverso la compiacenza di imprese aggiudicatarie che, in cambio di una quota, gli cedono di fatto i cantieri. E così, la manutenzione degli impianti di illuminazione delle gallerie, dei cavalcavia, la sistemazione idraulica dei torrenti, diventano affari di una cerchia ristretta, dove la qualità e la sicurezza sono solo parole scritte su un capitolato che nessuno rispetta.

E cosa scopriamo nei dettagli dell’inchiesta? Quello che ho denunciato in tutti questi anni, post dopo post. Impianti non conformi installati nelle gallerie, materiali scadenti usati sui cavalcavia, manodopera irregolare impiegata nei cantieri. Non si tratta di semplici irregolarità amministrative, ma di vere e proprie frodi che mettono a rischio la sicurezza pubblica. Perché quando si risparmia su un isolante o si monta un cavo sottodimensionato, non si sta solo rubando denaro pubblico, si sta giocando con la vita delle persone che percorrono quelle strade ogni giorno.

Il sistema finanziario è altrettanto collaudato. Un giro di false fatture per circa 377.000 euro, finalizzato al riciclaggio e al pagamento in nero. Si drenano risorse pubbliche attraverso subappalti illeciti e noleggi di comodo, e poi si ripulisce il denaro con un passaggio fittizio, magari attraverso un distributore di carburante compiacente. È un meccanismo perfetto, oliato, che funziona da anni e che continua a funzionare nonostante le promesse e le leggi. Perché, come ho sempre scritto, in questo Paese: la legge c’è, ma poi c’è il sistema che la aggira!

È la solita storia. Quella dei “prenditori” e dei loro prestanome, dei funzionari pubblici che chiudono un occhio in cambio di un favore. E mentre gli investigatori scoprono l’ennesima “magagna”, mi chiedo: ma noi, cittadini, dobbiamo rassegnarci? O forse, come ho sempre sostenuto, è ora di smetterla di fingere che siano episodi isolati e riconoscere che stiamo parlando di un sistema radicato, che ha bisogno di risposte altrettanto sistemiche e radicali!

CONTINUA

sabato 15 agosto 2026

15 agosto: ancora qui, ancora fermo, ancora a chiedermi se il mare sia davvero per tutti...

Buongiorno, e buon Ferragosto a tutti, anche a voi che, come me, avete scelto il silenzio al chiasso della città di mare...

Oggi, 15 agosto 2026, il sole non picchia forte come sempre, anzi in questo momento un forte temporale accompagnato dalla grandine sta solcando il cielo sopra l'Etna.

Sì... tutto chiuso, e le località stamani sembrano un grande set cinematografico abbandonato, con le saracinesche abbassate e il ronzio dell'aria condizionata che sostituisce il chiacchiericcio dei bar.

E così, mentre fuori si celebrano i riti laici dell'estate, io ritrovo qui, nel mio giardino di casa, il sapore di un déjà-vu che ricorda quei momenti trascorsi da ragazzo, gli stessi che si ripetevano anno dopo anno, e che oggi vedono le mie figlie – al mio posto – protagoniste in quei luoghi di balneazione.

Ed in questa mia riflessione non posso che ripensare anche ad una vecchia filastrocca che parlava di quel bambino rimasto in città: “Filastrocca vola e va / dal bambino rimasto in città”. Già... una poesia che aveva un che di malinconico, allora, ma che potrei dire, una sottile ironia oggi...

Sì... perché il mare, si sa, è per chi conduce una vita serena, e i castelli di sabbia sono un lusso che richiede tempo e leggerezza. La stessa cosa vale d'altronde per chi ama i monti, con quelle scalate e le docce fredde fatte sotto le cascate, sì... per quanti vogliono ancora permettersi di inseguire l'orizzonte.

Ma poi, allargando lo sguardo oltre il confine di questa mia giornata, il pensiero corre inevitabilmente a chi quel mare lo vede con occhi diversi. A quei bambini che non hanno nulla, che attraversano deserti e oceani su barche di fortuna, per i quali il mare non è svago, ma un varco stretto e pericoloso verso una speranza che spesso si infrange, sì... prima ancora di toccare la riva. 

E penso, con il cuore in gola, ai bambini di Gaza, che quel mare lo hanno ogni giorno davanti agli occhi, azzurro e apparentemente immobile, ma che non possono goderne il profumo né la freschezza, perché per loro è solo l'ultimo confine di un mondo che non concede tregua. Loro non costruiscono castelli di sabbia, cercano solo un angolo di terra dove sentirsi al sicuro.

E allora, nel silenzio di questo Ferragosto, il gioco del bambino sul marciapiede mi appare per quello che è davvero: una metafora potentissima della nostra capacità di adattarci, ma anche il simbolo di una distanza incolmabile tra chi può sognare e chi è costretto a sopravvivere. È la fotografia di una realtà che si vorrebbe cambiare, e che invece continua a ripetersi, ostinata.

Ed è proprio qui, in questo contrasto, che mi sorprendo a fantasticare ancora. Quando diventerò Presidente del Consiglio – scherzavo un tempo, anche perché la politica non mi è mai interessata – farò un decreto per cancellare questa disparità. Un'ordinanza che consenta a tutti di poter andare al mare o che trasformi le nostre montagne in un dono per tutti i bambini, il tutto ovviamente a spese dello Stato. 

Certo, so bene che il mio non è altro che una sorta di giustizia poetica, un sogno a occhi aperti per bandire la solitudine di chi resta e il dolore di chi non ha neppure il diritto di restare.

Ed allora cosa dire... peccato che a ben guardare, questa giornata di Ferragosto non è altro che l'ennesima ripetizione di quanto fatto in tanti altri anni. Sì, è cambiata negli anni la compagnia, forse c'è più caldo o, come oggi, "la pioggia cade e tutto lava", come dice la canzone dei Negramaro. Pure, le strade deserte sono le stesse, e quel misto di pace e di sottile abbandono che si respira oggi credo sia lo stesso che ho respirato da bambino, da ragazzo e da adulto...

Non c'è nulla di veramente nuovo, in questo 15 agosto. È il copione di sempre, con gli stessi attori principali: chi fugge, chi resta, chi sogna e chi si adatta. E forse è proprio questa ripetizione ciclica a renderci umani. Il tentativo di dare un senso a un giorno che è uguale a tutti gli altri, ma che per convenzione vorremmo speciale.

Così, mentre il mondo là fuori si divide tra ombrelloni e rifugi alpini, tra individui che cercano un posto migliore, beh... io rimango qui a guardare il viavai dei pensieri. E mi accorgo che la vera vacanza, forse, non sta nel luogo che si raggiunge, ma nello spazio che si riesce a creare dentro di sé, anche restando fermi. Un paradosso, lo so, ma è l'unico decreto che posso firmare oggi.

Perché, in fondo, Ferragosto è proprio questo: un palcoscenico su cui mettiamo in scena gli stessi gesti, le stesse attese, le stesse piccole epiche quotidiane. Nulla di più, nulla di meno. E forse, in questa consapevolezza, c'è una pace più vera di quella che si trova sotto un ombrellone.

Per cui... buon Ferragosto, a tutti, sì... anche a chi, come me, è rimasto a casa, perché ormai ha imparato a fare tesoro di questa immobilità.

venerdì 14 agosto 2026

Temperature alte? Ma ditemi... chi ci sta guadagnando da queste errate notizie?

Buongiorno, continuando con quanto pubblicato ieri – Record dei 48,8°C: atti nascosti, strumenti spariti. Il Dott. Alfio Grassi ricorre al TAR (link all'articolo) – oggi voglio partire da un titolo che ho visto qualche giorno fa su Repubblica, e che mi ha fatto riflettere.

Il titolo parlava di Santa Croce Camerina (link), un paese in provincia di Ragusa, e dell'inferno che toccava 47 gradi. Un titolo forte, certamente efficace, accompagnato dalla dichiarazione del parroco locale che, testualmente, avrebbe detto che "il caldo serve a estinguere i peccati". E già qui, lasciatemelo dire, viene da sorridere – ma anche da chiedersi se per caso si riferisse ai peccati compiuti da taluni suoi molti colleghi togati, già... sotto il nome di Cristo!

Ma al di là della battuta, ciò che mi ha colpito è stato il passaggio successivo: lo stesso giorno, la temperatura registrata sul posto era di 46,2 gradi. Eppure, il giorno dopo, sul quotidiano, quei 46,2 erano diventati 47. Un arrotondamento? Forse. Ma un arrotondamento che, in un contesto di presunta accuratezza scientifica e di allarme mediatico, fa la differenza. Perché un grado, su certe scale, non è solo un numero: è un titolo più forte, una notizia più clamorosa, un'audience più ampia.

E nell'articolo si parlava anche dei pensionati che si ritrovano in piazza sotto gli alberi, e uno di loro diceva: "È un modo per contarci e vedere che siamo ancora tutti vivi". Questa frase mi ha toccato, perché è vera, è autentica, è la Sicilia che si racconta con la sua ironia e la sua rassegnazione. Ma è anche la Sicilia che sa, per esperienza, che il caldo c'è sempre stato.

Perché voglio essere chiaro: non sto dicendo che non faccia caldo. Sarebbe assurdo. È evidente che ci troviamo in una fase di ondata di calore, e chi vive in Sicilia lo sa bene. Ma ciò che sto dicendo – e lo dico con la memoria di chi ha vissuto queste terre per decenni – è che d'estate in Sicilia ha sempre fatto caldo. Forse oggi abbiamo un grado, forse due in più. Ma nulla di paragonabile alla narrazione apocalittica che ci viene propinata ogni giorno.

Mi viene in mente, e ve lo racconto, un ricordo personale. Quando avevo diciotto anni – e non erano certo gli anni del riscaldamento globale così come ce lo raccontano oggi – avevo un termometro esterno appeso fuori casa. Ebbene, già a quel tempo, all'ombra, segnava regolarmente 45 gradi. E quei 45 gradi non li aveva mai letti nessun giornale, non avevano mai fatto notizia, non avevano mai scatenato dibattiti nazionali. Era semplicemente l'estate in Sicilia. Punto! E, se posso aggiungere, sospetto fortemente che quel termometro di allora funzionasse meglio di molti di quelli che usano oggi...

Poi, nel 2020, mi trovavo a seguire un cantiere per un processo di stabilizzazione a calce. Ero il Responsabile della Sicurezza e, come tale, avevo il dovere di monitorare le condizioni dei lavoratori. Ricordo che, già intorno alle 10.00, avevo provveduto a sospendere tutte le lavorazioni a terra perché la temperatura stava per toccare i 35 gradi, e poi è arrivata intorno alle 13.00 a 43°! Ma anche allora, e lo dico con cognizione di causa, non era un evento eccezionale. Era l'estate. Era il caldo che in Sicilia c'è sempre stato.

Allora, mi chiedo, e ve lo chiedo con franchezza: perché oggi tutto questo clamore? Perché un termometro che segna 46,2 gradi diventa il giorno dopo un "inferno a 47"? Perché ogni ondata di calore viene raccontata come se fosse la prima, come se fosse un evento senza precedenti, come se noi siciliani non avessimo mai visto l'estate?

La risposta, temo, sia una sola: business. E qui vorrei allargare il discorso, perché la vicenda del record di Floridia e la storia dell'INRIM che il Dott. Alfio Grassi ha raccontato nel post precedente sono il pezzo di un mosaico molto più grande.

C'è un business economico, certo. Appalti per stazioni meteo, fondi per la ricerca, finanziamenti pubblici che viaggiano su cifre importanti. C'è un business politico, perché spingere su determinate agende ambientali significa orientare consenso, decidere priorità, muovere le leve del potere. C'è un business mediatico, e questo è forse il più evidente: clickbait, audience, presenze nei telegiornali e nei programmi televisivi, che sono ovviamente remunerate. E poi c'è tutto l'indotto commerciale: la vendita di condizionatori, di gadget per il raffrescamento, di abbigliamento tecnico, di strumenti elettronici. Un mercato che si nutre di allarme e che cresce tanto più forte quanto più il termometro viene alzato di un grado.

Ecco, io credo che stiamo assistendo a una gigantesca operazione di gonfiaggio mediatico. E lo dico con il massimo rispetto per chi studia il clima, ma anche con la massima diffidenza verso chi trasforma la scienza in spettacolo e i numeri in titoli. Perché quando un termometro diventa un'opinione, e un grado in più diventa un'inferno, non stiamo più facendo informazione. Stiamo facendo altro.

La vicenda del Dott. Alfio Grassi, con il suo ricorso al TAR contro l'INRIM, apre uno spaccato su tutto questo. Perché se è vero che c'è un record europeo contestato, se è vero che gli atti non sono accessibili, se è vero che la strumentazione viene spostata da un laboratorio all'altro e poi si scopre che forse finirà in discarica... beh, allora è lecito chiedersi: cosa c'è dietro? E soprattutto, chi ci sta guadagnando?

Onestamente, ho seri dubbi che si possa giungere a una verità. Gli interessi sono troppi, e troppi soggetti stanno cavalcando - consentitemi - "l'aria calda", ma forse, e dico forse, il TAR potrebbe slegare i nodi di questa particolare vicenda, e costringere l'INRIM a rispondere a quelle domande che il Dott. Grassi ha posto con tanta lucidità.

Nel frattempo, però, io continuo a guardare il termometro fuori dalla finestra. E quando segna 40 gradi, come oggi, mi viene da sorridere. Perché so che quarant'anni fa segnava più o meno la stessa cosa. E che allora non c'erano titoli apocalittici, né pensionati in piazza che si contavano per vedere se erano ancora vivi. C'era solo l'estate, in Sicilia. E un caldo che, come sempre, sapevamo sopportare.

Ora, se qualcuno vuole raccontarmi che tutto questo è diverso, che è peggio, che è eccezionale, che è senza precedenti, lo ascolterò volentieri. Ma poi gli chiederò: scusa, e tu, da tutto questo, cosa ci stai guadagnando?

Perché la domanda, alla fine, è sempre quella...

P.S.:

E se qualcuno di quei dirigenti – delle note Tv nazionali o private – desiderasse eventualmente intervistarmi, sappia che sono disponibile a ripetere di presenza quanto sopra, e anche di più... L'importante è che la trasmissione non sostenga alcun costo per questa mia gentile concessione. O se proprio devono pagare – perché il sistema lo impone, si sa – desidero che il mio eventuale compenso venga totalmente devoluto in beneficenza.

Ah, dimenticavo: se qualcuno desiderasse eventualmente contraddirmi, in quella "ipotetica" trasmissione, beh... per farlo dovrà, ahimè, sottostare a questa medesima regola. Quindi, se vuoi discutere con me: niente soldi!

Vedrete, conoscendo bene le dinamiche e i giochi di potere di questo mio Paese, sono sin d'ora certo che nessuno sarà interessato a contattarmi.

Perché, diciamocelo, quando si toccano certi interessi, il silenzio è sempre la risposta più comoda...

E con questo vi lascio, sperando che il caldo – quello vero, quello misurato, non quello gonfiato – vi conceda un po' di tregua.

Alla prossima...

giovedì 13 agosto 2026

Record dei 48,8°C: atti nascosti, strumenti spariti. Il Dott. Alfio Grassi ricorre al TAR.

Buongiorno a tutti e ben ritrovati in questo periodo caldo e consentitemi di dire, non solo per le temperature "approssimativamente" misurate...

Oggi - difatti - condivido con voi un contributo che ritengo di grande rilevanza non solo sul piano scientifico, ma anche su quello della trasparenza amministrativa e del diritto di accesso alla conoscenza pubblica.

Il testo che segue porta la firma del Dott. Alfio Grassi, figura nota per il suo rigoroso lavoro di analisi sulle stazioni meteorologiche siciliane e, in particolare, sul controverso record europeo di 48,8°C registrato l'11 agosto 2021 a Floridia (SR).

Come molti di voi sanno, quel valore è stato convalidato dall'Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) proprio sulla base delle verifiche metrologiche condotte dall'INRIMIstituto Nazionale di Ricerca Metrologica di Torino.

Il Dott. Grassi, però, da tempo solleva perplessità tecniche sulla strumentazione e sull'ubicazione della stazione SIAS. Per fare chiarezza, ha attivato tutte le vie formali per ottenere l'accesso agli atti delle verifiche INRIM.

Nel lungo e dettagliato resoconto che troverete di seguito - di cui egli stesso mi ha formalmente comunicato che si assume personalmente qualsivoglia azione - ci racconta l'esito della sua visita a Torino dell'aprile 2026, le resistenze incontrate, le risposte ricevute e le domande che ancora restano senza risposta.

Lascio ora la parola al Dott. Alfio Grassi, riportando il suo testo in modo fedele e integrale, così come mi è stato affidato.

Testo integrale ricevuto stamani 13 c.m. dal Dott. Alfio Grassi:

Caro Costanzo, innanzitutto le chiedo umilmente scusa per non aver dato tempestivamente riscontro alla sua richiesta di aggiornamento sugli sviluppi delle mie interlocuzioni con il laboratorio INRIM di Torino che, come è noto, ha avuto un ruolo determinante per certificare il record europeo di 48,8° registrato l'11/08/21 dalla stazione meteo di Floridia, gestita dal SIAS Sicilia.

Dopo vari tentativi, lo scorso aprile, l'INRIM ci ha comunicato che i documenti da noi richiesti (documenti pubblici privi di qualsiasi vincolo di segretezza) potevano essere visionati direttamente nella sede di Torino e, pertanto, ho colto l'invito e mi sono recato con il mio legale nella prestigiosa sede dell'INRIM, tempio della scienza in ambito nazionale e internazionale.

Siamo stati accolti con tutti gli onori di casa dal Dott. Merlone e dalla Dott.ssa Musacchio, ricercatori dediti alla metrologia della termodinamica, che ci hanno fatto visionare gli strumenti di laboratorio e perfino alcuni reperti storici di strumentazione meteorologica, come un termometro a mercurio proveniente dal Pakistan che molti anni fa aveva registrato una temperatura record che poi fu smentito a seguito delle verifiche di calibrazione dello strumento condotte dall'INRIM.

Dopo un'esaustiva introduzione sulle procedure di calibrazione praticate in laboratorio, il Dott. Merlone e la Dott.ssa Musacchio ci hanno portato in una sala riunione dove, attraverso un proiettore, ci è stato permesso di visionare alcune slides sulle verifiche metrologiche eseguite allo strumento schermo-sensore termometrico della stazione meteo di Floridia.

Considerato che la presentazione grafica conteneva una copiosa serie di dati numerici, impossibile da analizzare a distanza e in poco tempo, abbiamo chiesto di acquisire i documenti oggetto di visualizzazione in copia cartacea o in formato digitale, ma purtroppo il Dott. Merlone si è mostrato categoricamente contrario a concederci l'accesso agli atti.

Ma, sono rimasto ancora più sorpreso quando ho chiesto ai miei interlocutori di poter visionare la strumentazione testata, alla luce del fatto che l'INRIM ha sempre pubblicamente dichiarato che la stessa veniva custodita presso il proprio laboratorio di Torino: il Dott. Merlone e la Dott.ssa Musacchio mi hanno risposto che la stazione era stata trasferita in altro posto, presumibilmente nella sede INRIM di Matera, anzi con una sottile ironia mi è stato detto che probabilmente finirà in discarica, visto che lo strumento non è dell'INRIM ma del SIAS e, quindi, l'Istituto non ha alcun obbligo e interesse a custodire la strumentazione del record europeo di 48,8°.

Insomma, ci aspettavamo di fare chiarezza su questa strana vicenda del record europeo e, invece, ce ne siamo ritornati a Catania con più dubbi di quelli che avevamo in partenza.

Deluso ma non scoraggiato dall'esito della nostra visita, assistito dal mio legale Avv. Nunzio Condorelli Caff, decido di reiterare la richiesta di accesso agli atti, ma anche in questo caso l'INRIM ribadisce la sua contrarietà, giustificandosi che i documenti non rientrano nella disponibilità dell'Istituto in quanto sono interni al gruppo di lavoro WMO.

Inoltre, alla nostra contestuale richiesta di visionare la strumentazione del record europeo, l'INRIM risponde: "per quanto riguarda, invece, la richiesta di visionare e fotografare lo strumento (schermo solare sensore termometrico) attualmente custodito presso la sede di Matera, si precisa che tale bene non è di proprietà dell'INRiM, bensì del SIAS – Servizio Informativo Agrometeorologico Siciliano. Pertanto, eventuali richieste di visione e documentazione fotografica dovranno essere preventivamente sottoposte al predetto Ente proprietario. Qualora il SIAS autorizzasse l'accesso e qualora, al momento dell'eventuale accoglimento dell'istanza, lo strumento fosse ancora nella disponibilità materiale dell'INRiM, questo Istituto provvederà a consentirne la visione secondo modalità che dovranno essere opportunamente concordate."

Allora, cerco di sintetizzare i fatti in maniera spicciola:

chiedo l'accesso agli atti preliminari di convalida del record che sono in possesso dell'INRIM;

l'INRIM, dopo un anno di reiterate richieste da parte mia, accetta di farmi visionare gli atti solo presso la sede dell'Istituto (neanche se fossero atti del dossier Aldo Moro);

Mi reco, nell'aprile 2026, alla sede di Torino, ma la visione avviene solo mediante proiettore;

Poco prima di recarmi a Torino la strumentazione del record viene trasferita a Matera;

Chiedo ancora una volta l'accesso agli atti al mio ritorno;

L'INRIM risponde che i documenti non sono nella disponibilità dell'Istituto e, quindi, respingono la nostra richiesta (però se li fanno vedere col proiettore sono nella loro disponibilità!!!)

La strumentazione è a Matera, presso la sede locale di INRIM, ma ci vuole l'autorizzazione del SIAS e se quest'ultimo ci darebbe il permesso, la stazione, nel frattempo, potrebbe non essere più a Matera.

Ricordo che l'INRIM è un istituto pubblico pagato con i soldi dei contribuenti (compresi i miei) e che opera nell'ambito scientifico di interesse prettamente pubblico, quindi per quale motivo si ostenta così tanta resistenza ad un semplice accesso agli atti che riguarda documenti di analisi tecnica scientifica della strumentazione di registrazione del record europeo di 48,8°?

Perché INRIM non contribuisce a fare chiarezza su questo record europeo tanto contestato a causa del difetto della strumentazione e della non conforme ubicazione della stazione meteo SIAS, come dimostrato più volte dal sottoscritto?

Perché l'INRIM custodisce nel laboratorio di Torino lo strumento termometrico del Pakistan, ritenuto non norma dallo stesso Laboratorio, e non quello del SIAS che ha registrato la temperatura di 48,8°, valore riconosciuto, previa verifica metrologica del Dott. Merlone e della Dott.sa Musacchio, come record europeo di temperatura massima?

Caro Costanzo, io voglio delle risposte a queste domande!

Le annuncio che ho presentato ricorso al TAR Piemonte contro INRIM per il denegato accesso agli atti.

Alfio Grassi

Ecco... qui si conclude il resoconto del Dott. Alfio Grassi.

Come avete potuto leggere, non si tratta di una semplice polemica, ma di un iter formale e documentato che ha portato addirittura a un ricorso al TAR. Ora... al di là delle opinioni personali, ciò che emerge è un problema di metodo: un ente pubblico di ricerca, finanziato con risorse pubbliche, che oppone resistenza all'accesso di atti – peraltro dichiaratamente privi di segretezza – relativi a un dato che ha un valore storico e simbolico per l'intera Europa.

Le domande sollevate dal Dott. Grassi restano, al momento, senza risposta. Ma il ricorso al TAR Piemonte potrebbe presto costringere l'INRIM a fornire chiarimenti in sede giudiziale. Noi seguiremo la vicenda e, appena ci saranno novità, non mancheremo di aggiornarvi.

Nel frattempo, invito chiunque abbia elementi, competenze o semplicemente riflessioni da condividere a intervenire nei commenti. Il confronto aperto e civile è l'unico strumento che può davvero fare luce su questioni così delicate.

Grazie a tutti per l'attenzione e, come sempre, alla prossima.

P.s.: Aggiungo un'ultima cosa, per correttezza e completezza d'informazione. Se dall'INRIM o da qualcuno dei suoi rappresentanti dovesse giungerci una replica, una precisazione o anche solo un punto di vista diverso su quanto esposto dal Dott. Alfio Grassi, il mio Blog resta aperto – gratuitamente e senza alcuna preclusione – a chiunque voglia intervenire per portare il proprio contributo.

Il sottoscritto, d'altronde – come molti di voi sanno – si occupa nel tempo libero dalla sua professione non solo di formare, ma soprattutto di mettere in pratica tutti quei principi di legalità previsti, denunciando in prima persona quando ciò è necessario. Ecco perché le porte di questa mia pagina sono spalancate a chiunque, proprio nel rispetto reciproco e nel nome della trasparenza che, credo, dovrebbe essere il fondamento di ogni istituzione pubblica.

mercoledì 12 agosto 2026

In Sicilia il vero problema non è solo quanta acqua perdiamo o quanti soldi finiscono nel nulla: no...il vero problema è che noi siciliani sprechiamo tutto, anche le occasioni per cambiare!

Già... lo spreco, qui da noi, non è mai un incidente di percorso, no... è un'abitudine, una cattiva abitudine che si ripete uguale a sé stessa da decenni, come un rituale che nessuno ha mai avuto il coraggio di interrompere. 

Perché se l'evaporazione dalle dighe ci toglie milioni di metri cubi d'acqua ogni estate, è altrettanto vero che un'altra evaporazione, più silenziosa e meno visibile, consuma ogni anno le risorse destinate all'agricoltura: soldi che arrivano dall'Europa e che, invece di trasformarsi in sviluppo, si dissolvono in un sistema che sembra studiato apposta per non funzionare.

Ma andiamo con ordine. Nell'ultimo mese, le dighe siciliane hanno perso oltre 40 milioni di metri cubi d'acqua. Il caldo record, certo, e l'evaporazione che si porta via almeno il quindici per cento di quella riserva preziosa. Ho letto che - secondo chi si intende di queste cose - a fare la differenza sono le temperature elevate e costanti.  Un paradosso, poi: più acqua c'è negli invasi, più superficie è esposta al sole, e più acqua si disperde nell'atmosfera. Eppure, se guardiamo i numeri di quest'anno, potremmo quasi sentirci tranquilli: abbiamo più acqua rispetto al 2024, quando la siccità aveva messo in ginocchio intere province. Ma è una tranquillità ingannevole. Perché quei numeri sono volumi lordi, che non tengono conto dell'interrimento: decenni di fango e sedimenti accumulati sul fondo che, secondo molti sottraggono alla disponibilità effettiva almeno 150 milioni di metri cubi. Quindi, tolto questi, la riserva reale si riporta vicina ai livelli che ci fecero così paura appena un anno fa.

E poi, quando l'acqua scarseggia, si corre ai ripari. Si scava più profondo nei pozzi, si attivano i dissalatori. Ma anche qui i conti non tornano. Una falda sottoposta a prelievi intensivi si abbassa e può impiegare anni per ricostituirsi. I dissalatori, poi, la Corte dei Conti li definisce una fonte marginale: producono acqua preziosa, certo, ma a costi elevatissimi, e quella stessa acqua, una volta immessa in rete, finisce per perdersi nelle tubature colabrodo che da venticinque anni nessuno riesce a sistemare. 

Un cortocircuito perfetto, una macchina che spreca risorse su tutti i fronti!

Ma il vero nodo, quello che nessuno vuole affrontare, è un altro. Ed è qui che lo spreco diventa sistema. Perché l'acqua è solo la punta dell'iceberg. Sotto la superficie c'è un meccanismo intero che si nutre di fondi pubblici e restituisce polvere. Parlo dell'agricoltura, del comparto che dovrebbe essere il nostro orgoglio e che invece è diventato una gigantesca mangiatoia.

Stipendi pagati a enti e servizi che spesso non si capisce bene cosa facciano. Indennità di disoccupazione percepite da agricoltori nei periodi di fermo, che puntualmente utilizzano quei mesi per lavorare in nero. E poi una miriade di soggetti preposti ai controlli che, guarda caso, nessuno vede mai. Fondi europei e nazionali destinati a migliorare il settore che, non dovendo essere giustificati in maniera seria, finiscono per essere utilizzati per tutt'altro.

Non sono parole al vento. Le inchieste giudiziarie parlano chiaro. Solo pochi mesi fa, i Carabinieri per la Tutela Agroalimentare hanno smantellato un'associazione per delinquere che, tra il 2018 e il 2022, era riuscita a intascare oltre un milione e quattrocentomila euro di aiuti europei. Aziende fantasma, terreni mai concessi dichiarati falsamente, fascicoli aziendali che viaggiavano da una regione all'altra per eludere i controlli. E il denaro così sottratto veniva reinvestito in immobili o trasferito tra conti societari per pulirne l'origine. Un sistema rodato, studiato nei minimi dettagli. E la criminalità organizzata, si sa, ha occhi e mani lunghe: sa bene che in questo bacino di risorse può trovare linfa vitale per i propri affari.

E mentre tutto questo accade, le occasioni per cambiare davvero ci passano accanto e noi le lasciamo andare, come si lascia scorrere l'acqua che non sappiamo trattenere. L'ultima, in ordine di tempo, l'ha raccontata Coldiretti Sicilia: l'Assemblea regionale ha bocciato i fondi per i piccoli invasi aziendali, quelli che, dove sono stati realizzati, si sono rivelati un salvavita per tante aziende agricole e zootecniche. Una scelta che sa di resa, di rassegnazione. Come se avessimo deciso, una volta per tutte, che il cambiamento non fa per noi.

E intanto l'acqua continua a scorrere via, tra tubature rotte e burocrazia paralizzante. I consorzi di bonifica restano commissariati, le riforme annunciate non arrivano mai. E la politica, troppo spesso, sembra avere altre priorità. In questi giorni duemila persone sono rimaste a secco perché le loro case sono abusive, costruite in una zona in cui non avrebbero dovuto esserci. Eppure, per anni, quelle stesse case hanno avuto luce, telefono, fibra e persino l'acqua portata con le autobotti. Poi qualcuno ha deciso di applicare la legge, e il risultato è che ora solo anziani, bambini e malati ricevono rifornimenti. Una situazione al limite, grottesca, che racconta meglio di qualsiasi rapporto il fallimento di un sistema che non sa più distinguere tra emergenza e regola, tra bisogno e diritto.

Ecco, forse è questo il punto. Non siamo solo un'isola che soffre la sete. Siamo un'isola che spreca tutto: l'acqua, i soldi, le occasioni, la pazienza di chi ancora crede che si possa fare diversamente.

Mi dispiace dovermi ripetere, ma  finché non cambieremo questa abitudine antica, finché non smetteremo di considerare lo spreco come un destino ineluttabile, continueremo a guardare l'acqua che evapora e i fondi che svaniscono, con le mani in mano, aspettando che sia qualcun altro a risolvere i nostri problemi.

martedì 11 agosto 2026

Il fantasma di Khamenei e il ritorno dei vecchi leoni: tra silenzi, vuoti e la resa dei conti.

C’è un’ombra che si allunga sulla Repubblica Islamica, un’ombra che ha il volto di una guida che forse non c’è più, o che comunque non è più in grado di guidare.

Parliamo di Khamenei, il figlio, il successore designato, l’uomo che avrebbe dovuto raccogliere il testimone di una teocrazia millenaria. 

Eppure, a guardare bene, ciò che filtra dai palazzi del potere racconta una storia ben diversa: quella di un leader ridotto a un fantasma, le cui condizioni sarebbero tragiche a seguito dell’attentato che lo ha colpito.

Se è ancora vivo, ed è un “se” che pesa come un macigno, la sua presenza è ormai solo simbolica, un nome da invocare per legittimare decisioni prese da altri.

Ed è proprio questa assenza, questa sospensione del comando, ad aver innescato una frattura profonda nel corpo più armato e fedele del regime, quello dei Pasdaran. Per anni, i Guardiani della Rivoluzione hanno marciato compatti sotto l’ala protettrice del giovane Khamenei, che aveva saputo tessere alleanze e distribuire favori all’interno delle gerarchie militari. Ma quel tempo è finito.

Oggi, chi era stato messo da parte, chi aveva visto svanire i propri sogni di potere relegato in ruoli secondari, rialza la testa e rivendica con forza il posto che gli spetta. È un ritorno al passato che sa di resa dei conti, un attacco frontale a coloro che li avevano sostituiti, e che ora si trovano improvvisamente esposti, senza più lo scudo del loro protettore.

Nel frattempo, la piazza, il popolo vero, quello che vive le giornate tra speranza e paura, osserva. I giovani, e in particolare le donne, che hanno già dimostrato al mondo il loro coraggio, sognano un cambiamento, un ribaltamento di quel sistema degli ayatollah che li opprime.

La loro voce si è levata potente, ma oggi si scontra con una realtà spietata: la paura di ribellarsi è più forte del desiderio di libertà. E non c’è da stupirsi, perché i tribunali del governo non conoscono clemenza, e i plotoni di esecuzione sono diventati una triste routine, un monito quotidiano che spegne ogni speranza di una rivolta aperta.

Ma è sullo scenario internazionale che questo braccio di ferro rischia di trasformarsi in una tragedia collettiva. La posta in gioco è lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui passa una fetta enorme del petrolio mondiale. E qui, paradossalmente, la strategia dei falchi che ora hanno preso in mano le redini del potere potrebbe rivelarsi un boomerang.

Sì... se non si troverà una rapida soluzione politica, se la tensione continuerà a salire, la minaccia di chiudere lo Stretto tornerà a essere un’arma concreta. Ma è un’arma che si sta già arrugginendo, perché i paesi arabi confinanti stanno costruendo a gran ritmo nuovi oleodotti che permetteranno di aggirare l’ostacolo, riducendo nel giro di pochi anni il ricatto energetico dell’Iran.

E allora cosa resterà? Resta lo spettro di un nuovo conflitto militare, un conflitto che nessuno può davvero prevedere nelle sue conseguenze, ma che tutti sanno essere potenzialmente catastrofico. Non solo per quelle terre già martoriate, ma per l’intero sistema finanziario globale, che verrebbe travolto da un’ondata di caos i cui effetti sarebbero incalcolabili.

I falchi hanno preso l'Iran, hanno blindato Hormuz, hanno messo uomini come Vahidi e Rezaei ai vertici della sicurezza. Ma la loro vittoria potrebbe rivelarsi la scintilla che accende un incendio molto più grande di loro. 

E tutta questa follia, si sa, prima o poi si ribalta. Contro chi? Forse contro di loro. Forse contro tutti. Forse contro nessuno, perché il fuoco, quando divampa, non chiede permesso. Brucia tutto ciò che incontra!


lunedì 10 agosto 2026

Capitolo 4°: Il Giovane Gesù: Lo sviluppo, l'adolescenza, gli studi della Torah.

E così a tredici anni Yeshua sale al leggio della sinagoga di Nazareth. 

È il giorno del suo Bar Mitzvah, il momento in cui un figlio d'Israele diventa "figlio della Legge", responsabile delle proprie azioni davanti a Dio e alla comunità.

La comunità è tutta lì. I volti che lo hanno visto bambino, quelli che hanno sussurrato alle sue spalle, quelli che hanno tirato via i propri figli quando lui si avvicinava. 

Ora lo guardano salire; è alto per la sua età, magro e quegli occhi che sembrano guardare oltre le cose.

Legge il brano assegnato. Voce ferma, dizione chiara. Poi il rabbino, come da tradizione, gli chiede: "Figlio di Giuseppe, vuoi dire qualcosa su ciò che hai letto?". Yeshua tace. Poi parla. Ma non commenta il testo come ci si aspetterebbe. Invece dice: "Oggi questa Scrittura si è compiuta davanti a voi".

Un silenzio gelido... poi un mormorio, qualcuno tossisce e il rabbino lo fissa, interdetto. Non è un'interpretazione. È una dichiarazione. È come se quel ragazzo si stesse mettendo dentro la Scrittura, non sotto di essa.

Nessuno dice nulla, quella sera. Ma molti tornano a casa con un pensiero che non li abbandona: chi si crede di essere?

Negli anni che seguono, Yeshua studia, non solo la Torah, ma i Profeti. Si perde nei rotoli di Isaia, dove un servo sofferente viene disprezzato e rifiutato, "un uomo dei dolori che ben conosce il patire". Legge e rilegge quel passo. Già... lo riconosce, come riconoscere il proprio riflesso nell'acqua.

Legge Daniele e le sue visioni apocalittiche. Legge i Salmi, dove il giusto grida a Dio e si sente abbandonato. E ogni volta, qualcosa dentro di lui risponde. Non è studio: è riconoscimento!

Eppure, c'è un problema. Un'ombra che non lo abbandona mai.

La Torah è chiara: il "bastardo", il mamzer, non entrerà nell'assemblea del Signore fino alla decima generazione. Lui lo sa. Lo sanno tutti. Ogni volta che entra in sinagoga, ogni volta che apre un rotolo, sa che per la Legge lui è un escluso! Non importa quanto studi, quanto impari, quanto sia fedele. Il sangue parla più delle scelte. La nascita decide prima che tu possa decidere.

Ma lui sente dentro di sé qualcosa che la Legge non può contenere. Una voce che non è la sua. Una spinta che non viene dalla carne.

E se Dio parlasse anche ai bastardi? Non lo dice a nessuno. Ma la domanda gli brucia dentro.

Giuseppe intanto invecchia. Le mani che un tempo maneggiavano l'ascia e lo scalpello ora tremano. La schiena si curva. Il respiro diventa affannoso. Yeshua lo guarda e capisce che la morte si sta avvicinando. Non è una rivelazione. È una constatazione. 

Vede il petto di quel padre che si solleva a fatica, la tosse che non passa, gli occhi che si appannano. E si chiede: quando Giuseppe morirà, cosa resterà di lui? Resta il suo amore, resta il fatto che mi ha cresciuto come figlio, resta il fatto che mi ha difeso. Ma la comunità dirà: è morto il falegname, e il suo bastardo è rimasto solo.

Una notte, Giuseppe lo chiama accanto al letto. Non dice nulla di importante. Niente benedizioni solenni, niente profezie. Solo: "Prenditi cura di lei", poi chiude gli occhi.

La morte di Giuseppe è silenziosa. La sepoltura è povera. I vicini vengono, recitano le preghiere, se ne vanno. Nessuno piange in modo vistoso. E Yeshua, per la prima volta, capisce cosa significhi essere il capofamiglia di una donna che il mondo guarda con sospetto.

Maria diventa la sua responsabilità. E lei, con quel sorriso che nasconde più di quanto dica, lo guarda e non gli chiede nulla. Ma lui sa che lei sa. Lei sa che lui sa. E quel silenzio tra loro è più pesante di qualsiasi parola.

Giuseppe se n'era andato in silenzio, come aveva vissuto. E Maria era ora una vedova senza un figlio che potesse portare il nome del marito. Almeno, così diceva la comunità. Perché Yeshua, per loro, non contava. Non era il figlio legittimo. Era il bastardo. E un bastardo non poteva ereditare il nome.

E allora la legge del Signore, quella stessa Torah che Yeshua amava studiare, parlava chiaro: "Se due fratelli abitano insieme e uno di loro muore senza aver avuto figli, la moglie del defunto non si mariterà con un estraneo, ma il cognato andrà da lei, la prenderà in moglie e compirà verso di lei il dovere di cognato. Il primogenito che lei partorirà subentrerà nel nome del fratello morto, perché il suo nome non si estingua in Israele" [Deuteronomio 25,5-6].

Era un dovere sacro. Non un'umiliazione. Era il modo più santo che una famiglia potesse avere per onorare un uomo morto. E Maria, ora che Giuseppe non c'era più, era tenuta a osservarlo.

Se Giuseppe aveva un fratello, quell'uomo doveva sposarla. Era la legge. Era la consuetudine. Nessuno si sarebbe scandalizzato. Anzi, ci si sarebbe aspettato che lei si risposasse, che desse alla luce un altro figlio, che il nome di Giuseppe non si estinguesse.

Ma c'era un problema. Un problema che nessuno osava pronunciare ad alta voce.

Yeshua non era un figlio legittimo. E se non lo era, allora il nome di Giuseppe era già estinto. Allora non serviva il levirato. Allora Maria era libera? O era condannata a rimanere vedova, senza discendenza, senza futuro, senza un uomo che la proteggesse?

La risposta, come sempre, la sapevano solo le voci che sussurravano dietro la fontana.

Yeshua guardava sua madre e sapeva che lei, un giorno, avrebbe dovuto scegliere. O sposare il cognato, se esisteva, e dare un figlio a Giuseppe. O restare sola, con il peso del marchio che ormai portava anche lei.

E lui, con la fiamma che gli bruciava dentro, si chiedeva: se io me ne vado, lei a chi resta? A chi la lascio?

Ma non c'era risposta. Non ancora...

E così... intanto il corpo cambia. Cresce in altezza, i muscoli si tendono, la voce si fa più grave. Le ragazze del villaggio lo guardano con occhi che prima erano solo curiosi e ora sono qualcosa di più. Lui sente quello sguardo, lo capisce, ma si tira indietro.

Non perché sia un angelo, ma perché sa che il marchio che porta non lo rende un buon partito. Perché sa che se sposasse una ragazza di Nazareth, il suo marchio cadrebbe anche su di lei. La escluderebbe come hanno escluso lui.

Quindi... meglio restare solo, pensa, sì... meglio che la maledizione finisca con me!

E così il suo corpo diventa un campo di battaglia. Da una parte gli istinti, la carne, il desiderio di una vita normale, una moglie, dei figli. Dall'altra quella voce interiore che gli dice: non sei per questo mondo. Sei altro. Vai altrove.

Ma dov'è "altrove"?

Nelle notti insonni, quando il tetto di casa è il suo unico rifugio, guarda le stelle e ripensa alle parole che ha letto nei Profeti. Isaia, che parla di un servo umiliato. Daniele, che descrive un figlio d'uomo che viene sulle nubi del cielo. I Salmi, dove il giusto soffre ma Dio non lo abbandona.

E se quelle parole parlassero di me?

Sa che è un pensiero folle. Sa che i rabbini insegnano che quelle profezie parlano di Israele, non di un singolo uomo. Ma allora perché lui le sente così vicine? Perché sembrano cucite addosso a lui, come una veste che nessun altro può indossare?

È il suo desiderio di essere qualcuno? È la sua ferita che cerca una risposta? O è davvero Dio che parla?

Non lo sa. Nessuno lo sa. Forse non lo saprà mai.

Ogni tanto, quando la bottega è chiusa e lui e Maria restano soli, scambiano qualche parola. Lui non le chiede dei dettagli: cosa ha visto realmente? Come era l'angelo? Che voce aveva? Lei non chiede a lui cosa sta cercando, perché lo sta cercando.

Ma un giorno Maria lo guarda e dice: "So che te ne andrai". È una frase secca, senza drammi. Come un dato di fatto.

Yeshua tace.

"Non chiedermi di restare" dice lui. "Io non ti ho chiesto di restare. Ho accettato che eri diverso prima che tu nascessi".

Quelle parole lo inchiodano. Non è un rimprovero. È una liberazione.

E lui capisce che la sua strada non è restare a Nazareth. La sua strada è andare. In un posto dove il suo marchio non conta, dove la Legge è scritta in un altro modo, dove il giudizio non è sulla nascita ma sulle scelte.

Forse, pensa, esiste quel posto. Forse quei viandanti che parlano del deserto e del Mar Morto hanno ragione. Forse c'è una comunità che non chiede "chi è tuo padre?", ma "cosa cerchi?".

Non sa ancora quando partirà. Forse domani. Forse tra un anno. Forse quando la fiamma che ha dentro diventerà troppo grande per essere contenuta, ma sa che partirà...

Il mondo non mi ha voluto, pensa. Allora andrò a cercare il mondo che mi vuole.

E mentre la notte avvolge Nazareth, nel petto di quel giovane falegname, quella fiamma brucia più forte che mai...

domenica 9 agosto 2026

Antonio Condorelli: la “normalità” dello scandalo che non scandalizza più nessuno!

Ho letto con attenzione l'ultimo post di Antonio Condorelli. Per me è uno dei pochi giornalisti rimasti a svolgere questo mestiere con onestà e indipendenza, una voce a cui vale la pena prestare ascolto. Ostinato e coraggioso, è sempre in prima linea, nel vivo dei fatti, a raccontare ciò che molti preferiscono tacere.

Il suo ultimo lavoro, pubblicato su LiveSicilia (link all'articolo), è un pugno nello stomaco. E, come lui, non posso fare a meno di provare un senso di vergogna profonda. Ma non è la vergogna che si prova davanti a un fatto eclatante, a uno scandalo che sconvolge le coscienze. È qualcosa di più sottile e, per certi versi, ancora più inquietante: è la vergogna di fronte alla "normalità".

Perché ciò che emerge dalle cronache giudiziarie dell'Isola non è raccontato come un'eccezione, ma come una consuetudine. Arresti di deputati regionali, indagini su assessori, leader politici di primo piano che si trovano ai domiciliari. Eppure, nel centrodestra siciliano, tutto questo non provoca scossoni. Non c'è stupore, non c'è quella rottura che dovrebbe accompagnare il venire a galla di fatti gravi. C'è solo la consapevolezza che, nell'ingranaggio della politica regionale, questi eventi fanno ormai parte del meccanismo.

Ora, nel raccontare quanto accade, non mi soffermerò sui singoli nomi. Per me, e credo per molti, in questo teatrino della politica i protagonisti si equivalgono. Uno vale l'altro, e poco importa chi sia. Se invece desiderate entrare nello specifico, se volete dare un volto e un cognome a questa lunga teoria di indagati, trovate tutto nel link che ho riportato sopra. Qui, però, voglio solo fissare lo sguardo sul fenomeno, non sui suoi interpreti.

Prendiamo l'ultimo episodio che ha scosso Forza Italia: un suo deputato regionale ai domiciliari. La notizia è piombata ai vertici del partito proprio mentre il commissario regionale teneva una riunione in una provincia già segnata dall'arresto di un altro esponente azzurro. Sembrava quasi una beffa del destino, un "benvenuto" amaro. Eppure, nei corridoi, nessuno si è stracciato le vesti. Solo la spallata di chi, ormai, ha imparato a convivere con queste scosse. Il mantra del "siamo in una fase iniziale", ripetuto con ostinazione qualche mese fa, oggi suona come un rituale svuotato di senso. Una formula di circostanza, pronunciata a denti stretti per non dover ammettere che, forse, quella fase iniziale non finirà mai.

In quella riunione, il commissario si è trovato a mediare tra le diverse anime del partito: quella legata al sindaco del capoluogo di provincia, quella dell'ex ministro presente personalmente, e la compagine che fa capo alla deputata subentrata al collega arrestato. Tra gli esponenti presenti, si sussurravano apprezzamenti per la sua capacità di ascolto, per aver "iniziato una stagione di incontri territoriali" in un partito, dicono, "non abituato a discutere". La questione morale, in questo contesto, non è diventata un elemento tranciante. Non c'è stato un dibattito sui principi, ma una discussione pratica su come gestire la situazione.

L'orizzonte, per tutti, sono le prossime elezioni regionali. E questo spiega molte cose. Alcune province preoccupano, perché "bisognerà fare le liste". Altre, come il capoluogo etneo, provocano più di un grattacapo, perché la spaccatura politica tra i big crea equilibri precari. In questo quadro, un'esponente azzurra di una provincia dell'Agrigentino, che secondo gli inquirenti "condivideva le scelte del partito" con il deputato finito ai domiciliari, viene invece promossa a commissario provinciale. Le sue qualità politiche, evidentemente, pesano più di qualsiasi ombra. È una scelta cinica, che fotografa perfettamente il clima: non importa ciò che si è fatto, ma ciò che si può ancora fare per la partita elettorale.

Anche la Dc e la Lega, dopo lo scossone dell'arresto di un loro leader storico e il conseguente patteggiamento, si stanno ricompattando. L'obiettivo è una lista unica alle regionali. Un esponente leghista, interdetto per un anno dal ruolo di assessore a causa di un'inchiesta, continua a tessere la sua tela, mantenendo stretti rapporti con Forza Italia. Si parla di un suo possibile cambio di casacca, di esponenti azzurri che lo seguirebbero. Sono manovre di palazzo, calcoli politici che nulla hanno a che fare con la liceità o meno dei comportamenti degli indagati. Sono il pane quotidiano di una politica che ha fatto della propria sopravvivenza l'unica bussola.

E poi c'è il caso di un ex componente della commissione regionale Antimafia, tornato all'Ars dopo l'arresto per voto di scambio politico-mafioso. Un dettaglio che la dice lunga sulla capacità di questo sistema di assorbire tutto. Fratelli d'Italia, dal canto suo, sceglie la strada del silenzio. Il commissario regionale "preferisce non commentare", e dopo il rigore iniziale profilato dopo le inchieste che hanno coinvolto il presidente dell'Ars e un'assessora, si è passati all'attesa degli esiti processuali. È l'atteggiamento di chi aspetta che la tempesta passi, senza sporcarsi le mani.

E così, qualcuno si spinge a lanciare un vero e proprio salvagente a quel presidente dell'Ars, intercettato per anni: "Ma cosa volete? È venuto fuori solo che con l'auto blu gli è stato portato qualche kebab con le patatine mentre lavorava, è il politico più pulito in circolazione". Questa frase, che circola a microfoni spenti, è forse il simbolo più lucido della degenerazione a cui stiamo assistendo. Il parametro di paragone non è più la legalità, ma la "pulizia" relativa, il confronto con situazioni peggiori. È il trionfo del "mal comune mezzo gaudio".

Ecco, è proprio questo che Condorelli ha colto con la sua consueta lucidità. La questione morale, quella vera, quella che dovrebbe far scattare un campanello d'allarme nelle coscienze e nei partiti, è stata accantonata. Al suo posto è subentrata la "questione normale". Una lunga teoria di indagati, arresti, rinvii a giudizio, che non scuotono il sonno di chi governa. Non c'è più alcun scandalo, perché lo scandalo presuppone una deviazione da una norma condivisa. Qui, invece, quella deviazione è diventata la norma stessa.

Il governatore, che tra pochi giorni relazionerà all'Ars, è chiamato a dare conto dei "risultati conseguiti". Ma come si fa a parlare di risultati, a esaltare una "Sicilia attrattiva per le imprese", quando la politica che dovrebbe rappresentare il motore di questa rinascita è così profondamente e quotidianamente inquinata? Come si fa a fare "spallucce", per usare le parole di Barbagallo, di fronte a questa realtà?

E questo, per chi come me ha smesso ormai da troppo tempo di credere nella politica e nei suoi referenti, è uno spettacolo desolante. Non la considero più un servizio, non riesco più a vedervi alcuna traccia di quella vocazione civile che dovrebbe animarla. Quello che vedo, invece, è un circo di comparse che si alternano sulla scena, tutti uguali, tutti intercambiabili, tutti pronti a tutto pur di conservare un seggio o una poltrona.

Perché quando lo scandalo diventa "normale", non è più la giustizia a dover correre, ma la politica a dover ridestarsi. Ma a guardare gli eventi di queste settimane, viene il sospetto che il sonno sia, ormai, troppo profondo. Addormentati, anestetizzati, immuni a qualsiasi scossa. E la sveglia, per loro, non suonerà nemmeno alle prossime elezioni. Perché il gioco, si sa, continua. Sempre uguale a se stesso.

E continua anche grazie a chi, nell'ombra, sa bene come si comprano i voti. Continua grazie a quella rete invisibile di favori e scambi che trasforma le urne in un mercato, le coscienze in merce di scambio. La mafia, lo sappiamo, non si è mai fermata. Ha solo imparato a muoversi con più cautela, a tessere trame più sottili, a presentarsi con il sorriso e la stretta di mano. E' sempre lì, pronta a offrire il suo sostegno in cambio di protezione, di appalti, di leggi su misura. E la politica, quella politica che dovrebbe combatterla, spesso si limita a fare finta di non vedere. A voltarsi dall'altra parte. A stringere quei patti sporchi che permettono al sistema di reggersi in piedi.

Ecco perché da tempo non credo più nella politica. Perché non è più una questione di uomini, ma di sistema. Un sistema malato, che ha normalizzato l'illegalità e trasformato la complicità in prassi. Un sistema che, davanti a un arresto per voto di scambio politico-mafioso, non prova alcun imbarazzo. Che davanti a un'indagine per concorso esterno si stringe nelle spalle. Che davanti a un politico intercettato per anni, lo esalta come "il più pulito in circolazione".

Questa è la vergogna più grande. Non i singoli episodi, ma la loro sistematicità. Non i colpevoli, ma l'assenza di qualsiasi reazione. Non lo scandalo, ma la sua assenza. Perché quando tutto è normale, niente è più scandaloso. E quando niente è più scandaloso, tutto è permesso. Anche il patto più oscuro. Anche la complicità più vile. Anche il silenzio più assordante davanti a chi, da sempre, vive di quel silenzio.

Note sul Blog "Liberi pensieri"

Disclaimer (uso e condizioni):

Questo blog non rappresenta una “testata giornalistica” in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità, pertanto, non può considerarsi “prodotto editoriale” (sottoposto alla disciplina di cui all'art. 1 co.3 legge n.62 del 2001).

Gli articoli sono pubblicati sotto Licenza "Blogger", dunque, è possibile riprodurli, distribuirli, rappresentarli o recitarli in pubblico ma a condizione che non venga alterato in alcun modo il loro contenuto, che venga sempre citata la fonte (ossia l'Autore), che non vi sia alcuno scopo commerciale e che ciò sia preventivamente comunicato all'indirizzo nicolacostanzo67@gmail.com

Le rare immagini utilizzate sono tratte liberamente da internet, quindi valutate di “pubblico dominio”, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog al seguente indirizzo email:nicolacostanzo67@gmail.com, che provvederà alla loro pronta rimozione.

L'autore dichiara inoltre di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.

Per qualsiasi chiarimento contattaci

Copyright © LIBERI PENSIERI di Nicola Costanzo

ADUC

ADUC
Clicca x associarti

Sostieni Addio Pizzo

WIKIMAFIA

WIKIMAFIA
Sostieni Wikimafia