Non è lo scenario che abitualmente associamo alla parola mafia, fatta di silenzi, di sguardi, di omertà, no... è invece un'immagine sonora, quasi assordante: sì... il crepitio secco di un kalashnikov che spara, in pieno giorno, per strada.
Ma ciò che più mi ha colpito non è il suono in sé, quanto il luogo in cui risuona. Perché quando accade a Palermo, la notizia fa scalpore e sale in prima pagina. Quando invece accade ad Agrigento, ci dice il procuratore, è quasi ordinario. Ed è questa normalità, questa agghiacciante quotidianità, il primo, vero allarme che dovremmo cogliere.
La provincia di Agrigento, dunque, non è più solo la terra del fascino antico delle valli dei templi o delle scalinate del centro storico, è diventata il territorio dove il fuoco delle armi da guerra non è più un'eccezione, ma uno strumento abituale di pressione.
Già... si spara per intimidire un commerciante, si spara per ricordare a un imprenditore chi comanda, si spara senza troppa paura di attirare l'attenzione. Perché, come ha spiegato De Lucia, quando mancano i collaboratori di giustizia, quando il muro dell'omertà si ricostruisce più alto, la capacità di capire cosa bolle in pentola si affievolisce. E allora, in quell'assenza di voci, il silenzio diventa il miglior alleato per chi vuole ricostruire un potere fatto di violenza e terrore.
Il discorso del procuratore si è fatto ancora più inquietante quando ha cominciato a parlare del futuro, se così si può chiamare. Non solo kalashnikov, non solo pistole, ma ordigni ad alto potenziale provenienti dai Balcani, e addirittura il tentativo, segnalato dai collaboratori, di procurarsi droni lanciamine, quelli che conosciamo per i tragici resoconti del conflitto russo-ucraino. Strumenti sofisticati, quasi bellici, che la nostra capacità di difesa, in questo momento, non è pronta a contrastare. È come se Cosa nostra stesse facendo i conti con la tecnologia, cercando di aggiornare il suo arsenale non solo per colpire, ma per sfuggire a ogni controllo, spostando il baratro della violenza su un piano che ancora fatichiamo a decifrare.
Ma la sostanza, la vera nervatura di tutto questo, è il denaro. Il traffico di droga, come sempre, resta la linfa vitale, la cassa continua che alimenta le famiglie e permette gli acquisti di lusso: auto, orologi, beni che i sequestri, come quello da mezzo milione di euro citato, ci restituiscono solo in parte. E in questo flusso di soldi e armi, ciò che emerge con chiarezza è il nuovo, stretto asse tra le cosche agrigentine e quelle palermitane. Un dialogo che, a sentire il procuratore aggiunto Marzella, non era così serrato dai tempi di Provenzano. Un'intesa che dimostra come, al di là delle sigle e dei territori, l'organizzazione mafiosa mantenga un carattere profondamente unitario, una regia che supera i campanilismi e punta a ricostruire una forza che sembrava, forse ingenuamente, in declino.
E mentre ascoltavo queste parole, il pensiero correva a un dettaglio quasi paradossale, ma terribilmente concreto: la persistenza dei cellulari in carcere. L'esempio di quel detenuto a cui sono stati sequestrati sette telefoni in diversi istituti è la prova che il controllo è sempre più difficile, che le sbarre fisiche non bastano più quando la comunicazione, come l'aria, trova sempre un varco.
È un mondo liquido, quello che De Lucia ci ha disegnato, dove le armi da guerra sono di uso comune, i droni sono il nuovo confine della minaccia e le vecchie gerarchie si ricompongono in un mosaico sempre più fitto. Sì... un quadro che non lascia spazio a facili ottimismi, ma che forse, proprio nella sua durezza, ci richiama a una responsabilità: non distogliere lo sguardo, non abituarci alla normalità del kalashnikov, e continuare a chiederci cosa stia realmente accadendo, in questo mio lembo di Sicilia che sembra essere diventato da troppo tempo il laboratorio di un nuovo, inquietante potere!

Nessun commento:
Posta un commento