Il guardasigilli ha risposto con una nota durissima, accusando il magistrato di aver "perso il controllo di sé stesso" e di aver offeso l'intero Corpo della polizia penitenziaria, che svolge il proprio dovere con il rischio della vita. Ma è proprio questa la questione che mi lascia perplesso.
Nessuno, dico nessuno, ha mai messo in discussione il lavoro degli agenti, che ogni giorno operano in condizioni disumane, con organici ridotti all'osso e strutture fatiscenti, anzi, sono proprio loro le prime vittime di un sistema che ha abdicato al proprio ruolo.
Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto di Catania e per nove anni direttore dell'Ufficio detenuti del Dap, ha colto nel segno quando ha osservato che difendere la polizia penitenziaria da un'accusa che nessuno le ha mosso significa non aver compreso da dove parte il problema.
È un modo astuto per spostare l'attenzione, per cambiare il bersaglio, quando invece il tiro dovrebbe essere indirizzato altrove. Come ho già avuto modo di scrivere in questo blog, la mafia ha sempre comandato dal carcere sin dai tempi di Buscetta, e la questione è che continua a farlo, insinuandosi nelle carenze dello Stato, nelle maglie larghe dell'ergastolo, nei difetti d'organizzazione.
Perché il punto non è chi abbia offeso chi... il punto è che le carceri italiane sono diventate territorio di conquista per la criminalità organizzata. E questo non è un'opinione, non è uno sfogo, è un dato di fatto confermato da inchieste giudiziarie, da rapporti delle stesse autorità penitenziarie, dalla cronaca quotidiana.
Basti pensare all'operazione "Libeccio" di marzo 2026 contro le cosche di Isola Capo Rizzuto, che ha documentato come boss della 'Ndrangheta, anche in regime di Alta Sicurezza, dirigessero narcotraffico, estorsioni e questioni personali usando cellulari. Oppure come non ricordare l'inchiesta su quel boss che dal 41-bis gestiva traffici di stupefacenti con "Signal".
E poi c'è il caso di un boss con sette ergastoli, detenuto al 41-bis per gli omicidi del giudice Chinnici e del generale Dalla Chiesa, che scrive di suo pugno alla gip per chiedere l'astensione.
Viene spontaneo chiedersi come sia possibile che un detenuto al regime più duro possa permettersi di scrivere, ma la risposta è semplice: perché il carcere, così come è concepito e gestito, non è più un luogo di detenzione ma un prolungamento del potere mafioso.
Ardita punta il dito contro le "scelte politico-amministrative" compiute tra il 2012 e il 2015, quelle che hanno di fatto consegnato le strutture detentive al controllo dei clan. Scelte che hanno prodotto un degrado inimmaginabile, una perdita di controllo che oggi paghiamo tutti, agenti in primis.
Con il pretesto del sovraffollamento carcerario, si è deciso di aprire le celle dei mafiosi, permettendo ai detenuti più pericolosi di circolare liberamente e di assumere il controllo dei penitenziari. Una scelta che non solo ha compromesso la sicurezza, ma ha anche portato a un'impennata di reati, atti di autolesionismo e suicidi tra i detenuti più deboli.
Ecco, sarebbe bastato chiedere a uno di loro, come giustamente osserva Ardita, per capire che la verità è sotto gli occhi di tutti. Ma evidentemente, al ministero, si preferisce guardare altrove. Si preferisce attaccare chi denuncia piuttosto che affrontare le responsabilità di chi ha governato e gestito male.
È il vecchio vizio italiano, quello di sparare al messaggero quando la notizia è scomoda. E intanto, dentro le celle, i boss continuano a tessere le loro trame, a dare ordini, a gestire affari. Con il cellulare, con le call conference tra dentro e fuori, con sistemi che solo chi non vuole vedere può ignorare.
Il controllo delle carceri, come ha detto De Lucia, appartiene ormai alle organizzazioni criminali. E loro, per loro stessa natura, hanno tutto l'interesse a mantenere le cose come stanno.
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