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martedì 21 luglio 2026

Paolo Borsellino e la strage di via D'Amelio: Perché non ho pubblicato il 19 luglio (e perché questo vale per tutte le vittime della mafia).

Succede sempre così, già puntuale... quasi fosse un pratica periodica, un rituale laico.

L'altro ieri, 19 luglio, un flusso incessante di parole, immagini, commemorazioni, trasmissioni speciali, post con fiamme tricolori in bella evidenza, discorsi solenni, nelle piazze, nelle aule dei tribunali, nelle aule scolastiche, un intero Paese che si ferma, o almeno fa finta di fermarsi, sì... per ricordare Paolo Borsellino e la sua scorta (Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Claudio Train) barbaramente uccisi in via D'Amelio.

È giusto, è doveroso, e non mi sognerei mai di metterlo in discussione...

Eppure, mentre osservo ogni anno quel carosello mediatico, ho avuto la sensazione che molti dei miei connazionali si sentano quasi a posto con la coscienza una volta esaurito il rito. Come se l'omaggio di quel singolo giorno bastasse a saldare un debito che, in realtà, è eterno, sì... perché poi, puntualmente, arriva il giorno dopo!

E il silenzio torna a calare, più fitto di prima, cancellando con una facilità imbarazzante la commozione e le promesse del giorno precedente. La memoria, così, rischia di diventare un'archiviazione, un evento da calendario piuttosto che un'eredità viva e pulsante.

Allora mi sono chiesto: e se provassimo a ribaltare questo meccanismo? Se ciascuno di noi, ad esempio a "rotazione", scegliesse un giorno a caso dell'anno, magari un giorno qualunque, senza alcuna ricorrenza, per ricordare uno di questi eroi? Non sarebbe forse questo il modo più autentico per rendere omaggio alla loro memoria? Un modo per sottrarli all'oblio dei "giorni dopo" e fare in modo che il loro sacrificio non venga relegato a una macchia colorata sul calendario, ma diventi un pensiero diffuso, costante, quasi naturale. 

Perché il vero pericolo, credo, non sia l'oblio, ma l'abitudine alla commemorazione, l'abitudine a sentirsi in dovere di ricordare solo quando il tronco dell'albero è ormai secco e spoglio, dimenticandoci di annaffiare le radici per tutto il resto dell'anno.

La memoria di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, e di tutte le vittime della mafia, non dovrebbe essere una fiamma che brucia per un giorno per poi spegnersi, ma un filo sottile e robusto che tiene insieme i giorni tutti, un telaio su cui tessere il presente. 

E parlando di Borsellino, di cosa significa davvero "non dimenticare", mi sono tornate in mente le motivazioni di una sentenza, lette e rilette, che gettano una luce tremenda e affascinante su quelle che furono le sue ultime, frenetiche settimane. I giudici della Corte d'assise d'appello di Palermo hanno ricostruito con dovizia di particolari il perché quell'attentato, già nei piani di Riina ( e di quella parte di Stato infedele che finora è stato ben protetto...), subì un'accelerazione improvvisa, diventando urgente, da compiere "alla giornata".

La ragione di questa fretta omicida, secondo i magistrati, non fu solo la sete di sangue del capo dei capi, fu il terrore, sì... il terrore che Paolo Borsellino, dopo la morte di Falcone, potesse mettere le mani su un dossier che per Cosa Nostra e una parte politica compiacente, era più pericoloso di mille processi: il rapporto su "mafia e appalti"!

Un'indagine che andava a toccare il cuore pulsante del potere mafioso, il suo intreccio morboso con la politica e gli affari. Borsellino, come ha testimoniato Antonio Di Pietro, ne aveva parlato con lui, convinto che in Italia esistesse un sistema di spartizione nazionale degli appalti. Un'eredità pesante, un "passaggio del testimone" da Falcone, come ricordò a suo tempo la dottoressa Liliana Ferraro.

Ecco, questa è la memoria che dovremmo coltivare tutti i giorni. Non solo il volto segnato del magistrato, ma il suo lavoro ostinato, la sua intuizione, la sua determinazione a guardare dove altri chiudevano gli occhi. I giudici hanno scritto che l'eliminazione di Borsellino serviva a "stroncare sul nascere" il rischio che quell'indagine potesse svilupparsi. Volevano annientare il magistrato che, forse più di ogni altro, "avrebbe saputo mettere un patrimonio inestimabile di conoscenze e acquisizioni e capacità di analisi del fenomeno mafioso al servizio di un'indagine". Ed è proprio lì, in quel "forse", in quel "patrimonio inestimabile", che si annida il senso della nostra responsabilità.

Proprio cinque giorni prima della strage, il 14 luglio, Borsellino aveva partecipato a un'assemblea in Procura, esprimendo forti perplessità sulla richiesta di archiviazione di quel dossier. Voleva capire, approfondire, confrontarsi. Voleva fare il suo mestiere, fino in fondo. E per questo è stato ucciso. Pochi giorni fa, a trent'anni dalla chiusura, quell'inchiesta su "mafia e appalti" è stata riaperta. Una vittoria postuma, forse, ma che non deve farci abbassare la guardia. È la dimostrazione che il lavoro di Borsellino, come quello di Falcone, non era un capitolo chiuso di storia, ma una pagina ancora da scrivere, un filone da seguire con la stessa tenacia di allora.

Quindi oggi, a due giorni di distanza dal 19 luglio, mentre il rumore dei riflettori si è già affievolito, ho scelto di scrivere questo post. Non per seguire il ritmo della cronaca, ma per restituire a Paolo Borsellino la sua dimensione più vera: quella di un uomo che ha lottato fino all'ultimo giorno per uno Stato che forse, in quel momento, non lo meritava abbastanza

Ricordarlo oggi, e magari farlo anche tra un mese, o in un qualsiasi altro giorno dell'anno, è il modo che ho per dire che la sua voce, e quella di tutti gli altri, non è solo un'eco del passato, ma un monito per il presente. Un monito che dobbiamo imparare a far nostro, ogni singolo giorno, per non renderlo vano...

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