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domenica 26 luglio 2026

Quando la verità diventa un reato!

Se c'è una cosa che la vicenda De Lucia-Nordio ci restituisce con tragica chiarezza è il vecchio, immutabile meccanismo con cui questo paese affronta le sue più gravi emergenze.

Le parole del procuratore di Palermo, quelle che hanno scatenato la furia del ministro, non erano un attacco, non erano una provocazione, erano di fatto una constatazione, amara e drammatica, di ciò che accade ogni giorno negli istituti penitenziari italiani.

"Le carceri non esplodono soltanto perché i detenuti non vogliono farle esplodere", aveva detto De Lucia. Una frase che contiene una verità scomoda: la pace apparente, la quiete che regna all'interno delle mura carcerarie, non è frutto del controllo statale ma della volontà delle organizzazioni criminali che hanno scelto di non far saltare il banco, per ora...

E a dare ragione al procuratore sono stati, inaspettatamente, gli stessi sindacati della polizia penitenziaria. Aldo Di Giacomo ha sottolineato che le parole di De Lucia sono le stesse dei comunicati che da anni scrivono per denunciare il fallimento di un sistema in cui le mafie continuano a comandare dal carcere, seminando paura tra i cittadini.

Lo avevo già scritto il 21 febbraio di quest'anno, commentando le parole del procuratore Nicola Gratteri: un telefono in mano a un boss in carcere è il mezzo con cui si ordina un omicidio. "Non c'è indagine che noi facciamo per associazione di stampo mafioso, traffico di droga o altro dove poi non emerga che sentiamo tre, quattro, cinque, dieci telefonini che sono in carcere e comunicano con l'esterno. Questo è lo stato dell'arte". E io aggiungevo, con amarezza: cosa vogliamo, con una politica che dimostra di essere collusa con la criminalità organizzata attraverso il ben noto scambio di voti?

La presenza di cellulari nelle carceri è ormai fuori controllo. Basti pensare a quanto accaduto a fine marzo di quest'anno, quando ho raccontato del blitz nel carcere di Cavadonna a Siracusa, dove la Polizia penitenziaria ha sequestrato sessantasette telefoni cellulari e diverse dosi di stupefacenti. Tremila agenti hanno passato al setaccio la struttura, che ospita seicentocinquanta detenuti, e la Procura ha già aperto un'inchiesta. Il sindacato ha richiamato il tema del sovraffollamento e della carenza di organici, con oltre mille agenti mancanti all'appello in tutta la Sicilia.

Eppure, nonostante la gravità del problema, le responsabilità contabili, civili e forse anche penali non sono mai state adeguatamente approfondite. Come ho già avuto modo di scrivere il 4 aprile 2025, nel post intitolato "La gestione delle carceri: un fallimento annunciato?", le circolari ministeriali e le disposizioni adottate negli ultimi anni hanno generato un effetto a catena di reati, aggressioni e rivolte, mentre il governo delle strutture detentive appare sempre più condizionato dagli interessi mafiosi. Il danno economico derivante da questa situazione è incalcolabile: miliardi di euro dispersi tra inefficienze, costi di riparazione e spese straordinarie legate alla gestione delle emergenze.

Oggi, persino le sezioni di alta sicurezza non riescono più a garantire un controllo adeguato: i boss mafiosi possono continuare a comandare e a reclutare nuovi adepti, trasformando il carcere in un centro operativo per le loro attività criminali. L'unico regime che ancora riesce a contrastare questo fenomeno è il 41bis, che limita drasticamente i contatti con l'esterno e impedisce il controllo mafioso sugli spazi comuni. Tuttavia, anche questa misura sembra destinata a essere smantellata nel tempo, rendendo il carcere sempre più irrilevante rispetto alle sue due funzioni principali: garantire la sicurezza dei cittadini e rieducare i condannati.

La verità è che il problema delle carceri è un problema politico, prima ancora che giudiziario. È il frutto di scelte sbagliate, di responsabilità che qualcuno dovrebbe assumersi. E finché continueremo a sparare sul messaggero, a difendere l'indifendibile, a negare l'evidenza, le mafie continueranno a comandare. Dentro e fuori.

Per invertire questa deriva serve una classe dirigente preparata e determinata, capace di interrompere il binomio retorica-incompetenza che da anni grava sulle scelte politiche in materia carceraria. Ma prima ancora, è necessaria una presa di coscienza collettiva sugli errori commessi, sulle inefficienze del sistema e sulle conseguenze di un approccio sempre più permissivo nei confronti della criminalità organizzata.

Leggi anche: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/04/la-gestione-delle-carceri-un-fallimento.html

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