Ma voglio andare oltre i numeri. Voglio parlare di ciò che questi numeri rappresentano. Perché dietro ogni trasferimento, dietro ogni partenza, c’è una vita, una storia, un sogno che si infrange. C’è un giovane che, magari dopo anni di studio e sacrifici, si rende conto che la propria terra non ha nulla da offrirgli. C’è una famiglia che si stringe, che piange la lontananza, che manda soldi e speranza. C’è un pezzo di Sicilia, di Italia, che si impoverisce. E non solo economicamente, ma culturalmente, socialmente, umanamente. Perché quando partono i giovani, partono anche le loro idee, la loro energia, la loro voglia di cambiare le cose.
E allora, mi chiedo: che fine ha fatto il sogno di un’Italia migliore? Quella che avrebbe dovuto investire nella cultura, nell’istruzione, nella ricerca? Quella che avrebbe dovuto dare ai giovani le chiavi per costruire il proprio futuro? Viceversa, cosa è stato fatto?
Hanno tagliato i fondi per la scuola, reso l’università un lusso per pochi, creato un divario sempre più ampio tra il mondo della formazione e quello del lavoro, ma d'altronde i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
I nostri atenei, come quelli siciliani, spesso in fondo alle classifiche. Una scuola che, come scrivevo nel 2014, è “povera di cultura, di programmi, che non investe in ricerca, scarsa di risorse e contenuti”. Già... una scuola che, invece di essere un trampolino per il futuro, è diventata una fabbrica di delusioni e così, i nostri laureati, i nostri “cervelli in fuga”, sono costretti ad andare via. Non solo al Nord, ma sempre più spesso all’estero.
Il report Istat ci dice che la perdita di giovani italiani viene in parte compensata dall’arrivo di giovani stranieri. Ma questo fenomeno interessa soprattutto le regioni del Centro-Nord. Da noi, al Sud, il saldo resta drammaticamente negativo. Perché la Sicilia non è attrattiva. Non offre opportunità. Non è in grado di trattenere i talenti!
E questo nonostante i proclami dei nostri "sterili e inconcludenti" politici, nonostante gli annunci, nonostante i soldi del Pnrr che, ancora una volta, rischiano di finire in opere inutili o, peggio, nelle mani di sempre gli stessi, per non dover ripetere per l'ennesima volta: LA MAFIA!
Sì... lo dicevo nel 2023, e lo ripeto oggi: “Ci hanno raccontato come gli investimenti del Pnrr avrebbero determinato un miglioramento della condizione dei nostri giovani, ma la verità è che quei soldi finiscono sempre nelle solite tasche”. La condizione dei nostri giovani non solo non è migliorata, ma rischia di peggiorare ulteriormente.
E poi c’è la questione della "speranza". O meglio, della mancanza di speranza: già... come dice il detto "chi di speranza vive, disperato muore!", già... sante parole; perché un giovane che non crede nel futuro è un giovane che smette di lottare, che si rassegna, che si spegne. Lo vedo ogni giorno nei loro occhi. lo leggo nelle loro storie sui social.
Una generazione che è stata definita “senza”, sì... senza un lavoro stabile, senza una famiglia, senza una prospettiva, senza fiducia. E io, che ho sempre creduto che il futuro si costruisce giorno per giorno, faticosamente, con impegno e passione, vedo oggi un’intera generazione che si sente tradita.
Tradita da un paese che non ha saputo, o voluto, dare loro un futuro. Un paese che, come scrivevo nel 2014, “non investe nella cultura e nei giovani, non è un paese credibile quando tenta proprio attraverso la voce dei suoi governanti, di parlare di prospettive”.
La Sicilia, e l’Italia intera, si trova oggi di fronte a una scelta epocale. Continuare su questa strada, alimentando la fuga dei giovani e la desertificazione del Sud, o cambiare radicalmente rotta. Investire seriamente nella formazione, creare le condizioni per un lavoro dignitoso, sostenere l’imprenditoria giovanile, combattere il clientelismo e la raccomandazione. Non bastano più parole, non bastano più promesse. Servono fatti. Servono scelte coraggiose. Perché, come ho sempre detto, la partenza dei nostri giovani non è un destino inevitabile. È il frutto di decisioni politiche, di una mentalità sbagliata, di un sistema che ha fallito. E che, se non cambia, continuerà a fallire.
Un paese che non tutela i giovani, e che anzi li costringe ad andare via, è un paese che si condanna alla decadenza. Un paese che perde la sua linfa vitale, la sua energia, il suo futuro. E allora, forse, è il momento di dire basta. Di alzare la voce. Di pretendere un cambiamento. Perché il futuro non è scritto, e dipende da noi. Dai nostri ragazzi, ma anche da noi adulti, che abbiamo il dovere di costruire per loro un’Italia migliore. Un’Italia che non li costringa a scappare, ma che li accolga, li valorizzi, li faccia sentire a casa.
Perché, alla fine, la vera ricchezza di un paese non sono le sue fabbriche o le sue banche, ma i suoi giovani. Il loro talento, la loro energia, la loro voglia di fare.
Sì... se perdiamo anche loro, abbiamo perso tutto!

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