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mercoledì 30 settembre 2026

Il logo del "Catania Calcio" non è una merce: appartiene a chi costruisce e soprattutto investe!

C'è una questione che a Catania torna ciclicamente, sì... come una marea che non trova mai quiete: quella del logo!

Non è un dettaglio grafico, non è un marchio qualsiasi. È lo stemma con l'elefante e il pallone di cuoio, è il simbolo di una storia lunga quasi un secolo, è il filo che tiene insieme il Catania FC, il Calcio Catania 1946 e la Società Sportiva Catania 1929.

Perché quando una città perde la sua squadra, perde anche un pezzo della propria identità. E quel pezzo, a Catania, è rimasto appeso per oltre quattro anni, tra fallimento, esclusione dal campionato e una ricostruzione faticosa. Ora siamo alle battute decisive.

Il 15 ottobre alle ore 11 si aprirà la procedura competitiva telematica per l'acquisizione del marchio, e si chiuderà sette giorni dopo, alla stessa ora. Le offerte vanno presentate entro le 11 del 14 ottobre. È un passaggio atteso, invocato, preteso dalla piazza.

Eppure, come spesso accade quando si arriva al dunque, attorno a questa scadenza si addensano voci, indiscrezioni, ipotesi. Perché sembra che non ci sia soltanto il Catania FC a voler riportare a casa lo stemma.

Ovviamente non conosco, e non ho alcun interesse a saperlo, gli altri soggetti ora iscritti per partecipare all'asta pubblica. E come tutti ben sappiamo, chiunque ha il diritto di partecipare.

Ma vorrei ricordare una vicenda che, per analogia, potrebbe essere presa come riferimento. Tanti anni fa, quando il web muoveva i suoi primi passi, in molti pensarono di acquistare e registrare alcuni domini i cui nomi facevano riferimento a società altisonanti a livello mondiale.

Ovviamente, nel momento in cui talune di quelle aziende realizzarono il proprio sito web, si trovarono con il dominio ".com" già acquistato. A quel punto qualcuno preferì trovare un'intesa con chi aveva acquistato quel dominio, altri invece si rivolsero ai tribunali. Nella maggior parte dei casi il tribunale si è espresso a favore della società, in quanto la persona che aveva acquistato il dominio non aveva alcun motivo per possedere quel nome, non avendo di fatto neppure la coincidenza di un'omonimia.

Ecco perché ritengo che solo il Catania FC possa avere la presunzione di possedere quel logo. Sia perché rappresenta di fatto la società calcistica a cui oggi tutta la città, e soprattutto i tifosi, si riconoscono, ma soprattutto per il merito di averla, in questi anni, risollevata dalle sorti a cui era destinata.

Certo, sono pienamente d'accordo anche con chi riporta la volontà degli altri concorrenti: blindare il logo, scongiurare che qualche "avventuriero" possa rilevarlo per poi cucirlo su un'altra maglia. Ma se questa ricostruzione ha certamente un suo titolo di nobiltà, e quindi un forte valore simbolico, altrettanto non mi sembra corretto non riconoscere i meriti della gestione Pelligra-Grella.

Auspico quindi la massima trasparenza e soprattutto il soddisfacimento dei creditori, con l'obbligo morale, per tutti, di riportare a casa un logo che è simbolo di una storia gloriosa e di una città intera.

E qui consentitemi di venire al punto che più mi sta a cuore. Il logo va alla società che rappresenta di fatto la squadra. Appartiene a chi sta investendo il proprio denaro, e non è poco, per portare in alto il Catania. A chi ha preso in mano una realtà fragile e la sta ricostruendo, con tutte le difficoltà e gli errori che questo comporta.

D'altronde, ditemi voi, se non fosse arrivato Pelligra dall'Australia, oggi forse staremmo tutti discutendo di una squadra che competerebbe in tutt'altra posizione, sì... forse al più in terza categoria. Perché lo stemma ha senso solo se resta legato alla maglia rossazzurra, alla città, alla sua gente!

Ed allora mi chiedo: perché partecipare all'asta? Una semplice domanda da tifoso attento, che insieme a tutta la tifoseria ha il diritto di porsi. Perché il logo non è una merce qualsiasi.

Già... è l'elefante che cammina sotto la cenere dell'Etna, è il pallone di cuoio, è il rossazzurro che si tramanda di padre in figlio. E chi lo vuole deve dimostrare, prima di tutto, di volerlo per amore della squadra, non per interesse.

Perché, ripeto, il logo del Catania Calcio non è una merce: appartiene a chi costruisce e investe. Il resto, come sempre nel calcio e nella vita, lo diranno i fatti.

martedì 29 settembre 2026

Janša (Slovenia): Il diritto di Israele a difendersi dal terrorismo deve essere riconosciuto e difeso, non solo a parole!

C'è un passaggio, nel discorso di Janša all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite - (link) - che merita di essere ascoltato senza fretta: "Dobbiamo anche essere disposti a porre domande difficili su come la questione palestinese viene discussa e usata politicamente. Una posizione di maggioranza non determina di per sé ciò che è giusto. Il diritto di uno Stato democratico e del suo popolo di difendersi dal terrorismo deve essere riconosciuto e difeso, non solo a parole. La sofferenza dei civili è tragica e deve essere affrontata, ma non potrà mai giustificare il terrorismo o il perseguimento di obiettivi politici attraverso la violenza".

Sì... egli afferma che il diritto di Israele a difendersi dal terrorismo deve essere riconosciuto e difeso, e non soltanto a parole. È una posizione che egli rivendica con chiarezza, e che pone al centro del suo intervento.

Ma il punto più interessante, arriva subito dopo. Janša ci invita a porre domande difficili su come la questione palestinese viene discussa e usata politicamente. È un invito scomodo, perché tocca il modo in cui ci abituiamo a pensare, il modo in cui le maggioranze si formano e si consolidano.

Qui si innesta una considerazione che vale la pena di seguire fino in fondo. Una posizione di maggioranza, ci ricorda Janša, non determina di per sé ciò che è giusto. È una frase che sembra semplice, quasi ovvia, eppure contiene una tensione profonda. Quante volte, nella storia, la voce dei più è stata scambiata per la voce della verità?

Il diritto di uno Stato democratico e del suo popolo di difendersi dal terrorismo, insiste Janša, deve essere riconosciuto e difeso, non solo a parole. E qui il discorso si fa concreto, perché non si tratta di un principio astratto, ma di una condizione che chiede di essere tradotta in scelte, in responsabilità, in conseguenze.

Poi arriva il passaggio forse più delicato. La sofferenza dei civili è tragica e deve essere affrontata. Janša non la ignora, non la minimizza. Ma aggiunge che essa non potrà mai giustificare il terrorismo, né il perseguimento di obiettivi politici attraverso la violenza. 

È una linea che egli traccia con fermezza, quasi a voler separare due piani che spesso vengono confusi.

Ecco, credo che il valore di queste parole stia proprio nella loro tensione irrisolta. 

Da un lato il riconoscimento del dolore, dall'altro il rifiuto di farne una giustificazione. Non è una sintesi facile, e forse non è nemmeno una sintesi. È piuttosto uno spazio di riflessione che Janša lascia aperto, e che noi siamo invitati a occupare con la nostra responsabilità di lettori, prima ancora che di cittadini.

lunedì 28 settembre 2026

Israele sapeva e il 7 ottobre poteva essere evitato: Le rivelazioni confermano ora quanto avevo a suo tempo anticipato!

Già... Israele sapeva!

Premesso che nessuno può contraddire il fatto che dal primo governo Netanyahu ad oggi, il crescente peso dei partiti appoggiati dai coloni abbia favorito sempre più una legislazione restrittiva del dissenso e la negazione della realtà dell’occupazione, vorrei altresì ricordare come in quegli anni, lo stesso capo dello Shin Bet, l'agenzia di intelligence per gli affari interni dello stato di Israele, mise in guardia sulla “tirannia incrementale” che minacciava la democrazia di Israele...

E quindi, voler credere oggi che il miglior servizio di sicurezza mondiale (Shin Bet, noto anche come Shabak o ISA: Israeli Security Agency) nel campo della prevenzione e del contrasto al terrorismo, insieme agli altri due, Aman e Mossad, non abbia saputo prevedere quanto accaduto con l'attacco di Hamas, è come aver voluto credere da parte di molti giornalisti e non, che le torri gemelle a New York siano crollate a causa di due aerei!!!

Israele si stava preparando, anzi, era già da tempo pronta a invadere la "Striscia di Gaza" ed aspettava soltanto il momento opportuno e cioè, quell'azione terroristica condotta dal gruppo di Hamas, per dare così il via alla propria escalation militare, tenendo conto anche delle vittime sul campo, soprattutto i tanti civili (definiti da tempo nel gergo militare: danni collaterali), sì... affinché si potesse dare il via all'operazione di invasione di quella striscia e di gran parte della Cisgiordania, ovviamente... per dar seguito al programma di espansione e per le nuove future esigenze.

A conferma di quanto avevo anticipato il primo novembre 2023, di poche ore è la notizia che il capo del servizio segreto egiziano avesse informato due settimane prima i servizi israeliani di un possibile attacco di Hamas. Ed anche lo sceicco emiratino Mohammed bin Zayed aveva avvisato direttamente Netanyahu.

Ma ora, leggendo quanto emerge da un'inchiesta di Haaretz, basata su un nuovo libro del giornalista Shlomi Eldar, la vicenda si fa ancora più inquietante. L'emiro di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed, avrebbe telefonato personalmente a Netanyahu alla fine di settembre 2023, in una conversazione durata ben quarantacinque minuti, avvertendolo che il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, stava pianificando “un terremoto” contro Israele.

E non si tratta di una voce isolata. Già il 15 settembre 2023, un consigliere palestinese dell'emiro avrebbe trasmesso l'avvertimento allo Shin Bet, il cui capo avrebbe informato Netanyahu e convocato una riunione di sicurezza il 17 settembre, raccomandando un'azione militare decisiva per eliminare Sinwar. Secondo le fonti, Netanyahu chiese allo Shin Bet di presentargli un piano, ma la decisione fu posticipata.

Nella stessa settimana, anche il ministro dell'Intelligence egiziano, il generale Abbas Kamel, avvertì Netanyahu che Hamas stava preparando “qualcosa di insolito in arrivo”. Eppure, nessuno avrebbe segnalato espressamente che il “terremoto” sarebbe venuto da dentro Gaza, bensì dalla Cisgiordania. Lo Shin Bet, riporta ancora Haaretz, partì da una valutazione ancora più errata, sostenendo che Hamas stesse cercando di “mettere le mani su Elisabeth Tsurkov”, ricercatrice israeliana rapita in Iraq sei mesi prima.

Ma le rivelazioni non finiscono qui. Secondo The Atlantic, che cita fonti israeliane, egiziane, americane, arabe ed europee, il 26 settembre 2023 il capo dell'intelligence egiziana Abbas Kamel volò direttamente a Tel Aviv per mettere in guardia le autorità israeliane sul fatto che Hamas sembrava si stesse mobilitando per un attacco di vasta portata, con il tempo per evitare una catastrofe ormai agli sgoccioli.

La rivista riferisce che Kamel raccomandò al governo israeliano di concedere al gruppo palestinese agevolazioni economiche per scongiurare il conflitto. Il suo messaggio, secondo un ex funzionario israeliano informato in seguito sulla visita, fu inequivocabile: “Se non cambiate rotta, Gaza vi esploderà in faccia”.

E mentre Haaretz e The Atlantic ricostruiscono questi avvertimenti, il New York Times rilanciò a sua volta, attraverso proprie fonti, la ricostruzione secondo cui lo sceicco emiratino Mohammed bin Zayed avesse trasmesso a Netanyahu un avvertimento riservato riguardo ai piani di Hamas per un attacco su larga scala prima del 7 ottobre. Una persona che sostiene di aver parlato con lo sceicco, insieme a un'altra che ha riferito di essere stata informata da qualcuno presente alla conversazione tra i due leader, ha dichiarato al quotidiano americano che il leader emiratino aveva comunicato segretamente a Netanyahu che Hamas stava valutando un attacco di vaste proporzioni.

L'avvertimento del leader emiratino, tuttavia, non è mai arrivato ai vertici dell'apparato di sicurezza israeliano, secondo quanto riferito da cinque ex alti funzionari israeliani. E qualche giorno dopo, il primo ottobre 2023, Netanyahu riunì i vertici della sicurezza per discutere della situazione a Gaza, senza tuttavia mai menzionare l'avvertimento ricevuto, secondo i verbali della riunione visionati dal Nyt. Al contrario, disse loro che l'obiettivo doveva essere quello di mantenere la calma a Gaza. E si oppose ai suggerimenti di alcuni funzionari della sicurezza, secondo i quali Israele avrebbe dovuto prendere in considerazione attacchi militari contro i leader di Hamas nella Striscia: durante la riunione, i cui dettagli non erano stati resi noti in precedenza, Netanyahu affermò infatti che qualsiasi azione israeliana a Gaza avrebbe potuto compromettere la prospettiva di stabilire relazioni diplomatiche con l'Arabia Saudita, un accordo che il primo ministro israeliano riteneva imminente.

Dunque, se da più parti e con largo anticipo giungevano avvertimenti così precisi, come si può ancora pensare che tutto sia accaduto per caso, o per una tragica impreparazione? E come si spiega che l'Ufficio di Netanyahu abbia smentito che sia avvenuta quella telefonata con l'emiro, così come il capo dello Shin Bet e del Mossad di allora hanno affermato di non essere mai stati informati di un avvertimento di bin Zayed, mentre la presidenza emiratina ha preferito non commentare e il governo israeliano ha bollato le ricostruzioni di Haaretz come “menzogne totali”?

Il partito Likud del premier ha attaccato con durezza, parlando di “un'ondata di pubblicazioni false da parte di giornalisti di sinistra reclutati con l'obiettivo di rovesciare la destra e insediare un governo di sinistra guidato dai Fratelli Musulmani”. Eppure, una settimana dopo quella riunione del primo ottobre, si sarebbe consumato uno dei peggiori attacchi terroristici nella storia di Israele, che scatenò la guerra di Gaza e diede inizio alla nuova fase di instabilità in Medio Oriente che prosegue ancora, tre anni dopo.

Ecco perché la comunità mondiale deve fare in modo che si torni presto ad una nuova volontà di dialogo, ad un impegno personale e collettivo che costruisca ponti fra quei due universi certamente differenti e, per come abbiamo visto dalla storia, da sempre potenzialmente conflittuali...

In un momento storico come quello che stiamo assistendo, segnato sia a livello europeo, con la guerra in Ucraina, sia a livello mondiale, con quanto sta accadendo in queste ore nel territorio palestinese nella "Striscia di Gaza", ecco che bisogna intervenire celermente per limitare la serie di fatti cruenti e luttuosi che potrebbero provocare l'allargamento del conflitto stesso, a cui qualcuno, secondo il sottoscritto, si è già preparato!!!

Vorrei inoltre evidenziare quanto sta accadendo in questi giorni in molte città europee, mi riferisco a tutta una serie di atti violenti nei confronti dei cittadini ebraici, che non fanno altro che alimentare nuovo odio e a indurre molti giovani a proselitismi in quella espressione nota come "antisemitismo"!!!

E' tempo di fare tutti un passo indietro, rivedere le proprie posizioni, perché come diceva un mio caro amico: quando due litigano, perdono entrambi!!!

Nel concludere questo post, permettetemi di ricordare la figura storica di Woodrow Wilson e le parole che pronunciò al Senato il 22 gennaio 1917: "Nessuna nazione cercherà di estendere la sua politica su ogni altra nazione o popolo [...]; ogni popolo sarà libero di determinare la propria politica, dal più piccolo al più grande e potente".

domenica 27 settembre 2026

Ferrari...? Ma cosa stai aspettando a prendere immediatamente Christian Horner?

Già... mi rivolgo alla proprietà della Ferrari: ma cosa aspetti, davvero? Non ti sono bastati i fallimenti di tutti questi anni?

Sì... sono qui, davanti a questa notizia che rimbalza da un giorno, e non riesco a togliermi dalla testa una domanda semplice, quasi banale nella sua evidenza.

Christian Horner ha detto che verrebbe a Maranello domani mattina. Ha detto che è da sempre il suo sogno. Ha detto che è l'unica eccezione che farebbe alla sua nuova regola di non tornare a fare il dipendente e che per la Rossa rinuncerebbe pure a una quota azionaria.

Ed allora mi chiedo: Ferrari, cosa stai aspettando?

Perdonatemi, la mia non è una provocazione, già... è una constatazione, ma per voler rinnovare la memoria a chi fa finta di non ricordare, consentitemi di ricordare quanto accaduto.

Sono oltre vent'anni che non vince un titolo piloti. L'ultimo è stato Kimi Raikkonen, nel 2007. Il Mondiale Costruttori manca dal 2008. Vent'anni. Una generazione intera di tifosi cresciuta senza vedere la Ferrari campione del mondo.

Ma non solo... negli ultimi anni, diciamocelo senza girarci intorno, siamo sempre dietro a tutti!

Quando va bene arriviamo quarti o quinti, dietro McLaren, Red Bull, Mercedes.

Il 2025 si è chiuso con un quarto posto nei Costruttori, a 435 punti dalla McLaren, con una sola vittoria in Sprint e zero podi per Hamilton in tutta la stagione.

Il 2026 è iniziato con un altro copione, ma siamo sempre dietro: la gara che ho appena visto stamani in Tv a Baku ha portato Leclerc quarto, con la squadra giù dal podio per la sesta gara di fila.

La verità? "Il gigante è addormentato", lo ha detto Horner e come dargli torto!

Sto ascoltando - mentre scrivo questo post - Now Tv, in particolare il canale sulla F1, e sento i giornalisti presenti, ma anche alcuni ospiti invitati dall'esterno, in video-collegamento, criticare Christian Horner con argomentazioni del tutto futili e certamente molto personali e poco professionali. 

Ed allora consentitemi di parlare di questo "Team principal".

In vent'anni alla Red Bull ha vinto 14 titoli mondiali, otto piloti e sei costruttori, ha gestito Vettel e Verstappen, ha preso decisioni impopolari e spesso sbagliate, ma alla fine ha sempre vinto. Non è certamente un santo, non è simpatico, non è quello che i tifosi della Ferrari sognerebbero di vedere al muretto, ma una cosa è certa: sa vincere. E la Ferrari, in questo momento, ha bisogno di uno che sappia vincere, molto più di uno che sappia essere simpatico.

In vent'anni alla Red Bull ha vinto 14 titoli mondiali, otto piloti e sei costruttori, ha gestito Vettel e Verstappen, ha preso decisioni impopolari e spesso sbagliate, ma alla fine ha sempre vinto. Non è certamente un santo, non è simpatico, non è quello che i tifosi della Ferrari sognerebbero di vedere al muretto, ma una cosa è certa: sa vincere. E la Ferrari, in questo momento, ha bisogno di uno che sappia vincere, molto più di uno che sappia essere simpatico.

Fred Vasseur si vede... è da tempo sulla graticola, qualcuno dice da settimane, io penso da molto di più... e forse è giusto così, forse no, ma comunque non sta a me dirlo.

Perché il punto, secondo me, non è Vasseur. Non è Leclerc, che insieme a Verstappen - ed oggi ad Antonelli - è uno dei migliori piloti del campionato, a cui dovremmo aggiungere un sette volte campione del mondo qual è Lewis Hamilton.

Il punto è che la Ferrari sembra aver perso la capacità di reagire, di scegliere, di rischiare. E non parliamo di strategia: Il più delle volte si sbagliano le azioni da compiere. La cosa che fa più male è che molte di quelle... sono le stesse che io - che non sono un esperto, sia chiaro - azzecco sempre senza alcuna fatica, d'altrinde ne ho piena conferma, osservando come quelle mie scelte, vengono poi puntualmente decise solo pochi secondi dopo dalle altre squadre compiono puntualmente.

Mi sembra una squadra che aspetta che le cose cambino da sole, come se il solo fatto di chiamarsi Ferrari dovesse prima o poi riportare i titoli a Maranello per inerzia della storia. Mi dispiace... non funziona così e reitero: non funziona più così da vent'anni.

Horner si è candidato. Ha usato parole precise, studiate, ma inequivocabili. Ha detto che sente che c'è ancora un giro di giostra da fare, che gli manca il muretto, che la Ferrari è il sogno. Non ha mandato un curriculum, ha mandato un messaggio in chiaro. E dall'altra parte, per ora, c'è solo il silenzio, lo stesso silenzio che noi tifosi sentiamo da due decenni...

Sì... gli addetti ai lavori ci raccontano ogni anno la stessa storia: che la Ferrari sta già lavorando a qualcosa, che forse ha un piano che non conosciamo, che forse alla fine Vasseur resterà e dimostrerà a tutti che aveva ragione lui.

Ma io ho smesso di credere alle favole da tempo, perché il tempo delle chiacchiere è passato, le stagioni sono trascorse e noi tifosi stiamo ormai invecchiando. E come raccontano le favole, quando i giganti si addormentano e dormono troppo, alla fine rischiano di non svegliarsi più.

Ferrari: datti una mossa! Altrimenti a noi tifosi italiani non resterà che tifare Mercedes, sì, per vedere quantomeno un nostro pilota - Kimi Antonelli - lì sul palco: con un inno che suona e una bandiera tricolore a portare alto il nostro Paese!

sabato 26 settembre 2026

Don Ciotti ricorda Denise: insieme vi ricorderemo vive, ma non lasciamo soli chi resta...

A parlare, in questo articolo pubblicato sul Corriere della sera e ripreso dal sito di Libera (link del post), è don Luigi Ciotti, fondatore dell'associazione contro le mafie. È lui che oggi ci consegna il ricordo di Denise, figlia di Lea Garofalo, e lo fa con lo stile che gli è proprio: una riflessione che intreccia il dolore personale e la denuncia civile, senza mai alzare la voce, ma senza nemmeno addolcire la verità.

Oggi è morta una giovane donna coraggiosa e sofferente. Il coraggio e la sofferenza sono i due estremi dentro cui si è mossa l'intera vita di Denise, i due piatti di una bilancia che per anni ha cercato di tenere in equilibrio con tutte le sue forze. 

Oggi qualcosa, in quel fragilissimo equilibrio, si è spezzato per sempre. E qualcosa si è spezzato anche dentro di noi, nel corpo vivo delle nostre realtà che hanno provato ad accoglierla e ad accompagnarla. Sentiamo il dolore di una frattura che non si salderà mai del tutto.

Denise era una giovane ragazza quando l'abbiamo incontrata la prima volta, insieme alla mamma Lea Garofalo, che ci aveva chiesto aiuto. Veniva da anni difficili, segnati dai forti contrasti fra i genitori, da trasferimenti e condizioni di vita precarie. Dopo la scelta di lasciare il marito e collaborare con la giustizia, sua madre aveva ricevuto gravi minacce, che avevano trasmesso anche a Denise un senso di vulnerabilità e insicurezza.

Si sentiva contesa fra due mondi: quello infantile degli affetti e quello adulto delle responsabilità e delle scelte. La sua mamma voleva insegnarle il gusto della libertà, il rispetto per sé stessa e per gli altri. Voleva a ogni costo portarla lontano dall'ambiente tossico e criminale che aveva avvelenato la sua esistenza, per regalare a Denise un futuro più sereno.

Quel mondo non ha però perdonato Lea, e non si è neppure accontentato di ucciderla. Dopo la morte ha provato a farle l'affronto peggiore: riconquistare la fiducia della figlia, per rimetterla al suo posto dentro le maglie strette della famiglia. È allora che Denise ha mostrato tutto il suo coraggio: nel volere guardare in faccia la verità, anche se scoprire che l'omicidio della mamma era opera di suo padre ha rappresentato un ulteriore strazio.

Ha scelto di essere in piazza a Milano il giorno del funerale di Lea: le sue parole cariche d'affetto e riconoscenza, mescolate al pianto, si sono incise nella coscienza di molti. Ma soprattutto hanno dato ad altre donne, che le hanno ascoltate, la forza per ribellarsi a situazioni simili. Nel restare fedele al percorso di riscatto iniziato dalla mamma, Denise ha dovuto vivere per anni nascosta, senza però mai rassegnarsi davvero, perché il suo sogno era sentirsi finalmente libera e autonoma.

Proprio come Lea, Denise aveva una grande sete di vita, di libertà e di amore: una sete difficile da placare, anche se in tanti abbiamo provato fino all'ultimo a mostrarle appoggio e amicizia. Vogliamo adesso immaginarla riunita in un grande abbraccio con la sua mamma, che per chi ha fede è anche il grande abbraccio di un Padre celeste capace solo di Amore. Vorremmo dirle "Scusa! Perdonaci per non essere riusciti a tenerti qui con noi", ma anche "Grazie del tempo che abbiamo passato insieme, di tutto quello che ci hai insegnato a vedere, sia negli abissi della sofferenza che attraverso la lente limpida del tuo coraggio".

Nella sua breve esistenza, Denise ha attraversato di tutto: la violenza patriarcale e mafiosa, il peso dell'abbandono, la tenerezza dell'accoglienza, la rigidità di certe regole che comunque volevano proteggerla, la gioia di diventare a sua volta mamma e la fatica di nuove responsabilità. Questo tutto, a un certo punto, è diventato troppo. Non giudichiamo la sua storia, non innalziamola e non compatiamola. Lei non lo vorrebbe.

Denise, resterai per sempre dentro al nostro cuore e al nostro impegno. E già lo sai che scriveremo il tuo nome, accanto a quello della tua mamma, nel lungo elenco del 21 marzo: perché non c'è dubbio che siete state entrambe vittime della stessa violenza, ma anche protagoniste della stessa ribellione.

Insieme, vi ricorderemo vive...

Eppure, mentre scrivo queste parole, non posso fare a meno di ripetere quello che dico da anni e che questa storia rende ancora più urgente. Quante volte, dopo aver fatto il proprio dovere personale e nei confronti dello Stato, si resta soli? 

Lea Garofalo ha fatto tutto ciò che una cittadina onesta dovrebbe fare. Ha lasciato il marito, ha collaborato con la giustizia, ha chiesto aiuto. Eppure è stata uccisa. E dopo di lei, sua figlia Denise ha pagato un prezzo altrettanto atroce, vivendo per anni nascosta, contesa, sola.

Non è forse questa la domanda che dovremmo porci tutti, senza ipocrisia? A cosa serve il coraggio civile se poi, quando hai finito di fare la tua parte, ti ritrovi a camminare su un filo sospeso nel vuoto, senza una rete che ti accolga? Forse è questa la ferita più profonda che la storia di Denise ci consegna. Non solo il dolore per una vita spezzata, ma la consapevolezza che troppe volte lo Stato, le istituzioni, la società stessa chiedono molto e restituiscono poco.

Chiedono testimonianze, chiedono verità, chiedono sacrifici. Ma poi, quando il clamore si spegne e le telecamere si spengono, restano le persone, sole, a fare i conti con la paura, con la precarietà, con l'assenza di una protezione che non sia solo sulla carta.

Denise non è morta solo per la violenza mafiosa, è morta anche per la solitudine in cui quella violenza l'ha lasciata. E questa, forse, è la parte che ci riguarda più da vicino, quella su cui non possiamo voltarci dall'altra parte.

Perché ricordare vive Lea e Denise significa anche assumerci la responsabilità di non lasciare più sole le persone che, come loro, scelgono la strada difficile della giustizia e della libertà. Insieme, vi ricorderemo vive...

Ma tutti insieme, e in particolare le forze istituzionali, devono imparare soprattutto a non far morire di solitudine chi resta. Perché è proprio questo, prima di ogni altra cosa, il primo grande problema.

venerdì 25 settembre 2026

Contanti, controlli, tracciabilità e poi leggo di tredici miliardi di origine ignota. Qualcuno ora, ritengo, dovrebbe indagare...

Confesso che mi sono avvicinato a questa lettura con la curiosità di chi pensa di aver visto e sentito tutto, già... di chi crede che certi capitoli della storia economica di questo Paese siano ormai consegnati all'archivio delle cose note e, per certi versi, metabolizzate.

E invece, a quanto pare, non è così.

Il post che ho letto s'intitola "A Fininvest 13 miliardi in contanti di origine ignota nel 77-78", è pubblicato su "Il Fatto Quotidiano" e lo trovate a questo link: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/09/23/a-fininvest-13-miliardi-cash-di-origine-ignota-nel-77-78/8514994/. 

È a firma di Giuseppe Pipitone e racconta di una relazione depositata dai consulenti della Procura di Firenze, Giovanni Mottura e Igor Catania, 249 pagine datate 4 luglio 2024, nell'ambito del processo a Salvatore Baiardo.

In quelle pagine c'è una ricostruzione che, per dirla con le loro stesse parole, definisce l'aumento di capitale del gruppo Fininvest tra il 1977 e il 1978 "non spiegabile". Su quasi 17 miliardi di lire che hanno finanziato la Fininvest tra febbraio 1977 e agosto 1978, più di 13 miliardi sono arrivati in denaro contante. Denaro contante, badate bene, di cui, allo stato degli atti, non è possibile individuare l'origine.

La cosiddetta "Lista Dal Santo", è un documento su cui si sono concentrati i consulenti. Di quei versamenti, oltre tredici miliardi e mezzo risultano contabilizzati come cassa, ossia in contanti. E dietro quella lista, dicono i consulenti, non c'è una provenienza tracciata coi documenti a disposizione. Il che, come hanno sottolineato in aula, "rende plausibile ogni spiegazione sulla provenienza".

Ecco, è esattamente questo passaggio che mi ha fatto fermare. Perché io non voglio entrare nel merito della vicenda giudiziaria, non è il mio compito e per quello c'è l'articolo che vi invito a leggere per intero.

Ma mi chiedo, da cittadino, da lettore, da persona che ogni giorno fa i conti con un sistema fiscale e normativo che pretende da noi tutti una precisione quasi maniacale, leggere che tredici miliardi di lire in contanti possono entrare nelle casse di una società senza che se ne possa individuare l'origine, be', questo mi lascia francamente basito.

Ed allora mi chiedo, ma come è possibile tutto questo?

Sì... una giustificazione ci sarebbe, d'altronde viviamo in un Paese dove negli ultimi vent'anni la disciplina sul contante è cambiata undici volte, come mi è capitato di leggere, con limiti che sono stati alzati e abbassati a seconda delle contingenze politiche ed economiche. 

Oggi il limite generale per i pagamenti tra soggetti diversi è fissato a cinquemila euro. Esistono obblighi di segnalazione per operazioni sospette, c'è un sistema di controllo della tracciabilità dei flussi finanziari che coinvolge banche, professionisti, intermediari.

Ma non solo... vi è un'Unità di Informazione Finanziaria che vigila. C'è, insomma, tutto un apparato normativo che si è stratificato negli anni proprio con l'obiettivo dichiarato di contrastare il riciclaggio, l'evasione fiscale, la circolazione di denaro di provenienza illecita.

E poi, ecco che improvvisamente debbo leggere di questa storia.

Il punto - come qualcuno potrebbe giustificare - non è tanto l'epoca dei fatti, gli anni Settanta, quando è vero che il controllo pubblico sulla tracciabilità non esisteva nelle forme normative attuali, come hanno correttamente ricordato i consulenti, no... il punto è un altro!

Il punto è che cinquant'anni dopo, con tutto l'armamentario normativo e tecnologico di cui disponiamo, siamo ancora qui a parlare di un buco nero nelle origini di quella che è diventata una delle fortune imprenditoriali più rilevanti del Paese. Siamo ancora qui, a leggere che "allo stato degli atti non è possibile individuarne l'origine".

Ma se questo è vero, se davvero tredici miliardi di lire in contanti sono entrati in una società senza che se ne possa ricostruire la provenienza, allora qualcuno, da quegli apparati istituzionali che esistono proprio per vigilare su queste cose, dovrebbe iniziare ad indagare.

Quantomeno... dovrebbe spiegare perché non lo sta ancora facendo.

Non mi interessa entrare nel merito delle singole operazioni societarie, delle sei "operazioni circolari" che i consulenti definiscono anomale, dell'aumento di capitale mai omologato, della restituzione ai soci e del successivo finanziamento il 7 dicembre 1978, per queste circostanti, ripeto, c'è l'articolo, vi sono le 249 pagine della relazione e chissà, forse, ci sarà un processo.

Quello che mi interroga, da semplice cittadino, è un'altra cosa. È la sproporzione tra la severità delle regole che mi vengono imposte e la leggerezza con cui, cinquant'anni dopo, si continua a parlare di somme enormi di cui non si conosce l'origine. 

È la sensazione, che ormai ritengo del tutto ingiusta, che esista un mondo in cui le regole valgono e un altro in cui le stesse regole si smaterializzano, diventano opinioni, interpretazioni, dettagli tecnici.

Forse è solo un'impressione, forse no...

Sì... chissà, forse tutto è destinato a rimanere nella zona grigia delle cose plausibili ma non provate, come è già accaduto in passato. 

Ma se le cose stessero diversamente, se davvero quelle somme fossero di origine ignota e non tracciabile, allora la domanda non è più soltanto giornalistica o giudiziaria. Diventa una domanda civile.

E le domande civili, scusate, ma di solito pretendono risposte!

giovedì 24 settembre 2026

L'ennesimo "Generale" che gli Italiani aspettano da sempre!

E' incredibile... c'è un filo che lega e attraversa da sempre la storia di questa nostra penisola, e non è quello del sangue versato in guerre che spesso non ci appartenevano, è piuttosto il filo di una attesa...

Sì... di un'attesa che si rinnova di generazione in generazione, come fosse una preghiera silenziosa, che poi puntualmente trova il suo compimento in un solo uomo.

Mi chiedo spesso se sia una questione di carattere, di geografia oppure di destino. 

Già... siamo un popolo che ha inventato la democrazia moderna, eppure sembriamo non fidarci mai fino in fondo delle sue regole, dei suoi compromessi, delle sue mediazioni.

Ci serve un volto... meglio se severo, ancor meglio se in divisa!

C'era una volta Cesare, che passò il Rubicone e mise fine alla Repubblica. Non lo fece per un'idea astratta di libertà, ma per sé stesso. E il popolo, stanco delle lotte tra fazioni, lo accolse come il pacificatore. Da quel momento, la lezione è chiara: chiunque prometta di mettere ordine, di riportare la nave in porto, diventa automaticamente l'uomo della provvidenza.

Poi è arrivato Napoleone, che non era italiano ma seppe parlare agli italiani come nessun altro. Arrivò con le sue truppe e con un codice civile, e noi lo acclamammo come un liberatore. Non importava che fosse straniero, no... importava che fosse forte. Importava che ci dicesse chi eravamo, perché da soli, evidentemente, non lo sapevamo.

E poi Garibaldi, l'eroe dei due mondi, con la sua camicia rossa e il suo carisma indomabile. Anche lui un "Generale", anche lui acclamato, anche lui capace di incarnare un sogno collettivo senza bisogno di troppe parole. Il popolo lo seguiva, lo amava, lo voleva. Non discuteva i suoi piani, non ne criticava le scelte. Lo seguiva e basta...

E dopo di lui? Dopo di lui è arrivata la retorica del duce, che non era un Generale ma si vestiva come tale, e che ha cavalcato lo stesso bisogno atavico: quello di un uomo che dica "basta", che prenda in mano la situazione, che ci faccia sentire parte di qualcosa di più grande. Non voglio giudicare quanto allora accaduto, non ora, ma il fenomeno è lo stesso, identico, inquietante nella sua ripetibilità.

Poi, più vicino a noi, è scesa in campo un'altra figura. Non un Generale, non un eroe risorgimentale, ma un uomo che ha saputo costruire un impero e poi offrirlo alla politica come se fosse un palcoscenico naturale. Anche lui acclamato, anche lui capace di catalizzare un bisogno di fiducia, di appartenenza, di guida. Il "Cavaliere"... un soprannome, non un grado, eppure sufficiente a diventare un punto di riferimento per milioni di italiani. Non fu una parentesi, fu un capitolo. E come tutti i capitoli di questa storia, raccontò qualcosa di noi, non solo di lui.

Oggi, mentre leggo le cronache di questi giorni, vedo che il copione non è cambiato. C'è un uomo che è stato davvero un Generale, non per metafora, ma nel senso più concreto e istituzionale del termine. Ha indossato un'uniforme, ha ricoperto un ruolo ed ora scende nell'agone politico portando con sé quel bagaglio. E c'è una parte di italiani che lo guarda con quell'antica fiducia, quasi fosse la prima volta. Non importa cosa dica nel dettaglio, non importa quale sia il suo programma, importa che sia lui a guidarli...

Mi chiedo se sia una condanna o una semplice constatazione antropologica. Forse siamo un popolo che ha bisogno di un padre, più che di un rappresentante. Forse la nostra storia, fatta di invasioni, di dominazioni, di frammentazioni, ci ha insegnato che sopravvivere significa affidarsi a qualcuno che sappia tenerci insieme. E quel qualcuno, puntualmente, è un uomo solo al comando.

Non so se questo sia un bene o un male. So che accade, già... accade da sempre e ahimè, continuerà ad accadere, finché non impareremo a guardarci dentro senza cercare fuori il salvatore di turno.

Ma questa si sa, è un'altra storia. E soprattutto richiede un altro coraggio, quello che forse, ancora, non abbiamo imparato a trovare!

mercoledì 23 settembre 2026

Hormuz e Bab el-Mandeb: perché solo le rotte alternative possono salvare il petrolio.

Buongiorno. Nel rileggere quanto ho scritto in questi anni, mi accorgo che la storia mi ha dato ragione, ma anche che la partita si è fatta più complessa di quanto immaginassi.

Tutto ruota attorno a un dato semplice: Hormuz è ancora chiuso, o quantomeno blindato, e da lì passavano quasi venti milioni di barili al giorno. L'Arabia Saudita ha riaperto l'East-West Pipeline, la Petroline, milleduecento chilometri di acciaio che tagliano il deserto da est a ovest, da Abqaiq e Al Jubayl fino a Yanbu, sul Mar Rosso. 

Una via di fuga progettata proprio per questo, fin dagli anni Ottanta. La sua capacità piena arriva a cinque milioni di barili, forse sette secondo Aramco, ma prima dell'ultimo stop ne trasportava quattro o cinque. Non è poco: significa togliere di mezzo un quinto del traffico di Hormuz.

Eppure non basta. Perché il problema non è solo lo Stretto, ma l'intero sistema. Iraq, Kuwait, Qatar, Bahrain e Iran dipendono quasi interamente da Hormuz. E il gas liquefatto, di cui quasi il venti per cento del commercio mondiale passa di lì, non ha una rotta terrestre che lo sostituisca. Qatar ed Emirati restano ostaggio dello Stretto, con o senza la Petroline.

Poi c'è Bab el-Mandeb. Ne scrivevo a gennaio 2024, quando gli attacchi alle navi nel Mar Rosso erano appena ventiquattro. Oggi diciotto ore di offensiva hanno consegnato agli Houthi l'ultimo rubinetto del greggio, da Mocha a Dhubab, fino all'isola di Mayyun. Riyadh aveva dirottato proprio lì gran parte del suo petrolio dopo la chiusura di Hormuz. Ora anche quella via è sotto scacco.

È il paradosso che avevo anticipato mesi fa. Gli Houthi non vogliono distruggere l'oleodotto, vogliono renderlo inutilizzabile. Vogliono che ogni barile esportato da Yanbu diventi un azzardo, che il mercato percepisca quel corridoio come troppo rischioso. E ci sono riusciti: a settembre 2026 la Petroline è stata chiusa dopo un attacco con droni partiti dall'Iraq, poi sono arrivati i colpi a Sharurah, Jazan, depositi e centri di comando. Fino al quattro per cento del greggio globale è a rischio. Il diesel negli Stati Uniti ha superato i sei dollari al gallone, un massimo storico.

Washington guarda altrove. Trump ha rifiutato due volte, negli ultimi mesi, la richiesta di Mohammed bin Salman di bombardare i ribelli. Dopo Iraq e Afghanistan, l'America ha poco appetito per nuove guerre. E gli Houthi lo sanno bene, talmente bene che stanno giocando esattamente la partita che vogliono: una guerra aperta con gli Stati Uniti per legittimarsi come resistenza anti-imperialista. Non sono Hezbollah, sono più autonomi, hanno reti logistiche e consenso interno che li rendono difficili da sradicare. Anche se Teheran riducesse il sostegno, continuerebbero a combattere.

La conclusione, però, resta quella che ripeto da anni. Solo bypassando Hormuz e Bab el-Mandeb si potrà risolvere gran parte dei problemi attuali sulle forniture di petrolio. La riapertura della Petroline può raffreddare i prezzi e impedire gli scenari peggiori, soprattutto quando tornerà a pieno regime. Ma non può sostituire gli Stretti. Servono nuove rotte, nuovi terminali, nuove vie di fuga da un ricatto che sta perdendo mordente ma che resta ancora capace di far tremare il mondo.

E come sempre, a pagare il prezzo più alto saranno i civili. Attualmente sono oltre 120.000 quelli ora scappati, stremati e sfiniti da anni e anni di guerre.

Già... provo vergogna per l'intera umanità osservando come le guerre non trovino mai fine.

martedì 22 settembre 2026

Il rischio zero non esiste: Webuild, Rfi e il domino che rischia di travolgere tutti!

Qualche giorno fa ho letto con attenzione un articolo che racconta come "Rete Ferroviaria Italiana S.p.a." abbia risposto per le rime alle richieste di "Webuild S.p.a.".

Ed allora vi confesso che, mentre scorrevo quelle righe, ho provato la stessa sensazione di vertigine che mi aveva colto tempo fa, quando scrivevo - era il 2022 - del rischio zero che non esiste e delle nubi che si addensavano all'orizzonte. 

Perché dietro i numeri, le lettere, le contestazioni e le riserve, c'è una questione che riguarda tutti noi e che troppo spesso viene liquidata come una semplice partita tra committenti e appaltatori.

Rfi mette nero su bianco che i conti di Webuild non tornano. E lo fa con una lettera che, più che aprire una trattativa, sembra voler chiudere la porta. 

Si parla di sette miliardi versati come anticipazioni, di cui però solo due e rotti sono stati recuperati. Il resto, quasi quattro virgola otto miliardi, resta nelle casse di Webuild. E già questo basterebbe a far riflettere su quanto sia delicato l'equilibrio finanziario che regge l'intero sistema delle grandi opere.

Ma è sulle riserve che lo scontro diventa più pesante. Webuild parla di ventidue miliardi di extracosti reclamati, di cui tredici già sostenuti. Rfi risponde che quelle cifre non sono dimostrate e che, dall'esame delle riserve, si scende a venti miliardi, comunque una cifra enorme, pari a quasi il novanta per cento del valore complessivo dei contratti. E poi c'è il capitolo del famoso ventinove per cento di riconoscimento storico da parte dei Collegi consultivi tecnici, che Rfi definisce non statisticamente rappresentativo. Insomma, una montagna di soldi che resta lì, sospesa tra richieste, contestazioni e promesse di istruttoria.

Ora, il sottoscritto, pur essendo un tecnico, non conosce nel dettaglio la vicenda e quindi non ha la presunzione di entrare nel merito di ogni singola voce di bilancio. Ma da osservatore esterno e soprattutto da chi ha conosciuto per oltre 35 anni come funziona la filiera delle costruzioni, non posso fare a meno di notare una cosa che mi sembra abbastanza evidente: Basta che i general contractor si fermino, che tutto l'apparato delle filiere sottostanti si blocchi ahimè a cascata. 

È un effetto domino che ho conosciuto personalmente in varie imprese e che ho raccontato più e più volte nel mio blog, ed oggi ahimè, rischia di ripetersi, certo...  su una scala ancora più vasta.

Pensiamo a cosa significa tutto questo per le migliaia di imprese subappaltatrici, per i fornitori, per i lavoratori che ogni giorno entrano nei cantieri. Loro non hanno la forza di contrattare con quei colossi, non hanno uffici legali pronti a depositare riserve, non hanno la cassa per resistere mesi in attesa di un pagamento.

Loro vivono alla giornata, e quando il general contractor rallenta o si ferma, ecco questi sono i primi a rimanere senza ossigeno. Ecco perché la questione non è solo finanziaria, ma profondamente umana e sociale.

E allora mi chiedo, mentre leggo delle tensioni tra Webuild e Rfi, di cosa stiamo realmente parlando?

Certo... parliamo di un braccio di ferro tra giganti, ma anche di un sistema che non regge più. 

Perché se è vero che Webuild ha fretta di incassare, come suggeriscono i numeri del bilancio, è altrettanto vero che quella fretta non nasce dal nulla. Nasce da un debito che cresce, da una cassa operativa che si assottiglia, da contenziosi pesanti all'estero, da appalti importanti nel mondo, che vanno dal canale di Panama, alle commesse saudite. Sì... nasce soprattutto, dalla consapevolezza che senza un flusso di cassa adeguato l'intera macchina rischia di incepparsi.

Rfi, dal canto suo, non sembra intenzionata a fare da bancomat. E forse avrà pure le sue ragioni, perché deve tutelare i conti pubblici e garantire soprattutto che i soldi dei contribuenti non finiscano in un buco senza fondo.

Ma allora la domanda che mi sorge spontanea è: se nessuno vuole cedere, chi paga il prezzo di questa situazione? La risposta, purtroppo, la conosciamo già. Lo pagano le imprese più piccole, i subappaltatori, i lavoratori, le famiglie che vivono di quel lavoro. Lo paga un intero sistema produttivo che rischia di andare in frantumi mentre i grandi si contendono il pallino.

E qui mi torna in mente quella frase che avevo scritto tempo fa, quasi come un presagio: il rischio zero non esiste. Non esiste per chi costruisce, non esiste per chi finanzia, non esiste per chi governa. Esiste solo la possibilità di gestire il rischio con saggezza, di distribuire i pesi in modo equo, di non lasciare che siano sempre i più deboli a pagare il conto. 

Perché se è vero che l'audacia ha in sé genio e potere, è altrettanto vero che senza responsabilità l'audacia diventa temerarietà, e la temerarietà, in un settore come questo, può trasformarsi in tragedia.

Così, mentre osservo questa nuova puntata della vicenda, non posso fare a meno di augurarmi che qualcuno, ai piani alti, trovi il coraggio di guardare oltre l'immediato, già... che si giunga celermente ad un accordo ragionevole, che tenga conto delle esigenze di tutti, ma soprattutto di chi rischia di rimanere schiacciato. 

Perché la vera sfida non è stabilire chi ha ragione tra Webuild e Rfi, ma capire come far sì che l'intero sistema delle infrastrutture possa continuare a camminare senza lasciare indietro nessuno.

E allora, come sempre, non mi resta che affidarmi a quella speranza un po' testarda che mi accompagna da anni. La speranza che chi ha il potere di decidere sappia ascoltare, che chi ha la responsabilità di guidare sappia vedere lontano, e che chi lavora ogni giorno nei cantieri possa continuare a farlo con la dignità e la sicurezza che merita. 

Perché è da lì, da quel lavoro silenzioso e quotidiano, che nasce il futuro del nostro Paese. E quel futuro, oggi più che mai, merita di essere protetto!

lunedì 21 settembre 2026

Amministrazione giudiziaria: sempre gli stessi effetti, inefficaci e controproducenti!

Sono anni che lo vado dicendo, e ogni volta che ahimè leggo quanto accade, mi convinco sempre di più che l'amministrazione giudiziaria - così come viene concepita e praticata attraverso la nomina di un soggetto posto dal Tribunale a salvaguardia di quanto affidato - produce quasi sempre gli stessi effetti: un dispendio di risorse, di energie e soprattutto di tempo che finisce per peggiorare lo stato di fatto precedente all'intervento giudiziario. 

Non è una provocazione, è ciò che emerge quando si ha la pazienza di esaminare con nome e cognome l'operato di chi è stato chiamato a gestire quei beni.

Ma se questo vale per le società e per i patrimoni confiscati, vale ancora di più per un ambito che tocca la vita quotidiana di milioni di persone e che raramente finisce sotto i riflettori: l'amministrazione di condominio. 

Anche lì, infatti, assistiamo allo stesso copione. Un amministratore viene nominato, solitamente senza una vera selezione, ma spesso sulla base di conoscenze, appartenenze, rapporti personali o semplicemente perché era l'unico disponibile a prendersi quell'incarico certamente fastidioso. 

Ed ecco che da quel momento comincia una gestione che, salvo rare eccezioni, si trascina stanca, opaca e soprattutto, senza alcuna progettualità.

La verità è che la maggior parte di questi soggetti si rivela debole, inconcludente, sottomessa, evidenziando di pensare esclusivamente al proprio tornaconto, oppure a favorire, attraverso consulenze, perizie e incarichi vari, quello stesso sistema che li ha di fatto nominati. 

Sì... diciamolo pure, un sistema fatto di familiari, di parenti, di "amici degli amici", di studi professionali che si passano il testimone di incarico in incarico, già... come se nulla fosse.

Certo, qualcuno, leggendo queste righe, si offenderà. Ma basterà esaminare e pubblicare sul web nome, cognome e quanto da loro compiuto e  vedrete come, senza bisogno di chiamare in causa Fabrizio Corona e la sua schiera di paparazzi, improvvisamente tutta una serie di soggetti emergerà da quel profondo silenzio per portare avanti le proprie ragioni e con loro, anche quanti avevano a suo tempo denunciato la precedente "malagestio", ottenendo così l'intervento del Tribunale, con speranza che almeno la giustizia facesse emergere quei sani e necessari principi di legalità.

Nel condominio, infatti, il meccanismo si dimostra ancor più perverso, perché manca quasi sempre un controllo reale. L'assemblea si riunisce una o due volte l'anno, i bilanci vengono approvati in fretta, le voci di spesa non vengono mai verificate fino in fondo, e chi prova a chiedere chiarimenti viene guardato come un disturbatore. 

E così l'amministratore diventa di fatto il controllore di se stesso, esattamente come accade per certi amministratori giudiziari che gestiscono decine di società contemporaneamente, in settori completamente diversi tra loro, come se ad esempio amministrare un'impresa di costruzioni, fosse la stessa cosa che guidare una attività commerciale oppure un condominio.

Non bisogna poi dimenticare il rapporto ambiguo che spesso si instaura con i fornitori. Invece di scegliere sulla base del prezzo e della qualità, in alcune circostanze si privilegiano sempre gli stessi nomi, gli stessi studi, le stesse ditte, magari legate da rapporti personali o familiari. 

E mentre il patrimonio condominiale si depaupera, mentre i lavori vengono fatti male o non vengono realizzati, c'è chi continua a percepire compensi (o quantomeno li richiede ufficialmente), gli stessi che, rapportati al lavoro realmente compiuto, raggiungono cifre che lasciano sgomenti. Un vero e proprio business parallelo, costruito sulla pelle di quei poveri condomini che viceversa, si sarebbe dovuto tutelare.

C'è poi la questione della trasparenza, di chi avrebbe il compito di vigilare e di denunciare le gravi irregolarità. Ma anche lì, quando i condomini tutti non si attivano, quando esistono solo minoranze che fanno sentire la loro voce, ecco che tutto si arena. 

E allora ci si chiede: come si fa a credere ancora nella giustizia, quando le azioni di responsabilità non si realizzano mai, quando i compensi restano intoccati, quando i condomini affidati a questi amministratori finiscono per accumulare debiti e per lasciare gli stessi a fare i conti con spese impreviste e lavori mai eseguiti?

Perché questo è il punto che troppo spesso viene rimosso. Dietro ogni gestione fallimentare, dietro ogni bilancio approvato senza controllo, ci sono persone reali. Famiglie che da un giorno all'altro si ritrovano a pagare spese non dovute, a convivere con infiltrazioni mai risolte, con ascensori fermi, con cortili abbandonati. 

Individui che avevano creduto nella buona fede, che avevano sperato in una gestione seria, e che invece si sono viste tradite da un sistema che ha protetto più chi lo gestiva che chi lo subiva. È una ferita che non si rimargina, e che nessun compenso potrà mai giustificare.

La verità è che il sistema delle nomine, sia nel condominio sia nei beni confiscati, è diventato un business parallelo, gestito da una casta ristretta di fedelissimi, sempre gli stessi, sempre blindati. E mentre lo Stato incassa le vendite e paga le parcelle, mentre i condomini pagano e non vedono risultati, le imprese muoiono, i dipendenti perdono il lavoro, e i veri responsabili restano al loro posto. 

Perchè fino a quando sarà la politica o le amicizie a scegliere gli uomini/donne, senza meritocrazia, senza controlli reali, nulla potrà mai cambiare. È una terra infetta, diceva un mio ex collega. E purtroppo, ancora oggi, non posso dargli torto.

Ultimamente, ad esempio, mi è capitato di dover leggere tutta una serie di circostanze ambigue, raccontate da persone che quotidianamente si lamentano, che documentano i problemi, che evidenziano con prove certe di una gestione poco chiara o quantomeno per nulla trasparente. 

Ma la cosa assurda è che chi scrive quelle note (e posso assicurarvi saranno oltre un centinaio...) alla fine di ogni loro nota e/o commento, riportano ahimè sempre la stessa frase: bisogna denunciare! 

Ecco, come sempre si manifesta quel comportamento del tutto ignavo di molti miei conterranei. Sì, gli stessi che aspettano che siano sempre gli altri ad alzarsi e a fare la guerra, parliamo di quei soggetti che hanno promosso le denunce e che hanno poi richiesto al tribunale un'amministrazione seria con la nomina di un loro referente. Mentre loro, viceversa, restano in sordina, a guardare.

Ma cosa credono di cambiare, così? Denunciare a parole non è denunciare. Ripetere "bisogna denunciare" come una formula vuota, come un ritornello che assolve la coscienza senza muovere un dito, è la più raffinata delle omertà. Perché l'omertà... non è solo il silenzio di chi tace davanti alla mafia, è anche il chiacchiericcio di chi parla, si lamenta, documenta, e poi si nasconde dietro un "bisogna denunciare" detto da altri. È l'ipocrisia di chi vuole la giustizia, ma non vuole sporcarsi le mani. È la vigliaccheria di chi pretende che siano sempre gli altri a esporsi, a firmare, a rischiare, mentre loro restano al riparo, a commentare dal salotto di casa.

Ah... che fastidio che mi dà, questo atteggiamento. Un fastidio che non è solo rabbia, è anche vergogna, sì... vergogna di vedere tanti miei conterranei comportarsi come spettatori di uno spettacolo che li riguarda da vicino, come se la gestione dei loro beni, delle loro case, dei loro condomini, non fosse affare loro. 

Come se la denuncia fosse una faccenda che riguarda sempre qualcun altro. Ma come pensano di cambiare il sistema... così? Con i like, con i commenti, con le condivisioni? Il sistema non si cambia con le parole. Si cambia con le azioni. Si cambia con le denunce vere, firmate, depositate. Si cambia con il coraggio di esporsi, uno per uno, senza aspettare che sia il vicino a farlo per primo.

E allora non resta che continuare a denunciare!

Denunciare chi gestisce male, chi distrae, chi dissipa, chi favorisce parenti e amici. Denunciare l'amministratore infedele, quello che si nasconde dietro l'incarico ricevuto, quello che firma bilanci non approvati, certamente alterati, quello che chiude gli occhi davanti allo sfacelo. 

Denunciarlo con nome e cognome, senza paura, senza sconti, perché ogni giorno di silenzio è un giorno regalato a chi continua a lucrare su questo sistema.

La giustizia potrà anche sembrare un miraggio, ma il silenzio è il migliore alleato di chi approfitta di questo sistema. E su questo, da parte mia, non ho mai nutrito alcun dubbio: né tantomeno, alcuna intenzione di tacere!

domenica 20 settembre 2026

La trappola yemenita: perché Riyadh sta per cadere nel pantano che gli Houthi hanno preparato.

Prima di entrare nel merito della prossima mossa saudita, credo sia necessario soffermarsi su un'opera che raramente finisce in prima pagina ma che oggi è il vero perno della partita: il Saudi East-West, noto anche come Petroline.

Parliamo di milleduecento chilometri di acciaio che attraversano il deserto, collegando Al Jubayl, sul Golfo Persico, al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. 

Costruito negli anni Ottanta, durante la guerra Iran-Iraq, proprio per fronteggiare l'eventualità di una chiusura di Hormuz, oggi è tornato al centro della scena con una capacità che nelle condizioni attuali può arrivare a cinque milioni di barili al giorno destinati all'esportazione.

E qui sta il punto che pochi vogliono guardare in faccia. Questa infrastruttura non serve solo Riyadh. Yanbu è l'unico sbocco credibile che potrebbe consentire anche a Kuwait, Iraq e altri produttori del Golfo di aggirare Hormuz, convogliando il greggio verso il Mar Rosso e da lì, via Suez o Sumed, verso il Mediterraneo. È un sistema che, in teoria, toglierebbe a Teheran e agli Houthi la leva dei due stretti. E proprio per questo è diventato un bersaglio.

L'economia iraniana, privata delle sanzioni ma ancora dipendente dalla minaccia di chiusura di Hormuz come strumento di pressione, non può tollerare che esista una via di fuga stabile. E gli Houthi, dal canto loro, sanno che se Yanbu funziona a pieno regime, Bab el-Mandeb perde parte del suo valore di ricatto.

Ecco perché i raid contro il Petroline non sono episodi isolati. Sono la risposta logica a un'opera che, se lasciata intatta, vanificherebbe anni di strategia. Ma qui si innesta il paradosso che avevo anticipato: gli Houthi non vogliono distruggere il tubo, vogliono renderlo inutilizzabile. Vogliono che Riyadh spenda miliardi per difenderlo, che ogni barile esportato da Yanbu diventi un azzardo, che il mercato percepisca quel corridoio come troppo rischioso per essere una vera alternativa.

Ed è per questo che la prossima mossa saudita, con il supporto logistico e d'intelligence americano, appare sempre più come una necessità dettata dalla disperazione. Riyadh deve riaprire Bab el-Mandeb, o almeno neutralizzare la minaccia houthi su di esso, altrimenti il Petroline resta un'arteria esposta.

Ma attaccare lo Yemen via terra significa entrare in un territorio dove gli Houthi hanno avuto sette anni per prepararsi. Significa offrire loro esattamente ciò che desiderano: una guerra aperta contro l'aggressione straniera, capace di compattare il fronte interno e di legittimarli come resistenza anti-imperialista.

Washington lo sa. Per questo esita, per questo fornisce intelligence ma non uomini. Ma Riyadh non ha alternative. Hormuz è chiuso, il Petroline è sotto attacco, e l'unica via per far tornare il petrolio saudita sui mercati passa attraverso uno stretto che gli Houthi controllano.

La trappola è stata preparata. Ma l'Arabia Saudita non sta a guardare. Secondo quanto riporta il Guardian, citando fonti yemenite, Riyadh sta preparando una grande offensiva militare contro gli Houthi, via mare e forse anche via terra nello Yemen centrale. 

Le forze saudite sono state viste ritirarsi dalla parte orientale del paese, in quella che potrebbe essere una preparazione per un'operazione di terra. E al tempo stesso, Riad sta cercando di organizzare una coalizione navale per proteggere il traffico marittimo dagli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el-Mandab.

Certo, sono molti i Paesi – anche se non lo dicono apertamente – che vedono in questo nuovo conflitto un'importante possibilità per i loro business, in particolare grazie alla vendita di armi all'Arabia Saudita, ma non solo. 

Tutti loro auspicano che una loro celere vittoria riporti all'apertura dello stretto sul Mar Rosso, piegando di conseguenza le richieste dell'Iran, che a quel punto resterebbe del tutto isolata e con un ricatto – quello del passaggio su Hormuz – che non avrebbe più alcun valore.

Infine consentitemi di ricordare che, come sempre, a pagare il prezzo di una guerra sul campo saranno i civili yemeniti che – proprio come quanto accaduto ai loro fratelli di Gaza – subiranno le conseguenze di un conflitto che, ahimè, non è il loro.

sabato 19 settembre 2026

Tredici anni di parole vuote...

Pensavo che qualcosa, vista l'esperienza appena trascorsa, sarebbe cambiata. E invece, a distanza di tredici anni, mi ritrovo qui, con le stesse parole in bocca e la stessa amarezza nel cuore.

Come si dice… errare è umano, ma perseverare è diabolico.

E questi nostri politici "giocolieri", che come una compagnia di saltimbanchi passano da destra a sinistra come fossero pedoni ubriachi nel bel mezzo di una strada, non hanno fatto altro che confermare la loro natura.

Nessuna regola, dicevo allora, e neanche coerenza d'ispirazione politica. Per loro l'importante è salire. Come e con quali mezzi è indifferente.

Se ricordate, per Machiavelli la celebre massima in politica era "il fine giustifica i mezzi". E quindi pur di arrivare, si può venire meno a quelle regole di etica. Infatti, come per il "Principe", è ammesso il tradimento.

Ora i referenti di quei partiti credono con quelle belle facce di potersi ripresentare e sperare nei voti di noi elettori.

Ed allora mi chiedo: ma come possono i segretari di quei partiti pensare di ripresentare quegli stessi personaggi, senza tenere conto dei casellari giudiziari macchiati da processi e condanne.

Ed ancora, consentitemi di aggiungere di come siamo stanchi di dover risentire quegli stessi programmi che sappiamo ormai a memoria.

Non capisco a chi parlano. Gli astenuti continueranno a non votare. Coloro che non seguono i partiti sceglieranno un voto di contestazione e non certo le solite alleanze impostate soltanto per vincere.

E poi vi sono gli abituali sostenitori, individui fedeli alla politica o per meglio dire a quei loro referenti, con cui da generazioni campano, mentre la maggior parte dei cittadini vengono dissanguati, anche se ormai sangue da succhiare, nelle vene non ne scorre più.

Ma d'altronde, parlare di rivoluzione, quando le mele marce sono sempre le stesse, è veramente incredibile e la cosa assurda è che anche questa volta ci ripetono che potrebbe essere la volta buona.

No... mi dispiace, l'unica volta in cui riusciremo a fare pulizia di questi individui, della loro casta e dei loro privilegi… ecco, quella sarà la volta buona e finché non la vedrò con i miei occhi, non crederò a nessuna delle loro superflue promesse!

Certo, su una cosa resto fortemente convinto e cioè che oggi, molto più di ieri, il voto ha una grande importanza e quindi, decidere in maniera coerente potrebbe essere l'ennesima possibilità di vedere migliorare questo nostro paese. D'altronde, rinunciare servirebbe solo a premiare coloro che viceversa, non volevate più vedere.

Ed allora, rivolgendomi a molti miei se decideste - come credo - di votare per i soliti politici, in particolare quelli a cui chiedere favori per i vostri "interessi personali", almeno quando mi incontrate, non fate come al solito, iniziando a lamentarvi.

D'altronde tredici anni sono passati, ma nulla, ahimè, è cambiato. Anzi, siamo peggiorati in modo esponenziale.

Certo, sono anni che mi chiedo: ha ancora senso ripetere le stesse cose? Gridare al cambiamento quando la maggior parte si genuflette? Perso che non si debba perdere la speranza, finché c'è qualcuno disposto a leggere le vostre parole, a comprenderne il senso, un raggio di luce può riaccendere l'oscurita.

Perché la vera rivoluzione comincia sempre da un pensiero che non si arrende.

Ma se nemmeno questa volta sapremo guardare oltre le solite facce, oltre i soliti nomi, oltre le solite promesse, allora credetemi... non avrete più scuse e il silenzio, la rassegnazione diventano complici quanto chi ci governa.

Perché la vera domanda non sarà più se loro cambieranno...

No, la domanda da farsi e se saremo ancora capaci di cambiare il nostro sguardo!

venerdì 18 settembre 2026

Leggere per crescere: una palestra silenziosa chiamata lettura.

Stamani, con un po' di ritardo, mi sono arrivati tra le mani i miei ultimi acquisti.

No... nessun cellulare all'ultimo grido, ancor meno qualche paio di scarpe o una maglia firmata da un noto stilista, nessun profumo sponsorizzato e nemmeno orologi di quelli "clonati"... che tanto vanno di moda ora tra i ragazzi.

Libri... sì, solo e soltanto libri...

E mentre li sfogliavo pensavo a quanto la lettura non sia soltanto un piacere o un modo per far passare il tempo, ma rappresenti qualcosa di unico... che ti fa veramente star bene.

John Grisham, Ken Follett, Joe Nesbo, Michael Connelly, Dan Brown e tanti altri: sono nomi che conosco bene, in quanto possiedo di loro tutti i libri finora pubblicati. Autori che certamente molti di voi conoscono, capaci di tenere il lettore incollato alla pagina, eppure dietro la trama che scorre veloce, c'è sempre qualcosa che resta...

Perché la lettura, quando è vera, non si ferma alla superficie della storia. Ti costringe a stare dentro un'altra testa, a seguire un ragionamento che non è il tuo, a vedere il mondo da una prospettiva che non avevi considerato e così, quasi senza accorgertene, impari a pensare meglio.

Non perché qualcuno te lo insegni, ma perché la mente si allena proprio come un muscolo: leggere, difatti, è una palestra silenziosa.

Poi c'è la questione della crescita personale, che non è solo culturale. Leggere di tutto, dalla saggistica a romanzi, ti mette davanti a dilemmi morali, a scelte difficili, a personaggi che sbagliano e pagano il prezzo dei loro errori.

E così tu, mentre leggi, ti chiedi cosa avresti fatto al loro posto. È un dialogo continuo con te stesso, una specie di specchio che non sempre è comodo, ma che ti aiuta a capire chi sei e chi vorresti diventare.

C'è anche un aspetto più intimo, quasi terapeutico. La lettura ti rallenta. In un mondo che corre, che pretende risposte immediate, che circuisce con notizie false, che condiziona attraverso il web, beh... aprire un libro diventa un gesto che ti restituisce il tempo.

Sì... il libro ti concede di pensare, di soffermarti su una frase, di tornare indietro se qualcosa non ti torna e in quel tempo sospeso, la mente si apre, respira.

Non voglio dire che leggere risolva i vostri problemi. Non è così... però ti dà gli strumenti che altrimenti non avresti: pazienza, empatia, capacità di stare nella complessità senza scappare.

Perché è proprio questo che intendo quando nel mio blog parlo di crescita personale, non diventare diversi, non voler essere a ogni costo al centro dell'attenzione, non cercare di essere copie di altri, ma essere se stessi. Già... diventare più consapevoli.

E allora eccoli lì, quei libri che avete a casa e non avete mai sfogliato. Non serve acquistarne di nuovi, l'importante è iniziare. Vedrete, scoprirete che non sono solo carta e inchiostro, ma porte che si aprono, mondi da attraversare, domande da portarsi dietro.

E così, mentre scelgo il libro con cui iniziare, comincio a sistemare gli altri sullo scaffale, accanto a quelli dello stesso autore che ho già letto e che amo, perché ciascuno di loro mi ha lasciato qualcosa: un'idea, un dubbio, delle piccole crepe anche nelle mie certezze, perché è esattamente ciò che cerco...

Ed allora, concludendo, non posso che consigliare di iniziare a leggere. Certo, all'inizio sarà dura, ma poi vi assicuro, non potrete più farne a meno e inizierete a fare di tutto per finirne uno e iniziarne subito un altro.

Quindi... buona lettura.

giovedì 17 settembre 2026

C'è qualcosa di paradossale nella discesa in politica di Fabrizio Corona.

E' vero... c'è qualcosa di paradossale nella discesa in politica di Fabrizio Corona. 

Non tanto per il personaggio in sé, quanto per il meccanismo che il suo caso porta allo scoperto...

L'altra sera, con un video pubblicato sul suo canale, ha annunciato la nascita del movimento "Per la Verità": un progetto che si presenta come liberale e antisistema, con temi che spaziano dalla libertà di espressione alla riduzione della pressione fiscale, da un liberalismo economico convinto a una politica estera più indipendente.

Niente convention, niente palco, niente sala stampa. Solo una piattaforma, una community già esistente e un volto che da anni parla al proprio pubblico senza intermediari.

Ed è proprio qui che la vicenda diventa interessante. Perché Corona può fondare un movimento, guidarlo, persino fare campagna elettorale, ma non può candidarsi.

Già... non può essere eletto. Una condanna definitiva, risalente a diversi anni fa, gli ha inflitto l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, una pena accessoria che non si esaurisce con la detenzione e che continua a produrre i suoi effetti.

Può costruire consenso, ma non può raccoglierlo personalmente nelle urne. Può indicare una direzione, ma dovrà affidare a qualcun altro il compito di rappresentarla sulla scheda elettorale.

E allora la domanda non è se Corona sarà mai parlamentare.

La domanda è un'altra: quanti voti potrebbe convogliare un movimento che nasce fuori dai partiti, fuori dalle logiche tradizionali, fuori dai rituali della politica che conosciamo?

Non esiste un sondaggio ufficiale, non esiste un dato certo. Lo stesso Corona ha parlato di una soglia del tre per cento come primo obiettivo, con una punta di provocazione. Ma la questione non è il numero esatto.

La questione è che esiste, oggi, una fetta di elettorato che non si riconosce più nei partiti di governo e di opposizione. Una fetta che non sopporta più i volti, i linguaggi, le promesse mai mantenute, le coalizioni che si fanno e si disfano.

Ed è a quella fetta che un movimento come "Per la Verità" prova a parlare.

Non con un programma dettagliato, non con una struttura organizzata, non con una rete territoriale, ma con la familiarità, con la percezione di autenticità, con la relazione diretta che si è costruita nel tempo attraverso i social.

È la fiducia personale che precede la valutazione delle proposte, la relazione che viene prima dell'ideologia.

È un meccanismo che la ricerca sulla comunicazione politica digitale sta iniziando a studiare, e che mostra quanto il legame parasociale possa mobilitare, quanto possa spingere alla partecipazione.

Certo, un conto è la community, un altro è la comunità politica. La prima nasce intorno a una persona, a un linguaggio, a un sistema di riferimenti condivisi. La seconda dovrebbe avere regole, responsabilità, rappresentanza, mediazione, conflitto interno, elaborazione collettiva.

Sappiamo bene come il consenso sui social non funzioni come il consenso democratico. Un contenuto può essere virale senza essere maggioritario. Un algoritmo non misura ciò che una società pensa: misura ciò che riesce a generare attenzione.

E allora il punto non è stabilire se Corona sia o non sia un politico. Il punto è capire se la politica sia ancora capace di costruire consenso fuori dalle logiche che hanno trasformato l'attenzione in una valuta.

Forse, se davvero scendesse in campo con un movimento strutturato, un 4% di voti non sarebbe affatto impossibile. Non per ciò che dice, ma per ciò che rappresenta: il rifiuto di un sistema percepito come lontano, la stanchezza verso i politici di professione, la voglia di qualcuno che parli fuori dal coro.

Perché ormai la gente è stanca di essere presa in giro con promesse pre-elettorali che poi, di volta in volta, non vengono mai mantenute. Ma soprattutto, la maggior parte di quegli individui che lottano per la vera democrazia, che hanno preferito nel corso della propria vita non genuflettersi e quindi evitare di restare contaminati, hanno conservato una piccola speranza: quella di vedere un giorno ribaltarsi questa vergognosa condizione, ben descritta in una scena del 2012 da "Cetto La Qualunque", interpretato magistralmente da Antonio Albanese.

È un dato che non si misura con i sondaggi, ma con l'umore di un Paese che non crede più a chi governa e a chi vorrebbe governare.

Sì... perché tra essere seguiti ed essere scelti, oggi, passa una distanza che rischiamo di non vedere più.

Perché è lì che si annida la domanda vera: non se Corona possa o non possa candidarsi, non se il suo movimento prenderà il tre o il quattro per cento, ma se il consenso che si costruisce sui social abbia ancora qualcosa a che fare con la scelta democratica.

Essere seguiti è un gesto passivo, quasi involontario. Essere scelti è un atto di volontà, di fiducia, di responsabilità. E tra le due cose, oggi, passa una distanza che rischiamo di non vedere più.

Forse è proprio questa la ragione per cui un fenomeno come "Per la Verità" ci disturba e ci affascina allo stesso tempo. Non perché Corona sia l'uomo giusto o sbagliato, ma perché ci costringe a guardare in faccia un vuoto che abbiamo lasciato crescere.

La stanchezza verso le promesse tradite, la sfiducia verso i partiti, la voglia di qualcuno che parli fuori dal coro: tutto questo esiste, ed è reale.

Il punto è capire se quella stanchezza troverà prima o poi una forma politica capace di trasformarla in qualcosa di duraturo, o se continuerà a essere solo un rumore di fondo che gli algoritmi amplificano senza mai ascoltare davvero.


mercoledì 16 settembre 2026

Incredibile come si può attaccare "WIKIMAFIA". Un movimento culturale e morale che coinvolge tutti, specialmente le giovani generazioni; sì... le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità!

Leggo con sgomento, e con un misto di amarezza e stupore, la nota diffusa in queste ore da WikiMafia - Libera Enciclopedia sulle Mafie - realtà a cui sono associato e che seguo con convinzione.

Non si tratta di un comunicato qualsiasi, ma della risposta composta e ferma a una serie di attacchi gratuiti e infondati che hanno colpito il lavoro di tante ragazze e ragazzi che, da oltre un decennio, provano a tenere alta la guardia sul fenomeno mafioso.

Tra gli attacchi più eclatanti, viene citato un commento del consigliere comunale di Milano, che ha definito WikiMafia "un delirio di repressi".

A questo si aggiunge l'accusa di una deputata di centrodestra, secondo cui l'associazione non si occuperebbe veramente di mafia.

Comprenderete come queste sono parole che pesano, soprattutto perché arrivano da chi dovrebbe conoscere il valore della divulgazione rigorosa e del lavoro sul campo.

WikiMafia, però, non è nata ieri...

Dal 2012 porta avanti la propria missione fondativa: diffondere conoscenza e consapevolezza sul fenomeno mafioso, farlo in maniera rigorosa, attenendosi ai fatti, contribuendo alla crescita civile del Paese. E lo fa anche attraverso un uso estensivo dei social media, che nel tempo l'ha resa una delle prime realtà divulgative antimafia in Italia.

Il successo di questo lavoro non è casuale. Basti pensare che, sul solo profilo Instagram, WikiMafia raggiunge complessivamente ben 16 milioni di visualizzazioni mensili. Un risultato che nasce anzitutto da una verifica meticolosa delle fonti, mutuata dall'ambito universitario, dove la maggior parte di loro ha appreso dal professor Nando dalla Chiesa la capacità di coniugare il rigore scientifico accademico all'antimafia sociale, fatta di iniziative concrete e non di facciata.

D'altronde, la bontà di questo lavoro è stata riconosciuta anche in Tribunale.

In più di un processo di mafia, l'ultimo dei quali è il processo Hydra, WikiMafia è stata ammessa parte civile proprio in virtù dei quasi 200 eventi organizzati in quasi 14 anni di attività.

A questi si aggiungono 31 campagne, decine di percorsi di educazione alla legalità, tornei sportivi e una quotidiana attività di informazione sui social. Il tutto portato avanti come volontari, nel tempo libero, senza percepire alcuno stipendio. A differenza, va detto, di chi ha scatenato questa indegna macchina del fango contro di loro e di noi tutti associati.

Il comunicato di Wikimafia, in grandi linee, riporta quanto segue:

Attacchi, in realtà, ne abbiamo sempre ricevuti. Da chi non gradiva il nostro lavoro, da chi si sentiva chiamato in causa. Ma questi si sono intensificati circa un mese dopo l'esito del referendum, nel quale ci siamo attivamente schierati per il NO. E sono partiti dalla pagina - Siete dei Poveri Comunisti - ( che strano... il sottoscritto - quando ancora votava per qualcuno degno del mio voto - non ha mai dato la propria preferenza ai partiti di sinistra... ) che un'inchiesta ha svelato essere gestita dal responsabile della comunicazione di un partito di centrodestra.

L'accusa infamante e falsa è di essere una succursale dei partiti di centrosinistra, per i quali useremmo l'antimafia per fare propaganda partitica. Tuttavia, la nostra equidistanza dai partiti politici è ben testimoniata anche dai nostri approfondimenti sui programmi elettorali.

Negli ultimi quattro anni non abbiamo risparmiato nessuno, e questo ci ha attirato anche antipatie in una parte del centrosinistra. Basti pensare che, in occasione delle elezioni regionali in Puglia dello scorso anno, avevamo giudicato migliore sul fronte antimafia il programma del candidato di centrodestra, biasimando l'attuale Presidente per non aver dedicato nemmeno una riga di programma al tema. Per non parlare poi delle critiche alla Giunta di Milano sul fronte dell'urbanistica, dove abbiamo parlato apertamente, e ben prima delle inchieste giudiziarie, di "questione morale".

Considerata la quantità di insulti gratuiti e palesi falsità scritte sul nostro conto, tra le quali anche l'accusa di essere dei mafiosi dell'antimafia, abbiamo dato mandato al nostro legale, l'avvocato Marco Griguolo, di procedere in sede penale e civile nei confronti degli autori dei commenti più infamanti, per tutelare l'onorabilità della nostra realtà.

Per quanto riguarda invece la chiara regia di partito dietro l'attivazione di questa macchina del fango, vogliamo rassicurare Lor Signori che così come non ci facciamo intimidire nelle aule di Tribunale da mafiosi di alto rango, che peraltro sono debitori nei nostri confronti, in via provvisoria, di oltre 100mila euro (che non vedremo mai, perché si dichiarano nullatenenti), allo stesso modo non smetteremo di fare quello che facciamo e come lo facciamo per un paio di post sui social.

Anzi, continueremo a denunciare tutto quello che non va, a partire dalle iniziative governative dannose per la lotta alla mafia e alla corruzione...

Lo faremo tra l'altro proprio in virtù di quello che diceva Paolo Borsellino, per il quale la lotta alla mafia doveva essere anzitutto "un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità".

Perché attaccare WikiMafia non è attaccare una sigla, un profilo, una pagina. È attaccare un movimento culturale e morale che coinvolge tutti. E c'è qualcosa di profondamente inquietante in chi prova a screditare un lavoro fatto di volontariato, di studio, di rigore, di presenza nelle aule di Tribunale e nelle piazze.

Sì... perché il messaggio che passa è sempre lo stesso: chi si sporca le mani per la verità diventa un bersaglio. E allora la domanda non è più solo "come si può attaccare WikiMafia?", ma "a chi giova tutto questo?".

Perché la complicità non è solo quella di chi commette un reato, ma soprattutto quella di chi tace, di chi minimizza, di chi lascia che il fango arrivi addosso a chi, ogni giorno, prova a tenere accesa una luce e quella luce, per fortuna, non si spegne con un post, perché altri mille e mille ancora, verranno scritti per far emergere l'unica verità, quella che in tanti vorrebbero tener celata.

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