Stamani ho deciso di scrivere nuovamente sulla politica italiana, provando ad anticipare ciò che a breve potrebbe accadere alle prossime elezioni...
Ed allora provo a mettere un po' d'ordine, perché credo che prima di parlare di soluzioni sia necessario fissare le premesse.
Già... perché i presupposti, per come li vedo io, sono profondamente asimmetrici: il centrodestra ha un problema di gestione del consenso, viceversa il centrosinistra ha un problema di esistenza come soggetto unitario.
Due questioni profondamente diverse, e proprio per questo vanno affrontate separatamente.
Partiamo dal centrodestra. È evidente a tutti che l'attuale governo - ma quanto sto per dire vale per tutti i governi che si sono succeduti negli anni - stia fisiologicamente perdendo consensi. Difatti, molti cittadini che hanno votato per la Meloni e i suoi alleati, in questi mesi, si sono pentiti e hanno maturato l'intenzione di abbandonare quella loro preferenza. Ma fin qui nulla di strano: come dicevo, accade sempre, soprattutto a chi governa.
Ed è qui che scatta il meccanismo che ho provato a descrivere nei mesi scorsi. Quei cosiddetti delusi, insieme ai numerosi scontenti della politica o a chi abitualmente preferisce non andare a votare, non desiderano in cuor loro, sostenere il centrosinistra.
Difatti anche coloro che, da sempre, evidenziano una mancata identità politica, si dimostrano oggi, ancor più di prima, in confusione, perché non vedono una valida alternativa: a differenza ad esempio di quanto accaduto nel 2018, quando un movimento fu capace di far confluire il voto di quegli scontenti ottenendo ben il 32% dei voti degli italiani, semplicemente puntando sul cambiamento e sul distacco da quella politica corrotta, da quel sistema clientelare che per anni aveva governato il paese, e soprattutto attraverso un programma preciso e delineato e quel suo portavoce - Beppe Grillo.
Oggi viceversa, non avendo quegli stessi connazionali una valida alternativa, cercano, a mio avviso, un nuovo referente: ed ecco... il generale Vannacci. E difatti, l'attuale premier, Giorgia Meloni, sapendo che una grossa fetta di consensi del centrodestra, stimata intorno al 5-7%, sarebbe andata dispersa, ha fatto sì... che Vannacci creasse un nuovo partito, affinché il voto di quegli insoddisfatti - dalle attuali politiche del centrodestra - trovassero finalmente un approdo.
E così, attraverso la propaganda e una serie di dichiarazioni contrarie alla politica - di cui il generale faceva parte fino a poco tempo fa - riprende il voto di quegli scontenti e i sondaggi sembrano dargli ragione. Alla fine, vedrete, sarà proprio grazie a quei suoi voti che il centrodestra potrebbe nuovamente vincere le elezioni.
Certo, va detto, quei consensi non torneranno a casa automaticamente, e no, Vannacci questo lo sa bene, quindi un distinguo o per meglio dire, una qualche forma di autonomia dall'attuale coalizione dovrà pur darla, per non rimangiarsi con i propri sostenitori quanto fino ad oggi dichiarato. Pur sapendo, però, che comunque quelle sue preferenze - se vorrà alla fine governare - dovranno finire all'interno della coalizione di centrodestra.
Vorrei tra l'altro aggiungere che il sostegno a Vannacci risulta oggi alquanto fluttuante: secondo gli esperti si aggira intorno al 6-7%, e come abbiamo visto la sua ascesa ha persino costretto Giorgia Meloni a tornare su posizioni più estreme, il tutto per consolidare la propria base.
Ma la sostanza non cambia: il centrodestra sta costruendo un canale di sfogo interno per trattenere l'elettorato deluso, e questo canale, per ora, sembra funzionare.
Passiamo ora dall'altra parte, parliamo del centrosinistra. Qui il problema non è trattenere i voti, ma esistere come alternativa credibile. Il campo largo che dovrebbe unire tutte le forze di opposizione, dai moderati alla sinistra radicale, è oggi bloccato su nodi che conosciamo fin troppo bene e che sono difficili da sciogliere.
Il primo è la leadership. Abbiamo leader che si candidano a Palazzo Chigi senza primarie, e altri che insistono su un percorso condiviso e sulle primarie. La verità è che ognuno teme che un leader di un altro partito faccia perdere elettori al proprio: un timore che paralizza tutti, o quantomeno i due leader degli schieramenti più numerosi, Pd e M5S.
Il secondo, certamente ancor più importante, è il programma. Perché non basta opporsi alla Meloni: bisogna dire come si vuole governare, cosa fare, quali programmi mettere subito sul tavolo. Mi riferisco a questioni chiave che vanno dalla politica estera agli aiuti all'Ucraina, ma anche ai rapporti disallineati con gli Usa e con la Russia, al Medio Oriente, al blocco del petrolio e agli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb. C'è poi da mettere mano alla giustizia, all'occupazione, all'economia, alla sanità e all'immigrazione: distanze, tra i vari partiti di centrosinistra, non facilmente sormontabili.
Il terzo è il nome e l'organizzazione che dovrebbe avere questa coalizione. Decidere il nome da dare alla coalizione, ma soprattutto il nome del portavoce e della leadership unitaria.
Certo, a complicare tutto c'è ora un fattore esterno: la nuova legge elettorale, che obbliga a indicare il candidato premier prima del voto e prevede un forte premio di maggioranza per chi supera il 42%. Per molti analisti questa è una mossa pericolosa, perché costringe il campo largo a risolvere il conflitto sulla leadership in anticipo, con il rischio di una scissione interna.
Però, se si guarda indietro, la storia insegna che quando la sinistra è riuscita a fare davvero un passo indietro collettivo, ha vinto. Nel 1996 con l'Ulivo e nel 2006 con L'Unione, con premier in entrambe le occasioni Romano Prodi. Quindi, con un simbolo unico, un leader riconosciuto e un programma condiviso, la combinazione funzionò allora e potrebbe funzionare oggi.
Certo, oggi quella combinazione manca, ed è proprio da qui che parte la mia proposta, che vi descriverò domani, nella seconda parte.

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