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sabato 31 ottobre 2026

Gesù nel 2026 – Capitolo VII°: il messaggio d'amore, miracoli, l'uomo che mai pensò di essere Dio. Parte seconda: amare il nemico, dubitare come Tommaso – la fede che cerca

E allora parliamo di questo messaggio d'amore, perché è qui che si gioca davvero la partita.

Nei vangeli, quelli canonici ma anche in quelli apocrifi, quell'uomo non fonda una religione di potere, non istituisce gerarchie, non si presenta come un dio sceso in terra a chiedere adorazione. 

No, lui parla di un amore che non conosce confini.

“Amerai il prossimo tuo come te stesso”, certo, ma poi aggiunge qualcosa che cambia tutto: “Amate i vostri nemici, pregate per quelli che vi perseguitano”. Non è un precetto per gente tranquilla, è una bomba. Perché il prossimo non è più solo quello che ti sta vicino, il connazionale, l'amico, quello che ti è simpatico. Il prossimo diventa chiunque, anche lo straniero, anche il nemico, anche quello che ti ha fatto del male.

Il "prossimo" non è un oggetto da attendere sulla tua strada, sei tu che devi farti prossimo di qualcuno.

E qui i vangeli apocrifi aggiungono un tassello interessante. Nel Vangelo di Tommaso, per esempio, si parla di un amore tra fratelli: “ama il tuo fratello come la tua anima, veglia su di lui come sulla pupilla dei tuoi occhi”. È un amore concreto, fatto di cura, di attenzione, di presenza. Non è teologia astratta, è vita quotidiana.

Poi ci sono i miracoli. E qui dobbiamo essere chiari, perché è il punto su cui molti si fermano e si perdono. I vangeli non usano nemmeno la parola “miracolo”, che significa qualcosa che provoca stupore. I sinottici parlano di “opere di potenza”, Giovanni parla di “segni”. E i segni a cosa servono? A indicare qualcosa d'altro, a condurre a una realtà più profonda. Non sono fini a se stessi, non sono spettacolo.

Gesù stesso lo dice chiaramente: guai a quelle città dove sono avvenuti i prodigi, se non si convertono. Il miracolo non serve a farti credere, serve a farti capire che il Regno di Dio è vicino, che c'è un amore più grande che ti circonda. Chi si ferma al prodigio, chi cerca solo il fantastico, il sovrannaturale, il mistico, è come uno che guarda il dito invece della luna. E ce ne sono tanti, ancora oggi, di questi babbei.

Ed allora rileggiamo quanto dice Tommaso. Già, perché Tommaso è così importante? Perché è uno di noi. Non è il cattivo della situazione, non è il traditore. È quello che ha il coraggio di dubitare, che non si accontenta delle parole degli altri, che vuole vedere, toccare, capire.

Dopo la crocifissione, dopo la delusione più grande della sua vita, come si fa a credere che tutto sia ancora possibile? Il dubbio gli entra dentro e non lo lascia in pace.

Quando gli altri discepoli gli dicono “abbiamo visto il Signore”, lui risponde con una frase che è diventata proverbiale: se non vedo i segni dei chiodi, se non metto il dito nel suo fianco, non crederò. Non è testardaggine, è una ferita. È la richiesta di un segno che sia reale, tangibile, che non sia solo una bella storia da raccontare.

E Gesù, otto giorni dopo, torna. Non lo sgrida, non lo umilia. Gli mostra le mani, il fianco. “Metti qui il tuo dito, non essere incredulo, ma credente”. E Tommaso, di fronte a quella presenza che non è un fantasma, che porta ancora i segni della sofferenza, fa la più bella professione di fede che si possa immaginare: “Mio Signore e mio Dio”.

Ma attenzione, il punto non è che Tommaso tocca e allora crede. Il punto è che Gesù accoglie il suo dubbio, lo prende sul serio, lo porta dentro la comunità. Tommaso era uscito, si era allontanato, e proprio per questo aveva perso l'incontro. Quando torna, quando si riunisce agli altri, allora può vedere. La fede non è una prova scientifica, non è un esperimento di laboratorio. È un atto di fiducia, un rischio, un affidarsi a una testimonianza.

E qui sta la sostanza, ancora una volta. Non sono i miracoli che salvano, non è il toccare che convince. È l'amore che si fa presenza, che si fa comunità, che si fa cura dell'altro. Quell'uomo non pensò mai di essere Dio. Non ne aveva bisogno. Gli bastava amare, e insegnare ad amare.

Come dicevo nel precedente post di apertura di questo settimo capitolo, il resto, i prodigi, le vesti, i troni, le gerarchie, è contorno, scenografia. A volte utile a chi ha bisogno di stupirsi, ma spesso capace di offuscare ciò che davvero conta.

E qui, consentimi un'ultima considerazione, forse la più scomoda. Quanto raccontato nei vangeli, quanto riportato su Matteo, ma anche su tutto il resto, rappresenta sempre qualcosa di romanzato. Scritto, cioè, da chi faceva parte di quel contesto, di quella famiglia ristretta, da quella che potremmo definire oggi una “setta”. E quindi manca di una contrapposizione, di qualcosa di storico, di inconfutabile.

Non è stato scritto da individui che di professione facevano gli storici e si trovavano lì ed hanno quindi raccontato quanto visto con i loro occhi. No... su questo argomento sono in molti a dubitare dei suoi prodigi, tanto che non ne hanno parlato nei loro scritti. Mi riferisco a scrittori importanti dell'epoca, sì, dello stesso periodo in cui visse Yeshua. E non è una questione di poco conto.

Tommaso ha dubitato, e non è un male. Il dubbio, se non ti chiude in te stesso, se ti riporta nella comunità, se ti spinge a cercare ancora, può diventare la porta d'ingresso di una fede più matura, più consapevole, più vera. Perché la fede di chi ha dubitato e ha cercato vale più di quella di chi ha accettato tutto senza porsi domande.

E nella terza parte di questo settimo capitolo, continuerò, pagina dopo pagina, a farvi scoprire cosa probabilmente, o forse realmente, è accaduto.

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