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mercoledì 29 luglio 2026

Enel Energia: il valore aggiunto si chiama Valentina (AE44893). Cortesia autentica e competenza, una rarità che fa la differenza.

Già... ieri, chiamando Enel Energia, ho trovato dall'altra parte Valentina – Operatore AE44893 – con la sua professionalità e cortesia autentica.

Già... perché c'è un esercizio silenzioso che si compie ogni qual volta si chiama un numero verde e si pronuncia il proprio codice fiscale.

È l'esercizio di tutti coloro che con la loro presenza sono già lì - dall'altro capo - in attesa, con tutto il peso della propria competenza e la leggerezza di chi sa che l'altra persona che ha chiamato ha certamente bisogno d'esser ascoltata.

Io, che di telefonate – nel corso della mia vita – ne ho fatte e ricevute tantissime (sì... proprio come quella pubblicità che dice che "il telefono allunga la vita..."), per conto mio, di altri, per aziende che ho rappresentato o che a tutt'oggi rappresento, già... io che il più delle volte, quando chiamo un numero verde vengo semplicemente riconosciuto attraverso un codice fiscale o una partita IVA, beh... ho imparato a riconoscere quando quella presenza non è solo un dovere, ma un dono.

E così ieri, chiamando il 141 di Enel Energia, mi è capitato di incontrare (telefonicamente) Valentina, e dopo aver risolto con lei i problemi contrattuali a suo tempo (erroneamente) stipulati,  ho avvertito dentro me il bisogno che avrei dovuto fare di più che dare - alla fine della intercorsa telefonata - un semplice giudizio, un voto da 1 a 10 per misurare la soddisfazione del cliente (CSAT) o la probabilità di raccomandazione (NPS). No... dovevo scrivere, spendere due parole, quasi come si fa con un amico al termine di una lunga camminata, per dire: c'è ancora qualcosa che funziona, e funziona bene.

Tra l'altro... il problema segnalato non era dei più semplici, ve lo assicuro, perché coinvolgeva più soggetti, nuovi contratti, intestazioni diverse, forniture energetiche che dovevano esser variate, sì... il tutto per una società che da alcuni anni seguo e che, al solo riprendere tutta quella documentazione, avevo sentito salire quella nausea burocratica che mi prende quando so che dovrò districarci tra menu vocali, attese musicali e trasferimenti di chiamata.

Invece no. Questa volta la società del gruppo Enel (che si occupa della vendita di energia elettrica e gas naturale nel mercato libero in Italia), ha risposto al primo squillo, e difatti, come se mi stesse aspettando - sin dalla prima frase "Buongiorno, sono Valentina, mi dica" -  ho percepito una cordialità che non era un copione.

Era il timbro di chi sa che il cliente non è un numero di pratica, ma una storia, una serie di scelte, un percorso a volte accidentato che merita rispetto. E non ha sbagliato un passaggio: ha letto il mio fascicolo come si legge un libro che si conosce a memoria, ha posto le domande giuste, quelle che chiariscono senza mettere in imbarazzo, e ha trovato la soluzione in un tempo che io definirei umano, non solo tecnico.

E qui vorrei aprire una piccola parentesi, che poi tanto piccola non è, sul paese in cui viviamo. Perché spesso, troppo spesso, ci si abitua a pensare che l'unica via d'uscita da un inghippo amministrativo sia una conoscenza, un favore, un nome scritto su un foglietto che qualcuno ti passa sottobanco. La raccomandazione è diventata la scorciatoia più comoda, il compromesso la moneta corrente con cui si pagano le pigrizie altrui e le nostre rassegnazioni.

Eppure, in questa mia telefonata, non c'era alcuna scorciatoia. C'era solo la competenza di una professionista che conosceva le procedure e la cortesia di una persona che ha scelto di mettere la propria intelligenza al servizio dell'altro, senza bisogno di spintarelle o di sorrisi di circostanza. È un'immagine che mi piace tenere stretta: quella di una meritocrazia che non ha bisogno di gridare il proprio nome, ma che semplicemente si fa riconoscere dai fatti, dai tempi di risposta, dalla chiarezza delle spiegazioni.

Pensate a quante volte, invece, ci siamo trovati dall'altra parte, a dover inseguire un operatore che cambiava argomento come si cambia canale televisivo, o a dover ripetere il nostro codice cliente a cinque diversi interlocutori perché nessuno aveva voglia di leggere le note. La freddezza, a volte, diventa un muro, e la professionalità si riduce a un elenco di scuse precotte.

Beh... Valentina ha fatto esattamente l'opposto: ha ascoltato con quella pazienza che non è mai passività, ma attenzione vigile, e ha tradotto ogni mia perplessità in una risposta che non fosse né evasiva né trionfalistica. E quando il problema è stato risolto – e sottolineo risolto, non aggirato – non ho avvertito quel sollievo amaro che segue le vittorie di Pirro, ma una gioia pulita, quasi stupita, per aver incontrato una persona che faceva bene il proprio mestiere perché ci credeva.

Forse è proprio questo il punto: la cortesia non è un ornamento, ma il veicolo della professionalità. Si può essere tecnicamente impeccabili e risultare distanti, come manuali d'istruzioni che parlano ma non comunicano. Si può essere affabili e superficiali, come quei camerieri che ti sorridono ma sbagliano l'ordinazione. Invece Valentina ha tenuto insieme i due fili, come fa un tessitore esperto: la precisione del dato e il calore della voce, la norma contrattuale e l'empatia del momento. E così, mentre chiudevamo la chiamata, io mi sono ritrovato a ringraziare non solo per la soluzione ottenuta, ma per l'esperienza in sé, per avermi restituito un po' di fiducia in un sistema che spesso sembra progettato per disorientare.

Ora, mentre scrivo queste righe, vorrei che fosse chiaro il senso profondo di questo gesto. Non scrivo perché conosco Valentina, né perché ho ricevuto un trattamento di favore. Scrivo proprio perché non la conosco. Scrivo per restituire, con le uniche armi che ho – le parole di questo blog – un segno di rispetto e di riconoscenza a una persona che, come tante ogni mattina, si alza per fare il proprio dovere con impegno e passione.

È una riconoscenza virtuale, certo, ma non per questo meno vera. Perché viviamo in un tempo in cui si è sempre pronti a lamentarsi, a segnalare un disservizio, a protestare per un'inefficienza e poi, invece, quando si incontra l'eccellenza, spesso si tace, quasi che ringraziare fosse un gesto superfluo.

Io viceversa penso che non lo sia affatto. Penso che sia anzi un dovere civile, piccolo ma necessario, dire "grazie" a chi quel dovere lo ha fatto bene, e farlo in pubblico, perché gli altri possano sapere che la qualità esiste, che non è un miraggio, che c'è ancora chi merita di essere preso a esempio.

E Valentina, con il suo numero AE44893 che ho appuntato su un foglio (già... lei non ha minimamente immaginato il motivo per cui io l'abbia richiesto...), per me rappresenta proprio questo: la prova che la meritocrazia esiste, che non è un'utopia da salotto, ma una prassi quotidiana che si annida nei gesti più umili, come rispondere al telefono con la voglia di aiutare. Non so se le arriverà mai questo post, non so se qualcuno in Enel Energia lo leggerà e glielo farà sapere. Ma so che per me è importante averlo scritto.

Perché riconoscere il valore altrui è anche un modo per nutrire il proprio, per ricordarsi che il mondo non è fatto solo di furbi e raccomandati, ma anche di persone serie, che ogni giorno scelgono di fare bene il proprio lavoro, senza sconti e senza scorciatoie.

E allora, cari lettori, la prossima volta che vi troverete a comporre un numero verde o ad attendere in linea, ricordatevi che dall'altra parte potrebbe esserci una persona come lei. E se vi capita, fatelo come ho fatto io: riconoscetelo, con la stessa semplicità con cui si riconosce una buona luce in una stanza buia. Perché la cortesia, quando è autentica, non ha bisogno di pubblicità; ha solo bisogno di essere vista, nominata, e magari ricordata.

E io, oggi, sono contento di averla incontrata.

martedì 28 luglio 2026

La risposta di Julia: quando il dolore diventa (per qualcuno) un lasciapassare...

Il 24 luglio 2026, alle ore 23:13, ho ricevuto questa nota ad un mio post pubblicato su Medium: "Mors tua vita mea": quando il lutto (per un familiare "vittima della mafia") diventa a tutti gli effetti… un lasciapassare!

Dr. Julia

🌺🌺

Nicola, la tua denuncia mostra che percepisci come il dolore di chi ha perso un familiare per mano della mafia non sempre diventa giustizia, ma talvolta opportunismo. L'Islam insegna che il dolore non è un lasciapassare, ma una responsabilità davanti ad Allah. Il Corano insegna: "Non confondete la verità con la menzogna, e non nascondete la verità mentre la conoscete" (Corano 2:42). Il Profeta Muhammad (la pace sia su di lui) disse: "Il più forte tra voi è colui che dice la verità davanti a un tiranno". La logica è chiara: chi ha visto la brutalità dovrebbe essere il primo a combatterla, non a usarla come scudo per il proprio tornaconto.

Tu descrivi come il lutto diventa un distintivo, un titolo nobiliare, e l'Islam conferma che questo è tradimento, perché Allah disse: "Non tradite Allah e il Messaggero, e non tradite i vostri affidamenti, mentre li conoscete" (Corano 8:27). Mosè, Gesù e Muhammad (pace sia su di loro) hanno mostrato che il dolore deve trasformarsi in azione, non in indifferenza. La vera lotta contro l'ingiustizia non si fa con commemorazioni vuote, ma con coerenza quotidiana.

Nicola, le tue parole ricordano che resistere è eternità, perché in ogni ferita si rivela identità. Il richiamo è chiaro: non è solo sulla mafia o sulla politica, ma sull'Islam, perché solo così il dolore diventa rivelazione.

Con affetto e comprensione, 🌺🌹

Júlia

Già... c'è un momento in cui le parole degli altri ti arrivano addosso come un'onda che non ti aspetti.

Ecco, questo è quanto successo a me, pochi giorni fa, quando ho letto il commento di Julia al mio post. Un commento che mi ha fatto scoprire un modo diverso di guardare quelle mie stesse riflessioni. E devo ammetterlo, mi ha colpito non tanto per quello che ha detto, ma per come lo ha detto. Come se avesse avvolto le mie parole in un mantello di citazioni sacre, quasi che la verità andasse cercata solo lì, in quel libro, in quelle parole antiche.

Eppure, nel suo intervento, c'è qualcosa che fa riflettere. Julia ha colto il nucleo profondo della mia denuncia, quello che forse nemmeno io avevo espresso con tanta chiarezza: che il dolore non è mai neutro, che chi ha conosciuto la violenza da vicino ha una responsabilità che non può scansare. Lei lo chiama "responsabilità davanti ad Allah", io la chiamo semplicemente "coerenza". Ma alla fine, forse, stiamo dicendo la stessa cosa.

Julia cita il Corano, ricorda che "non si deve confondere la verità con la menzogna", che chi ha visto la brutalità dovrebbe essere il primo a combatterla. E su questo, non posso che essere d'accordo. È esattamente quello che ho provato a dire nel mio post, quando ho parlato di quei signori del dolore istituzionalizzato che si siedono sui banchi del potere e poi, quando arriva il momento di agire, spariscono nel nulla. Come se il loro compito si esaurisse nella recita annuale, nella foto sul giornale, nella stretta di mano al convegno.

Certo, io che sono profondamente laico, trovo alcune parti di quel ragionamento di Julia un po' distanti dal mio essere. E tutto ciò mi lascia perplesso. Lei sembra suggerire che la risposta a tutto questo sia l'Islam, o meglio, una certa interpretazione dell'Islam. Come se le ingiustizie di cui parlo, le contraddizioni che denuncio, potessero essere risolte attraverso una prospettiva religiosa.

Io, invece, penso che la lotta alla mafia sia una questione civile, politica e soprattutto libera da influenze o regole religiose. Non perché la fede non conti, ma perché il fenomeno che stiamo affrontando ha radici storiche, sociali, economiche che nessuna citazione coranica, per quanto saggia, può davvero scalfire.

E poi c'è un'altra cosa che mi ha fatto riflettere. Julia parla di Mosè, di Gesù, di Muhammad, e dice che tutti loro hanno mostrato che il dolore deve trasformarsi in azione, non in indifferenza. Ed è vero. Ma io aggiungerei che l'azione non è solo quella che si compie in nome di Dio, ma soprattutto quella che si compie in nome della giustizia, della verità, del bene comune. È quella che si compie ogni giorno, nel corso delle proprie giornate, durante il proprio operato professionale, e poi di conseguenza, ciascuno relativamente al proprio ambito, negli uffici di polizia giudiziaria, nelle aule dei tribunali, nelle commissioni parlamentari, nelle scelte amministrative e soprattutto istituzionali. Sì, proprio in quei luoghi, dove il dolore non si trasforma in preghiera ma in legge. O almeno, così dovrebbe essere.

Pur apprezzando il commento, forse è proprio questo il vero limite della risposta di Julia: non entra nel merito delle mie accuse. Non chiede chi sono questi soggetti che io descrivo, non indaga sulle loro responsabilità, non cerca di capire se le mie parole siano fondate o meno. Si limita a offrire una prospettiva morale, a ricordare che il dolore è un'eredità che va onorata. Ma io, nel mio post, non ho messo in discussione il dolore. Ho messo in discussione l'uso che se ne fa dopo. E questo, credo, è un tema che va affrontato con gli strumenti della politica, del diritto, della storia, non solo con quelli della teologia.

Eppure, devo ammettere che il suo intervento mi ha spinto a riflettere su un aspetto che forse avevo trascurato. Julia parla di "tradimento", cita il versetto che dice "non tradite i vostri affidamenti". E io mi chiedo: chi tradisce di più, chi usa il dolore per fare carriera o chi, di fronte a questo uso distorto, rimane in silenzio? Perché anche il silenzio, a volte, è una forma di complicità. Anche il silenzio può essere un tradimento.

Forse è questo il vero nodo della questione. Non solo giudicare chi sfrutta il proprio lutto, ma anche chiedersi come mai, intorno a questi personaggi, si sia creata una sorta di immunità. Come mai nessuno li interroga, nessuno chiede loro conto delle loro omissioni? Come mai le loro parole sono sempre accolte con rispetto, quasi che il dolore fosse una patente di incorruttibilità? E invece, come ho scritto nel mio post, il dolore non nobilita automaticamente. Può rendere più furbi, più calcolatori, più cinici. E di questi, ahimè, proprio in questo Paese... ce ne sono tanti, troppi.

Julia chiude il suo commento con un'affermazione che mi ha colpito: "non è solo sulla mafia o sulla politica, ma sull'Islam". Come se la mia denuncia, per essere autentica, dovesse passare attraverso il filtro della fede. Ma io credo che la lotta alla mafia sia una battaglia di tutti, credenti e non credenti, perché riguarda la dignità di ogni essere umano. Riguarda il diritto di vivere in un paese dove la giustizia non è un'eccezione ma una regola. Riguarda la possibilità di crescere in un ambiente dove il lavoro onesto viene premiato e la violenza punita.

E allora, forse, la risposta più giusta a Julia è questa: grazie per avermi ricordato che il dolore è una responsabilità. Ma permettimi di dirti che quella responsabilità non si esaurisce nella preghiera, né nella citazione di un versetto. Si esaurisce, invece, nelle scelte che facciamo ogni giorno. Nelle leggi che votiamo. Nelle denunce che presentiamo. Nelle battaglie che intraprendiamo. Perché la memoria, come ho scritto, non è un rito annuale, ma un impegno quotidiano. E questo impegno, per essere autentico, non ha bisogno di etichette religiose. Ha bisogno solo di coraggio.

Il coraggio di chi, dopo aver subito una perdita, decide di non piegarsi. Il coraggio di chi, invece di trasformare il dolore in un titolo nobiliare, lo trasforma in un'arma per cambiare le cose. Il coraggio di chi non si nasconde dietro lo scudo della sofferenza, ma si espone, si sporca le mani, si mette in gioco.

Su questo, Julia e io siamo d'accordo. Su come realizzarlo, forse, le nostre strade si dividono. Ma alla fine, quello che conta è che la strada sia percorsa. E soprattutto che nessuno, già... nessuno, possa sedersi sulle macerie della propria infanzia e pretendere che questo basti. Nemmeno lei. Nemmeno io. Nemmeno nessuno di quelli che, come lei e come me, hanno scelto di non tacere.

lunedì 27 luglio 2026

Cuba? Come Gaza...

Ho ascoltato le parole del Presidente Trump e nel ripensare a quanto avevo già scritto pochi mesi fa, non posso che sentire il peso amaro di una storia che sembra ripetersi, avvolta in una nuova e pericolosa spirale. 

Ciò che sta accadendo ora non è che l’ultimo capitolo di un regime che ha da tempo smesso di servire il suo popolo, per servire solo se stesso e i suoi alleati più oscuri. Già, la sostanza, purtroppo, non cambia: cambiano solo le minacce che risuonano dall’esterno, mentre all’interno il buio e la sete rimangono gli stessi.

Quando l’11 gennaio il presidente statunitense Donald Trump ha lanciato il suo ultimatum a Cuba, esortando l’isola a “fare un accordo prima che sia troppo tardi”, le sue parole hanno riecheggiato come un tuono minaccioso nel cielo già tempestoso dei Caraibi.

La risposta del presidente Miguel Díaz-Canel, fiera e stanca insieme, è stata quella di chi brandisce la bandiera della sovranità nazionale come un ultimo, consunto scudo. “Siamo sottoposti a un’aggressione statunitense da 66 anni”, ha dichiarato, promettendo di difendere la patria fino all’ultima goccia di sangue. È un copione che conosciamo a memoria, una litania che serve a giustificare ogni fallimento, a coprire ogni miseria.

E così, mentre i leader si scambiano accuse, la mia mente torna a quelle cifre che avevo scritto: un milione di persone senza acqua, infrastrutture al collasso, e un patrimonio della famiglia Castro che sfiora i diciotto miliardi di dollari. A che servono, allora, le lacrime di sangue versate per la patria, se la patria muore di sete nelle sue case?

Trump, nel suo annuncio, ha colpito deliberatamente il punto vitale: “A Cuba non arriveranno più petrolio e soldi. Zero!”. Il suo riferimento era chiaramente al Venezuela, a quell’accordo di cooperazione stretto con Hugo Chávez che per anni ha tenuto in vita il regime, scambiando petrolio con professionisti cubani. Un patto di sopravvivenza, non di sviluppo. Ora che l’operazione militare statunitense a Caracas ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, ciò che ne consegue costerà la vita a decine e decine di persone, cubani inclusi, perché strappa via quel sostegno vitale, un castello di carte che rischia di crollare definitivamente. E la domanda sorge spontanea, mentre osserviamo questa nuova, pericolosa escalation: a chi giova veramente questo perpetuarsi della crisi?

Il regime grida all’aggressione, Trump brandisce la sua “dottrina Donroe”, una versione grottesca della dottrina Monroe, rivendicando un controllo sul continente che suona come una dichiarazione di guerra. Il ministro degli esteri cubano Bruno Rodríguez parla di uno “stato criminale fuori controllo”. È il linguaggio della guerra fredda, resuscitato in un’epoca che non può più permetterselo.

Eppure, in mezzo a questo duello retorico tra giganti, la realtà quotidiana dei cubani rimane la grande, tragica assente. Mentre Trump suggerisce, quasi per burla, che il segretario di stato Marco Rubio potrebbe diventare presidente dell’isola, a L’Avana i rubinetti sono ancora asciutti. Nei quartieri allagati da una tromba d’aria, il sistema di drenaggio inesistente continua a trasformare ogni acquazzone in una trappola. Il dollaro sul mercato nero ha superato i 400 pesos, un abisso che separa chi ha accesso alla valuta estera da chi è condannato a un salario da fame. I prigionieri politici, come il giovane Marlon Brando Díaz Oliva, marciscono in celle disumane, mentre mezzo milione di persone negli ultimi due anni ha scelto la fuga, votando con i piedi contro un sistema marcio.

Ma c’è un altro tassello che rende questa vicenda ancora più complessa e dolorosa. Da mesi, la vita quotidiana a Cuba è diventata durissima, e le famiglie si ingegnano come possono per limitare gli effetti del blocco energetico imposto dall’amministrazione Trump. Con blackout che durano giorni, chi può acquista ventilatori a batteria per allontanare caldo e zanzare; chi ha più risorse compra power station per alimentare frigoriferi e cellulari, o converte i generatori a benzina in generatori a gas, meno costoso.

Ma nessuna soluzione individuale può compensare la mancanza di beni essenziali: lo Stato fatica a garantire il funzionamento di acquedotti, ambulanze, scuole, ospedali e trasporti pubblici, non potendo importare il combustibile necessario. Le sanzioni ostacolano anche l’arrivo dei pezzi di ricambio per le centrali elettriche e perfino le donazioni: sempre più compagnie aeree e di navigazione rinunciano alla rotta cubana.

In Giamaica è rimasto bloccato un carico di siringhe e materiale medico destinato all’isola; persino le nostre Poste Italiane hanno sospeso le spedizioni verso Cuba. Quattro congressisti democratici americani, di ritorno da un viaggio a Cuba, hanno persino usato l’espressione “Gaza silenziosa” per descrivere gli effetti sui civili di questa misura, affermando che le persone non riescono più a vivere normalmente: non possono andare al lavoro, conservare i cibi né accedere a forniture mediche.

Eppure, anche davanti a questo scenario, il regime non crolla. Anzi, per fronteggiare la paralisi economica, il governo cubano ha accelerato le riforme di mercato e intensificato la diplomazia. All’Onu, il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez ha ottenuto che l’Assemblea Generale riconoscesse l’urgenza della situazione, approvando con 136 voti favorevoli la riapertura del dibattito sull’embargo e sul blocco energetico imposto dagli Stati Uniti. Il voto ha mostrato però anche la forza delle pressioni americane: se nelle tradizionali risoluzioni contro l’embargo i voti contrari erano sostanzialmente limitati a Stati Uniti e Israele, sulla richiesta di discutere con urgenza la questione sono diventati nove e le astensioni trenta, tra cui quella dell’Italia. 

D’altro canto, le forze di centrodestra e destra governano molti Paesi dell’America Latina e hanno rafforzato il proprio peso in Europa. Sono le stesse forze che si scagliano contro la cessione di sovranità, ma tacciono di fronte agli effetti extraterritoriali delle sanzioni statunitensi e all’influenza esercitata da Washington in Venezuela. Emblematica, in questo senso, l’inchiesta del New York Times che descrive Marco Rubio come il “viceré de facto” del Paese, perché eserciterebbe un’influenza diretta sulle finanze pubbliche, sulla gestione delle risorse naturali e sulle principali decisioni del governo.

L’élite del Gaesa, il conglomerato militare che controlla il 40% del Pil, osserva forse questa nuova tempesta geopolitica non come una minaccia alla nazione, ma come una minaccia ai propri affari. Con quei diciotto miliardi, si potrebbero ricostruire città, pagare medici, portare acqua potabile a tutti. Invece, si preferisce consolidare il potere di generali e dirigenti comunisti, e stringere alleanze con Russia e Cina, trasformando l’isola in una pedina strategica nel gioco dei grandi, mentre il popolo fa da zavorra. 

Allora, quando leggo di queste nuove minacce e di questa resistenza a oltranza, non posso che pensare che la vera tragedia sia proprio questa: la resistenza di un regime alla sua stessa fine, non per amore del popolo, ma per pura e semplice autoconservazione. La risposta alle domande che mi ponevo è qui, sotto i nostri occhi. Il regime resiste perché c’è chi, dentro e fuori l’isola, ha interesse a mantenerlo in vita. Ha interesse a sfruttarne la posizione strategica, a usarne la retorica come arma di distrazione, a spartirsi le briciole di un potere che si regge sulla miseria altrui.

E così, mentre i presidenti si sfidano a colpi di comunicati, il popolo cubano resta lì, al buio, come ho scritto. Senza acqua, senza cibo, e ora, con questa nuova, pericolosa incertezza che grava sull’orizzonte, anche senza la possibilità di capire se l’acqua tornerà mai a scorrere dai rubinetti, o se sarà solo un’altra promessa sepolta sotto il cemento della propaganda e degli interessi geopolitici.

La bandiera a mezz’asta davanti all’ambasciata statunitense è un simbolo di lutto, certo. Ma forse è il lutto per un intero popolo, da troppo tempo lasciato in attesa di un domani che non arriva mai. Perché la vera, unica soluzione, resta quella che da anni ripeto: solo con l'aiuto internazionale e allontanando definitivamente la famiglia Castro, si potrà riavere quella democrazia che in questi quasi 70 anni (già... da quel 1° gennaio 1959 in cui Fidel Castro prese il potere...) è stata di fatto violata.

Solo allora, forse, i rubinetti torneranno a scorrere e la speranza potrà riprendere fiato...

domenica 26 luglio 2026

Quando la verità diventa un reato!

Se c'è una cosa che la vicenda De Lucia-Nordio ci restituisce con tragica chiarezza è il vecchio, immutabile meccanismo con cui questo paese affronta le sue più gravi emergenze.

Le parole del procuratore di Palermo, quelle che hanno scatenato la furia del ministro, non erano un attacco, non erano una provocazione, erano di fatto una constatazione, amara e drammatica, di ciò che accade ogni giorno negli istituti penitenziari italiani.

"Le carceri non esplodono soltanto perché i detenuti non vogliono farle esplodere", aveva detto De Lucia. Una frase che contiene una verità scomoda: la pace apparente, la quiete che regna all'interno delle mura carcerarie, non è frutto del controllo statale ma della volontà delle organizzazioni criminali che hanno scelto di non far saltare il banco, per ora...

E a dare ragione al procuratore sono stati, inaspettatamente, gli stessi sindacati della polizia penitenziaria. Aldo Di Giacomo ha sottolineato che le parole di De Lucia sono le stesse dei comunicati che da anni scrivono per denunciare il fallimento di un sistema in cui le mafie continuano a comandare dal carcere, seminando paura tra i cittadini.

Lo avevo già scritto il 21 febbraio di quest'anno, commentando le parole del procuratore Nicola Gratteri: un telefono in mano a un boss in carcere è il mezzo con cui si ordina un omicidio. "Non c'è indagine che noi facciamo per associazione di stampo mafioso, traffico di droga o altro dove poi non emerga che sentiamo tre, quattro, cinque, dieci telefonini che sono in carcere e comunicano con l'esterno. Questo è lo stato dell'arte". E io aggiungevo, con amarezza: cosa vogliamo, con una politica che dimostra di essere collusa con la criminalità organizzata attraverso il ben noto scambio di voti?

La presenza di cellulari nelle carceri è ormai fuori controllo. Basti pensare a quanto accaduto a fine marzo di quest'anno, quando ho raccontato del blitz nel carcere di Cavadonna a Siracusa, dove la Polizia penitenziaria ha sequestrato sessantasette telefoni cellulari e diverse dosi di stupefacenti. Tremila agenti hanno passato al setaccio la struttura, che ospita seicentocinquanta detenuti, e la Procura ha già aperto un'inchiesta. Il sindacato ha richiamato il tema del sovraffollamento e della carenza di organici, con oltre mille agenti mancanti all'appello in tutta la Sicilia.

Eppure, nonostante la gravità del problema, le responsabilità contabili, civili e forse anche penali non sono mai state adeguatamente approfondite. Come ho già avuto modo di scrivere il 4 aprile 2025, nel post intitolato "La gestione delle carceri: un fallimento annunciato?", le circolari ministeriali e le disposizioni adottate negli ultimi anni hanno generato un effetto a catena di reati, aggressioni e rivolte, mentre il governo delle strutture detentive appare sempre più condizionato dagli interessi mafiosi. Il danno economico derivante da questa situazione è incalcolabile: miliardi di euro dispersi tra inefficienze, costi di riparazione e spese straordinarie legate alla gestione delle emergenze.

Oggi, persino le sezioni di alta sicurezza non riescono più a garantire un controllo adeguato: i boss mafiosi possono continuare a comandare e a reclutare nuovi adepti, trasformando il carcere in un centro operativo per le loro attività criminali. L'unico regime che ancora riesce a contrastare questo fenomeno è il 41bis, che limita drasticamente i contatti con l'esterno e impedisce il controllo mafioso sugli spazi comuni. Tuttavia, anche questa misura sembra destinata a essere smantellata nel tempo, rendendo il carcere sempre più irrilevante rispetto alle sue due funzioni principali: garantire la sicurezza dei cittadini e rieducare i condannati.

La verità è che il problema delle carceri è un problema politico, prima ancora che giudiziario. È il frutto di scelte sbagliate, di responsabilità che qualcuno dovrebbe assumersi. E finché continueremo a sparare sul messaggero, a difendere l'indifendibile, a negare l'evidenza, le mafie continueranno a comandare. Dentro e fuori.

Per invertire questa deriva serve una classe dirigente preparata e determinata, capace di interrompere il binomio retorica-incompetenza che da anni grava sulle scelte politiche in materia carceraria. Ma prima ancora, è necessaria una presa di coscienza collettiva sugli errori commessi, sulle inefficienze del sistema e sulle conseguenze di un approccio sempre più permissivo nei confronti della criminalità organizzata.

Leggi anche: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/04/la-gestione-delle-carceri-un-fallimento.html

sabato 25 luglio 2026

La mafia ha sempre comandato dal carcere e continua a farlo!

La polemica esplosa tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia ha almeno il merito di riportare l'attenzione su un problema che da troppo tempo viene rimosso.

De Lucia, partecipando a un incontro ai Cantieri culturali della Zisa, ha pronunciato parole che molti pensano ma pochi hanno il coraggio di dire ad alta voce: lo Stato non ha più il controllo delle carceri. E per questa verità scomoda si è scatenato l'inferno.

Il guardasigilli ha risposto con una nota durissima, accusando il magistrato di aver "perso il controllo di sé stesso" e di aver offeso l'intero Corpo della polizia penitenziaria, che svolge il proprio dovere con il rischio della vita. Ma è proprio questa la questione che mi lascia perplesso.

Nessuno, dico nessuno, ha mai messo in discussione il lavoro degli agenti, che ogni giorno operano in condizioni disumane, con organici ridotti all'osso e strutture fatiscenti, anzi, sono proprio loro le prime vittime di un sistema che ha abdicato al proprio ruolo.

Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto di Catania e per nove anni direttore dell'Ufficio detenuti del Dap, ha colto nel segno quando ha osservato che difendere la polizia penitenziaria da un'accusa che nessuno le ha mosso significa non aver compreso da dove parte il problema.

È un modo astuto per spostare l'attenzione, per cambiare il bersaglio, quando invece il tiro dovrebbe essere indirizzato altrove. Come ho già avuto modo di scrivere in questo blog, la mafia ha sempre comandato dal carcere sin dai tempi di Buscetta, e la questione è che continua a farlo, insinuandosi nelle carenze dello Stato, nelle maglie larghe dell'ergastolo, nei difetti d'organizzazione.

Perché il punto non è chi abbia offeso chi... il punto è che le carceri italiane sono diventate territorio di conquista per la criminalità organizzata. E questo non è un'opinione, non è uno sfogo, è un dato di fatto confermato da inchieste giudiziarie, da rapporti delle stesse autorità penitenziarie, dalla cronaca quotidiana.

Basti pensare all'operazione "Libeccio" di marzo 2026 contro le cosche di Isola Capo Rizzuto, che ha documentato come boss della 'Ndrangheta, anche in regime di Alta Sicurezza, dirigessero narcotraffico, estorsioni e questioni personali usando cellulari. Oppure come non ricordare l'inchiesta su quel boss che dal 41-bis gestiva traffici di stupefacenti con "Signal".

E poi c'è il caso di un boss con sette ergastoli, detenuto al 41-bis per gli omicidi del giudice Chinnici e del generale Dalla Chiesa, che scrive di suo pugno alla gip per chiedere l'astensione.

Viene spontaneo chiedersi come sia possibile che un detenuto al regime più duro possa permettersi di scrivere, ma la risposta è semplice: perché il carcere, così come è concepito e gestito, non è più un luogo di detenzione ma un prolungamento del potere mafioso.

Ardita punta il dito contro le "scelte politico-amministrative" compiute tra il 2012 e il 2015, quelle che hanno di fatto consegnato le strutture detentive al controllo dei clan. Scelte che hanno prodotto un degrado inimmaginabile, una perdita di controllo che oggi paghiamo tutti, agenti in primis.

Con il pretesto del sovraffollamento carcerario, si è deciso di aprire le celle dei mafiosi, permettendo ai detenuti più pericolosi di circolare liberamente e di assumere il controllo dei penitenziari. Una scelta che non solo ha compromesso la sicurezza, ma ha anche portato a un'impennata di reati, atti di autolesionismo e suicidi tra i detenuti più deboli.

Ecco, sarebbe bastato chiedere a uno di loro, come giustamente osserva Ardita, per capire che la verità è sotto gli occhi di tutti. Ma evidentemente, al ministero, si preferisce guardare altrove. Si preferisce attaccare chi denuncia piuttosto che affrontare le responsabilità di chi ha governato e gestito male.

È il vecchio vizio italiano, quello di sparare al messaggero quando la notizia è scomoda. E intanto, dentro le celle, i boss continuano a tessere le loro trame, a dare ordini, a gestire affari. Con il cellulare, con le call conference tra dentro e fuori, con sistemi che solo chi non vuole vedere può ignorare.

Il controllo delle carceri, come ha detto De Lucia, appartiene ormai alle organizzazioni criminali. E loro, per loro stessa natura, hanno tutto l'interesse a mantenere le cose come stanno.

Leggi anche: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2026/04/il-carcere-senza-mura-sessantasette.html


venerdì 24 luglio 2026

"Mors tua vita mea": quando il lutto (per un familiare "vittima della mafia") diventa a tutti gli effetti... un lasciapassare!

Ci sono storie che iniziano con un lampo improvviso, un boato violento, un frastuono sordo e profondo, un confuso baccano e un fracasso di grida. 

E poi... un nome (o più di uno...) letto tra le righe di un giornale, o pronunciato con voce rotta da un telegiornale.

Sono storie che segnano un prima e un dopo, che incrinano l'adolescenza come un gelo improvviso su un vetro ancora caldo.

Ma stranamente, anche in quelle crepe, a volte, crescono delle piante storte. Parlo di chi ha avuto il dolore come un'eredità involontaria, di chi ha visto un padre, un fratello, un figlio, portato via dalla violenza di chi decide della vita e della morte senza che la legge possa opporsi. 

Un lutto che avrebbe dovuto essere – mi riferisco soltanto a taluni soggetti di cui avrei molto da dire, nome e cognome compresi, ma che qui mi limito a suggerire tra le righe, perché la verità, si sa, è sempre un'ottima causa per una querela – una ferita aperta, e che invece per qualcuno è diventato, con il tempo, un lasciapassare. Già... quasi fosse una tessera per un club esclusivo, quello dei "parenti delle vittime", dove l'ingresso si paga con le lacrime, ma dove, una volta dentro, ci si può sedere comodi sui banchi del potere.

Eppure, ciò che colpisce non è tanto l'aver beneficiato di una visibilità immeritata, quanto il silenzio che segue. Il silenzio assordante di chi, dopo aver pianto in pubblico nei giorni degli anniversari, dopo aver prestato il proprio volto alle commemorazioni, dopo aver permesso che i giornalisti scattassero foto mentre deponeva un fiore, torna a casa e si dimentica. Si dimentica che quel fiore non basta. Si dimentica che la memoria non è un rito annuale, ma un impegno quotidiano.

E si trasforma, questo figlio del dolore, in un ingranaggio del sistema che pure ha condannato a parole; perché il contrasto alla mafia non si fa con gli "hashtag" o con i "tweet" compunti, non si fa con i discorsi scritti da altri, nei quali le parole sono pesate come monete per non offendere nessuno, per non sporcarsi le mani. Il contrasto si fa ogni giorno, nelle aule dei tribunali, nelle commissioni, nei voti parlamentari, nelle scelte amministrative, nelle firme apposte. E lì, troppo spesso, questi signori del dolore istituzionalizzato brillano per la loro assenza.

Osservandoli da vicino, si ha l'impressione di assistere a una recita mal riuscita. Li vedi partecipare a convegni, presiedere commissioni, stringere mani, e poi, quando si tratta di votare una legge che davvero possa colpire i patrimoni delle cosche, eccoli lì, guardinghi, possibilisti, pronti a trovare un compromesso. O peggio ancora... li vedi coinvolti in circostanze opache, in decisioni ambigue, in scelte che profumano di opportunismo politico, che persino un cittadino distratto fa fatica a digerire.

Si rendono ridicoli, a volte, con certe loro uscite, già... a metà tra il sacro e il profano, quasi che il ruolo istituzionale che ricoprono non sia frutto di una carriera sudata, ma di una delega in bianco firmata dal destino avverso. Un lascito che si trasformano in un salvacondotto per commettere gli stessi errori, le stesse omissioni, che hanno reso possibile quella loro stessa tragedia. Perché qui il paradosso è evidente: chi ha toccato con mano la brutalità del potere criminale dovrebbe essere il primo a alzare un muro, a gridare, a chiedere conto. Invece, spesso, si assiste a una metamorfosi inquietante.

La vittima diventa spettatore, lo spettatore diventa comparsa, la comparsa diventa complice! Non in modo esplicito, badate bene, ma attraverso quella forma subdola di complicità che è l'indifferenza. L'indifferenza verso le nuove povertà, verso i giovani che crescono nelle periferie e che la mafia la vedono come unica via, verso gli imprenditori onesti che vengono estorti e non trovano ascolto. L'indifferenza che è il vero carburante della criminalità organizzata.

E allora mi viene in mente quella locuzione antica, dura come un ceppo, che suona "Mors tua vita mea". La tua morte è la mia vita. Ma qui non si tratta solo di un'ascesa politica o sociale. È più sottile, più viscerale. Si tratta di aver trasformato il sangue versato in linfa per una carriera. Di aver fatto del sacrificio di un familiare il trampolino per una poltrona, e di essersi poi seduti su quella poltrona dimenticando che sotto c'è la terra che ha bevuto quel sangue.

Non chiedo a questi soggetti di essere santi, né di vestire i panni del martire in eterno. Chiedo però coerenza. Chiedo che il dolore non venga usato come un parafulmine per schermirsi dalle critiche, ma come una spada per tagliare i nodi di un sistema malato. Invece, troppo spesso, assistiamo all'opposto: la spada viene riposta nel fodero, e chi la impugna la usa solo per fare un saluto formale, un gesto coreografico, prima di tornare a occuparsi di ben altro, dei propri affari, delle proprie alleanze, del proprio tornaconto.

E così, quello che poteva essere un esempio di riscatto, un faro per chi lotta ogni giorno contro l'oppressione mafiosa, diventa l'ennesima, stanca, deludente fotografia del potere che si nutre di tutto, anche del dolore più intimo. Diventa la prova che la morte, a volte, non serve a niente. Perché se neanche chi l'ha subita in prima persona trova la forza di trasformarla in cambiamento, allora la morte resta solo un fatto di cronaca, una pagina ingiallita, un ricordo sbiadito che riemerge solo quando fa comodo, solo quando l'opinione pubblica deve essere blandita con qualche lacrima di circostanza.

Forse è questa la vera sconfitta di chi (anche come me...) lotta ogni volta che può... contro la mafia: non i colpi sparati, non le minacce, non le intimidazioni, ma vedere che il testimone del dolore viene raccolto da mani che subito lo posano, per poi allungarsi verso altri scranni, altri favori, altre zone d'ombra. Sì... è una sconfitta che si consuma nel silenzio, nelle aule dei palazzi, nei corridoi del potere, dove le parole sono sterili e i fatti sono assenti.

E allora, da cittadino onesto che legge e osserva, mi chiedo: a cosa è servito quel lutto? A cosa è servita quella vita spezzata, se la sua memoria diventa solo un'occasione per fare carriera, per ottenere visibilità, per ricoprire ruoli dai quali, poi, non si muove un dito per cambiare davvero le cose? È una domanda amara, che resta sospesa come il fumo di una sigaretta in una stanza vuota.

Eppure, non voglio cadere nella facile rassegnazione. Perché se c'è una lezione che la storia ci insegna, è che il cambiamento nasce sempre dalla coerenza di pochi non dagli opportunismi di molti. Quei pochi che hanno perso tutto e hanno fatto della loro perdita una bandiera, ma una bandiera pulita, sventolata con forza anche quando il vento spirava contrario. A loro va il mio rispetto, non a questi altri che si sono seduti sulle macerie della loro stessa infanzia per guardare il mondo da un'altezza che non gli appartiene.

Perché il dolore non nobilita automaticamente chi lo subisce, lo nobilita solo il modo in cui lo si trasforma in azione. E l'azione, qui, è mancata. È mancata per decenni, sostituita da un eloquio raffinato e vuoto, da una presenza scenica che non scalfisce il muro dell'omertà. Forse è tempo di smetterla di confondere la vittima con l'eroe. Di smetterla di attribuire virtù a chi ha solo avuto la sfortuna di incrociare il cammino della violenza.

Perché la violenza, si sa, non rende migliori. Può rendere più amari, più saggi, più ribelli, ma può anche rendere più furbi, più calcolatori, più cinici. E in quest'ultima categoria, temo, rientrino molti di coloro che oggi siedono nei luoghi delle decisioni, sussurrando parole di circostanza mentre intorno il sistema marcisce. La loro presenza, più che un monito, diventa un alibi. Un alibi per chi non vuole cambiare, per chi trova comodo che la lotta alla mafia si riduca a una performance mediatica, a una recita annuale che placa le coscienze e lascia intatti i poteri forti.

Ma il tempo, si sa, è giudice severo. E prima o poi, la storia farà i conti con questi signori del dolore a rate. Li giudicherà per quello che hanno fatto, ma anche per quello che non hanno fatto, per le leggi non firmate, per le denunce non fatte, per i tentacoli mafiosi non recisi quando potevano esserlo. E allora, forse, si capirà che il vero atto di accusa non sta nella violenza subita, ma nell'uso che se ne è fatto dopo.

Nell'aver scelto di trasformare una ferita in un distintivo, e quel distintivo in uno scudo, per poi nascondersi dietro lo scudo ogni volta che la piazza chiedeva azioni coraggiose. Questo è il punto: il coraggio non si eredita, non si compra, non si ottiene per procura. Il coraggio si sceglie ogni giorno, e ogni giorno lo si dimostra con i fatti, non con le commemorazioni.

Perciò, mentre scrivo queste righe, guardo con occhi diversi chi porta il nome di un caduto come fosse un titolo nobiliare. Lo guardo e cerco le tracce di quella lotta che avrebbe dovuto intraprendere. Ma le cerco invano, perché trovo solo cenere di parole, solo retorica stantia, solo quel conformismo che è la prima, vera, nemica della giustizia.

E allora mi fermo, e penso a quell'adolescente che ha perso il fratello, a quella figlia che ha perso il padre, a quella moglie rimasta vedova, a tutti quei familiari che hanno visto la morte entrare in casa. Penso a tutti loro e prego per quei loro cari. Ma poi, penso a lui, non a quello che è diventato. Penso al dolore autentico, a quello che non si mette in scena, a quello che non cerca voti o consensi.

Ed è in quel pensiero che trovo la forza per non arrendermi, per continuare a chiedere a gran voce che la memoria non sia un'occasione, ma un impegno. Ma soprattutto, voglio fargli sapere ciò che penso realmente di quel suo mancato "fare", e di come non vorrei che un giorno – andandosene via – potesse credere che tutti, in questo Paese, volessero ringraziarlo. No... non è così, ed è per questo che scrivo questo post, affinché egli lo sappia!

Sì... vorrei fargli comprendere, una volta e per tutte, che nel suo caso, quella celebre locuzione "Mors tua vita mea" non ha rappresentato una giustificazione, bensì un monito. Perché la vita che nasce dalla morte altrui, se non è vita spesa per il bene comune, ha rappresentato solo un lento, inesorabile, tradimento.

giovedì 23 luglio 2026

BOLOGNA. Il conformismo della massa non è un'astrazione politica, ma un fenomeno quotidiano: le passioni travolgono la moltitudine spesso contro i propri interessi e trascinano nel loro vortice il saggio e il filosofo insieme a tutti gli altri.

Antoine Lavoisier, il padre della chimica moderna, scrisse queste parole osservando la folla parigina dagli alti finestroni del suo laboratorio, negli anni incandescenti della Rivoluzione. 

Era uno scienziato abituato a pesare, misurare, calcolare. Credeva che la ragione fosse una bilancia infallibile. Ma ciò che vide dalle vetrate lo turbò profondamente: uomini e donne che si radunavano in piazza perdevano la capacità di discernere, si lasciavano trascinare da un'emotività collettiva che travolgeva ogni logica, persino quella dei più colti

Pochi anni dopo, quella stessa folla lo avrebbe condotto al patibolo. La storia, si sa, ama le ironie tragiche.

Il ragionamento di Lavoisier poggia su due pilastri che oggi, a distanza di secoli, ci appaiono inquietantemente attuali. Il primo è il conformismo della massa: quando gli individui si uniscono in grandi assemblee, tendono ad omologarsi, a perdere la propria singolarità per farsi assorbire da un unico corpo collettivo. Il secondo è la perdita di razionalità: in quei contesti, l'entusiasmo e l'emotività prendono il sopravvento sulla logica, e persino le persone più sagge e riflessive si ritrovano impotenti, risucchiate in un vortice che non riescono più a governare. Non è un'astrazione politica, è un fenomeno quotidiano. E si manifesta ogni volta che la piazza diventa arena, ogni volta che il dolore si trasforma in rabbia e la rabbia in distruzione.

Proprio in questi giorni, purtroppo, ne abbiamo avuto una dimostrazione drammatica. Bologna si è svegliata con il volto deturpato: strade prese d'assalto, automobili trasformate in torce, l'arredo urbano ridotto a un campo di battaglia. Non era una manifestazione, era qualcosa di più cieco e furioso. Era il momento in cui la protesta smette di chiedere e comincia a distruggere, in cui la rabbia si fa fine a se stessa. Il tutto a pochi passi dal cuore rinascimentale della città, quasi a voler colpire non le istituzioni, ma il simbolo stesso della civiltà. E come spesso accade, a scaldare ancora di più gli animi ci ha pensato la politica, trasformando il lutto in un ring, la richiesta di verità in una trincea.

Tutto è partito dalla morte di un uomo di quarantadue anni deceduto durante un'operazione di polizia nel quartiere del Pilastro. Una vicenda ancora avvolta nel mistero, su cui il presidente del 118 ha detto una frase pesantissima: se un medico fosse intervenuto subito, forse si sarebbe potuto salvarlo. Una frase che getta un'ombra inquietante su quanto accaduto domenica pomeriggio. Eppure, da quel dolore legittimo, da quella richiesta di verità che la famiglia e la città hanno il diritto di avanzare, si è generato un cortocircuito. La piazza pacifica del lunedì sera si è trasformata, nel giro di poche ore, in guerriglia. Due piazze, due anime, due destini: una che chiedeva giustizia, l'altra che ha scelto la violenza come unica risposta.

La premier Giorgia Meloni ha parlato di violenza inaccettabile contro le forze dell'ordine, definendo irresponsabili coloro che hanno alimentato il clima d'odio verso un corpo dello Stato. Ha chiesto che vengano accertate con il massimo rigore eventuali responsabilità sulla morte dell'uomo, ma ha anche sottolineato che nulla può giustificare quanto accaduto nella notte bolognese. Il centrodestra e i sindacati delle forze dell'ordine hanno addirittura chiesto le dimissioni del sindaco dem, considerato il principale responsabile di aver chiamato la città a un momento di raccoglimento in piazza del Nettuno. Dall'altra parte, la segretaria del Pd ha ribadito che quando un uomo muore durante un'operazione di fermo, lo Stato ha fallito, e che proprio lo Stato deve fare piena luce, senza che la politica si trasformi in un tribunale preventivo.

In mezzo, le vittime di questa spirale di violenza. Una cinquantina di agenti feriti, alcuni in modo serio. Un cronista rimasto contuso. Ragazzi giovanissimi fermati e poi rilasciati, molti altri destinati a finire nei guai con la giustizia. E poi i due agenti direttamente coinvolti nell'operazione che è costata la vita a quella vittima, due ventenni descritti come "sconvolti e addolorati" e che al momento non sono rientrati in servizio. L'immagine che rimane è quella di una città che si ritrova a fare i conti con le proprie macerie, materiali e morali, senza avere ancora le risposte che chiedeva. Un bilancio pesantissimo, che lascia intravedere il volto più oscuro della protesta: quello che non cerca giustizia, ma distruzione; che non chiede verità, ma pretende scontro.

Eppure, in questo quadro fosco, c'è una voce che merita di essere ascoltata con attenzione. La nipote dell'uomo (Abderrahim Fakir) si è fatta avanti per dire, con commozione e dignità, che la famiglia si dissocia dalle violenze. Che Bologna non merita questo. Che ciò che chiedono non è odio, ma giustizia, verità e dignità. Le sue parole sono un baluardo di razionalità in un oceano di passioni travolgenti. Ci ricordano che il dolore non deve per forza tradursi in rabbia cieca, che la richiesta di verità può convivere con il rispetto delle regole e delle istituzioni. Ma siamo sicuri che questa voce fragile e saggia riuscirà a farsi sentire sopra il fragore della guerriglia?

Perché qui sta il nodo drammatico della questione, quello che Lavoisier aveva intuito con la lucidità del chimico: quando la moltitudine si lascia travolgere dalle passioni, anche il saggio e il filosofo vengono risucchiati. Non perché perdano la loro intelligenza, ma perché la corrente è troppo forte per essere contrastata da un singolo. Il sindaco ha cercato di governare la frustrazione e lo smarrimento della comunità, per non lasciarla in balia delle spinte più estremiste. Ma la spirale della violenza ha preso il sopravvento, alimentata da un clima di odio e polarizzazione che non aiuta la ricerca della verità e non fa bene a nessuno. La politica, da entrambe le parti, sembra più preoccupata di marcare il territorio che di spegnere gli incendi.

Forse, allora, dovremmo fermarci un attimo e chiederci: cosa cerchiamo veramente quando scendiamo in piazza? Cerchiamo giustizia o cerchiamo catarsi? Vogliamo verità o vogliamo che la nostra rabbia venga riconosciuta e legittimata? La folla che incendia e devasta non sta chiedendo giustizia: sta usando la morte come pretesto per scatenare un conflitto che covava da tempo. È il vortice di cui parlava Lavoisier, quello che travolge ogni ragione e trasforma il dolore in violenza fine a se stessa. E nel vortice, purtroppo, ci finiscono dentro tutti: i saggi e gli irrazionali, i manifestanti pacifici e gli antagonisti, i politici che cavalcano la protesta e le forze dell'ordine che cercano di contenerla.

Le accuse tra campo largo e centrodestra si rincorrono come in un teatrino grottesco. Da una parte si parla di "nipotini coltivati nei centri sociali", dall'altra di "neofascismo" e "rappresaglia". La premier prende le distanze ma chiede alla sinistra di fare altrettanto con le parole di un assessore del Pd. E nel frattempo, la verità su quanto tragicamente accaduto resta sospesa, i due agenti ventenni sono fuori servizio, e la città di Bologna conta i danni e cerca di ricucire le sue ferite. In questo quadro, la voce della nipote è come un'ancora di salvezza in mezzo alla tempesta: ci ricorda che la dignità esiste, che il lutto si può vivere senza odio, che la giustizia è possibile senza vendetta. Ma la sua è una voce che rischia di essere sommersa dal fragore degli scontri e dalle grida della politica.

E allora torno a Lavoisier. Il chimico che vide la folla dalle finestre del suo laboratorio e capì che la ragione, da sola, non basta. Capì che il conformismo della massa non è una debolezza intellettuale, ma una forza fisica, un vortice che risucchia tutto ciò che incontra. E capì, forse troppo tardi, che anche il saggio e il filosofo, per quanto illuminati, possono essere travolti.

La storia di Bologna in questi giorni è la prova che il vortice non è mai scomparso, che si annida nelle pieghe della nostra società e aspetta solo un pretesto per esplodere. La domanda che ci resta è: riusciremo a spezzare questo meccanismo, a trovare il coraggio di ascoltare le voci che chiedono giustizia senza violenza, o continueremo a lasciarci trascinare, come la moltitudine di Lavoisier, contro i nostri stessi interessi?

mercoledì 22 luglio 2026

F1: decisioni prese dalla direzione corsa, casualmente...sempre a danno della Ferrari!

C'è qualcosa che non torna in Formula 1, non da oggi, ma da anni infatti assistiamo a uno spettacolo che si ripete con una cadenza quasi stagionale: all'inizio dell'anno si rincorrono modifiche per recuperare il mancato rispetto delle previsioni, ali che oscillano oltre il consentito, motori che seguono cronoprogrammi di sviluppo diversi, bilanci economici che si adattano a colpi di scena. 

Si cerca faticosamente una quadra, spesso quando il campionato è già a metà e il danno, per qualcuno, è ormai fatto. Poi, quando si spera che l'equità possa essere ristabilita, ecco che arrivano le penalità: ambigue, opinabili, quasi sempre al limite della regolarità.

L'ultima, in ordine di tempo, è quella inflitta a Lewis Hamilton: cinque secondi per non aver fatto nulla, se non aver subito un contatto. Perché sì, è stato Russell a colpirlo, infilando la sua Mercedes nella fiancata della Ferrari. Lo stesso George, subito dopo la gara, ha ammesso che si trattava di un semplice incidente di gara. Eppure, la penalità è arrivata lo stesso, togliendo a Hamilton la possibilità di lottare per il podio. Ma come si fa a punire chi subisce una manovra? Siamo nella sfera dell’imprevisto, del rischio che si corre in un gruppo compatto al via, non certo in un contatto da manuale degno di sanzione.

E qui viene il bello: a dare i cinque secondi a Lewis, in Belgio, c'era lo stesso steward di Silverstone 2021, lo stesso che gli aveva rifilato dieci secondi per il contatto con Verstappen. Già... semrpe lo stesso che a Monaco lo aveva penalizzato per impeding. Una coincidenza? Forse. Ma quando il nome si ripete, e le decisioni pure, vien voglia di chiedersi se sia davvero un caso. E poi se si osservano i nomi della lista dei commissari, troverete gli stessi nomi che si ripetono, già... come un ritornello: una giuria itinerante che sembra seguire un copione già scritto.

Non si diceva, da sempre, che al primo giro si lascia correre? Che il caos iniziale merita una tolleranza maggiore? Evidentemente no, quando il pilota coinvolto si chiama Hamilton. Perché quando indossava il rosso, e prima ancora il grigio argento, sembrava che la direzione gara gli andasse incontro. Oggi, invece, ogni gara è un'accusa. Una penalità ingiusta, un verdetto che puzza di premeditato. Viene da chiedersi se davvero vogliano che lotti per il mondiale, o se l'obiettivo sia un altro.

Poco dopo, un'altra Ferrari ha avuto tutto lo spazio per restare davanti in sicurezza. Ha stretto in frenata, ha chiuso la traiettoria. Ma questa volta, la penalità non è arrivata. Strano, no? Si parla di bolidi da trecento all'ora, di curve che vanno prese con criterio, di piloti che devono essere coscienziosi prima di tentare un sorpasso ad alto rischio. Eppure, la bilancia della giustizia pende sempre dalla stessa parte. Come se la direzione gara guardasse il nome sulla vettura prima ancora della dinamica dell’incidente.

La FIA, ormai, è imbarazzante. Da troppo tempo. E non parlo solo di questa gara: è una questione di metodo, di coerenza. Ogni volta che un pilota in rosso fa qualcosa, per la Federazione è penalità. Ma se sbaglia qualcun altro, qualcuno che appartiene ad una casa automobilistica importante, ecco che improvvisamente, tutto tace. Come se ci fossero due pesi e due misure. E allora viene spontaneo chiedersi: ma chi decide? E con quali criteri? Perché il regolamento c'è, è scritto, e non si può certo dire che manchi di dettagli. Ma forse il problema è proprio che non viene seguito. O viene seguito a corrente alternata, a seconda del pilota, della gara, dell’umore del momento.

Purtroppo, la realtà è che questa FIA, questa "mafia" come molti ormai la chiamano tra il serio e il faceto, sembra volere che vinca qualcuno già deciso e questo a tutti i costi. Lo dice la storia degli ultimi anni, lo dicono le penalità, lo dicono le omissioni. E non è un complotto, è l'evidenza dei fatti. Una evidenza che diventa sempre più pesante da sopportare per chi ama lo sport e la competizione leale.

Rivedendo l'incidente, è chiaro che non c'è stata perdita di aderenza da parte della SF-26 di Hamilton. La W17 di Russell l'ha colpito con la fiancata, impattando sulla ruota anteriore della Ferrari. Basta guardare il volante di Lewis: nel momento preciso del contatto va in controsterzo, segno che l'avantreno è stato sbilanciato dall'urto. Non c'è malizia, non c'è manovra pericolosa. C'è solo un incidente di gara, come ha confermato lo stesso Russell. E allora perché punire? Perché far pagare a Hamilton una colpa che non ha?

Ma la parte peggiore, alla fine, non è tanto la penalità in sé. È la mancanza di coerenza tra un Gran Premio e l'altro. Decisioni che cambiano in base a criteri personali, a interpretazioni soggettive. Ci vorrebbe più rigore, più rispetto per il regolamento così com'è scritto. Non dico che si debba essere schiavi di ogni virgola, ma neanche calpestare il testo a piacimento. La FIA deve mettere in direzione gara persone competenti, che conoscano la storia di questo sport e sappiano distinguere un contatto da una scorrettezza.

E intanto Russell, sorpreso, dice che per lui era un incidente di gara. Ecco, forse la cosa più triste è che nemmeno chi ne ha beneficiato capisce il perché della penalità. Quando nemmeno il diretto interessato ci trova un senso, forse è il caso di fermarsi un attimo e riflettere.

Perché i commissari, ormai, non puniscono le manovre come dovrebbero: puniscono gli effetti. Se Russell non fosse uscito di pista, probabilmente la penalità non ci sarebbe stata. Ma così non va. La FIA lo nega, ma è così. E noi, con il cuore in mano, continuiamo a guardare, sperando quantomeno che un giorno, la bilancia torni nuovamente in equilibrio!

martedì 21 luglio 2026

Paolo Borsellino e la strage di via D'Amelio: Perché non ho pubblicato il 19 luglio (e perché questo vale per tutte le vittime della mafia).

Succede sempre così, già puntuale... quasi fosse un pratica periodica, un rituale laico.

L'altro ieri, 19 luglio, un flusso incessante di parole, immagini, commemorazioni, trasmissioni speciali, post con fiamme tricolori in bella evidenza, discorsi solenni, nelle piazze, nelle aule dei tribunali, nelle aule scolastiche, un intero Paese che si ferma, o almeno fa finta di fermarsi, sì... per ricordare Paolo Borsellino e la sua scorta (Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Claudio Train) barbaramente uccisi in via D'Amelio.

È giusto, è doveroso, e non mi sognerei mai di metterlo in discussione...

Eppure, mentre osservo ogni anno quel carosello mediatico, ho avuto la sensazione che molti dei miei connazionali si sentano quasi a posto con la coscienza una volta esaurito il rito. Come se l'omaggio di quel singolo giorno bastasse a saldare un debito che, in realtà, è eterno, sì... perché poi, puntualmente, arriva il giorno dopo!

E il silenzio torna a calare, più fitto di prima, cancellando con una facilità imbarazzante la commozione e le promesse del giorno precedente. La memoria, così, rischia di diventare un'archiviazione, un evento da calendario piuttosto che un'eredità viva e pulsante.

Allora mi sono chiesto: e se provassimo a ribaltare questo meccanismo? Se ciascuno di noi, ad esempio a "rotazione", scegliesse un giorno a caso dell'anno, magari un giorno qualunque, senza alcuna ricorrenza, per ricordare uno di questi eroi? Non sarebbe forse questo il modo più autentico per rendere omaggio alla loro memoria? Un modo per sottrarli all'oblio dei "giorni dopo" e fare in modo che il loro sacrificio non venga relegato a una macchia colorata sul calendario, ma diventi un pensiero diffuso, costante, quasi naturale. 

Perché il vero pericolo, credo, non sia l'oblio, ma l'abitudine alla commemorazione, l'abitudine a sentirsi in dovere di ricordare solo quando il tronco dell'albero è ormai secco e spoglio, dimenticandoci di annaffiare le radici per tutto il resto dell'anno.

La memoria di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, e di tutte le vittime della mafia, non dovrebbe essere una fiamma che brucia per un giorno per poi spegnersi, ma un filo sottile e robusto che tiene insieme i giorni tutti, un telaio su cui tessere il presente. 

E parlando di Borsellino, di cosa significa davvero "non dimenticare", mi sono tornate in mente le motivazioni di una sentenza, lette e rilette, che gettano una luce tremenda e affascinante su quelle che furono le sue ultime, frenetiche settimane. I giudici della Corte d'assise d'appello di Palermo hanno ricostruito con dovizia di particolari il perché quell'attentato, già nei piani di Riina ( e di quella parte di Stato infedele che finora è stato ben protetto...), subì un'accelerazione improvvisa, diventando urgente, da compiere "alla giornata".

La ragione di questa fretta omicida, secondo i magistrati, non fu solo la sete di sangue del capo dei capi, fu il terrore, sì... il terrore che Paolo Borsellino, dopo la morte di Falcone, potesse mettere le mani su un dossier che per Cosa Nostra e una parte politica compiacente, era più pericoloso di mille processi: il rapporto su "mafia e appalti"!

Un'indagine che andava a toccare il cuore pulsante del potere mafioso, il suo intreccio morboso con la politica e gli affari. Borsellino, come ha testimoniato Antonio Di Pietro, ne aveva parlato con lui, convinto che in Italia esistesse un sistema di spartizione nazionale degli appalti. Un'eredità pesante, un "passaggio del testimone" da Falcone, come ricordò a suo tempo la dottoressa Liliana Ferraro.

Ecco, questa è la memoria che dovremmo coltivare tutti i giorni. Non solo il volto segnato del magistrato, ma il suo lavoro ostinato, la sua intuizione, la sua determinazione a guardare dove altri chiudevano gli occhi. I giudici hanno scritto che l'eliminazione di Borsellino serviva a "stroncare sul nascere" il rischio che quell'indagine potesse svilupparsi. Volevano annientare il magistrato che, forse più di ogni altro, "avrebbe saputo mettere un patrimonio inestimabile di conoscenze e acquisizioni e capacità di analisi del fenomeno mafioso al servizio di un'indagine". Ed è proprio lì, in quel "forse", in quel "patrimonio inestimabile", che si annida il senso della nostra responsabilità.

Proprio cinque giorni prima della strage, il 14 luglio, Borsellino aveva partecipato a un'assemblea in Procura, esprimendo forti perplessità sulla richiesta di archiviazione di quel dossier. Voleva capire, approfondire, confrontarsi. Voleva fare il suo mestiere, fino in fondo. E per questo è stato ucciso. Pochi giorni fa, a trent'anni dalla chiusura, quell'inchiesta su "mafia e appalti" è stata riaperta. Una vittoria postuma, forse, ma che non deve farci abbassare la guardia. È la dimostrazione che il lavoro di Borsellino, come quello di Falcone, non era un capitolo chiuso di storia, ma una pagina ancora da scrivere, un filone da seguire con la stessa tenacia di allora.

Quindi oggi, a due giorni di distanza dal 19 luglio, mentre il rumore dei riflettori si è già affievolito, ho scelto di scrivere questo post. Non per seguire il ritmo della cronaca, ma per restituire a Paolo Borsellino la sua dimensione più vera: quella di un uomo che ha lottato fino all'ultimo giorno per uno Stato che forse, in quel momento, non lo meritava abbastanza

Ricordarlo oggi, e magari farlo anche tra un mese, o in un qualsiasi altro giorno dell'anno, è il modo che ho per dire che la sua voce, e quella di tutti gli altri, non è solo un'eco del passato, ma un monito per il presente. Un monito che dobbiamo imparare a far nostro, ogni singolo giorno, per non renderlo vano...

lunedì 20 luglio 2026

Mario Roggero: “Mattarella dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza, d'altronde... ha graziato la Minetti”.

Le parole di Mario Roggero, pronunciate davanti ai cancelli del carcere di Bollate, hanno il suono crudo di una verità che brucia. “Come si può sentire uno che sta entrando per 15 anni a 72 anni. Ergastolo. Viva la giustizia italiana”. Non era un urlo, ma un sospiro carico di sarcasmo, quello che il gioielliere piemontese ha scambiato con i cronisti, prima di varcare quella soglia che lo avrebbe inghiottito per quasi quindici anni.

E mentre gli agenti di polizia penitenziaria lo identificavano e lo accompagnavano dentro, le sue parole continuavano a risuonare, come un'eco amara che si rifletteva sui muri di un istituto che, per lui, diventerà una seconda casa. Un destino che appare sproporzionato, quasi assurdo, per un uomo che ha visto la sua vita stravolta da un attimo di terrore.

Questo è il massimo per i delinquenti, saranno facilitati a continuare e a rubare”, ha aggiunto, con la voce che si incrinava tra l'ira e lo sconforto. E poi, quella frecciata al Capo dello Stato, che non è solo un'accusa, ma un grido di dolore. “Cosa direi a Mattarella? Beh, insomma, ha graziato uno scafista che ha ammazzato 30 persone, ha graziato la Minetti. Per cui io penso che Mattarella dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza e poi vedere”. In quella frase c'è tutto il senso di un'ingiustizia che brucia, la sensazione che ci sia una bilancia che pende sempre dalla parte sbagliata, dove la vita di un cittadino che si difende vale meno di quella di chi semina morte.

Sull'argomento, lo scorso anno, precisamente sabato 15 novembre 2025, avevo scritto un post intitolato: Difendersi non è mai un eccesso! - vedasi link: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/11/difendersi-non-e-mai-un-eccesso.html

Ripensando a quelle riflessioni, ritrovai la storia di un uomo di 68 anni che, nella sua casa, nel buio, aveva sparato a un ladro armato di cacciavite. Non per uccidere, ma per fermarlo, per interrompere quell'avanzata minacciosa che trasformava il suo salotto in un campo di battaglia. E ricordo la sensazione di sollievo nel leggere che la Procura non aveva nemmeno iscritto un verbale a suo carico, riconoscendo che la sua reazione era stata dettata dall'istinto di sopravvivenza, non dalla crudeltà. 

La premier Meloni lo disse senza esitare: «La difesa è sempre legittima». Parole che non sono solo un commento, ma un principio. E Salvini, subito dopo, ricordò come quella norma nascesse da anni di battaglie per tutelare «i cittadini perbene», quelli che non chiedono favori, ma il semplice diritto di non essere aggrediti nella propria casa.

Eppure, oggi, mentre ripenso a quelle parole e le confronto con la condanna di Roggero, mi sembra di vedere un paese diviso in due. Da una parte, c'è la legge che riconosce la legittima difesa come un diritto sacrosanto, come fu ribadito allora. Dall'altra, c'è la dura realtà di chi, come Roggero, si ritrova a scontare una pena che sembra non tenere conto del terrore che ha vissuto. Dove passa il confine tra chi ha il diritto di sparare per difendersi e chi, invece, viene considerato un assassino? Forse è tutto una questione di dettagli, di circostanze, di quegli attimi eterni che sfuggono al giudizio di chi osserva da lontano.

Perché, a ben pensarci, quando si è nel buio della propria casa e si sente un rumore che non dovrebbe esserci, non esiste un manuale per la paura. Non ci sono regole che ti dicono come dosare la reazione, come misurare la forza di un colpo o come valutare se l'aggressore è armato o no. C'è solo un istinto primordiale, animale, che ti spinge a proteggere te stesso e i tuoi cari. Come scrissi allora: la violenza è già nell'aggressione, non nella reazione. È nel silenzio di chi entra nella tua vita con un cacciavite in mano, nel buio, mentre tu dormi o sei semplicemente a casa tua. Non esiste una scala di valori che dica «puoi difenderti solo se rubano X, ma non se minacciano Y». Se c'è pericolo, se c'è aggressione, se non c'è via di fuga, allora ogni mezzo è lecito. Non per vendetta, non per crudeltà, ma per sopravvivere!

E allora, mi chiedo, perché ci vuole ancora tutto questo tempo per capire una verità così semplice? Perché ancora oggi, quando sentiamo parlare di casi come quello di Roggero, ci troviamo a dibattere su proporzioni e eccessi, come se la vita di chi si difende dovesse essere sempre subordinata a un calcolo matematico? Forse, come dicevo un anno fa, è perché per anni abbiamo ascoltato certi politici parlare di sicurezza a parole, senza mai voler affrontare la verità scomoda: che la paura non è di destra o sinistra, ma è solo umana. E la paura, quando si fa concreta, non aspetta il tempo di una legge, di un dibattito parlamentare o di una sentenza della Corte.

Oggi, però, qualcosa sembra muoversi. La legge sulla legittima difesa è un passo avanti, un segnale che dice ai cittadini perbene che non sono più soli, che non devono più nascondersi o scusarsi per aver difeso la loro dignità. Ma il caso di Roggero ci ricorda che il percorso è ancora lungo e tortuoso. Perché la casa non è solo un muro, una porta o una finestra, è il confine ultimo della tua libertà, il luogo dove dovresti sentirti al sicuro. E nessuno, mai, può pretendere che tu lo lasci violare, senza aspettarsi che tu reagisca.

Sì, la legge non è perfetta, e forse non lo sarà mai. Ma oggi, come allora, continuo a credere che la giustizia debba stare dalla parte di chi, al buio, ha il coraggio di difendersi. Di chi, come Roggero, si è trovato a fare una scelta impossibile in un secondo che dura una vita. E mentre le sue parole risuonano ancora, mi auguro che qualcuno, da quelle alte sfere del potere, possa davvero mettersi una mano sulla coscienza e guardare oltre le carte bollate, per vedere gli occhi di un uomo che ha solo cercato di sopravvivere.

domenica 19 luglio 2026

Polizze " key man": convenienza fiscale o zona grigia? Attenti alla sostanza.

Quanto sto per descrivere oggi tocca un argomento alquanto particolare, e quasi mi dispiace dover scoprire – anno dopo anno – come il sottoscritto sia capace di individuare circostanze che altri, sì tutti coloro che sono di fatto pagati per scoprirle, non hanno il più delle volte neppure sentore di cosa possa trattarsi. E quindi, per l'ennesima volta, da questo mio blog, evidenzio l'ennesimo paradosso di ciò che è quasi al limite, ma che potrebbe rappresentare una forma di elusione fiscale.

Perché il punto non è la violazione palese, ma quel sottile scarto tra ciò che la norma consente e ciò che il legislatore ha realmente voluto disincentivare. E qui, come spesso accade, chi applica la legge si ferma alla superficie, mentre il meccanismo scorre sotto traccia, inappuntabile nella forma ma sostanzialmente eversivo rispetto allo spirito della disciplina. Un paradosso che, a conti fatti, rende l'elusione non un'eccezione, ma quasi una logica conseguenza di una vigilanza che guarda altrove.

E sì, perché la risposta che ne consegue, in termini tecnici, è che ci troviamo di fronte a una struttura che opera proprio sul confine dell’elusione, e la sua legittimità non è affatto assoluta, ma dipende strettamente dal rispetto di condizioni sostanziali – e quindi non solo formali – che un certo "articolo", seppur citandolo, tenderebbe a presentare quest'ultima come una “ricetta” infallibile.

Peccato che, una volta verificata nella pratica, quella ricetta si scomponga in un insieme di eccezioni e interpretazioni difformi, perché l'elusione non si giudica dalla lettera ma dall'esito concreto dell'operazione. Così il rinvio all'articolo diventa un escamotage retorico, non una garanzia, e la legittimità resta sospesa a un equilibrio instabile che solo il caso singolo può confermare o smentire. In fondo, ciò che l'articolo tace è più rilevante di ciò che scrive.

Ma andiamo con ordine, perché la materia è delicata e merita di essere affrontata con la giusta profondità.

Partiamo dal principio di deducibilità, perché è lì che spesso si annida il primo equivoco. L’articolo in questione cita correttamente la sentenza della Cassazione n. 17367/2020 e la Risoluzione 124/E/2017. Fin qui nulla da eccepire. Tuttavia, quello che omette di sottolineare con sufficiente forza è il principio fondamentale che guida l’Agenzia delle Entrate e la giurisprudenza: la deducibilità del costo, cioè del premio versato, è subordinata alla sussistenza di un effettivo interesse aziendale e al rispetto del principio di competenza economica. 

Non basta, insomma, avere un pezzo di carta firmato. La Risoluzione 124/E/2017, che pure viene evocata, chiarisce infatti che l’accantonamento per il trattamento di fine mandato e i relativi premi assicurativi sono deducibili a due condizioni: che siano previsti da una delibera con data certa anteriore all’inizio del rapporto, e che siano determinati secondo criteri di ragionevolezza e congruità rispetto alla realtà economica dell’impresa. 

Ed è proprio su quest’ultimo punto che si gioca la partita. Se l’importo del premio, e quindi dell’accantonamento, è sproporzionato rispetto al valore economico che il cosiddetto “key man” ha per l’azienda, o rispetto ai parametri retributivi normalmente previsti per figure analoghe, l’Agenzia delle Entrate può tranquillamente disconoscere la deducibilità, qualificando quel costo come non inerente o, peggio, come una mera operazione di accumulo di capitale a fini personali. E qui già emergono i primi, seri, grattacapi.

Ma c’è un aspetto ancora più profondo che rende questa struttura potenzialmente elusiva, e riguarda la sua stessa architettura. L’elusione fiscale, che nel nostro ordinamento si configura come abuso del diritto, ricorre quando vengono realizzate operazioni prive di sostanza economica, il cui obiettivo primario è ottenere un vantaggio fiscale indebito. 

Ora, osserviamo bene la “doppia linea” di beneficiario descritta in quella polizza: se il manager muore, il capitale, sia la parte rischio che quella risparmio, va all’azienda; se invece non muore, la parte risparmio viene corrisposta al manager come trattamento di fine mandato. Il meccanismo, in apparenza simmetrico, cela una realtà sorprendente: l’azienda versa premi interamente deducibili anno dopo anno, ma è certo che, salvo il verificarsi dell’evento morte, non rientrerà mai in possesso del capitale accumulato. Quel capitale, invece, confluirà al manager dopo qualche anno, senza che questi abbia subito alcuna tassazione in corso d’opera, e beneficiando per giunta di una tassazione separata, e quindi agevolata, alla fine. 

Ci troviamo così di fronte a una evidente asimmetria fiscale: l’azienda deduce l’intero premio in ciascun esercizio, mentre il manager, che è il vero destinatario finale della ricchezza accumulata, non paga imposte anno per anno. Questo differimento, questa trasformazione di un costo aziendale deducibile in reddito del manager tassato in modo agevolato, rappresenta esattamente il tipo di meccanismo che l’Agenzia delle Entrate guarda con il massimo sospetto, soprattutto quando manca una vera logica di rischio a giustificarlo.

E veniamo proprio alla funzione del rischio, che viene utilizzata per tentare di legittimare la deducibilità della parte risparmio. L’argomento è che l’azienda riprende quella somma solo in caso di morte. Ma ragioniamo un attimo: se la probabilità attuariale di morte è bassa, come accade per manager in attività, l’operazione si configura sostanzialmente come un fondo di previdenza integrativa parallelo. La differenza, però, è che mentre un fondo pensione ha regole fiscali chiare, con deducibilità limitata per l’azienda e tassazione ordinaria in capo al dipendente, qui si cerca di ottenere una deducibilità piena per l’azienda e una tassazione finale agevolata per il manager, scavalcando di fatto i limiti imposti dalla legge. 

L’articolo stesso, d’altronde, rivela la sua fragilità quando afferma che “la misura degli accantonamenti è parametrata e stimata in base allo scopo primario della polizza, che è quello di coprire il rischio per la perdita del key man”. Ma se l’accantonamento è sproporzionato rispetto a quel rischio, cioè se rappresenta una somma molto elevata che ha poco a che fare con un eventuale danno aziendale e molto a che fare con l’accumulo di capitale per il manager, allora lo scopo primario viene meno, e l’operazione scivola inevitabilmente verso l’elusione.

C’è poi un’ultima considerazione, che condivido pienamente, e che riguarda la qualità soggettiva del cosiddetto “key man”. Perché una cosa va detta con chiarezza: la definizione di uomo chiave non è un’etichetta che si applica a piacere, ma deve essere sostanziata. Un vero key man è un soggetto la cui improvvisa perdita, per morte o infermità, causerebbe un danno economico concreto, diretto e misurabile all’azienda: la perdita di clienti strategici, l’interruzione di progetti fondamentali, l’impossibilità di accedere a finanziamenti, il crollo del valore stesso dell’impresa

Per cui, un dipendente con una retribuzione modesta, privo di poteri decisionali, di partecipazione al capitale o di rapporti critici con gli stakeholder, non può essere qualificato come "key man", per quanto lo si voglia chiamare. E in caso di verifica, l’Agenzia delle Entrate non avrebbe alcuna difficoltà a disconoscere la deducibilità dei premi, ritenendo l’operazione priva di inerenza. Non solo: qualificherebbe le somme versate come compenso in natura per il dipendente, con conseguente obbligo per l’azienda di applicare contributi previdenziali e ritenute Irpef anno per anno, oltre a sanzioni. Insomma, un rischio concreto e tutt’altro che remoto.

Alla fine quindi cosa possiamo concludere? Quanto descritto nell’articolo non è, di per sé, illegittimo. Rappresenta però un’operazione di pianificazione fiscale decisamente aggressiva, che si colloca in quella zona grigia dove il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è diventa labile. Non si tratta di una defraudazione palese, perché formalmente vengono rispettate alcune condizioni come il contraente bloccato, il beneficiario bloccato e il divieto di riscatto. 

Tuttavia, per non scivolare nell’elusione, è indispensabile che il key man lo sia davvero nella sostanza, rivestendo un ruolo dirigenziale di primo piano con poteri e responsabilità tali che la sua perdita rappresenti un rischio oggettivo per la continuità aziendale. È altrettanto indispensabile che l’importo del premio, e quindi del trattamento di fine mandato, sia congruo e proporzionato, parametrato a un’analisi economica seria del danno potenziale patito dall’azienda, e non a una somma forfettaria decisa privatamente. 

Ma non solo, non deve esserci alcun accordo preventivo e occulto: l’accordo deve essere trasparente, deliberato prima dell’inizio del rapporto, e non deve nascondere l’intento principale di sterilizzare fiscalmente un’ingente somma destinata al manager.

Per questo, chi nutre ora - leggendo questo mio post - i miei dubbi, fa bene a esserne consapevole, perché se questa struttura viene applicata a soggetti che "keyman" non sono (con importi sproporzionati), diventa a tutti gli effetti una pratica elusiva, che prima o poi verrebbe disconosciuta dall’Amministrazione Finanziaria, con conseguenze fiscali e sanzionatorie rilevanti sia per l’azienda che per il manager.

E in materia fiscale, si sa, la sostanza finisce sempre per prevalere sulla forma!

sabato 18 luglio 2026

Banche, profitti e signoraggio: quando chi crea denaro decide anche come usarlo.

Visto quanto avevo scritto qualche giorno fa sulle banche, oggi vorrei approfondire un aspetto che raramente viene affrontato con la schiettezza che meriterebbe: il potere che le banche commerciali hanno di creare denaro dal nulla, e di trarre profitto da questa capacità quasi divina.

Perché sì, quando una banca concede un mutuo o un prestito, non sta prestando i soldi di qualcun altro, bensì sta creando dal nulla nuova moneta, che compare sotto forma di deposito sul conto del mutuatario. È un'operazione che avviene con un semplice giro di scritture contabili, senza che nessun risparmiatore abbia dovuto rinunciare a un euro.

Questo potere si chiama "signoraggio", ed è storicamente appartenuto ai governi e alle banche centrali. Si tratta del diritto di coniare moneta, di trarre risorse reali dall'economia attraverso il monopolio della creazione monetaria. Quando lo stato emette banconote, la differenza tra il valore nominale e il costo di produzione costituisce un guadagno che viene poi utilizzato per finanziare la spesa pubblica.

E cosa centra con le banche commerciali? Loro fanno esattamente la stessa cosa, solo in modo meno visibile. Creano denaro sotto forma di depositi, e su quel denaro che hanno creato con un un clic, applicano interessi. Interessi che non remunerano alcun risparmio preesistente, ma che costituiscono puro signoraggio bancario.

Un interessante studio sull'argomento, ha calcolato che nel solo Regno Unito, il signoraggio bancario ha rappresentato in media più del dieci per cento delle entrate fiscali del paese. Una cifra enorme, che fa capire quanto sia rilevante questa forma di tassazione occulta, di cui i cittadini non hanno quasi mai piena coscienza.

Il punto è che le banche hanno imparato a massimizzare questo signoraggio attraverso tre leve fondamentali. La prima è la capacità di attrarre depositi a basso costo, grazie alla liquidità che offrono e alla fiducia del pubblico. La seconda è la scala operativa: più una banca è grande, più riesce a economizzare sull'uso delle riserve necessarie per regolare i pagamenti. La terza è il potere di mercato, quel quasi-monopolio che consente loro di imporre tassi e condizioni senza temere realmente la concorrenza.

Ecco perché un sistema bancario concentrato, con poche grandi banche che dominano il mercato, è così redditizio. Non perché offra servizi migliori, ma perché può estrarre maggiori rendite da un potere che le norme e le regole del sistema contribuiscono a preservare.

La rivoluzione digitale ha ulteriormente accentuato questo squilibrio. I clienti oggi fanno da soli, tramite home banking, operazioni che un tempo richiedevano personale e filiali. Eppure pagano, e spesso pagano di più, per un servizio che in gran parte si autoalimenta. Si potrebbe dire che fanno il lavoro dei dipendenti bancari stando comodamente a casa, ma pagando la banca per questo privilegio. Una situazione paradossale che merita almeno una riflessione.

Qualcuno potrebbe obiettare che le banche sostengono costi e rischi, che devono mantenere riserve e rispettare regole severe. È vero, ma queste regole vengono spesso aggirate o indebolite, come dimostrano i salvataggi pubblici che hanno puntualmente ripagato le banche in difficoltà, trasferendo poi i costi sui contribuenti.

Forse, invece di limitarci a indignarci per i profitti record, dovremmo interrogarci sulla natura stessa di questi profitti. Se le banche creano denaro, e su quel denaro guadagnano interessi, stanno di fatto sottraendo risorse all'economia reale per alimentare la propria crescita. È questa la domanda che dovremmo porci, con la stessa urgenza con cui ci interroghiamo sulle politiche fiscali o sulla spesa pubblica.

Ecco perché la risposta, per quanto complessa, meriterebbe di essere cercata, perché il denaro è troppo importante per lasciare che il suo controllo e il suo frutto restino nelle mani di pochi, senza che il resto di noi abbia voce in capitolo!

Ed allora cosa possiamo fare? Io alcune soluzioni pronte le ho preparate:

1. Riprendere il controllo della creazione monetaria affidandola esclusivamente alla Banca Centrale o al Tesoro. Le banche commerciali diventerebbero semplici intermediari, non creatori di moneta. Il signoraggio tornerebbe allo Stato e verrebbe usato per finanziare servizi pubblici o ridurre le tasse.

2. Creare valute locali o digitali (es. complementari) che non passano attraverso le banche commerciali e che circolano all'interno di comunità ristrette, sottraendo potere al sistema bancario tradizionale.

3. Una soluzione tecnologica come Bitcoin e criptovalute decentralizzate che toglie alle banche il monopolio della creazione monetaria. L'offerta è limitata da protocolli matematici, non da decisioni discrezionali di banche centrali o commerciali.

4. Trasformare le banche in enti senza scopo di lucro o a partecipazione pubblica, dove il signoraggio viene redistribuito ai cittadini o reinvestito nell'economia reale.

5. Obbligare le banche alla trasparenza, ad esempio a rendicontare pubblicamente quanto denaro creano e su quali basi, con audit indipendenti. Creare organi di controllo dove cittadini e associazioni abbiano voce e partecipazione democratica, non solo gli azionisti.

6. Applicare una tassa sul signoraggio bancario, sì... sulla creazione di moneta da parte delle banche, in modo da redistribuire almeno una parte del profitto verso la collettività.

7. Pensare ad una educazione finanziaria e quindi ad una consapevolezza diffusa: Più i cittadini capiscono come funziona il sistema, più possono fare scelte consapevoli: spostare i propri risparmi verso banche etiche, sostenere iniziative di finanza alternativa, premere politicamente per riforme.

Certo so bene che nessuna soluzione è perfetta o quantomeno immediata, ma se non s'inizia non si arriva da nessuna parte. Ecco perché intanto io faccio il primo passo: parlarne, diffondere consapevolezza, porre le domande giuste è importante, perché si sa... senza consapevolezza collettiva, nessuna riforma sarà mai possibile!



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