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mercoledì 9 settembre 2026

Graviano ed altri 90 boss trasferiti con urgenza in Sardegna! Perché... cosa avevano da dire? Quando un trasferimento diventa più sospetto di una lettera al giudice.

Buongiorno, 

oggi vorrei tornare su una vicenda che avevo sfiorato qualche giorno fa, nel mio post del 19 agosto.

Allora, ammetto, avevo affrontato la notizia con un certo distacco, quasi con il sorriso amaro di chi ormai è abituato a leggere certe dinamiche e preferisce raccontarsele con una barzelletta. Ma quello che sta accadendo in queste ore supera ogni mia più cinica previsione.

La notizia, ormai nota, è quella del trasferimento in Sardegna di novanta boss del calibro di Giuseppe Graviano, tutti sottoposti al regime del 41 bis.

Un'operazione imponente, voluta dal ministro Nordio, che ha riempito i cieli e le strade dell'isola con un dispiegamento di forze degno di un film.

Graviano, dopo nove anni a Terni, è finito a Cagliari-Uta, insieme ad altri ottantasette detenuti. E la presidente della Regione, Alessandra Todde, giustamente si infuria: nessuna consultazione, nessuna condivisione, solo un'imposizione calata dall'alto, con le carceri sarde già al collasso e il rischio concreto che la Sardegna diventi la "Cayenna d'Italia".

Ma io, leggendo questa notizia, non ho potuto fare a meno di collegarla a quanto scrivevo solo pochi giorni fa (vedi link). Ricordate? Parlavo di Graviano e della sua lettera al gip di Caltanissetta, di quella richiesta del suo legale di poter parlare, di avere qualcosa da dire su Berlusconi. E io, con quella barzelletta sul quiz e la Ferrari, scherzavo sul fatto che, dopo venticinque anni, quelle parole rischiavano di essere solo un pretesto per uscire dal carcere duro. Un tentativo, forse, di riaprire vecchie ferite per ottenere un beneficio.

Ma ora, davanti a questo trasferimento così massiccio e improvviso, la mia leggerezza di allora si è trasformata in un pensiero ben più cupo. Mi chiedo: è davvero solo un caso che, a poche settimane da quella richiesta, Graviano e decine di altri boss vengano spostati in un carcere sperduto, in un'isola, in un posto difficile da raggiungere, anche per i loro stessi avvocati? La tempistica è quanto meno sospetta.

La paura, ve lo dico francamente, è quella che il mio sorriso di agosto si sia trasformato in un grattacapo. La paura che qualcuno, ai piani alti, abbia avuto molto timore di ciò che Graviano avrebbe potuto effettivamente raccontare. Perché se davvero quel boss aveva qualcosa di concreto da dire sui presunti rapporti con Berlusconi e Dell'Utri, allora allontanarlo fisicamente, renderlo di fatto più invisibile, diventa un'operazione di straordinaria convenienza...

Non voglio fare il complottista, ma il mio istinto di cronista e di cittadino che da anni osserva questo paese mi dice che qualcosa di anomalo è accaduto. Non è il trasferimento in sé, che può essere giustificato da esigenze organizzative, ma è l'urgenza, la segretezza, l'arroganza con cui è stato imposto. Il governo che non risponde alla Regione, che non spiega i criteri, che agisce unilateralmente: tutto questo, messo insieme alla richiesta di Graviano, forma un quadro che non mi piace per niente.

Mi chiedo se qualcuno abbia avuto paura che quelle parole, finalmente ascoltate da un giudice, potessero aprire uno scenario imbarazzante. Perché se Graviano avesse davvero parlato, e avesse portato prove, sarebbe stato un terremoto. Allora, forse, la soluzione più semplice è stata quella di spostarlo in capo al mondo, in una struttura dove il suo accesso alla stampa e ai magistrati diventa più complicato, dove la sua voce può essere più facilmente soffocata e chissà... forse non solo la sua voce!

E io, che il 19 agosto preferivo tenermi la mia vecchia Audi e ridere della barzelletta, oggi mi ritrovo a pensare che forse quella Ferrari rossa, metafora del silenzio e dei favori, qualcuno l'ha davvero regalata per non sentire certe verità.

Spero di sbagliarmi, spero che il trasferimento sia solo una banale, anche se discutibile, scelta logistica, ma quando vedo la politica e le istituzioni muoversi con una rapidità che solitamente non le appartiene, già... quando vedo un uomo che viene improvvisamente prelevato e allontanato (a modello "Gestapo"), non per ascoltarlo... ma per lasciarlo volutamente in silenzio, beh... qualche dubbio rimane.

Ripeto, non è un dubbio comodo... è quel tipo di dubbio che ti fa guardare alla cronaca di questi giorni con occhi diversi, chiedendoti se dietro la facciata della sicurezza e dell'ordine non si nasconda, ancora una volta, la paura della verità, un'amara verità che si sta provando in questi trent'anni di soffocare!

martedì 8 settembre 2026

Capitolo VI° - L'inizio pubblico: il battesimo di Giovanni, la scelta dei 12 apostoli, la purificazione del tempio, il Messia. TERZA PARTE

Affrontiamo stamani la purificazione del tempio.

E poi venne il momento di Gerusalemme... la città santa, il Tempio, il cuore pulsante di Israele.

Yeshua vi entrò con i suoi dodici... mescolato alla folla dei pellegrini. Non era la prima volta che vi andava, ma era la prima volta che vi andava con una missione.

Il Tempio era un luogo di preghiera, ma anche un luogo di affari. I cambiamonete, i venditori di colombe e di agnelli per i sacrifici, le grida dei mercanti, l'odore del sangue degli animali. Tutto era diventato un commercio, un sistema. E Yeshua, che aveva passato la vita a essere escluso da quel sistema, sentì dentro di sé una rabbia che non aveva mai provato.

Non fu un gesto calcolato. Fu un gesto di follia, di disperazione. Prese delle corde, le intrecciò come un frustino, e cominciò a rovesciare i tavoli dei cambiamonete, a scacciare i venditori, a gridare: "La mia casa sarà chiamata casa di preghiera, ma voi ne fate un covo di ladri!".

La folla si fermò. I mercanti lo guardarono basiti, arrabbiati. I farisei, che erano lì a controllare il Tempio, lo fissarono con occhi di ghiaccio. Chi era quell'uomo? Un profeta? Un pazzo? Un bastardo che si prendeva troppe libertà?

Ma Yeshua non si fermò. Continuò a rovesciare, a gridare, a liberare gli animali. Non era solo il Tempio che stava purificando. Era il sistema che lo aveva escluso, che lo aveva marchiato, che gli aveva detto per tutta la vita che lui non contava. Quella rabbia era il riscatto di tutti gli anni di umiliazione, di tutti i sussurri dietro la fontana, di tutte le volte che un bambino era stato tirato via da lui.

Ma quando la rabbia si spense, quando i tavoli furono rovesciati e il Tempio tornò silenzioso, Yeshua capì che quel gesto lo aveva segnato per sempre. Non sarebbe più stato un semplice predicatore. Da quel momento, il potere religioso lo avrebbe cercato, lo avrebbe braccato, lo avrebbe ucciso. Ma forse, per la prima volta, lui si sentiva vivo. Non perché avesse vinto, ma perché aveva smesso di tacere.

Quel giorno, nel Tempio, qualcuno gli chiese: "Con quale autorità fai questo? E chi ti ha dato questa autorità?".

Yeshua guardò i suoi accusatori. Avrebbe potuto rispondere (forse) con un miracolo, con una prova, con una parola che li avrebbe zittiti. Ma non lo fece. Perché sapeva che il suo potere non veniva da un'autorità terrena. Il suo potere veniva dal fatto che lui, un bastardo di Nazareth, aveva osato alzare la voce contro il sistema che lo aveva schiacciato.

"Distruggete questo tempio" - disse - "e io lo ricostruirò in tre giorni".

Nessuno capì... pensarono che parlasse del Tempio di Gerusalemme... ma Yeshua parlava di sé stesso, parlava del suo corpo, del suo spirito, già... di quella fiamma che non si era mai spenta!

lunedì 7 settembre 2026

Capitolo VI° - L'inizio pubblico: il battesimo di Giovanni, la scelta dei 12 apostoli, la purificazione del tempio, il Messia. SECONDA PARTE

Affronto oggi l'inizio della predicazione, il piano spirituale e la scelta dei 12 apostoli

E così dopo il battesimo, Yeshua non tornò più nel deserto, ma rimase nei pressi del Giordano, dove Giovanni aveva radunato una piccola folla di discepoli ma soprattutto di curiosi... e lì, quasi senza volerlo, iniziò a parlare.

All'inizio erano poche parole, poi sempre di più. Le stesse cose che aveva meditato nel deserto: la giustizia, la misericordia, il regno di Dio che non è un luogo ma un modo di vivere, la purezza che non sta nel sangue, ma nel cuore.

La gente lo ascoltava. Non perché facesse miracoli o prodigi, ma perché parlava con un'autorità che i dotti non avevano. Parlava come se le Scritture le avesse vissute sulla propria pelle e forse, in un certo senso, era così.

E fu in quei giorni che Yeshua, camminando e predicando tra un villaggio e l'altro, ebbe modo di osservare da vicino ciò che la cultura romana aveva portato in Galilea. Aveva visto Sefforis, la splendida città che Erode Antipa aveva ricostruito e reso un gioiello di architettura ellenistica. Aveva visto Tiberiade, sorta sulle rive del lago, con i suoi palazzi, i suoi bagni, le sue strade lastricate. E in quelle città, lussuose e raffinate, Yeshua aveva visto anche l'altra faccia della medaglia: la gente che viveva ai margini, i poveri, gli esclusi, coloro che quei palazzi li guardavano solo da lontano.

Quelle città erano il simbolo di tutto ciò che Yeshua disprezzava in Erode Antipa: la ricchezza ostentata, il potere che opprime, la cultura romana che calpestava la tradizione ebraica. Non parlava mai apertamente di politica, ma ogni sua parola era un colpo a quel sistema. Erode Antipa, nelle sue prediche, veniva definito - a voce bassa e davanti ai discepoli più fidati - come una "volpe". Astuto, crudele, senza scrupoli. E Yeshua, quando anni dopo sarebbe stato condotto davanti a lui, la mattina della sua condanna, avrebbe rifiutato di aprir bocca. Non una parola. Solo un silenzio profondo, sprezzante, che valeva più di mille accuse. Perché in quell'uomo che si era tanto imbevuto della cultura romana, Yeshua vedeva l'essenza della malvagità. Il potere che aveva oppresso il popolo per anni, nella più totale ingiustizia.

Sono certo che Yeshua avesse preso - negli anni - nota di quanto accadeva intorno a lui. E negli anni che seguirono, cominciò a concretizzarsi un piano che avrebbe portato alla rovina di tutto quello che Roma rappresentava. Ma non un piano politico, non una rivolta armata. Un piano spirituale: il messaggio di amore, di giustizia, di uguaglianza. Un messaggio che Roma non avrebbe mai potuto sconfiggere perché non combatteva con le armi, ma con le parole. Con la coscienza. Con la fiamma che si accendeva nel cuore di chi ascoltava.

Ma Yeshua sapeva che non poteva restare solo. Il messaggio era troppo grande per una sola voce. E così, un giorno, mentre camminava lungo il lago di Galilea, vide due fratelli, Simone e Andrea, che gettavano le reti nelle acque. Li guardò e disse: "Venite dietro a me, e vi farò pescatori di uomini".

Simone era un uomo di poche parole e molte incertezze, un pescatore che conosceva il vento e le onde ma che di teologia sapeva ben poco. Andrea era più riflessivo, più incline ad ascoltare. Entrambi lasciarono le reti e lo seguirono. Non sapevano dove li avrebbe portati. Non sapevano cosa avrebbero trovato. Ma qualcosa in quell'uomo li aveva convinti.

Poi, poco oltre, vide altri due: Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che riparavano le reti con il padre. Li chiamò. E anche loro lasciarono tutto.

E così, giorno dopo giorno, scelse altri otto: Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo, e Giuda Iscariota. Dodici, come le tribù di Israele. Dodici, come un nuovo popolo, un nuovo inizio.

Non erano dotti, non erano ricchi, non erano potenti. Erano pescatori, esattori delle tasse, uomini comuni con le loro paure, le loro ambizioni, i loro dubbi. Uno di loro, Matteo, era un pubblicano, un traditore agli occhi dei suoi stessi connazionali, perché raccoglieva le tasse per i romani. Eppure Yeshua lo aveva chiamato. Perché il suo messaggio non era per i giusti, ma per coloro che sapevano di non esserlo.

Simone, Pietro, era impulsivo, parlava prima di pensare, e un giorno, quando gli sarebbe stato chiesto, avrebbe negato di conoscere il suo maestro. Tommaso avrebbe dubitato fino a chiedere di toccare le ferite. Giuda, il tesoriere, avrebbe venduto per trenta monete d'argento. Ma Yeshua li scelse lo stesso. Non perché fossero perfetti, ma perché erano umani. E l'umanità era il suo alfabeto...

domenica 6 settembre 2026

Capitolo VI° - L'inizio pubblico: il battesimo di Giovanni, la scelta dei 12 apostoli, la purificazione del tempio, il Messia. PRIMA PARTE

Allora... iniziamo con il battesimo di Giovanni: il vero profeta!

Avete letto nel capitolo precedente come il deserto fosse divenuto il suo maestro. Ma il maestro, si sa, prima o poi va lasciato. E così Yeshua si mise in cammino verso il Giordano, verso quel cugino di cui tutti parlavano.

Su quest'ultimo punto consentitemi una precisazione: Non sappiamo quali legami parentali esistessero fra Maria ed Elisabetta, già... se fossero cugine oppure nipote e zia, ma sappiamo per certo che le due famiglie fossero molto intime e questo significava che Giovanni e Yeshua erano anch'essi parenti.

Giovanni, figlio di Zaccaria, vestito di pelo di cammello e cintura di cuoio, che mangiava locuste e miele selvatico. Uno che il deserto lo aveva scelto come casa, e che ora chiamava la gente a purificarsi, a immergersi nell'acqua, a preparare la strada a qualcuno che sarebbe venuto dopo.

Yeshua lo aveva sentito nominare tante volte, prima a Nazareth, poi nel deserto, ed infine tra gli Esseni. E se forse era lui il prescelto? Ma... non lo aveva mai incontrato. E così quando lo vide, non vi fu nessuna rivelazione, ma solo un semplice riconoscimento dopo tanti anni di distacco. Già... era come rivedere sé stesso in uno specchio deforme: più magro, più selvatico, più arrabbiato, ma con la stessa fiamma negli occhi che si ricordava da ragazzo.

E qui bisogna dire una cosa importante, che i testi sacri ufficiali spesso dimenticano o minimizzano. Giovanni fu il vero profeta. Fu il primo a incitare le persone a condurre la propria vita in virtù, a praticare la giustizia verso il prossimo, a essere devoti a Dio, a cambiare la propria vita. Il battesimo nell'acqua rappresentava il segnale di quell'inizio di una nuova vita. Tutti raccontano che quando Giovanni si presentava alle folle, tutti indistintamente erano colmi di gioia e vedevano in lui una guida. Egli si ispirò al profeta Isaia, si recò nel deserto della Giudea per vivere in un piccolo insediamento chiamato Qumran - noto oggi per il ritrovamento di quelle anfore contenenti papiri, conosciuti oggi con il nome di Rotoli del Mar Morto - un popolo che si era allontanato dagli uomini ingiusti, per preparare la nuova via per il popolo.

Sono altrettanto certo che egli avesse vissuto un periodo della propria vita con gli Esseni, con i quali era legato da una affinità di scelte e idee. Il problema però di quest'ultimi era che essi vivevano la propria esperienza in maniera isolata, quasi che avrebbero raggiunto la rettitudine solo attraverso una separazione rigida dalla società di quel periodo. Giovanni, viceversa, credeva che il messaggio andasse riportato al popolo, alla società. Egli credeva nella predicazione, richiamava il popolo d'Israele al pentimento, avvisava dell'imminente giudizio di Dio. Egli si rivedeva nell'antico profeta Elia che aveva rimproverato apertamente persino il re e la regina d'Israele, Acab e Gezabele. Egli non era un isolato e ancor meno un asceta chiuso a pregare in solitudine.

Ecco perché quel suo messaggio giunse alle orecchie di Erode Antipa, ed ecco perché questi comprese sin da subito quale pericolo fossero quelle sue predicazioni per le masse inquiete, in quanto presentavano tutti i principi per dare atto a una vera e propria rivoluzione. Giovanni incarnava in sé tutto il fascino del profeta antico, e il popolo iniziava a credere che forse Dio avesse finalmente deciso di mandare un suo messaggero, la sua parola, per poter inaugurare finalmente un nuovo regno di Israele.

Anche Giovanni riconobbe Yeshua prima ancora che egli parlasse. Non sapeva come avesse fatto, ma lo riconobbe subito. E quando Yeshua chiese di essere battezzato, Giovanni esitò: "Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te" - disse - "e tu vieni da me?".

Ma Yeshua lo guardò e rispose: "Lascia fare per ora. Così conviene che adempiamo ogni giustizia".

Ed allora Giovanni lo immerse nelle acque del Giordano. D'altronde parliamo di un evento pubblico, semplice: un uomo che battezza un altro uomo, come tanti altri che quel giorno erano lì. Niente di straordinario. Ma per Yeshua quell'acqua rappresentava qualcosa di profondo. Nessuna voce fu tuonata dal cielo, già... solo il peso dell'acqua, solo il silenzio, e poi la certezza che qualcosa si era compiuto. Ripeto... non una rivelazione, ma una semplice conferma: Questa è la strada da percorrere!

Nei Vangeli che seguirono venne scritto che quando uscì dall'acqua, Giovanni lo guardò e disse: "Ecco l'agnello di Dio". Ovviamente nessuno lo capì, quantomeno in quel momento, e forse neppure Yeshua comprese quelle parole. Come se ciascuno di quei semi pronunciati avesse bisogno di tempo per germogliare.

Fine prima parte...

sabato 5 settembre 2026

Governo Meloni: Quel record di longevità ed il suo banale significato!

Oggi il "Governo Meloni" ha stabilito il record di longevità. 1.413 giorni. Una cifra che i media celebrano come se fosse un trofeo, come se il tempo trascorso fosse di per sé un merito. Una festa a Bari, un palco tra cori e sorrisi...

Ma fermiamoci un attimo e chiediamoci: cosa diavolo stanno festeggiando?

La premier, con una sincerità che forse non ha nemmeno percepito, ha detto una cosa interessante: "Il governo più stabile non è per forza anche il più capace". Esatto! È semplicemente quello che è riuscito a restare attaccato alla poltrona più a lungo degli altri. Ecco il punto. La durata non è un certificato di qualità, è solo il termometro della tenacia con cui un gruppo di persone ha saputo difendere i propri interessi.

Ed allora... consentitemi di chiedere a quei componenti di Governo: quali sono i risultati di questa lunga permanenza? Una riforma della giustizia bocciata in modo sonoro al referendum. Una sicurezza che arranca, annunciata ma mai davvero incisiva. Il reddito di cittadinanza cancellato, senza che al suo posto sia stato costruito un sistema altrettanto dignitoso per chi vive sulla soglia della disperazione. La corruzione? Sempre lì, radicata come un cancro. La mafia? Immagino continui a lavorare in silenzio, indisturbata. E il fisco, ah il fisco, con quella riforma che prometteva miracoli e che si è rivelata un palliativo.

E così... mentre il Paese arranca, mentre troppi italiani non arrivano a fine mese, mentre la disuguaglianza diventa un'abitudine e le periferie restano terra di nessuno, chi governa... celebra! E come ormai consuetudine da un po' di anni - sì... ben 1413 giorni - con loro, naturalmente, l'intero circo dei lacchè, dei cortigiani, dei professionisti e dei cittadini che dell'ossequio da sempre popolano le segreterie politiche ed anche di quel sistema marcio di cui per l'appunto si nutrono. Sono loro, le cicale, i veri padroni di questo teatrino. Sono loro che hanno trasformato la politica in un affare di famiglia, dove l'unico obiettivo è tenersi stretta la poltrona e i benefici che ne derivano.

Già... non è un caso che la classifica dei governi più longevi in questi lunghi anni sia stato monopolizzato dal centrodestra. Sì... non è una coincidenza, è un metodo che qualcuno prima di loro gli ha insegnato. D'altronde fateci caso... questa coalizione non è unita da un progetto, da una visione, da un'idea di Paese, è unita viceversa da una cosa ben più prosaica: la paura di perdere il potere. La paura di rinunciare a quei privilegi che la poltrona garantisce. E allora restano insieme, come un branco che difende il territorio, e intanto il Paese affonda. Loro festeggiano, noi guardiamo e piangiamo!

E che dire della famosa "stabilità" tanto decantata? Stabilità, per favore, è la parola che si usa quando non si hanno risultati da mostrare. Stabilità è il rifugio degli incapaci. È il modo elegante per dire: "Siamo ancora qui, nonostante tutto". Ma essere ancora qui non significa aver fatto bene. Significa solo che gli italiani, ancora una volta, sono stati traditi. E se la premier si chiede perché c'è chi contesta, forse dovrebbe guardare oltre il palco di Bari, oltre i sorrisi compiacenti, oltre la folla osannante. Dovrebbe guardare in faccia la gente comune, quella che la fame la conosce davvero. Quella che di questo governo ha visto solo promesse e parole.

Quattro anni, e poi? La riforma fiscale è ancora un miraggio. La sicurezza è più un'idea che una realtà. Il contrasto alla mafia? Non se ne parla. La giustizia? Umiliata. E intanto loro sono lì, a dire che il record è un vanto. Ma un vanto di che cosa? Di quanto tempo è passato senza che le cose cambiassero. Perché in fondo, se il governo dura così tanto, forse è proprio perché non ha mai davvero scosso le fondamenta di questo Paese. Non ha mai davvero infastidito i poteri forti. Non ha mai davvero cambiato le cose.

Ecco il punto. La longevità, in un sistema malato come il nostro, non è il segno di una forza, ma il sintomo di una debolezza collettiva. È il riflesso di un Paese che non reagisce, che si abitua, che accetta. Ma questa volta, forse, il giudizio arriverà. Quando gli italiani torneranno alle urne, non conteranno i giorni passati. Conteranno le promesse tradite, le speranze deluse, le ingiustizie tollerate. E allora, quel record, così pomposamente celebrato, si rivelerà per quello che è sempre stato: una medaglia di latta appesa al petto di un governo che ha avuto tutto il tempo per fare, e ha scelto di non fare.

Avanti, sì. Ma con i piedi per terra, come dice la premier? Speriamo. Sì, quantomeno per chi oggi sta soffrendo, per chi il peso di questi anni lo ha portato sulle proprie spalle senza avere mai il lusso di festeggiare nulla. Ma io so bene come da lassù, da quel palco, la terra sottostante si veda male, sfocata, lontana, quasi irrilevante. E il futuro, quello vero, quello della gente che chiede aiuto, che tende la mano e spesso non riceve nulla, quello dovrà aspettare ancora. Per molto, forse fino alle prossime elezioni. Elezioni alle quali, comunque, io non credo più. Non dopo aver visto così tanta faccia tosta, così tanta arroganza vestita di celebrazioni, così tanto tempo sprecato mentre il Paese affondava. La fiducia, quella vera, non si ricostruisce con i record. Si ricostruisce con i fatti. E i fatti, qui, sono stati dolorosamente assenti.

venerdì 4 settembre 2026

Italia senza futuro: la lunga agonia di un paese che non crede nei suoi giovani.

Già... ripenso a quel lontano 30 giugno 2014, quando scrissi un post dal titolo “Diplomato… ed ora?”.

Erano gli anni della crisi, della disoccupazione giovanile al 35% nel Mezzogiorno, della sensazione che, nonostante tutto, non ci fosse una via d’uscita. 

Oggi, dodici anni dopo, leggo il report Istat sulla Sicilia e sulla mobilità interna, e ho la sensazione amara che il tempo non sia passato o meglio, è passato, ma le cose non sono cambiate nella sostanza. 

La musica è sempre quella, anche se gli interpreti, a volte, cambiano. I dati del 2025 ci dicono che il Mezzogiorno ha perso circa 45 mila residenti nei confronti del Centro-Nord in un solo anno. 112 mila persone hanno lasciato le regioni meridionali, e solo 67 mila hanno fatto il percorso inverso. E la Sicilia è tra le principali protagoniste di questa triste epopea.

Ma voglio andare oltre i numeri. Voglio parlare di ciò che questi numeri rappresentano. Perché dietro ogni trasferimento, dietro ogni partenza, c’è una vita, una storia, un sogno che si infrange. C’è un giovane che, magari dopo anni di studio e sacrifici, si rende conto che la propria terra non ha nulla da offrirgli. C’è una famiglia che si stringe, che piange la lontananza, che manda soldi e speranza. C’è un pezzo di Sicilia, di Italia, che si impoverisce. E non solo economicamente, ma culturalmente, socialmente, umanamente. Perché quando partono i giovani, partono anche le loro idee, la loro energia, la loro voglia di cambiare le cose.

E allora, mi chiedo: che fine ha fatto il sogno di un’Italia migliore? Quella che avrebbe dovuto investire nella cultura, nell’istruzione, nella ricerca? Quella che avrebbe dovuto dare ai giovani le chiavi per costruire il proprio futuro? Viceversa, cosa è stato fatto? 

Hanno tagliato i fondi per la scuola, reso l’università un lusso per pochi, creato un divario sempre più ampio tra il mondo della formazione e quello del lavoro, ma d'altronde i risultati sono sotto gli occhi di tutti. 

I nostri atenei, come quelli siciliani, spesso in fondo alle classifiche. Una scuola che, come scrivevo nel 2014, è “povera di cultura, di programmi, che non investe in ricerca, scarsa di risorse e contenuti”. Già... una scuola che, invece di essere un trampolino per il futuro, è diventata una fabbrica di delusioni e così, i nostri laureati, i nostri “cervelli in fuga”, sono costretti ad andare via. Non solo al Nord, ma sempre più spesso all’estero.

Il report Istat ci dice che la perdita di giovani italiani viene in parte compensata dall’arrivo di giovani stranieri. Ma questo fenomeno interessa soprattutto le regioni del Centro-Nord. Da noi, al Sud, il saldo resta drammaticamente negativo. Perché la Sicilia non è attrattiva. Non offre opportunità. Non è in grado di trattenere i talenti!

E questo nonostante i proclami dei nostri "sterili e inconcludenti" politici, nonostante gli annunci, nonostante i soldi del Pnrr che, ancora una volta, rischiano di finire in opere inutili o, peggio, nelle mani di sempre gli stessi, per non dover ripetere per l'ennesima volta: LA MAFIA!

Sì... lo dicevo nel 2023, e lo ripeto oggi: “Ci hanno raccontato come gli investimenti del Pnrr avrebbero determinato un miglioramento della condizione dei nostri giovani, ma la verità è che quei soldi finiscono sempre nelle solite tasche”. La condizione dei nostri giovani non solo non è migliorata, ma rischia di peggiorare ulteriormente.

E poi c’è la questione della "speranza". O meglio, della mancanza di speranza: già... come dice il detto "chi di speranza vive, disperato muore!", già... sante parole; perché un giovane che non crede nel futuro è un giovane che smette di lottare, che si rassegna, che si spegne. Lo vedo ogni giorno nei loro occhi. lo leggo nelle loro storie sui social. 

Una generazione che è stata definita “senza”, sì... senza un lavoro stabile, senza una famiglia, senza una prospettiva, senza fiducia. E io, che ho sempre creduto che il futuro si costruisce giorno per giorno, faticosamente, con impegno e passione, vedo oggi un’intera generazione che si sente tradita.

Tradita da un paese che non ha saputo, o voluto, dare loro un futuro. Un paese che, come scrivevo nel 2014, “non investe nella cultura e nei giovani, non è un paese credibile quando tenta proprio attraverso la voce dei suoi governanti, di parlare di prospettive”.

La Sicilia, e l’Italia intera, si trova oggi di fronte a una scelta epocale. Continuare su questa strada, alimentando la fuga dei giovani e la desertificazione del Sud, o cambiare radicalmente rotta. Investire seriamente nella formazione, creare le condizioni per un lavoro dignitoso, sostenere l’imprenditoria giovanile, combattere il clientelismo e la raccomandazione. Non bastano più parole, non bastano più promesse. Servono fatti. Servono scelte coraggiose. Perché, come ho sempre detto, la partenza dei nostri giovani non è un destino inevitabile. È il frutto di decisioni politiche, di una mentalità sbagliata, di un sistema che ha fallito. E che, se non cambia, continuerà a fallire. 

Un paese che non tutela i giovani, e che anzi li costringe ad andare via, è un paese che si condanna alla decadenza. Un paese che perde la sua linfa vitale, la sua energia, il suo futuro. E allora, forse, è il momento di dire basta. Di alzare la voce. Di pretendere un cambiamento. Perché il futuro non è scritto, e dipende da noi. Dai nostri ragazzi, ma anche da noi adulti, che abbiamo il dovere di costruire per loro un’Italia migliore. Un’Italia che non li costringa a scappare, ma che li accolga, li valorizzi, li faccia sentire a casa.

Perché, alla fine, la vera ricchezza di un paese non sono le sue fabbriche o le sue banche, ma i suoi giovani. Il loro talento, la loro energia, la loro voglia di fare. 

Sì... se perdiamo anche loro, abbiamo perso tutto!

giovedì 3 settembre 2026

Il peso di una classe dirigente che non capisce e non ascolta...

Continuando con quanto anticipato ieri, mi torna in mente ora, mentre rileggo quei dati sull’emigrazione giovanile, un episodio che mi aveva alcuni anni fa profondamente segnato. 

Correva l’anno 2016 e scrissi un post intitolato “Morire… perché costretti dai nostri governanti a ricercare quel proprio futuro all’estero”. Parlavo delle dichiarazioni vergognose del Ministro del Lavoro di allora, Giuliano Poletti, che ebbe il coraggio di dire: “Se centomila giovani se ne sono andati dall’Italia, non è che qui sono rimasti 60 milioni di “pistola”

Ed ancora... "conosco gente che è andata via… e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”. Parole che ancora oggi mi fanno venire i brividi. Parole che rivelano un’arroganza, una lontananza dalla realtà, un disprezzo per il sacrificio e la dignità di chi, spesso, è costretto ad andarsene per mancanza di alternative.

Ecco, io credo che quella frase, in fondo, sia la sintesi perfetta di un approccio che abbiamo visto troppe volte. Non solo da Poletti, ma da tanti altri. Quella incapacità di comprendere che il problema non sono i giovani che partono, ma le condizioni che li spingono a farlo.

Quei governanti, quei politici che spesso, come scrivevo nel 2016, sono “soggetti ignoranti, scadenti e inconcludenti, posti tra le più alte cariche istituzionali”. Persone che hanno goduto di privilegi, di raccomandazioni, di un sistema clientelare che li ha portati dove sono, senza alcun merito. E che poi si permettono di giudicare chi, con le proprie forze, cerca di costruirsi un futuro altrove.

Il rapporto Istat del 2026 ci parla di una mobilità interna che riprende, ma non basta a invertire una tendenza ormai consolidata: il Sud perde popolazione, la Sicilia perde i suoi giovani migliori. Nel 2025, i trasferimenti di residenza tra comuni italiani sono cresciuti del 5,1%. Ma dietro questi numeri, ci sono storie di rinunce, di scelte dolorose. Ci sono giovani che lasciano la propria terra, i propri affetti, la propria cultura. E lo fanno perché, da noi, la meritocrazia è ancora un miraggio. Perché, come ho sempre detto, la raccomandazione vince sul talento. Perché i posti di lavoro, quelli veramente buoni, finiscono sempre nelle solite tasche, nelle solite mani.

Eppure, ascoltiamo ancora i proclami di chi ci dice che il Pnrr risolverà tutto, che gli investimenti porteranno lavoro. Ma io, come scrivevo nel 2023, ho visto troppo spesso quei soldi finire “nelle solite tasche”. La condizione dei nostri giovani non solo non è migliorata, ma rischia di peggiorare. E lo dicono i numeri: 1,7 milioni di giovani under 30 che non studiano, non lavorano e non sono in alcun percorso di formazione. Quasi 5 milioni di giovani tra i 18 e i 34 anni con almeno un segnale di deprivazione. E la condizione femminile? Al Sud tocca il 28%. Questa è la fotografia di un paese che ha fallito. Che ha tagliato l’istruzione, la ricerca, che ha reso il lavoro sempre più precario, con decreti che liberalizzano il tempo determinato e rilanciano i voucher.

E poi, c’è il problema dell’esperienza. Quanti di noi hanno letto, e letto, annunci di lavoro per giovani che richiedono anni di esperienza pregressa? L’ho denunciato nel 2022: “Un giovane non trova lavoro perché manca di esperienza. Ma non è che manca di esperienza proprio perché non trova lavoro?”. È un paradosso che fa impazzire. Le aziende vogliono assumere giovani per gli sgravi fiscali, ma poi non sono disposte a formarli, a investire su di loro. Li mandano allo sbaraglio, senza addestramento, senza supervisione, dimenticando che per un ragazzo alle prime armi, ogni giorno di lavoro è una sfida, ma anche un rischio. I giovani tra i 18 e i 24 anni hanno il 50% di probabilità in più di subire un infortunio, proprio perché sono inesperti, vulnerabili, e spesso lasciati soli.

Questa è la cultura del lavoro che abbiamo costruito. Una cultura che non investe, che non crede nei giovani, che li considera solo come manodopera a basso costo. E poi ci chiediamo perché scappano. Perché preferiscono andare in un paese che sappia premiare il merito, l’impegno, la fatica. Perché, come scrivevo nel 2016, vanno a cercare “la meritata occupazione in paesi che sanno premiare la meritocrazia e non il solito clientelismo”. Il Ministero del Lavoro di allora, con le parole di Poletti, diede una sterzata crudele a chi già soffriva. Ma la sostanza, in tutti questi anni, è cambiata davvero?

Forse dovremmo ascoltare di più le voci di quei giovani che partono. Dovremmo chiederci cosa li spinge ad andare via, cosa cercano, cosa sognano. E dovremmo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà: la nostra classe dirigente ha fallito. Continua a fallire. Non ha un progetto per il futuro, non ha una visione. Taglia la scuola, taglia la ricerca, non tutela l’occupazione. E poi si meraviglia se la natalità crolla, se i giovani non fanno figli, se si sentono una generazione “senza”. Senza un lavoro stabile, senza prospettive, senza la possibilità di costruire una famiglia, senza fiducia nel domani. Come dicevo nel 2023, “un Paese come il nostro che non tutela i giovani è un Paese predestinato a morire”. E allora, forse, è il caso di iniziare a fare i conti con le nostre responsabilità. E di pretendere, con forza, un cambiamento. Perché la fuga dei giovani non è un destino ineluttabile, ma il frutto di scelte sbagliate. Scelte che hanno un costo, e che paghiamo tutti.

mercoledì 2 settembre 2026

La terra che non sa più trattenere i suoi figli migliori!

Leggo il nuovo report Istat e, ancora una volta, il mio sguardo cade su quei numeri che raccontano una storia che conosciamo fin troppo bene. La Sicilia continua a svuotarsi. Nel 2025, quasi un emigrante meridionale su quattro è partito dalla nostra Isola. Il 23,6% di tutti i trasferimenti dal Sud verso il Centro-Nord ha origine qui, seconda solo alla Campania. E la meta? Quasi il 30% sceglie la Lombardia. Poi l’Emilia-Romagna, il Veneto, il Lazio, la Toscana. Regioni che sanno attrarre, che offrono qualcosa che da noi sembra essere diventato un miraggio.

Ma fermiamoci un attimo a riflettere su chi parte. Perché non è solo questione di numeri, di saldi demografici o di percentuali. È questione di volti, di storie, di speranze che si spengono in un angolo di questa terra. A lasciare la Sicilia sono soprattutto i giovani con meno di 35 anni. Spesso laureati.

Ragazzi che hanno investito tempo, fatica e risorse nella loro formazione. Ecco, questo è il punto che mi ferisce di più. Come ho scritto tante volte in questi anni, non stiamo perdendo semplicemente dei residenti. Stiamo perdendo il nostro capitale umano più prezioso. Quelli che dovrebbero costruire il futuro di quest’isola, invece, sono costretti a cercarlo altrove.

E c’è un altro aspetto che mi preme sottolineare, perché lo vedo quotidianamente. Molti di questi ragazzi provengono da famiglie che fanno sacrifici enormi per sostenerli. Come diceva Franco Giannola dello Svimez, si permettono il lusso di impoverirsi pur di finanziare il percorso dei propri figli. Un patrimonio di competenze che, nella maggior parte dei casi, difficilmente farà ritorno nei territori d’origine. E allora le famiglie continuano a mandare soldi, vere e proprie rimesse, per sostenere quei giovani che ormai vivono lontani. È un paradosso doloroso: investiamo per formarli e poi li guardiamo andare via, continuando a pagare perché restino altrove.

Ma perché accade tutto questo? Me lo chiedo da anni, da quando nel lontano giugno del 2014 scrivevo un post intitolato “Diplomato… ed ora?”. Già allora, la domanda era la stessa: cosa offre questo paese a un ragazzo che ha appena finito la scuola? I dati di allora raccontavano un Sud con una disoccupazione giovanile intorno al 35%. Oggi, nonostante i proclami, la sostanza è cambiata davvero così tanto? La risposta, purtroppo, è no. Perché il problema non è mai stato solo la mancanza di posti di lavoro, ma la mancanza di un progetto, di una visione. Il mancato ricambio generazionale, la raccomandazione che ancora oggi rappresenta l’unica via per molti, la crisi che non permette alle imprese di spiccare il volo… Sono le stesse piaghe di sempre, che non si riescono a curare.

E allora, i nostri giovani, quei ragazzi che dovrebbero essere il motore del cambiamento, si trovano davanti a un bivio. Da un lato, l’università, spesso in atenei che non brillano per qualità, come quelli siciliani che anni fa leggevo in coda alle graduatorie nazionali. Dall’altro, la ricerca di un lavoro che, quando c’è, è spesso precario, sottopagato, o peggio, richiede esperienza che un giovane alle prime armi, per definizione, non può avere. E allora, come scrivevo nel novembre del 2022, ci ritroviamo a leggere annunci che chiedono “giovani con esperienza”. Ma dove la dovrebbero prendere, questa esperienza, se il mondo del lavoro si rifiuta di dargliela? È un cortocircuito assurdo, una presa in giro che si ripete all’infinito.

Il report Istat del 2025 ci dice che il Mezzogiorno ha perso, tra il 2019 e il 2025, 150 mila giovani laureati tra i 25 e i 34 anni. Centoventiduemila sono andati al Centro-Nord, ventottomila all’estero. Numeri che gridano vendetta. Perché ogni partenza è una ferita che si apre nel tessuto sociale ed economico dell’Isola. È un pezzo di futuro che viene meno, una possibilità di innovazione che si spegne. La perdita di giovani qualificati significa ridurre il potenziale di crescita, di ricambio generazionale, di speranza. E mentre al Nord il saldo migratorio è positivo, grazie anche all’arrivo di giovani stranieri, da noi il segno è sempre più drammaticamente negativo.

Ecco, io credo che la vera sfida per la Sicilia, per l’Italia tutta, sia questa: trattenere i propri giovani. Non con parole, non con promesse, non con quei proclami che abbiamo sentito da ogni governo, come giustamente ricordavo nel mio post del novembre 2023. Ma con fatti concreti. Offrendo lavoro qualificato, opportunità professionali, prospettive di crescita. Smettendo di considerare i giovani come un problema e iniziando a vederli come la risorsa più grande che abbiamo. Perché il problema non è soltanto quanti siciliani partono, ma soprattutto quanti giovani il territorio non riesce più a trattenere.

Già,,, fino a quando la partenza sarà vista come l’unica scelta possibile, avremo fallito come comunità, come paese. E allora, sì, forse è vero: il futuro è dei giovani. Ma è un futuro che, troppo spesso, i nostri giovani sono costretti a costruire lontano da casa.

martedì 1 settembre 2026

Hormuz è già un'arma arrugginita: l'oleodotto che spegne il ricatto di Teheran.

Dando seguito a quanto avevo scritto ieri - quando riflettevo sul fantasma di Khamenei che sceglieva X per lanciare i suoi messaggi - la storia ora inizia a consegnarsi un altro tassello e devo dire come questo cambi quasi tutto.

Già... perché mentre i falchi di Teheran blindavano Hormuz e minacciavano il mondo con la loro arma più temuta, qualcun altro, molto più silenziosamente, aveva già girato la chiave di una porta di cui pochi conoscevano l'esistenza.

Quella porta si chiama East-West Pipeline. Milleduecento chilometri di acciaio sepolto sotto il deserto arabico, che attraversano la Penisola Arabica da est a ovest, dai grandi giacimenti della costa orientale saudita fino al terminal di Yanbu, sul Mar Rosso. Non è un progetto sulla carta, non è una promessa. È realtà. Ed è operativa a pieno regime proprio in queste ore, mentre l'Iran tiene il fiato e il mondo osserva.

Sapete cosa significa, in termini concreti? Che quel venti per cento del petrolio mondiale che per decenni è passato per lo Stretto di Hormuz, ora può scorrere per un'altra via. Senza colli di bottiglia, senza posti di blocco, senza il ricatto di chi pensa di poter chiudere un corridoio largo trentatré chilometri e tenere in ostaggio interi continenti.

La portata è impressionante: fino a cinque milioni di barili al giorno. Non basta a coprire tutto il volume che prima transitava per lo Stretto, ma è più che sufficiente a stabilizzare i mercati, a evitare la corsa al panico, a dire agli armatori e alle assicurazioni che esiste un'alternativa concreta e già operativa.

Ed è qui, cari lettori, che si innesta il cortocircuito. Perché mentre a Teheran i falchi credono ancora di avere in mano la carta vincente, la realtà sta già costruendo altre rotte.

E leggendo le parole di Mojtaba Khamenei, quell'appello solenne del trenta agosto all'unità islamica, e poi il messaggio asciutto su X dove liquida Israele con un «tornato indietro di settant'anni», vedo esattamente il sintomo di un potere che si sente stretto. Non è strategia, è ansia. Un regime che non sa più quale faccia mostrare al mondo, che alterna il tono solenne alla provocazione, che cambia registro ogni quattro giorni perché forse, dentro, sa che il terreno gli sta franando sotto i piedi.

Perché quei paesi arabi che oggi vengono minacciati da Teheran, che vengono invitati a schierarsi sotto il rischio di essere definiti traditori, stanno in realtà lavorando a ritmi serrati. Non solo l'Arabia Saudita con la sua Petroline, ma anche gli Emirati, con le loro infrastrutture che dal Golfo si affacciano sul Mare dell'Oman. Nuovi oleodotti, nuovi terminali, nuove vie di fuga da un ricatto che sta perdendo mordente.

Lo Stretto di Hormuz, quello che fino a pochi mesi fa sembrava l'arma definitiva, si sta trasformando in uno specchietto per le allodole. Un'arma che si arrugginisce, mentre il deserto vale più del mare.

I falchi iraniani hanno una vista corta, guardano al presente e non al domani. E il domani, in questo caso, è fatto di contratti onorati, di petroliere che salpano da Yanbu, di mercati che non vanno nel panico. I prezzi del Brent, dopo l'impennata iniziale, hanno cominciato a rientrare. La volatilità si attenua. E gli analisti hanno già iniziato a rivalutare l'impatto effettivo della chiusura di Hormuz rispetto agli scenari catastrofici ipotizzati solo poche settimane fa.

È solo questione di tempo, a questo punto. L'Iran dovrà sottostare alle condizioni imposte dagli Stati Uniti – e, se vogliamo essere onesti, da Israele – non perché ci sarà una guerra, ma perché il ricatto energetico non funziona più come una volta. Quando l'arma perde il suo potere, chi la impugna resta con le mani vuote.

E poi c'è la piazza vera, quella dei giovani e delle donne che hanno già dimostrato al mondo il loro coraggio. Oggi tacciono, perché i tribunali del regime non conoscono clemenza e i plotoni di esecuzione sono diventati una triste routine. Ma il silenzio non è resa, è attesa.

Il fuoco, quando divampa, non chiede permesso. Brucia tutto ciò che incontra. E prima o poi, questa follia si ribalterà. Forse non oggi, forse non domani. Ma quando accadrà, il mondo si accorgerà che la vera partita non si giocava nello Stretto, ma in quel tratto di deserto che i sauditi hanno attraversato in linea retta, senza deviazioni, senza colli di bottiglia.

I milleduecento chilometri di sabbia e acciaio valgono più di qualsiasi minaccia. E i falchi di Teheran lo stanno scoprendo in queste ore, mentre il petrolio continua a scorrere e il loro ricatto più potente si dissolve come polvere nel vento. Hormuz non è più ciò che era. E loro, forse, non l'hanno ancora capito. Ma lo capiranno presto.

lunedì 31 agosto 2026

Il fantasma di Khamenei, il messaggio su X e l'ombra di una guerra che nessuno vuole!

E così... mentre l'Iran trattiene il fiato in attesa di capire quale sarà la prossima mossa di Israele e USA, la nuova guida suprema sceglie un canale che fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile per un leader teocratico: "X". 

Sì, proprio lì, in poche battute, Mojtaba Khamenei scrive che Israele "è tornato indietro di settant'anni! 

Lo fa in occasione della commemorazione del 7 ottobre, una data che per il regime è ormai un simbolo sacro, una ferita da coltivare e da usare come carburante politico.

Ma c'è un problema.. perché quel messaggio su X arriva a neppure un mese di distanza da un altro atto, ben più solenne e ufficiale. Il 30 agosto, infatti, Mojtaba aveva lanciato un appello scritto, diffuso tramite i canali ufficiali e ripreso dalle agenzie internazionali, per l'unità di tutti i musulmani e delle nazioni islamiche. Un invito solenne, pensato per ricompattare il mondo islamico di fronte alle pesanti pressioni economiche e geopolitiche che l'Iran sta affrontando.

E in quell'appello, Mojtaba era stato durissimo. I governanti criminali degli Stati Uniti e il falso regime sionista, ha detto, sono acerrimi nemici dell'unità islamica e dell'intera Umma islamica, comprese le popolazioni dell'Asia occidentale e del Nord Africa. Parole pesanti, che arrivano a sei mesi dalla morte del padre Ali, ucciso in quel devastante conflitto scoppiato a fine febbraio. Sei mesi in cui i rapporti tra l'Iran e i suoi vicini arabi sono diventati tesi, tesissimi, a causa degli attacchi che hanno coinvolto infrastrutture e aree ospitanti basi militari statunitensi nella regione.

Ai governanti dei paesi islamici, con particolare riferimento a quelli del Golfo Persico, Mojtaba ha rivolto un'esortazione che suona quasi come un ultimatum: riconoscete i vostri veri nemici e contrastate il piano di questi malintenzionati, che consiste nell'esaltare le differenze all'interno dell'Umma per indebolirla e dominarla. Ha altresì aggiunto che i tiranni del mondo, guidati dagli Stati Uniti criminali, hanno ormai tolto le maschere ingannevoli, si sono sfilati i guanti di velluto, mostrando al mondo intero i loro artigli insanguinati.

Tradotto: chiunque, in qualsiasi posizione, compia azioni che portano alla divisione tra i musulmani, consapevolmente o meno, serve gli scopi dei nemici dell'Islam. E chi sta trattando con gli americani, chi cerca una via d'uscita diplomatica, chi non si schiera, è un traditore. Non ci sono mezze misure, non ci sono zone grigie. È un bivio, e Mojtaba lo ha tracciato con la nettezza di chi non ammette ripensamenti.

E ora, ecco la contraddizione che più inquieta. Da un lato, l'appello ufficiale del 30 agosto, con il suo tono da leader che cerca di ricucire lo strappo, di proporre un quadro coordinato per la difesa reciproca e la cooperazione in vari campi: economico, scientifico, di sicurezza. Dall'altro, questo messaggio su X, più asciutto, quasi sprezzante, che liquida Israele con un "tornato indietro di settant'anni" mentre il mondo intero si chiede quale sarà la prossima mossa. Due registri, due anime, che forse raccontano la difficoltà di un regime che non sa più quale faccia mostrare al mondo.

Ma la domanda che mi faccio è un'altra. Questo cambio di tono, questa alternanza tra il solenne e il liquido, tra l'appello alla cooperazione e la sfida a muso duro, è una strategia calcolata o è  il sintomo di un potere che brancola nel buio? Perché forse chi aveva davvero il controllo della situazione ora non c'è più o forse - se è sopravvissuto all'attentato in cui hanno perso la vita il padre e gran parte dell'élite del governo iraniano - non si trova in condizioni fisiche perfette... certamente un soggetto abituato al comando non ha alcun bisogno di cambiare registro ogni quattro giorni. Chi è stato da sempre forte... parla una lingua sola e soprattutto non parla con la bocca altrui!

E così, vista la situazione, i falchi hanno preso il sopravvento. Hanno blindato Hormuz, hanno messo uomini come Vahidi e Rezaei ai vertici della sicurezza. Già... quei vecchi leoni, quelli che il vecchio Khamenei aveva messo da parte, ora stanno lì... a reclamare il posto che pensavano gli spettasse. mentre la piazza, quella vera, quella fatta di giovani e donne che hanno già dimostrato al mondo il loro coraggio, purtroppo, sentendosi abbandonati, osserva e tace. Perché i tribunali del governo non conoscono clemenza, e i plotoni di esecuzione sono diventati una triste routine, un monito quotidiano che spegne ogni speranza di una rivolta aperta.

Ed infine c'è Hormuz, sempre lui. La minaccia di chiudere lo Stretto torna a essere un'arma concreta. Ma è un'arma che si sta già arrugginendo, perché i paesi arabi confinanti stanno costruendo a gran ritmo nuovi oleodotti che permetteranno di aggirare l'ostacolo. In pochi anni, il ricatto energetico dell'Iran potrebbe perdere perdere tutta la sua efficacia e difatti, quei falchi - a differenza delle caratteristiche peculiari di quell'animale - hanno viceversa una vista ristretta: sì... guardano al presente e non al domani!

E allora cosa resterà? Resta la presenza costante di un nuovo conflitto militare, un conflitto che nessuno può davvero prevedere nelle sue conseguenze, ma che tutti sanno essere potenzialmente catastrofico, non solo per quelle terre già martoriate, ma per l'intero sistema finanziario globale, che verrebbe travolto da un'ondata di caos i cui effetti sarebbero incalcolabili.

Sì... i falchi si sono impadroniti dell'Iran e stanno provando a blindare lo stretto, ma questa piccola vittoria potrebbe rivelarsi la scintilla che accende un incendio molto più grande di loro. E vedrete come tutta questa follia, prima o poi, si ribalterà. Perché il fuoco, quando divampa, non chiede permesso. Brucia tutto ciò che incontra.

domenica 30 agosto 2026

Gesù nel 2026 - Capitolo V: l'allontanamento, la ricerca, le visioni, gli Esseni.

Avevo terminato il quarto capitolo con un pensiero di quell'uomo: "Il mondo non mi ha voluto... allora andrò a cercare il mondo che mi vuole".

Ed ora inizio ad affrontare la parte sicuramente più importante di quel profeta, perché nel percorso che a breve andrò a rappresentare, vi è tutto ciò che di fatto ha stravolto il concetto spirituale di ciò che poi rappresenterà - nei pochi anni di vita che ancora seguiranno - il senso stesso della sua personalità e dei suoi insegnamenti.

Ed allora iniziamo...

Il distacco non fu un evento... viceversa, fu un processo lento, fatto di sguardi che si allungavano, di passi che si facevano più lunghi verso il confine del villaggio, di notti passate a fissare l'orizzonte senza dormire.

Sono certo che Yeshua - quando decise di andare via - non disse nulla a Maria. Non serviva. Lei, d'altronde, sapeva. Già... aveva sempre saputo.

E così, un mattino, prima dell'alba, mentre il cielo era ancora nero e le stelle sembravano così vicine da potersi toccare, egli si mise in cammino, senza nulla di più di quanto un uomo potesse portare con sé: una bisaccia con del pane, un otre d'acqua, un mantello per la notte, e i rotoli che più amava. Sì... nient'altro.

Si girò per un istante a guardare quella cittadina che tanta sofferenza gli aveva creato. E Nazareth rimase dietro di lui, già... come un peso che si allontanava, ma che sapeva, non si staccava del tutto. Perché ogni passo che lo allontanava da quella casa, da sua madre, era un passo che lo avvicinava a qualcosa che sentiva esistere, ma che non sapeva ancora nominare.

La strada per il deserto è lunga. Attraversa valli aride, villaggi sperduti, campagne bruciate dal sole. Ma nulla lo ferma. Yeshua cammina lentamente. Anche gli altri viandanti lo guardano e lo superano, ma lui non ha fretta. Sa bene che il deserto non si conquista con la corsa, ma con la pazienza.

Dopo tanti giorni di cammino, ecco che il paesaggio cambia. La terra si fa più rossa, la vegetazione si dirada fino a scomparire, e il silenzio si fa così profondo da rimbombare nelle orecchie. È un silenzio che non è assenza di suono, ma presenza di qualcos'altro.

Lì, nel deserto di Giuda, vicino al Mar Morto, Yeshua trova ciò che cercava. O forse, ciò che da sempre lo cercava: gli Esseni.

Yeshua li osserva da lontano, all'inizio. Poi si avvicina, chiede se può restare. E nei giorni che seguono, inizia a scoprire come questi ultimi non siano una setta. Anzi, sono una comunità, un popolo dentro il popolo. Vivono separati da tutto ciò che li circonda, perché il mondo è corrotto, come lo stesso Tempio, profanato da sacerdoti indegni.

Nei giorni seguenti scopre i loro precetti, tra cui quello di immergersi nell'acqua ogni giorno per purificarsi. Vede come condividono i loro beni, come dividono il cibo in egual maniera, come pregano e studiano insieme. Si considerano "Figli della Luce" in lotta contro i "Figli delle Tenebre". Scopre come essi stiano aspettando un Maestro di Giustizia, un Messia che verrà a purificare Israele.

A differenza di Nazareth... non lo cacciano via. Non gli chiedono chi è suo padre. Non gli fanno domande sul passato. Ma soprattutto, non lo deridono. Per loro, ciò che conta è il presente: cosa cerchi? Sei disposto a lavare i tuoi vestiti nell'acqua? Sei disposto a condividere il tuo pane? Sei disposto a combattere contro le tenebre che porti dentro?

Lui dice: "Sì".

E così inizia per lui una nuova vita. I giorni vengono scanditi dalla preghiera all'alba, dal lavoro nei campi, dallo studio dei rotoli, dai bagni di purificazione. Certo... è una vita dura, fatta di disciplina e di silenzio. Ma è anche una vita che non chiede giustificazioni. E così, finalmente, per la prima volta nella sua vita, Yeshua non deve dimostrare nulla a nessuno.

Ma con il passar del tempo, scopre come il deserto non sia solo la comunità degli Esseni. Il deserto rappresenta il luogo dove la mente si spoglia di tutto ciò che è superfluo, dove il corpo soffre e lo spirito si allarga, dove le voci che nella quotidianità vengono soffocate dal rumore diventano nitide come l'aria del mattino.

Ed è in questa solitudine che accade qualcosa d'imprevisto. Qualcosa che giunge senza alcun preavviso. Già... arrivano le visioni.

Una notte, mentre sta dormendo sul fianco della montagna, Yeshua sogna. O forse è sveglio. Non lo sa. Sa solo che il mondo intorno a lui si dissolve e che un'altra realtà prende il sopravvento. Vede un uomo che gli porge delle pietre: "Se sei figlio di Dio, trasforma queste pietre in pane". La voce di quell'uomo è dolce, persuasiva. Sì... è la voce della fame, della carne, del bisogno più elementare.

Yeshua guarda le pietre, poi osserva l'uomo. E risponde: "Non di solo pane vive l'uomo".

Ed allora quella voce non si arrende. Lo porta in cima al tempio di Gerusalemme: "Gettati giù. Gli angeli ti sosterranno. Se sei figlio di Dio, dimostralo".

Yeshua guarda il vuoto sotto di sé. Sente il richiamo del prodigio, dello spettacolo, della prova che zittirebbe tutti coloro che lo hanno chiamato "bastardo". Ma qualcosa dentro di lui trattiene il piede: "Non metterai alla prova il Signore".

Ed allora la voce lo porta su una montagna altissima e gli mostra tutti i regni del mondo, la loro gloria, il loro potere: "Tutto questo ti darò, se ti prostrerai e mi adorerai".

Yeshua guarda i regni. E vede il dominio, la forza, la vendetta su tutti coloro che lo hanno disprezzato. Potrebbe avere tutto. Potrebbe fargliela pagare a tutti. Ma sa che quel potere è la stessa cosa che ha sempre odiato. La stessa cosa che lo ha schiacciato: "Vattene, Satana. Solo il Signore adorerai".

Quando apre gli occhi, è ancora nel deserto. Il sole sta sorgendo, il sudore gli bagna la fronte, ma sente che qualcosa è cambiato.

Certo... rileggendo oggi quanto riportato nei Vangeli, e osservando ciò che è accaduto nei secoli a figure come Francesco d'Assisi, che abbandonò tutto per seguire una voce interiore, o Padre Pio, che ogni notte combatteva contro un diavolo che forse era la sua stessa ombra, o Madre Teresa di Calcutta, che donò la sua vita agli altri mentre dentro di lei regnava un silenzio di Dio che sembrava abbandono... e pensando anche alle veggenti di Fatima e Lourdes, a Medjugorje, a tutti coloro che hanno visto e sentito cose che gli altri non vedevano e non sentivano... potremmo chiederci: quanto c'è di divino e quanto c'è di umano in queste esperienze?

Già... forse le visioni e le tentazioni non vengono da fuori, ma da dentro. Ogni tentazione rappresenta un desiderio più profondo: il cibo per lenire la fame, il miracolo per dimostrare agli altri che non è un bastardo, il potere per vendicarsi di chi lo ha umiliato. Non serve chiamarle "sovrannaturali" per capire che sono reali. Non serve che un angelo scenda dal cielo perché un uomo decida di cambiare vita: Basta il dolore. Basta la solitudine. Basta quella fiamma che, quando tutto sembra perduto, si accende e non si spegne più.

E lui le ha vinte. Ma non perché fosse un messia. Le ha vinte perché le ha riconosciute. Perché ha detto: "Io sono tutte queste cose. La fame, il bisogno di prova, la voglia di potere. Ma non sarò schiavo di loro".

E così il deserto, in quel momento, diventa il suo maestro. Non perché gli abbia dato risposte, ma perché gli ha insegnato a sopportare quelle fastidiose domande.

Gli Esseni lo vedono tornare. Lo accolgono di nuovo. Non gli chiedono dove sia stato, perché sia andato via, cosa stia cercando, cosa gli manchi. Loro sanno che ogni uomo, nel deserto, combatte le sue battaglie — quelle interiori — come sanno bene che da quelle battaglie non si torna mai più uguali.

Yeshua resta con loro. E così passano i mesi e gli anni. Studia i loro rotoli, impara le loro preghiere, approfondisce quel loro concetto spirituale, condivide e spezza il pane, beve dal calice il vino. Ma qualcosa dentro di lui non trova ancora pace.

Si chiede: perché gli Esseni aspettano un Messia? Già... lui sente che dentro di sé, forse, sì... solo forse, quel Messia potrebbe essere lui. Ma non per orgoglio... ma perché più legge le Scritture, più quelle parole sembrano parlargli direttamente. Sì... quel servo sofferente di Isaia, quel figlio d'uomo di Daniele, quel giusto perseguitato dei Salmi: e se tutto questo parlasse di me?

Ovviamente non lo dice ad alta voce. Ma quella fiamma che da Nazareth lo aveva portato lì, quella che dentro di lui non si era mai spenta, ora nel deserto è diventata una fornace. Lui capisce che il deserto non è la sua destinazione. Il deserto è solo il luogo dove ci si prepara, dove si abbandona tutto ciò che non serve e si impara ad ascoltare la voce che conta.

E così, un giorno, mentre si immerge nelle acque del Mar Morto per l'ennesima purificazione, sente qualcosa dentro di lui che grida: Non devi restare. Devi andare. Devi parlare!

Il sole sta picchiando forte, l'acqua gli scivola addosso ed egli, in quel deserto immenso, sa che non può più restare in silenzio. Deve parlare!

Yeshua esce dall'acqua, si veste, e preannuncia la sua missione divina. Gli altri lo guardano sorpresi, qualcuno, offeso, inveisce e tenta di colpirlo. Molti anziani restano basiti da quell'atteggiamento e da quelle frasi così provocatorie. Un altro anziano, in disparte, viceversa, resta immobile. Già... egli si aspettava da tempo una rivelazione da parte di quel giovane, lo stesso che aveva visto crescere e che mostrava, ogni giorno che passava, quanto celasse dentro di sé quel malessere profondo, interiore, che gli diceva che prima o poi avrebbe lasciato quella comunità. Ed ora il tempo era giunto.

Non ha nulla da ridire a quella comunità. Non è arrabbiato con loro se ora lo rifiutano e lo allontanano, loro d'altronde non vogliono comprendere che il suo cammino è più largo di quel deserto, di quella lunga attesa.

Non poteva più rimanere, come non doveva più aspettare il Messia, ma viceversa, doveva iniziare a capire chi era, e dove doveva andare e forse, qualcuno avrebbe iniziato a seguirlo.

E così, mentre il deserto si stende intorno a lui, immobile e bruciante, Yeshua sente che il passo successivo lo porterà lontano, verso il Giordano, verso quel cugino Giovanni di cui tanto ha sentito parlare, già... verso il mondo che non lo ha voluto.

E finalmente, per la prima volta, quel mondo non gli fa più paura.

sabato 29 agosto 2026

Petrolio in calo, benzina e gasolio no! Il paradosso che svela il vero tallone d’Achille dell’Europa.

Stamani, consentitemi di riportare il post di un mio amico, Giuseppe, di cui trovate alla fine i suoi indirizzi

Ho preso la libertà di rielaborare il suo testo, perché lo trovo estremamente interessante e ricco di spunti, ma sentivo il bisogno di adattarlo un po' al mio stile e al mio modo di raccontare le cose. Il contenuto, però, è interamente suo: i dati, le analisi, le domande che solleva. Io ho solo cercato di dargli una veste più vicina al mio modo di scrivere e facilitare quante più persone possibile. Vi allego quindi il link con il suo articolo originale, così se vorrete potrete leggere la sua versione integrale (Link).

I prezzi del petrolio stanno calando. Eppure, gli automobilisti europei continuano a pagare prezzi elevati alla pompa. È una di quelle stranezze che ti fanno grattare la testa, perché se il greggio scende, la benzina dovrebbe scendere con lui, no? E invece no. I dati disponibili al pubblico suggeriscono che la spiegazione sia molto più articolata di quanto si possa immaginare.

Il prezzo del Brent è sceso in modo significativo rispetto ai picchi toccati durante la crisi mediorientale. Eravamo oltre i 120 dollari al barile, e alla fine di agosto il prezzo era sceso a tratti sotto i 90 dollari. Un bel calo, non c'è che dire. Eppure, quando ci fermiamo a fare il pieno, quel sollievo è difficile da percepire. Il carburante rimane caro, e la domanda sorge spontanea: perché la benzina non segue il petrolio con la stessa rapidità?

La prima reazione, quella istintiva, è cercare un colpevole. Le compagnie petrolifere, i governi, le tasse, la speculazione, la guerra. Ma i dati suggeriscono che la realtà è considerevolmente più complessa. E forse, proprio per questo, più interessante. Perché il punto di partenza, per quanto ovvio, è spesso trascurato: il petrolio e la benzina non costituiscono lo stesso mercato.

Il prezzo che vediamo sui mercati finanziari si riferisce al petrolio greggio. Ma nelle nostre auto non mettiamo petrolio greggio. Prima che un barile diventi benzina o gasolio, deve essere trasportato, raffinato, trasformato in combustibili utilizzabili, trasportato di nuovo e infine distribuito alle stazioni di servizio. Ogni fase ha i suoi costi e i suoi vincoli. In condizioni normali, questi anelli della catena tendono a muoversi insieme. Ma queste non sono condizioni normali.

I dati disponibili e le recenti analisi di mercato indicano una divergenza insolita tra il greggio e i prodotti raffinati. Ed è proprio da questa divergenza che inizia la vera storia.

Il Brent ha toccato i 120 dollari al culmine della crisi, per poi scendere sotto i 90. Ma i prezzi di benzina e diesel non sono diminuiti nella stessa proporzione. Il Bollettino settimanale sul petrolio della Commissione europea offre una prospettiva importante, perché separa i prezzi al consumo dalla componente fiscale. Secondo gli ultimi dati, a fine agosto il prezzo della benzina in Italia si aggirava ancora intorno ai 2 euro al litro.

I dati storici sono rivelatori. Nel 2023 la media era di 1,87 euro, nel 2024 di 1,82, nel 2025 di 1,73. Non è che la benzina non cali mai quando cala il petrolio. Ma la trasmissione dal mercato del greggio al prezzo pagato dai consumatori non è né immediata né proporzionale. E le sole tasse non possono spiegare l'intera differenza.

Una parte della storia inizia prima ancora che il carburante raggiunga il distributore. Per mesi, l'attenzione si è concentrata su una domanda: quanto petrolio greggio transita attraverso lo Stretto di Hormuz? Una preoccupazione comprensibile. Prima del conflitto, lo Stretto era una via di transito fondamentale per circa un quinto delle forniture globali di petrolio e GNL. Eppure il mercato del greggio ha dimostrato una notevole capacità di adattamento. Le scorte, le forniture alternative, i cambiamenti nelle rotte commerciali e la graduale ripresa di alcune esportazioni del Golfo hanno contribuito a evitare che i prezzi rimanessero ai livelli estremi inizialmente temuti.

Ma è emerso un altro problema: la raffinazione. Dati recenti riportati da Reuters indicano che circa un quinto della capacità di raffinazione in Medio Oriente è fuori servizio a causa di danni bellici o interruzioni delle esportazioni. Anche l'attività cinese si è mantenuta al di sotto dei livelli dell'anno precedente, mentre quella russa ha affrontato ulteriori difficoltà. Secondo Energy Aspects, queste interruzioni combinate hanno ridotto la produzione globale delle raffinerie ad agosto di circa quattro milioni di barili al giorno rispetto all'anno precedente.

Il risultato è insolito ma economicamente logico. Potrebbe esserci una quantità sufficiente di petrolio greggio disponibile, mentre il mercato continua a faticare a fornire una quantità adeguata dei carburanti che se ne ricavano: benzina, diesel, carburante per aerei, olio combustibile. E quando questi prodotti diventano più difficili da reperire, i loro prezzi possono rimanere elevati anche se il prezzo del greggio scende.

Uno dei segnali più chiari viene dai margini di raffinazione. In parole semplici, riflettono la differenza tra il valore dei prodotti raffinati e il petrolio greggio utilizzato per produrli. Quando la capacità di raffinazione e l'offerta di prodotti sono abbondanti, questi margini tendono a rimanere contenuti. Quando i combustibili scarseggiano, i prezzi possono aumentare drasticamente. Ed è proprio ciò che il mercato ha dimostrato. In Asia, ad esempio, il margine per il gasolio era più che triplo rispetto al livello prebellico il 21 agosto. Anche i margini della benzina erano sostanzialmente più elevati.

Ciò non prova la manipolazione. Non dimostra che qualcuno stia mantenendo artificialmente alti i prezzi. Ciò che possiamo ragionevolmente dedurre è molto più semplice: il collo di bottiglia si è spostato sempre più dal petrolio greggio stesso alla capacità di raffinare e trasportare i prodotti di cui i consumatori hanno effettivamente bisogno. E questa differenza finisce per ripercuotersi sul consumatore.

Solo dopo aver compreso cosa sta succedendo a monte dovremmo prendere in considerazione la tassazione. In Europa, una parte significativa del prezzo pagato alla pompa non dipende direttamente dal prezzo del petrolio greggio. Comprende accise, IVA e altre componenti fiscali. Quando il prezzo del greggio aumenta bruscamente, i consumatori risentono in larga misura di tale incremento. Ma quando successivamente scende, il prezzo finale non diminuisce nella stessa proporzione, perché una parte sostanziale di ciò che paghiamo è costituita dalle tasse. In Italia, le tasse rappresentano circa la metà del prezzo finale della benzina. Ma attribuire la colpa esclusivamente alle tasse sarebbe fuorviante. Il prezzo del carburante, al netto delle tasse, è rimasto elevato rispetto ai livelli precedenti alla crisi. È per questo che la situazione non può essere spiegata con un'unica risposta.

Esiste poi un altro costo che raramente emerge quando ci limitiamo a osservare un grafico del Brent: i trasporti. Trasportare energia attraverso il Medio Oriente è diventato considerevolmente più costoso e rischioso. Le compagnie petrolifere devono fare i conti con l'incertezza geopolitica, costi assicurativi più elevati, rotte interrotte e tariffe di trasporto più alte. Inoltre, il petrolio greggio e i prodotti raffinati non sono soggetti alle stesse dinamiche economiche in materia di trasporto. Patrick Pouyanné, CEO di TotalEnergies, ha spiegato che il trasporto di greggio attraverso Hormuz può ancora essere economicamente vantaggioso perché alcuni produttori mediorientali vendono il loro petrolio a prezzi scontati considerevoli. I prodotti raffinati, invece, si trovano ad affrontare un problema diverso. Poiché le petroliere trasportano volumi inferiori, il costo di trasporto aggiuntivo per barile può diventare molto più significativo. Questo aiuta a spiegare come sia possibile avere contemporaneamente un mercato del greggio relativamente debole e un mercato dei prodotti raffinati molto più forte.

Un barile di petrolio non ha semplicemente un prezzo. Ha anche una posizione. E spostarlo dal luogo in cui si trova al luogo in cui è necessario può modificarne drasticamente il costo economico reale.

L'Europa si trova in una posizione particolarmente delicata. Negli ultimi anni, il continente si è impegnato a ridurre la propria dipendenza energetica dalla Russia. Una decisione strategica dettata da necessità geopolitiche. Ma ridurre una dipendenza non crea automaticamente l'indipendenza energetica. In molti casi, cambia semplicemente la posizione di tale dipendenza. Oggi l'Europa dipende fortemente dai mercati energetici internazionali, dalle rotte commerciali marittime, dalle infrastrutture per il GNL e dai prodotti energetici importati. A luglio, il Gruppo di coordinamento petrolifero della Commissione europea ha concluso che non vi era alcun problema immediato di approvvigionamento di petrolio nell'UE, in quanto la domanda veniva soddisfatta tramite le scorte commerciali e forniture alternative. È rassicurante. Ma mette in luce una distinzione importante: disponibilità e convenienza non sono la stessa cosa. L'Europa potrebbe avere accesso a una quantità di carburante sufficiente. La questione è quanto costa portare quel carburante ai consumatori europei.

Forse lo sviluppo più interessante si sta verificando proprio nel Golfo Persico. La prolungata interruzione nello Stretto di Hormuz ha costretto produttori e mercati ad adattarsi. Le condotte alternative stanno acquisendo sempre maggiore importanza, si stanno esplorando diverse vie di esportazione. I produttori cercano modi per ridurre la loro dipendenza da un unico punto strategico marittimo. Gli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, dispongono già dell'oleodotto Habshan-Fujairah, che permette al petrolio greggio di raggiungere il Golfo dell'Oman senza passare per Hormuz. La sua capacità attuale è di circa 1,8 milioni di barili al giorno e sono previsti ampliamenti. Questi sviluppi possono contribuire a ridurre parte della pressione sul greggio. Ma sostituire la capacità di raffinazione perduta è molto più difficile. È possibile deviare il percorso di una petroliera, rilasciare le scorte, aumentare la produzione altrove. Costruire, riparare o sostituire una raffineria è tutt'altra questione. Richiede tempo e ingenti capitali.

La crisi attuale potrebbe quindi rivelare qualcosa che i mercati inizialmente avevano sottovalutato: la vulnerabilità del mondo potrebbe non risiedere solo nella scarsità di petrolio greggio, ma anche nella carenza delle infrastrutture necessarie per trasformarlo e trasportarlo.

Quando parliamo di prezzi dell'energia, spesso cerchiamo spiegazioni semplici. Se il petrolio sale, la benzina sale. Se scende, anche la benzina dovrebbe scendere. Ma il sistema energetico globale non funziona come un unico grafico dei prezzi. Il prezzo che paghiamo alla stazione di servizio è il risultato finale di un'enorme catena che coinvolge produzione, raffinazione, trasporto marittimo, assicurazioni, valute, distribuzione, tassazione e geopolitica. Oggi, diversi anelli di questa catena rimangono sotto pressione, nonostante il prezzo del greggio sia calato considerevolmente rispetto ai massimi raggiunti durante la crisi.

Ciò non significa che ogni prezzo elevato sia necessariamente giustificato. Non significa nemmeno che governi o aziende debbano sottrarsi al controllo. La trasparenza è fondamentale, soprattutto quando i margini di raffinazione diventano eccezionalmente elevati e i consumatori continuano a dover affrontare costi maggiori. Prima di giungere a conclusioni, però, dovremmo distinguere ciò che i dati effettivamente mostrano da ciò che presumiamo che mostrino. E dalle informazioni disponibili al pubblico, si può ragionevolmente trarre una conclusione: il problema oggi non è più semplicemente il prezzo del petrolio. Si tratta anche del costo e della difficoltà di trasformare quel petrolio nei prodotti energetici effettivamente utilizzati dall'economia globale.

Per l'Europa, questo dovrebbe sollevare una questione più ampia. La sicurezza energetica non può significare solo avere accesso a una quantità sufficiente di petrolio greggio. Significa anche disporre di infrastrutture adeguate, catene di approvvigionamento diversificate e una resilienza sufficiente a garantire che una crisi geopolitica a migliaia di chilometri di distanza non si trasformi immediatamente in un problema per le famiglie e le imprese europee. Perché avere petrolio a sufficienza serve a ben poco se trasformarlo in energia utilizzabile diventa sempre più costoso.

Cosa ne pensi? La maggiore vulnerabilità energetica dell'Europa oggi è rappresentata dal prezzo del petrolio, dalla tassazione, dalla limitata capacità di raffinazione o dalla dipendenza da fornitori esterni?

Disclaimer: questo articolo ha scopo puramente informativo ed educativo. Si basa su informazioni di pubblico dominio e non costituisce consulenza finanziaria o di investimento.

Fonti: Commissione europea, Bollettino settimanale sul petrolio, aggiornato al 27 agosto 2026. Reuters, Il dibattito sul volume di greggio di Hormuz maschera la reale carenza di carburanti raffinati, 24 agosto 2026.

Reuters, TotalEnergies trasporta con profitto petrolio a prezzi fortemente scontati attraverso lo Stretto di Hormuz, afferma l'amministratore delegato, 24 agosto 2026.
Commissione europea, Gruppo di coordinamento petrolifero, conferma che non vi sono problemi immediati di approvvigionamento nell'UE, 24 luglio 2026.

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venerdì 28 agosto 2026

Quando la scorciatoia in questo Paese è diventata l'abitudine!

Sì... ci sono storie che sembrano non appartenerci perché sono così... lontane, sistemate in una delle tante cronache di provincia, mentre invece, osservandole bene, ci accorgiamo che raccontano esattamente il paese in cui viviamo, e cioè quello in cui, si scopre che anche l'impresa, che apparentemente ci sembrava solida, alla fine si reggeva su fondamenta di carta e promesse mai mantenute.

Già... ogni giorno, esaminando quanto avviene da nord a sud, emergono trame che hanno un unico e triste denominatore comune: la convinzione che si possa aggirare il sistema e che le regole valgano solo per gli altri!

L'ultimo tassello di questo mosaico arriva da una nota città siciliana, dove la Procura ha chiuso un'indagine che ha avuto come protagonista una ditta di autotrasporto. Ora... non è il primo caso e, come da sempre scrivo: non sarà nemmeno l'ultimo! Sono sicuro che - già stamani - sul web, sarà stata pubblicata l'ennesima inchiesta giudiziaria!

Ma ogni inchiesta, a suo modo, ci restituisce un frammento di quella che è ormai diventata una consuetudine: le truffe sono ovunque, infilate negli ingranaggi di qualsiasi settore imprenditoriale, come una polvere sottile che si deposita dappertutto.

Nel caso specifico e quindi al centro della vicenda, vi sono le cosiddette compensazioni inesistenti. Un meccanismo apparentemente tecnico, una scorciatoia che, secondo gli inquirenti, avrebbe permesso di gonfiare crediti mai maturati per oltre mezzo milione di euro. 

Ma c'è di più: a corollario di questa presunta illecita manovra, si aggiunge l'ipotesi di un mancato versamento dell'Iva che sfiora quasi il milione di euro. Sono numeri che fanno riflettere, che raccontano di un fisco aggredito con una continuità che lascia senza fiato, ma d'altronde il sistema è cosi permeabile alle truffe che ormai potremmo definirlo un colabrodo!

Le verifiche, come spesso accade in questi casi, sono state condotte dalla Guardia di Finanza, il cui lavoro minuzioso ha permesso di ricostruire una catena di operazioni sospette tra il 2020 e il 2023. I pm, che hanno coordinato le indagini con la consueta meticolosità, hanno messo nero su bianco un sistema che, se confermato, avrebbe sottratto risorse preziose alla collettività.

Ma come riportavo sopra a continuazione di quanto denuncio dal 2010, beh... non si tratta di un episodio isolato, ma di un sistema vero e proprio, d'altronde, basti sfogliare le cronache giudiziarie di questi lunghi anni per trovare inchieste che potremmo definire "gemelle", che coinvolgono i settori più disparati, dall'edilizia al commercio, passando per i servizi.

Sì ora - come sempre accade - ecco nuovi individui finiti nel mirino delle forze dell'ordine, tutti ovviamente riconducibili alla stessa realtà imprenditoriale, ma ditemi: quanti continueranno  - grazie a nuove società e alle solite teste di legno - quel loro raggiro? Già... la dimostrazione è che certi meccanismi non conoscono confini geografici, ma si alimentano di connivenze e giri di conoscenze che valicano i propri territori. Ora, come prevede la legge, gli indagati si affidano ai loro legali, in attesa di conoscere l'esito di un procedimento che, come sempre, si preannuncia lungo, complesso e non sempre giunge ad una soluzione definitiva.

Eppure, al di là dei numeri e delle contestazioni formali, ciò che colpisce è la sensazione di trovarsi di fronte a un copione già visto. Già... un copione in cui l'evasione fiscale e le frodi diventano quasi un rischio d'impresa calcolato, una tentazione a cui è difficile resistere quando intorno tutto sembra concedertelo.

Ma allora la domanda che resta sospesa, alla fine di ogni inchiesta, resta sempre la stessa: fino a quando permetteremo che tutto questo continui ad essere la normalità?

giovedì 27 agosto 2026

Dall'emergenza all'opportunità: la cenere vulcanica aspetta solo noi!

Ogni volta che l’Etna si risveglia e ricopre strade, tetti e campi di una polvere sottile e scura, sento ripetere le stesse parole: fastidio, emergenza, smaltimento

Io viceversa, non posso fare a meno di chiedermi: ma davvero continuiamo a vedere solo il problema, quando sotto i nostri occhi abbiamo una delle materie prime più versatili che la natura ci abbia mai regalato?

Proprio in questi giorni, leggo che la Regione siciliana ha deciso di studiare il recupero della cenere vulcanica per la bioedilizia, e sta pensando di inserire una voce specifica nel prezzario dei lavori pubblici per la rimozione e lo smaltimento. 

Certo... un passo avanti, eppure mi sembra che si stia ancora ragionando come se fossimo di fronte a un rifiuto ingombrante, piuttosto che a una risorsa preziosa. E mentre le commissioni si riuniscono e i tecnici valutano, la cenere continua a cadere, e noi continuiamo a discutere su come liberarcene.

Ma la verità è che da noi, in Sicilia, abbiamo una capacità antica e quasi istintiva di trasformare la fatica in bellezza. Lo abbiamo sempre fatto. I nostri nonni, dopo le eruzioni, non si fermavano a piangere i raccolti: raccoglievano la pietra lavica, la lavoravano con pazienza, e ne facevano architravi, pavimenti, strumenti. Mescolavano la cenere alla calce per ottenere malte resistenti, e quelle case sono ancora in piedi, a testimoniare un patto silenzioso tra l’uomo e il vulcano. Un patto che dice: tu ci provochi, noi ti trasformiamo.

Eppure, oggi, sembra che abbiamo dimenticato questa lezione. Perché la cenere dell’Etna non è solo un problema da gestire. È un concentrato di minerali – potassio, fosforo, magnesio – che la rende un fertilizzante naturale straordinario per pomodori, melanzane, broccoli, ma anche per viti e ciliegi. Sparsa con sapienza nei campi, arricchisce il terreno e tiene lontane le lumache. E non è finita qui: in agricoltura, qualcuno sta già sperimentando l’uso della cenere come substrato per impianti di fitodepurazione delle acque reflue, sostituendo i materiali estratti dalle cave con questo scarto che altrimenti finirebbe in discarica. Un cerchio che si chiude, e che porta benefici all’ambiente e al territorio.

Ma le applicazioni vanno ben oltre i campi. Nei laboratori artigiani, la cenere diventa sapone esfoliante e purificante, come quello che produce Antiche Bolle, o ingrediente per creme che aiutano la pelle a liberarsi dalle tossine. Nelle botteghe di design, la pietra lavica – sorella maggiore della cenere – si trasforma in pavimenti, sculture e oggetti d’arredo, portando con sé la memoria del fuoco. E poi c’è l’edilizia: malte e calcestruzzi arricchiti con cenere vulcanica sono più resistenti e durevoli, e i pannelli isolanti realizzati con questo materiale sono già una realtà.

E se tutto questo non bastasse, proprio di recente ho scoperto una ricerca che mi ha lasciato a bocca aperta. All’Università di Catania, un gruppo di ricercatori ha messo a punto una tecnica chiamata Direct Ink Writing, che trasforma cenere e scarti di vetro in un inchiostro per stampanti 3D. Sì, avete letto bene: la cenere che cade dai cieli, unita al vetro che getteremmo via, diventa un materiale modellabile, solido, omogeneo, con cui si possono stampare oggetti robusti e resistenti. Il futuro, insomma, è già qui, e nasce proprio ai piedi del vulcano.

E allora io mi chiedo: perché continuiamo a perdere tempo a discutere di come smaltire la cenere, quando le possibilità di riutilizzo sono così tante e così concrete? Perché non investiamo in ricerca, in formazione, in infrastrutture che permettano di raccogliere, trattare e trasformare questo materiale in modo sistematico? Invece di aspettare che la Regione studi una nuova voce di prezzario, potremmo già essere avanti, con imprese che producono bioedilizia, cosmesi, fertilizzanti e persino oggetti stampati in 3D.

Forse, come diceva Goethe, in Sicilia si trova la chiave di tutto. Ma la chiave, a volte, è nascosta proprio sotto quella polvere scura che pensiamo sia solo un fastidio. Basta avere il coraggio di chinarsi, raccoglierla e guardarla con occhi nuovi. Perché in questa terra, dove il confine tra fatica e bellezza è sempre stato sottile, ogni fine può essere un inizio. E la cenere, che per secoli ha seppellito i raccolti e oscurato il sole, oggi può diventare il seme di qualcosa di nuovo. 

Già... basta volerlo e smetterla di discutere: cominciate a fare!

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