oggi vorrei tornare su una vicenda che avevo sfiorato qualche giorno fa, nel mio post del 19 agosto.
Allora, ammetto, avevo affrontato la notizia con un certo distacco, quasi con il sorriso amaro di chi ormai è abituato a leggere certe dinamiche e preferisce raccontarsele con una barzelletta. Ma quello che sta accadendo in queste ore supera ogni mia più cinica previsione.
La notizia, ormai nota, è quella del trasferimento in Sardegna di novanta boss del calibro di Giuseppe Graviano, tutti sottoposti al regime del 41 bis.
Un'operazione imponente, voluta dal ministro Nordio, che ha riempito i cieli e le strade dell'isola con un dispiegamento di forze degno di un film.
Graviano, dopo nove anni a Terni, è finito a Cagliari-Uta, insieme ad altri ottantasette detenuti. E la presidente della Regione, Alessandra Todde, giustamente si infuria: nessuna consultazione, nessuna condivisione, solo un'imposizione calata dall'alto, con le carceri sarde già al collasso e il rischio concreto che la Sardegna diventi la "Cayenna d'Italia".
Ma io, leggendo questa notizia, non ho potuto fare a meno di collegarla a quanto scrivevo solo pochi giorni fa (vedi link). Ricordate? Parlavo di Graviano e della sua lettera al gip di Caltanissetta, di quella richiesta del suo legale di poter parlare, di avere qualcosa da dire su Berlusconi. E io, con quella barzelletta sul quiz e la Ferrari, scherzavo sul fatto che, dopo venticinque anni, quelle parole rischiavano di essere solo un pretesto per uscire dal carcere duro. Un tentativo, forse, di riaprire vecchie ferite per ottenere un beneficio.
Ma ora, davanti a questo trasferimento così massiccio e improvviso, la mia leggerezza di allora si è trasformata in un pensiero ben più cupo. Mi chiedo: è davvero solo un caso che, a poche settimane da quella richiesta, Graviano e decine di altri boss vengano spostati in un carcere sperduto, in un'isola, in un posto difficile da raggiungere, anche per i loro stessi avvocati? La tempistica è quanto meno sospetta.
La paura, ve lo dico francamente, è quella che il mio sorriso di agosto si sia trasformato in un grattacapo. La paura che qualcuno, ai piani alti, abbia avuto molto timore di ciò che Graviano avrebbe potuto effettivamente raccontare. Perché se davvero quel boss aveva qualcosa di concreto da dire sui presunti rapporti con Berlusconi e Dell'Utri, allora allontanarlo fisicamente, renderlo di fatto più invisibile, diventa un'operazione di straordinaria convenienza...
Non voglio fare il complottista, ma il mio istinto di cronista e di cittadino che da anni osserva questo paese mi dice che qualcosa di anomalo è accaduto. Non è il trasferimento in sé, che può essere giustificato da esigenze organizzative, ma è l'urgenza, la segretezza, l'arroganza con cui è stato imposto. Il governo che non risponde alla Regione, che non spiega i criteri, che agisce unilateralmente: tutto questo, messo insieme alla richiesta di Graviano, forma un quadro che non mi piace per niente.
Mi chiedo se qualcuno abbia avuto paura che quelle parole, finalmente ascoltate da un giudice, potessero aprire uno scenario imbarazzante. Perché se Graviano avesse davvero parlato, e avesse portato prove, sarebbe stato un terremoto. Allora, forse, la soluzione più semplice è stata quella di spostarlo in capo al mondo, in una struttura dove il suo accesso alla stampa e ai magistrati diventa più complicato, dove la sua voce può essere più facilmente soffocata e chissà... forse non solo la sua voce!
E io, che il 19 agosto preferivo tenermi la mia vecchia Audi e ridere della barzelletta, oggi mi ritrovo a pensare che forse quella Ferrari rossa, metafora del silenzio e dei favori, qualcuno l'ha davvero regalata per non sentire certe verità.
Spero di sbagliarmi, spero che il trasferimento sia solo una banale, anche se discutibile, scelta logistica, ma quando vedo la politica e le istituzioni muoversi con una rapidità che solitamente non le appartiene, già... quando vedo un uomo che viene improvvisamente prelevato e allontanato (a modello "Gestapo"), non per ascoltarlo... ma per lasciarlo volutamente in silenzio, beh... qualche dubbio rimane.
Ripeto, non è un dubbio comodo... è quel tipo di dubbio che ti fa guardare alla cronaca di questi giorni con occhi diversi, chiedendoti se dietro la facciata della sicurezza e dell'ordine non si nasconda, ancora una volta, la paura della verità, un'amara verità che si sta provando in questi trent'anni di soffocare!

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