Tutto ruota attorno a un dato semplice: Hormuz è ancora chiuso, o quantomeno blindato, e da lì passavano quasi venti milioni di barili al giorno. L'Arabia Saudita ha riaperto l'East-West Pipeline, la Petroline, milleduecento chilometri di acciaio che tagliano il deserto da est a ovest, da Abqaiq e Al Jubayl fino a Yanbu, sul Mar Rosso.
Una via di fuga progettata proprio per questo, fin dagli anni Ottanta. La sua capacità piena arriva a cinque milioni di barili, forse sette secondo Aramco, ma prima dell'ultimo stop ne trasportava quattro o cinque. Non è poco: significa togliere di mezzo un quinto del traffico di Hormuz.
Eppure non basta. Perché il problema non è solo lo Stretto, ma l'intero sistema. Iraq, Kuwait, Qatar, Bahrain e Iran dipendono quasi interamente da Hormuz. E il gas liquefatto, di cui quasi il venti per cento del commercio mondiale passa di lì, non ha una rotta terrestre che lo sostituisca. Qatar ed Emirati restano ostaggio dello Stretto, con o senza la Petroline.
Poi c'è Bab el-Mandeb. Ne scrivevo a gennaio 2024, quando gli attacchi alle navi nel Mar Rosso erano appena ventiquattro. Oggi diciotto ore di offensiva hanno consegnato agli Houthi l'ultimo rubinetto del greggio, da Mocha a Dhubab, fino all'isola di Mayyun. Riyadh aveva dirottato proprio lì gran parte del suo petrolio dopo la chiusura di Hormuz. Ora anche quella via è sotto scacco.
È il paradosso che avevo anticipato mesi fa. Gli Houthi non vogliono distruggere l'oleodotto, vogliono renderlo inutilizzabile. Vogliono che ogni barile esportato da Yanbu diventi un azzardo, che il mercato percepisca quel corridoio come troppo rischioso. E ci sono riusciti: a settembre 2026 la Petroline è stata chiusa dopo un attacco con droni partiti dall'Iraq, poi sono arrivati i colpi a Sharurah, Jazan, depositi e centri di comando. Fino al quattro per cento del greggio globale è a rischio. Il diesel negli Stati Uniti ha superato i sei dollari al gallone, un massimo storico.
Washington guarda altrove. Trump ha rifiutato due volte, negli ultimi mesi, la richiesta di Mohammed bin Salman di bombardare i ribelli. Dopo Iraq e Afghanistan, l'America ha poco appetito per nuove guerre. E gli Houthi lo sanno bene, talmente bene che stanno giocando esattamente la partita che vogliono: una guerra aperta con gli Stati Uniti per legittimarsi come resistenza anti-imperialista. Non sono Hezbollah, sono più autonomi, hanno reti logistiche e consenso interno che li rendono difficili da sradicare. Anche se Teheran riducesse il sostegno, continuerebbero a combattere.
La conclusione, però, resta quella che ripeto da anni. Solo bypassando Hormuz e Bab el-Mandeb si potrà risolvere gran parte dei problemi attuali sulle forniture di petrolio. La riapertura della Petroline può raffreddare i prezzi e impedire gli scenari peggiori, soprattutto quando tornerà a pieno regime. Ma non può sostituire gli Stretti. Servono nuove rotte, nuovi terminali, nuove vie di fuga da un ricatto che sta perdendo mordente ma che resta ancora capace di far tremare il mondo.
E come sempre, a pagare il prezzo più alto saranno i civili. Attualmente sono oltre 120.000 quelli ora scappati, stremati e sfiniti da anni e anni di guerre.
Già... provo vergogna per l'intera umanità osservando come le guerre non trovino mai fine.

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