Siciliani, mi raccomando: quando sarete chiamati alle urne, ricordatevi sempre per chi votare. Perché chi ci governa sa benissimo che da queste parti la memoria è corta e il rancore pure, e così si continua a promettere, a stornare fondi, a ballare il solito valzer.
Un luogo dove l'espressione è libera: nessun vincolo, compromesso e censura.
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giovedì 30 aprile 2026
Siciliani mi raccomando: quando verrete chiamati alle urne, ricordatevi sempre per chi votare!
Siciliani, mi raccomando: quando sarete chiamati alle urne, ricordatevi sempre per chi votare. Perché chi ci governa sa benissimo che da queste parti la memoria è corta e il rancore pure, e così si continua a promettere, a stornare fondi, a ballare il solito valzer.
mercoledì 29 aprile 2026
Io me ne fotto: il prezzo della libertà non si baratta per un barile di petrolio!
Già... come quella Sig.ra lo osservo e mi assale una domanda che non vorrei farmi, ma che non posso ignorare: ci ricordiamo ancora chi è stato ucciso in questi mesi per la libertà o siamo tutti talmente presi dalla smania di ritornare a quelle condizioni di stabilità apparente, dal desiderio egoistico di avere nuovamente petrolio e gas a buon mercato, da scegliere consapevolmente di barattare la nostra dignità - e con essa la loro possibilità di democrazia - per un serbatoio meno caro?
Io ve lo dico chiaramente, senza mezzi termini: me ne fotto di dover fare sacrifici, me ne fotto se ciò significhi rinunciare a certe comodità, se questo possa servire a ridare speranza, a far giungere alla democrazia un popolo che la sogna da sempre.
Diciamoci la verità, senza infingerci, senza essere come nostro solito un popolo ipocrita e lacchè ai poteri forti internazionali: in Iran non esiste alcuna libertà, perché questa è strangolata da un governo dittatoriale che non molla la presa da oltre quarant’anni. Oggi penso a chi soffre la fame in questo preciso istante: anziani, donne, bambini.
E non mi riferisco soltanto alle conseguenze dei nuovi embarghi degli Stati Uniti, né all’insieme di sanzioni - economiche, commerciali, scientifiche, militari - che la comunità internazionale ha imposto al governo iraniano in questi lunghi anni. No, il punto è un altro, più profondo e forse più vergognoso. Il problema è che gli introiti della vendita del petrolio - e l’Iran è il nono produttore mondiale di greggio, il terzo di gas naturale - non sono stati utilizzati per la popolazione.
Quei miliardi di dollari, euro, lingotti d’oro e diamanti non sono serviti a migliorare il PIL, a ridurre l’inflazione, ad abbassare la disoccupazione, a rendere vivibili i tassi di interesse o a riaprire le esportazioni civili. Tutti quei valori hanno seguito un destino diverso, osceno!
La verità, nuda e cruda, è che l’Iran ha sfruttato le sue materie prime per costruire armi, per tentare di produrre una testata nucleare, per foraggiare il terrorismo internazionale, per combattere Israele, ma soprattutto per celare all’estero, proprio in quegli altri paesi arabi adiacenti, parte di quei capitali, così da garantire privilegi ai suoi uomini del regime e alle loro famiglie.
Ecco il paradosso crudele: un Paese ricco di risorse, certamente strozzato dalle sanzioni e ora dalla guerra, ma che decide di non voler mediare, di non voler aprire ai cambiamenti richiesti dal proprio popolo, che preferisce voltare le spalle alla democrazia pur di mantenere intatto il potere di pochi.
Dopo più di quarant’anni di regime, la domanda resta lì, sospesa nell’aria viziata dei nostri salotti bene, mentre lo sguardo torna a quella donna nel quadro. Perché alla fine, la sua sofferenza non è solo per ciò che subisce dall’esterno, per le sanzioni che noi invochiamo o temiamo, ma per ciò che le viene negato dall’interno, dai suoi stessi governanti che usano la sua vita come moneta di scambio.
E così, mentre guardo questo quadro astratto dove si intravede una donna iraniana che soffre, penso a tutti i paesi del mondo che sembrano essersi dimenticati di chi è stato ucciso per la libertà, di chi ha provato a lottare senza alcuna arma per la propria democrazia ed è morto per un'idea. Di chi oggi ancora soffre la mancata libertà, ma soprattutto osservo la nostra ignavia, noi tutti che ci siamo girati dall'altra parte, che manifestiamo un urlato "silenzio", pur di non ascoltare l'altrui dolore e continuare a riempire i nostri serbatoi.
Sì... è proprio questa la ferita più grande, quella che nessuna sanzione o negoziato potrà mai rimarginare. Quella che continua a farsi spazio, astratta e reale insieme, nel volto di quella donna iraniana che, ahimè, ancora oggi soffre.
Non è possibile, non è moralmente accettabile, barattare la libertà altrui, quella delle donne, dei bambini, degli anziani iraniani, per un barile di petrolio in più o per qualche centesimo risparmiato alla pompa. Già... il prezzo della nostra comodità non può essere pagato con il loro sangue!
martedì 28 aprile 2026
Complotti, like e verità scomode!
Mentre riflettevo su quel fenomeno, mi è capitato sotto gli occhi un’indagine globale che conferma qualcosa di profondamente inquietante: sette persone su dieci, nel mondo, credono almeno a una bufala.
Non si tratta di un fenomeno marginale o circoscritto a qualche paese, ma di una tendenza diffusa trasversalmente, che attraversa età, livelli di istruzione e orientamenti ideologici diversi. Dall’India al Brasile, dal Messico al Sudafrica, fino alla stessa Europa, la musica non cambia.
L’indagine in questione - l’Edelman Trust Barometer 2026 - mostra uno scenario preciso: la fiducia nelle istituzioni sanitarie, nei governi e nei media tradizionali è in costante calo a partire dalla pandemia. In questo vuoto crescono le fonti alternative come l’intelligenza artificiale, i creator digitali e i social network. Il 35% delle persone usa ormai l’AI per avere risposte immediate su temi di salute e chi tende a credere di più alle affermazioni infondate consuma, paradossalmente, una quantità maggiore di notizie in materia, consultando più piattaforme e seguendo più creator. Non è disinteresse, badiamo bene: è una riorganizzazione profonda dell’ecosistema della fiducia.
Ed ecco allora che, partendo da questo humus culturale e umano, prendono corpo le narrazioni più fantasiose e così ci capita di leggere e ascoltare ovunque di omicidi globalizzati per mano di società internazionali senza volto, di organizzazioni che attraverso polveri gettate dagli aerei ci manovrano, oppure di alimenti quotidiani che starebbero avvelenando intere popolazioni mondiali.
Tra le affermazioni sottoposte a 16mila intervistati in sedici paesi, ce n’erano alcune che sembrano uscite pari pari da un copione complottista: “I vaccini vengono usati come strumento di controllo della popolazione”, “aggiungere fluoruro all’acqua potabile non ha benefici ed è pericoloso”, “i rischi dei vaccini pediatrici superano di gran lunga i benefici”. Ebbene, il 70% dei partecipanti ha ritenuto vera almeno una di queste tesi e il 29% ne ha credute tre o più. La maggior parte di quelle teorie viene riportata sui social, in particolare su TikTok e Instagram, spesso amplificata da algoritmi che privilegiano i contenuti più sensazionalistici. Narrazioni che trovano terreno fertile nella rapidità con cui le informazioni, ma soprattutto le disinformazioni, si diffondono online.
Tra le teorie più assurde vi è chi riscrive la cronaca politica a proprio uso e consumo, negando l’evidenza di attentati o, al contrario, vedendo dietro ogni evento isolato la mano di un regista occulto. Sia che si tratti di attacchi a figure istituzionali o di crisi internazionali, la versione dei fatti viene distorta per adattarsi a una trama preconcetta, dove nulla è lasciato al caso e tutto è frutto di un disegno malevolo.
Perdonatemi, ma io al contrario credo nella necessità di guardare ai fatti per quello che sono, senza sovrapporvi filtri deformanti. Rifiuto totalmente le versioni che trasformano la tragedia o l’errore in un copione scritto a tavolino, perché questa attitudine non fa altro che offuscare la comprensione reale dei problemi. Continuando così, con queste manipolazioni cospirative, si giunge a credere che i virus creati appositamente in laboratorio servano per generare pandemie perfette, decimare intere popolazioni e pianificare il controllo sociale con lockdown decisi da oscure cricche finanziarie.
Certo, qualcosa di vero su quanto appena detto c'è stato sicuramente, ma se ci facciamo distogliere da quanto realmente accaduto e dai reali interessi che la Pandemia "Covid 19" ha determinato, spostiamo indirettamente l'unica verità compiuta da quell'azione su ipotesi fantasiose. Ipotesi che distolgono le masse dall'unico obiettivo importante, cioè capire cosa sia realmente successo.
E difatti, basta poco perché tutto si tenga perfettamente in piedi da sé: serve semplicemente aggiungere un tassello all'altro e il mosaico del complotto diventa perfetto, auto-coerente, capace di spiegare ogni angolo oscuro della realtà senza mai dover ammettere la banale, noiosa, complicata verità dei fatti.
Ovviamente, in quelle teorie non manca nulla. Così, mentre tutto questo viene dibattuto con sicurezza in un post condiviso su un qualche social, il rapporto dell’Edelman ci ricorda una cosa semplice ma cruciale: le persone sono ancora aperte a ricevere nuove raccomandazioni sulla salute, a patto che arrivino da voci di cui si fidano.
La strategia più efficace per contrastare la disinformazione, suggeriscono gli esperti, non è imporre fatti scientifici dall’alto, ma ricostruire la fiducia, comprendere le condizioni di vita della gente, le sue paure, le fonti che frequenta. Peccato che fuori, nel mondo reale, ci siano ahimè persone che muoiono davvero e di tutto questo, guarda caso, i nostri improvvisati buffoni del sospetto non parlano mai.
Sarebbe troppo difficile per loro affrontare certi temi in maniera seria, chissà forse perché poco affascinanti. Meglio allora portare avanti un bel complotto globale: almeno così i loro like crescono, i follower aumentano, il tornaconto pubblicitario sale a dismisura, nel frattempo loro non si sono minimamente sporcati le mani.
Già, ecco perché lo fanno: sperano, influenzando gli altri, di passare da sterili soggetti a individui speciali. Mi consola sapere che è solo questione di tempo e che tutte queste assurdità prenderanno la via del fumo, lasciando spazio a chi - non solo - ha la forza di guardare la realtà negli occhi, ma anche a chi, ascoltando quelle voci di cui ci si fida davvero, riesce a distinguere una bufala da un fatto, senza bisogno di invocare oscuri complotti ogni volta che la realtà si fa difficile da accettare.
lunedì 27 aprile 2026
Ignoranza e consenso: la fabbrica dei proseliti complottisti!
domenica 26 aprile 2026
Il confine sottile: Quando la truffa si veste di normalità.
Si parla di un’operazione antimafia a Palermo, e tra le persone fermate spunta una figura che, a prima vista, potrebbe quasi ingannare: un sedicente consulente finanziario, ma stranamente, non iscritto all’Albo. Già questa piccola crepa formale, questo “non iscritto”, è il primo indizio di una zona grigia che diventa presto nera.
Ecco, perché la vicenda mi colpisce non tanto per il singolo episodio, quanto per il suo intrecciarsi con una rete familiare e imprenditoriale apparentemente normale. Qualche anno fa quest’uomo si era persino candidato al consiglio comunale, ottenendo un discreto numero di preferenze, non bastate per entrare in aula, ma comunque sufficienti a varcare la soglia della politica cittadina. Poi il dettaglio che fa scattare il meccanismo investigativo: un legame di parentela con la moglie di un capomafia. Ecco, i legami familiari diventano qui la mappa di un potere sommerso.
Ma cerchiamo di capire, in concreto, quale sarebbe stata la sua truffa secondo gli inquirenti, perché la vicenda merita di essere spiegata in modo semplice. Partiamo da un dato: esiste un Albo ufficiale dei consulenti finanziari. Iscriversi non è una formalità, richiede esami, requisiti morali e patrimoniali, e soprattutto obbliga a comportamenti trasparenti. Chi non è iscritto, semplicemente, non può fare quel mestiere. Ebbene, quest’uomo agiva come se lo fosse: proponeva investimenti, gestiva soldi, dava consigli, si presentava come un professionista. Ma non lo era. E questo è già un primo grande inganno.
Poi viene il bello, o per meglio dire il brutto. Secondo la ricostruzione della Direzione Distrettuale Antimafia, questo finto consulente non si limitava a fare il consulente senza titolo. Il suo vero ruolo era un altro: fare da ponte, da controllore, da magazziniere di soldi sporchi.
Tutti noi sappiamo bene come la mafia guadagni soldi con le attività illegali (ma aggiungerei anche con quelle legali...) e quei soldi non possono essere spesi tranquillamente, perché attirerebbero l’attenzione. Devono essere quindi “ripuliti”, cioè fatti entrare in circuiti economici normali.
Ecco, qui entra in gioco il nostro personaggio. Lui prendeva quei capitali di origine criminale e li indirizzava verso attività commerciali all’apparenza regolari: sale giochi, tabaccherie, distributori di carburante.
In pratica, faceva in modo che i soldi sporchi diventassero banconote che transitavano in un negozio, che mescolava gli incassi leciti con quelli illeciti. Un vecchio trucco, ma sempre efficace. Alla fine, dal punto di vista contabile, quei soldi sembravano provenire dalle slot machine o dalle sigarette vendute. E invece no.
Ma la truffa più sottile, quella che trovo davvero geniale nell’ordinaria malvagità, riguarda le aste immobiliari e qui dobbiamo fare un altro piccolo sforzo di immaginazione...
Le aste pubbliche, quelle dove si vendono case o terreni, nascono per essere trasparenti: chi offre di più si aggiudica il bene! Sembra un gioco corretto, no? E invece no, perché questo finto consulente, secondo gli inquirenti, avrebbe messo in atto una strategia per falsare il gioco. Come? Intimidendo altri possibili acquirenti, o facendo in modo che certe offerte non venissero mai presentate, o ancora accordandosi con altri finti partecipanti per non alzare il prezzo. Il risultato era che la mafia si aggiudicava immobili – case, terreni, capannoni – a prezzi molto bassi, molto più bassi del loro valore reale. E poi quei beni diventavano nuovi affari, nuove basi operative, nuovi modi per far fruttare il denaro sporco.
Quindi, riassumendo in parole semplici: la truffa non era solo quella del finto consulente che imbrogli il cliente. Era molto più ampia. Era l’uso di un titolo professionale fasullo per nascondere il vero scopo: ripulire denaro della mafia, infiltrarsi nel commercio normale, e distorcere meccanismi come le aste pubbliche, che dovrebbero essere giusti. Un campo formalmente legale – quello delle consulenze, delle tabaccherie, delle aste – trasformato in una camera di compensazione per le cosche. Non serviva la violenza palese, bastava la capacità di stare dentro le regole solo quanto bastava per piegarle.
Mi fermo un istante a riflettere: ciò che chiamiamo “normalità economica” – un consulente, un negozio, un’asta – può diventare il teatro di un’altra guerra, silenziosa e senza colpi di scena. E allora la domanda che porto a casa, mentre rileggo la notizia, è questa: quanto del nostro quotidiano, dei nostri scambi, delle nostre transazioni più ordinarie, sfugge a uno sguardo che sappia vedere oltre la superficie?
Forse la lezione, stavolta, è che il confine tra lecito e illecito non è sempre un muro, ma talvolta una linea sottile che qualcuno, con paziente calcolo, impara a calpestare fino a farla sparire. E la vera truffa, forse, è farci credere che tutto questo non possa accadere nel negozio sotto casa o nella prossima asta immobiliare a cui qualcuno di noi potrebbe anche pensare di partecipare...
sabato 25 aprile 2026
L’altra fede: Quando non credere è pur sempre credere.
Non so... sarà forse una forma di ribellione sotterranea, una rivolta privata che ciascuno ha alimentato senza troppo dichiararla, un vero e proprio rinnegamento dei principi che magari hanno a lungo professato o che ahimè gli sono stati trasmessi come eredità.
E non parlo solo di religione in senso stretto: intendo qualsiasi sistema di valori che un tempo faceva da mappa e che oggi, viceversa, sembra che ciascuno voglia costruire da sé, un vero e proprio orizzonte, il cui fine rinuncia così in partenza a qualsiasi orizzonte condiviso.
Consentitemi tra l'altro di aggiungere come questo totale abbandono, non sempre conduce al vuoto, anzi il più delle volte, per non dir spesso, si traduce nell’adesione a un'altra fede, sì... magari senza nome, magari fatta solo di negazioni.
L’ateismo diventa così una nuova ortodossia, altrettanto dogmatica di quella che ci si era lasciata alle spalle, mentre l'agnosticismo, dal canto suo, si trasforma in un porto sicuro per chi non vuole più scegliere, e così, si finisce per nascondere una scelta: quella di sospendere il giudizio per non esporsi, ma in fondo, se ci pensiamo bene, anche il non credere alla fine è una forma di credenza!
Ma la domanda che mi sovviene quando penso a tutto questo è un’altra, forse... ancor più scomoda: Siamo davvero così liberi in questo allontanamento, o stiamo solo cambiando padrone? Sì... perché la ribellione, quando diventa sistematica e generalizzata, finisce per assomigliare a una nuova forma di obbedienza...
Obbedienza a uno spirito del tempo che ci spinge a rinnegare per sentirci autentici, a tagliare ponti per sembrare coerenti e forse, in fondo, l’apostasia non è mai una vera uscita di scena, ma solo il passaggio a un’altra parte del copione.
La verità è che ciò che si prova a cambiare è solo il nome del protagonista, ma alla fine la scena resta sempre la stessa: il bisogno di appartenere, di affidarsi a qualcosa che ci dica chi siamo, anche se quel qualcosa si chiama “non credere più a nulla”!
venerdì 24 aprile 2026
Quel curioso mistero del clima in palestra: Freddo d’estate, caldo d’inverno!
Già... ho preferito sempre l’aria aperta, il movimento senza muri, senza specchi e senza musica a volume troppo alto.
giovedì 23 aprile 2026
Il fumi‑e dell'ateo: e se Cristo avesse dovuto soltanto guardare?
"Certo... se foste torturati per le vostre convinzioni, mettereste tutta la vostra forza per resistere, ma se altri venissero torturati per le vostre convinzioni, e voi continuate a rifiutarvi di cedere, potremmo ancora chiamarla forza? Oppure quel vostro gesto non diventa piuttosto una specie di spietatezza, quasi una disonestà, già... come chi fa beneficenza con i soldi degli altri e poi si prende il merito?
E poi c'è l'altra domanda che scava ancor più a fondo: cosa avrebbe fatto Cristo, se il Sinedrio o Pilato, invece di torturare e crocifiggere lui, lo avessero costretto ad assistere alla tortura e/o alla crocifissione dei suoi discepoli, di sua madre, o anche di gente qualunque? Se egli era abbastanza forte da accettare la propria sofferenza, sarebbe stato in grado di sopportare quella degli altri? E ditemi... se lo fosse stato, se avesse accettato di buon grado la sofferenza altrui rimanendo illeso, potremmo ancora chiamarla forza?
Certo, qualcuno oggi – tra gli oltre due miliardi di credenti cristiani – affermerebbe di sì, d'altronde sappiamo bene come, fu proprio Egli, a promettere ai suoi seguaci - che avrebbero sofferto a causa sua - che non sarebbe intervenuto per impedirlo?
"Vi mando come pecore in mezzo ai lupi", disse, "vi consegneranno ai tribunali, vi flagelleranno e sarete odiati da tutti per causa mia. Ma chi persevererà fino alla fine sarà salvato. E non abbiate paura di chi uccide il corpo, perché non può uccidere l’anima. Persino i capelli del vostro capo sono tutti contati".
E difatti, su tutti coloro che soffriranno per questa causa, egli, pronunciò una grande benedizione: Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!
Ma se guardiamo a questi passi in modo distaccato, se prendiamo ad esempio Sebastian Rodrigues, il protagonista del romanzo Silenzio (scritto nel 1966 dallo scrittore giapponese Shūsaku Endō), quando abiura per porre fine alle sofferenze dei suoi correligionari, in realtà cosa fa: li priva di una grande benedizione, già... nega loro quella che i cristiani hanno sempre chiamato la corona del martirio. E lui difatti lo sa: so cosa direte... che la loro morte non è stata vana, che diventerà il fondamento della Chiesa, che ora godono della felicità eterna. Anch’io sono convinto di tutto questo. Eppure, perché questo sentimento di dolore rimane nel mio cuore?
Quel sentimento di dolore persiste perché Rodrigues sta facendo esattamente quello che farebbero tutti i cristiani, nella sua stessa situazione, sta soppesando le opzioni e così ha trovato la strategia ottimale!
Il suo ragionamento si basa su questo concetto: se le promesse di Gesù sono vere, allora le loro sofferenze finiranno presto e la loro ricompensa sarà grande. Se le promesse di Gesù non sono vere, allora la loro sofferenza è enorme e inutile, e tutto ciò che posso fare per porre fine a quel male è ciò che dovrei fare! E difatti, anche se le promesse fossero vere, e il suo intervento privasse i suoi amici della corona del martirio, loro apparterrebbero comunque a Lui e saranno tra i beati. Quindi l’apostasia ha senso, perché elimina un potenziale grande male senza imporre un costo terribile.
E' un ragionamento valido. Ma non è il ragionamento di una persona veramente fedele. La persona veramente fedele dice: seguirò Gesù, confiderò completamente in Lui, non calcolerò il costo dell’obbedienza. Io lo capisco, ma quando provo anche solo a contemplare una fede simile, mi sento come Johannes de silentio di Kierkegaard che contempla Abramo.
L’amore ha i suoi poeti, ma della fede non si sente una parola. La filosofia va oltre, la teologia siede alla finestra corteggiando la filosofia. Si dice che sia difficile capire Hegel, ma capire Abramo no, e invece è il contrario. Andare oltre Hegel è un miracolo, andare oltre Abramo è la cosa più semplice. Ma quando devo pensare ad Abramo, dice Kierkegaard, sono praticamente annientato.
Anch’io. Una fede del genere è al di là della mia capacità di raggiungerla, anzi, persino di immaginarla.
Roberts, nel suo lungo e astruso post intitolato "Il Fumi-e dell’ateo", spiega che queste riflessioni nascono da un periodo di stasi personale, dopo il fallimento del suo romanzo "The Thing Itself". È uno che scrive per capire cosa lo turba, e ammette fin da subito che il suo è un punto di vista da miscredente – il che, paradossalmente, forse gli permette di vedere certe cose con più chiarezza. Il romanzo di Endo sfrutta la specificità storica del Giappone di metà Seicento, quando lo shogunato voleva estirpare il cristianesimo, per creare qualcosa di universale.
Il protagonista, Rodrigues, arriva in Giappone disposto al martirio, ma le autorità non lo torturano: torturano e uccidono i suoi fedeli, e lui può fermare tutto semplicemente calpestando un fumi-e, un’immagine di Cristo. Una cosa è sacrificarsi per le proprie convinzioni, un’altra è sacrificare altre persone per le proprie convinzioni. L’agonia di Rodrigues è che era venuto per dare la sua vita per altri, e invece sono gli altri a morire per lui.
Roberts nota una tensione sottile nel modo in cui Endo tratta il silenzio di Dio. Dio rimane in silenzio davanti alla sofferenza umana, e Rodrigues sulla barca vede il mare infinito e pensa alle parole di Cristo: Eloì, Eloì, lama sabacthani? – Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ma abbandonare qualcuno non è la stessa cosa che infliggergli sofferenza.
Pilato non può ritirarsi dall’ingiustizia che sa essere in atto, perché la sua posizione di potere glielo impedisce: non si può conservare il proprio potere e al contempo sottrarsi al male che viene fatto sotto la propria supervisione. È nella natura del nostro essere socialmente inseriti che non sempre abbiamo la possibilità di ritirarci dalla sofferenza altrui – e questa, per Roberts, è quasi una sintesi dell’etica umana in quanto tale.
Eppure, il cristianesimo non è più la religione degli oppressi. Oggi è la religione dominante nel mondo. E questo pone una domanda scomoda: quando sei forte, cosa fai della tua forza? Roberts cita Rushdie e "I versi satanici", un romanzo che chiede: cosa fai quando sei debole, e poi cosa fai quando diventi forte? Il Cristo dei Vangeli univa debolezza e forza in modo complesso, ma l’imitazione di Cristo – quel grande tema della prassi cristiana, dal De Imitatione Christi di Tommaso da Kempis in poi – rischia di diventare un atto di egocentrismo se dimentica il contesto. Se noi cristiani siamo oggi i principi e le potenze del mondo, e continuiamo a vederci come la minoranza oppressa, allora le cose si complicano. I forti che si lamentano di essere le vere vittime – i bianchi che parlano di razzismo contro i bianchi, chi denuncia il politically correct come fascismo – non stanno rinunciando alla forza: Stanno consolidandola.
Roberts lo dice con cautela: non sta suggerendo che la radice di questa mentalità sia la teologia cristiana. Ma si chiede quali siano i pericoli nell’ignorare la traiettoria storica del cristianesimo, quel vettore che l’ha portato da debole e marginale a forte e centrale. È sconveniente assumere il ruolo di vittima quando non lo si è. Ma è forse più che sconveniente?
E qui arriva al cuore del suo ragionamento. Le storie che preferiamo sono quelle in cui un individuo si sacrifica – come Sidney Carton in Racconto di due città – non quelle in cui le persone sacrificano altre persone per i propri ideali. Eppure, nella scena primordiale della Passione, la domanda dovrebbe essere: a chi assomigliamo di più? Alla figura centrale che soffre nobilmente, o a uno spettatore, a un burocrate, a un soldato romano? Dov’è il 'De Imitatione Pontii Pilati'? Perché un aspetto cruciale dell’insegnamento cristiano è che gli assassini di Cristo non sono "loro". Gli assassini di Cristo siamo "noi". Noi siamo quelli che si accalcano lungo la strada, o quelli che tirano la leva della ghigliottina perché quello è il nostro lavoro. Il perdono scorre dal forte al debole, e la maggior parte di noi in Occidente si trova all’estremità superiore di quella pendenza.
Non è pertinente al post, ma vale la pena notare che moltissimi cristiani americani – se si dovesse giudicare dai social media si penserebbe che siano tutti, anche se non bisognerebbe farlo – ignorano questo insegnamento. Si lamentano di come vengono trattati ingiustamente, senza correre alcun pericolo di martirio, e cercano vendetta. La maggior parte di loro sa cosa dicono Gesù e gli apostoli, ha sentito l’espressione "porgi l’altra guancia", ma non credo che gli venga mai in mente, nemmeno per un istante, che quegli insegnamenti possano essere applicabili anche a loro.
Roberts conclude il suo lungo post con un’immagine che mi ha colpito. Dice che i suoi ultimi due romanzi, "The Thing Itself" e "Bethany", sono stati per lui come calpestare il fumi-e del proprio ateismo.
E dopo aver calpestato il "fumi-e", devi andare avanti con la tua vita. La domanda rimane solo una: a quali condizioni?
mercoledì 22 aprile 2026
Il 28 aprile si va all'INRiM: le risposte del Dott. Grassi che aspettavamo.
Ho letto le sue risposte più volte, perché volevo essere sicuro di coglierne ogni sfumatura, ogni silenzio, ogni parola che magari nascondeva qualcosa di più di quanto non dicesse esplicitamente.
Devo ammetterlo: alcune risposte me le aspettavo, altre mi hanno sorpreso, e un paio mi hanno lasciato con un senso di inquietudine che ancora adesso fatico a scrollarmi di dosso. Ma procediamo con ordine, come sempre.
La prima domanda riguardava il Laboratorio INRiM di Torino, quel tempio della metrologia che sembrava essersi chiuso in un silenzio inspiegabile. Ebbene, il Dott. Grassi mi ha confermato che, dopo vari tentativi, è stato finalmente fissato un appuntamento in Laboratorio per il giorno 28 aprile. In quella sede, spiega, chiederanno l'accesso agli atti e la visione dello strumento, del sensore, dello schermo solare che è stato oggetto di calibrazione da parte dell'INRiM stesso.
Una notizia importante, non c'è che dire. Perché dopo mesi di porte chiuse, di richieste ignorate, di silenzi che sembravano voler dire "lasciate perdere", ecco che qualcosa si muove. Non so se sia stato il caso Barani, o la pressione mediatica, o magari l'ostinazione di un geologo che non molla l'osso. Fatto sta che il 28 aprile si terrà un incontro che potrebbe rivelarsi decisivo. E io, ve lo confesso, sono curiosissimo di sapere cosa emergerà da quella visita.
Passando al secondo quesito, avevo chiesto del coinvolgimento del WMO e della Professoressa Celeste Saulo, e in particolare del Professor Jan Barani, che a Vienna aveva pubblicamente citato il caso siciliano. La risposta di Grassi è stata netta ma anche, in un certo senso, amara. Barani, mi scrive, è stato l'unico che in sede di confronto pubblico ha dichiarato in maniera chiara l'inattendibilità del dato termometrico di 48,8° registrato dalla stazione di Floridia. L'unico!
Capite cosa significa? Significa che su un palcoscenico internazionale, davanti a esperti di tutto il mondo, una sola voce autorevole ha avuto il coraggio di dire che quel record era fasullo. E gli altri? Gli altri hanno taciuto, o hanno annuito, o hanno girato lo sguardo dall'altra parte. Il Prof. Barani, insomma, ha rotto quell'incantesimo di silenzio, ma da solo. E questo, permettetemi di dirlo, è un dato che fa riflettere, e non poco.
La terza domanda era quella più delicata, quella che toccava il nervo scoperto della narrazione climatica. Gliel'ho chiesta con cautela, quasi scusandomi, ma lui non si è sottratto. Anzi. Mi ha risposto che tanti sanno di questo falso record, ma preferiscono tacere. Mi ha scritto: conviene stare nel "mainstream" del pensiero tendenziale. Uscire fuori da una certa narrazione preconcetta può costare molto. Chi osa andare in senso contrario viene subito sconfessato aprioristicamente, ripudiato e accusato di negazionismo, senza neanche entrare nel merito dell'antitesi scientifica.
Ecco, leggere queste parole mi ha fatto venire in mente certe dinamiche che vediamo ogni giorno sui social, in televisione, persino nelle aule universitarie. Una specie di inquisizione pubblica, la chiama lui. E ha ragione. Perché se è vero che il clima cambia, ed è vero, dovrebbe essere altrettanto vero che si possa discutere dei dati senza venire automaticamente additati come nemici della scienza. E invece no. E allora molti preferiscono il silenzio, pur di non pregiudicare la propria carriera.
Ma Grassi va oltre, e lo fa con una franchezza che non teme smentite. Quel record, dice, ha fatto molto comodo ad alcuni personaggi divulgatori del catastrofismo climatico. Lo hanno desiderato, forse voluto, con ardore. Perché ha permesso di suggellare in maniera sensazionalistica la teoria del pericolo di sopravvivenza della specie umana. E questo, in termini molto pratici, condiziona le masse sociali, le induce ad adattarsi a nuovi modelli economici, alimenta un business fatto di convegni, libri ripetitivi, vantaggi economici e finanziari per chi si è costruito una carriera sull'emergenza. Sono parole pesanti, lo so. Ma sono le sue, e le ha scritte nero su bianco.
Il quarto quesito riguardava le altre stazioni della rete SIAS. Quelle che lui stesso aveva segnalato come non a norma: Mineo, Mazzarrone, Noto, Lentini, Francofonte, Paternò, Augusta. La risposta è stata in parte confortante, in parte sconfortante. In due casi, Paternò e Augusta, il SIAS ha cercato di risolvere la questione della sovrastima spostando silenziosamente le stazioni in altri luoghi. Silenziosamente, notate bene. Senza dare comunicazione, senza spiegare le ragioni. E poi, il particolare più inquietante: le serie storiche non sono state differenziate per ciascuna ubicazione. Questo significa che se qualcuno volesse studiare il microclima locale, oggi, non si accorgerebbe che i dati di quelle stazioni mescolano due luoghi diversi, rendendo qualsiasi analisi priva di valore scientifico. Per tutte le altre stazioni, invece, nessun intervento è stato apportato. Continuano a operare come se nulla fosse, producendo dati che finiscono nei bollettini ufficiali senza che nessuno ne abbia mai accertato la conformità. Se questo non è un problema sistemico, ditemi voi come si chiama.
Infine, l'ultima domanda, quella più personale. Gliel'ho chiesta con il cuore in mano, quasi temendo di aver oltrepassato un limite. E lui mi ha risposto con la stessa intensità con cui aveva affrontato il resto. Mi ha detto che ha studiato minuziosamente la stazione di Floridia e tutte le procedure attuate per il riconoscimento del record da parte della WMO. E proprio dallo svisceramento dei documenti si è accorto di qualcosa di anomalo, fortemente anomalo. È per questo che ha deciso di approfondire. È per questo che il 28 aprile andrà all'INRiM. Quella tappa, mi scrive, sarà fondamentale per fare chiarezza. Non mi ha detto esplicitamente cosa spera di trovare, ma dalla sua scrittura traspare una determinazione che non ha perso un grammo di intensità. Nonostante i silenzi, le porte chiuse, le carriere che si proteggono, le paure di chi sa ma tace. Lui va avanti.
Ecco, amici miei, questo è quanto. Il Dott. Grassi non ha ancora finito di scavare, e il 28 aprile potrebbe essere una data da segnare sul calendario. Io, come sempre, vi terrò aggiornati. Nel frattempo, leggete queste sue parole, rifletteteci sopra, e fatevi le vostre domande.
Perché il bello di questo blog, ve l'ho detto altre volte, non è avere tutte le risposte, ma continuare a cercarle, insieme...
martedì 21 aprile 2026
I love "Castel di Iudica".
Ha chiesto ai presenti – quasi tutti residenti – se ricordassero quando, nel 2012/13, correvano voci su investitori stranieri pronti ad arrivare. Arabi, cinesi, giapponesi. Notizie acclamate a gran voce.
Poi si è rivolto ancora a loro, con una domanda diretta: chiedete a un cittadino di Catania – e ne vengono parecchi – perché viene a Castel di Iudica? Cosa dovrebbe vedere, qui?
Per chi ci è nato – ha aggiunto – questo, insieme a Cinquegrana, Franchetto, Giumarra e Carrubbo, è il posto più bello del mondo. E lì mi ha colpito, perché mi sembrava di ascoltare mio padre quando parlava del suo paese. Mi è venuta in mente "Le ricordanze" di Giacomo Leopardi, quel luogo che conserva ancora intatti i momenti idilliaci dell’infanzia, il ricordo degli amici con cui si è cresciuti. Un legame che il lavoro ha talvolta disperso, ma che resta dentro ognuno, silenzioso e vivo, pronto a riaccendersi a ogni ritorno.
Ma la domanda, alla fine, coinvolgeva anche me. Direttamente. Perché dovrebbero venire a Castel di Iudica? E allora consentitemi di rispondere.
Io ci sono giunto la prima volta nel 2006. Ero appena rientrato dopo dieci anni di lavoro nel Nord Italia. Un’impresa di costruzioni, tra le più importanti della Sicilia, aveva bisogno di un tecnico per la sicurezza nei cantieri, e così iniziò una collaborazione che è durata dieci anni. Mi dividevo tra i cantieri, la sede legale di Catania e quella operativa di Castel di Iudica. Poi quell’esperienza finì, partii di nuovo, e tornai in Sicilia nel giugno del 2024. Avevo già ricevuto offerte per seguire cantieri a Catania, ma ho scelto di seguire un "Consorzio" perché conoscevo personalmente l’amministratore e i soci. Così, in questi quasi due anni, sono diventato una specie di pendolare: ogni mattina arrivo a Castel di Iudica da Franchetto, e ogni sera torno a Catania.
E allora, rispondendo al Sindaco: perché si dovrebbe venire a Castel di Iudica? Io posso dirlo prendendo in prestito una vecchia pubblicità di quella pasta: "dove c’è lavoro, c’è casa". Ma lasciatemi aggiungere altro.
In questi anni ho potuto conoscere molti dei suoi cittadini. Non dico tutti, ma credo che ormai la maggior parte di loro conosca perfettamente me. Nella mia vita, fin dall’infanzia, ho girato mezzo mondo, e ripeto spesso alle mie figlie: chi semina bene, col tempo raccoglie, chi semina male, raccoglie gramigna.
In tutti i luoghi dove sono stato, mi ricordano con affetto, mi telefonano per gli auguri, mi chiedono di tornare. E lo stesso accade qui. Qui la gente capisce l'educazione che trasmetti, valuta che i tuoi gesti sono spontanei e non calcolati, sa che di te ci si può fidare, che non sei né un truffaldino né un imbroglione.
Comprende che lasci una parte del tuo compenso nelle loro attività, ristoranti, negozi. E poi c’è la qualità dei prodotti: le carni, i formaggi, i salumi, gli agrumi sono ancora biologici, non trattati. Forse è per questo che in questo circondario si vive meglio, e anche più a lungo.
C’è poi la cortesia. Ogni giorno qualcuno mi offre un caffè, si ferma per salutarmi, per scambiare quattro parole. C’è chi mi chiede dove sono stato, solo perché non mi ha visto acquistare da lui per qualche giorno, e pur sospettando che sia andato dalla concorrenza, senza mai farmelo pesare, evidenzia sempre grande disponibilità, la stessa che nasce da quel loro carattere mite.
Pensate che, in questi mesi, con il gasolio alle stelle per via del conflitto in Medio Oriente, ho persino pensato di prendere in affitto un appartamento qui. E questo pensiero non l’ho ancora escluso.
Quindi motivi per venire ce ne sono eccome. E poi ci sono anche le ragioni della storia, quelle che uno può cercare su una guida o su un sito. Per esempio, che sul monte Judica ci sono resti dell’età greca, e che in epoca saracena si chiamava Zotica, che il comune è nato solo nel 1934, staccandosi da Ramacca, e che il monte essendo posto in una posizione fortificata, scoscesa, a tratti precipitosa, non poteva restare fuori dagli avvenimenti storici dell’isola fin dalla preistoria. Alcuni studiosi parlano di una città greco-indigena già nell’VIII secolo a.C., vissuta poi in epoca romana, bizantina, araba, normanna.
Castel di Iudica inoltre fa parte (dal 2022) del Primo parco mondiale dello stile di vita mediterraneo, insieme ad altre cento città del centro Sicilia. C’è un turismo contadino qui, che si tocca con mano: tutto, dall’archeologia alla gastronomia, dai musei alle escursioni, riconduce alla matrice contadina della comunità. Sul monte Iudica si vedono ancora tracce di un abitato arcaico, e sul monte Turcisi resti preistorici e la chiesetta di San Michele Arcangelo, del Seicento, rimane solo nel suo campanile, il Campanaro. E poi c’è la leggenda del Salto della Vecchia: una giovane di nome Margiana, o Emidia, si travestì da vecchia per ingannare i Saraceni, ma la scoprirono e la gettarono nel dirupo. Il suo sacrificio permise ai Normanni di conquistare il castello.
Oggi, in paese, si può visitare il Museo Civico Archeologico “Prospero Grasso”, dove custodiscono un sarcofago e lo scheletro di una donna con bambino del V secolo a.C., e grandi pithoi d’epoca classica. C’è anche un allestimento che racconta il carattere rurale di questa comunità, la sua cultura del lavoro, le bellezze naturali che la circondano. La Chiesa Madre, dedicata a Santa Maria delle Grazie, domina la vallata con la sua facciata a due ordini e la navata unica, dove si trovano pregevoli statue lignee. A maggio c’è la Mostra-Mercato dell’Agricoltura, ad agosto la festa patronale, e in aprile a Franchetto la sagra del pecorino pepato. E poi, da poco, hanno iniziato a piantare seimila alberi per fare un vero e proprio bosco, perché il sindaco dice che è un sogno che diventa realtà.
Insomma, Castel di Iudica è un luogo dove si può venire tutto l’anno, ma forse il periodo migliore per visitarla è quello durante una delle sue feste, quando i colori, i sapori e le tradizioni si vivono appieno. È un paese pulito, facile da raggiungere, con ottime accoglienze gestite da abitanti calorosi.
Per chi cerca un soggiorno tranquillo e sereno, anche soltanto estivo, per chi ama camminare tra storia e natura, per chi vuole sentirsi accolto non come un cliente, ma come qualcuno che, piano piano, diventa di casa...
Già... come è successo a me.
lunedì 20 aprile 2026
L'incontro a Catania e quella mail che aspettavate: le mie domande al Dott. Alfio Grassi.
Voleva sapere – ancor prima che il Geologo mi avesse risposto – quali fossero le domande che gli avevo rivolto.
Qualche giorno fa, mentre mi recavo al Tribunale di Catania presso la Procura (per circostanze che non sto qui a riportare), ho incrociato il Dott. Grassi. Un incontro breve, quasi fortuito, ma sufficiente per scambiare due parole e per ricordargli che, nonostante i mesi passati, i miei lettori e io non avevamo perso l’interesse per la sua inchiesta. Lui, come sempre, è stato cortese ma misurato. Non mi ha anticipato nulla di sostanziale, ma non mi ha nemmeno chiuso la porta, così, tornato a casa, ho deciso che era il momento di mettere nero su bianco tutto ciò che ancora mi frullava in testa, ed è nata così la mail che vi mostro oggi.
Non l’ho scritta con animo polemico, anzi credo che leggendola lo capirete. Ho cercato piuttosto di essere discreto, rispettoso, ma nello stesso tempo curioso, esattamente come cerco di essere quando scrivo qui per voi.
Difatti, ho provato a immaginare di essere seduto dall’altra parte della scrivania, e di ricevere domande che non chiedono solo un aggiornamento tecnico, ma che toccano il nervo scoperto di un sistema che sembra aver smarrito il suo legame con la verità.
Ecco perché, nel rivedere la mail prima di inviarla, ho pensato che forse avrei potuto risparmiargli quell’ultima domanda, già... quella più personale, quasi intima. Poi ho deciso di lasciarla, perché il Dott. Grassi non è solo un geologo che ha scoperto un buco in uno schermo solare, è un uomo che ha speso tempo, risorse, energie, e che si è trovato davanti un muro di silenzio alto almeno quanto la sua pazienza. Ecco perché chiedergli cosa lo sostiene ancora - dopo tutto questo - non mi è sembrata una domanda retorica, semmai, mi è sembrata, la domanda più vera tra tutte.
Detto questo, vi lascio alla lettura della mail. L’ho riportata qui sotto integralmente, così come l’ho inviata, senza togliere, né aggiungere, una virgola. Sono certo che alcuni di voi avranno già le loro opinioni, le loro aspettative, magari anche qualche perplessità. Ma va bene così... il confronto è l’anima di questo blog. Ed allora, non ci resta che attendere la risposta del Dott. Grassi. Appena arriverà, ve la farò sapere. Parola di Nicola Costanzo.
Di seguito, il testo della mail inviata al Dott. Alfio Grassi in data 13 c.m. alle ore 17.48.
Oggetto: Richiesta di aggiornamento sul caso Floridia e sulle Sue iniziative – Dott. Alfio Grassi
Egregio Dott. A. Grassi,
buongiorno. Sono trascorsi alcuni mesi dal nostro precedente scambio, durante il quale ebbi il privilegio di ascoltare le Sue ricostruzioni in merito al controverso record di 48,8°C registrato dalla stazione SIAS di Floridia l'11 agosto 2021.
Come Le avevo anticipato alcuni giorni fa, incontrandola presso il Tribunale di Catania, ho continuato a seguire la vicenda con attenzione, ripercorrendo e aggiornando i miei lettori attraverso diversi post. L'eco internazionale giunto da Vienna, con l'intervento del Prof. Jan Barani al Meteorological Technology World Expo 2025, ha dato nuovo peso alle Sue denunce, mentre il perdurare del silenzio da parte di alcuni enti – in particolare del Laboratorio INRiM di Torino – continua a sollevare interrogativi sempre più pressanti.
Le scrivo quindi nuovamente per raccogliere un aggiornamento ufficiale sullo stato delle Sue iniziative. I miei lettori, come me, attendono di conoscere gli sviluppi di una storia che ormai trascende il caso locale per assumere i contorni di una questione di trasparenza scientifica e istituzionale.
Le sarei molto grato se potesse dedicarmi qualche minuto per rispondere ai seguenti quesiti, nei tempi che riterrà più opportuni. La ringrazio sin d'ora per la cortesia e la disponibilità che non manca mai di dimostrarmi.
Cordialmente,
Nicola Costanzo
Primo quesito. Il Laboratorio INRiM di Torino ha finalmente fornito un riscontro ufficiale alla Sua richiesta di accesso agli atti? In caso negativo, quali iniziative concrete intende prendere per superare quella che potrebbe apparire una chiusura sistematica al confronto? Ed ancora: ritiene che un ente finanziato con risorse pubbliche possa legittimamente ignorare le Sue richieste?
Secondo quesito. Dalla richiesta di incontro ufficiale da Lei inoltrata al World Meteorological Organization, indirizzata alla Prof.ssa Celeste Saulo e con copia al Prof. Jan Barani, è giunta alcuna risposta, anche solo informale? Il coinvolgimento del Prof. Barani ha - in un qualche modo - rotto l'incantesimo di silenzio che sembrava avvolgere ogni tentativo di dialogo?
Terzo quesito. Nei mesi trascorsi dalla nostra ultima conversazione, ha raccolto ulteriori elementi a supporto della Sua tesi secondo cui questo record sarebbe servito – o servirebbe – a qualcuno per creare allarmismo climatico, incutere spavento nella popolazione e condizionare politiche economiche e stili di vita? Altri esperti, colleghi, anche in forma privata, Le hanno manifestato la stessa consapevolezza della falsità del dato, confermando quel clima di paura e complicità silenziosa che Lei stesso ha denunciato?
Quarto quesito. Le altre stazioni della rete SIAS che Lei aveva segnalato come non a norma – Mineo, Mazzarrone, Noto, Lentini, Francofonte, Paternò, Augusta – sono state in questi mesi successivi -oggetto di verifiche indipendenti a seguito delle Sue segnalazioni, o continuano a operare producendo dati che finiscono nei bollettini ufficiali senza che nessuno ne abbia accertato la conformità agli standard internazionali?
Quinto quesito. Le chiedo infine, e mi scuso se la domanda suonerà più personale: dopo tutto il tempo e le energie che ha dedicato a questa inchiesta, dopo i silenzi e le eventuali mancate risposte, persino da parte di un ente come l'INRiM, cosa La sostiene ancora da andare avanti? Ed inoltre, ritiene che esista una strategia consapevole e organizzata dietro la narrazione climatica distorta che Lei denuncia, o siamo piuttosto di fronte a una deriva sistemica fatta di incuria, conformismo intellettuale e paura di perdere finanziamenti e/o posizioni?
La ringrazio nuovamente per l'attenzione e resto in attesa di un Suo cortese riscontro, certo che le Sue parole, come sempre, saranno preziose per fare chiarezza su una vicenda che non riguarda solo un termometro malfunzionante, ma il diritto dei cittadini a un'informazione scientifica trasparente e affidabile.
Cordiali saluti,
Nicola Costanzo
Questo è quanto, amici miei. Ora non ci resta che attendere. Spero che il Dott. Grassi, come ha sempre fatto, trovi il tempo e la voglia di rispondere. Appena avrò notizie, qualunque esse siano, tornerò qui da voi. Nel frattempo, se qualcuno volesse lasciare un commento o condividere la sua opinione su queste domande, sa che la sua voce è sempre la benvenuta. Alla prossima.
domenica 19 aprile 2026
In risposta alla chiusura dello Stretto di Hormuz: Ecco la contromossa della Cina!
In risposta alla chiusura dello Stretto di Hormuz, la Cina prepara una contromossa che potrebbe scuotere i mercati globali. Dal 1° maggio, Pechino intende bloccare le esportazioni di acido solforico. Una decisione che arriva in un momento di forte tensione geopolitica e che rischia di amplificare gli effetti già visibili nelle catene di approvvigionamento internazionali.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha infatti interrotto le esportazioni di zolfo provenienti da Qatar, Arabia Saudita, Iran ed Emirati Arabi Uniti. Si tratta di una delle principali aree di transito mondiale per questa materia prima, utilizzata nella produzione di acido solforico. Con il blocco del traffico marittimo, circa la metà delle esportazioni globali di zolfo via mare risulta potenzialmente bloccata o ritardata, generando una forte tensione sui mercati chimici e industriali.
Lo zolfo rappresenta l'elemento fondamentale per la produzione di acido solforico, uno dei composti chimici più utilizzati al mondo. L'acido solforico è essenziale per numerosi settori: dalla produzione di fertilizzanti fosfatici all'estrazione dei metalli, dall'industria chimica alla produzione di pigmenti, fino al trattamento delle acque. Una riduzione dell'offerta globale può quindi avere effetti a catena su agricoltura, industria e materie prime strategiche.
In questo contesto, la possibile decisione della Cina di bloccare le esportazioni appare come una misura difensiva per proteggere il mercato interno. La Cina è infatti uno dei principali produttori mondiali di acido solforico e una limitazione delle esportazioni ridurrebbe ulteriormente la disponibilità globale proprio nel momento in cui la materia prima scarseggia. Il risultato potrebbe essere un aumento dei prezzi e una maggiore volatilità nei mercati industriali.
I primi segnali di tensione stanno già emergendo anche in Europa. La Nuova Solmine di Scarlino, uno dei principali produttori europei, ha informato i clienti sui possibili adeguamenti del prezzo dell'acido solforico nelle prossime settimane, pur garantendo la continuità delle forniture. L'aumento dei costi di approvvigionamento dello zolfo e le difficoltà logistiche potrebbero infatti riflettersi sui prezzi finali per diversi settori industriali.
Alla crisi delle materie prime si aggiunge inoltre un contesto geopolitico sempre più complesso. Proprio negli ultimi giorni gli Stati Uniti e l'Indonesia hanno annunciato una nuova partnership militare, rafforzando la cooperazione strategica nell'Indo-Pacifico. L'accordo prevede esercitazioni congiunte, programmi di modernizzazione militare e maggiore coordinamento operativo. Questo sviluppo si inserisce in una fase di crescente competizione strategica tra Washington e Pechino e contribuisce ad aumentare la tensione nell'area.
Sebbene non vi sia un collegamento diretto ufficiale, la coincidenza temporale tra la crisi dello Stretto di Hormuz e il rafforzamento delle alleanze militari nell’Indo-Pacifico potrebbe aver spinto la Cina a valutare le misure economiche difensive. In uno scenario caratterizzato da tensioni commerciali e geopolitiche, il controllo delle materie prime diventa uno strumento strategico per proteggere la stabilità interna e ridurre la debolezza delle catene di approvvigionamento.
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L'impatto potenziale non riguarda solo fertilizzanti e industria chimica, ma anche il settore minerario globale. L'acido solforico è infatti fondamentale per l'estrazione del rame, del nichel e di altri metalli cruciali per la transizione energetica. Una riduzione dell'offerta potrebbe quindi influenzare la produzione di batterie, infrastrutture elettriche, energie rinnovabili e tecnologie industriali.
Un ulteriore elemento di rischio riguarda il Cile, primo produttore mondiale di rame. Molte miniere cilene utilizzano grandi quantità di acido solforico nei processi di estrazione, in particolare per il lisciviazione dei minerali a bassa concentrazione. Il paese è inoltre importatore netto di acido solforico, rendendo la disponibilità globale un fattore critico per la produzione. Una riduzione dell'offerta, combinata con il possibile blocco delle esportazioni cinesi, potrebbe quindi mettere sotto pressione il settore minerario cileno.
Considerando il peso del Cile nel mercato globale del rame, eventuali difficoltà operative potrebbero tradursi in una riduzione dell'offerta mondiale e in un aumento dei prezzi del metallo. Il rame è infatti fondamentale per la transizione energetica, per le reti elettriche, per le auto elettriche e per numerosi settori industriali. Una tensione prolungata sul mercato dell'acido solforico potrebbe quindi avere effetti indiretti anche sul costo delle tecnologie energetiche e infrastrutturali.
Il mercato globale potrebbe quindi trovarsi di fronte a una doppia compressione dell'offerta: da un lato la riduzione dello zolfo causata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, dall'altro il possibile stop alle esportazioni cinesi di acido solforico. A questo si aggiunge un contesto geopolitico sempre più teso e la forte dipendenza di grandi produttori di rame come il Cile. Una combinazione che rischia di aumentare la volatilità dei prezzi e di mettere sotto pressione le catene di approvvigionamento globale.
La prossima mossa della Cina potrebbe quindi rappresentare non solo una risposta alla crisi delle materie prime, ma anche un segnale del crescente utilizzo degli strumenti economici in un contesto di competizione geopolitica. Se confermato, la decisione di Pechino potrebbe diventare uno dei fattori chiave per l'andamento dei mercati delle materie prime nelle prossime settimane, con possibili effetti su fertilizzanti, metalli e vendita globale.
Cosa ne pensi?
Hai investito nelle materie prime o in settori legati a fertilizzanti, rame e industria? Come ti stai preparando a un'eventuale crisi dell'offerta? Pensi che la situazione si risolverà rapidamente oppure che possa trasformarsi in una tensione più duratura?
Questo tipo di shock sulle catene di approvvigionamento potrebbe influenzare diversi mercati. Qual è la tua strategia in questo contesto? Stai riducendo il rischio, aumentando l'esposizione alle commodities oppure restando in attesa di maggiore chiarezza?
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Le informazioni contenute in questo articolo derivano da fonti pubbliche, analisi di mercato e notizie recenti. Eventuali sviluppi potrebbero modificare lo scenario descritto. Questo contenuto non costituisce un invito a investire in settori specifici né rappresenta consulenza finanziaria, ma esclusivamente un'analisi della situazione geopolitica attuale e delle possibili ripercussioni sui mercati finanziari.
sabato 18 aprile 2026
Leone XIV - Trump: la riforma finanziaria vaticana tra etica e geopolitica!
È quanto sta accadendo con la "Coniuncta cura", il 'Motu Proprio' dell’ottobre 2025 con cui Papa Leone XIV ha di fatto superato il monopolio dello IOR nella gestione degli investimenti vaticani.
Per anni, quell’ente ha amministrato in via pressoché esclusiva il patrimonio mobiliare della Santa Sede, forte di un rescritto del 2022 voluto da Francesco.
Oggi la struttura cambia: si passa a un modello di responsabilità condivisa, con un ruolo rafforzato dell’APSA e, soprattutto, la possibilità concreta di affidare parte delle risorse a intermediari finanziari esterni, con sedi in piazze come Zurigo, Londra o New York.
Le ragioni dichiarate sono tecniche, ma portano con sé un’ambizione che non lascia indifferenti. Si insiste su efficienza e trasparenza, ma anche su un orientamento etico più rigoroso, spesso riassunto nell’idea di una “finanza di pace”. Mi sembra utile osservare come l’intento non sia lasciare che i cinque miliardi di euro della Curia vengano gestiti secondo logiche puramente speculative, ma orientarli verso criteri più selettivi. Aprendo a soggetti terzi, il Vaticano sembra voler privilegiare quegli istituti che rifiutano di finanziare settori come gli armamenti o i combustibili fossili. È un passaggio che richiama certamente le linee guida già tracciate dal precedente pontificato, ma che ora assume una forma operativa precisa.
Eppure, è proprio quando si cerca di tenere separata la sfera tecnica da quella politica che il quadro si fa più intricato. Da oltreoceano circola una ricostruzione diversa, alimentata da indiscrezioni non verificate ma ampiamente riprese dal web: quella di un Papa che sposterebbe ingenti capitali dal sistema finanziario americano verso altre giurisdizioni, innescando di conseguenza le reazioni di Washington.
La riforma di ottobre 2025 autorizza effettivamente il ricorso a intermediari esteri quando risulti più conveniente, ma il testo si riferisce alla gestione ordinaria del patrimonio, non a manovre strategiche di disinvestimento. Dobbiamo però riconoscere che il contesto è sensibile: già a maggio dello scorso anno, Steve Bannon (ex banchiere d'investimenti ed ex direttore responsabile del giornale on-line di estrema destra Breitbart News) aveva contestato l’elezione di Leone XIV, attribuendola alla necessità di compensare il calo delle donazioni statunitensi. In un clima del genere, è comprensibile che ogni scelta amministrativa venga filtrata ora attraverso la lente del confronto geopolitico.
La fotografia che ne emerge è quindi meno drammatica di quanto suggeriscano le ricostruzioni più accese. Da una parte c’è una Chiesa che prova a modernizzare la propria gestione patrimoniale, rendendola più trasparente e sostenibile. Dall’altra, un sistema mediatico e politico abituato a leggere ogni movimento finanziario come un segnale di allineamento o di rottura.
La verità operativa è probabilmente più sobria: la Santa Sede deve far fronte a squilibri di bilancio concreti, in particolare nei fondi pensionistici del personale, e la diversificazione degli intermediari risponde a esigenze di stabilità più che a calcoli di natura politica.
In un’epoca però in cui i mercati e la diplomazia si sovrappongono continuamente, anche una decisione di ordinaria amministrazione finanziaria finisce per assumere un peso simbolico che spesso eccede le sue reali intenzioni.
Eppure, devo ammettere che un dubbio mi rimane. Per quanto la razionalità ci spinga a distinguere tra ciò che è documentato e ciò che è solo sussurrato, non posso fare a meno di chiedermi: perché mai il Vaticano avrebbe dovuto riformare proprio ora la gestione dello IOR, se non ci fosse stata anche una spinta esterna? Perché aprire a intermediari di New York e Londra in un momento in cui i rapporti con l'amministrazione Trump sono già tesi su tanti altri fronti?
Forse è solo una coincidenza, e le coincidenze esistono. Forse, invece, in quel braccio di ferro che ho cercato di fotografare, i muscoli si stanno davvero contraendo. Non lo sapremo mai con certezza, almeno non subito. Ma la prossima volta che sentiremo parlare di un trasferimento di fondi tra banche centrali, o di una dichiarazione improvvisa del Presidente degli Stati Uniti contro il Papa, forse varrebbe la pena di ricordarci di questo piccolo "Motu Proprio" dell'ottobre 2025.
Perché a volte, le guerre più grandi iniziano con un semplice spostamento di denaro da un conto all'altro.
venerdì 17 aprile 2026
E dopo Vienna, qualcuno ha risposto al Dott. Grassi?
E voi miei cari lettori - ormai dovreste conoscermi bene - sapete che non sono tipo da lasciare le cose in sospeso, in particolare quando la vicenda inizia a mostrare la sua trama più nascosta...
Ecco perché, dopo aver riordinato mentalmente tutti i passaggi che ho condiviso con voi negli ultimi mesi – già... da quei primi sopralluoghi del 2017 fino all’eco internazionale di Vienna – ho deciso di fare un passo che mi sembrava necessario.
Così ho contattato nuovamente a mezzo mail il Dott. Grassi, non solo per chiedergli eventuali aggiornamenti, ma per mettere nero su bianco una serie di interrogativi che nel frattempo erano cresciuti con me in questi mesi, sì... mentre rileggevo i suoi report, le sue dichiarazioni, i silenzi degli enti, e quelle parole che ancora mi fanno tanto sorridere: “peccato che lo schermo solare avesse un buco in cui ci potevano entrare anche gli uccellini”.
Ecco, da quella immagine così grottesca, sono partito per scrivere questa mia nuova email...
Non ho voluto essere né aggressivo né troppo prudente, ho cercato piuttosto di mantenere quello stile che mi riconoscete: rispettoso ma profondamente convinto che la verità, quando viene cercata con onestà, meriti di essere inseguita fino in fondo.
Già... a suo tempo - in quelle precedenti risposte - gli avevo anticipato che mi sembrava che - con le sue dichiarazioni - egli avesse scalfito un muro di omertà che sembrava impossibile da penetrare, ma che proprio per questo, avevamo (insieme ai miei lettori) necessità di comprendere cosa fosse successo dopo.
Perché non si può lasciare una storia a metà, soprattutto quando quella storia tocca la credibilità di intere istituzioni e il diritto di noi cittadini a ricevere informazioni affidabili.
Nella mia nuova email, ho cercato quindi di non disperdere l’attenzione. Sono partito da ciò che per me rappresentava il nodo più stretto di tutta la vicenda: il Laboratorio INRiM di Torino. Quel tempio della metrologia che, secondo i documenti ufficiali, ha convalidato il record di 48,8°C basandosi su foto nelle quali, a loro dire, non risultavano anomalie.
Eppure il Dott. Grassi ci ha mostrato con prove fotografiche, tecniche e logiche inoppugnabili che lo schermo presentava un’apertura tale da inficiare qualsiasi misurazione seria. Ecco perché gli ho quindi chiesto se, dopo tutti questi mesi, il "Laboratorio" avesse finalmente fornito un riscontro alla sua richiesta di accesso agli atti, e in caso contrario, quali iniziative concrete intenda prendere per superare quella che appare sempre più come una chiusura sistematica al confronto. Mi piaceva altresì sapere se un ente finanziato con soldi pubblici possa davvero permettersi di ignorare le richieste di un professionista che, peraltro, ha documentato ogni singola irregolarità.
Ma non potevo fermarmi lì, perché la vicenda ormai si era allargata. Se non ricordo male, proprio il Dott. Grassi mi aveva anticipato la sua volontà di richiedere un incontro ufficiale al World Meteorological Organization, indirizzando quella sua missiva direttamente alla Prof.ssa Celeste Saulo, e in copia anche al Prof. Jan Barani, che proprio in quel periodo, a Vienna, aveva citato pubblicamente il caso siciliano come esempio della credibilità perduta della meteorologia.
Gli ho chiesto quindi se da quella richiesta sia giunta una risposta, anche solo informale, e se il coinvolgimento di Barani abbia in qualche modo rotto quell’incantesimo di silenzio che sembrava avvolgere ogni tentativo di dialogo. Mi interessa capire se il palcoscenico internazionale abbia costretto qualcuno a muoversi o se invece il muro di gomma si sia semplicemente adattato, diventando più alto ma non meno opaco.
Poi, ho pensato alle sue parole più dure, quelle che ricordo ancora a memoria. Quando disse di essersi convinto che questo record servisse (o serva) a qualcuno per creare allarmismo climatico e incutere spavento alla popolazione, per generare nuovi dibattiti, nuove politiche economiche e soprattutto per condizionare la società.
Non ho potuto quindi fare a meno di chiedergli se, nei mesi trascorsi dall’ultima nostra conversazione, avesse raccolto ulteriori elementi a supporto di questa tesi. Se altri esperti, colleghi, magari in privato, gli avessero confessato la stessa consapevolezza sulla falsità del dato, confermando quel clima di paura e di complicità silenziosa che lui stesso aveva descritto.
Perché una cosa è denunciare un errore tecnico, un’altra è sostenere che dietro quell’errore ci sia una volontà, magari non coordinata, ma comunque funzionale a qualcuno. E io da appassionato, blogger e cronista, ho bisogno di capire se quella fosse una sua convinzione filosofica o se vi siano state ulteriori prove a sostegno della sua tesi affinché si inizi a delineare un disegno.
Non ho dimenticato, naturalmente, le altre stazioni. Quelle che lui stesso aveva citato: Mineo, Mazzarrone, Noto, Lentini, Francofonte, Paternò, Augusta. Tutte, a suo dire, non conformi ai requisiti minimi. Gli ho chiesto se qualcuna di queste sia stata oggetto di verifiche indipendenti dopo le sue segnalazioni, o se continuino a operare come se nulla fosse, producendo dati che finiscono nei bollettini ufficiali senza che nessuno ne metta in discussione la fondatezza. Mi è sembrata una domanda doverosa, perché se il problema è sistemico, come lui stesso ha affermato, allora non possiamo limitarci a guardare un singolo termometro a Floridia. Dobbiamo avere il coraggio di allargare lo sguardo.
Infine, ho voluto chiedergli qualcosa di più personale, quasi intimo. Dopo tutto questo tempo, dopo aver speso energie, risorse economiche e professionali, dopo aver ricevuto silenzi, forse anche minacce velate, e dopo aver visto le difficoltà di un confronto, cosa lo tiene ancora in piedi? Non glielo chiedo per retorica, viceversa glielo chiedo perché io, leggendo le sue dichiarazioni e ascoltando le sue interviste, ho percepito a tratti la stanchezza di un uomo che si sente solo contro un sistema molto più grande di lui.
Ecco perché desidero sapere se quella spinta interiore è ancora la stessa, o se qualcosa si è incrinato, ma soprattutto, voglio chiedergli se ritiene che esista una strategia consapevole e organizzata dietro questa narrazione climatica distorta, oppure se siamo semplicemente di fronte a una deriva sistemica fatta di incuria, conformismo intellettuale e paura di perdere finanziamenti e poltrone.
Perché la differenza non è da poco: nel primo caso, avremmo la prova di un disegno, nel secondo, lo specchio di una scienza che ha smarrito la sua anima.
Ho chiuso infine la mia email con un ringraziamento sincero, perché so bene che il Dott. Grassi non ha alcun obbligo nei miei confronti, né nei confronti dei miei lettori. Eppure, ogni volta, ha risposto con generosità, con chiarezza, con quel coraggio che molti, forse per paura o per convenienza, hanno preferito non mostrare. Gli ho detto che attendo sue notizie, e che qualunque sia la sua risposta – anche solo un: “non ho novità” – verrà condivisa con la trasparenza che ho sempre cercato di garantire a chi mi segue.
Perché il mio compito non è difendere una tesi, ma porre domande. E le domande, quando sono ben fatte, prima o poi trovano una crepa anche nel muro più spesso. Non mi resta che attendere, come tanti di voi, sperando che questa volta il silenzio non sia l’unica risposta. Appena avrò notizie, ve le porterò qui.
Parola di Nicola Costanzo!
Note sul Blog "Liberi pensieri"
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