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sabato 2 maggio 2026

Lo sguardo distratto dell’Onu: mentre Teheran conta i corpi, noi contiamo le parole.

C’è un’immagine che affiora in testa e non è una fotografia di cronaca, ma possiede in sé la crudezza immediata del sangue. Già... ritrae un numero, il sette, e quella forca suggerisce la sofferenza silenziosa di tutti coloro che vengono ogni giorno impiccati. Non è solo un dato statistico, no... è un ritmo, un battito regolare e mortale che scandisce le giornate a Teheran, mentre il mondo - sì, tutto quel mondo distratto o forse complice - continua a guardare altrove.

La guardo e ci vedo la sintesi perfetta, certamente dolorosa, di ciò che sta accadendo dall’altra parte del mondo, perché quello che viviamo non rappresenta solo la repressione politica, ma è qualcosa di più viscerale, potrei dire "teatrale" nella sua stessa atrocità. 

Mi ripeto i numeri, come un mantra amaro: sette impiccagioni al giorno, sette vite spente quotidianamente, dissidenti eliminati con la freddezza di un rituale burocratico. E mentre questo accade, c’è un dettaglio che dovrebbe gelarci il sangue, ma che sembra scivolare via nell’indifferenza generale: l’uso dei bambini. Reclutati, usati come scudi umani o come occhi vigili ai posti di blocco. Bambini... già... lascio che questa parola risuoni dentro ciascuno di voi, che faccia il suo lavoro sporco in ciascuna coscienza.

Eppure, sapete cosa mi colpisce davvero? Cosa mi lascia senza fiato più della violenza stessa? Il silenzio. O meglio, la direzione precisa, calcolata, di quel silenzio.

Mentre Teheran soffoca ogni respiro di libertà, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite ha lo sguardo fisso altrove. Le critiche, le risoluzioni, l’attenzione mediatica: tutto converge su un unico bersaglio: Israele. È come se l’organismo internazionale avesse un solo occhio, monocolo e ostinato, capace di vedere solo da una parte. Una fissazione che diventa afasia quando si tratta di guardare a Teheran.

Parliamo di doppi standard, sì, ma andiamo oltre l’etichetta, parliamo di volontà, di sguardi che scelgono consapevolmente di girarsi dall’altra parte.

Mi ripeto, l’Iran non è un paese povero, non nel senso strutturale del termine: È il nono produttore mondiale di petrolio, il terzo di gas naturale, è una terra ricca, stratificata di risorse. Eppure, quella ricchezza è un fantasma per la sua gente. Non arriva alle tavole degli anziani, non riempie la pancia delle donne, non veste i bambini che oggi soffrono la fame.

Dove finisce tutto quel denaro? La risposta è scritta nelle priorità del regime: armi, testate nucleari, finanziamento del terrorismo internazionale, e soprattutto, nella lotta ossessiva contro Israele. Il resto? Capitali nascosti, privilegi blindati per gli uomini del potere e le loro famiglie, spesso custoditi proprio in quei paesi arabi vicini che dovrebbero essere fratelli di fede e di causa.

Sì... «Ma le sanzioni», mi diresti e dove metti «Gli embarghi americani, le restrizioni del Consiglio di Sicurezza»?

È vero. Pesano. Non lo nego. Colpiscono l’economia, la scienza, il commercio. Ma dopo oltre quarant’anni, la verità nuda e cruda è un’altra: il regime iraniano non vuole mediare. Non vuole cambiare. Non vuole la democrazia. Ha scelto la sopravvivenza del potere attraverso la paura. Preferisce impiccare sette persone al giorno piuttosto che aprire una finestra.

E l’Onu? L’Onu tace. O meglio, parla, ma sussurra le cose giuste nel posto sbagliato.

Forse, davanti a quel quadro, dovremmo smettere di chiederci solo cosa sta succedendo, e iniziare a chiederci perché continuiamo a guardare altrove...

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