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sabato 19 settembre 2026

Tredici anni di parole vuote...

Pensavo che qualcosa, vista l'esperienza appena trascorsa, sarebbe cambiata. E invece, a distanza di tredici anni, mi ritrovo qui, con le stesse parole in bocca e la stessa amarezza nel cuore.

Come si dice… errare è umano, ma perseverare è diabolico.

E questi nostri politici "giocolieri", che come una compagnia di saltimbanchi passano da destra a sinistra come fossero pedoni ubriachi nel bel mezzo di una strada, non hanno fatto altro che confermare la loro natura.

Nessuna regola, dicevo allora, e neanche coerenza d'ispirazione politica. Per loro l'importante è salire. Come e con quali mezzi è indifferente.

Se ricordate, per Machiavelli la celebre massima in politica era "il fine giustifica i mezzi". E quindi pur di arrivare, si può venire meno a quelle regole di etica. Infatti, come per il "Principe", è ammesso il tradimento.

Ora i referenti di quei partiti credono con quelle belle facce di potersi ripresentare e sperare nei voti di noi elettori.

Ed allora mi chiedo: ma come possono i segretari di quei partiti pensare di ripresentare quegli stessi personaggi, senza tenere conto dei casellari giudiziari macchiati da processi e condanne.

Ed ancora, consentitemi di aggiungere di come siamo stanchi di dover risentire quegli stessi programmi che sappiamo ormai a memoria.

Non capisco a chi parlano. Gli astenuti continueranno a non votare. Coloro che non seguono i partiti sceglieranno un voto di contestazione e non certo le solite alleanze impostate soltanto per vincere.

E poi vi sono gli abituali sostenitori, individui fedeli alla politica o per meglio dire a quei loro referenti, con cui da generazioni campano, mentre la maggior parte dei cittadini vengono dissanguati, anche se ormai sangue da succhiare, nelle vene non ne scorre più.

Ma d'altronde, parlare di rivoluzione, quando le mele marce sono sempre le stesse, è veramente incredibile e la cosa assurda è che anche questa volta ci ripetono che potrebbe essere la volta buona.

No... mi dispiace, l'unica volta in cui riusciremo a fare pulizia di questi individui, della loro casta e dei loro privilegi… ecco, quella sarà la volta buona e finché non la vedrò con i miei occhi, non crederò a nessuna delle loro superflue promesse!

Certo, su una cosa resto fortemente convinto e cioè che oggi, molto più di ieri, il voto ha una grande importanza e quindi, decidere in maniera coerente potrebbe essere l'ennesima possibilità di vedere migliorare questo nostro paese. D'altronde, rinunciare servirebbe solo a premiare coloro che viceversa, non volevate più vedere.

Ed allora, rivolgendomi a molti miei se decideste - come credo - di votare per i soliti politici, in particolare quelli a cui chiedere favori per i vostri "interessi personali", almeno quando mi incontrate, non fate come al solito, iniziando a lamentarvi.

D'altronde tredici anni sono passati, ma nulla, ahimè, è cambiato. Anzi, siamo peggiorati in modo esponenziale.

Certo, sono anni che mi chiedo: ha ancora senso ripetere le stesse cose? Gridare al cambiamento quando la maggior parte si genuflette? Perso che non si debba perdere la speranza, finché c'è qualcuno disposto a leggere le vostre parole, a comprenderne il senso, un raggio di luce può riaccendere l'oscurita.

Perché la vera rivoluzione comincia sempre da un pensiero che non si arrende.

Ma se nemmeno questa volta sapremo guardare oltre le solite facce, oltre i soliti nomi, oltre le solite promesse, allora credetemi... non avrete più scuse e il silenzio, la rassegnazione diventano complici quanto chi ci governa.

Perché la vera domanda non sarà più se loro cambieranno...

No, la domanda da farsi e se saremo ancora capaci di cambiare il nostro sguardo!

venerdì 18 settembre 2026

Leggere per crescere: una palestra silenziosa chiamata lettura.

Stamani, con un po' di ritardo, mi sono arrivati tra le mani i miei ultimi acquisti.

No... nessun cellulare all'ultimo grido, ancor meno qualche paio di scarpe o una maglia firmata da un noto stilista, nessun profumo sponsorizzato e nemmeno orologi di quelli "clonati"... che tanto vanno di moda ora tra i ragazzi.

Libri... sì, solo e soltanto libri...

E mentre li sfogliavo pensavo a quanto la lettura non sia soltanto un piacere o un modo per far passare il tempo, ma rappresenti qualcosa di unico... che ti fa veramente star bene.

John Grisham, Ken Follett, Joe Nesbo, Michael Connelly, Dan Brown e tanti altri: sono nomi che conosco bene, in quanto possiedo di loro tutti i libri finora pubblicati. Autori che certamente molti di voi conoscono, capaci di tenere il lettore incollato alla pagina, eppure dietro la trama che scorre veloce, c'è sempre qualcosa che resta...

Perché la lettura, quando è vera, non si ferma alla superficie della storia. Ti costringe a stare dentro un'altra testa, a seguire un ragionamento che non è il tuo, a vedere il mondo da una prospettiva che non avevi considerato e così, quasi senza accorgertene, impari a pensare meglio.

Non perché qualcuno te lo insegni, ma perché la mente si allena proprio come un muscolo: leggere, difatti, è una palestra silenziosa.

Poi c'è la questione della crescita personale, che non è solo culturale. Leggere di tutto, dalla saggistica a romanzi, ti mette davanti a dilemmi morali, a scelte difficili, a personaggi che sbagliano e pagano il prezzo dei loro errori.

E così tu, mentre leggi, ti chiedi cosa avresti fatto al loro posto. È un dialogo continuo con te stesso, una specie di specchio che non sempre è comodo, ma che ti aiuta a capire chi sei e chi vorresti diventare.

C'è anche un aspetto più intimo, quasi terapeutico. La lettura ti rallenta. In un mondo che corre, che pretende risposte immediate, che circuisce con notizie false, che condiziona attraverso il web, beh... aprire un libro diventa un gesto che ti restituisce il tempo.

Sì... il libro ti concede di pensare, di soffermarti su una frase, di tornare indietro se qualcosa non ti torna e in quel tempo sospeso, la mente si apre, respira.

Non voglio dire che leggere risolva i vostri problemi. Non è così... però ti dà gli strumenti che altrimenti non avresti: pazienza, empatia, capacità di stare nella complessità senza scappare.

Perché è proprio questo che intendo quando nel mio blog parlo di crescita personale, non diventare diversi, non voler essere a ogni costo al centro dell'attenzione, non cercare di essere copie di altri, ma essere se stessi. Già... diventare più consapevoli.

E allora eccoli lì, quei libri che avete a casa e non avete mai sfogliato. Non serve acquistarne di nuovi, l'importante è iniziare. Vedrete, scoprirete che non sono solo carta e inchiostro, ma porte che si aprono, mondi da attraversare, domande da portarsi dietro.

E così, mentre scelgo il libro con cui iniziare, comincio a sistemare gli altri sullo scaffale, accanto a quelli dello stesso autore che ho già letto e che amo, perché ciascuno di loro mi ha lasciato qualcosa: un'idea, un dubbio, delle piccole crepe anche nelle mie certezze, perché è esattamente ciò che cerco...

Ed allora, concludendo, non posso che consigliare di iniziare a leggere. Certo, all'inizio sarà dura, ma poi vi assicuro, non potrete più farne a meno e inizierete a fare di tutto per finirne uno e iniziarne subito un altro.

Quindi... buona lettura.

giovedì 17 settembre 2026

C'è qualcosa di paradossale nella discesa in politica di Fabrizio Corona.

E' vero... c'è qualcosa di paradossale nella discesa in politica di Fabrizio Corona. 

Non tanto per il personaggio in sé, quanto per il meccanismo che il suo caso porta allo scoperto...

L'altra sera, con un video pubblicato sul suo canale, ha annunciato la nascita del movimento "Per la Verità": un progetto che si presenta come liberale e antisistema, con temi che spaziano dalla libertà di espressione alla riduzione della pressione fiscale, da un liberalismo economico convinto a una politica estera più indipendente.

Niente convention, niente palco, niente sala stampa. Solo una piattaforma, una community già esistente e un volto che da anni parla al proprio pubblico senza intermediari.

Ed è proprio qui che la vicenda diventa interessante. Perché Corona può fondare un movimento, guidarlo, persino fare campagna elettorale, ma non può candidarsi.

Già... non può essere eletto. Una condanna definitiva, risalente a diversi anni fa, gli ha inflitto l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, una pena accessoria che non si esaurisce con la detenzione e che continua a produrre i suoi effetti.

Può costruire consenso, ma non può raccoglierlo personalmente nelle urne. Può indicare una direzione, ma dovrà affidare a qualcun altro il compito di rappresentarla sulla scheda elettorale.

E allora la domanda non è se Corona sarà mai parlamentare.

La domanda è un'altra: quanti voti potrebbe convogliare un movimento che nasce fuori dai partiti, fuori dalle logiche tradizionali, fuori dai rituali della politica che conosciamo?

Non esiste un sondaggio ufficiale, non esiste un dato certo. Lo stesso Corona ha parlato di una soglia del tre per cento come primo obiettivo, con una punta di provocazione. Ma la questione non è il numero esatto.

La questione è che esiste, oggi, una fetta di elettorato che non si riconosce più nei partiti di governo e di opposizione. Una fetta che non sopporta più i volti, i linguaggi, le promesse mai mantenute, le coalizioni che si fanno e si disfano.

Ed è a quella fetta che un movimento come "Per la Verità" prova a parlare.

Non con un programma dettagliato, non con una struttura organizzata, non con una rete territoriale, ma con la familiarità, con la percezione di autenticità, con la relazione diretta che si è costruita nel tempo attraverso i social.

È la fiducia personale che precede la valutazione delle proposte, la relazione che viene prima dell'ideologia.

È un meccanismo che la ricerca sulla comunicazione politica digitale sta iniziando a studiare, e che mostra quanto il legame parasociale possa mobilitare, quanto possa spingere alla partecipazione.

Certo, un conto è la community, un altro è la comunità politica. La prima nasce intorno a una persona, a un linguaggio, a un sistema di riferimenti condivisi. La seconda dovrebbe avere regole, responsabilità, rappresentanza, mediazione, conflitto interno, elaborazione collettiva.

Sappiamo bene come il consenso sui social non funzioni come il consenso democratico. Un contenuto può essere virale senza essere maggioritario. Un algoritmo non misura ciò che una società pensa: misura ciò che riesce a generare attenzione.

E allora il punto non è stabilire se Corona sia o non sia un politico. Il punto è capire se la politica sia ancora capace di costruire consenso fuori dalle logiche che hanno trasformato l'attenzione in una valuta.

Forse, se davvero scendesse in campo con un movimento strutturato, un 4% di voti non sarebbe affatto impossibile. Non per ciò che dice, ma per ciò che rappresenta: il rifiuto di un sistema percepito come lontano, la stanchezza verso i politici di professione, la voglia di qualcuno che parli fuori dal coro.

Perché ormai la gente è stanca di essere presa in giro con promesse pre-elettorali che poi, di volta in volta, non vengono mai mantenute. Ma soprattutto, la maggior parte di quegli individui che lottano per la vera democrazia, che hanno preferito nel corso della propria vita non genuflettersi e quindi evitare di restare contaminati, hanno conservato una piccola speranza: quella di vedere un giorno ribaltarsi questa vergognosa condizione, ben descritta in una scena del 2012 da "Cetto La Qualunque", interpretato magistralmente da Antonio Albanese.

È un dato che non si misura con i sondaggi, ma con l'umore di un Paese che non crede più a chi governa e a chi vorrebbe governare.

Sì... perché tra essere seguiti ed essere scelti, oggi, passa una distanza che rischiamo di non vedere più.

Perché è lì che si annida la domanda vera: non se Corona possa o non possa candidarsi, non se il suo movimento prenderà il tre o il quattro per cento, ma se il consenso che si costruisce sui social abbia ancora qualcosa a che fare con la scelta democratica.

Essere seguiti è un gesto passivo, quasi involontario. Essere scelti è un atto di volontà, di fiducia, di responsabilità. E tra le due cose, oggi, passa una distanza che rischiamo di non vedere più.

Forse è proprio questa la ragione per cui un fenomeno come "Per la Verità" ci disturba e ci affascina allo stesso tempo. Non perché Corona sia l'uomo giusto o sbagliato, ma perché ci costringe a guardare in faccia un vuoto che abbiamo lasciato crescere.

La stanchezza verso le promesse tradite, la sfiducia verso i partiti, la voglia di qualcuno che parli fuori dal coro: tutto questo esiste, ed è reale.

Il punto è capire se quella stanchezza troverà prima o poi una forma politica capace di trasformarla in qualcosa di duraturo, o se continuerà a essere solo un rumore di fondo che gli algoritmi amplificano senza mai ascoltare davvero.


mercoledì 16 settembre 2026

Incredibile come si può attaccare "WIKIMAFIA". Un movimento culturale e morale che coinvolge tutti, specialmente le giovani generazioni; sì... le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità!

Leggo con sgomento, e con un misto di amarezza e stupore, la nota diffusa in queste ore da WikiMafia - Libera Enciclopedia sulle Mafie - realtà a cui sono associato e che seguo con convinzione.

Non si tratta di un comunicato qualsiasi, ma della risposta composta e ferma a una serie di attacchi gratuiti e infondati che hanno colpito il lavoro di tante ragazze e ragazzi che, da oltre un decennio, provano a tenere alta la guardia sul fenomeno mafioso.

Tra gli attacchi più eclatanti, viene citato un commento del consigliere comunale di Milano, che ha definito WikiMafia "un delirio di repressi".

A questo si aggiunge l'accusa di una deputata di centrodestra, secondo cui l'associazione non si occuperebbe veramente di mafia.

Comprenderete come queste sono parole che pesano, soprattutto perché arrivano da chi dovrebbe conoscere il valore della divulgazione rigorosa e del lavoro sul campo.

WikiMafia, però, non è nata ieri...

Dal 2012 porta avanti la propria missione fondativa: diffondere conoscenza e consapevolezza sul fenomeno mafioso, farlo in maniera rigorosa, attenendosi ai fatti, contribuendo alla crescita civile del Paese. E lo fa anche attraverso un uso estensivo dei social media, che nel tempo l'ha resa una delle prime realtà divulgative antimafia in Italia.

Il successo di questo lavoro non è casuale. Basti pensare che, sul solo profilo Instagram, WikiMafia raggiunge complessivamente ben 16 milioni di visualizzazioni mensili. Un risultato che nasce anzitutto da una verifica meticolosa delle fonti, mutuata dall'ambito universitario, dove la maggior parte di loro ha appreso dal professor Nando dalla Chiesa la capacità di coniugare il rigore scientifico accademico all'antimafia sociale, fatta di iniziative concrete e non di facciata.

D'altronde, la bontà di questo lavoro è stata riconosciuta anche in Tribunale.

In più di un processo di mafia, l'ultimo dei quali è il processo Hydra, WikiMafia è stata ammessa parte civile proprio in virtù dei quasi 200 eventi organizzati in quasi 14 anni di attività.

A questi si aggiungono 31 campagne, decine di percorsi di educazione alla legalità, tornei sportivi e una quotidiana attività di informazione sui social. Il tutto portato avanti come volontari, nel tempo libero, senza percepire alcuno stipendio. A differenza, va detto, di chi ha scatenato questa indegna macchina del fango contro di loro e di noi tutti associati.

Il comunicato di Wikimafia, in grandi linee, riporta quanto segue:

Attacchi, in realtà, ne abbiamo sempre ricevuti. Da chi non gradiva il nostro lavoro, da chi si sentiva chiamato in causa. Ma questi si sono intensificati circa un mese dopo l'esito del referendum, nel quale ci siamo attivamente schierati per il NO. E sono partiti dalla pagina - Siete dei Poveri Comunisti - ( che strano... il sottoscritto - quando ancora votava per qualcuno degno del mio voto - non ha mai dato la propria preferenza ai partiti di sinistra... ) che un'inchiesta ha svelato essere gestita dal responsabile della comunicazione di un partito di centrodestra.

L'accusa infamante e falsa è di essere una succursale dei partiti di centrosinistra, per i quali useremmo l'antimafia per fare propaganda partitica. Tuttavia, la nostra equidistanza dai partiti politici è ben testimoniata anche dai nostri approfondimenti sui programmi elettorali.

Negli ultimi quattro anni non abbiamo risparmiato nessuno, e questo ci ha attirato anche antipatie in una parte del centrosinistra. Basti pensare che, in occasione delle elezioni regionali in Puglia dello scorso anno, avevamo giudicato migliore sul fronte antimafia il programma del candidato di centrodestra, biasimando l'attuale Presidente per non aver dedicato nemmeno una riga di programma al tema. Per non parlare poi delle critiche alla Giunta di Milano sul fronte dell'urbanistica, dove abbiamo parlato apertamente, e ben prima delle inchieste giudiziarie, di "questione morale".

Considerata la quantità di insulti gratuiti e palesi falsità scritte sul nostro conto, tra le quali anche l'accusa di essere dei mafiosi dell'antimafia, abbiamo dato mandato al nostro legale, l'avvocato Marco Griguolo, di procedere in sede penale e civile nei confronti degli autori dei commenti più infamanti, per tutelare l'onorabilità della nostra realtà.

Per quanto riguarda invece la chiara regia di partito dietro l'attivazione di questa macchina del fango, vogliamo rassicurare Lor Signori che così come non ci facciamo intimidire nelle aule di Tribunale da mafiosi di alto rango, che peraltro sono debitori nei nostri confronti, in via provvisoria, di oltre 100mila euro (che non vedremo mai, perché si dichiarano nullatenenti), allo stesso modo non smetteremo di fare quello che facciamo e come lo facciamo per un paio di post sui social.

Anzi, continueremo a denunciare tutto quello che non va, a partire dalle iniziative governative dannose per la lotta alla mafia e alla corruzione...

Lo faremo tra l'altro proprio in virtù di quello che diceva Paolo Borsellino, per il quale la lotta alla mafia doveva essere anzitutto "un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità".

Perché attaccare WikiMafia non è attaccare una sigla, un profilo, una pagina. È attaccare un movimento culturale e morale che coinvolge tutti. E c'è qualcosa di profondamente inquietante in chi prova a screditare un lavoro fatto di volontariato, di studio, di rigore, di presenza nelle aule di Tribunale e nelle piazze.

Sì... perché il messaggio che passa è sempre lo stesso: chi si sporca le mani per la verità diventa un bersaglio. E allora la domanda non è più solo "come si può attaccare WikiMafia?", ma "a chi giova tutto questo?".

Perché la complicità non è solo quella di chi commette un reato, ma soprattutto quella di chi tace, di chi minimizza, di chi lascia che il fango arrivi addosso a chi, ogni giorno, prova a tenere accesa una luce e quella luce, per fortuna, non si spegne con un post, perché altri mille e mille ancora, verranno scritti per far emergere l'unica verità, quella che in tanti vorrebbero tener celata.

martedì 15 settembre 2026

POLITICA: Un Paese che continua a curarsi con lo stesso cancro che lo divora.

C'è una notizia, che ho letto stamani, e che arriva da una piccola città siciliana e che purtroppo, ancora una volta, ci mette davanti a qualcosa che non dovrebbe più sorprenderci e che invece continua a ferirci come se fosse la prima volta.

Tre persone sono finite ai domiciliari, tra cui un sindaco appena eletto, con l'accusa di essersi garantito il sostegno elettorale attraverso un patto con ambienti vicini alla criminalità organizzata.

Il meccanismo è sempre lo stesso, arcaico eppure mai superato.

Qualcuno procura voti, sfruttando la paura e la percezione diffusa del proprio potere, e in cambio riceve favori concreti, piccoli privilegi quotidiani che diventano la moneta di scambio di un sistema che si nutre di silenzio e complicità.

Ma ciò che colpisce, al di là del singolo episodio, è la sensazione di assistere a un copione già visto, recitato in ogni angolo del Paese con la stessa regolarità con cui si alternano le stagioni.

E allora la domanda che sorge spontanea è sempre la stessa: come è possibile che tutto questo continui ad accadere?

Come è possibile che intere porzioni di territorio - e non solo quelle che siamo abituati a immaginare come marginali - continuino a funzionare secondo una logica in cui il voto non è un diritto ma una merce, e il potere non è un servizio ma un bottino da spartire?

La risposta, per quanto amara, è che evidentemente il sistema non solo tollera questo meccanismo, ma in qualche modo lo alimenta, perché consente a molti di restare a galla senza dover rendere conto davvero del proprio operato.

E qui il pensiero corre inevitabilmente a quella classifica squallida di cui spesso si parla, quella delle regioni italiane più esposte a questo tipo di dinamiche, dove la tua terra compare tristemente ai primi posti.

Cosa dire... non è un caso, non è una fatalità geografica, non è una questione di indole. È il risultato di decenni di complicità, di omissioni, di promesse tradite e di una politica che troppo spesso ha scelto di guardare altrove pur di non perdere consenso.

Perché la verità, per quanto scomoda, è che la politica e gran parte dei suoi interlocutori rappresentano ancora oggi uno dei mali più profondi di questo Paese, un cancro che si insinua nelle istituzioni, nei Comuni, nelle scuole, negli uffici, e che trasforma il bene comune in una somma di interessi privati.

E allora non resta che prendere atto di una realtà che continua a riprodursi con una precisione quasi meccanica. Si pensa esclusivamente a prendere mazzette, a farsi corrompere, a garantirsi un posto o una promozione, a sistemare un figlio, un nipote, un amico, un parente.

E lo si fa con una disinvoltura tale che persino chi dovrebbe vigilare finisce per abituarsi, per normalizzare, per considerare tutto questo come parte inevitabile del gioco.

Ma non è inevitabile. Non lo è mai stato. E ogni volta che una notizia come questa emerge, dovrebbe essere l'occasione per ricordarcelo, per alimentare il dubbio, per non accontentarci della spiegazione più comoda.

Forse è proprio questo che dovremmo fare, continuare a dubitare, continuare a chiederci cosa c'è dietro ogni elezione, ogni appalto, ogni nomina, ogni incarico. Perché solo così, forse, si può sperare che un giorno quel meccanismo si inceppi davvero.

E se è vero che la politica è il cancro di questo Paese, è altrettanto vero che nessuna cura può funzionare, se chi dovrebbe somministrarla è lo stesso che si nutre della malattia!

lunedì 14 settembre 2026

Bab el-Mandeb è caduto: gli Houthi chiudono l'ultimo rubinetto del greggio e il mondo trema.

Dopo Hormuz, ora anche Bab el-Mandeb è nelle loro mani. E mentre Riyad trema, Washington guarda altrove.

Diciamoci la verità: non è una sorpresa. Ne scrivevo già a gennaio 2024, quando gli attacchi alle navi nel Mar Rosso erano appena ventiquattro.

Oggi siamo ben oltre, e il quadro non è cambiato affatto.

L'offensiva degli Houthi è durata diciotto ore.

Mocha è caduta, poi Dhubab, Murad, l'isola di Mayyun. In meno di un giorno gli yemeniti hanno completato il controllo dell'intero litorale sul Mar Rosso.

Un colpo durissimo per l'Arabia Saudita, che dopo la chiusura di Hormuz aveva dirottato proprio lì gran parte del suo petrolio. Ora anche da lì, quel petrolio non passa più.

E qui si innesta il paradosso che avevo anticipato mesi fa. Trump ha rifiutato due volte la richiesta di Mohammed bin Salman di bombardare i ribelli. Il Presidente Usa ha dichiarato che gli Houthi lo hanno chiamato, che non vogliono combattere. Loro ovviamente hanno smentito, definendo le sue parole infondate e ridicole.

Ma al di là delle smentite, la realtà è che Washington non vuole impantanarsi in un altro fronte. Dopo Iraq e Afghanistan, l'America ha poco appetito per nuove guerre.

E gli Houthi lo sanno bene, talmente bene che stanno giocando esattamente la partita che vogliono.

Come scrivevo a marzo 2025, gli attacchi statunitensi potrebbero essere proprio ciò che desiderano: una guerra aperta con gli USA per legittimarsi come resistenza anti-imperialista. Non a caso, mentre conquistavano Bab el-Mandeb, intensificavano i lanci verso Israele. La provocazione, comprenderete, va ben oltre il Mar Rosso.

E c'è un altro punto che avevo sottolineato e che resta centrale. Gli Houthi non sono Hezbollah. Sono sì sostenuti dall'Iran, ma con un alto grado di autonomia operativa. Possiedono reti logistiche e consenso interno che li rendono difficili da sradicare. Anche se Teheran riducesse il suo sostegno, loro continuerebbero a combattere.

Poi c'è la lezione che non impariamo mai. A settembre 2026 l'oleodotto Est-Ovest è stato chiuso dopo un attacco con droni partiti dall'Iraq. Lo avevo scritto a settembre: mille duecento chilometri di acciaio nel deserto valgono più di qualsiasi minaccia. Ma ora anche quella via è sotto scacco. Gli Houthi hanno colpito Sharurah, Jazan, depositi e centri di comando. E hanno promesso operazioni più intense e di più ampia portata.

Risultato? Fino al quattro per cento del greggio globale a rischio. Il diesel negli Stati Uniti ha superato i sei dollari al gallone, un massimo storico. E lunedì i mercati si aspettano un nuovo rialzo.

Ma il punto vero è un altro. Come scrivevo già nel 2019, bombardare non basta. Le guerre asimmetriche non si vincono con i raid aerei. Servono strategie che considerino le dinamiche politiche locali, non slogan come "annientare" un gruppo. Gli Houthi hanno resistito a una coalizione guidata dall'Arabia Saudita per sette anni, tra il 2015 e il 2022. Non si piegheranno certo ora.

E allora la domanda sorge spontanea: chi paga il prezzo più alto? Come sempre, ahimè, i civili!

L'Organizzazione Internazionale per le migrazioni parla di decine di migliaia di sfollati solo nelle ultime settimane. Una guerra che si protrae da anni, e che ora rischia di estendersi oltre i confini.

Lo avevo scritto a ottobre 2023: prepariamoci a un lungo e arduo periodo di crisi. Il conflitto si espanderà, e in pochi potranno limitarlo. Non certo in tempi brevi.

Oggi, mentre Bab el-Mandeb è sotto controllo Houthi e Hormuz resta chiuso, quella previsione si sta avverando.

L'unica certezza è che il prossimo colpo, in qualsiasi momento, potrebbe cambiare tutto.

E come sempre, a pagare il prezzo più alto saranno i civili. Stremati da troppo tempo. Sfiniti da anni e anni di guerre. Guerre che non trovano mai fine. Guerre che purtroppo... non finiranno mai.

domenica 13 settembre 2026

Il blog "Sostenitore": l'impegno di scrivere senza nascondersi, mettendoci sempre la faccia!

Desideravo parlare oggi del blog "Sostenitore", uno spazio che ospita abitualmente i post scritti dai lettori che hanno scelto di contribuire alla crescita de "ilfattoquotidiano".

Difatti, sottoscrivendo l'offerta si diventa parte attiva della loro community e, successivamente, tra tutti i contributi inviati alla redazione, Peter Gomez e il suo staff selezionano e pubblicano quelli ritenuti più interessanti.

Tuttavia questo blog non è interessante solo perché nasce da un'idea dei lettori, ma anche perché diventare "Sostenitore" implica metterci la faccia, la firma, l'impegno.

In un mondo virtuale in cui molti preferiscono celarsi dietro un nickname o limitarsi a condividere i post altrui, quanto viene realizzato rappresenta, per chi scrive, un momento fondamentale: non solo sotto il profilo professionale, ma anche come espressione di libertà culturale e democrazia.

È proprio da questa lettura che prende spunto la nota che sto scrivendo. Poco fa infatti, mi sono imbattuto nel post di Giorgio Boratto dedicato a "La legge del sangue". Pensare e agire da nazisti di Johann Chapoutot, tra i maggiori storici francesi, in cui si indaga come la "visione del mondo" nazista sia riuscita a diffondersi senza violenza, radicandosi nella cultura e nel consenso di un intero popolo.

Un tema complesso e inquietante, che nei miei anni ho affrontato in moltissimi post, e al quale mi riprometto di rispondere quanto prima con un intervento dedicato: merita difatti un approfondimento a sé, e non è mia intenzione liquidarlo in poche righe.

Un approccio, quello del blog "Sostenitore", che sento profondamente affine al lavoro che svolgo io stesso con il mio blog, anche se il mio, nato e portato avanti senza alcuna struttura aziendale alle spalle, viene svolto senza fini di lucro.

Se da un lato "Sostenitore" rappresenta un modello editoriale strutturato, capace di valorizzare i contributi dei lettori all'interno di una testata riconosciuta, dall'altro il mio blog nasce dalla stessa esigenza di fondo: offrire uno spazio in cui la scrittura non sia un esercizio anonimo, ma un atto di responsabilità e di partecipazione.

D'altronde i temi che abitualmente tratto vanno dall'attualità politica e sociale alla memoria storica, dalla critica culturale a quella religiosa, dai conflitti in corso e dalle ripercussioni che questi avranno nei prossimi anni sotto il profilo globale, economico e finanziario, per passare dal contrasto alla criminalità organizzata e alla diffusa corruzione presente nel nostro Paese, fino alla formazione dei giovani ai principi di legalità, gli unici che possano restituire dignità a una persona.

Quanto allo stile, cerco sempre di mantenerlo certamente divulgativo, ma pur sempre rigoroso, accessibile a tutti, senza però rinunciare alla profondità.

Sì, rispondo anch'io alla stessa logica di "Sostenitore": parlare a un pubblico ampio senza banalizzare, firmando i propri post e assumendosi la responsabilità di ciò che si scrive.

Posso dire con assoluta certezza che la vera differenza stia forse nella scala e nei mezzi, non nell'intenzione: in entrambi i casi, chi scrive sceglie di esporsi, di firmarsi, di contribuire attivamente a un dibattito culturale e civile, rivendicando quel diritto alla libertà di espressione che a mio avviso, è il cuore stesso di ogni democrazia.

sabato 12 settembre 2026

Quando l'agricoltura diventa una macchina per frodare il Paese!

Non è il numero, pur enorme, del sequestro. Non è il meccanismo giudiziario in sé.

È il fatto che ancora una volta l'agricoltura venga fuori non come settore produttivo, ma come strumento.

Una macchina finanziaria parallela, dove il terreno, l'animale, il lavoratore diventano pretesti per far uscire denaro pubblico e farlo rientrare altrove, già... potremmo definirlo riciclato.

Perché diciamolo con chiarezza: per anni l'agricoltura è stata uno dei canali più comodi per frodare lo Stato.

Non parlo di un caso isolato, di una mela marcia. Parlo di un sistema, di un'architettura occulta che ha funzionato proprio perché era diffusa, mimetizzata, apparentemente normale.

Chi la praticava non aveva bisogno di nascondersi troppo: bastava rispettare le forme, riempire i moduli, presentare le domande. Il resto veniva da sé.

Il primo tassello erano i fondi.

Contributi a fondo perduto, aiuti comunitari, misure di sostegno. Denaro che arrivava per sostenere chi coltivava davvero, chi allevava davvero, chi investiva davvero.

Ma che troppo spesso finiva a chi non coltivava nulla, non allevava nulla, non investiva nulla.

Sì... è bastata una società, un prestanome, una firma. E il fondo agricolo diventava un conto corrente travestito.

Poi c'erano le agevolazioni per il bestiame. E qui il meccanismo era ancora più raffinato, quasi teatrale.

Gli animali venivano spostati da un fondo all'altro, di volta in volta, come comparse su un palcoscenico. Un capo di bestiame poteva essere dichiarato in un'azienda, poi in un'altra, poi in una terza. E ogni volta generava un diritto a un contributo, a un rimborso, a un premio.

Lo stesso animale, lo stesso terreno, lo stesso titolo, moltiplicati per il numero di aziende fittizie che si riuscivano a mettere in piedi.

E poi gli incentivi per i lavoratori assunti. Anche qui, la forma c'era. I contratti c'erano. Le buste paga, almeno sulla carta, pure.

Ma quelle persone spesso non mettevano mai piede in quei terreni. Erano lavoratori di altri settori, o familiari, o parenti, o semplicemente nomi usati per far quadrare i conti e ottenere le agevolazioni.

Il lavoro agricolo diventava una finzione documentale, un altro modo per succhiare risorse pubbliche.

E infine le false disoccupazioni. Concesse quasi sempre a chi era vicino, a chi era dentro la rete, a chi sapeva come muoversi.

Persone che risultavano disoccupate in agricoltura, che magari percepivano indennità, sussidi, ammortizzatori sociali, senza aver mai lavorato la terra. Un altro pezzo di quel puzzle che teneva insieme assistenza, frode e consenso.

Se mettiamo insieme tutti questi pezzi, il quadro non è quello di una truffa episodica. È quello di un modello.

Un modello che ha sfruttato la complessità delle regole, la lentezza dei controlli, la complicità di chi doveva controllare e non l'ha fatto, o l'ha fatto male, o l'ha fatto finta.

Un modello che ha trasformato l'agricoltura in un settore dove il valore non stava più nel grano, nel latte, nel vino, ma nella capacità di accedere a fondi, contributi, agevolazioni.

E la cosa più inquietante è che questo modello non è mai stato realmente scalfito. Ogni tanto arriva un'operazione, un sequestro, un arresto. I numeri sono enormi, le cronache se ne occupano per un giorno, poi tutto torna come prima.

Perché il punto non è mai solo chi viene arrestato. Il punto è che quel sistema di convenienze, di silenzi, di complicità diffuse resta in piedi. E continua a funzionare, magari con altri nomi, altre società, altri prestanome.

Forse è proprio questo che dovremmo chiederci, oggi, mentre leggiamo l'ennesima notizia di sequestri e arresti.

Non tanto quanti siano i colpevoli, ma quanti siano stati, e continuino ad essere, i complici silenziosi. Quelli che hanno firmato, certificato, autorizzato, girato lo sguardo.

Perché senza di loro, quel meccanismo non avrebbe mai potuto reggere per così tanto tempo.

E l'agricoltura, quella vera, quella che resiste, che produce, che lavora, resta lì. A pagare il prezzo di un sistema che l'ha usata come copertura.

Mentre fuori, nei campi, il silenzio - ahimè - resta sempre più forte.


venerdì 11 settembre 2026

Ridisegnare il mondo è già un atto politico per restituire verità.

Ridisegnare il mondo è già un atto politico per restituire verità

La mappa del mondo che abbiamo visto sui banchi di scuola non è mai stata una fotografia neutrale. 

Già... è il risultato di una scelta compiuta nel Cinquecento da Mercatore, un sistema utilissimo per navigare ma che gonfia le terre vicine ai poli e comprime quelle equatoriali. 

Così la Groenlandia sembra grande quanto l'Africa, mentre l'America Latina e il Sud-Est asiatico scivolano sullo sfondo. 

Un errore geometrico che diventa gerarchia visiva del mondo, e che nessuno ha mai davvero messo in discussione.

Per capire perché tutto questo stia cambiando proprio adesso, bisogna guardare a New York. 

L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato una risoluzione presentata dal Togo per conto dell'Unione Africana, che invita Stati e scuole ad abbandonare Mercatore in favore di rappresentazioni più fedeli alle superfici reali dei continenti. 

Solo gli Stati Uniti hanno votato contro, definendola un progetto ideologico radicale. 

Il passaggio più contestato è quello che parla di giustizia cognitiva e riparazione della memoria. 

Difatti... dietro quella formula c'è una storia lunga secoli, fatta di mappe che hanno contribuito a costruire un immaginario collettivo in cui alcune parti del mondo valevano più di altre, e in cui la geografia sembrava confermare ciò che la politica aveva già deciso.

La mappa di Mercatore non è soltanto geometria maldestra, è viceversa il residuo visivo di un'epoca in cui le potenze europee si spartivano il mondo e avevano interesse a rappresentarlo in modo da giustificare la propria centralità. 

Un'Africa rimpicciolita è un'Africa che conta meno! Un Nord dilatato è un Nord che comanda! 

Quando si parla di colonialismo cartografico non si usa una metafora, si descrive il modo in cui una convenzione grafica si è trasformata in senso comune, in qualcosa che sembrava naturale e che invece era una scelta politica travestita da tecnica. 

E così, quando quella convenzione entra nei libri di scuola, diventa parte di noi, del nostro modo di immaginare il mondo prima ancora di conoscerlo davvero...

Ed è qui che entra in scena la Francia. Alla Sorbona, il ministro degli Esteri Barrot ha annunciato che il Quai d'Orsay abbandonerà Mercatore per la proiezione Eckert IV, che restituisce con maggiore fedeltà le proporzioni reali. 

Non è una decisione improvvisa: il processo era iniziato nel 2021. Barrot ha detto che una mappa non è mai del tutto neutrale e che correggere una rappresentazione che deforma il mondo significa già compiere un'opera di verità. 

La Francia apparirà più piccola, mentre l'Africa guadagnerà lo spazio che le era stato sottratto. È un gesto simbolico, certo... ma i simboli contano, perché orientano lo sguardo e preparano il terreno ai cambiamenti concreti.

Resta da capire cosa succederà adesso. Mercatore non scomparirà, e nessuno impone una carta unica. Nelle scuole francesi la maggior parte dei planisferi è ancora basata su quel modello. 

La domanda ora è se l'onda partita da Parigi e da New York arriverà anche nelle aule dove si insegna geografia. Perché è lì che si formano le mappe mentali con cui guardiamo il mondo per il resto della vita, e cambiare quelle mappe significa cambiare il modo in cui ci sentiamo parte del mondo, il modo in cui giudichiamo chi è vicino e chi è lontano, già, tra chi conta e chi ahimè - come sempre - resta sullo sfondo.

giovedì 10 settembre 2026

L'arte italiana di screditare chi dice ciò che non si vuole sentire. Già... quando la voce dei boss diventa magicamente scomoda e inattendibile!

C'è una scena che si ripete, in questo paese, con una cadenza quasi rituale...

Un boss mafioso, uno di quelli che ha segnato la storia delle stragi, viene chiamato a deporre, ma puntualmente, quando le sue parole iniziano a sfiorare certi nomi, certi legami scomodi, ecco che scatta il meccanismo: quell'uomo diventa inattendibile... sì... come per magia.

E' come se la sua voce - che fino a un momento prima era considerata preziosa per ricostruire decine di intrecci e delitti - improvvisamente perdesse ogni valore non appena si azzarda a varcare un confine che non dovrebbe essere varcato.

Oggi è il turno di Giovanni Brusca. L'uomo che azionò il telecomando di Capaci, che ha confessato omicidi a decine, che ha fatto arrestare gran parte di cosa nostra, torna ora in tribunale a Firenze da uomo libero. La sua libertà vigilata è finita. E sarà ascoltato come testimone.

Ma la posta in gioco, come spesso accade, è un'altra. Perché Brusca parlerà ancora una volta dei presunti rapporti tra Marcello Dell'Utri, Silvio Berlusconi e Cosa nostra. Ed allora, improvvisamente, appena si è accennato a quel tema, a quella delicatissima trama di relazioni e silenzi, i giudici hanno immediatamente detto la loro: le sue dichiarazioni sono inattendibili!

Ma scusate... ascoltatelo, già... ascoltiamolo, poi al limite, in base a cosa racconterà deciderete se le sue dichiarazioni siano o meno fallaci! No... i giudici hanno deciso che è inaffidabile, quantomeno su questi argomenti!

Ed allora, ecco che una domanda continua a ronzarmi in testa, e che forse rappresenta il vero nodo di tutta questa storia. Se un collaboratore di giustizia è considerato inattendibile su un determinato argomento, perché continuare a chiamarlo a testimoniare proprio su quell'argomento?

Non sarebbe più logico, più coerente, archiviare il capitolo e passare oltre? Invece si insiste. Si riaprono le porte. Si allestisce l'ennesimo palcoscenico, come ha scritto qualcuno, per gettare fango su nomi che, anche se non ci sono più, continuano a ingombrare la scena.

Il paradosso è che Brusca, su altri fatti, è stato ritenuto credibile. Anzi, sono state proprio le sue parole a mandare in carcere centinaia di persone, e soprattutto hanno fatto luce su molte pagine oscure della nostra storia.

Ma improvvisamente, quando il discorso scivola su Dell'Utri e su certi presunti rapporti con l'ex presidente del Consiglio, ecco che i giudici di Palermo parlano di "fortissima ambiguità", di dichiarazioni "in rotta di collisione" con dati processuali incontrovertibili. Insomma, Brusca non avrebbe voluto fornire un leale contributo alla verità.

E lo stesso copione si è ripetuto nel processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, dove il giudice ha notato la sua tendenza ad arricchire i racconti con elementi appresi dai processi e dai mezzi di informazione. Tanto che nel 2001, durante un interrogatorio, il pm fiorentino Gabriele Chelazzi lo richiamò: non doveva comportarsi come un consulente della procura, ma limitarsi a riferire ciò che sapeva.

Una deriva che ricorda da vicino il caso di Antonino Giuffrè, l'altro pentito che oggi sarà ascoltato a Firenze. Anche su di lui la Corte d'appello di Palermo è stata chiara: durante le indagini non aveva mai accusato Dell'Utri. Solo dopo, in dibattimento, è arrivata la svolta, la patente di "persona molto vicina a Cosa nostra", di "autore di garanzie politiche".

Un'insanabile contraddizione che ha portato i giudici a non attribuire credibilità alle sue parole.

E allora mi chiedo: che senso ha tutto questo? Perché riportare in aula persone la cui voce è già stata giudicata inaffidabile su quei precisi fatti?

Forse, e qui entro nel campo delle sensazioni, perché il processo diventa un pretesto, un contenitore dentro cui far sfilare quelle stesse verità scomode che fuori dalle aule giudiziarie farebbero troppo rumore. Un modo per tenerle in vita, per farle aleggiare nell'aria, anche quando la giustizia le ha già archiviate come inconsistenti.

Poi c'è l'aspetto quasi surreale della vicenda. I pm di Firenze, grazie allo stratagemma dell'aggravante mafiosa, sono riusciti a trasformare un processo per favoreggiamento e calunnia in un'occasione per riaprire il fronte delle stragi del '93-'94.

Baiardo avrebbe negato di aver mostrato a Massimo Giletti una foto che ritraeva Berlusconi con il boss Graviano e un ex generale. Negandolo, secondo l'accusa, avrebbe voluto screditare la tesi dei mandanti esterni. E così, dalla finestra, rientra tutto ciò che dalla porta era stato espulso.

E Brusca, Graviano, Giuffrè e gli altri diventano i testimoni di un racconto che i giudici hanno già bollato come poco attendibile.

Ma c'è un'altra riflessione che mi preme fare, e riguarda il peso che ancora oggi, in questo paese, hanno certi nomi e certe presunte verità. Non importa che una sentenza abbia detto no, che le prove siano fragili o contraddittorie, la circostanza ambigua è che l'ombra resti e che il dubbio continui a insinuarsi.

Perché se un boss mafioso parla, la sua voce può essere scartata. Ma se torna a parlare, magari in un'aula di tribunale, quella stessa voce riacquista una dignità che altrove le viene negata.

È un paradosso tutto italiano, un gioco di specchi che confonde la realtà con la percezione, la verità giudiziaria con quella mediatica. E così, mentre ci interroghiamo sull'attendibilità di Brusca, Graviano, Giuffrè, forse dovremmo chiederci con altrettanta forza perché continuiamo a dar loro la parola, sapendo già che non la ascolteremo fino in fondo?

O forse, più semplicemente, sapendo che la ascolteranno solo fino a quando diranno ciò che vogliamo sentire, perché come da sempre accade in questo nostro Paese, la verità sarà, come sempre, qualcosa di ambiguo, indecifrabile e in talune occasioni: inattendibile!

mercoledì 9 settembre 2026

Graviano ed altri 90 boss trasferiti con urgenza in Sardegna! Perché... cosa avevano da dire? Quando un trasferimento diventa più sospetto di una lettera al giudice.

Buongiorno,

oggi vorrei tornare su una vicenda che avevo sfiorato qualche giorno fa, nel mio post del 19 agosto.

Allora, ammetto, avevo affrontato la notizia con un certo distacco, quasi con il sorriso amaro di chi ormai è abituato a leggere certe dinamiche e preferisce raccontarsele con una barzelletta. Ma quello che sta accadendo in queste ore supera ogni mia più cinica previsione.

La notizia, ormai nota, è quella del trasferimento in Sardegna di novanta boss del calibro di Giuseppe Graviano, tutti sottoposti al regime del 41 bis.

Un'operazione imponente, voluta dal ministro Nordio, che ha riempito i cieli e le strade dell'isola con un dispiegamento di forze degno di un film.

Graviano, dopo nove anni a Terni, è finito a Cagliari-Uta, insieme ad altri ottantasette detenuti. E la presidente della Regione, Alessandra Todde, giustamente si infuria: nessuna consultazione, nessuna condivisione, solo un'imposizione calata dall'alto, con le carceri sarde già al collasso e il rischio concreto che la Sardegna diventi la "Cayenna d'Italia".

Ma io, leggendo questa notizia, non ho potuto fare a meno di collegarla a quanto scrivevo solo pochi giorni fa (vedi link). Ricordate? Parlavo di Graviano e della sua lettera al gip di Caltanissetta, di quella richiesta del suo legale di poter parlare, di avere qualcosa da dire su Berlusconi. E io, con quella barzelletta sul quiz e la Ferrari, scherzavo sul fatto che, dopo venticinque anni, quelle parole rischiavano di essere solo un pretesto per uscire dal carcere duro. Un tentativo, forse, di riaprire vecchie ferite per ottenere un beneficio.

Ma ora, davanti a questo trasferimento così massiccio e improvviso, la mia leggerezza di allora si è trasformata in un pensiero ben più cupo. Mi chiedo: è davvero solo un caso che, a poche settimane da quella richiesta, Graviano e decine di altri boss vengano spostati in un carcere sperduto, in un'isola, in un posto difficile da raggiungere, anche per i loro stessi avvocati? La tempistica è quanto meno sospetta.

La paura, ve lo dico francamente, è quella che il mio sorriso di agosto si sia trasformato in un grattacapo. La paura che qualcuno, ai piani alti, abbia avuto molto timore di ciò che Graviano avrebbe potuto effettivamente raccontare. Perché se davvero quel boss aveva qualcosa di concreto da dire sui presunti rapporti con Berlusconi e Dell'Utri, allora allontanarlo fisicamente, renderlo di fatto più invisibile, diventa un'operazione di straordinaria convenienza...

Non voglio fare il complottista, ma il mio istinto di cronista e di cittadino che da anni osserva questo paese mi dice che qualcosa di anomalo è accaduto. Non è il trasferimento in sé, che può essere giustificato da esigenze organizzative, ma è l'urgenza, la segretezza, l'arroganza con cui è stato imposto. Il governo che non risponde alla Regione, che non spiega i criteri, che agisce unilateralmente: tutto questo, messo insieme alla richiesta di Graviano, forma un quadro che non mi piace per niente.

Mi chiedo se qualcuno abbia avuto paura che quelle parole, finalmente ascoltate da un giudice, potessero aprire uno scenario imbarazzante. Perché se Graviano avesse davvero parlato, e avesse portato prove, sarebbe stato un terremoto. Allora, forse, la soluzione più semplice è stata quella di spostarlo in capo al mondo, in una struttura dove il suo accesso alla stampa e ai magistrati diventa più complicato, dove la sua voce può essere più facilmente soffocata e chissà... forse non solo la sua voce!

E io, che il 19 agosto preferivo tenermi la mia vecchia Audi e ridere della barzelletta, oggi mi ritrovo a pensare che forse quella Ferrari rossa, metafora del silenzio e dei favori, qualcuno l'ha davvero regalata per non sentire certe verità.

Spero di sbagliarmi, spero che il trasferimento sia solo una banale, anche se discutibile, scelta logistica, ma quando vedo la politica e le istituzioni muoversi con una rapidità che solitamente non le appartiene, già... quando vedo un uomo che viene improvvisamente prelevato e allontanato (a modello "Gestapo"), non per ascoltarlo... ma per lasciarlo volutamente in silenzio, beh... qualche dubbio rimane.

Ripeto, non è un dubbio comodo... è quel tipo di dubbio che ti fa guardare alla cronaca di questi giorni con occhi diversi, chiedendoti se dietro la facciata della sicurezza e dell'ordine non si nasconda, ancora una volta, la paura della verità, un'amara verità che si sta provando in questi trent'anni di soffocare!

martedì 8 settembre 2026

Capitolo VI° - L'inizio pubblico: il battesimo di Giovanni, la scelta dei 12 apostoli, la purificazione del tempio, il Messia. TERZA PARTE

Affrontiamo stamani la purificazione del tempio.

E poi venne il momento di Gerusalemme... la città santa, il Tempio, il cuore pulsante di Israele.

Yeshua vi entrò con i suoi dodici... mescolato alla folla dei pellegrini. Non era la prima volta che vi andava, ma era la prima volta che vi andava con una missione.

Il Tempio era un luogo di preghiera, ma anche un luogo di affari. I cambiamonete, i venditori di colombe e di agnelli per i sacrifici, le grida dei mercanti, l'odore del sangue degli animali. Tutto era diventato un commercio, un sistema. E Yeshua, che aveva passato la vita a essere escluso da quel sistema, sentì dentro di sé una rabbia che non aveva mai provato.

Non fu un gesto calcolato. Fu un gesto di follia, di disperazione. Prese delle corde, le intrecciò come un frustino, e cominciò a rovesciare i tavoli dei cambiamonete, a scacciare i venditori, a gridare: "La mia casa sarà chiamata casa di preghiera, ma voi ne fate un covo di ladri!".

La folla si fermò. I mercanti lo guardarono basiti, arrabbiati. I farisei, che erano lì a controllare il Tempio, lo fissarono con occhi di ghiaccio. Chi era quell'uomo? Un profeta? Un pazzo? Un bastardo che si prendeva troppe libertà?

Ma Yeshua non si fermò. Continuò a rovesciare, a gridare, a liberare gli animali. Non era solo il Tempio che stava purificando. Era il sistema che lo aveva escluso, che lo aveva marchiato, che gli aveva detto per tutta la vita che lui non contava. Quella rabbia era il riscatto di tutti gli anni di umiliazione, di tutti i sussurri dietro la fontana, di tutte le volte che un bambino era stato tirato via da lui.

Ma quando la rabbia si spense, quando i tavoli furono rovesciati e il Tempio tornò silenzioso, Yeshua capì che quel gesto lo aveva segnato per sempre. Non sarebbe più stato un semplice predicatore. Da quel momento, il potere religioso lo avrebbe cercato, lo avrebbe braccato, lo avrebbe ucciso. Ma forse, per la prima volta, lui si sentiva vivo. Non perché avesse vinto, ma perché aveva smesso di tacere.

Quel giorno, nel Tempio, qualcuno gli chiese: "Con quale autorità fai questo? E chi ti ha dato questa autorità?".

Yeshua guardò i suoi accusatori. Avrebbe potuto rispondere (forse) con un miracolo, con una prova, con una parola che li avrebbe zittiti. Ma non lo fece. Perché sapeva che il suo potere non veniva da un'autorità terrena. Il suo potere veniva dal fatto che lui, un bastardo di Nazareth, aveva osato alzare la voce contro il sistema che lo aveva schiacciato.

"Distruggete questo tempio" - disse - "e io lo ricostruirò in tre giorni".

Nessuno capì... pensarono che parlasse del Tempio di Gerusalemme... ma Yeshua parlava di sé stesso, parlava del suo corpo, del suo spirito, già... di quella fiamma che non si era mai spenta!

lunedì 7 settembre 2026

Capitolo VI° - L'inizio pubblico: il battesimo di Giovanni, la scelta dei 12 apostoli, la purificazione del tempio, il Messia. SECONDA PARTE

Affronto oggi l'inizio della predicazione, il piano spirituale e la scelta dei 12 apostoli

E così dopo il battesimo, Yeshua non tornò più nel deserto, ma rimase nei pressi del Giordano, dove Giovanni aveva radunato una piccola folla di discepoli ma soprattutto di curiosi... e lì, quasi senza volerlo, iniziò a parlare.

All'inizio erano poche parole, poi sempre di più. Le stesse cose che aveva meditato nel deserto: la giustizia, la misericordia, il regno di Dio che non è un luogo ma un modo di vivere, la purezza che non sta nel sangue, ma nel cuore.

La gente lo ascoltava. Non perché facesse miracoli o prodigi, ma perché parlava con un'autorità che i dotti non avevano. Parlava come se le Scritture le avesse vissute sulla propria pelle e forse, in un certo senso, era così.

E fu in quei giorni che Yeshua, camminando e predicando tra un villaggio e l'altro, ebbe modo di osservare da vicino ciò che la cultura romana aveva portato in Galilea. Aveva visto Sefforis, la splendida città che Erode Antipa aveva ricostruito e reso un gioiello di architettura ellenistica. Aveva visto Tiberiade, sorta sulle rive del lago, con i suoi palazzi, i suoi bagni, le sue strade lastricate. E in quelle città, lussuose e raffinate, Yeshua aveva visto anche l'altra faccia della medaglia: la gente che viveva ai margini, i poveri, gli esclusi, coloro che quei palazzi li guardavano solo da lontano.

Quelle città erano il simbolo di tutto ciò che Yeshua disprezzava in Erode Antipa: la ricchezza ostentata, il potere che opprime, la cultura romana che calpestava la tradizione ebraica. Non parlava mai apertamente di politica, ma ogni sua parola era un colpo a quel sistema. Erode Antipa, nelle sue prediche, veniva definito - a voce bassa e davanti ai discepoli più fidati - come una "volpe". Astuto, crudele, senza scrupoli. E Yeshua, quando anni dopo sarebbe stato condotto davanti a lui, la mattina della sua condanna, avrebbe rifiutato di aprir bocca. Non una parola. Solo un silenzio profondo, sprezzante, che valeva più di mille accuse. Perché in quell'uomo che si era tanto imbevuto della cultura romana, Yeshua vedeva l'essenza della malvagità. Il potere che aveva oppresso il popolo per anni, nella più totale ingiustizia.

Sono certo che Yeshua avesse preso - negli anni - nota di quanto accadeva intorno a lui. E negli anni che seguirono, cominciò a concretizzarsi un piano che avrebbe portato alla rovina di tutto quello che Roma rappresentava. Ma non un piano politico, non una rivolta armata. Un piano spirituale: il messaggio di amore, di giustizia, di uguaglianza. Un messaggio che Roma non avrebbe mai potuto sconfiggere perché non combatteva con le armi, ma con le parole. Con la coscienza. Con la fiamma che si accendeva nel cuore di chi ascoltava.

Ma Yeshua sapeva che non poteva restare solo. Il messaggio era troppo grande per una sola voce. E così, un giorno, mentre camminava lungo il lago di Galilea, vide due fratelli, Simone e Andrea, che gettavano le reti nelle acque. Li guardò e disse: "Venite dietro a me, e vi farò pescatori di uomini".

Simone era un uomo di poche parole e molte incertezze, un pescatore che conosceva il vento e le onde ma che di teologia sapeva ben poco. Andrea era più riflessivo, più incline ad ascoltare. Entrambi lasciarono le reti e lo seguirono. Non sapevano dove li avrebbe portati. Non sapevano cosa avrebbero trovato. Ma qualcosa in quell'uomo li aveva convinti.

Poi, poco oltre, vide altri due: Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che riparavano le reti con il padre. Li chiamò. E anche loro lasciarono tutto.

E così, giorno dopo giorno, scelse altri otto: Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo, e Giuda Iscariota. Dodici, come le tribù di Israele. Dodici, come un nuovo popolo, un nuovo inizio.

Non erano dotti, non erano ricchi, non erano potenti. Erano pescatori, esattori delle tasse, uomini comuni con le loro paure, le loro ambizioni, i loro dubbi. Uno di loro, Matteo, era un pubblicano, un traditore agli occhi dei suoi stessi connazionali, perché raccoglieva le tasse per i romani. Eppure Yeshua lo aveva chiamato. Perché il suo messaggio non era per i giusti, ma per coloro che sapevano di non esserlo.

Simone, Pietro, era impulsivo, parlava prima di pensare, e un giorno, quando gli sarebbe stato chiesto, avrebbe negato di conoscere il suo maestro. Tommaso avrebbe dubitato fino a chiedere di toccare le ferite. Giuda, il tesoriere, avrebbe venduto per trenta monete d'argento. Ma Yeshua li scelse lo stesso. Non perché fossero perfetti, ma perché erano umani. E l'umanità era il suo alfabeto...

domenica 6 settembre 2026

Capitolo VI° - L'inizio pubblico: il battesimo di Giovanni, la scelta dei 12 apostoli, la purificazione del tempio, il Messia. PRIMA PARTE

Allora... iniziamo con il battesimo di Giovanni: il vero profeta!

Avete letto nel capitolo precedente come il deserto fosse divenuto il suo maestro. Ma il maestro, si sa, prima o poi va lasciato. E così Yeshua si mise in cammino verso il Giordano, verso quel cugino di cui tutti parlavano.

Su quest'ultimo punto consentitemi una precisazione: Non sappiamo quali legami parentali esistessero fra Maria ed Elisabetta, già... se fossero cugine oppure nipote e zia, ma sappiamo per certo che le due famiglie fossero molto intime e questo significava che Giovanni e Yeshua erano anch'essi parenti.

Giovanni, figlio di Zaccaria, vestito di pelo di cammello e cintura di cuoio, che mangiava locuste e miele selvatico. Uno che il deserto lo aveva scelto come casa, e che ora chiamava la gente a purificarsi, a immergersi nell'acqua, a preparare la strada a qualcuno che sarebbe venuto dopo.

Yeshua lo aveva sentito nominare tante volte, prima a Nazareth, poi nel deserto, ed infine tra gli Esseni. E se forse era lui il prescelto? Ma... non lo aveva mai incontrato. E così quando lo vide, non vi fu nessuna rivelazione, ma solo un semplice riconoscimento dopo tanti anni di distacco. Già... era come rivedere sé stesso in uno specchio deforme: più magro, più selvatico, più arrabbiato, ma con la stessa fiamma negli occhi che si ricordava da ragazzo.

E qui bisogna dire una cosa importante, che i testi sacri ufficiali spesso dimenticano o minimizzano. Giovanni fu il vero profeta. Fu il primo a incitare le persone a condurre la propria vita in virtù, a praticare la giustizia verso il prossimo, a essere devoti a Dio, a cambiare la propria vita. Il battesimo nell'acqua rappresentava il segnale di quell'inizio di una nuova vita. Tutti raccontano che quando Giovanni si presentava alle folle, tutti indistintamente erano colmi di gioia e vedevano in lui una guida. Egli si ispirò al profeta Isaia, si recò nel deserto della Giudea per vivere in un piccolo insediamento chiamato Qumran - noto oggi per il ritrovamento di quelle anfore contenenti papiri, conosciuti oggi con il nome di Rotoli del Mar Morto - un popolo che si era allontanato dagli uomini ingiusti, per preparare la nuova via per il popolo.

Sono altrettanto certo che egli avesse vissuto un periodo della propria vita con gli Esseni, con i quali era legato da una affinità di scelte e idee. Il problema però di quest'ultimi era che essi vivevano la propria esperienza in maniera isolata, quasi che avrebbero raggiunto la rettitudine solo attraverso una separazione rigida dalla società di quel periodo. Giovanni, viceversa, credeva che il messaggio andasse riportato al popolo, alla società. Egli credeva nella predicazione, richiamava il popolo d'Israele al pentimento, avvisava dell'imminente giudizio di Dio. Egli si rivedeva nell'antico profeta Elia che aveva rimproverato apertamente persino il re e la regina d'Israele, Acab e Gezabele. Egli non era un isolato e ancor meno un asceta chiuso a pregare in solitudine.

Ecco perché quel suo messaggio giunse alle orecchie di Erode Antipa, ed ecco perché questi comprese sin da subito quale pericolo fossero quelle sue predicazioni per le masse inquiete, in quanto presentavano tutti i principi per dare atto a una vera e propria rivoluzione. Giovanni incarnava in sé tutto il fascino del profeta antico, e il popolo iniziava a credere che forse Dio avesse finalmente deciso di mandare un suo messaggero, la sua parola, per poter inaugurare finalmente un nuovo regno di Israele.

Anche Giovanni riconobbe Yeshua prima ancora che egli parlasse. Non sapeva come avesse fatto, ma lo riconobbe subito. E quando Yeshua chiese di essere battezzato, Giovanni esitò: "Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te" - disse - "e tu vieni da me?".

Ma Yeshua lo guardò e rispose: "Lascia fare per ora. Così conviene che adempiamo ogni giustizia".

Ed allora Giovanni lo immerse nelle acque del Giordano. D'altronde parliamo di un evento pubblico, semplice: un uomo che battezza un altro uomo, come tanti altri che quel giorno erano lì. Niente di straordinario. Ma per Yeshua quell'acqua rappresentava qualcosa di profondo. Nessuna voce fu tuonata dal cielo, già... solo il peso dell'acqua, solo il silenzio, e poi la certezza che qualcosa si era compiuto. Ripeto... non una rivelazione, ma una semplice conferma: Questa è la strada da percorrere!

Nei Vangeli che seguirono venne scritto che quando uscì dall'acqua, Giovanni lo guardò e disse: "Ecco l'agnello di Dio". Ovviamente nessuno lo capì, quantomeno in quel momento, e forse neppure Yeshua comprese quelle parole. Come se ciascuno di quei semi pronunciati avesse bisogno di tempo per germogliare.

Fine prima parte...

sabato 5 settembre 2026

Governo Meloni: Quel record di longevità ed il suo banale significato!

Oggi il "Governo Meloni" ha stabilito il record di longevità. 1.413 giorni. Una cifra che i media celebrano come se fosse un trofeo, come se il tempo trascorso fosse di per sé un merito. Una festa a Bari, un palco tra cori e sorrisi...

Ma fermiamoci un attimo e chiediamoci: cosa diavolo stanno festeggiando?

La premier, con una sincerità che forse non ha nemmeno percepito, ha detto una cosa interessante: "Il governo più stabile non è per forza anche il più capace". Esatto! È semplicemente quello che è riuscito a restare attaccato alla poltrona più a lungo degli altri. Ecco il punto. La durata non è un certificato di qualità, è solo il termometro della tenacia con cui un gruppo di persone ha saputo difendere i propri interessi.

Ed allora... consentitemi di chiedere a quei componenti di Governo: quali sono i risultati di questa lunga permanenza? Una riforma della giustizia bocciata in modo sonoro al referendum. Una sicurezza che arranca, annunciata ma mai davvero incisiva. Il reddito di cittadinanza cancellato, senza che al suo posto sia stato costruito un sistema altrettanto dignitoso per chi vive sulla soglia della disperazione. La corruzione? Sempre lì, radicata come un cancro. La mafia? Immagino continui a lavorare in silenzio, indisturbata. E il fisco, ah il fisco, con quella riforma che prometteva miracoli e che si è rivelata un palliativo.

E così... mentre il Paese arranca, mentre troppi italiani non arrivano a fine mese, mentre la disuguaglianza diventa un'abitudine e le periferie restano terra di nessuno, chi governa... celebra! E come ormai consuetudine da un po' di anni - sì... ben 1413 giorni - con loro, naturalmente, l'intero circo dei lacchè, dei cortigiani, dei professionisti e dei cittadini che dell'ossequio da sempre popolano le segreterie politiche ed anche di quel sistema marcio di cui per l'appunto si nutrono. Sono loro, le cicale, i veri padroni di questo teatrino. Sono loro che hanno trasformato la politica in un affare di famiglia, dove l'unico obiettivo è tenersi stretta la poltrona e i benefici che ne derivano.

Già... non è un caso che la classifica dei governi più longevi in questi lunghi anni sia stato monopolizzato dal centrodestra. Sì... non è una coincidenza, è un metodo che qualcuno prima di loro gli ha insegnato. D'altronde fateci caso... questa coalizione non è unita da un progetto, da una visione, da un'idea di Paese, è unita viceversa da una cosa ben più prosaica: la paura di perdere il potere. La paura di rinunciare a quei privilegi che la poltrona garantisce. E allora restano insieme, come un branco che difende il territorio, e intanto il Paese affonda. Loro festeggiano, noi guardiamo e piangiamo!

E che dire della famosa "stabilità" tanto decantata? Stabilità, per favore, è la parola che si usa quando non si hanno risultati da mostrare. Stabilità è il rifugio degli incapaci. È il modo elegante per dire: "Siamo ancora qui, nonostante tutto". Ma essere ancora qui non significa aver fatto bene. Significa solo che gli italiani, ancora una volta, sono stati traditi. E se la premier si chiede perché c'è chi contesta, forse dovrebbe guardare oltre il palco di Bari, oltre i sorrisi compiacenti, oltre la folla osannante. Dovrebbe guardare in faccia la gente comune, quella che la fame la conosce davvero. Quella che di questo governo ha visto solo promesse e parole.

Quattro anni, e poi? La riforma fiscale è ancora un miraggio. La sicurezza è più un'idea che una realtà. Il contrasto alla mafia? Non se ne parla. La giustizia? Umiliata. E intanto loro sono lì, a dire che il record è un vanto. Ma un vanto di che cosa? Di quanto tempo è passato senza che le cose cambiassero. Perché in fondo, se il governo dura così tanto, forse è proprio perché non ha mai davvero scosso le fondamenta di questo Paese. Non ha mai davvero infastidito i poteri forti. Non ha mai davvero cambiato le cose.

Ecco il punto. La longevità, in un sistema malato come il nostro, non è il segno di una forza, ma il sintomo di una debolezza collettiva. È il riflesso di un Paese che non reagisce, che si abitua, che accetta. Ma questa volta, forse, il giudizio arriverà. Quando gli italiani torneranno alle urne, non conteranno i giorni passati. Conteranno le promesse tradite, le speranze deluse, le ingiustizie tollerate. E allora, quel record, così pomposamente celebrato, si rivelerà per quello che è sempre stato: una medaglia di latta appesa al petto di un governo che ha avuto tutto il tempo per fare, e ha scelto di non fare.

Avanti, sì. Ma con i piedi per terra, come dice la premier? Speriamo. Sì, quantomeno per chi oggi sta soffrendo, per chi il peso di questi anni lo ha portato sulle proprie spalle senza avere mai il lusso di festeggiare nulla. Ma io so bene come da lassù, da quel palco, la terra sottostante si veda male, sfocata, lontana, quasi irrilevante. E il futuro, quello vero, quello della gente che chiede aiuto, che tende la mano e spesso non riceve nulla, quello dovrà aspettare ancora. Per molto, forse fino alle prossime elezioni. Elezioni alle quali, comunque, io non credo più. Non dopo aver visto così tanta faccia tosta, così tanta arroganza vestita di celebrazioni, così tanto tempo sprecato mentre il Paese affondava. La fiducia, quella vera, non si ricostruisce con i record. Si ricostruisce con i fatti. E i fatti, qui, sono stati dolorosamente assenti.

venerdì 4 settembre 2026

Italia senza futuro: la lunga agonia di un paese che non crede nei suoi giovani.

Già... ripenso a quel lontano 30 giugno 2014, quando scrissi un post dal titolo “Diplomato… ed ora?”.

Erano gli anni della crisi, della disoccupazione giovanile al 35% nel Mezzogiorno, della sensazione che, nonostante tutto, non ci fosse una via d’uscita. 

Oggi, dodici anni dopo, leggo il report Istat sulla Sicilia e sulla mobilità interna, e ho la sensazione amara che il tempo non sia passato o meglio, è passato, ma le cose non sono cambiate nella sostanza. 

La musica è sempre quella, anche se gli interpreti, a volte, cambiano. I dati del 2025 ci dicono che il Mezzogiorno ha perso circa 45 mila residenti nei confronti del Centro-Nord in un solo anno. 112 mila persone hanno lasciato le regioni meridionali, e solo 67 mila hanno fatto il percorso inverso. E la Sicilia è tra le principali protagoniste di questa triste epopea.

Ma voglio andare oltre i numeri. Voglio parlare di ciò che questi numeri rappresentano. Perché dietro ogni trasferimento, dietro ogni partenza, c’è una vita, una storia, un sogno che si infrange. C’è un giovane che, magari dopo anni di studio e sacrifici, si rende conto che la propria terra non ha nulla da offrirgli. C’è una famiglia che si stringe, che piange la lontananza, che manda soldi e speranza. C’è un pezzo di Sicilia, di Italia, che si impoverisce. E non solo economicamente, ma culturalmente, socialmente, umanamente. Perché quando partono i giovani, partono anche le loro idee, la loro energia, la loro voglia di cambiare le cose.

E allora, mi chiedo: che fine ha fatto il sogno di un’Italia migliore? Quella che avrebbe dovuto investire nella cultura, nell’istruzione, nella ricerca? Quella che avrebbe dovuto dare ai giovani le chiavi per costruire il proprio futuro? Viceversa, cosa è stato fatto? 

Hanno tagliato i fondi per la scuola, reso l’università un lusso per pochi, creato un divario sempre più ampio tra il mondo della formazione e quello del lavoro, ma d'altronde i risultati sono sotto gli occhi di tutti. 

I nostri atenei, come quelli siciliani, spesso in fondo alle classifiche. Una scuola che, come scrivevo nel 2014, è “povera di cultura, di programmi, che non investe in ricerca, scarsa di risorse e contenuti”. Già... una scuola che, invece di essere un trampolino per il futuro, è diventata una fabbrica di delusioni e così, i nostri laureati, i nostri “cervelli in fuga”, sono costretti ad andare via. Non solo al Nord, ma sempre più spesso all’estero.

Il report Istat ci dice che la perdita di giovani italiani viene in parte compensata dall’arrivo di giovani stranieri. Ma questo fenomeno interessa soprattutto le regioni del Centro-Nord. Da noi, al Sud, il saldo resta drammaticamente negativo. Perché la Sicilia non è attrattiva. Non offre opportunità. Non è in grado di trattenere i talenti!

E questo nonostante i proclami dei nostri "sterili e inconcludenti" politici, nonostante gli annunci, nonostante i soldi del Pnrr che, ancora una volta, rischiano di finire in opere inutili o, peggio, nelle mani di sempre gli stessi, per non dover ripetere per l'ennesima volta: LA MAFIA!

Sì... lo dicevo nel 2023, e lo ripeto oggi: “Ci hanno raccontato come gli investimenti del Pnrr avrebbero determinato un miglioramento della condizione dei nostri giovani, ma la verità è che quei soldi finiscono sempre nelle solite tasche”. La condizione dei nostri giovani non solo non è migliorata, ma rischia di peggiorare ulteriormente.

E poi c’è la questione della "speranza". O meglio, della mancanza di speranza: già... come dice il detto "chi di speranza vive, disperato muore!", già... sante parole; perché un giovane che non crede nel futuro è un giovane che smette di lottare, che si rassegna, che si spegne. Lo vedo ogni giorno nei loro occhi. lo leggo nelle loro storie sui social. 

Una generazione che è stata definita “senza”, sì... senza un lavoro stabile, senza una famiglia, senza una prospettiva, senza fiducia. E io, che ho sempre creduto che il futuro si costruisce giorno per giorno, faticosamente, con impegno e passione, vedo oggi un’intera generazione che si sente tradita.

Tradita da un paese che non ha saputo, o voluto, dare loro un futuro. Un paese che, come scrivevo nel 2014, “non investe nella cultura e nei giovani, non è un paese credibile quando tenta proprio attraverso la voce dei suoi governanti, di parlare di prospettive”.

La Sicilia, e l’Italia intera, si trova oggi di fronte a una scelta epocale. Continuare su questa strada, alimentando la fuga dei giovani e la desertificazione del Sud, o cambiare radicalmente rotta. Investire seriamente nella formazione, creare le condizioni per un lavoro dignitoso, sostenere l’imprenditoria giovanile, combattere il clientelismo e la raccomandazione. Non bastano più parole, non bastano più promesse. Servono fatti. Servono scelte coraggiose. Perché, come ho sempre detto, la partenza dei nostri giovani non è un destino inevitabile. È il frutto di decisioni politiche, di una mentalità sbagliata, di un sistema che ha fallito. E che, se non cambia, continuerà a fallire. 

Un paese che non tutela i giovani, e che anzi li costringe ad andare via, è un paese che si condanna alla decadenza. Un paese che perde la sua linfa vitale, la sua energia, il suo futuro. E allora, forse, è il momento di dire basta. Di alzare la voce. Di pretendere un cambiamento. Perché il futuro non è scritto, e dipende da noi. Dai nostri ragazzi, ma anche da noi adulti, che abbiamo il dovere di costruire per loro un’Italia migliore. Un’Italia che non li costringa a scappare, ma che li accolga, li valorizzi, li faccia sentire a casa.

Perché, alla fine, la vera ricchezza di un paese non sono le sue fabbriche o le sue banche, ma i suoi giovani. Il loro talento, la loro energia, la loro voglia di fare. 

Sì... se perdiamo anche loro, abbiamo perso tutto!

giovedì 3 settembre 2026

Il peso di una classe dirigente che non capisce e non ascolta...

Continuando con quanto anticipato ieri, mi torna in mente ora, mentre rileggo quei dati sull’emigrazione giovanile, un episodio che mi aveva alcuni anni fa profondamente segnato. 

Correva l’anno 2016 e scrissi un post intitolato “Morire… perché costretti dai nostri governanti a ricercare quel proprio futuro all’estero”. Parlavo delle dichiarazioni vergognose del Ministro del Lavoro di allora, Giuliano Poletti, che ebbe il coraggio di dire: “Se centomila giovani se ne sono andati dall’Italia, non è che qui sono rimasti 60 milioni di “pistola”

Ed ancora... "conosco gente che è andata via… e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”. Parole che ancora oggi mi fanno venire i brividi. Parole che rivelano un’arroganza, una lontananza dalla realtà, un disprezzo per il sacrificio e la dignità di chi, spesso, è costretto ad andarsene per mancanza di alternative.

Ecco, io credo che quella frase, in fondo, sia la sintesi perfetta di un approccio che abbiamo visto troppe volte. Non solo da Poletti, ma da tanti altri. Quella incapacità di comprendere che il problema non sono i giovani che partono, ma le condizioni che li spingono a farlo.

Quei governanti, quei politici che spesso, come scrivevo nel 2016, sono “soggetti ignoranti, scadenti e inconcludenti, posti tra le più alte cariche istituzionali”. Persone che hanno goduto di privilegi, di raccomandazioni, di un sistema clientelare che li ha portati dove sono, senza alcun merito. E che poi si permettono di giudicare chi, con le proprie forze, cerca di costruirsi un futuro altrove.

Il rapporto Istat del 2026 ci parla di una mobilità interna che riprende, ma non basta a invertire una tendenza ormai consolidata: il Sud perde popolazione, la Sicilia perde i suoi giovani migliori. Nel 2025, i trasferimenti di residenza tra comuni italiani sono cresciuti del 5,1%. Ma dietro questi numeri, ci sono storie di rinunce, di scelte dolorose. Ci sono giovani che lasciano la propria terra, i propri affetti, la propria cultura. E lo fanno perché, da noi, la meritocrazia è ancora un miraggio. Perché, come ho sempre detto, la raccomandazione vince sul talento. Perché i posti di lavoro, quelli veramente buoni, finiscono sempre nelle solite tasche, nelle solite mani.

Eppure, ascoltiamo ancora i proclami di chi ci dice che il Pnrr risolverà tutto, che gli investimenti porteranno lavoro. Ma io, come scrivevo nel 2023, ho visto troppo spesso quei soldi finire “nelle solite tasche”. La condizione dei nostri giovani non solo non è migliorata, ma rischia di peggiorare. E lo dicono i numeri: 1,7 milioni di giovani under 30 che non studiano, non lavorano e non sono in alcun percorso di formazione. Quasi 5 milioni di giovani tra i 18 e i 34 anni con almeno un segnale di deprivazione. E la condizione femminile? Al Sud tocca il 28%. Questa è la fotografia di un paese che ha fallito. Che ha tagliato l’istruzione, la ricerca, che ha reso il lavoro sempre più precario, con decreti che liberalizzano il tempo determinato e rilanciano i voucher.

E poi, c’è il problema dell’esperienza. Quanti di noi hanno letto, e letto, annunci di lavoro per giovani che richiedono anni di esperienza pregressa? L’ho denunciato nel 2022: “Un giovane non trova lavoro perché manca di esperienza. Ma non è che manca di esperienza proprio perché non trova lavoro?”. È un paradosso che fa impazzire. Le aziende vogliono assumere giovani per gli sgravi fiscali, ma poi non sono disposte a formarli, a investire su di loro. Li mandano allo sbaraglio, senza addestramento, senza supervisione, dimenticando che per un ragazzo alle prime armi, ogni giorno di lavoro è una sfida, ma anche un rischio. I giovani tra i 18 e i 24 anni hanno il 50% di probabilità in più di subire un infortunio, proprio perché sono inesperti, vulnerabili, e spesso lasciati soli.

Questa è la cultura del lavoro che abbiamo costruito. Una cultura che non investe, che non crede nei giovani, che li considera solo come manodopera a basso costo. E poi ci chiediamo perché scappano. Perché preferiscono andare in un paese che sappia premiare il merito, l’impegno, la fatica. Perché, come scrivevo nel 2016, vanno a cercare “la meritata occupazione in paesi che sanno premiare la meritocrazia e non il solito clientelismo”. Il Ministero del Lavoro di allora, con le parole di Poletti, diede una sterzata crudele a chi già soffriva. Ma la sostanza, in tutti questi anni, è cambiata davvero?

Forse dovremmo ascoltare di più le voci di quei giovani che partono. Dovremmo chiederci cosa li spinge ad andare via, cosa cercano, cosa sognano. E dovremmo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà: la nostra classe dirigente ha fallito. Continua a fallire. Non ha un progetto per il futuro, non ha una visione. Taglia la scuola, taglia la ricerca, non tutela l’occupazione. E poi si meraviglia se la natalità crolla, se i giovani non fanno figli, se si sentono una generazione “senza”. Senza un lavoro stabile, senza prospettive, senza la possibilità di costruire una famiglia, senza fiducia nel domani. Come dicevo nel 2023, “un Paese come il nostro che non tutela i giovani è un Paese predestinato a morire”. E allora, forse, è il caso di iniziare a fare i conti con le nostre responsabilità. E di pretendere, con forza, un cambiamento. Perché la fuga dei giovani non è un destino ineluttabile, ma il frutto di scelte sbagliate. Scelte che hanno un costo, e che paghiamo tutti.

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