Un triangolo perfetto il cui meccanismo ha come vertici la bancarotta fraudolenta, l'autoriciclaggio el'evasione, un ingranaggio che gira ormai da tempo con troppa regolarità, lasciando dietro di sé una scia di debiti non pagati, progetti mai realizzati e soldi pubblici evaporati nel nulla!
L'ultimo caso emerso dalle indagini della Guardia di Finanza di Benevento è solo l'ennesima ripetizione di uno schema che ormai conosciamo fin troppo bene. Una società che cambia pelle più volte, passando magicamente dalla manutenzione dei giardini al commercio di petrolio, ottenendo milioni di finanziamenti pubblici per progetti che non vedranno mai la luce.
Un complesso produttivo che viene fatto sparire dai bilanci come un prestigiatore fa sparire una moneta, trasferito tra società compiacenti attraverso movimenti di denaro studiati a tavolino, e poi, quando il castello di carte crolla, ecco il fallimento, sì... dichiarato con un attivo pari a zero e un buco di 16 milioni di euro, mentre i veri responsabili osservano il disastro da lontano, protetti da una rete di complicità e cavilli legali.
Quello che più indigna non è la truffa in sé - pur grave - ma la sistematicità con cui queste operazioni si ripetono costantemente!
Lo stesso copione, le stesse mosse, gli stessi professionisti pronti a firmare documenti e a muovere capitali in cambio di una percentuale. L'autoriciclaggio completa l'opera, permettendo di riassorbire il denaro sottratto nello stesso circuito criminale, lavato attraverso operazioni finanziarie che ne cancellano la provenienza illecita.
È un gioco al massacro contro l'economia sana, contro quelle imprese che invece pagano le tasse, rispettano i contratti e cercano di competere sul mercato in modo leale.
Eppure, nonostante i casi si accumulino, nonostante le procure lavorino a pieno ritmo, sembra che nulla cambi veramente. Le indagini sono complesse, i processi lunghi, e troppo spesso i responsabili riescono a cavarsela con pene simboliche o addirittura a ripetere lo stesso schema con nuove società e nuovi progetti fasulli.
Intanto, lo Stato perde milioni di euro, i creditori - spesso piccole imprese - vengono lasciati a bocca asciutta, e la fiducia nel sistema economico si sgretola giorno dopo giorno.
Forse è arrivato il momento di chiedersi seriamente perché tutto questo continui ad accadere. Servono controlli più stringenti sui finanziamenti pubblici? Pene più severe per chi commette queste frodi? Oppure colpire in maniera decisa tutti quei professionisti - revisori, commercialisti, consulenti - che con le loro firme permettono a questi meccanismi di funzionare?
Ma soprattutto, serve la consapevolezza che dietro a ogni frode di questo tipo non ci sono solo numeri su un bilancio, ma il futuro di un Paese che merita di meglio.
Perché alla fine, già... quando l'ultima sentenza sarà scritta e l'ultimo conto corrente sequestrato, a pagare il prezzo più alto saremo sempre noi, sì... cittadini onesti, quelli che ogni mattina si alzano per lavorare davvero, costruendo quell'unica economia reale che questi truffatori non potranno mai comprendere!
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