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giovedì 27 agosto 2026

Dall'emergenza all'opportunità: la cenere vulcanica aspetta solo noi!

Ogni volta che l’Etna si risveglia e ricopre strade, tetti e campi di una polvere sottile e scura, sento ripetere le stesse parole: fastidio, emergenza, smaltimento

Io viceversa, non posso fare a meno di chiedermi: ma davvero continuiamo a vedere solo il problema, quando sotto i nostri occhi abbiamo una delle materie prime più versatili che la natura ci abbia mai regalato?

Proprio in questi giorni, leggo che la Regione siciliana ha deciso di studiare il recupero della cenere vulcanica per la bioedilizia, e sta pensando di inserire una voce specifica nel prezzario dei lavori pubblici per la rimozione e lo smaltimento. 

Certo... un passo avanti, eppure mi sembra che si stia ancora ragionando come se fossimo di fronte a un rifiuto ingombrante, piuttosto che a una risorsa preziosa. E mentre le commissioni si riuniscono e i tecnici valutano, la cenere continua a cadere, e noi continuiamo a discutere su come liberarcene.

Ma la verità è che da noi, in Sicilia, abbiamo una capacità antica e quasi istintiva di trasformare la fatica in bellezza. Lo abbiamo sempre fatto. I nostri nonni, dopo le eruzioni, non si fermavano a piangere i raccolti: raccoglievano la pietra lavica, la lavoravano con pazienza, e ne facevano architravi, pavimenti, strumenti. Mescolavano la cenere alla calce per ottenere malte resistenti, e quelle case sono ancora in piedi, a testimoniare un patto silenzioso tra l’uomo e il vulcano. Un patto che dice: tu ci provochi, noi ti trasformiamo.

Eppure, oggi, sembra che abbiamo dimenticato questa lezione. Perché la cenere dell’Etna non è solo un problema da gestire. È un concentrato di minerali – potassio, fosforo, magnesio – che la rende un fertilizzante naturale straordinario per pomodori, melanzane, broccoli, ma anche per viti e ciliegi. Sparsa con sapienza nei campi, arricchisce il terreno e tiene lontane le lumache. E non è finita qui: in agricoltura, qualcuno sta già sperimentando l’uso della cenere come substrato per impianti di fitodepurazione delle acque reflue, sostituendo i materiali estratti dalle cave con questo scarto che altrimenti finirebbe in discarica. Un cerchio che si chiude, e che porta benefici all’ambiente e al territorio.

Ma le applicazioni vanno ben oltre i campi. Nei laboratori artigiani, la cenere diventa sapone esfoliante e purificante, come quello che produce Antiche Bolle, o ingrediente per creme che aiutano la pelle a liberarsi dalle tossine. Nelle botteghe di design, la pietra lavica – sorella maggiore della cenere – si trasforma in pavimenti, sculture e oggetti d’arredo, portando con sé la memoria del fuoco. E poi c’è l’edilizia: malte e calcestruzzi arricchiti con cenere vulcanica sono più resistenti e durevoli, e i pannelli isolanti realizzati con questo materiale sono già una realtà.

E se tutto questo non bastasse, proprio di recente ho scoperto una ricerca che mi ha lasciato a bocca aperta. All’Università di Catania, un gruppo di ricercatori ha messo a punto una tecnica chiamata Direct Ink Writing, che trasforma cenere e scarti di vetro in un inchiostro per stampanti 3D. Sì, avete letto bene: la cenere che cade dai cieli, unita al vetro che getteremmo via, diventa un materiale modellabile, solido, omogeneo, con cui si possono stampare oggetti robusti e resistenti. Il futuro, insomma, è già qui, e nasce proprio ai piedi del vulcano.

E allora io mi chiedo: perché continuiamo a perdere tempo a discutere di come smaltire la cenere, quando le possibilità di riutilizzo sono così tante e così concrete? Perché non investiamo in ricerca, in formazione, in infrastrutture che permettano di raccogliere, trattare e trasformare questo materiale in modo sistematico? Invece di aspettare che la Regione studi una nuova voce di prezzario, potremmo già essere avanti, con imprese che producono bioedilizia, cosmesi, fertilizzanti e persino oggetti stampati in 3D.

Forse, come diceva Goethe, in Sicilia si trova la chiave di tutto. Ma la chiave, a volte, è nascosta proprio sotto quella polvere scura che pensiamo sia solo un fastidio. Basta avere il coraggio di chinarsi, raccoglierla e guardarla con occhi nuovi. Perché in questa terra, dove il confine tra fatica e bellezza è sempre stato sottile, ogni fine può essere un inizio. E la cenere, che per secoli ha seppellito i raccolti e oscurato il sole, oggi può diventare il seme di qualcosa di nuovo. 

Già... basta volerlo e smetterla di discutere: cominciate a fare!

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