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martedì 14 luglio 2026

Scusate, ma quell'influencer su Tik Tok cosa voleva dimostrare: Potenti di origine ebraica e antiche leggi talmudiche. Parte prima

Non so se sia capitato anche a voi, ma qualche giorno fa mi sono imbattuto in un video ambiguo.

Una ragazza, con fare sicuro e studiato, elencava le persone più influenti del mondo – fondatori di social network, creatori di motori di ricerca, padroni dell'intelligenza artificiale, signori dell'e-commerce, giganti della finanza, produttori cinematografici e dell'intrattenimento – e faceva i nomi.

Zuckerberg, fondatore di Facebook, di origine ebraica. Brin, fondatore di Google, di origine ebraica. Sutskever, uno dei fondatori di OpenAI, di origine ebraica. Bezos, fondatore di Amazon, di origine ebraica. Soros, fondatore di Open Society Foundation, di origine ebraica. DeSilver, fondatore dell'ACLU, di origine ebraica. Levin, uno dei fondatori del Southern Poverty Law Center, di origine ebraica. Randolph, uno dei fondatori di Netflix, di origine ebraica. La famiglia Warner, fondatori della Warner Bros, di origine ebraica. Laemmle, fondatore della Universal Pictures, di famiglia ebraica. Spielberg, Katzenberg e Geffen, fondatori della DreamWorks, tutti di famiglia ebraica. E l'elenco continuava, nome dopo nome, con la stessa cadenza ossessiva.

Non era un elenco neutro, non era una constatazione sociologica, c'era in quelle parole un accento, una sottolineatura, quasi un'insinuazione: come se quella loro appartenenza fosse una macchia, o peggio, una prova. E poi, a coronamento del suo ragionamento, ha fatto una cosa che mi ha lasciato perplesso.

Sì... dopo aver concluso la lista, ha alzato il tono e ha detto qualcosa di molto simile a questo: "Se avete mai avuto la sensazione che quello che vedete, ascoltate, ogni giorno non sia casuale, che ciò che vediamo sui social, sulle pubblicità, che sentiamo persino nelle notizie, che vediamo su Netflix, su Prime Video, c'è un motivo. Tutto questo contribuisce a forgiare il nostro modo di pensare. È la base della psicologia più spicciola: l'esposizione alla ripetizione. Più un'idea ci viene proposta, più ci sembra familiare, accettabile, normale. L'ambiente in cui viviamo, le cose a cui siamo esposti sono il più alto rischio di lavaggio del cervello perché alcune idee diventano improvvisamente normali. Chi trae il beneficio che vengano adottate? Quali interessi economici, politici, culturali di un popolo ci sono dietro? Non date per scontate le vostre idee: da dove arrivano?"

Ed ecco qui, improvvisamente, il colpo che non ti aspetti. "Non so se riuscite a trovare le discussioni del Talmud online, ma se ci riuscite, leggetevi Avodah Zarah 26a, Bava Metzia 71a, Yevamot 61a, Sanhedrin 57a." Quattro pagine precise, come se fossero la chiave di tutto.

Ed allora, son andato a ricercare quei testi, ho seguito le sue indicazioni, e ho iniziato a leggere. Ma alla fine di quelle letture sono rimasto a chiedermi: cosa voleva dimostrare? Perché proprio quei passi? Perché metterli in fila come fossero la prova di qualcosa? Io, onestamente, non l'ho capito. E più ci penso, più mi sembra che il suo invito nasconda un cortocircuito logico che merita di essere esplorato.

Cominciamo dal primo passo, Avodah Zarah 26a, quello che ha scatenato il mio sconcerto. Si apre con una storia curiosa: Rav Menashe viaggia verso Bei Torta, incontra dei ladri e, per evitare di essere derubato, dice loro una mezza verità sul luogo della sua destinazione. I ladri, sentendosi furbescamente ingannati, lo insultano apostrofandolo come discepolo di "Yehuda l'imbroglione". Lui, senza scomporsi, risponde con una preghiera – che quei ladri fossero soggetti al bando – e la storia si chiude con un epilogo quasi da fiaba: per ventidue anni i malviventi non riuscirono a rubare nulla, finché quasi tutti chiesero perdono, tranne uno, un tessitore, che fu divorato da un leone. Un racconto che parla di astuzia, di giustizia divina, di differenze culturali tra i ladri di Babilonia e quelli di Israele. Passando all'altro passo ecco che la pagina cambia registro e si addentra in una discussione legale che, a prima vista, appare molto lontana. La Mishnah discute del ruolo delle levatrici e delle balie. Una donna ebrea non dovrebbe assistere al parto di una donna non-ebrea, né allattare suo figlio, perché in questo modo – dice il testo – "alleva un bambino per l'idolatria".

Il concetto, nel suo contesto originario, è chiaro: l'idolatria non era un'altra religione tra le tante, ma un sistema di vita che i Saggi consideravano profondamente corrotto e violento. Aiutare un bambino pagano a sopravvivere significava, ai loro occhi, contribuire a perpetuare quel sistema. Era una questione di complicità spirituale. La stessa Mishnah, però, aggiunge un paradosso: una donna non-ebrea può allattare un bambino ebreo, purché lo faccia sotto supervisione. Perché? Perché il latte non contamina l'anima, ma la paura che la balia possa avvelenare il bambino era reale, tanto che Rabbi Meir la vietava addirittura del tutto, mentre i Saggi la permettevano solo con un occhio vigile. La paura fisica e la paura spirituale si specchiano: il bambino ebreo deve essere protetto dalla morte del corpo, il bambino idolatra deve essere protetto dalla morte dell'anima. E in questo gioco di riflessi, dove s'intravvede un mondo antico, duro, tribale, dove la sopravvivenza della propria comunità era la priorità assoluta.

Ho quindi proseguito la lettura, come lei aveva suggerito. Bava Metzia 71a: parla di prestiti e usura, e stabilisce una gerarchia di priorità: il povero ebreo viene prima del non-ebreo, i parenti poveri prima dei vicini, i concittadini prima degli stranieri. È una logica di prossimità, di responsabilità circolare, che in tempi di scarsità è anche comprensibile. Horayot 13a definisce un ordine di precedenza per il salvataggio: il saggio precede il re, il re precede il sommo sacerdote, il sommo sacerdote precede il profeta. E Yevamot 61a e Sanhedrin 57a toccano temi ancora più spinosi: le tombe dei non-ebrei non trasmettono impurità allo stesso modo di quelle degli ebrei; le leggi noachiche – quel codice universale che la tradizione ebraica attribuisce a tutti i discendenti di Noè – prevedono pene severe per omicidio, adulterio e bestemmia, ma con un'asimmetria che oggi ci suona stridente: l'ebreo che ruba o uccide un non-ebreo è esente dalla pena capitale. E poi, c'è il passo sui dazieri, quelli che riscuotevano le tasse, dove si discute se sia lecito ingannarli per evitare un pagamento ingiusto.

Ecco, leggendo tutto questo in fila, mi sono chiesto: cosa voleva dimostrare lei? Voleva forse sostenere che il Talmud è un testo intrinsecamente razzista, che sancisce una superiorità etnica e giustifica l'inganno e la violenza verso i non-ebrei? Se è così, la scelta dei passi è effettivamente calibrata, ma è anche terribilmente parziale. Perché il Talmud non è un manuale di odio, è un mare in tempesta di opinioni contrastanti, di voci che si sovrappongono e si contraddicono. Nel passo sui dazieri, per esempio, si introduce il principio fondamentale del "Dina de-malkhuta dina" – la legge del regno è legge – che obbliga gli ebrei a rispettare le autorità locali. E c'è la voce del Meiri, un gigante del pensiero ebraico medievale, che ribalta completamente la prospettiva: quelle leggi severe, spiega, si applicavano solo ai pagani idolatri dell'antichità, che non avevano leggi morali. Ma le nazioni civilizzate, che riconoscono un codice etico e rispettano la giustizia, sono considerate alla pari degli ebrei: derubarle o ingannarle è un peccato grave quanto farlo con un fratello.

Allora forse il suo intento era un altro. Forse voleva mostrare che il Talmud, con le sue gerarchie e le sue distinzioni, è la prova che gli ebrei si considerano un popolo a parte, con doveri e leggi che li separano dagli altri. Ma anche qui, il discorso sarebbe riduttivo. Perché quelle distinzioni non sono un giudizio di valore assoluto – "noi migliori, loro peggiori" – ma una descrizione di ruoli e responsabilità diverse. L'ebreo ha più doveri, più proibizioni, più obblighi. Non è un privilegio, è un fardello. Essere scelti, nella tradizione ebraica, significa essere chiamati a una vita più esigente, non essere migliori. Il re viene prima del sacerdote, ma il saggio viene prima del re: il criterio è la conoscenza, non il sangue. E le leggi sulla precedenza, nel salvataggio di una vita, sono tragiche e necessarie quando le risorse sono scarse, ma non dicono nulla sulla dignità intrinseca di una persona.

Ora, io non so se la ragazza del video abbia letto davvero queste pagine nella loro interezza, con i commenti di Rashi e Tosafot, con le sfumature e le eccezioni che rendono il Talmud un labirinto di possibilità. O forse li ha letti e ha deciso di estrarne solo i frammenti più crudi, quelli che, letti fuori contesto, possono sembrare più scandalosi.

Ma ciò che mi ha lasciato davvero perplesso è il nesso tra la lista dei potenti di origine ebraica e questi passi talmudici. Cosa c'entrano? Vuole forse insinuare che il successo economico e culturale degli ebrei sia frutto di un'etica talmudica che legittima l'inganno e la sopraffazione? O al contrario, che quelle leggi rivelino una paura ancestrale degli altri, che si manifesta ancora oggi nella chiusura e nell'elitarismo, già... quell'orientamento e/o atteggiamento che difende i privilegi, il potere o lo status di una ristretta cerchia di persone (le cosiddette élite) considerata superiore per meriti, cultura o posizione sociale.? O forse, peggio, che esista un piano segreto, una sorta di codice di comportamento che spiega il potere ebraico nel mondo?

Non lo so. E il fatto che non lo sappia mi irrita molto!


Fine Parte Prima

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