Perché se l'evaporazione dalle dighe ci toglie milioni di metri cubi d'acqua ogni estate, è altrettanto vero che un'altra evaporazione, più silenziosa e meno visibile, consuma ogni anno le risorse destinate all'agricoltura: soldi che arrivano dall'Europa e che, invece di trasformarsi in sviluppo, si dissolvono in un sistema che sembra studiato apposta per non funzionare.
Ma andiamo con ordine. Nell'ultimo mese, le dighe siciliane hanno perso oltre 40 milioni di metri cubi d'acqua. Il caldo record, certo, e l'evaporazione che si porta via almeno il quindici per cento di quella riserva preziosa. Ho letto che - secondo chi si intende di queste cose - a fare la differenza sono le temperature elevate e costanti. Un paradosso, poi: più acqua c'è negli invasi, più superficie è esposta al sole, e più acqua si disperde nell'atmosfera. Eppure, se guardiamo i numeri di quest'anno, potremmo quasi sentirci tranquilli: abbiamo più acqua rispetto al 2024, quando la siccità aveva messo in ginocchio intere province. Ma è una tranquillità ingannevole. Perché quei numeri sono volumi lordi, che non tengono conto dell'interrimento: decenni di fango e sedimenti accumulati sul fondo che, secondo molti sottraggono alla disponibilità effettiva almeno 150 milioni di metri cubi. Quindi, tolto questi, la riserva reale si riporta vicina ai livelli che ci fecero così paura appena un anno fa.
E poi, quando l'acqua scarseggia, si corre ai ripari. Si scava più profondo nei pozzi, si attivano i dissalatori. Ma anche qui i conti non tornano. Una falda sottoposta a prelievi intensivi si abbassa e può impiegare anni per ricostituirsi. I dissalatori, poi, la Corte dei Conti li definisce una fonte marginale: producono acqua preziosa, certo, ma a costi elevatissimi, e quella stessa acqua, una volta immessa in rete, finisce per perdersi nelle tubature colabrodo che da venticinque anni nessuno riesce a sistemare.
Un cortocircuito perfetto, una macchina che spreca risorse su tutti i fronti!
Ma il vero nodo, quello che nessuno vuole affrontare, è un altro. Ed è qui che lo spreco diventa sistema. Perché l'acqua è solo la punta dell'iceberg. Sotto la superficie c'è un meccanismo intero che si nutre di fondi pubblici e restituisce polvere. Parlo dell'agricoltura, del comparto che dovrebbe essere il nostro orgoglio e che invece è diventato una gigantesca mangiatoia.
Stipendi pagati a enti e servizi che spesso non si capisce bene cosa facciano. Indennità di disoccupazione percepite da agricoltori nei periodi di fermo, che puntualmente utilizzano quei mesi per lavorare in nero. E poi una miriade di soggetti preposti ai controlli che, guarda caso, nessuno vede mai. Fondi europei e nazionali destinati a migliorare il settore che, non dovendo essere giustificati in maniera seria, finiscono per essere utilizzati per tutt'altro.
Non sono parole al vento. Le inchieste giudiziarie parlano chiaro. Solo pochi mesi fa, i Carabinieri per la Tutela Agroalimentare hanno smantellato un'associazione per delinquere che, tra il 2018 e il 2022, era riuscita a intascare oltre un milione e quattrocentomila euro di aiuti europei. Aziende fantasma, terreni mai concessi dichiarati falsamente, fascicoli aziendali che viaggiavano da una regione all'altra per eludere i controlli. E il denaro così sottratto veniva reinvestito in immobili o trasferito tra conti societari per pulirne l'origine. Un sistema rodato, studiato nei minimi dettagli. E la criminalità organizzata, si sa, ha occhi e mani lunghe: sa bene che in questo bacino di risorse può trovare linfa vitale per i propri affari.
E mentre tutto questo accade, le occasioni per cambiare davvero ci passano accanto e noi le lasciamo andare, come si lascia scorrere l'acqua che non sappiamo trattenere. L'ultima, in ordine di tempo, l'ha raccontata Coldiretti Sicilia: l'Assemblea regionale ha bocciato i fondi per i piccoli invasi aziendali, quelli che, dove sono stati realizzati, si sono rivelati un salvavita per tante aziende agricole e zootecniche. Una scelta che sa di resa, di rassegnazione. Come se avessimo deciso, una volta per tutte, che il cambiamento non fa per noi.
E intanto l'acqua continua a scorrere via, tra tubature rotte e burocrazia paralizzante. I consorzi di bonifica restano commissariati, le riforme annunciate non arrivano mai. E la politica, troppo spesso, sembra avere altre priorità. In questi giorni duemila persone sono rimaste a secco perché le loro case sono abusive, costruite in una zona in cui non avrebbero dovuto esserci. Eppure, per anni, quelle stesse case hanno avuto luce, telefono, fibra e persino l'acqua portata con le autobotti. Poi qualcuno ha deciso di applicare la legge, e il risultato è che ora solo anziani, bambini e malati ricevono rifornimenti. Una situazione al limite, grottesca, che racconta meglio di qualsiasi rapporto il fallimento di un sistema che non sa più distinguere tra emergenza e regola, tra bisogno e diritto.
Ecco, forse è questo il punto. Non siamo solo un'isola che soffre la sete. Siamo un'isola che spreca tutto: l'acqua, i soldi, le occasioni, la pazienza di chi ancora crede che si possa fare diversamente.
Mi dispiace dovermi ripetere, ma finché non cambieremo questa abitudine antica, finché non smetteremo di considerare lo spreco come un destino ineluttabile, continueremo a guardare l'acqua che evapora e i fondi che svaniscono, con le mani in mano, aspettando che sia qualcun altro a risolvere i nostri problemi.
