Un elenco che, guarda caso, quasi per intero si ferma al Sud, con la sola eccezione di Roma a fare da timido contrappunto.
Già... un provvedimento che, sulla carta, suona come un atto di attenzione istituzionale, ma che nella sostanza rischia di consegnarci un messaggio vecchio di decenni: quello che la ‘ndrangheta, la camorra e la mafia siano un problema altrui, relegato a latitudini lontane, buono solo per i telegiornali estivi.
Il problema, però, è che la realtà, quella quotidiana, non si dimostra affatto così. Perché se ci fermiamo a guardare i Tg, i dati pubblicati, le inchieste giudiziarie, i processi che hanno segnato questi ultimi vent’anni, il racconto che emerge è diametralmente opposto!
Le organizzazioni criminali, ormai, hanno smesso di fare i “cumpari” del paese, sì... sono diventate holding finanziarie senza volto, capaci di insinuarsi nei tessuti economici più produttivi, di comprare quote di mercati legali, di infettare il sistema degli appalti e dei servizi e lo fanno da Palermo a Ferrara, da Reggio Calabria a Milano, da Catania a Trieste, con una disinvoltura che lascia alquanto sgomenti.
Basti pensare a certi processi che hanno visto l'associazione "Libera" costituirsi parte civile, come il famoso Idra a Milano, o ai numerosi procedimenti che hanno solcato i tribunali del Veneto e dell’Emilia-Romagna. Sono solo la punta di un iceberg enorme, la testimonianza di un fenomeno che ha mutato pelle e che oggi si intreccia con le corruttele più sofisticate, con il riciclaggio internazionale, con il controllo silenzioso dei flussi finanziari.
Ecco, è proprio qui che il ragionamento del CSM si incrina, perché continuare a pensare alla mafia come a un problema meridionale significa non voler vedere dove oggi si annidano i suoi interessi più grandi. E quali sono questi interessi? Il business, il grande business. Quello che non conosce confini geografici.
Seguiamo il denaro, e scopriremo che i miliardi generati dal traffico di droga non si fermano mica al Rubicone, ma sono alimentati da economie sotterranee svolte nelle stazioni di Torino, Milano, Bologna, Firenze e nei porti di Genova, Ravenna, Trieste. Così come i giri della prostituzione, che in certe periferie del Nord hanno numeri da capogiro, o il gioco d’azzardo, che miete vittime e sposta valanghe di denaro sporco in ogni regione. E che dire della merce contraffatta? Quella non è più il souvenir del mercato rionale, ma un'industria parallela che soffoca il commercio nelle città del Centro e del Nord, quotidianamente, sotto gli occhi di tutti.
E allora, mi chiedo: ma dove vivono quelli che al CSM prendono queste decisioni? Perché io credo che solo chi ha camminato per certe strade, chi ha visto con i propri occhi lo stillicidio di attività illecite che si consumano nei quartieri delle nostre metropoli del Nord, può davvero capire quanto questa visione sia, per usare un eufemismo, semplicemente sbagliata.
Vi assicuro che non si tratta di una questione di campanilismo, è una questione di onestà intellettuale e soprattutto morale. Riconoscere le mafie solo dove fanno più rumore, solo dove usano le armi da fuoco, significa non accorgersi di dove sono più radicate e producono danni ben più profondi: quelli che divorano il tessuto economico sano, che avvelenano la concorrenza, che rendono opaco ogni investimento.
D'altronde proprio in questi giorni, a smentire quanto redatto dal CSM, sono state organizzate delle iniziative pubbliche proprio nelle principali città del Centro e del Nord. Non per fare coreografia, ma per urlare una verità scomoda: le mafie sono qui, sono tra noi, e hanno scelto proprio i territori più ricchi e dinamici per insediarsi stabilmente, perché è lì che il denaro scorre più veloce e si confonde meglio.
Si tratta di una battaglia culturale prima ancora che giudiziaria, quella di imparare a leggere le trasformazioni della criminalità, perché se continuiamo a raccontarci che è un fenomeno diverso, allora saremo sempre un passo indietro, pronti a subire i colpi senza mai vedere chi li sta sferrando.
E questo, cari signori del CSM, non è solo un errore di valutazione, è una vera e propria bugia!
