C'è una notizia, che ho letto stamani, e che arriva da una piccola città siciliana e che purtroppo, ancora una volta, ci mette davanti a qualcosa che non dovrebbe più sorprenderci e che invece continua a ferirci come se fosse la prima volta.
Tre persone sono finite ai domiciliari, tra cui un sindaco appena eletto, con l'accusa di essersi garantito il sostegno elettorale attraverso un patto con ambienti vicini alla criminalità organizzata.
Il meccanismo è sempre lo stesso, arcaico eppure mai superato.
Qualcuno procura voti, sfruttando la paura e la percezione diffusa del proprio potere, e in cambio riceve favori concreti, piccoli privilegi quotidiani che diventano la moneta di scambio di un sistema che si nutre di silenzio e complicità.
Ma ciò che colpisce, al di là del singolo episodio, è la sensazione di assistere a un copione già visto, recitato in ogni angolo del Paese con la stessa regolarità con cui si alternano le stagioni.
E allora la domanda che sorge spontanea è sempre la stessa: come è possibile che tutto questo continui ad accadere?
Come è possibile che intere porzioni di territorio - e non solo quelle che siamo abituati a immaginare come marginali - continuino a funzionare secondo una logica in cui il voto non è un diritto ma una merce, e il potere non è un servizio ma un bottino da spartire?
La risposta, per quanto amara, è che evidentemente il sistema non solo tollera questo meccanismo, ma in qualche modo lo alimenta, perché consente a molti di restare a galla senza dover rendere conto davvero del proprio operato.
E qui il pensiero corre inevitabilmente a quella classifica squallida di cui spesso si parla, quella delle regioni italiane più esposte a questo tipo di dinamiche, dove la tua terra compare tristemente ai primi posti.
Cosa dire... non è un caso, non è una fatalità geografica, non è una questione di indole. È il risultato di decenni di complicità, di omissioni, di promesse tradite e di una politica che troppo spesso ha scelto di guardare altrove pur di non perdere consenso.
Perché la verità, per quanto scomoda, è che la politica e gran parte dei suoi interlocutori rappresentano ancora oggi uno dei mali più profondi di questo Paese, un cancro che si insinua nelle istituzioni, nei Comuni, nelle scuole, negli uffici, e che trasforma il bene comune in una somma di interessi privati.
E allora non resta che prendere atto di una realtà che continua a riprodursi con una precisione quasi meccanica. Si pensa esclusivamente a prendere mazzette, a farsi corrompere, a garantirsi un posto o una promozione, a sistemare un figlio, un nipote, un amico, un parente.
E lo si fa con una disinvoltura tale che persino chi dovrebbe vigilare finisce per abituarsi, per normalizzare, per considerare tutto questo come parte inevitabile del gioco.
Ma non è inevitabile. Non lo è mai stato. E ogni volta che una notizia come questa emerge, dovrebbe essere l'occasione per ricordarcelo, per alimentare il dubbio, per non accontentarci della spiegazione più comoda.
Forse è proprio questo che dovremmo fare, continuare a dubitare, continuare a chiederci cosa c'è dietro ogni elezione, ogni appalto, ogni nomina, ogni incarico. Perché solo così, forse, si può sperare che un giorno quel meccanismo si inceppi davvero.
E se è vero che la politica è il cancro di questo Paese, è altrettanto vero che nessuna cura può funzionare, se chi dovrebbe somministrarla è lo stesso che si nutre della malattia!