Perché ogni volta che qualcuno accetta di tacere davanti a un'ingiustizia, ogni volta che qualcuno si gira dall'altra parte per non perdere un privilegio, ogni volta che qualcuno decide di non denunciare ciò che sa per proteggere la propria posizione, contribuisce a rendere più forte quel sistema che, magari a parole, dichiara di voler combattere.
E in questo sistema trovano terreno fertile i corrotti, i lacchè, gli omertosi e coloro che, pur avendo la possibilità di agire, scelgono l'ignavia. Persone diverse per ruolo e responsabilità, ma accomunate, in determinate circostanze, dalla medesima convenienza: lasciare che le cose continuino così, purché il prezzo da pagare non ricada su di loro.
D'altronde, il potere non si alimenta soltanto attraverso chi lo esercita in maniera spregiudicata. Si alimenta anche attraverso chi lo asseconda, chi ne trae beneficio, chi preferisce non fare domande e chi, pur sapendo che qualcosa non funziona, considera più prudente non intervenire. E spesso sono proprio questi ultimi a rendere possibile la sopravvivenza di comportamenti che, senza la loro complicità silenziosa, incontrerebbero ostacoli ben maggiori.
Non occorre necessariamente firmare un atto illegittimo per diventare parte di un meccanismo sbagliato. A volte è sufficiente sapere e tacere. Altre volte basta concedere una disponibilità, offrire una copertura, fingere di non aver compreso. E poi, quando qualcuno chiede spiegazioni, ecco arrivare le solite frasi: «Non potevo fare diversamente», «Dovevo pensare alla famiglia», «Se non lo avessi fatto io, lo avrebbe fatto qualcun altro». Già, le giustificazioni non mancano mai. Ma il fatto che un comportamento possa essere spiegato non significa che possa essere assolto. E soprattutto non significa che debba essere considerato normale.
Perché una società nella quale ciascuno cerca di salvare soltanto se stesso, nella quale ogni regola può essere aggirata se il vantaggio è sufficientemente grande e nella quale la coscienza viene messa a tacere in nome dell'interesse personale, non è una società che funziona. È una società che si abitua progressivamente alla propria decadenza. E allora, a chi continua a sostenere che il mondo funziona così, vorrei rivolgere una domanda molto semplice: funziona davvero così oppure abbiamo semplicemente accettato che funzioni in questo modo? Perché c'è una differenza enorme tra riconoscere l'esistenza di un sistema ingiusto e rassegnarsi a farne parte. La prima cosa richiede lucidità. La seconda, spesso, soltanto convenienza.
Non si tratta di essere ingenui, di credere che basti comportarsi correttamente per cambiare il mondo o di immaginare che chi rispetta le regole venga sempre premiato. Sappiamo bene che non è così. Sappiamo che chi sceglie la strada della correttezza può incontrare ostacoli, subire esclusioni e perdere opportunità che altri ottengono con mezzi assai meno limpidi. Ma proprio per questo la dignità assume un valore ancora maggiore. Perché essere onesti quando conviene è facile. Continuare a esserlo quando sarebbe più vantaggioso voltarsi dall'altra parte è una scelta che richiede coraggio.
E no, non sempre questa scelta porta benefici immediati. Qualche volta comporta rinunce, solitudine e persino la consapevolezza di aver perso qualcosa che avremmo potuto ottenere piegandoci. Ma almeno ci lascia la possibilità di non dover giustificare ogni giorno le nostre decisioni, di non dover nascondere le nostre responsabilità e di non dover vivere nella costante preoccupazione che qualcuno possa ricordarci a quale prezzo abbiamo ottenuto ciò che possediamo.
D'altronde, che cosa resta di una persona quando ha ottenuto tutto ciò che desiderava, ma per riuscirci ha dovuto rinunciare a ciò in cui diceva di credere? E che valore possono avere i successi di una famiglia se, per garantirli, si è trasmesso ai propri figli il messaggio che la correttezza è un lusso e che la dignità può essere sacrificata ogni volta che si presenta un'occasione favorevole?
Forse dovremmo cominciare proprio da qui, dal coraggio di riconoscere che non tutto ciò che è conveniente è giusto e che non tutto ciò che è possibile fare dovrebbe essere fatto. Dovremmo imparare a distinguere la capacità di adattarsi dalla disponibilità a svendersi, la prudenza dalla vigliaccheria, il silenzio responsabile dall'omertà e il compromesso necessario dalla complicità. Perché la libertà non consiste nel poter scegliere qualsiasi strada, ma anche nel sapere a quali strade non siamo disposti a piegarci. E la dignità non è qualcosa che possiamo recuperare ogni volta che ci accorgiamo di averla sacrificata. È una conquista quotidiana, fatta di decisioni spesso piccole, ma capaci di definire la persona che siamo.
Io, almeno, continuo a credere che si possa scegliere diversamente. Che si possa rinunciare a un vantaggio senza sentirsi sconfitti, dire di no senza vergognarsene e difendere una convinzione anche quando farlo non porta alcun beneficio immediato. Perché, alla fine, preferisco perdere un'occasione piuttosto che perdere il rispetto di me stesso. Preferisco restare fuori da una porta che si apre soltanto in cambio del mio silenzio, piuttosto che entrarvi sapendo di aver contribuito a perpetuare un sistema ingiusto.
E se questo significa essere considerato ingenuo, poco adatto al mondo o incapace di comprenderne le regole, pazienza... Ci sono regole che meritano di essere comprese e altre che meritano di essere cambiate. E ci sono compromessi che possono aiutare a vivere insieme e altri che, lentamente, finiscono per toglierci tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta.
Già, perché un conto è scendere a compromessi per trovare una soluzione. Un altro è compromettere se stessi per ottenere un tornaconto. E tra le due cose passa tutta la differenza che esiste tra chi cerca di cambiare il mondo e chi, pur di trarne un vantaggio, ha ormai accettato di diventarne complice.
