Ah... sicuramente: è un godimento sapere come finiranno tutti i "leccaculi" di questo paese!
E lo dico senza ipocrisia: è un godimento!
Non tanto per cattiveria, quanto per quella sottile soddisfazione che ti prende quando la giustizia - quella vera, quella che non ha bisogno di tribunali - si compie davanti ai tuoi occhi.
Leggevo in questi giorni una nota curiosa su Dante e i suoi "leccaculi".
Nell'Inferno, canto XVIII, seconda bolgia dell'ottavo cerchio, Malebolge, il Sommo Poeta colloca adulatori e lusingatori immersi fino alla testa in un fosso di sterco umano. Un'immagine potente, volutamente bassa e scurrile, che Dante descrive con tono realistico: i peccatori si battono addosso, si sporcano il viso, e tra loro compaiono Alessio Interminelli da Lucca e la figura della prostituta Taide.
Il contrappasso è chiaro: la lordura del fango corrisponde alla sporcizia morale delle parole false, alle "leccate" usate in vita per ingannare gli altri. Chi ha lusingato per interesse, chi ha adulato per convenienza, finisce lì, in quel putrido lago che sembra venire dalle latrine della Terra.
Ora, io non so se quel girone esista davvero. Come credo voi sappiate, non sono certo uno che prende alla lettera le geometrie dell'aldilà dantesco, ma una cosa la so per certa, e me la sento di dirla senza giri di parole: il lacchè farà una brutta fine comunque.
Se Dante ha ragione, finirà in quel fosso, e non ci sarà modo di lavarsi la coscienza con un sorriso servile. Ma anche se quel girone non esistesse, anche se tutto ciò fosse solo poesia e invenzione, il lacchè resterebbe comunque perduto. Perché verrà ricordato dai vivi come uno degli esseri più abietti della terra. E i suoi figli, dopo di lui, porteranno quel peso, quel nome, quella vergogna che non si cancella con l'oblio.
C'è una giustizia che non ha bisogno di cerchi infernali per compiersi. È la giustizia della memoria, del giudizio dei vivi, del tempo che passa e non perdona chi si è venduto. Il leccaculo può anche non credere a Dante, può anche ridersene dell'Inferno e delle sue bolge: Ma non può sfuggire al disprezzo di chi lo guarda da fuori, né al silenzio imbarazzato dei suoi figli!
E allora, forse, la vera pena non è lo sterco in cui lo immerge il Poeta, ma quella che noi tutti, giorno dopo giorno, gli costruiamo intorno con il nostro giudizio. Una pena più silenziosa, più lenta, ma altrettanto implacabile. Perché nessun lacchè è mai davvero ricordato per la sua adulazione, ma solo per la sua vergogna.
Dante, in fondo, lo sapeva bene. E noi, che lo leggiamo ancora, lo sappiamo forse ancora meglio di lui!