E poi... un nome (o più di uno...) letto tra le righe di un giornale, o pronunciato con voce rotta da un telegiornale.
Sono storie che segnano un prima e un dopo, che incrinano l'adolescenza come un gelo improvviso su un vetro ancora caldo.
Ma stranamente, anche in quelle crepe, a volte, crescono delle piante storte. Parlo di chi ha avuto il dolore come un'eredità involontaria, di chi ha visto un padre, un fratello, un figlio, portato via dalla violenza di chi decide della vita e della morte senza che la legge possa opporsi.
Un lutto che avrebbe dovuto essere – mi riferisco soltanto a taluni soggetti di cui avrei molto da dire, nome e cognome compresi, ma che qui mi limito a suggerire tra le righe, perché la verità, si sa, è sempre un'ottima causa per una querela – una ferita aperta, e che invece per qualcuno è diventato, con il tempo, un lasciapassare. Già... quasi fosse una tessera per un club esclusivo, quello dei "parenti delle vittime", dove l'ingresso si paga con le lacrime, ma dove, una volta dentro, ci si può sedere comodi sui banchi del potere.
Eppure, ciò che colpisce non è tanto l'aver beneficiato di una visibilità immeritata, quanto il silenzio che segue. Il silenzio assordante di chi, dopo aver pianto in pubblico nei giorni degli anniversari, dopo aver prestato il proprio volto alle commemorazioni, dopo aver permesso che i giornalisti scattassero foto mentre deponeva un fiore, torna a casa e si dimentica. Si dimentica che quel fiore non basta. Si dimentica che la memoria non è un rito annuale, ma un impegno quotidiano.
E si trasforma, questo figlio del dolore, in un ingranaggio del sistema che pure ha condannato a parole; perché il contrasto alla mafia non si fa con gli "hashtag" o con i "tweet" compunti, non si fa con i discorsi scritti da altri, nei quali le parole sono pesate come monete per non offendere nessuno, per non sporcarsi le mani. Il contrasto si fa ogni giorno, nelle aule dei tribunali, nelle commissioni, nei voti parlamentari, nelle scelte amministrative, nelle firme apposte. E lì, troppo spesso, questi signori del dolore istituzionalizzato brillano per la loro assenza.
Osservandoli da vicino, si ha l'impressione di assistere a una recita mal riuscita. Li vedi partecipare a convegni, presiedere commissioni, stringere mani, e poi, quando si tratta di votare una legge che davvero possa colpire i patrimoni delle cosche, eccoli lì, guardinghi, possibilisti, pronti a trovare un compromesso. O peggio ancora... li vedi coinvolti in circostanze opache, in decisioni ambigue, in scelte che profumano di opportunismo politico, che persino un cittadino distratto fa fatica a digerire.
Si rendono ridicoli, a volte, con certe loro uscite, già... a metà tra il sacro e il profano, quasi che il ruolo istituzionale che ricoprono non sia frutto di una carriera sudata, ma di una delega in bianco firmata dal destino avverso. Un lascito che si trasformano in un salvacondotto per commettere gli stessi errori, le stesse omissioni, che hanno reso possibile quella loro stessa tragedia. Perché qui il paradosso è evidente: chi ha toccato con mano la brutalità del potere criminale dovrebbe essere il primo a alzare un muro, a gridare, a chiedere conto. Invece, spesso, si assiste a una metamorfosi inquietante.
La vittima diventa spettatore, lo spettatore diventa comparsa, la comparsa diventa complice! Non in modo esplicito, badate bene, ma attraverso quella forma subdola di complicità che è l'indifferenza. L'indifferenza verso le nuove povertà, verso i giovani che crescono nelle periferie e che la mafia la vedono come unica via, verso gli imprenditori onesti che vengono estorti e non trovano ascolto. L'indifferenza che è il vero carburante della criminalità organizzata.
E allora mi viene in mente quella locuzione antica, dura come un ceppo, che suona "Mors tua vita mea". La tua morte è la mia vita. Ma qui non si tratta solo di un'ascesa politica o sociale. È più sottile, più viscerale. Si tratta di aver trasformato il sangue versato in linfa per una carriera. Di aver fatto del sacrificio di un familiare il trampolino per una poltrona, e di essersi poi seduti su quella poltrona dimenticando che sotto c'è la terra che ha bevuto quel sangue.
Non chiedo a questi soggetti di essere santi, né di vestire i panni del martire in eterno. Chiedo però coerenza. Chiedo che il dolore non venga usato come un parafulmine per schermirsi dalle critiche, ma come una spada per tagliare i nodi di un sistema malato. Invece, troppo spesso, assistiamo all'opposto: la spada viene riposta nel fodero, e chi la impugna la usa solo per fare un saluto formale, un gesto coreografico, prima di tornare a occuparsi di ben altro, dei propri affari, delle proprie alleanze, del proprio tornaconto.
E così, quello che poteva essere un esempio di riscatto, un faro per chi lotta ogni giorno contro l'oppressione mafiosa, diventa l'ennesima, stanca, deludente fotografia del potere che si nutre di tutto, anche del dolore più intimo. Diventa la prova che la morte, a volte, non serve a niente. Perché se neanche chi l'ha subita in prima persona trova la forza di trasformarla in cambiamento, allora la morte resta solo un fatto di cronaca, una pagina ingiallita, un ricordo sbiadito che riemerge solo quando fa comodo, solo quando l'opinione pubblica deve essere blandita con qualche lacrima di circostanza.
Forse è questa la vera sconfitta di chi (anche come me...) lotta ogni volta che può... contro la mafia: non i colpi sparati, non le minacce, non le intimidazioni, ma vedere che il testimone del dolore viene raccolto da mani che subito lo posano, per poi allungarsi verso altri scranni, altri favori, altre zone d'ombra. Sì... è una sconfitta che si consuma nel silenzio, nelle aule dei palazzi, nei corridoi del potere, dove le parole sono sterili e i fatti sono assenti.
E allora, da cittadino onesto che legge e osserva, mi chiedo: a cosa è servito quel lutto? A cosa è servita quella vita spezzata, se la sua memoria diventa solo un'occasione per fare carriera, per ottenere visibilità, per ricoprire ruoli dai quali, poi, non si muove un dito per cambiare davvero le cose? È una domanda amara, che resta sospesa come il fumo di una sigaretta in una stanza vuota.
Eppure, non voglio cadere nella facile rassegnazione. Perché se c'è una lezione che la storia ci insegna, è che il cambiamento nasce sempre dalla coerenza di pochi non dagli opportunismi di molti. Quei pochi che hanno perso tutto e hanno fatto della loro perdita una bandiera, ma una bandiera pulita, sventolata con forza anche quando il vento spirava contrario. A loro va il mio rispetto, non a questi altri che si sono seduti sulle macerie della loro stessa infanzia per guardare il mondo da un'altezza che non gli appartiene.
Perché il dolore non nobilita automaticamente chi lo subisce, lo nobilita solo il modo in cui lo si trasforma in azione. E l'azione, qui, è mancata. È mancata per decenni, sostituita da un eloquio raffinato e vuoto, da una presenza scenica che non scalfisce il muro dell'omertà. Forse è tempo di smetterla di confondere la vittima con l'eroe. Di smetterla di attribuire virtù a chi ha solo avuto la sfortuna di incrociare il cammino della violenza.
Perché la violenza, si sa, non rende migliori. Può rendere più amari, più saggi, più ribelli, ma può anche rendere più furbi, più calcolatori, più cinici. E in quest'ultima categoria, temo, rientrino molti di coloro che oggi siedono nei luoghi delle decisioni, sussurrando parole di circostanza mentre intorno il sistema marcisce. La loro presenza, più che un monito, diventa un alibi. Un alibi per chi non vuole cambiare, per chi trova comodo che la lotta alla mafia si riduca a una performance mediatica, a una recita annuale che placa le coscienze e lascia intatti i poteri forti.
Ma il tempo, si sa, è giudice severo. E prima o poi, la storia farà i conti con questi signori del dolore a rate. Li giudicherà per quello che hanno fatto, ma anche per quello che non hanno fatto, per le leggi non firmate, per le denunce non fatte, per i tentacoli mafiosi non recisi quando potevano esserlo. E allora, forse, si capirà che il vero atto di accusa non sta nella violenza subita, ma nell'uso che se ne è fatto dopo.
Nell'aver scelto di trasformare una ferita in un distintivo, e quel distintivo in uno scudo, per poi nascondersi dietro lo scudo ogni volta che la piazza chiedeva azioni coraggiose. Questo è il punto: il coraggio non si eredita, non si compra, non si ottiene per procura. Il coraggio si sceglie ogni giorno, e ogni giorno lo si dimostra con i fatti, non con le commemorazioni.
Perciò, mentre scrivo queste righe, guardo con occhi diversi chi porta il nome di un caduto come fosse un titolo nobiliare. Lo guardo e cerco le tracce di quella lotta che avrebbe dovuto intraprendere. Ma le cerco invano, perché trovo solo cenere di parole, solo retorica stantia, solo quel conformismo che è la prima, vera, nemica della giustizia.
E allora mi fermo, e penso a quell'adolescente che ha perso il fratello, a quella figlia che ha perso il padre, a quella moglie rimasta vedova, a tutti quei familiari che hanno visto la morte entrare in casa. Penso a tutti loro e prego per quei loro cari. Ma poi, penso a lui, non a quello che è diventato. Penso al dolore autentico, a quello che non si mette in scena, a quello che non cerca voti o consensi.
Ed è in quel pensiero che trovo la forza per non arrendermi, per continuare a chiedere a gran voce che la memoria non sia un'occasione, ma un impegno. Ma soprattutto, voglio fargli sapere ciò che penso realmente di quel suo mancato "fare", e di come non vorrei che un giorno – andandosene via – potesse credere che tutti, in questo Paese, volessero ringraziarlo. No... non è così, ed è per questo che scrivo questo post, affinché egli lo sappia!
Sì... vorrei fargli comprendere, una volta e per tutte, che nel suo caso, quella celebre locuzione "Mors tua vita mea" non ha rappresentato una giustificazione, bensì un monito. Perché la vita che nasce dalla morte altrui, se non è vita spesa per il bene comune, ha rappresentato solo un lento, inesorabile, tradimento.
