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mercoledì 8 aprile 2026

Ad honorem, ma non ad onorem!

Buongiorno, ho letto in queste ore di una vicenda che mi porta a riflettere sulla grettezza dell'animo umano e che - pur non volendo - continua a tornarmi in mente.

Si parla di professori universitari, di ricercatori, di persone che hanno dedicato anni della loro vita allo studio, a conseguire titoli, a scalare quelle cosiddette "gerarchie del sapere", eppure, secondo l'inchiesta giudiziaria di cui sono accusati, ci sarebbero fondi europei per ricerche mai fatte, per materiali mai utilizzati, per etichette staccate da una scatola e incollate su un’altra, il tutto per far sembrare vero ciò che non era.

Parliamo di ben quattro milioni di euro, dal 2018 al 2024, una cifra non indifferente che gira di mano in mano, che viene spostata da un progetto all’altro, mentre poi alla fine la sostanza resta invariata e cioè che la ricerca, e quindi il lavoro reale, non c’è.

Ma ciò che maggiormente mi colpisce non è tanto la truffa in sé, pur grave, è il profilo di chi è stato accusato. Parliamo di soggetti non certo analfabeti, non fanno parte di quelle persone senza istruzione e ancor meno senza alcuna professione. Sono docenti ordinari, associati, ricercatori con contratti e pubblicazioni. Hanno lauree, specializzazioni, curriculum.

Eppure, secondo la procura europea, avrebbero messo in piedi un sistema per far arrivare soldi su carte intestate a progetti fantasma. Un imprenditore avrebbe pagato consulenze mai realizzate al figlio di un professore, per ottenere favori. Un’associazione avrebbe partecipato a bandi senza avere i requisiti. Ed ora la Guardia di finanza parla di fondi per ricerche inesistenti.

La difesa, naturalmente, replica: i progetti erano reali, i risultati sono stati presentati in più occasioni. E il giudice, pur riconoscendo gravi indizi, ha rigettato le misure cautelari, anche per il carico di lavoro arretrato. Ovviamente restiamo tutti in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

Ma io, perdonatemi, voglio tornare al punto che mi fa impazzire. In questa vicenda non c'è il ladro di bassa scolarità, non stiamo parlando di un soggetto ignorante, un individuo che presenta una grave povertà culturale, no. Qui parliamo di disonestà, e la disonestà non ha bisogno di diplomi o di analfabetismo per manifestarsi.

Anzi, a volte, come nel caso di cui sopra, sono i più istruiti ad aver affinato la capacità di costruire una menzogna credibile, di aggirare le regole, di far sembrare regolare ciò che regolare non è. Ma d'altronde, come ripeto spesso, i titoli di studio acquisiti non immunizzano dall’abiezione!

E la prova è qui: davanti a noi ci sono persone che hanno dedicato la vita allo studio, e che ora si trovano indagate per aver tradito proprio quello spirito di ricerca che avrebbero dovuto difendere.

Insisto nel ricordarlo, perché spesso si tende a pensare che la mancanza di onestà sia figlia della mancanza di istruzione, ma la verità è che non è così. L’onestà è un’altra cosa, è una scelta che si fa indipendentemente dai libri letti o dagli esami superati. Si può essere colti e disonesti. Si può essere analfabeti e integerrimi.

La cultura aiuta sì a capire il mondo, ma non ti rende automaticamente una persona perbene. E quando leggo notizie come questa, non posso fare a meno di pensare che la vera differenza non la fa il titolo appeso al muro, ma la sostanza di chi sei!


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