Solo ieri mi sono recato al Cimitero di Catania.
Già... volevo evitare la confusione - per non dire il casino - dei giorni 1 e 2 novembre, quando tutti si precipitano a trovare i propri defunti, come se non vi fossero altri giorni nell'anno e ogni volta che metto piede in quel luogo, mi convinco sempre di più di una cosa: la commemorazione dei defunti, così come la intendiamo, non serve a nulla.
Il ricordo di chi è morto si dissolve nel giro di sole due generazioni, e la religione - nel mio caso quella cristiana e cattolica - vorrebbe farci credere tutto il contrario, sull'aldilà e sulla memoria.
Ma ormai di una cosa sono certo: la realtà è un'altra!
Ricordo cosa diceva Giacomo Leopardi, che affrontava esattamente questo concetto nello Zibaldone e nelle Operette morali, teorizzando l'inevitabilità della legge dell'oblio che colpisce ogni essere umano dopo la morte.
D'altronde, come ripeto spesso alle mie figlie, la memoria di chi resta nei confronti dei propri defunti, se va bene, non supera i cento anni; poi tutto passa e quelle tombe restano lì, abbandonate, senza più un fiore...
Lo stesso scrittore argentino Jorge Luis Borges rifletteva sulla frase "meno di un secolo", ricordando come ciascuno di noi muoia due volte: la prima quando esaliamo l'ultimo respiro, la seconda quando qualcuno pronuncia il nostro nome o ci ricorda per l'ultima volta - generalmente, il tutto entro un secolo...
Sì... perché a differenza di Ugo Foscolo, che nei Sepolcri celebrava la "corrispondenza d'amorosi sensi" grazie alla quale i morti continuano a vivere nel ricordo dei familiari e dei vivi, io sono viceversa spietato e materialista, già... come Leopardi, che smantella totalmente quella illusione romantica.
La Morte - mi dispiace per chi la pensa diversamente - non si limita a distruggere il corpo, ma cancella sistematicamente ogni traccia, ogni memoria, ogni legame. I nostri ricordi ci permettono di tenere vivi coloro che non ci sono più, e qualcuno - sono in molti - sente ancora quella presenza quotidianamente.
Io, viceversa, forse perché razionale o forse perché privo di quella vena emotiva che molti possiedono, non sento ahimè nulla di loro: nessun segnale, nessuna presenza nelle mie giornate, e ancor meno la notte nei miei sogni...
Sì... la morte, per chi resta, come me, non rappresenta un porto sicuro: è viceversa una facoltà labile destinata a svanire rapidamente. Eppure, incredibilmente, miliardi di persone continuano a illudersi del contrario.
Mentre sto scrivendo, mi torna in mente un dialogo letto da ragazzo: non ricordo chi fossero i due individui che discutevano sul suicidio e sulla morte, ma in quella loro discussione emergeva chiaramente la consapevolezza che, una volta che una persona muore, la vita dei sopravvissuti - compresi i parenti più stretti - continua.
Certo... il dolore si attenua, la quotidianità prende il sopravvento e il ricordo si sbiadisce fino a scomparire del tutto nel giro di pochissime generazioni. D'altronde io penso che ciascuno di noi, scomparendo, lasci dietro di sé un vuoto che la natura e gli altri uomini e donne che restano o che nel frattempo nascono colmano immediatamente, facendo sì che ci si dimentichi del tutto di chi ormai non c'è più.
Penso ad esempio a un nipote che difficilmente piangerà o ricorderà un nonno che non ha mai conosciuto. Nel giro di tre (non credo che si giunga alla quarta) generazioni, il nome di una persona qualunque diventa un suono vuoto, privo di qualsiasi legame emotivo per i discendenti stessi.
Eppure, alla fine, non tutto è perso. Leopardi nei suoi Pensieri scriveva: «La morte non è un male: perché libera l'uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desideri». In sintesi, per lui, questa dimenticanza non è una colpa dei familiari, ma una legge immutabile della Natura.
Per lui la morte è paragonabile a un sonno eterno, e l'essere dimenticati da tutti, compresi i propri familiari, fa parte del "perpetuo circuito di produzione e distruzione" dell'universo: la Natura è totalmente indifferente alle sorti del singolo individuo e alla sua pretesa di immortalità emotiva o storica. E questa indifferenza cosmica è forse la verità più difficile da accettare, ma anche la più liberatoria.
Io, però, sono fermo alla teoria del fisico Lavoisier: nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma! Già... l'uomo soffre di un delirio di grandezza, credendo che la propria vita e i propri affetti siano eterni, ma la verità è che siamo solo atomi passeggeri destinati a sparire nel nulla e nell'indifferenza generale del cosmo.
E allora, forse, la commemorazione dei defunti del 1 e 2 novembre non serve a nulla, se non a illuderci per un giorno di poter sconfiggere l'oblio. Ma il ricordo, come tutto, è destinato a dissolversi. Tanto vale prenderne atto, con la lucidità spietata di Leopardi, e forse anche con un sorriso amaro.