Lo diceva Marx, e io l’ho riscritto tante volte, convinto che prima o poi qualcosa potesse cambiare. E invece no. Rileggo i miei post e mi accorgo che potrei riscriverli uguali oggi. Forse peggio...
Mia figlia Alessia, quando aveva sedici anni, mi chiese una mattina mentre l’accompagnavo a scuola: Papà, ma se la Repubblica è nata dal voto del ’46, perché nessuno oggi ha potuto votare l’ultimo presidente del Consiglio? Mi spiego meglio: i cittadini hanno votato... sì... hanno scelto i loro referenti politici...??? Hanno deciso da quali partiti volevano essere governati...??? E questi partiti, usciti vincitori da quella competizione elettorale, mi sembra... che abbiano presentato un programma di governo, hanno consigliato al Presidente della Repubblica un eventuale Presidente del Consiglio... e quest'ultimo dopo alcuni giorni, ha presentato una lista dei ministri... o sbaglio?
No... no... non sbagli.
Bene, allora mi spieghi perché a breve dovrete andare nuovamente al voto, facendo spendere altri soldi inutili al nostro stato e soprattutto, chi è questo signore sconosciuto, nominato ora dal Presidente della Repubblica??? Mi sembra che nessuno di voi, l'abbia mai votato!!!
Rimasi in silenzio. Scese dall’auto e io pensai: a sedici anni ha già capito tutto di questo paese. La democrazia, le aveva insegnato, è governo del popolo. La dittatura è quando uno solo comanda. E lei, con la lucidità dei ragazzi, mi disse: “Allora qui c’è una dittatura camuffata da democrazia”. Aveva ragione.
Perché oggi, ancora una volta, vedo le stesse facce. Figli, nipoti, eredi di quella élite che portò l’Italia alla rovina settant’anni fa. Loro, che dovrebbero stare zitti, vengono a spiegare a noi come si festeggia la Repubblica. E intanto la “res publica” – la cosa di tutti – è diventata una “res privata”. Un bene di famiglia. Una poltrona che si tramanda come un terreno ereditario, senza che nessuno abbia più il coraggio di dire che la sovranità appartiene al popolo, non ai partiti, non ai dinasti di questa seconda Repubblica.
Leggo e rileggo l’articolo 1 della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo”. Ma quelle parole oggi suonano come un epitaffio. Perché la sovranità ce l’hanno rubata, voto dopo voto, legge dopo legge. Hanno chiamato questo sistema “democrazia rappresentativa”, ma è solo un modo elegante per dire che noi non contiamo nulla. Loro decidono i candidati – la maggior parte di loro, preciso: corrotti, inquisiti, già... personaggi da operetta – e noi possiamo solo mettere la croce su nomi scelti da altri. E se osiamo lamentarci, ci rispondono con gli slogan. Le stesse promesse di meno tasse, di ripresa, di cambiamento. E poi nulla. Anzi, consentitemi: sempre peggio!
Mi ricordo di quando, qualche anno fa, lessi di certi convegni in Sicilia. Autonomisti e indipendentisti che si stringevano la mano. Le stesse persone che prima brindavano insieme e poi si sono pugnalate, lasciando l'isola nel baratro. Già... per quelle maledette preferenze si arriva a tutto. E io pensavo a quella canzone di Gino Paoli, quella dei quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Poi uno è andato in banca, un altro al mare, e alla fine sono rimasto io da solo. Finché non sono arrivati quattro ragazzini, seduti al tavolo accanto, con due coca e due caffè, che parlavano di cambiare tutto. E mi sono detto: forse è ancora possibile. Sono passati trent'anni e mi è rimasto soltanto quel "forse".
Ma poi arriva abitualmente quel 2 giugno, e vedo in Tv la solita sfilata. Le stesse autorità, gli stessi sorrisi comprati, le stesse parole vuote. Mi chiedo: cosa festeggiamo, esattamente? La corruzione sistemica? Gli appalti truccati? Il clientelismo come moneta corrente? Le inchieste che si accumulano e nessuno che paga? Siamo diventati esperti di parole come "peculato, concussione, abuso d’ufficio". Non perché abbiamo studiato diritto, ma perché le sentiamo ogni giorno al telegiornale. E loro, quelli che dovrebbero rappresentarci, sono lì, sul palco, con il tricolore al petto. Come se nulla fosse.
Qualcuno dice: non c’è nulla da celebrare. E ha ragione. Ma anche questo è retorica, se poi non si fa nulla. I cittadini si allontanano dalle urne, disgustati. L’astensionismo cresce. E loro, i governanti, non se ne curano. Perché tanto le poltrone restano. Le dinastie politiche resistono a scandali e condanne. L’elettività e la temporaneità delle cariche sono solo parole sulla carta. Nella realtà, qui si nasce e si muore in Parlamento. O si passa la mano al figlio, al nipote, al fedelissimo.
Allora forse ha ragione Benigni: non vanno nemmeno condannati, vanno compatiti. Perché la politica è diventato l’unico mestiere in cui l’incompetenza non è un limite, ma un requisito. Ecco perché oggi, 2 giugno, io non festeggio. Non posso. Non perché non creda nei valori che quel referendum del ’46 voleva affermare – la libertà, l’uguaglianza, la giustizia – ma perché quei valori sono stati traditi, svuotati: resi irriconoscibili.
Quindi... buon 2 giugno, signori della casta. Festeggiate pure. Noi, intanto, restiamo qui. Contiamo i giorni che mancano alla prossima commemorazione vuota. E speriamo che presto, chissà, arrivi un altro gruppo di ragazzini al bar, con quelle due coca e due caffè, che abbiano davvero voglia di cambiare il mondo.
Perché io, al bar, ci sono ancora. E non ho perso del tutto la speranza. Ma la pazienza, sì... ahimè, quella sta per finire.
