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giovedì 17 settembre 2026

C'è qualcosa di paradossale nella discesa in politica di Fabrizio Corona.

E' vero... c'è qualcosa di paradossale nella discesa in politica di Fabrizio Corona. 

Non tanto per il personaggio in sé, quanto per il meccanismo che il suo caso porta allo scoperto...

L'altra sera, con un video pubblicato sul suo canale, ha annunciato la nascita del movimento "Per la Verità": un progetto che si presenta come liberale e antisistema, con temi che spaziano dalla libertà di espressione alla riduzione della pressione fiscale, da un liberalismo economico convinto a una politica estera più indipendente.

Niente convention, niente palco, niente sala stampa. Solo una piattaforma, una community già esistente e un volto che da anni parla al proprio pubblico senza intermediari.

Ed è proprio qui che la vicenda diventa interessante. Perché Corona può fondare un movimento, guidarlo, persino fare campagna elettorale, ma non può candidarsi.

Già... non può essere eletto. Una condanna definitiva, risalente a diversi anni fa, gli ha inflitto l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, una pena accessoria che non si esaurisce con la detenzione e che continua a produrre i suoi effetti.

Può costruire consenso, ma non può raccoglierlo personalmente nelle urne. Può indicare una direzione, ma dovrà affidare a qualcun altro il compito di rappresentarla sulla scheda elettorale.

E allora la domanda non è se Corona sarà mai parlamentare.

La domanda è un'altra: quanti voti potrebbe convogliare un movimento che nasce fuori dai partiti, fuori dalle logiche tradizionali, fuori dai rituali della politica che conosciamo?

Non esiste un sondaggio ufficiale, non esiste un dato certo. Lo stesso Corona ha parlato di una soglia del tre per cento come primo obiettivo, con una punta di provocazione. Ma la questione non è il numero esatto.

La questione è che esiste, oggi, una fetta di elettorato che non si riconosce più nei partiti di governo e di opposizione. Una fetta che non sopporta più i volti, i linguaggi, le promesse mai mantenute, le coalizioni che si fanno e si disfano.

Ed è a quella fetta che un movimento come "Per la Verità" prova a parlare.

Non con un programma dettagliato, non con una struttura organizzata, non con una rete territoriale, ma con la familiarità, con la percezione di autenticità, con la relazione diretta che si è costruita nel tempo attraverso i social.

È la fiducia personale che precede la valutazione delle proposte, la relazione che viene prima dell'ideologia.

È un meccanismo che la ricerca sulla comunicazione politica digitale sta iniziando a studiare, e che mostra quanto il legame parasociale possa mobilitare, quanto possa spingere alla partecipazione.

Certo, un conto è la community, un altro è la comunità politica. La prima nasce intorno a una persona, a un linguaggio, a un sistema di riferimenti condivisi. La seconda dovrebbe avere regole, responsabilità, rappresentanza, mediazione, conflitto interno, elaborazione collettiva.

Sappiamo bene come il consenso sui social non funzioni come il consenso democratico. Un contenuto può essere virale senza essere maggioritario. Un algoritmo non misura ciò che una società pensa: misura ciò che riesce a generare attenzione.

E allora il punto non è stabilire se Corona sia o non sia un politico. Il punto è capire se la politica sia ancora capace di costruire consenso fuori dalle logiche che hanno trasformato l'attenzione in una valuta.

Forse, se davvero scendesse in campo con un movimento strutturato, un 4% di voti non sarebbe affatto impossibile. Non per ciò che dice, ma per ciò che rappresenta: il rifiuto di un sistema percepito come lontano, la stanchezza verso i politici di professione, la voglia di qualcuno che parli fuori dal coro.

Perché ormai la gente è stanca di essere presa in giro con promesse pre-elettorali che poi, di volta in volta, non vengono mai mantenute. Ma soprattutto, la maggior parte di quegli individui che lottano per la vera democrazia, che hanno preferito nel corso della propria vita non genuflettersi e quindi evitare di restare contaminati, hanno conservato una piccola speranza: quella di vedere un giorno ribaltarsi questa vergognosa condizione, ben descritta in una scena del 2012 da "Cetto La Qualunque", interpretato magistralmente da Antonio Albanese.

È un dato che non si misura con i sondaggi, ma con l'umore di un Paese che non crede più a chi governa e a chi vorrebbe governare.

Sì... perché tra essere seguiti ed essere scelti, oggi, passa una distanza che rischiamo di non vedere più.

Perché è lì che si annida la domanda vera: non se Corona possa o non possa candidarsi, non se il suo movimento prenderà il tre o il quattro per cento, ma se il consenso che si costruisce sui social abbia ancora qualcosa a che fare con la scelta democratica.

Essere seguiti è un gesto passivo, quasi involontario. Essere scelti è un atto di volontà, di fiducia, di responsabilità. E tra le due cose, oggi, passa una distanza che rischiamo di non vedere più.

Forse è proprio questa la ragione per cui un fenomeno come "Per la Verità" ci disturba e ci affascina allo stesso tempo. Non perché Corona sia l'uomo giusto o sbagliato, ma perché ci costringe a guardare in faccia un vuoto che abbiamo lasciato crescere.

La stanchezza verso le promesse tradite, la sfiducia verso i partiti, la voglia di qualcuno che parli fuori dal coro: tutto questo esiste, ed è reale.

Il punto è capire se quella stanchezza troverà prima o poi una forma politica capace di trasformarla in qualcosa di duraturo, o se continuerà a essere solo un rumore di fondo che gli algoritmi amplificano senza mai ascoltare davvero.


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