Ciò che sta accadendo ora non è che l’ultimo capitolo di un regime che ha da tempo smesso di servire il suo popolo, per servire solo se stesso e i suoi alleati più oscuri. Già, la sostanza, purtroppo, non cambia: cambiano solo le minacce che risuonano dall’esterno, mentre all’interno il buio e la sete rimangono gli stessi.
Quando l’11 gennaio il presidente statunitense Donald Trump ha lanciato il suo ultimatum a Cuba, esortando l’isola a “fare un accordo prima che sia troppo tardi”, le sue parole hanno riecheggiato come un tuono minaccioso nel cielo già tempestoso dei Caraibi.
La risposta del presidente Miguel Díaz-Canel, fiera e stanca insieme, è stata quella di chi brandisce la bandiera della sovranità nazionale come un ultimo, consunto scudo. “Siamo sottoposti a un’aggressione statunitense da 66 anni”, ha dichiarato, promettendo di difendere la patria fino all’ultima goccia di sangue. È un copione che conosciamo a memoria, una litania che serve a giustificare ogni fallimento, a coprire ogni miseria.
E così, mentre i leader si scambiano accuse, la mia mente torna a quelle cifre che avevo scritto: un milione di persone senza acqua, infrastrutture al collasso, e un patrimonio della famiglia Castro che sfiora i diciotto miliardi di dollari. A che servono, allora, le lacrime di sangue versate per la patria, se la patria muore di sete nelle sue case?
Trump, nel suo annuncio, ha colpito deliberatamente il punto vitale: “A Cuba non arriveranno più petrolio e soldi. Zero!”. Il suo riferimento era chiaramente al Venezuela, a quell’accordo di cooperazione stretto con Hugo Chávez che per anni ha tenuto in vita il regime, scambiando petrolio con professionisti cubani. Un patto di sopravvivenza, non di sviluppo. Ora che l’operazione militare statunitense a Caracas ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, ciò che ne consegue costerà la vita a decine e decine di persone, cubani inclusi, perché strappa via quel sostegno vitale, un castello di carte che rischia di crollare definitivamente. E la domanda sorge spontanea, mentre osserviamo questa nuova, pericolosa escalation: a chi giova veramente questo perpetuarsi della crisi?
Il regime grida all’aggressione, Trump brandisce la sua “dottrina Donroe”, una versione grottesca della dottrina Monroe, rivendicando un controllo sul continente che suona come una dichiarazione di guerra. Il ministro degli esteri cubano Bruno Rodríguez parla di uno “stato criminale fuori controllo”. È il linguaggio della guerra fredda, resuscitato in un’epoca che non può più permetterselo.
Eppure, in mezzo a questo duello retorico tra giganti, la realtà quotidiana dei cubani rimane la grande, tragica assente. Mentre Trump suggerisce, quasi per burla, che il segretario di stato Marco Rubio potrebbe diventare presidente dell’isola, a L’Avana i rubinetti sono ancora asciutti. Nei quartieri allagati da una tromba d’aria, il sistema di drenaggio inesistente continua a trasformare ogni acquazzone in una trappola. Il dollaro sul mercato nero ha superato i 400 pesos, un abisso che separa chi ha accesso alla valuta estera da chi è condannato a un salario da fame. I prigionieri politici, come il giovane Marlon Brando Díaz Oliva, marciscono in celle disumane, mentre mezzo milione di persone negli ultimi due anni ha scelto la fuga, votando con i piedi contro un sistema marcio.
Ma c’è un altro tassello che rende questa vicenda ancora più complessa e dolorosa. Da mesi, la vita quotidiana a Cuba è diventata durissima, e le famiglie si ingegnano come possono per limitare gli effetti del blocco energetico imposto dall’amministrazione Trump. Con blackout che durano giorni, chi può acquista ventilatori a batteria per allontanare caldo e zanzare; chi ha più risorse compra power station per alimentare frigoriferi e cellulari, o converte i generatori a benzina in generatori a gas, meno costoso.
Ma nessuna soluzione individuale può compensare la mancanza di beni essenziali: lo Stato fatica a garantire il funzionamento di acquedotti, ambulanze, scuole, ospedali e trasporti pubblici, non potendo importare il combustibile necessario. Le sanzioni ostacolano anche l’arrivo dei pezzi di ricambio per le centrali elettriche e perfino le donazioni: sempre più compagnie aeree e di navigazione rinunciano alla rotta cubana.
In Giamaica è rimasto bloccato un carico di siringhe e materiale medico destinato all’isola; persino le nostre Poste Italiane hanno sospeso le spedizioni verso Cuba. Quattro congressisti democratici americani, di ritorno da un viaggio a Cuba, hanno persino usato l’espressione “Gaza silenziosa” per descrivere gli effetti sui civili di questa misura, affermando che le persone non riescono più a vivere normalmente: non possono andare al lavoro, conservare i cibi né accedere a forniture mediche.
Eppure, anche davanti a questo scenario, il regime non crolla. Anzi, per fronteggiare la paralisi economica, il governo cubano ha accelerato le riforme di mercato e intensificato la diplomazia. All’Onu, il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez ha ottenuto che l’Assemblea Generale riconoscesse l’urgenza della situazione, approvando con 136 voti favorevoli la riapertura del dibattito sull’embargo e sul blocco energetico imposto dagli Stati Uniti. Il voto ha mostrato però anche la forza delle pressioni americane: se nelle tradizionali risoluzioni contro l’embargo i voti contrari erano sostanzialmente limitati a Stati Uniti e Israele, sulla richiesta di discutere con urgenza la questione sono diventati nove e le astensioni trenta, tra cui quella dell’Italia.
D’altro canto, le forze di centrodestra e destra governano molti Paesi dell’America Latina e hanno rafforzato il proprio peso in Europa. Sono le stesse forze che si scagliano contro la cessione di sovranità, ma tacciono di fronte agli effetti extraterritoriali delle sanzioni statunitensi e all’influenza esercitata da Washington in Venezuela. Emblematica, in questo senso, l’inchiesta del New York Times che descrive Marco Rubio come il “viceré de facto” del Paese, perché eserciterebbe un’influenza diretta sulle finanze pubbliche, sulla gestione delle risorse naturali e sulle principali decisioni del governo.
L’élite del Gaesa, il conglomerato militare che controlla il 40% del Pil, osserva forse questa nuova tempesta geopolitica non come una minaccia alla nazione, ma come una minaccia ai propri affari. Con quei diciotto miliardi, si potrebbero ricostruire città, pagare medici, portare acqua potabile a tutti. Invece, si preferisce consolidare il potere di generali e dirigenti comunisti, e stringere alleanze con Russia e Cina, trasformando l’isola in una pedina strategica nel gioco dei grandi, mentre il popolo fa da zavorra.
Allora, quando leggo di queste nuove minacce e di questa resistenza a oltranza, non posso che pensare che la vera tragedia sia proprio questa: la resistenza di un regime alla sua stessa fine, non per amore del popolo, ma per pura e semplice autoconservazione. La risposta alle domande che mi ponevo è qui, sotto i nostri occhi. Il regime resiste perché c’è chi, dentro e fuori l’isola, ha interesse a mantenerlo in vita. Ha interesse a sfruttarne la posizione strategica, a usarne la retorica come arma di distrazione, a spartirsi le briciole di un potere che si regge sulla miseria altrui.
E così, mentre i presidenti si sfidano a colpi di comunicati, il popolo cubano resta lì, al buio, come ho scritto. Senza acqua, senza cibo, e ora, con questa nuova, pericolosa incertezza che grava sull’orizzonte, anche senza la possibilità di capire se l’acqua tornerà mai a scorrere dai rubinetti, o se sarà solo un’altra promessa sepolta sotto il cemento della propaganda e degli interessi geopolitici.
La bandiera a mezz’asta davanti all’ambasciata statunitense è un simbolo di lutto, certo. Ma forse è il lutto per un intero popolo, da troppo tempo lasciato in attesa di un domani che non arriva mai. Perché la vera, unica soluzione, resta quella che da anni ripeto: solo con l'aiuto internazionale e allontanando definitivamente la famiglia Castro, si potrà riavere quella democrazia che in questi quasi 70 anni (già... da quel 1° gennaio 1959 in cui Fidel Castro prese il potere...) è stata di fatto violata.
Solo allora, forse, i rubinetti torneranno a scorrere e la speranza potrà riprendere fiato...
