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martedì 23 giugno 2026

La strada è una cosa, la guardiania ne è un’altra, il lavoro è un altro ancora. Non mischiate le cose... perché tanto sempre da me devono tutti passare!

Buongiorno e benvenuti nuovamente in questo spazio di riflessione, dove in questi giorni ho cercato di affrontare tematiche che guardano oltre la superficie delle cose, già... per cogliere un disegno più ampio, internazionale, le cui leggi non scritte, governano tutto. 

Ed allora, dopo aver riportato quanto avviene nel mondo, ho deciso di rientrare per affrontare quello che rappresenta da sempre il tema più importante che mi ha spinto sedici anni fa a realizzare questo Blog, a raccontare senza censura ciò che accade nelle pieghe dell'illegalità e che rivela una verità antica, sempre attuale e cioè che esiste un centro, un punto di osservazione e di comando dal quale tutto dipende e al quale tutto deve fare ritorno. 

Le carte del recente provvedimento dalla Direzione distrettuale antimafia che ha portato al fermo di alcuni soggetti, tra cui spiccano due fratelli, ci offrono uno spaccato vivido di questa dinamica; non è la storia di un semplice gruppo di malviventi, ma la fotografia di un'organizzazione che respira, che pensa, che si struttura come un organismo complesso, dove ogni cellula sa di dover rispondere a un unico principio ordinatore, e quel principio, come emerge con chiarezza dalle conversazioni captate, è la volontà di un uomo che si pone come l'asse attorno a cui tutto ruota, colui dal quale ogni decisione deve necessariamente passare, quasi fosse un filtro obbligato per qualsiasi azione, pensiero o progetto.

Le intercettazioni, che coprono un arco temporale recente, ci mostrano una macchina che non si è fermata, nonostante le avversità e le inevitabili frizioni interne, si parla di denaro, certo, e del suo flusso costante verso le famiglie di chi si trova in carcere, un gesto che non è solo assistenza ma un vero e proprio collante, un modo per dire "non siete soli, facciamo ancora parte dello stesso corpo", e poi c'è il territorio, quel lembo di terra e di affari che va gestito con cura maniacale, perché da lì provengono le risorse e il potere, ma in mezzo a tutto questo, emerge prepotente la figura di chi rivendica con forza la propria centralità. In un dialogo che sembra quasi una lezione di metodo, si sente ammonire: "La strada è una cosa, la guardiania ne è un’altra, il lavoro è un altro ancora, non mischiate le cose", non è un semplice consiglio, è un dettame, una linea di confine tracciata per evitare che il caos prenda il sopravvento, eppure, dietro questa apparente suddivisione in compartimenti stagni, si cela la verità più profonda: che a decidere come e quando mescolare queste cose, o se lasciarle rigorosamente separate, è sempre e solo un unico arbitro, perché, come lui stesso ribadisce senza mezzi termini, tutti devono passare da lui.

Questo richiamo alla propria autorità riecheggia come un ritornello in diverse conversazioni, un modo per ricordare a fedelissimi e gregari che qualsiasi progetto, qualsiasi mossa, anche la più piccola, deve ottenere il suo consenso, si parla di affari, di appalti, di gestioni economiche, e in ogni parola traspare la volontà di non lasciare spazio a iniziative autonome, ricordate: "non fate progetti senza parlare con me", è l'ordine che risuona, un monito che spegne sul nascere qualsiasi velleità di indipendenza, e anche quando si allarga lo sguardo ai rapporti con altri gruppi, con altre figure di spicco del panorama criminale, la musica non cambia, perché anche in quel caso, è lui il referente designato, colui che deve essere cercato e interpellato per questioni delicate, come quelle legate al traffico di sostanze stupefacenti, si racconta di un incontro con un altro soggetto, un nome noto alle cronache, e subito si precisa che il colloquio è stato con lui, perché i "giovani" non sono ritenuti all'altezza di certi discorsi, ed è ancora una volta la conferma di una gerarchia che si vuole ferrea, dove l'esperienza e il rango siedono al tavolo delle grandi decisioni, mentre gli altri eseguono, osservano e attendono.

In questo quadro, gli investigatori leggono la persistenza di una struttura mafiosa che, nonostante le schermaglie e le lacerazioni, conserva intatta la sua capacità di incidere e di governare, la figura del capo si staglia come un baluardo, un punto di riferimento che tiene insieme i fili di una trama che altrimenti si sfalderebbe, le intercettazioni diventano così la testimonianza di un potere che si esercita attraverso il denaro, la paura e la promessa di protezione, ma soprattutto attraverso la convinzione incrollabile che tutto debba convergere verso un unico centro decisionale, e in questo gioco di specchi, dove la strada è una cosa, la guardiania un'altra e il lavoro ancora un'altra, la sostanza non cambia, perché tanto, sempre da lui devono tutti passare, è questa, in fondo, la lezione più amara che emerge da queste pagine di cronaca: che il comando non si discute, si impone, e che la sua ombra lunga si allunga su ogni aspetto della vita, rendendo vano qualsiasi tentativo di sottrarsi al suo giudizio o alla sua autorità

Ecco perché quando sento parlare di "sicurezza e di controllo del territorio", il nostro ministro degli interni, Matteo Piantedosi, ma anche il suo omonimo Matteo (Salvini) - ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti - che per l'appunto in questi mesi ha proposto un decreto sicurezza predisponendo una bozza di decreto legge con “disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, prevenzione e contrasto al terrorismo e alla criminalità mafiosa”, beh... non so cosa fare.

Già... se iniziare a ridere o pensare che forse è meglio che ritorni ad occuparmi nuovamente dei problemi esteri...

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