E' come se la sua voce - che fino a un momento prima era considerata preziosa per ricostruire decine di intrecci e delitti - improvvisamente perdesse ogni valore non appena si azzarda a varcare un confine che non dovrebbe essere varcato.
Oggi è il turno di Giovanni Brusca. L'uomo che azionò il telecomando di Capaci, che ha confessato omicidi a decine, che ha fatto arrestare gran parte di cosa nostra, torna ora in tribunale a Firenze da uomo libero. La sua libertà vigilata è finita. E sarà ascoltato come testimone".
Ma la posta in gioco, come spesso accade, è un'altra. Perché Brusca parlerà ancora una volta dei presunti rapporti tra Marcello Dell'Utri, Silvio Berlusconi e Cosa nostra. Ed allora, improvvisamente, appena si è accennato a quel tema, a quella delicatissima trama di relazioni e silenzi, i giudici hanno immediatamente detto la loro: le sue dichiarazioni sono inattendibili!
Ma scusate... ascoltatelo, già... ascoltiamolo, poi al limite, in base a cosa racconterà deciderete se le sue dichiarazioni siano o meno fallaci! No... i giudici hanno deciso che è inaffidabile, quantomeno su questi argomenti!
Ed allora, ecco che una domanda continua a ronzarmi in testa, e che forse rappresenta il vero nodo di tutta questa storia. Se un collaboratore di giustizia è considerato inattendibile su un determinato argomento, perché continuare a chiamarlo a testimoniare proprio su quell'argomento?
Non sarebbe più logico, più coerente, archiviare il capitolo e passare oltre? Invece si insiste. Si riaprono le porte. Si allestisce l'ennesimo palcoscenico, come ha scritto qualcuno, per gettare fango su nomi che, anche se non ci sono più, continuano a ingombrare la scena.
Il paradosso è che Brusca, su altri fatti, è stato ritenuto credibile. Anzi, sono state proprio le sue parole a mandare in carcere centinaia di persone, e soprattutto hanno fatto luce su molte pagine oscure della nostra storia.
Ma improvvisamente, quando il discorso scivola su Dell'Utri e su certi presunti rapporti con l'ex presidente del Consiglio, ecco che i giudici di Palermo parlano di "fortissima ambiguità", di dichiarazioni "in rotta di collisione" con dati processuali incontrovertibili. Insomma, Brusca non avrebbe voluto fornire un leale contributo alla verità.
E lo stesso copione si è ripetuto nel processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, dove il giudice ha notato la sua tendenza ad arricchire i racconti con elementi appresi dai processi e dai mezzi di informazione. Tanto che nel 2001, durante un interrogatorio, il pm fiorentino Gabriele Chelazzi lo richiamò: non doveva comportarsi come un consulente della procura, ma limitarsi a riferire ciò che sapeva.
Una deriva che ricorda da vicino il caso di Antonino Giuffrè, l'altro pentito che oggi sarà ascoltato a Firenze. Anche su di lui la Corte d'appello di Palermo è stata chiara: durante le indagini non aveva mai accusato Dell'Utri. Solo dopo, in dibattimento, è arrivata la svolta, la patente di "persona molto vicina a Cosa nostra", di "autore di garanzie politiche".
Un'insanabile contraddizione che ha portato i giudici a non attribuire credibilità alle sue parole.
E allora mi chiedo: che senso ha tutto questo? Perché riportare in aula persone la cui voce è già stata giudicata inaffidabile su quei precisi fatti?
Forse, e qui entro nel campo delle sensazioni, perché il processo diventa un pretesto, un contenitore dentro cui far sfilare quelle stesse verità scomode che fuori dalle aule giudiziarie farebbero troppo rumore. Un modo per tenerle in vita, per farle aleggiare nell'aria, anche quando la giustizia le ha già archiviate come inconsistenti.
Poi c'è l'aspetto quasi surreale della vicenda. I pm di Firenze, grazie allo stratagemma dell'aggravante mafiosa, sono riusciti a trasformare un processo per favoreggiamento e calunnia in un'occasione per riaprire il fronte delle stragi del '93-'94.
Baiardo avrebbe negato di aver mostrato a Massimo Giletti una foto che ritraeva Berlusconi con il boss Graviano e un ex generale. Negandolo, secondo l'accusa, avrebbe voluto screditare la tesi dei mandanti esterni. E così, dalla finestra, rientra tutto ciò che dalla porta era stato espulso.
E Brusca, Graviano, Giuffrè e gli altri diventano i testimoni di un racconto che i giudici hanno già bollato come poco attendibile.
Ma c'è un'altra riflessione che mi preme fare, e riguarda il peso che ancora oggi, in questo paese, hanno certi nomi e certe presunte verità. Non importa che una sentenza abbia detto no, che le prove siano fragili o contraddittorie, la circostanza ambigua è che l'ombra resti e che il dubbio continui a insinuarsi
Perché se un boss mafioso parla, la sua voce può essere scartata. Ma se torna a parlare, magari in un'aula di tribunale, quella stessa voce riacquista una dignità che altrove le viene negata.
È un paradosso tutto italiano, un gioco di specchi che confonde la realtà con la percezione, la verità giudiziaria con quella mediatica. E così, mentre ci interroghiamo sull'attendibilità di Brusca, Graviano, Giuffrè, forse dovremmo chiederci con altrettanta forza perché continuiamo a dar loro la parola, sapendo già che non la ascolteremo fino in fondo?
O forse, più semplicemente, sapendo che la ascolteranno solo fino a quando diranno ciò che vogliamo sentire, perché come da sempre accade in questo nostro Paese, la verità sarà, come sempre, qualcosa di ambiguo, indecifrabile e in talune occasioni: inattendibile!