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venerdì 31 luglio 2026

Gesù nel 2026 – III Capitolo - Il bambino Gesù: la famiglia, la crescita, i compagni, l'ambiente sociale e quel marchio di essere un "figlio illegittimo"!

E così la famiglia ritorna a Nazareth... 

Ci sono voluti un bel po' di giorni, forse una settimana, forse anche più, ma Giuseppe si sa... non è ricco e il viaggio, compiuto con una donna che ha appena partorito e un neonato, va misurato. Per cui... non si può andare di fretta.

D'altronde, la strada non esiste e quella percorsa non è altro che un sentiero tortuoso fatto di polvere e pietre, il sole picchia forte e la notte è fredda. Arrivano quando ormai il paese li ha quasi dimenticati, anche se non del tutto.

E così si riprende con la vecchia routine...

Giuseppe riapre la bottega, la casa è quella di sempre, solo che questa volta, lui, non è più solo, mentre lo spazio intorno - costituito certamente da due stanze e un cortile - è rimasto eguale.

Maria riprende le antiche abitudini delle donne: l'acqua, il pane, il telaio. Il bambino cresce, si chiama Yeshua, come tanti. Nessuno lo chiama "Cristo" e ancor meno "Salvatore". Per i vicini quello è "il figlio del falegname", ma subito dopo averlo visto, a voce più bassa si dice: "già... quello nato prima del tempo".

A Nazareth nessuno ha dimenticato. Tutti ricordano la data del matrimonio e, soprattutto, quella della nascita. E sì… i mesi non tornano. Giuseppe, si sa, è sempre stato un uomo retto, di ineccepibile moralità. E allora tutti si chiedono: può un uomo giusto sbagliare? O forse la verità va cercata altrove – in ciò che fu fatto violentemente a Maria? O fu colpa sua? Le voci, si sa, non hanno bisogno di prove. Basta che due donne si scambino uno sguardo mentre battono i panni nel fiume, basta che un vecchio accovacciato o un giovane in piedi faccia due conti con le dita, ed ecco che torna a galla, implacabile, quell'infamante "marchio".

E così quel bambino cresce. Impara come tutti i bambini a camminare, a cadere, a chiamare istintivamente "papà" e "mamma", che in aramaico sono "abba" e "imma", gioca con i bambini dei vicini, altri figli di muratori, di pastori e di donne che filano. Non ci sono parchi giochi, né altalene dove oscillare, no... i giochi sono fatti in strada, corse, sassate ai cani, una palla di pezza e continue risse, per l'ennesimo futile motivo. E poi c'è sempre qualcuno che tira in disparte il proprio figlio, in particolare quando Yeshua si avvicina. Non tutti ovviamente, non sempre, ma basta una volta al giorno per comprendere come forse "sei diverso".

Ed allora crescendo le offese ripetute si fanno sentire e quel termine dispregiativo "bastardo", ripetuto abitualmente inizia a pesare, lo disturba, non ne comprende i motivi ed allora si chiude in se stesso, si allontana dai suoi coetanei, non gioca più con loro, d'altronde la mamma gli ha spiegato che quanto dicono non è vero, che lui è diverso, sì... perché l'angelo di dio ha parlato con lei. 

Ed allora inizia a crescere dentro di sé quell'idea del divino, quel sapere che tutto quanto sta accadendo è un volere di quel Padre "spirituale", ed ecco allora che inizia a leggere, a studiare, nella Sinagoga impara le Scritture. Ha una buona memoria, gli occhi sono attenti e la mente fantastica sul concetto di sovrannaturale, del quale ormai egli fa parte...

Il rabbino nota quel bambino così diverso, attento, che ascolta e chiede cose che gli altri non chiedono, ma tra loro c'è anche chi sussurra: "Impara la Legge in modo perfetto... ma chi può garantire che egli sia puro?". Già... perché nella mentalità del tempo, l'illegittimità non è solo uno scandalo sociale, ma è una macchia che si trasmette, quasi fosse - essa stessa - una malattia.

Gli ricordano che un "mamzer" e che... se davvero tale, non può entrare nell'assemblea del Signore fino alla decima generazione. La Torah su questo argomento è chiara: Deuteronomio 23,3 (stabilisce che il "bastardo" non entrerà nella comunità del Signore e che nessuno dei suoi discendenti, neppure alla decima generazione, potrà farvi parte). I bambini come Yeshua lo sentono ripetere da sempre dai grandi ed anche se non ne comprendono il significato, sanno che quando lui si avvicina, debbono allontanarsi...

E così gli anni passano...

Giuseppe lavora sodo, ma la notte, quando il bambino dorme, parla con Maria a voce bassa e manifesta la sua totale preoccupazione per quell'adolescente che sta crescendo, che inizia a fare discorsi strani, che sembra, ogni giorno che passa, estraniarsi dal mondo terreno, per rivolgere le proprie attenzioni verso qualcosa di immateriale, mistico, ascetico...

Rimpiangono forse tutte le parole dette, entrambi sanno bene cosa gli è stato raccontato; l'angelo ad esempio che ha parlato alla madre e poi di quanto lo stesso angelo abbia preannunciato a lui in sogno. Ma i sogni si sa... restano sogni, e soprattutto non vengono raccontati ai vicini e così quei sogni non zittiscono le bocche dei coetanei quando il bambino torna a casa con un graffio, mentre da lontano le voci continuano a schernirlo, urlandogli: "figlio di nessuno".

Ma quel bambino - dopotutto - cresce forte. I suoi occhi hanno imparato a guardare oltre e così inizia ad imparare il mestiere del falegname, il legno, la pialla, lo scalpello. Ma soprattutto impara, pian piano, a reggere lo sguardo degli altri senza abbassarlo. Perché ormai ha compreso che quel marchio non te lo levi più di dosso: lo porti per sempre con te. Ed allora è tempo di decidere se farsi schiacciare o se diventare più duro di quello stesso legno di quercia che ogni giorno pialla.

Di quei compagni non sa più cosa farne. I giochi di strada sono ormai un ricordo lontano, i volti dei coetanei si sono offuscati. I sommi sacerdoti e la Torah rappresentano il passato, un mondo che lo ha giudicato senza conoscerlo.

Eppure dentro di sé qualcosa si muove. Non sa ancora cosa, non sa ancora dove. Ma sente che la sua strada è ora altrove.

Ogni notte, sdraiato sul tetto a guardare le stelle, gli viene un pensiero che non sa spiegare: esisterà un posto dove un uomo viene giudicato per ciò che è, non per ciò che gli altri dicono di lui?

Non ha risposta. Ma l'inquietudine resta.

Qualche volta, nelle lunghe giornate al banco del falegname, sente parlare dei viandanti che attraversano la Galilea. Raccontano di gruppi di uomini che vivono nel deserto, vicino al Mar Morto. Si dice che preghino all'alba, che si immergano nell'acqua per purificarsi, che condividano tutto e che aspettino un maestro di giustizia. Si dice che, per loro, il sangue e il lignaggio non contano quanto le scelte dell'anima.

Yeshua ascolta. E qualcosa dentro di lui si accende. Ma non parte. Non ancora...

Per ora resta a Nazareth. Resta accanto a Maria, che lo guarda crescere con occhi che sanno più di quanto dicano. Resta accanto a Giuseppe, che ogni sera gli passa una mano sul capo e non chiede spiegazioni. Resta ad imparare il legno, la pazienza, la fatica.

Ma quella fiamma, dentro, non si spegne.

E un giorno, quando sarà il momento, quella strada la percorrerà. Ma quella è un'altra storia, che comincerà molto più tardi...

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