Ciò che sta accadendo ora, in queste prime giornate del 2026, non è che l’ultimo, logico capitolo di un regime che ha da tempo smesso di servire il suo popolo, per servire solo se stesso e i suoi alleati più oscuri.
Già... la sostanza, purtroppo, non cambia, cambiano solo le minacce che risuonano dall’esterno, mentre all’interno il buio e la sete rimangono gli stessi.
Quando l’11 gennaio il presidente statunitense Donald Trump ha lanciato il suo ultimatum a Cuba, esortando l’isola a “fare un accordo prima che sia troppo tardi”, le sue parole hanno riecheggiato come un tuono minaccioso nel cielo già tempestoso dei Caraibi.
La risposta del presidente Miguel Díaz-Canel, fiera e stanca insieme, è stata quella di chi brandisce la bandiera della sovranità nazionale come un ultimo, consunto scudo. “Siamo sottoposti a un’aggressione statunitense da 66 anni”, ha dichiarato, promettendo di difendere la patria fino all’ultima goccia di sangue. È un copione che conosciamo a memoria, una litania che serve a giustificare ogni fallimento, a coprire ogni miseria.
E così, mentre i leader si scambiano accuse, la mia mente torna a quelle cifre che avevo scritto: un milione di persone senza acqua, infrastrutture al collasso, e un patrimonio della famiglia Castro che sfiora i diciotto miliardi di dollari. A che servono, allora, le lacrime di sangue versate per la patria, se la patria muore di sete nelle sue case?
Trump, nel suo annuncio, ha colpito deliberatamente il punto vitale: “A Cuba non arriveranno più petrolio e soldi. Zero!”. Il suo riferimento era chiaramente al Venezuela, a quell’accordo di cooperazione stretto con Hugo Chávez che per anni ha tenuto in vita il regime, scambiando petrolio con professionisti cubani. Un patto di sopravvivenza, non di sviluppo. Ora che l’operazione militare statunitense a Caracas ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, ciò che ne consegue costerà la vita a decine e decine di persone, cubani inclusi, perché strappa via quel sostegno vitale, un castello di carte che rischia di crollare definitivamente.
E la domanda sorge spontanea, mentre osserviamo questa nuova, pericolosa escalation: a chi giova veramente questo perpetuarsi della crisi? Il regime grida all’aggressione, Trump brandisce la sua “dottrina Donroe”, una versione grottesca della dottrina Monroe, rivendicando un controllo sul continente che suona come una dichiarazione di guerra. Il ministro degli esteri cubano Bruno Rodríguez parla di uno “stato criminale fuori controllo”. È il linguaggio della guerra fredda, resuscitato in un’epoca che non può più permetterselo.
Eppure, in mezzo a questo duello retorico tra giganti, la realtà quotidiana dei cubani rimane la grande, tragica assente. Mentre Trump suggerisce, quasi per burla, che il segretario di stato Marco Rubio potrebbe diventare presidente dell’isola, a L’Avana i rubinetti sono ancora asciutti. Nei quartieri allagati da una tromba d’aria, il sistema di drenaggio inesistente continua a trasformare ogni acquazzone in una trappola. Il dollaro sul mercato nero ha superato i 400 pesos, un abisso che separa chi ha accesso alla valuta estera da chi è condannato a un salario da fame. I prigionieri politici, come il giovane Marlon Brando Díaz Oliva, marciscono in celle disumane, mentre mezzo milione di persone negli ultimi due anni ha scelto la fuga, votando con i piedi contro un sistema marcio.
L’élite del Gaesa, il conglomerato militare che controlla il 40% del Pil, osserva forse questa nuova tempesta geopolitica non come una minaccia alla nazione, ma come una minaccia ai propri affari. Con quei diciotto miliardi, si potrebbero ricostruire città, pagare medici, portare acqua potabile a tutti. Invece, si preferisce consolidare il potere e stringere alleanze con Russia e Cina, trasformando l’isola in una pedina strategica nel gioco dei grandi, mentre il popolo fa da zavorra.
Allora, quando leggo di queste nuove minacce e di questa resistenza a oltranza, non posso che pensare che la vera tragedia sia proprio questa: la resistenza di un regime alla sua stessa fine, non per amore del popolo, ma per pura e semplice autoconservazione. La risposta alle tue domande di agosto è qui, sotto i nostri occhi. Il regime resiste perché c’è chi, dentro e fuori l’isola, ha interesse a mantenerlo in vita. Ha interesse a sfruttarne la posizione strategica, a usarne la retorica come arma di distrazione, a spartirsi le briciole di un potere che si regge sulla miseria altrui.
E così, mentre i presidenti si sfidano a colpi di comunicati, il popolo cubano resta lì, al buio, come hai scritto tu. Senza acqua, senza cibo, e ora, con questa nuova, pericolosa incertezza che grava sull’orizzonte, anche senza la possibilità di capire se l’acqua tornerà mai a scorrere dai rubinetti, o se sarà solo un’altra promessa sepolta sotto il cemento della propaganda e degli interessi geopolitici.
La bandiera a mezz’asta davanti all’ambasciata statunitense è un simbolo di lutto, certo. Ma forse è il lutto per un intero popolo, da troppo tempo lasciato in attesa di un domani che non arriva mai.
