Buongiorno e accomodati pure mio caro lettore/lettrice di questo mio blog e fai come me, versati quel caffè con calma, sì... senza fretta, in questa pausa che abbiamo deciso di concederci per provare ad ascoltare davvero cosa ci passa dentro e - ahimè - intorno...
Stamattina, tra una notizia che sembrava scritta per addormentare la coscienza ed un'altra che provava a svegliarla, ho incrociato le parole di un alto rappresentante delle nostre forze armate, frasi riportate in modo preciso, misurate, quasi chirurgiche.
Sì... tre miliardi di euro (naturalmente stava parlando dei nostri soldi...) destinati alla guerra!
Minch... li ha pronunciati come se fossero i suoi, con la stessa naturalezza con cui si comunica l’orario a chi improvvisamente ce lo chiede per strada…
Tre miliardi per armi e mezzi destinati a un teatro di guerra che non è il nostro, autorizzati da undici decreti che, diciamocelo apertamente, nessuno ha avuto il tempo, la voglia, o forse la possibilità, di leggere con attenzione.
Eppure quei soldi vengono da noi, dal nostro lavoro, dalle nostre tasse, dalle nostre rinunce quotidiane ed incredibilmente nessuno ha bussato alle nostre porte per chiedercene l'autorizzazione, e ancor meno qualcuno si è presentato alle nostre frontiere con le armi in pugno, sì... nessuno finora ci ha dichiarato guerra eppure tre miliardi si sono volatilizzati!!!
Già... eccoci ora a finanziare distruzione mentre viceversa non riusciamo a riparare una scuola, a sostituire un ascensore in un palazzo popolare, a garantire un pronto soccorso decente a chi ne ha bisogno e così... mentre assorbivo quei numeri, tutto quel denaro sprecato, ho sentito una specie di smarrimento lento, come quando ti accorgi che una porta si è chiusa alle tue spalle senza rumore.
Ho letto di confini sfumati, di cyberattacchi, di cittadini chiamati a sentirsi sentinelle del proprio Stato, certo... concetti non privi di senso, se isolati, ma uniti gli uni agli altri, raccontati ogni giorno con crescente insistenza, formano una narrazione che mi pare scivolare, con passi piccoli e continui, verso una normalizzazione del conflitto.
Non come eccezione, non come ultima risorsa, ma come condizione permanente, quasi inevitabile. E allora mi chiedo: stiamo costruendo, pezzo dopo pezzo, decreto dopo decreto, una strada che porta inevitabilmente là dove non vorremmo mai arrivare? Perché sembra proprio che stiamo imparando a convivere con l’idea della guerra come se fosse una stagione da attraversare, non un’aberrazione da impedire con ogni mezzo.
Poi tornano in mente quelle frasi tecniche, quelle cifre da bilancio: “riequilibrio delle dotazioni”, “sostenibilità della risposta convenzionale”, “mantenimento delle condizioni operative”, oltre cinque miliardi stanziati quasi in silenzio, tra un’intesa notturna e un compromesso di corridoio.
Si discute di cyber e di logistica come se stessimo parlando di una nuova rete di metropolitana, con lo stesso distacco e la stessa fretta. E intanto, senza clamore, si approva un nuovo decreto che innalza gli aiuti militari a priorità nazionale - mediato, certo, con un partito di governo, ma mediato come si fa con il prezzo di un appalto, non con il destino di un paese.
È proprio questa inesorabilità che mi agghiaccia. Perché la follia - o almeno una deriva pericolosa di essa - non arriva mai travestita da mostro urlante; arriva vestita da buonsenso, da competenza, da dovere istituzionale.
E quando si spendono miliardi senza un dibattito vero, senza che la gente possa scegliere, senza che il Parlamento abbia il tempo e lo spazio per esprimersi con responsabilità, allora sì, si rasenta il limite. E se consideriamo la qualità dei protagonisti di questa fase - scarsamente preparati, poco visionari, spesso pronti a scambiare la complessità per semplicità - il mio timore non è astratto. È concreto, radicato nel presente, e si allunga già nel futuro.
Temo davvero, tra qualche anno, di guardarmi indietro e di dover ammettere che questo conflitto che ora ci sembra lontano, inevitabile, “non nostro ma da sostenere”, poteva essere evitato. Potevamo essere protagonisti di pace in modi diversi: con diplomazia tenace, con investimenti in cooperazione, con l’esempio di una nazione che sceglie la costruzione anziché l’armamento. Invece, a quanto pare, la via più facile—o forse solo l’unica che alcuni sanno percorrere—è quella della risposta armata, della spirale che si avvita su se stessa.
E noi, nel silenzio di chi non viene interpellato né informato davvero, stiamo seguendo passi che qualcun altro ha già deciso per noi. Senza chiedere il permesso. Senza ascoltare la voce di chi, ogni giorno, sceglierebbe un’altra strada, se solo gliene venisse data l’occasione!