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martedì 13 gennaio 2026

Conto alla rovescia per la Sicilia: l’isola è sparita, insieme all’85% dei fondi “per il ponte” - destinati al Centro-Nord.

La foto che accompagna questo post mostra una vecchia carta geografica d’Italia, ma la Sicilia non c’è! 

Al suo posto, il vuoto... intorno, monete sparse: qualcuna sparsa qua e là, la maggior parte ammassata al Centro e al Nord, come se il Sud fosse solo un’eco lontana, un dettaglio dimenticato in un conto che non gli appartiene.

È un’immagine simbolica, certo, eppure tragicamente reale. Perché è esattamente ciò che sta accadendo oggi, sotto i nostri occhi, mentre si consuma l’ultimo atto della farsa del ponte sullo Stretto.

Siamo alle solite: quel silenzio omertoso che vorrebbe nascondere ciò che già sta accadendo.

La CGIL Sicilia, l’unica tra i tre grandi sindacati a parlare, ha lanciato l’allarme: di quei 3,5 miliardi rimodulati, ben l’ottantacinque per cento finirà nelle tasche di aziende del Nord.

Cosa dire? L’ennesimo scippo, in continuità con quella linea storica inaugurata ai tempi di Garibaldi e dei suoi amici Savoia, una prassi ormai consolidata, da cui non si torna mai indietro. In questo teatrino assurdo, però, ciò che sconcerta più dell’inganno stesso è il silenzio complice che arriva dal Palazzo della Regione. Dov’è la sua voce? Quella che dovrebbe indignarsi, reclamare ciò che appartiene alla Sicilia? Ancora una volta ci chiediamo se accetteranno supini le decisioni del governo di Roma e della sua segretaria di partito.

La vicenda ha il sapore amaro di una beffa già scritta. Prima lo scippo delle risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, dirottate sul ponte in un silenzio iniziale imbarazzante. Poi, nonostante moniti autorevoli - come quello della Corte dei Conti, che ne aveva messo in dubbio persino la realizzabilità - era rimasta una flebile speranza: che quei soldi potessero tornare a essere investiti qui, per opere davvero prioritarie.

Invece no. Arriva la nuova burla: la cosiddetta “rimodulazione”, che non è altro che un trasferimento mascherato. Il governo aggira gli ostacoli, svuota il progetto della sua stessa pretesa utilità per il Sud, e quei miliardi prendono la strada del Nord. È paradossale, come ricordano Mannino e Lucchesi: si tolgono soldi proprio a chi, a parole, si vorrebbe favorire. A questa macchina della propaganda, cosa resterà ancora da inventare?

Ma il nodo vero, quello che stringe la gola, resta l’immobilità di chi dovrebbe difendere questa terra per primo. Quel silenzio complice trasforma un danno economico in una ferita più profonda: una ferita di dignità. Ci si augura, fino all’ultimo, un cambio di atteggiamento, perché la Sicilia non merita questo disinteresse, né il disprezzo strisciante che arriva dal governo nazionale. E forse non merita nemmeno la rassegnazione di chi la rappresenta.

Mentre rielaboro queste amare considerazioni, mi tornano in mente gli echi dei commenti che hanno accompagnato la notizia - a volte brutali, sempre sinceri. C’è chi punta il dito contro i “compagniucci della parrocchietta”, notando che solo Confindustria, alzando la voce, è stata ascoltata. C’è chi evoca con rabbia l’esempio dei francesi, pronti a bloccare tutto, convinto che sia finalmente tempo di alzarsi dalla sedia. C’è la disperazione di chi si sente preso in giro da decenni, la lucida amarezza di chi vede nel ponte solo un pretesto: “il passaggio delle risorse dal Sud al Nord”. E c’è chi, con sguardo storico, richiama la Cassa per il Mezzogiorno, i suoi fallimenti, e l’amaro paradosso di un divario che, dopo qualche timido miglioramento, oggi sembra ridislocarsi con forza ancora più iniqua.

È un coro di voci che mescola sarcasmo, indignazione e un profondo senso di abbandono. Parlano di governatori “incollati alle poltrone”, di una classe politica regionale complice, di un’ignoranza diffusa che rende possibile tutto questo. E tra un commento sull’ipocrisia e uno sulla necessità di recuperare orgoglio, emerge nitida una domanda: se fossimo diversi, se avessimo quella fierezza collettiva che altri popoli mostrano con naturalezza, forse le cose non accadrebbero così.

Invece, sembra dire quel coro, ci accontentiamo delle briciole, assistiamo allo scippo e, in troppi, restiamo in silenzio. Proprio come quel silenzio - istituzionale e assordante - che è al centro di tutta questa vergognosa vicenda.

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