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sabato 4 aprile 2026

Pelikan System: Quando il fiume insegna. Un’iniziativa che vorrei vedere imitata ovunque.

Buongiorno, e grazie per aver voluto condividere con me questa storia. Avevo bisogno di rileggerla con calma, perché certe notizie meritano più di una lettura veloce. Parlo di quel post che ho trovato qualche giorno fa, quello del Tevere che, incredibile a dirsi, sta letteralmente bloccando i rifiuti e restituendo dignità alle sue acque. A volte ci dimentichiamo che i fiumi non sono discariche, ma arterie vive del nostro territorio, e quel che accade in Lazio dovrebbe farci riflettere tutti.

Sai, leggendo che hanno completato l’installazione della terza barriera del progetto "Pelikan System" alla foce del Tevere, a Capo Due Remi sul lato di Ostia, ho pensato a quante volte abbiamo visto fotografie vergognose di plastica e scarti arrivare al mare. Ecco, questa è una di quelle iniziative che parte dal basso, dalla consapevolezza, e che si fa sistema. 

Non è un intervento estemporaneo, ma una strategia integrata: la nuova barriera, entrata in funzione a fine marzo 2026, lavora insieme a quelle già presenti sulla riva destra del Tevere e sul fiume Aniene. Insieme creano una rete coordinata che intercetta i rifiuti prima che raggiungano il mare, dove tutto diventerebbe più difficile e dannoso.

Mi piace immaginare queste barriere, lunghe circa quaranta metri e costruite in acciaio zincato, posizionate proprio dove la corrente, quasi con intelligenza naturale, convoglia i detriti. C’è una grata che scende fino a un metro di profondità, capace di catturare non solo ciò che galleggia, ma anche quello che sta semi sommerso. 

E la prudenza non manca: durante le piene eccezionali, quando l’acqua supera un metro e mezzo al secondo, il sistema entra in modalità neutra per non ostacolare il deflusso. Non si tratta di ostacolare il fiume, ma di aiutarlo a respirare pulito.

Ma la parte che mi ha colpito di più è il lavoro silenzioso e tecnologico che accompagna queste barriere. Una flotta di imbarcazioni intelligenti, dotate di droni, veicoli operati a distanza e sonde parametriche, monitora in tempo reale la qualità dell’acqua e raccoglie ulteriori rifiuti lungo il corso. Ogni passaggio - ho letto - recupera in media trenta chili di materiali galleggianti. Trenta chili non sembrano tanti, ma sommati giorno dopo giorno diventano montagne restituite alla terra e non al mare.

E i numeri del primo anno parlano da soli: centoventimila chili di rifiuti rimossi tra Tevere e Aniene. Non solo plastica e legname, ma anche pneumatici, bombole del gas, frigoriferi, scaldabagni, materassi. Roba che non dovrebbe finire in un fiume nemmeno per sbaglio, e invece ci finisce perché qualcuno pensa che l’acqua sia un buco nero dove sparire ogni vergogna.

Ecco, quello che auspico è che questa iniziativa venga imitata da altre regioni. Non serve inventare qualcosa di straordinariamente nuovo, basta copiare chi ha già dimostrato che si può fare. 

Perché quando un territorio si prende cura delle proprie acque, migliora la qualità ambientale, riduce i rischi idraulici durante le piene e, soprattutto, mette fine a quello scempio che troppo spesso accettiamo come inevitabile. Non lo è. E il Tevere, con le sue barriere e le sue barche intelligenti, ce lo sta dimostrando ogni giorno. 

Speriamo che qualcuno di quegli assessorati regionali che in Sicilia si occupano di territorio, ambiente, energia e servizi di pubblica utilità – e lì dentro c'è pure il Dipartimento dell'acqua e dei rifiuti, quello che dovrebbe sapere tutto di bonifiche e gestione del ciclo degli scarti – oltre a pensare esclusivamente a come spendere il proprio stipendio - cui gentilmente di fatto il sottoscritto in quota parte partecipa -stia già, mentre legge questo mio post, prendendo appunti.

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