Ma ormai sappiamo bene come quest'ultimi, si muovano soltanto quando tutto è ormai in pezzi, quando le crepe sulla collina sono divenute voragini, quando le case e le strade sono state inghiottite nel terreno e soltanto allora, si solo a fatto compiuto, si affacciano per osservare quanto accaduto, con i loro distinti incarichi e quelle assurde dichiarazioni, già... per commentare un disastro che si sarebbe potuto evitare.
Ed allora, ogni sera, osservo nei Tg nazionali la cittadina di Niscemi, un paese che potrebbe, da un momento all'altro, scivolare verso la piana. Sembra la scena di un film che si ripete in loop, ma è la tragica litania che accompagna da oltre un trentennio questa nostra isola. Eppure va detto... non mancano i progetti, le carte, le buone intenzioni, anzi, sono tutti lì, perfettamente redatti, con tanto di firme e di finanziamenti stanziati.
Come ad esempio non ricordare quel progetto di consolidamento per la frana del ’97, con la sistemazione del torrente, i cui ultimi atti ufficiali risalgono a un anno fa. Un progetto "mai nato", come tanti altri, rimasto sepolto sotto altre priorità, forse sotto altro. L’appaltatrice venne licenziata per “gravi ritardi” si legge e nel frattempo, si son fatti dei terrazzamenti, altri piccoli interventi, ma il cuore del problema, quello vero, è rimasto lì, a marcire insieme al terreno argilloso, in attesa del suo risveglio.
Questo è il punto, il vero cuore della questione: È tutto scritto, saputo, confermato! Lo dicono i geologi da una vita: certi luoghi sono predestinati, certi equilibri geologici sono talmente fragili che l’uomo, con il suo calcestruzzo e la sua incuria, non fa che accelerarne il corso. L’abitato sorge su un pianoro di sabbia che poggia su argille impermeabili, una condizione che invita allo scivolamento. Le indagini lo hanno dimostrato, i monitoraggi lo confermano: il dissesto è profondo, strutturale, solo in quiescenza relativa.
Non è un’eccezione, è la norma. E la conclusione, per chi vuole ascoltare la scienza e non l’orgoglio, è netta: non esistono soluzioni tecniche definitive, solo interventi di mitigazione. L’unica strada seria sarebbe una pianificazione che riduca l’esposizione, che pensi a una progressiva delocalizzazione ed invece no... si preferisce fingersi sorpresi ogni volta, come se la pioggia di oggi fosse un evento mai visto, e non la semplice conferma di quanto seminato ieri.
E così, mentre la collina sta franando, mentre il capo della Protezione Civile descrive una situazione critica per l’intera altura, ed allora ti chiedi: dov’erano, tutti questi anni, coloro che avrebbero dovuto ascoltare? Perché le voci che denunciavano i rischi, che scrivevano di alvei da mettere in sicurezza, di canali di scolo da ripulire, di una cementificazione folle che ha impermeabilizzato il suolo, sono rimaste sussurri inascoltati?
Sono anni, decenni, che se ne parla, eppure, nulla cambia. Si spendono fiumi di denaro in consulenze, in progetti, in commissioni. A volte, purtroppo, scopriamo che parte di quei fondi ha intrapreso strade oblique, come ci hanno ricordato recenti inchieste che hanno coinvolto persino figure istituzionali delegate proprio al contrasto del dissesto. E allora il cerchio si chiude in modo perfetto e crudele: l’incuria si sposa con l’illecito, e il territorio paga il conto più salato.
Alla fine, restano loro, i cittadini. Abbandonati in un territorio martoriato, senza piani seri di emergenza, costretti a contare i danni di una vita che va in frantumi, insieme alla propria casa. Assistono impotenti allo stesso balletto: l’allarme ignorato, la catastrofe, la mobilitazione tardiva, le promesse. E poi il silenzio, fino alla prossima pioggia.
È una storia che si ripete senza soluzione di continuità, già... una storia di doveri voltati dall’altra parte, di responsabilità evase, di allerta non lanciate.
Una storia che dimostra come, in fondo, non sia la natura la più spietata, ma l’indifferenza di chi, seduto su quelle poltrone, avrebbe il potere di cambiare le cose e invece aspetta, sì... che la terra smetta di tremare. Ma solo... per ricominciare daccapo!
