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mercoledì 15 luglio 2026

Scusate, ma quell'influencer su Tik Tok cosa voleva dimostrare: Oltre l'elenco, oltre il pregiudizio. Parte Seconda

Continuando con quanto scritto ieri, dopo aver letto e riletto quei passi, mi sono convinto che un invito alla lettura, se fatto con onestà intellettuale, dovrebbe aprire finestre, non costruire muri, dovrebbe mostrare la complessità, non ridurla a una prova.

So perfettamente che provare a leggere il Talmud è un atto faticoso, richiede umiltà, necessita di accettare che il testo ci sfugga, che ogni affermazione possa venire dibattuta e che ogni regola scritta abbia un'eccezione.

Già... l'esatto contrario di uno semplice slogan, di un elenco di nomi messi in fila per dimostrare un'eventuale tesi, che per quanto mi concerne resta solo una bizzarra ipotesi.

Eppure, su un punto, quello iniziale, devo ammettere che quella sua argomentazione – mi riferisco al potere dei media e della ripetizione – non è del tutto campata in aria. Perché è vero che l'esposizione costante a determinate narrazioni plasma il nostro modo di pensare, d'altronde ciò che vediamo in quelle piattaforme globali di streaming, sui social, nelle pubblicità, contribuisce a forgiare – soprattutto nei giovani, ma ahimè anche in molti adulti – le nostre convinzioni. D'altronde, perché la ripetizione, se attuata come propaganda, diventa uno strumento potente, capace di trasformare l'eccezione in regola, lo scandalo in normalità.

Già... su quanto sopra (forse) potremmo anche trovarci d'accordo. Ma è proprio qui che il suo discorso si incrina. Perché da questa constatazione legittima – il potere dei media – lei salta a una conclusione che non regge: che dietro tutto ciò ci sia un "popolo" - quello ebraico - con un "interesse" specifico, e che la prova di questo complotto sia nascosta in antiche pagine talmudiche.

Il salto logico è evidente. La presenza di persone di origine ebraica in posizioni di potere nei media e nella tecnologia non dimostra nulla, se non che in determinati contesti storici e geografici – come gli Stati Uniti del Novecento – molte famiglie ebree hanno trovato opportunità e le hanno sfruttate. È un dato sociologico, non una prova di un complotto.

E il Talmud, poi, è un testo di discussione legale e teologica interno al popolo ebraico, non un manuale di dominazione mondiale. Le sue leggi riguardano la vita della comunità ebraica, non il controllo dell'opinione pubblica globale. Usarlo come prova di un presunto piano di egemonia culturale è un abuso di contesto talmente evidente che rasenta il paradosso.

Forse lei voleva solo provocare, generare clic e condivisioni. E chissà... forse in questo ci è riuscita. Ma se il suo obiettivo era farmi capire qualcosa, devo dire che ha fallito. Ho letto, ho studiato, ho riflettuto e sono uscito da quelle letture con più domande di prima. La sua lista di potenti non mi ha detto nulla di nuovo sugli ebrei. I suoi passi talmudici non mi hanno detto nulla di definitivo sul Talmud. Ma mi hanno detto molto sulla sua lettura, sulla sua volontà di cercare conferme alle sue paure in un testo antico. E su questo, forse, vale la pena riflettere, perché la domanda vera, alla fine, non è cosa dice il Talmud degli altri, la domanda vera è cosa dice di noi il modo in cui lo leggiamo.

Ed allora, per concludere, regalo anch'io a quella giovane "influencer" una piccola lettura. Sì... due celebri frasi, riprese anch'esse dal Talmud. La prima riporta: "Basta che esista un solo giusto, perché il mondo meriti di esser stato creato". La seconda: "Stai attento alle tue parole, perché diventeranno le tue azioni. Stai attento alle tue azioni, perché diventeranno le tue abitudini. Stai attento alle tue abitudini, perché diventeranno il tuo carattere. Stai attento al tuo carattere, perché diventerà il tuo destino".

Sono due semplici insegnamenti che non hanno bisogno di interpretazioni forzate, non richiedono di essere estratti dal loro contesto per diventare armi. Parlano da soli, con una chiarezza che è insieme etica e poetica. La prima ci ricorda che il valore di un'umanità intera può riposare sulla schiena di un solo uomo giusto, e che nessuna appartenenza – etnica, religiosa, nazionale – può esaurire la dignità di chiunque sia stato creato a immagine di Dio. La seconda invece ci mette in guardia dal potere terribile e sottile delle parole: non sono mai neutre, non evaporano dopo essere state pronunciate, ma si depositano dentro di noi e dentro chi ci ascolta, diventando azioni, abitudini, carattere, destino.

Auspico quindi che da ora in poi, questi miei ultimi insegnamenti, possano rappresentare il giusto equilibrio tra il pensiero e le parole. Perché il pensiero, da solo, può restare prigioniero di se stesso, girare a vuoto nel labirinto delle proprie ossessioni, cercare conferme e trovarle sempre, ovunque, anche nei testi più antichi e complessi. La parola, invece, è il ponte che porta il pensiero fuori di noi, lo consegna agli altri, lo rende reale e responsabile.

Quando il pensiero e le parole si bilanciano, quando la riflessione profonda trova il coraggio di esprimersi con onestà e la parola si fa custode della verità e non della menzogna, allora la lettura di un testo antico può davvero diventare un incontro, non uno scontro.

Allora il Talmud – o qualsiasi altra scrittura – smette di essere un arsenale di prove e diventa ciò che è sempre stato: una conversazione che attraversa i secoli, un invito a interrogarsi, non a giudicare!



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