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lunedì 2 marzo 2026

La beffa dopo il danno: storia di un'azienda svuotata e di un liquidatore perbene.

Ho ricevuto in queste ore una bella notizia, una di quelle che aspettavo da quel lontano 2017, giorno in cui avevo dovuto procedere al recupero coattivo delle mie spettanze (10 mesi di stipendi e il TFR)!

Ma oggi la mia felicità - pur ottenuto quanto dovuto - sbatte nel muro di un paradosso, sì... uno di quelli che fa vacillare la mia fiducia nel sistema "giustizia", seppur quest'ultimo - nella persona del curatore fallimentare - abbia saputo evidenziare grande correttezza e professionalità.

Mi sono chiesto: è ammissibile che chi ha contribuito ad abbandonare l'impresa nel momento di maggiore bisogno, possa poi mettersi in fila per spartirsi gli ultimi brandelli del suo valore? 

Lasciate quindi che vi racconti per filo e per segno quanto accaduto...

Operavo in un'impresa di costruzioni: formalmente un dipendente, ma nella sostanza molto di più. Ero infatti Direttore Tecnico ed RSPP, con tutte le responsabilità che questi ruoli comportano. 

Parliamo di una S.p.A. a gestione familiare, certamente competente e strutturata, ma che purtroppo - a causa di problemi giudiziari intervenuti e con un'amministrazione imposta - non è riuscita a salvaguardare le commesse a suo tempo aggiudicate, andando così in frantumi.

Consentitemi, per correttezza di cronaca, di aggiungere un riconoscimento doveroso: l'ultimo amministratore giudiziario nominato dal Tribunale di Catania, nel contesto del provvedimento di confisca, ha effettivamente operato con correttezza professionale, pur nei limiti stringenti imposti dalla normativa.  

Ha difatti cercato di salvaguardare i cantieri ancora in essere e, proprio su questo punto, un merito va certamente al sottoscritto, sì... per esser riuscito - quasi fossi un prestigiatore - a chiudere senza penali ben due cantieri (Provincia di Ragusa e Comune di Solarino) e a portarne uno a compimento (S. Giovanni la Punta). Ciò ovviamente ha permesso a quell'amministratore di muoversi con più libertà e, grazie alla vendita di gran parte del patrimonio mobiliare, di ridurre le somme poste a debito. Ma ciò, comprenderete, ha di fatto reso la società incapace di poter continuare ad operare.

Sì... consentitemi di dire che neppure "Harry Potter" avrebbe potuto realizzare, per quei cantieri, quanto fatto dal sottoscritto, cui si aggiungono tutte le somme che - sempre a seguito delle mie denunce - hanno permesso, nella successiva fase fallimentare, al liquidatore (soggetto terzo subentrato dopo l'amministrazione giudiziaria) di incrementare l'attivo.

Vorrei aggiungere che la mia parte l'ho fatta fino in fondo, sì... a differenza dello Stato che, di lì a qualche anno, ritrovandosi in mano un baraccone vuoto - senza appalti e senza più nulla da vendere - ha deciso di restituire le quote ai soci, i quali, incredibilmente, come loro prima azione: mi licenziarono!

Già... dimenticarono quanto avevo compiuto in quei lunghi anni come dipendente. Ma non solo, dimenticarono – o forse scelsero deliberatamente di rimuovere – che io, a differenza di tutti gli altri dipendenti - che da tempo avevano abbandonato la nave - ero rimasto, si senza stipendio da dieci mesi, a presidiare i cantieri e a chiudere le commesse, già... a tenere in piedi ciò che ancora restava.

E soprattutto omisero – e questo è il paradosso più amaro – che grazie al sottoscritto nessuna azione legale è stata mai intrapresa nei loro confronti personali. Già, loro, che avevano firmato le fideiussioni per i contratti appaltati. Loro, che avrebbero potuto esser chiamati a rispondere con il proprio patrimonio. Mentre io, viceversa, potevo farlo... potevo andarmene, potevo abbandonare la nave come tutti gli altri, d'altronde, avevo tutti i motivi per farlo, ma scelsi di non farlo!

Scelsi la lealtà. Loro, viceversa, scelsero di dimenticare! Sì... soprattutto quanto compiuto pubblicamente in quegli anni difficili. D'altronde, basti semplicemente rileggersi tutti i post che sin dal 5 giugno 2010 ho scritto a difesa di loro e della società nel mio blog, ma non solo, seguirono anche una serie d'incontri – per non dire "scontri" – formali presso gli uffici della Prefettura di Catania, sì... ci mancava poco che venissi arrestato!

E così, come riportavo sopra, grazie alle mie denunce, il liquidatore nominato è riuscito – con l'incasso delle fatture a suon tempo non pagate da alcuni clienti e con la vendita di proprietà e beni della società – a recuperare ben 500.000 euro. Certo... una stilla d'acqua nel deserto, ma capace quantomeno di dare una risposta ai dipendenti: sia a coloro che, come me, erano intervenuti legalmente (ci tengo a precisare che a formalizzare l'istanza di fallimento siamo stati soltanto in tre: io, un ex dipendente e un fornitore...), sia a quanti, viceversa, non avevano mosso un dito.

Oggi... mi verrebbe di aggiungere altro, ma stasera ho deciso di soprassedere. Non ho mai dimenticato che quel piatto, per tanti anni, mi ha dato da mangiare. E non intendo sputarci sopra. Eppure, dentro di me, la delusione è ancora presente. E certe domande brucianti non trovano risposta: Com'è possibile? Che giustizia è questa? Dove sta il confine tra diritto e beffa?

Sì... mi ritrovo a pensare che – come in un paradosso amaro – la mia lotta per far rispettare la legge ha involontariamente creato lo spazio per salvare qualcosa per gli altri. Gli stessi che, in tutti questi lunghi anni, non hanno mai avuto il coraggio di ringraziarmi.

Ma la sensazione che prevale è di profonda ingiustizia. Osservare chi ha abbandonato sin da subito la nave nel momento di difficoltà, presentarsi ora sulla scialuppa di salvataggio, con un biglietto che non ha nemmeno comprato, credetemi, è uno spettacolo che lascia l'amaro in bocca.

Già... è come se il sistema, a volte, funzionasse per compartimenti stagni. Da una parte c'è chi ha subito un provvedimento interdittivo – lo stesso che ha permesso di amputare il futuro a una società – per poi concedere ad altre imprese, certamente "amiche", di espandersi: le stesse ricordo che, incredibilmente, nel tempo, si sono macchiate di esser state colluse con quel sistema criminale e mafioso; dall'altra, la meccanica del fallimento che, cieca, certifica crediti senza però guardare in volto i creditori.

Ed ecco che ora, tutti coloro che mandarono la nave contro gli scogli – di proposito o per omissione – vengono risarciti, a spese di chi, invece, il danno lo ha soltanto subito!

Consentitemi un ultimo pensiero, rivolto al liquidatore nominato dal Tribunale di Catania. 

Sono passati quasi nove anni da quella vicenda, eppure il mio ringraziamento rimane intatto: Avv. Andrea Minneci, lei è riuscito, con competenza e tenacia, laddove troppi altri si arrendono. È per questo che oggi sento il bisogno di scrivere queste righe: per dirle, pubblicamente, grazie. E per congratularmi con lei per il lavoro svolto.

domenica 1 marzo 2026

IRAN: Quando il presentimento diventa realtà!

C’è un sentore strano,  che arriva  in queste ore da quella parte di medio oriente, e rileggendo quanto avevo scritto solo pochi giorni fa, mi sono reso conto che quel presentimento non era così campato per aria.

Avevo parlato dell’odore della polvere da sparo, e adesso, puntuale come certi temporali previsti, quell’odore è diventato realtà. 

Non era un esercizio di stile, non era la voglia di fare il profeta di sventura: era semplicemente il tentativo di mettere in fila dei pezzi che, messi uno accanto all’altro, componevano già un disegno chiarissimo. E quel disegno, ora attraverso tutti i media lo stanno confermando, con la freddezza di chi legge semplicemente un comunicato stampa.

Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran. Non è più un’ipotesi, non è più uno scenario su cui i politologi inizieranno a discutere nelle trasmissioni serali e così, mentre le prime notizie frammentarie cominciano a rincorrersi sui siti di informazione e nelle agenzie di stampa, ecco che arriva la voce, quella che fa più rumore di qualsiasi bomba: Ali Khamenei è morto! 

Lo dicono fonti diverse, lo ripetono testate come "Iran International", che non è certo un bollettino del regime, ma una voce dall’esterno, una di quelle che solitamente i pasdaran bollano come nemiche. E questa voce racconta che la Guida Suprema è stata uccisa nell’attacco. E poi aggiunge un dettaglio che, se fosse vero, avrebbe il peso di un terremoto dentro un altro terremoto: a Teheran, dalla finestre, si sentono applausi.

Sì... ripeto, applausi, non preghiere, non silenzi carichi di paura, non la caccia allo straniero che i regimi sanno orchestrare quando il nemico bussa alle porte, ma applausi, già... gente comune che si affaccia dai balconi e nel vedere i missili stranieri colpire la città batte le mani, festeggia, ride, come si fa per una liberazione, sì... per un peso che cade dalle spalle. 

Se quanto stiamo vedendo nei social è vero, ciò rappresenterebbe la reale fotografia di un regime che, nel momento della sua massima prova, scopre di non avere radici, scopre di essere soltanto un’architettura di potere sorretta dalle baionette e dal terrore, pronta a sgretolarsi non appena il vento cambia. 

Perché quando la gente applaude alla morte del proprio leader, significa che quel leader era già morto da tempo nei cuori di chi lo subiva. Significa che l’unica cosa che teneva in piedi tutto era la paura, e la paura, a quanto pare, può essere sostituita da un’altra emozione, proprio nel momento in cui ci si aspetterebbe il contrario.

Dall’altra parte, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, dice di non avere nulla da dire al riguardo. Un silenzio che pesa più di mille smentite. Perché quando un regime tace sulla sorte del suo capo supremo, quando non produce immagini, non smentisce, non organizza la contro-narrazione, significa che il caos è già dentro le stanze dei bottoni. Significa che forse non sanno nemmeno loro cosa dire, o forse stanno cercando di capire chi comanda adesso, in questa nuova ora zero che si è aperta sul paese.

E così, mentre scrivo, tutto sembra muoversi in quella direzione che avevo già provato a descrivere: la macchina militare che avanza indifferente alle parole, i leader che giocano le loro partite interne su un palcoscenico internazionale, la diplomazia ridotta a una scenografia. 

Solo che adesso non è più una previsione. È cronaca. E l’odore della polvere da sparo non è più un’immagine poetica per descrivere un presentimento, ma qualcosa che si respira davvero, in quella parte di mondo, e che forse, piano piano, cominceremo a sentire anche noi, qui al riparo, qui dove la guerra arriva solo attraverso gli schermi. 

Ma anche attraverso gli schermi le guerre lasciano profonde tracce, perché cambiano il modo in cui guardiamo al futuro. Ci ricorda che certe meccanismi una volta messi in moto, sono difficile da fermare e che a volte, le cose che scriviamo per esorcizzare la paura, finiscono purtroppo per diventare lo specchio di ciò che realmente accade...

sabato 28 febbraio 2026

Giornalismo: la verità? In Sicilia, a Catania, l'hanno messa a tacere. Insieme al coraggio...

Mi capita ormai la sera di sfogliare distrattamente le testate locali o di fermarmi un secondo in più davanti ai titoli dei tg regionali, ma ogni volta provo una sensazione amara, come se guardassi un film già visto, recitato da comparse che hanno dimenticato la sceneggiatura originale.

In Sicilia, e soprattutto a Catania, ho la netta impressione che sia sparita del tutto una certa informazione.

Non parlo della cronaca, quella c'è sempre: nera e, talvolta, sanguinaria.

Parlo di quell'altra informazione. Quella che un tempo aveva il coraggio di fare nomi e cognomi, di denunciare il radicamento profondo di "Cosa Nostra" in ogni ingranaggio vitale di questa terra.

Dov'è finita la voce che gridava contro le connivenze tra imprenditoria e politica? Quella che puntava il dito contro i "colletti bianchi", signori dall'aspetto rispettabile che siedono nei consigli di amministrazione mentre decidono le sorti di interi settori economici?

Perché la vera mafia, quella più pericolosa, non è soltanto quella dei mafiosi affiliati. Quella è la manovalanza, il "braccio armato".

La testa pensante, il vero potere, risiede altrove: sta nei saloni dei banchieri, negli uffici dei governanti, in quelle stanze dove si intrecciano affari e politica. Dove si decide che una terra può continuare a essere gestita come un feudo personale, purché tutto resti, in superficie, calmo e operoso.

Il giornalismo che vedo oggi mi trasmette una sensazione di profonda rassegnazione. È paura? O è convenienza?

Forse gli editori hanno capito che il silenzio garantisce benefici più concreti di una battaglia persa in partenza. Benefici economici, ma anche personali: un posto al sole e una quieta esistenza senza nemici.

Ma si dimentica una cosa fondamentale: senza un giornalismo serio e coraggioso, si toglie ossigeno al futuro e si lasciano i nostri giovani in un deserto di verità addomesticate.

Dov'è finito quel giornalismo? E i suoi coraggiosi giornalisti?

Io credo che a Catania non esistano più piattaforme veramente indipendenti. Esistono voci isolate, soffocate, che non hanno la forza di penetrare il muro di gomma di un sistema informativo ormai omologato. Un sistema in cui i grandi gruppi editoriali sono nelle mani di pochi potenti che decidono quali notizie debbano arrivare ai cittadini.

Perché è così che si uccide la verità oggi!

Non con un colpo di pistola, ma con il silenzio assordante di chi, potendo parlare, sceglie di tacere. Si uccide sommergendola sotto un mare di informazioni inutili.

E alla fine, il cittadino comune si ritrova solo. Con l'amara consapevolezza che chi dovrebbe fare luce preferisce restare al buio. E in questo buio, i veri padroni della terra continuano a danzare indisturbati.

E voi ditemi: cosa ne pensate?

Credete che vi sia ancora spazio per una voce libera? Oppure pensate che alla maggior parte dei miei conterranei non interessi più cosa accade attorno a loro, avendo ormai accettato questa condizione in maniera rassegnata?

venerdì 27 febbraio 2026

Ponti tra culture, dighe di futuro: la geometria della cura secondo We Build.

Che meraviglia, già... c'è un termine che torna spesso quando si parla di grandi opere, ed è la parola: "lustro". 

Si dice che un'infrastruttura doni lustro a un paese, e nel caso di "We Build" con le sue realizzazioni sparse per il globo, questa parola acquista un significato profondo, quasi letterale. 

Perché non si tratta solo di uno splendore estetico o di superficie, ma di una luce che rivela contorni e connessioni, che illumina il ruolo dell'Italia nel mondo non come semplice esecutrice di lavori, ma come architetta di relazioni. 

Dai ponti che valicano lo stretto del Bosforo alle dighe che domano il Nilo Azzurro, fino ai corridoi marittimi che come il Canale di Panama intrecciano gli oceani, ogni intervento sembra rispondere a una logica progettuale che va ben oltre la semplice ingegneria. È una logica che anticipa la vulnerabilità, che non aspetta per poi correre ai ripari, ma costruisce sistemi capaci di assorbire lo shock, di rimanere in piedi quando tutto intorno trema. Non si reagisce alla crisi, la si precede.

E su scala globale, questo legame profondo tra ciò che costruiamo e la sicurezza che ne deriva si è amplificato in modo esponenziale con l'avvento delle nuove tecnologie. Pensiamo alle grandi dighe: non sono più solo muraglie d'acqua, ma veri e propri pilastri del sistema energetico e industriale di nazioni intere. È il caso della Grand Ethiopian Renaissance Dam, il GERD, un complesso impianto in Etiopia che We Build ha contribuito a realizzare. Sfruttando la forza del Nilo Azzurro, raggiunge una potenza installata di 5.150 megawatt, una cifra che da sola equivale a tre centrali nucleari di media grandezza. È il più grande progetto idroelettrico africano mai realizzato, certo, ma definirlo solo così sarebbe riduttivo. È un'infrastruttura di scala globale che consolida l'autonomia energetica di un paese e, con essa, la sua capacità di proiettarsi come hub regionale, come centro di gravità permanente per l'intero Corno d'Africa. L'energia diventa così moneta di scambio, strumento di diplomazia, fondamento di una stabilità che non può essere imposta, ma solo coltivata.

Questa stessa idea di stabilità, poi, trova cardini altrettanto fondamentali nei ponti e nei corridoi marittimi. In Turchia, i tre ponti sul Bosforo, due dei quali portano la firma del Gruppo, non sono semplicemente vie di collegamento tra due sponde. Sono una vera e propria intelaiatura, una cerniera fisica e simbolica tra Europa e Asia. Sostengono ogni giorno flussi ininterrotti di trasporto e commercio, reggono il peso di merci e di storie che da un continente all'altro si scambiano il testimone. 

Ma è forse nei grandi canali di navigazione che questa funzione diventa ancora più lampante. Da Suez all'istmo di Panama, questi snodi sono elementi cruciali non solo per il trasporto marittimo, ma anche per il transito di navi militari, e la sicurezza di intere aree geografiche finisce per poggiare, letteralmente, sulla tenuta di queste infrastrutture. 

Il Canale di Panama, ampliato da Webuild nel giugno del 2016, ne è l'esempio forse più emblematico. Nel 2025, ha visto il passaggio di oltre tredicimila imbarcazioni, movimentando quasi 500 milioni di tonnellate di merci e generando ricavi per 5,7 miliardi di dollari. Cifre che raccontano di un flusso vitale inesauribile, di un respiro del mondo che si fa affanno se un'istituzione come questa dovesse incepparsi. I due grandi canali, quello egiziano e quello panamense, si confermano ogni giorno di più come veri e propri presidi, garanti della continuità delle catene commerciali e distributive su cui si regge la nostra quotidianità.

E allora, fermandosi un attimo a guardare questo caleidoscopio di esperienze, che spazia dalle autostrade del Novecento agli impianti di rifornimento idrico più avanzati, viene da chiedersi cosa le unisca davvero. La risposta, forse, risiede in una continuità culturale prima ancora che tecnica. Le infrastrutture, in fondo, non sono che strumenti con cui le società umane hanno sempre cercato di governare il rischio, lo spazio e il tempo. Servono a ridurre l'incertezza, a mantenere operativi dei sistemi sempre più complessi, a sostenere quella fiducia nel futuro che è il motore ultimo di ogni progresso. 

È come se ogni opera, ogni ponte o diga, fosse un argine non solo contro la furia delle acque, ma anche contro la paura dell'ignoto. E questa stessa visione, questa stessa profonda convinzione, emerge con chiarezza anche da "Evolutio", l'iniziativa culturale lanciata da Webuild che fino al 7 aprile prossimo anima gli spazi del Museo Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano. 

Un'iniziativa che non celebra semplicemente delle opere, ma racconta la storia di un'idea: che costruire, in fondo, significa prendersi cura del domani, garantendo, attraverso il cemento e l'acciaio, quella stabilità e quella sicurezza che permettono alla società di continuare a crescere, a sognare, a evolversi, appunto.

giovedì 26 febbraio 2026

Religioni? Principi? Fedeli? L'eterno inganno: come le religioni hanno costruito speranze su fondamenta di sabbia!

È da anni che mi sono appassionato a studiare le religioni. Già... le osservo come si osserva un edificio antico, provando a capire con quali mattoni è stato costruito e quali sistemi riescono a tenere in piedi le sue volte.

Premetto che non lo faccio per giudicare, criticare e ancor meno per essere di parte. Difatti, non ho una religione nel cuore da difendere, né una da attaccare, come d'altronde non credo che una valga più dell'altra, ma ciò che vorrei far comprendere in maniera chiara è quali meccanismi e quali precetti - calati dall'alto come fossero una rivelazione - siano finiti per modellare così profondamente la vita terrena di milioni di persone. 

Ed allora, ho deciso - ancora una volta - di riprendere l'argomento, elencando, quasi fosse un inventario, gli obblighi e le ricompense che ciascuna fede pone e promette ai suoi fedeli.

Iniziamo con l'Islam. Ho avuto modo di comprendere, grazie ad alcuni amici musulmani praticanti, quel loro modo di seguire il percorso di vita in maniera precisa, sì... scandito da taluni obblighi. Ad esempio, deve pregare cinque volte al giorno rivolto verso la Mecca, un gesto che orienta non solo lo spirito ma anche il corpo e il tempo quotidiano. Deve digiunare durante il mese di Ramadan dall'alba al tramonto, facendo esperienza della fame e della sete per comprendere la privazione e purificarsi. Deve astenersi dai rapporti sessuali al di fuori del matrimonio, e in molte interpretazioni osservare regole precise anche all'interno della vita coniugale. Non deve rubare, non deve uccidere, non deve mentire, e deve astenersi dal consumo di alcol e carne di maiale. Deve inoltre praticare l'elemosina legale, la zakat, che è un obbligo preciso, una percentuale dei propri beni da destinare ai poveri. Deve, se ne ha la possibilità fisica ed economica, compiere almeno una volta nella vita il pellegrinaggio alla Mecca. E poi c'è la promessa: vivere secondo queste regole non è solo un modo per guadagnarsi il favore divino in terra, ma apre le porte di un aldilà descritto con straordinaria ricchezza di particolari. Il paradiso coranico è un luogo di giardini e ruscelli, dove i giusti godranno di ogni delizia. E per il martire, per colui che cade combattendo per la fede, la ricompensa è ancora più alta: settantadue vergini lo attendono! Un'immagine quest'ultima che ha affascinato e turbato generazioni di credenti e non solo.

Ed ora passiamo al cristianesimo. Qui l'architettura dottrinale è altrettanto complessa e affonda le radici nel mistero della Trinità: Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo, tre persone distinte ma un'unica sostanza. Il cristiano si fonda sui Vangeli, quei quattro racconti che narrano la vita, la morte e la resurrezione di Gesù, il Cristo (gli altri, sono stati considerati "apocrifi" e non sono stati inclusi nel canone ufficiale del Nuovo Testamento, forse perché mettevano in discussione quei principi...). I suoi fedeli venerano Maria come madre di Dio, figura di intercessione e di purezza assoluta. I precetti di vita sono quelli tramandati dai Dieci Comandamenti e dal messaggio evangelico: amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stessi. Non uccidere, non commettere atti impuri, non rubare, non dire falsa testimonianza, onorare il padre e la madre. Ma anche, in molte confessioni, osservare i sacramenti, confessare i propri peccati, partecipare alla messa domenicale, accostarsi all'eucaristia. La vita del buon cristiano è una via che conosce prove e cadute, ma anche la possibilità del pentimento. E poi vi è la ricompensa o la punizione. Oltre la morte, si spalanca il trinomio di possibilità: il Paradiso per i giusti e i pentiti, la beatitudine eterna nella visione di Dio. Il Purgatorio per quelle anime che, morte in grazia di Dio, necessitano ancora di una purificazione prima di accedere alla gioia perfetta. E l'Inferno per i dannati, per coloro che hanno rifiutato consapevolmente l'amore divino, condannandosi a una sofferenza eterna.

Vediamo ora l'ebraismo, che potremmo definire la radice da cui nascono le altre due. Ha un'impostazione in parte diversa, più incentrata sul popolo e sull'alleanza che sul singolo individuo. Il fedele osserva la "Torah", la legge rivelata, che comprende precetti numerosissimi, come il riposo assoluto durante lo Shabbat, dal venerdì sera al sabato sera. Segue le regole alimentari della kasherut, che distinguono gli animali puri da quelli impuri e vietano di mescolare carne e latte. Pratica la circoncisione come segno dell'alleanza con Dio. La vita è scandita da feste che ricordano la storia della salvezza del popolo ebraico, come la Pasqua, che celebra l'uscita dall'Egitto. La ricompensa, nell'ebraismo, è spesso terrena e collettiva: la venuta del Messia, la pace per Israele, la giustizia nel mondo. Quanto all'aldilà, le visioni sono meno definite e variegate, con l'idea di uno "Sheol", un luogo ombroso dove i morti attendono, e in alcune correnti, la speranza nella resurrezione dei corpi alla fine dei tempi.

Se poi ci spostiamo verso Oriente, l'induismo offre ad esempio un panorama totalmente complesso e stratificato. Il fedele induista vive secondo il proprio "dharma", il dovere specifico legato alla casta di appartenenza e alla fase della vita. I precetti variano enormemente, ma includono la purezza rituale, il rispetto per tutte le forme di vita, che si traduce spesso nell'esser vegetariani e nella venerazione di migliaia di divinità, con pratiche che vanno dalla semplice preghiera domestica, ai complessi rituali templari. Il cuore della promessa induista è il ciclo delle reincarnazioni, il "samsara". Ogni azione, ogni pensiero, ogni parola produce un karma, un frutto che determinerà la qualità della prossima vita. Si può rinascere in una casta superiore o inferiore, o addirittura come animale o insetto. La meta ultima, il moksha, è la liberazione da questo ciclo, l'uscita dalla ruota delle rinascite, il ricongiungersi con l'assoluto, il "Brahman".

E poi ci sono le tante ramificazioni, le tante interpretazioni che hanno dato vita a confessioni diverse. I Protestanti, nati dalla riforma di Lutero, che rifiutano l'autorità del Papa, riducono i sacramenti a due, battesimo ed eucaristia, e pongono la sacra scrittura come unica fonte di autorità, sostenendo la dottrina della giustificazione per sola fede. La salvezza non si guadagna con le opere, ma è un dono gratuito di Dio, accolto appunto attraverso la fede.

I Calvinisti, che dalla Riforma protestante ereditano molto ma aggiungono un tassello teologico tra i più radicali e affascinanti da analizzare. Anche loro, come i luterani, riconoscono la Scrittura come unica regola di fede e rifiutano gran parte dei sacramenti, conservando solo battesimo e cena eucaristica, quest'ultima intesa però in senso puramente simbolico, senza alcuna presenza reale di Cristo. Ma il cuore della loro dottrina, ciò che rende il calvinismo un unico nel panorama delle fedi cristiane, è la doppia predestinazione. Secondo questa visione, Dio, nella sua assoluta sovranità e onnipotenza, ha stabilito dall'eternità chi sarà salvato e chi sarà dannato. Gli eletti, coloro che sono destinati alla gloria eterna, non lo sono per merito, per le opere compiute o per la fede professata, ma per un decreto divino insondabile, precedente a qualsiasi azione umana. Il fedele calvinista vive quindi sulla terra senza la certezza della propria sorte, ma cerca nel successo terreno, nella prosperità del lavoro, nella disciplina e nella condotta morale irreprensibile un segno, un indizio della propria elezione: Il lavoro diventa vocazione, l'impegno civile un dovere, la sobrietà uno stile di vita. Ecco che allora, paradossalmente, una dottrina che sembrerebbe togliere ogni spazio alla libertà umana diventa il motore di un'etica operosa e disciplinata, la ricompensa quindi non si guadagna, ma la si riconosce nei frutti terreni della propria esistenza, in attesa del giudizio eterno già scritto.

Passiamo quindi ai Testimoni di Geova, che non amano definirsi una confessione cristiana ma piuttosto un ritorno al cristianesimo delle origini, rifiutano la Trinità, non festeggiano compleanni e natale perché li ritengono di origine pagana, rifiutano le trasfusioni di sangue basandosi su un'interpretazione letterale di alcuni passi biblici, e non prestano servizio militare. La loro speranza è vivere per sempre su una terra paradisiaca, ricreata dopo la battaglia di Armageddon, e non in cielo, dove andranno solo un numero limitato di eletti, i 144.000!

I Mormoni, o Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, aggiungono ai testi biblici il "Libro di Mormon", che racconterebbe la visita di Gesù alle Americhe dopo la resurrezione. Praticano il battesimo dei morti, offrendo la salvezza anche agli antenati, e in alcuni periodi storici hanno praticato la poligamia. Credono in una vita eterna che è una progressione continua, dove gli uomini più giusti possono diventare a loro volta dèi e governare su propri mondi.

E potrei continuare con i buddhisti, che pure non parlano di un dio creatore, ma di un percorso di illuminazione e di distacco dalla sofferenza attraverso l'ottuplice sentiero, con la meta finale del nirvana, l'estinzione del desiderio e quindi del ciclo delle rinascite. Oppure con gli scintoisti giapponesi, che rappresentano un caso a sé nel panorama delle fedi mondiali. Lo shintoismo è la via dei kami, gli dèi-spiriti che abitano ogni cosa: non un dio unico e lontano, ma una miriade di presenze che risiedono negli alberi secolari, nelle montagne, nei fiumi, nelle rocce, persino negli oggetti e negli antenati illustri divinizzati dopo la morte. Il fedele scintoista non segue un libro sacro né un codice morale scritto, perché la virtù si presume naturale nel popolo giapponese. Ciò che conta è la purezza, intesa come assenza di contaminazione, da ottenere attraverso riti di purificazione con acqua o con rami di sakaki agitati dai sacerdoti. I precetti non sono comandi da osservare, ma uno stato da mantenere: evitare ciò che sporca, ciò che offende i kami. Le feste, i matsuri, scandiscono l'anno agricolo e servono a ringraziare per il raccolto, a invocare la fertilità, a mantenere l'armonia tra il mondo umano e quello divino. Quanto all'aldilà, lo shintoismo non promette paradisi né inferni, non minaccia pene eterne né ricompense ultraterrene. I morti dimorano nella terra di Yomi, un luogo ombroso e indefinito separato dal mondo dei vivi da un basso colle. La vera ricompensa è qui, sulla terra: la protezione dei kami, la fertilità dei campi, la serenità della comunità. Un meccanismo questo che funziona al contrario delle religioni abramitiche: non si obbedisce per guadagnarsi l'aldilà, ma si celebrano i riti per preservare l'equilibrio del mondo in cui già si vive.

E poi ci sono i sikh, che dal crogiolo indiano emergono con una fede giovane e decisa, nata cinquecento anni fa dall'insegnamento di dieci guru. Per loro Dio è uno, senza forma, e si raggiunge attraverso la meditazione e il servizio disinteressato. Il fedele porta con sé i cinque simboli distintivi, i cosiddetti cinque K: i capelli lunghi mai tagliati, raccolti sotto il turbante; il pettine di legno; il bracciale d'acciaio; il pugnale cerimoniale; e i pantaloni particolari, segno di prontezza a difendere i deboli . Il loro tempio, il "gurdwara", è aperto a tutti senza distinzione di casta o credo, e lì si consuma insieme il pasto sacro, il "langar", preparato e offerto dai fedeli stessi in segno di uguaglianza. La ricompensa è la fusione dell'anima con Dio, come una goccia che torna all'oceano, dopo aver vissuto una vita onesta e laboriosa.

Andando per concludere troviamo i giainisti, questi, portano all'estremo il principio della non violenza, l'ahimsa, al punto che i monaci più austeri camminano scoprendo il terreno davanti a sé con una scopa per evitare di schiacciare insetti, portano una mascherina per non uccidere microscopiche forme di vita nell'aria e bevono acqua filtrata. La loro dottrina insegna che ogni anima, ogni "jiva", è potenzialmente divina e imprigionata nel ciclo delle rinascite a causa del karma, inteso qui come una sostanza sottile che aderisce all'anima per le azioni compiute. Liberarsene richiede un'ascesi estrema, un digiuno progressivo fino alla morte che alcuni monaci scelgono come atto supremo di distacco. La meta, il "moksha", è la liberazione definitiva, la beatitudine eterna nella conoscenza perfetta, raggiunta solo da quelle anime che hanno spento ogni desiderio e ogni violenza.

Ed infine vi sono le religioni animistiche africane, quelle che i manuali chiamano spesso religioni tradizionali, come se il termine racchiudesse in sé qualcosa di primitivo o di superato. In realtà, sono sistemi complessi e profondi, dove il confine tra visibile e invisibile è labile, dove gli spiriti abitano gli alberi, gli animali, i luoghi sacri, e gli antenati non sono morti davvero ma vegliano sui discendenti da una dimensione parallela. Non c'è un dio unico e lontano, ma un dio creatore, spesso distaccato, e poi una miriade di divinità minori, di spiriti della natura, di forze con cui l'uomo deve imparare a convivere. I precetti sono tramandati oralmente, custoditi dagli anziani e dagli sciamani, e riguardano il rispetto per gli antenati, l'equilibrio con la natura, la purezza rituale da mantenere. Le offerte, i sacrifici, le danze non servono a guadagnarsi un paradiso futuro, ma a mantenere l'armonia qui e ora, a placare gli spiriti irati, a chiedere pioggia o fertilità. La ricompensa è immediata, concreta: la salute, il raccolto, la protezione della comunità. L'aldilà è un prolungamento sfumato della vita terrena, un mondo degli spiriti dove si continua a esistere, magari con meno peso, ma sempre in relazione con i vivi.

Quanto sopra, vuol far comprendere come, tra fedi e precetti, emerga la straordinaria varietà di risposte che l'umanità ha saputo darsi alle stesse domande e, allo stesso tempo, la sorprendente uniformità della struttura: da un lato un codice di comportamento, un insieme di regole da seguire quaggiù, dall'altro la promessa di una ricompensa, o la minaccia di una punizione, in un aldilà.

Nello scrivere questo post pensavo dentro me che, se ci fosse un extraterrestre a osservarci, direbbe di noi: una vera e propria architettura di bisogni e speranze quella degli umani, che, visti da fuori, rivelano tutta la loro terrena e misera umanità.

Sì... forse soltanto un definitivo contatto con quegli esseri, con qualcosa di così radicalmente diverso da noi e dalle nostre costruzioni mentali, potrà finalmente portare alla fine di tutte queste religioni. Sì... chissà se basterà la prova vivente di un'altra intelligenza, di un'altra forma di vita cosciente, per frantumare il millenario specchio in cui ci siamo guardati credendo di vedere il riflesso di un dio o chissà, se viceversa - e questa è l'ipotesi più amara - anche di fronte all'evidenza più lampante, l'essere umano troverebbe il modo di riplasmare la propria fede, integrando gli alieni nel proprio disegno divino. 

Sì... magari come angeli, come demoni, o come nuove anime da convertire, perché l'illusione, quando è così radicata, non muore davvero, si adatta, si trasforma, e continua a vivere.

Perché in fondo, la mia specie è fatta così: ha troppo bisogno di credere in qualcosa, anche a costo di credere in niente!


mercoledì 25 febbraio 2026

L'unica arma che abbiamo: non smettere di denunciare - Seconda parte

Continuando con quanto avevo riportato ieri, non voglio fare di tutta l'erba un fascio e so bene che ci sono Procure che lavorano con efficienza, come quella di Venezia o come quella di Messina che in altre occasioni hanno dimostrato di saper intervenire con rapidità e competenza. 

Altresì so perfettamente che ci sono finanzieri, carabinieri, poliziotti che fanno il loro dovere con dedizione e professionalità, ma ahimè, come sempre accade in qualsivoglia realtà, le cose vanno purtroppo diversamente.

Vi sono territori in cui le denunce vengono archiviate come fossero "beghe condominiali", altre in cui gli esposti restano nei cassetti per anni, ed altre ancora in cui le indagini non partono nemmeno perché manca la volontà (o perché mancano le risorse o perché, più semplicemente, ci sono connivenze che è meglio non indagare troppo a fondo).

E allora mi viene da pensare che forse il problema non è solo tecnico, non è solo una questione di norme da perfezionare o di piattaforme informatiche da blindare. Il problema è culturale, è sistemico, è radicato in una concezione dello Stato e della cosa pubblica che in certe zone del Paese è ancora troppo debole, troppo permeabile, troppo disponibile a farsi piegare da interessi privati. 

Perché se è vero che le truffe sui bonus edilizi avvengono da Nord a Sud, è altrettanto vero che al Sud spesso incontrano meno resistenza, meno controlli, meno conseguenze. E questo non per una presunta inferiorità morale dei meridionali, che sarebbe un'offesa e una sciocchezza, ma per una debolezza istituzionale che ha radici storiche e che si perpetua per inerzia, per complicità, per stanchezza.

Dicevo prima che non so più quante volte ho scritto su questo argomento. E ogni volta mi chiedo se abbia senso continuare, se qualcuno legga davvero, se qualcosa cambierà mai. Poi - come è successo in questi giorni - leggo di un sequestro da 77 milioni e penso che forse, in qualche modo, la denuncia serve. Serve a tenere accesa l'attenzione, serve a far sapere che qualcuno sta guardando, serve a ricordare che non tutto può passare in silenzio. Serve anche solo a dare conforto a chi si sente solo, a chi ha denunciato e non ha visto risultati, a chi si è sentito dire che stava esagerando, che doveva lasciar perdere, che tanto non sarebbe cambiato nulla.

Perché in fondo è questo il punto. Non è tanto credere che un post su un blog possa cambiare le cose, quanto piuttosto rifiutarsi di accettare che le cose non possano cambiare. È continuare a dire che non è normale che si rubino milioni di euro in questo modo, che non è normale che le istituzioni arrivino sempre dopo, che non è normale che chi denuncia debba aspettare anni per vedere giustizia. E che se non diciamo queste cose, se non le ripetiamo, se non le scriviamo nero su bianco ogni volta che si ripetono, allora davvero non cambierà mai nulla.

La Procura di Venezia ha fatto il suo lavoro. Ha sequestrato 77 milioni, ha indagato diciannove persone, ha bloccato ventitré società. Bene. Ma quanti altri milioni sono già stati portati via? Quante altre società fantasma sono ancora operative? Quanti altri crediti fittizi circolano in questo momento sulla piattaforma dell'Agenzia delle Entrate? E soprattutto, quante altre persone, in Sicilia come altrove, stanno scoprendo in queste ore di avere nel loro cassetto fiscale crediti per lavori mai richiesti, e non sanno cosa fare, non sanno a chi rivolgersi, non sanno se denunciare o se tacere per paura di complicarsi la vita?

A queste persone, se mi leggono, voglio dire una cosa semplice. Denunciate. Sempre. Anche se vi sembra inutile, anche se vi dicono che è solo una perdita di tempo, anche se la Procura locale non vi ispira fiducia. Denunciate e mettete tutto per iscritto. Raccogliete documenti, fate copie, inviate PEC, chiedete ricevute. Perché anche se nell'immediato non succederà nulla, quel documento resterà, quella denuncia sarà agli atti, e prima o poi qualcuno la leggerà. E magari, come nel caso di Venezia, metterà insieme i pezzi di un puzzle che da soli sembravano insignificanti, ma che tutti insieme compongono il quadro di una frode.

Non è facile, lo so, non è veloce, non è garantito che porti a qualcosa e soprattutto - lo dico per esperienza personale - non è gratificante! Ma resta l'unica arma che abbiamo, perché se smettiamo di denunciare, se accettiamo l'idea che tanto è sempre andata così e sempre andrà così, allora davvero avremo perso. Avremo consegnato il Paese a chi lo considera una prateria da saccheggiare, a chi pensa che le leggi siano solo per i fessi, a chi è convinto che con un po' di furbizia e qualche complicità si possa continuare a rubare impunemente.

Io continuerò a scrivere. Continuerò a seguire le inchieste, a commentare i sequestri, a denunciare le inefficienze, sì... continuerò a credere, nonostante tutto, che la legalità non sia un optional ma un fondamento, e che se vogliamo un Paese diverso dobbiamo cominciare a pretenderlo, ogni giorno, con costanza e con ostinazione.

Già... anche quando sembra inutile, anche quando sembra che nessuno ascolti, perché in fondo, la vera sconfitta non è nel: non riuscire a cambiare le cose! No...la vera sconfitta è smettere di provarci!

martedì 24 febbraio 2026

Settantasette milioni sequestrati: Già... la solita storia che si ripete. Prima Parte

Sono stanco di leggere per l'ennesima volta di sequestri milionari, di crediti fiscali fittizi, di organizzazioni che hanno fatto del Bonus facciate un bancomat personale. 

Questa volta è Venezia, con la sua Procura, che dispone il sequestro preventivo per quasi 77 milioni di euro, un'operazione che tocca mezza Italia, dal Veneto alla Sicilia, passando per Lombardia, Lazio e Campania. 

Ventiquattro immobili, conti correnti svuotati, crediti d'imposta bloccati sui cassetti fiscali di società fantasma. Un ragioniere di Padova che accede abusivamente ai dati di persone ignare, crea società intestate a prestanome, genera crediti inesistenti e li fa circolare come fossero moneta legale. Diciannove indagati, ventitré società coinvolte, trentatré persone che hanno beneficiato del meccanismo, anche inconsapevolmente. La macchina della frode gira a pieno regime, come sempre, come da anni ormai.

Non so più quante volte ho scritto su questo argomento. Già... non quante inchieste ho seguito, quanti sequestri ho commentato, quante denunce ho visto arrivare in Procura, eppure ogni volta che leggo una notizia come questa, non riesco ahimè a provare un misto di amarezza e di rabbia trattenuta, una sensazione che ti prende quando capisci che il sistema non impara, non si corregge, ancor peggio... non evolve, anzi, si ripete. Infatti, si replica con una precisione quasi industriale, come se esistesse un manuale delle truffe sui bonus edilizi che viene passato di mano in mano, da Nord a Sud, con qualche variante locale ma sempre lo stesso copione di fondo.

Parliamoci chiaro, i bonus facciate, il superbonus 110/00, le ristrutturazioni agevolate, sono stati pensati per rilanciare l'economia, per dare ossigeno alle imprese, per migliorare il patrimonio edilizio del Paese, non lo nego, ma nel momento stesso in cui venivano varate queste misure, chiunque avesse un minimo di esperienza sul campo sapeva benissimo che si sarebbero aperti i rubinetti non solo per i lavori veri, ma anche per quelli finti, per le fatture gonfiate, per i crediti fantasma. Non ci voleva una sfera di cristallo per prevederlo. Bastava guardare la storia di questo Paese, bastava ricordare come erano andate le cose con altri incentivi, con altre agevolazioni, con altri fondi pubblici messi a disposizione senza controlli adeguati.

Eppure nulla è stato fatto per prevenire. O meglio, qualcosa è stato fatto, ma sempre a valle, mai a monte. Le Procure si muovono, la Guardia di Finanza lavora bene, i sequestri arrivano, gli arresti anche. Ma tutto questo accade dopo, quando i soldi sono già usciti, quando i crediti sono già stati ceduti, quando le società sono già state svuotate. E nel frattempo, chi paga? Pagano i cittadini onesti, quelli che hanno fatto i lavori veri, che hanno presentato le carte in regola, che si ritrovano impantanati in una burocrazia kafkiana perché le banche non cedono più i crediti, perché lo Stato ha messo paletti su paletti per arginare le frodi, finendo per bloccare anche chi agiva nella totale legalità.

In Sicilia, questo schema lo abbiamo visto replicarsi decine di volte. Condomìni che si sono affidati a professionisti senza scrupoli, imprese fantasma che sono sparite dopo aver montato i ponteggi, amministratori che hanno fatto circolare crediti inesistenti, cassetti fiscali violati, persone morte che risultavano presenti alle assemblee condominiali. Sì, avete letto bene. Persone decedute che firmavano verbali, che davano il loro assenso a lavori mai iniziati, che autorizzavano cessioni di crediti per centinaia di migliaia di euro. E nessuno che controllava. Nessuno che verificava. Nessuno che si prendeva la briga di incrociare un dato, di fare una telefonata, di chiedere un documento in più.

Mi chiedo spesso, e lo scrivo da anni su questo blog, se il problema sia nella legge o in chi la deve applicare. Se manchino gli strumenti normativi o la volontà di usarli. Perché a leggere le inchieste che vengono fuori, a studiare i meccanismi delle truffe, ci si rende conto che non c'è nulla di particolarmente sofisticato. Non parliamo di hacker che violano sistemi informatici blindati, non parliamo di reti criminali internazionali con coperture politiche ai massimi livelli. Parliamo di gente che accede alla piattaforma dell'Agenzia delle Entrate con credenziali SPID rubate o cedute, che carica documenti falsi, che crea fatture per lavori mai eseguiti, che sposta crediti da un cassetto fiscale all'altro come se stesse giocando a Monopoli. E per mesi, a volte per anni, nessuno se ne accorge.

Quando poi qualcuno denuncia, quando qualche cittadino più attento degli altri scopre che nel suo cassetto fiscale sono apparsi crediti milionari per lavori mai richiesti, ecco che parte l'indagine. E l'indagine, va detto, spesso porta a risultati. Ma nel frattempo il danno è fatto. I soldi sono stati spesi, riciclati, trasferiti all'estero. Le società sono state chiuse, i prestanome sono spariti, gli amministratori si sono dimessi e hanno aperto nuove partite IVA. E i condòmini, quelli veri, quelli che vivono negli appartamenti, che pagano le spese, che credevano di migliorare il loro edificio, si ritrovano con i cantieri fermi, con i ponteggi pericolanti, con i debiti in aumento e con la consapevolezza amara di essere stati presi in giro.

Ho seguito da vicino vicende di questo tipo. Ho visto famiglie disperate che avevano investito i risparmi di una vita in un appartamento, credendo che il bonus facciate fosse un'opportunità, e che si sono ritrovate con un immobile sventrato, con un'impresa latitante, con un amministratore indagato e con la paura di finire loro stessi nel mirino della giustizia per complicità inconsapevole. Perché questo è l'altro aspetto grottesco della faccenda. Non solo le truffe avvengono, non solo passano inosservate per mesi, ma quando vengono scoperte, il sospetto cade anche su chi ha subìto la frode. Come se fosse normale che un cittadino comune, che magari ha fatto il muratore tutta la vita o che lavora in un ufficio, debba essere in grado di distinguere una Cila vera da una falsa, di verificare se l'impresa edile ha i requisiti, di controllare se i crediti fiscali sono stati effettivamente caricati sulla piattaforma dell'Agenzia delle Entrate.

E poi c'è il capitolo delle istituzioni locali. Perché quando tutto questo accade, quando un condominio si trova nel caos, quando i debiti si accumulano, quando le utenze vengono staccate perché nessuno ha pagato, dove sono i Comuni? Dove sono gli uffici tecnici che dovrebbero verificare le Cila, che dovrebbero fare sopralluoghi, che dovrebbero accertarsi che i cantieri siano veri e non solo di facciata, appunto? Troppo spesso la risposta è il silenzio. O peggio, la burocrazia difensiva. Quel meccanismo per cui nessuno vuole prendersi la responsabilità di dire sì o no, di bloccare un'operazione sospetta, di segnalare un'anomalia. Perché segnalare significa esporsi, significa crearsi nemici, significa rischiare di finire denunciati a propria volta da chi ha interessi in gioco.

La vicenda di Venezia, con i suoi 77 milioni sequestrati, è solo l'ennesima conferma di un sistema che non funziona. Un sistema in cui la frode è più veloce della prevenzione, in cui i controlli arrivano sempre troppo tardi, in cui chi dovrebbe vigilare spesso non vede, non sente, non parla!

Già... un Paese che - quando finalmente la giustizia interviene - ci vogliono anni per arrivare a una sentenza, mentre nel frattempo i truffatori hanno già riorganizzato il loro business altrove, magari con un altro bonus, con un altro incentivo, con un'altra occasione per sgraffignare soldi pubblici.

FINE PARTE PRIMA

lunedì 23 febbraio 2026

IRAN: L'odore della polvere da sparo…

C’è un odore strano in queste ore che arriva da quella parte di mondo...

Un’aria che non si limita a sfiorare le coste che dal Mediterraneo orientale si ergono al Golfo Persico, ma si insinua silenziosa nelle pieghe dei notiziari, nei toni misurati dei diplomatici, nelle manovre navali che nessuno commenta troppo a voce alta. 

Tra qualche giorno, forse ore, gli Stati Uniti potrebbero attaccare l’Iran! Non è una previsione buttata lì per alimentare il panico, né uno di quegli allarmismi che svaniscono con il cambio della marea, questa volta c’è qualcosa di diverso nel modo in cui le cose vengono dette, nel modo in cui certe fonti – come il New York Times – lasciano trapelare dettagli con la precisione di chi sa già dove si andrà a parare. 

Trump, pare, stia valutando un colpo preciso, chirurgico, qualcosa che dimostri a Teheran che i tempi dell’ambiguità sono finiti. E mentre a Ginevra si prepara l’ennesimo incontro tra negoziatori, molti lo vedono non come un passo verso la pace, ma come l’atto finale prima dello scempio.

Eppure, se si osserva con attenzione, non sembra esserci più nessuno davvero interessato a fermare ciò che sta per accadere. Non perché tutti vogliano apertamente la guerra, ma perché a nessuno conviene evitarla. Prendete i paesi del Golfo: ufficialmente, chiedono dialogo, moderazione, soluzioni pacifiche. Ma basta leggere tra le righe per capire che un Iran privato del suo programma nucleare, o addirittura destabilizzato da un intervento esterno, rappresenterebbe per loro una liberazione strategica. 

Hanno paura, eccome se ne hanno. Paura di un equilibrio che si sposta, di un vicino che diventa padrone della regione grazie alla minaccia atomica. E allora, anche se restano in silenzio, anche se firmano dichiarazioni di pace, quel silenzio suona come un assenso. Perché quando il fuoco parte, saranno i primi a soffiare sulle braci.

E poi ci sono gli altri protagonisti di questa partita senza regole. Trump, certo. Ma anche Netanyahu; due uomini ai quali, in fondo, serve lo stesso risultato: distogliere lo sguardo. Uno è alle prese con inchieste che non accennano a placarsi, con un consenso interno che si sgretola, con un’immagine pubblica messa a dura prova da scandali che non riesce più a controllare. L’altro, dall’altra parte del Medio Oriente, ha problemi simili: accuse, processi, opposizioni crescenti

In momenti come questi, cosa c’è di meglio di un nemico comune? Di un conflitto che riunisca la nazione attorno alla bandiera, che cancelli i titoli sui giornali dedicati ai guai personali e li sostituisca con quelli sul coraggio del leader? Per entrambi, un attacco all’Iran non sarebbe solo una decisione geopolitica. Sarebbe una terapia mediatica. Una resurrezione politica costruita sulle macerie di un altro paese.

Le navi americane sono già in posizione ed altre stanno arrivando... I piani operativi, si dice, includono obiettivi altissimi: non solo impianti nucleari, ma figure centrali del regime, persino il successore designato di Khamenei. A Teheran, intanto, Ali Larijani viene preparato al ruolo di transizione, come se tutti sapessero già che il tempo stringe, che il cielo potrebbe aprirsi in qualsiasi momento su un temporale di fuoco e metallo. 

Lo chiamano “piano di continuità”, ma in realtà è un rito funebre anticipato, una conferma che nessuno crede più alla pace. Anche i manifestanti, gli studenti che gridano “Morte al dittatore” nei campus, entrano in questo disegno. Chi ci guadagna dalla loro ribellione? Forse Trump, che può dipingere l’Iran come un paese allo sbando, pronto a essere liberato da un intervento esterno? O forse proprio il regime, che usa la minaccia di guerra per giustificare la repressione, per tenere uniti i ranghi sotto la bandiera del pericolo nazionale?

E così, mentre Araghchi parla di accordi "win-win" e di porte ancora aperte, mentre si discute di concessioni e controlli, la macchina militare continua ad avanzare, indifferente alle parole. La diplomazia sembra ormai una scenografia, un sipario che copre quello che sta per accadere dietro le quinte. La verità, forse, è che la guerra non è mai solo una questione di politica estera. È anche, e soprattutto, una questione di politica interna. È il modo più antico per distogliere lo sguardo, per spostare l’attenzione da ciò che non funziona a casa verso un nemico comune, lontano e sconosciuto. 

E in questo gioco di specchi, l’Iran, gli ayatollah, il loro programma nucleare, diventano solo una pedina, una scusa perfetta per regolare i conti che non hanno nulla a che fare con l’uranio arricchito.

Già... quello che permette di rimettere tutto in ordine, almeno per un po’. Giovedì a Ginevra parleranno ancora, ma io ho il presentimento che, quando torneranno alle loro capitali, l’aria avrà già cambiato odore e non sarà il profumo delle trattative compiute... ma viceversa, sarà l'odore della polvere da sparo!

domenica 22 febbraio 2026

Il conto finale di Trump: tra il rischio fallimentare e la strategia della sopravvivenza.

Dando seguito a quanto già pubblicato, emerge ora con maggiore chiarezza il paradosso che attraversa gli Stati Uniti: da una parte c’è una montagna di carta straccia, dall’altra il ruggito di un’economia che, a guardare certi numeri, sembra non sapere nemmeno che esista un baratro.

Come riportavo nel precedente post vi sono trentottomila miliardi di dollari di debito federale che ballano e non sono una cifra irrisorio: sono un abisso camuffato da bilancio.

Il Dipartimento del Tesoro lo chiama “percorso fiscale insostenibile”, ma intanto quel percorso continua, anzi accelera: ogni giorno aggiunge un altro miliardo al mucchio, al doppio del ritmo medio di questo secolo. E la cosa più inquietante non è quanto si deve, ma a cosa serve quel denaro. Sempre di più, serve solo a pagare il privilegio di averlo preso in prestito.

Gli interessi ormai divorano circa mille miliardi di dollari l’anno, più della difesa nazionale, più di qualsiasi altra voce di spesa. È un fiume di contante che non costruisce scuole, non ripara strade, non finanzia ricerca: scorre verso i conti di investitori esteri, fondi sovrani, banche centrali lontane. Ogni centesimo speso per tenere a galla il debito passato è un sogno futuro che affonda. Come dice Michael Peterson, senza giri di parole, quei soldi “escludono importanti investimenti pubblici e privati nel nostro futuro”. Non è retorica: è aritmetica.

Un tempo, l’America aveva già visto un debito simile rispetto al Pil, alla fine della Seconda guerra mondiale. Ma allora c’era una nazione unita, una crescita vigorosa, una disciplina fiscale condivisa. Oggi non c’è niente di tutto ciò. C’è solo l’abitudine di vivere un po’ al di sopra dei propri mezzi, anno dopo anno, decennio dopo decennio, come se il conto non dovesse mai arrivare. Gli analisti sanno ancora quale sia la ricetta: crescita più rapida, spesa più intelligente, entrate più solide. Ma servirebbero visione, coraggio, pazienza. Qualità rare in un clima politico dove l’orizzonte si misura in mesi, non in generazioni.

Eppure, mentre il quadro fiscale si fa sempre più cupo, l’economia reale danza sotto luci diverse. Il Pil del terzo trimestre 2025 è schizzato al 4,3% annualizzato, superando ogni previsione. I consumi delle famiglie tengono, soprattutto nei servizi: sanità, farmaci, viaggi. Le aziende investono in macchinari, software, proprietà intellettuale, forse puntando tutto sull’automazione e sull’intelligenza artificiale. La produttività del settore non agricolo fa un balzo in avanti, segnale che qualcosa, là fuori, sta cambiando davvero.

Ma è una crescita che brucia. Funziona bene per chi ha risparmi da spendere, ma lascia indietro chi conta ogni centesimo. È una corsa a due velocità, alimentata da una minoranza abbiente, mentre le fasce medie stringono la cinghia. L’inflazione, pur in calo, continua a rosicchiare il potere d’acquisto, costringendo la Federal Reserve a camminare su un filo sottile. E il mercato del lavoro, pur solido, mostra i primi segni di stanchezza: nel 2025 sono stati creati appena 584.000 posti, il dato più basso dal 2020, e il manifatturiero ne ha persi quasi settantamila. Il tasso di disoccupazione si è assestato al 4,4%, un numero tranquillo sulla carta, ma che nasconde un rallentamento reale.

Allora, siamo di fronte a un gigante dai piedi d’argilla o a un organismo malato ma ancora vitale? Forse la risposta è nella contraddizione stessa. L’America spende più di quanto guadagna da mezzo secolo, accumulando un fardello che peserà sulle spalle dei figli e dei nipoti. Eppure, la sua economia continua a correre a un ritmo che l’Europa può solo invidiare. La tecnologia spinge la produttività, i consumi resistono, il sistema tiene, per ora.

Il vero fallimento non è economico, almeno non ancora. È politico. È l’incapacità di guardare oltre il prossimo ciclo elettorale, di affrontare la verità scomoda che il debito non è un problema “tecnico”, ma una scelta collettiva rinviata all’infinito. È l’assurdo di un’amministrazione che, per fare cassa, alza dazi che finiscono per colpire i propri cittadini e le proprie imprese, mentre cerca di ritirarsi da impegni globali non perché vuole la pace, ma perché non se li può più permettere. È la resa di fronte alla complessità, la preferenza per lo scontro dello "shutdown" piuttosto che il compromesso della governance.

L'ambizione di cui parla il Presidente Trump non non è quella di una nazione importante che vuole progettare un domani migliore per tutta l'umanità, assomiglia piuttosto alla frenesia di chi, sentendo bussare la scadenza, cerca di arraffare tutto il possibile prima che la musica finisca. È l'esibizione di chi vende il futuro come fosse fumo, già... per pagare gli interessi del passato!

Il default non è imminente, non ancora. Ma l’erosione della credibilità, della leadership, dello spazio per manovrare, è già in atto. E così resta sospesa, nell’aria densa di questa contraddizione, una domanda semplice: per quanto tempo ancora dovremmo restare sull’orlo del burrone, prima che il terreno sotto i nostri piedi decida di franare?

sabato 21 febbraio 2026

YouTube, basta odio online: la mia richiesta per oscurare i canali che alimentano odio e trasformano il calcio in violenza verbale!

Buonasera a tutti, e bentrovati in questo angolo di riflessione sportiva che, ve lo anticipo, nasce durante la pausa pranzo, davanti a un panino e al portatile di un mio collega interista che, puntuale come le rate del mutuo, si sintonizza su quei canali "YouTube" dove il calcio non si gioca, ma si processa. 

E io lì, tra un morso e l’altro, divento spettatore involontario di un genere visivo che non sapevo esistesse: il complottismo sportivo, la dietrologia da bar elevata a sistema, la teoria del Grande Vecchio che, guarda caso, indossa sempre i colori della squadra avversaria. Sento parlare di "Marotta League", di presunte manovre ai danni della serie A, e penso a quel signore, l’amministratore delegato dell’Inter, che io ho sempre stimato come uno dei professionisti più seri e competenti del settore, e me lo ritrovo trasformato in una specie di burattinaio ombra, un puparo che muove i fili del campionato... 

E allora mi chiedo: ma che fine ha fatto il tifo sano, quello che si ferma al novantesimo, che applaude un avversario se ha giocato bene e che, al massimo, si sfoga con l’amico al bar senza chiedere una petizione per marciare su Roma contro il sistema? Perché oggi, invece, se perdi, non è mai colpa dell’avversario che è stato più forte, ma di un complotto, di un arbitro venduto, di un dirigente che manovra, e allora si alza il livello, si passa dalle chiacchiere alla ricerca del nemico, e quel nemico va combattuto, va insultato, va fermato.

E qui arriva il punto che più mi lascia perplesso, quello su cui ho girato e rigirato i miei pensieri: poco tempo fa, un personaggio pubblico, un noto imprenditore e opinionista televisivo, ha rilasciato dichiarazioni pesantissime in tv, accusando senza mezzi termini persone e programmi. Ora, al di là del merito di quelle accuse, che andranno provate in sede opportuna, ho assistito a una reazione immediata e chirurgica: i legali dei soggetti chiamati in causa hanno sporto denuncia, e il web, prontamente, ha oscurato quei video, ne ha limitato la divulgazione, li ha resi invisibili in un batter d’occhio. 

Ed allora mi dico: giusto, sacrosanto, la legge è uguale per tutti e se si valica il confine della diffamazione, si paga! 

Ma allora, mi spiegate, come è possibile che, quotidianamente, su quelle stesse piattaforme, possano circolare indisturbati messaggi di una violenza inaudita, ben peggiori e più offensivi di quelle dichiarazioni?

Parliamo di gente che invoca petizioni "antiratti", che scrive libri con titoli che sono già un programma di guerra, che aizza i tifosi all'odio, che minaccia le famiglie dei calciatori, che trasforma un dibattito in un ring di "wrestling", passando dalle parole agli sputi e, talvolta, perfino alle mani, il tutto rigorosamente in diretta, tra like e condivisioni. 

Dov’è la denuncia per questi? Dov’è la blindatura dei social per questi messaggi che incitano alla violenza, che seminano odio tra la gente, che trasformano lo sport, che dovrebbe essere il regno della lealtà e del rispetto, in un campo di battaglia verbale, dove tutto è concesso pur di alzare l’audience e spillare qualche euro in più a quei social?

Io, lo scorso anno, avevo provato a mettere nero su bianco queste perplessità, scrivendo un post in cui parlavo del lato oscuro di YouTube, di come certi pseudo-creator utilizzino il calcio come pretesto per offendere, denigrare e aizzare gli animi. E lo sport, ve lo ricordate, cos’è? È attività fisica, è divertimento, è intrattenimento, ma è soprattutto rispetto! 

Rispetto per i compagni, per gli avversari, per gli arbitri, per il pubblico ed invece, in quei video, di rispetto non ce n’è nemmeno l’ombra. Ricordo ancora, e non posso non citarlo, l’ondata di insulti gratuiti, feroci, personali che sono piovuti addosso a Thiago Motta quando è stato accostato alla Juventus. Criticato non solo per le scelte tattiche, per i risultati, per la gestione dello spogliatoio, ma soprattutto hanno attaccato la sua dignità di uomo, usando toni denigratori che nulla hanno a che fare con il campo: questo non è calcio, non è giornalismo, è solo becero bullismo. 

E la piattaforma dov’è? Dov’è il filtro? Perché si interviene con il pugno di ferro solo quando a parlare è un personaggio scomodo con un seguito televisivo, ma si chiudono entrambi gli occhi davanti a questi fenomeni da baraccone che, con la scusa del tifo, alimentano ogni giorno una spirale di odio che dai social poi tracima purtroppo nella vita reale, negli stadi, nelle strade?

Allora, io credo che ognuno di noi abbia una responsabilità, piccola o grande che sia. Possiamo iniziare a farlo, noi per primi, segnalando quei contenuti che violano ogni regola del vivere civile, non per censura, ma per difendere un bene comune che è il valore dello sport. Dobbiamo scegliere da che parte stare, e io scelgo di promuovere, anche con questo post un po’ fuori dagli schemi, quei creator che parlano di calcio con passione, con competenza, con rispetto, anche quando si critica: Perché si può criticare senza distruggere, si può essere rivali senza diventare nemici. 

Bisogna tornare a educare, a spiegare ai più giovani, ma anche a certi adulti che dovrebbero dare l’esempio, che le parole hanno un peso, che dietro uno schermo c’è una persona in carne e ossa, che gli insulti lasciano il segno e che lo sport, quello vero, è un’altra cosa: È fatica, è sudore, è gioia condivisa, è anche sofferenza, ma è sempre e comunque un ponte, mai un muro. 

E allora fermiamo questa deriva, per favore, riportiamo il calcio a essere quel gioco meraviglioso che ci ha fatto innamorare, e usiamo la testa e il cuore per costruire, non per demolire. Perché alla fine, quando smettiamo di tifare e torniamo a sederci allo stesso tavolo, siamo solo persone, e il rispetto è l’unica cosa che dovremmo pretendere, per noi e per gli altri.


venerdì 20 febbraio 2026

Incredibile: Un governo stracolmo di indagati e condannati che propone un referendum sulla giustizia!

Sì... stamani vi chiedo gentilmente di osservare questa foto, e fermarvi un attimo a riflettere su ciò che rappresenta: la Repubblica, quella nostra cara vecchia signora dai tratti solenni, che si appresta a compiere il suo dovere più alto, quello di cittadina, infilando nell'urna il suo "No"

Un'immagine di rara dignità, in un periodo storico in cui la dignità, specialmente in certi palazzi, sembra essere stata messa in soffitta. 

Perché se ci pensiamo, il titolo di questo post non è uno slogan, è una fotografia politica talmente nitida che quasi acceca: un governo stracolmo di indagati e condannati che organizza un referendum sulla giustizia. Già così, messa giù in parole povere, ha la potenza comica di una vecchia commedia all'italiana, solo che questa volta il copione lo scrivono a Montecitorio e la risata, amici miei, ci si gela in gola.

Ed è proprio questo il punto, il nodo che rende tutta la faccenda non solo paradossale, ma profondamente indecente. Il 22 e 23 marzo saremo chiamati a dire la nostra su una riforma della Costituzione, su modifiche agli articoli che riguardano l'ordinamento giurisdizionale e l'istituzione di una Corte disciplinare. 

Un quesito scritto in un linguaggio volutamente complesso, quasi a voler nascondere la polvere sotto al tappeto, ma che nella sostanza ci chiede: sei d'accordo con questa rivoluzione della giustizia voluta da questo Parlamento? Ed è qui che il mio spirito, e spero il vostro, si ribella. Non entriamo nemmeno nel merito, non ora. Prima di discutere di articoli e commi, fermiamoci un attimo a guardare chi ci porge la scheda.

Perché il punto, il nodo fondamentale, è tutto nella stonatura, in quel contrasto stridente tra il messaggero e il messaggio. Da un lato abbiamo un'esecutivo, una maggioranza, dove la fedina penale di alcuni suoi illustri membri sembra più un campo di battaglia che un documento in regola. Gente che con la giustizia, quella vera, quella che dovrebbe essere uguale per tutti, ha un rapporto viscerale, conflittuale, a dir poco personale. E dall'altro lato, questi stessi signori, con il sorriso stampato sui manifesti, ci invitano a riformare le regole del gioco. 

È come se il lupo chiedesse ai pastori di rivedere il perimetro dell'ovile, promettendo che lo farà per il bene di tutte le pecore. Il sospetto, anzi la certezza morale, è che l'obiettivo non sia affatto una giustizia più giusta o più efficiente, ma una giustizia più comoda. Una giustizia che, guarda caso, faccia meno paura a chi siede su certi scranni.

E allora il loro referendum, questo appello al popolo sovrano, si tinge di una luce sinistra. Non è un atto di fiducia nella democrazia diretta, è un'operazione di "maquillage" istituzionale. Si nascondono dietro la maestà della Costituzione e la sacralità del voto popolare per portare a casa un risultato che è innanzitutto personale. Vogliono blindarsi, vogliono costruirsi un fortino dove i processi, le inchieste, le scomode eventualità di una condanna non possano più scalfire la loro poltrona. 

Questo referendum, nelle loro mani, diventa così lo scudo per proteggere le loro spalle, non la lancia per difendere i diritti dei cittadini. Ecco perché quella figura della Repubblica che vota No è così potente: è il richiamo a una politica più alta, più pulita, quella che antepone il bene comune agli interessi di casta.

La loro proposta di riforma, con tutte le sue norme e i suoi tecnicismi, arriva quindi avvelenata alla fonte. Non possiamo berla come fosse acqua fresca e pura, perché il bicchiere che ce la porge è sporco e allora, al di là di ogni dibattito tecnico su cui pure bisognerebbe soffermarsi, la domanda che dobbiamo porci è una sola, ed è una domanda etica, prima ancora che politica: vogliamo davvero affidare a degli imputati eccellenti la riscrittura delle regole del processo? Vogliamo che siano proprio coloro che hanno paura del giudice a ridisegnare i poteri della magistratura? 

La risposta, per me, è un secco, liberatorio NO!. Un No che non è solo alla riforma in sé, ma è un No a questa impostura di fondo. È un grido per dire che la dignità delle istituzioni viene prima della tranquillità di qualche parlamentare.

Perché in fondo, la loro iniziativa fa ridere, sì, come dice il titolo. Ma è una risata amara, di quelle che vengono quando la realtà supera la fantasia e ti accorgi che il paese dei balocchi, purtroppo, esiste davvero. 

E la cosa assurda è che in questo mio paese (perché vorrei ricordare a tutti che è nostro e non per come quegli esigui pensano e cioè relegato alla loro casta...), questi "burattini" credono di esser loro i "burattinai"!


 

giovedì 19 febbraio 2026

La frana degli avvertimenti inascoltati!

Come sempre, arriva l’acqua, poi il fango e quindi il crollo... e dopo ancora, come un rituale ormai inscenato a memoria, arrivano "loro", sì... quelli che dovevano prevenire, che avrebbero dovuto vigilare, che erano stati posti lì, proprio per far questo! 

Ma ormai sappiamo bene come quest'ultimi, si muovano soltanto quando tutto è ormai in pezzi, quando le crepe sulla collina sono divenute voragini, quando le case e le strade sono state inghiottite nel terreno e soltanto allora, si solo a fatto compiuto, si affacciano per osservare quanto accaduto, con i loro distinti incarichi e quelle assurde dichiarazioni, già... per commentare un disastro che si sarebbe potuto evitare.

Ed allora, ogni sera, osservo nei Tg nazionali la cittadina di Niscemi, un paese che potrebbe, da un momento all'altro, scivolare verso la piana. Sembra la scena di un film che si ripete in loop, ma è la tragica litania che accompagna da oltre un trentennio questa nostra isola. Eppure va detto... non mancano i progetti, le carte, le buone intenzioni, anzi, sono tutti lì, perfettamente redatti, con tanto di firme e di finanziamenti stanziati.

Come ad esempio non ricordare quel progetto di consolidamento per la frana del ’97, con la sistemazione del torrente, i cui ultimi atti ufficiali risalgono a un anno fa. Un progetto "mai nato", come tanti altri, rimasto sepolto sotto altre priorità, forse sotto altro. L’appaltatrice venne licenziata per “gravi ritardi” si legge e nel frattempo, si son fatti dei terrazzamenti, altri piccoli interventi, ma il cuore del problema, quello vero, è rimasto lì, a marcire insieme al terreno argilloso, in attesa del suo risveglio.

Questo è il punto, il vero cuore della questione: È tutto scritto, saputo, confermato! Lo dicono i geologi da una vita: certi luoghi sono predestinati, certi equilibri geologici sono talmente fragili che l’uomo, con il suo calcestruzzo e la sua incuria, non fa che accelerarne il corso. L’abitato sorge su un pianoro di sabbia che poggia su argille impermeabili, una condizione che invita allo scivolamento. Le indagini lo hanno dimostrato, i monitoraggi lo confermano: il dissesto è profondo, strutturale, solo in quiescenza relativa. 

Non è un’eccezione, è la norma. E la conclusione, per chi vuole ascoltare la scienza e non l’orgoglio, è netta: non esistono soluzioni tecniche definitive, solo interventi di mitigazione. L’unica strada seria sarebbe una pianificazione che riduca l’esposizione, che pensi a una progressiva delocalizzazione ed invece no... si preferisce fingersi sorpresi ogni volta, come se la pioggia di oggi fosse un evento mai visto, e non la semplice conferma di quanto seminato ieri.

E così, mentre la collina sta franando, mentre il capo della Protezione Civile descrive una situazione critica per l’intera altura, ed allora ti chiedi: dov’erano, tutti questi anni, coloro che avrebbero dovuto ascoltare? Perché le voci che denunciavano i rischi, che scrivevano di alvei da mettere in sicurezza, di canali di scolo da ripulire, di una cementificazione folle che ha impermeabilizzato il suolo, sono rimaste sussurri inascoltati? 

Sono anni, decenni, che se ne parla, eppure, nulla cambia. Si spendono fiumi di denaro in consulenze, in progetti, in commissioni. A volte, purtroppo, scopriamo che parte di quei fondi ha intrapreso strade oblique, come ci hanno ricordato recenti inchieste che hanno coinvolto persino figure istituzionali delegate proprio al contrasto del dissesto. E allora il cerchio si chiude in modo perfetto e crudele: l’incuria si sposa con l’illecito, e il territorio paga il conto più salato.

Alla fine, restano loro, i cittadini. Abbandonati in un territorio martoriato, senza piani seri di emergenza, costretti a contare i danni di una vita che va in frantumi, insieme alla propria casa. Assistono impotenti allo stesso balletto: l’allarme ignorato, la catastrofe, la mobilitazione tardiva, le promesse. E poi il silenzio, fino alla prossima pioggia.

È una storia che si ripete senza soluzione di continuità, già... una storia di doveri voltati dall’altra parte, di responsabilità evase, di allerta non lanciate. 

Una storia che dimostra come, in fondo, non sia la natura la più spietata, ma l’indifferenza di chi, seduto su quelle poltrone, avrebbe il potere di cambiare le cose e invece aspetta, sì... che la terra smetta di tremare. Ma solo... per ricominciare daccapo!

mercoledì 18 febbraio 2026

La ragnatela dei "bonus" fantasma...

Già... ogni volta che apro le pagine delle cronache e mi imbatto nell’ennesima notizia di truffa sui "bonus edilizi", provo un grande sconforto e una sensazione amara che conosco bene, perché in questi anni ho scritto decine di post su questo argomento, eppure – nonostante tutto – ogni nuova inchiesta riesce, ahimè, a lasciarmi senza parole. 

Quella di queste ore arriva dalla Procura di Venezia, e ha il sapore amaro di una conferma: i numeri sono da capogiro, le modalità sono le solite, e il danno è per tutti noi.

Siamo intorno ai 77 milioni di euro, tra crediti fiscali fantasma e beni sequestrati. Sembra che un ragioniere, secondo le indagini del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria, avrebbe messo in piedi un sistema spregiudicato: accesso abusivo ai cassetti fiscali di persone ignare, società intestate a prestanome, crediti d’imposta generati dal nulla e immediatamente ceduti

Un meccanismo che si è esteso come una ragnatela da Venezia a Milano, da Roma a Catania, passando per Napoli e Caserta. Ventiquattro immobili sequestrati, conti correnti bloccati per 3,6 milioni, crediti d’imposta ancora giacenti per 34,5 milioni. Diciannove indagati, ventitré società coinvolte, trentatré persone fisiche che – consapevoli o meno – si sono trovate al centro di questa ragnatela.

Leggendo i dettagli dell’inchiesta, mi sono tornate in mente le parole che ho usato tante volte, nei miei numerosi post, quasi fossero un ritornello. Ricordo ad esempio di quando parlai di quella prima inchiesta (casualmente anch'essa dalle parti di Treviso), dove i finanzieri scoprirono crediti fittizi per oltre 230 milioni. O quando raccontai di uno studio che, attraverso lo sconto in fattura e la cessione dei crediti, aveva creato un vortice di "denaro sporco" che finiva all’estero. 

E poi ancora la vicenda esilarante compiuta nella città di Messina, partita dalla denuncia di un cittadino che si ritrovò nel proprio cassetto fiscale 1,3 milioni di euro di crediti mai chiesti, oppure, quella di Sassari, con i lavori inesistenti e le fatture gonfiate e per l’ultima (tanto epr dire...), quella di pochi mesi fa, a Barletta, con 52 milioni di euro di falsi bonus.

Quel che colpisce, in questa come nelle altre storie, è la sensazione di assistere a un copione che si ripete identico. Le stesse modalità, gli stessi ruoli, le stesse falle nel sistema. L’accesso abusivo ai cassetti fiscali, l’uso di prestanome, la creazione di crediti d’imposta su lavori mai eseguiti, e poi la cessione a catena fino alla monetizzazione finale. 

Un’architettura che qualcuno definirebbe "ingegnosa", se non fosse così criminale, e che lascia interdetti quando si pensa alla semplicità con cui viene messa in atto: bastano poche credenziali rubate, qualche documento contraffatto, e il gioco è fatto. Viene da chiedersi, a questo punto, se chi ha progettato questi meccanismi di accesso ai bonus sia stato semplicemente ingenuo, o se invece ci sia una miopia di fondo che non si riesce a superare.

C’è poi un altro aspetto che mi tormenta, e che ho già accennato in passato: La rapidità con cui certe procure e certe forze dell’ordine riescono a intervenire, rispetto alla lentezza di altre. In questa inchiesta, come in quella precedente sempre a Treviso, i risultati sono arrivati in tempi brevi, grazie a un lavoro meticoloso sui dati della piattaforma dell’Agenzia delle Entrate, sulle tracce bancarie, sulle testimonianze. 

Ma quante altre inchieste restano impantanate? Quante indagini non decollano perché manca quella spinta, quella determinazione che invece altrove fa la differenza? È una questione che ho già sollevato, e che continua a pesarmi: la distanza tra Nord e Sud non è solo geografica, è anche culturale, operativa. E mentre da una parte si sequestrano beni e si bloccano crediti, dall’altra si aspetta, si resta imbambolati, e il danno si allarga...

Il punto, però, è ancora più profondo. Perché queste truffe non colpiscono solo l’erario, non sono solo numeri su un bilancio pubblico. Colpiscono la fiducia di chi quelle agevolazioni le ha usate onestamente, di chi ha ristrutturato la propria casa sperando in un aiuto concreto dallo Stato. Colpiscono le imprese che lavorano pulito, che si trovano a competere con chi froda e inquina il mercato. E colpiscono tutti noi, che vediamo risorse destinate alla ripresa economica finire in mani sbagliate, disperse in un vortice di illegalità che non si ferma mai.

C’è chi, dopo tutte queste notizie, potrebbe pensare che ormai sia inutile indignarsi, che questa sia la legge del contrappasso, già... il prezzo da pagare per vivere in un Paese come il nostro, dove l’imbroglio è pane quotidiano! Io... non la penso così, anzi credo che indignarsi sia necessario, tenere alta l’attenzione e soprattutto denunciare, sia l’unico modo per non rassegnarsi! 

Ma non solo...  ritengo anche che ognuno di noi possa fare la sua parte, piccola ma concreta. Controllare il proprio cassetto fiscale, per esempio, segnalare qualsiasi anomalia, qualsiasi credito sospetto che appaia senza motivo. Denunciare alle forze dell’ordine, ma anche al Ministero dell’Economia, perché ci siano più occhi aperti su questi meccanismi.

Perché la verità è che "fatta la legge, si trova sempre l’inganno". Ma se noi cittadini smettiamo di guardare, se abbassiamo la guardia, allora l’inganno diventa sistema. E questo ritengo, non possiamo permettercelo.

martedì 17 febbraio 2026

Lo spettacolo dura solo poche ore, la verità non resta nascosta a lungo!

C’è una scena che si ripete, da Malaga ai nostri schermi. Un uomo, un’immagine costruita e un palcoscenico pronto a crollare...

Siamo a Malaga e un anziano tassista ha noleggiato una barca lussuosa che non poteva guidare, ha indossato un completino da golf firmato, ha messo al polso un Rolex d'imitazione e, seduto al bar di fronte ha iniziato a raccontare di essere un miliardario che sta girando il mondo. 

Ecco che una ragazza bellissima, viene attratta da quest'uomo singolare, sì... non da lui, ma dallo spettacolo che rappresenta: quello della ricchezza, del potere, dell'accesso a un mondo di lusso. Secondo alcuni è salita su quella barca, e chissà... forse hanno trascorso la notte insieme. 

Lui comunque il mattino dopo, ha postato centinaia di foto sui social insieme a lei, già... il trionfo di una finzione riuscita. Poi, la verità è venuta a galla: niente miliardi, niente jet privati, niente Yacht lussuoso, solo la grigia normalità di una vita comune. Lo spettacolo era finito! 

La ragazza, disillusa, se n'è andata e il web, nel quale già iniziavano a circolare quelle foto, inizia a discutere, commentare, chiedersi, sì... se fosse uno scherzo o una frode. Ma la morale non sta nel giudicare il vecchio tassista, che quella notte ha voluto essere protagonista, la morale è nel meccanismo, perfetto e replicabile all'infinito: un'illusione costruita con pochi oggetti di scena può, per alcune ore, sovvertire la realtà e attrarre tutto ciò che desidera.

Si... sembra un copione che in questi mesi ci suona familiare, perché è lo stesso che stiamo osservando su un palcoscenico molto più grande, quello della nostra cronaca. Ed allora, si può costruire un personaggio, armarlo di rivelazioni, vestirlo da giustiziere o da vittima del sistema, e metterlo quindi in onda? 

Perché lo spettacolo, in questo caso, ha un valore: genera ascolti, fa discutere, costruisce un impero economico su fondazioni di polemica. Vive di emozioni forti e di reazioni immediate, proprio come la scenetta del finto miliardario al porto. E per un po', funziona... 

Il problema sorge quando si comincia a confondere quello spettacolo con la verità processuale, che segue un altro copione, fatto di tempi lunghi, prove, contraddittorio e sentenze. Sono due binari paralleli della stessa storia: uno corre veloce sulle rotaie dell'intrattenimento e del gossip esplosivo; l'altro procede lento e metodico sui binari della legge.

Certo, lo spettacolo può sembrare più vivido, più vero, perché urla, mentre la verità giudiziaria sussurra, e arriva dopo, ma statene certi: arriva!

Ecco la vicenda di Malaga che ho letto ieri sera nel web, nella sua semplicità, rivela il cuore di molte dinamiche che ci circondano. Quante persone, nel nostro mondo dello spettacolo e non solo, salgono su "barche noleggiate" pur di sembrare ciò che non sono? 

Quante carriere sono negoziate sull'accettazione di una finzione collettiva, sul far finta di credere a un ruolo pur di ottenere un posto al sole? È il compromesso silenzioso: io accetto la tua immagine costruita, e tu mi dai accesso al tuo palcoscenico. Sì... è un patto che regge, ma fintanto che le luci sono accese. 

Ma come ha insegnato il vecchio di Malaga, e come insegna ogni storia costruita sull'apparenza, le luci prima o poi si spengono. Arriva il mattino, arriva il conto, arriva la sentenza! La verità, anche se lenta, è implacabile. Non si può noleggiare in eterno.

Alla fine, forse, la lezione è proprio questa: nello spettacolo, sia esso una notte a Malaga o una battaglia mediatica, ciò che conta è l'effetto immediato. Nella vita, ciò che resta è la sostanza. Possiamo tutti essere affascinati, per un momento, dal luccichio di un orologio falso o dalla potenza di una rivelazione choc, ma sarebbe un errore credere che quello sia il mondo reale. 

Il mondo reale è ciò che rimane quando lo spettacolo è finito. Ed è lì, in quella luce cruda e senza filtri, che si giudica non lo spettacolo, ma la verità delle cose. Perché, come ci ricorda questa storiella spagnola: lo spettacolo dura solo poche ore, la verità no, quella resta!

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