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domenica 1 novembre 2026

Ah... è un godimento sapere come finiranno tutti i "leccaculi" di questo Paese!

Ah... sicuramente: è un godimento sapere come finiranno tutti i "leccaculi" di questo paese!

E lo dico senza ipocrisia: è un godimento!

Non tanto per cattiveria, quanto per quella sottile soddisfazione che ti prende quando la giustizia - quella vera, quella che non ha bisogno di tribunali - si compie davanti ai tuoi occhi.

Leggevo in questi giorni una nota curiosa su Dante e i suoi "leccaculi".

Nell'Inferno, canto XVIII, seconda bolgia dell'ottavo cerchio, Malebolge, il Sommo Poeta colloca adulatori e lusingatori immersi fino alla testa in un fosso di sterco umano. Un'immagine potente, volutamente bassa e scurrile, che Dante descrive con tono realistico: i peccatori si battono addosso, si sporcano il viso, e tra loro compaiono Alessio Interminelli da Lucca e la figura della prostituta Taide.

Il contrappasso è chiaro: la lordura del fango corrisponde alla sporcizia morale delle parole false, alle "leccate" usate in vita per ingannare gli altri. Chi ha lusingato per interesse, chi ha adulato per convenienza, finisce lì, in quel putrido lago che sembra venire dalle latrine della Terra.

Ora, io non so se quel girone esista davvero. Come credo voi sappiate, non sono certo uno che prende alla lettera le geometrie dell'aldilà dantesco, ma una cosa la so per certa, e me la sento di dirla senza giri di parole: il lacchè farà una brutta fine comunque.

Se Dante ha ragione, finirà in quel fosso, e non ci sarà modo di lavarsi la coscienza con un sorriso servile. Ma anche se quel girone non esistesse, anche se tutto ciò fosse solo poesia e invenzione, il lacchè resterebbe comunque perduto. Perché verrà ricordato dai vivi come uno degli esseri più abietti della terra. E i suoi figli, dopo di lui, porteranno quel peso, quel nome, quella vergogna che non si cancella con l'oblio.

C'è una giustizia che non ha bisogno di cerchi infernali per compiersi. È la giustizia della memoria, del giudizio dei vivi, del tempo che passa e non perdona chi si è venduto. Il leccaculo può anche non credere a Dante, può anche ridersene dell'Inferno e delle sue bolge: Ma non può sfuggire al disprezzo di chi lo guarda da fuori, né al silenzio imbarazzato dei suoi figli!

E allora, forse, la vera pena non è lo sterco in cui lo immerge il Poeta, ma quella che noi tutti, giorno dopo giorno, gli costruiamo intorno con il nostro giudizio. Una pena più silenziosa, più lenta, ma altrettanto implacabile. Perché nessun lacchè è mai davvero ricordato per la sua adulazione, ma solo per la sua vergogna.

Dante, in fondo, lo sapeva bene. E noi, che lo leggiamo ancora, lo sappiamo forse ancora meglio di lui!

sabato 31 ottobre 2026

Gesù nel 2026 – Capitolo VIII° – Il processo: L'attacco al Sinedrio, il tradimento di Giuda, il giudizio di Pilato, la condanna.

C'è un momento in cui un uomo smette di spiegare e comincia a rovesciare i tavoli. È l'attacco al Sinedrio, ed è il vero inizio del processo. Non l'interrogatorio, non la sentenza: l'attacco!

Perché Gesù non si limita a predicare in mezzo alla gente; entra nel cuore del sistema e lo colpisce dove fa più male. Denuncia l'ipocrisia, smaschera i formalismi, mette in discussione l'autorità di chi si è arrogato il diritto di parlare a nome di Dio. E lo fa davanti a tutti, senza mediazioni, con quella franchezza che non chiede permesso.

I suoi referenti sono gli uomini del tempio, i custodi della legge, i garanti dell'ordine religioso. Uomini che oggi potremmo accostare a certi uomini togati: quelli che conoscono le regole alla perfezione e le usano per difendere se stessi più che la giustizia. Gesù non li attacca perché sono cattivi, ma perché sono diventati il contrario di ciò che dovrebbero essere. Hanno trasformato la casa di Dio in un mercato, la fede in un sistema di potere, la legge in uno strumento di controllo. E nessuno, fino a quel momento, aveva avuto il coraggio di dirlo così apertamente.

È questo attacco che rende il processo inevitabile. Non sono le guarigioni a spaventare il Sinedrio, non sono i miracoli: è la critica. È la voce di un uomo che parla con autorità senza avere un titolo, che interpreta le Scritture senza chiedere il permesso ai maestri, che mette in discussione un equilibrio costruito nei secoli. E allora quell'uomo va fermato. Non per ciò che ha fatto, ma per ciò che ha detto. Non per ciò che ha violato, ma per ciò che ha smascherato.

Poi arriva Giuda. E qui bisogna fare attenzione, perché Giuda non è il male che entra in scena: è un uomo. Un uomo che ha camminato, che ha creduto, che ha visto. E che a un certo punto si è sentito tradito dalla propria speranza. Il suo tradimento non nasce dall'odio, nasce dalla delusione. Forse ha voluto forzare la mano di Dio, forse ha pensato che un gesto estremo avrebbe costretto il Maestro a mostrare la sua potenza. Il bacio che consegna Gesù è il gesto più ambiguo del Vangelo: è insieme un addio e una richiesta. È il modo sbagliato di dire "non ti capisco più". E Gesù lo guarda, e in quello sguardo non c'è condanna. C'è la solitudine di chi sa che nessuno, nemmeno chi gli sta accanto, lo ha davvero compreso.

Da quel bacio si arriva a Pilato, e la storia cambia registro: non è più una questione interna al mondo religioso, è una questione politica. Il Sinedrio ha già effettuato la sua condanna, ma non ha il potere di eseguirla. Serve Roma. Serve un uomo che rappresenti l'ordine e che, davanti a un caso scomodo, scelga di non scegliere. Pilato è questo uomo. Non è un mostro, è un funzionario. Conosce il potere, ne conosce i limiti e ne conosce le paure.

Davanti a lui c'è un prigioniero che non si difende, che non minaccia, che parla di un regno che non è di questo mondo. Pilato lo interroga, lo guarda, forse lo ammira. Ma ha paura della folla, ha paura di perdere il suo posto, ha paura di ciò che non controlla. E allora fa quello che fanno tutti gli uomini quando la verità è scomoda: la rimanda. Lavandosi le mani, crede di potersi tirare fuori. Ma non ci si tira mai fuori. L'acqua non cancella nulla, e la coscienza non si lava con un gesto.

E infine la condanna. Non è un momento drammatico, è un momento amministrativo. Una frase, una firma, una croce da portare. La folla che pochi giorni prima lo acclamava ora chiede la sua morte, e lo fa con la stessa leggerezza con cui si cambia canale.

È qui che si compie il mistero: l'uomo che ha attaccato il sistema viene consegnato al sistema, e lo accetta. Non perché sia scritto, ma perché è umano. Perché a un certo punto il potere non ha più argomenti e ricorre alla forza. E Gesù, in tutto questo, resta solo. Non c'è nessuno che parli per lui, nessuno che lo difenda davvero. È l'uomo che ha scelto di restare uomo, e che ora paga il prezzo di quella scelta.

È l'inizio della fine, ma anche l'inizio di qualcosa che nessuno, in quella sala, avrebbe mai potuto immaginare.

venerdì 30 ottobre 2026

Lettera aperta a Giorgia Meloni & Co.: pensate anche a noi "benestanti" che paghiamo per tutti!

Caro Presidente del Consiglio.....

mi consenta, in questa circostanza, di rivolgermi a Lei non in maniera ufficiale, ma in modo diretto, da cittadino a Presidente.

Perché è di questo che si tratta: di un cittadino che le parla senza filtri, con la schiettezza di chi ogni giorno fa i conti con le conseguenze delle vostre scelte.

Ed allora, quando con il suo governo promulgate le leggi, non pensate soltanto ai poveri e ai ricchi privilegiati di questo nostro Paese.

Già, pensate anche a noi, semplici cittadini "benestanti", che purtroppo, da sempre... paghiamo per tutti.

Desidero parlarle infatti della mia categoria... sì, di questa fascia medio alta, che ogni giorno però si alza per andare a lavorare, seriamente, non con le chiacchiere. Già, perché a noi... nessuno ha mai regalato nulla.

E così... ci siamo ritrovati, grazie al proprio impegno professionale e soprattutto senza aver mai ricevuto alcuna raccomandazione politica o familiare, ed anche grazie ad una serie di circostanze favorevoli, quali certamente l'aver beneficiato dei sacrifici compiuti dai propri genitori o dagli stessi familiari prima di essi, sì... ecco che improvvisamente ci siamo ritrovati agiati, ma pur non godendo di chissà quali ricchezze personali, ci possiamo inserire in quella sopraddetta fascia medio alta...

Sia chiaro, non parlo di quella fascia altissima, come di chi – ancor prima di nascere – è già ricco, o di chi viceversa, proprio attraverso la politica o grazie a familiari da tempo inseriti in quel mondo, è riuscito (con metodologie il più delle volte corruttive e piene di compromessi, ad alimentare mazzette anche attraverso furti, truffe e raggiri, grazie a un sistema ormai collaudato, clientelare e massone, che non solo li lega, ma li protegge) ad ottenere incarichi istituzionali, godendo di nomine o incarichi all'interno di Tribunali, Enti, e quant'altro, individui il più delle volte smascherati – grazie alle inchieste giudiziarie condotte dalle Procure Nazionali – dalle quali emerge come per l'appunto quei palazzi siano, ahimè, pieni di individui infedeli.

Ed allora, ripeto, è giusto aiutare chi – in questo Paese – si trova in condizioni disagiate (certo, non mettiamoci nuovamente a regalare "redditi di cittadinanza" a chi non li merita...) e ha bisogno di una mano.

Ma dover pagare anche per l'altro terzo del Paese, per chi campa con la politica – mi riferisco a intere generazioni che, all'interno di quel parlamento nazionale, regionale o in quei consigli comunali, non solo hanno vissuto sulle nostre spalle, ma sono diventate un vero e proprio "ufficio di collocamento" per i propri familiari, tra l'altro individui solitamente incompetenti che, grazie a quegli uffici pubblici, rubano ogni mese lo stipendio (passando il loro tempo sui social o passeggiando tra le varie stanze di quegli uffici per dialogare tra colleghi su aspetti del tutto personali che certamente nulla hanno a che fare con la loro "mansione"), ecco, osservando quanto accade ogni giorno, mi creda, tutto ciò mi sembra ripugnante!

Sì.., mio caro Presidente del Consiglio, tutto ciò mi fa schifo e mi fa letteralmente venire il voltastomaco!

Viceversa noi... noi cosiddetti "benestanti" (ma mi consenta di aggiungere, di fatto, ogni giorno più poveri) paghiamo per tutti!

Già... perché paghiamo puntualmente l'IMU delle nostre proprietà (incredibile... come se lo Stato ci avesse aiutato a comprarle), paghiamo l'Irpef, paghiamo la Tari, e poi tutte quelle imposte previste per auto, successioni, passaggi, ed a seguire con energia, carburanti alle stelle, ristrutturazioni, condomìni, etc... 

Ma non solo... dimenticavo: continuiamo a pagare la sanità, quando poi per non dover attendere mesi o anni, ci rivolgiamo alle strutture private, come paghiamo per i nostri figli il massimo della retta - ad esempio per l'Università (perché ovviamente non beneficiamo di qualsivoglia ISEE o quant'altro).

Per noi... mai un bonus del cazzo, mai niente! Ma nel frattempo paghiamo, paghiamo e continuiamo a pagare, sempre! E sì... perché se non paghiamo, lo Stato sa bene come fare per farci pagare: si rivale sulle NOSTRE PROPRIETÀ!

Viceversa, chi – come molti suoi colleghi – ha portato all'estero soldi rubati o riciclati, chi incassa in Italia e non paga le tasse perché residente all'estero, chi ha intestato i propri beni a società fittizie o chi li cela dietro holding o quant'altro, ed anche chi, mi consenta, sembra non possedere nulla, ecco, tutti questi soggetti – e la lista potrebbe proseguire – non pagano un cazzo.

Ma soprattutto, lo Stato, non riesce a recuperare nulla: perché, quando vengono scoperti dall'Agenzia delle Entrate, mediano il loro debito con tempi e modi a loro più convenienti, certamente metodi poco trasparenti o quantomeno non corretti, nei confronti di chi viceversa, negli anni, è sempre stato regolare!

Ah... dimenticavo, pensavo anche a tutti coloro cui non riusciamo neppure a fare un pignoramento, ad esempio il quinto dello stipendio, perché – incredibilmente – quest'ultimi, risultano da sempre nullatenenti o disoccupati, alcuni da trent'anni (poi qualcuno dovrà prima o poi spiegarmi, come abbia fatto nel contempo a campare una moglie e quattro figli!).

E noi... sì noi, cosiddetti "benestanti", come dicevo: continuiamo ahimè... a pagare per tutti!

giovedì 29 ottobre 2026

Già... da quando ho memoria sono stato tifoso della Juve e della Ferrari. Oggi guardo il tennis e tifo Antonelli!

Buongiorno a tutti voi che ancora passate di qua, che avete la pazienza di leggermi e magari di arrabbiarvi con me, o per me, non importa: l'importante – come ripeto sempre – è che non si resti indifferenti. D'altronde, io la penso come scriveva Gramsci: "Odio gli indifferenti". E l'indifferenza, cari lettori, è esattamente il rischio più grande che corriamo oggi davanti a certe squadre, a certi comunicati, a certe parole vuote.

Oggi voglio partire da un titolo, il mio, che è insieme una confessione e una resa dei conti. Sì, perché per anni sono stato tifoso della Juve e della Ferrari. Le ho amate, le ho difese, le ho spiegate agli amici e ai nemici, ci ho perso il sonno e la voce. E oggi mi ritrovo qui a guardare il tennis e a tifare Antonelli. Non è una battuta, non è una provocazione: è la fotografia esatta di ciò che è cambiato dentro di me.

E quando dico che guardo il tennis, intendo dire che guardo i nostri colori. Quelli veri, quelli che sventolano e che ti fanno alzare dal divano. Penso a Jannik Sinner, numero uno del mondo, che in questo momento rappresenta l'Italia meglio di qualsiasi comunicato stampa. E accanto a lui vedo Flavio Cobolli, numero sei, che lotta e cresce a ogni torneo. Vedo Luciano Darderi, ventitreesimo, e Lorenzo Musetti, ventiseiesimo, due sportivi che dimostrano di avere tanto da dire e che lo dicono con la racchetta, non con le parole. Vedo Matteo Arnaldi, trentaseiesimo, e Matteo Berrettini, quarantottesimo, che dopo gli infortuni è tornato a lottare come un leone. Vedo Mattia Bellucci, sessantaseiesimo, e Lorenzo Sonego, novantunesimo, che nessuno regala niente e che ogni punto se lo vanno a prendere col sudore. Ecco, questo è lo sport che voglio guardare: gente che vince e che perde, ma che scende in campo e te lo dimostra, senza aspettare che la storia gli regali qualcosa per inerzia.

Perché la verità, cari lettori, è che alla fine – a differenza delle altre squadre, sia calcistiche che automobilistiche – queste due non vincono nulla. E non da ieri, non da un anno: da troppo tempo, da una vita intera di tifosi cresciuti senza vedere un titolo mondiale piloti, senza vedere un campionato degno di quel nome. Vent'anni, una generazione intera, e la Ferrari continua a guardare gli altri alzare i trofei. La Juve, dal canto suo, vince scudetti contro nessuno, come diceva Spalletti, e poi si scioglie in Europa come neve al sole, con formazioni sbagliate, scelte incomprensibili, e quella presunzione che è il peccato più grave di tutti.

Ecco perché oggi, a differenza di tanti cosiddetti "tifosi", io mi sento libero. Libero di dire che quando la mia squadra gioca male, lo scrivo, anche se poi porta a casa i tre punti. Libero di applaudire chi gioca meglio, anche se è un avversario, anche se è l'Inter o la Roma di Gasperini. Perché lo sport, quello vero, non è tifare a prescindere, non è inveire contro l'arbitro o contro i tifosi avversari, non è bearsi del fallimento altrui. Lo sport è confronto leale, è rispetto, è la partitella in spiaggia dove l'unico arbitro è il rispetto reciproco.

E allora mi chiedo: cosa è rimasto di quelle due squadre che amavo? La Ferrari a cui speravo giungesse Horner e lei risponde con la parola "gossip", la Juve che affida la panchina a chi dimostra di non riuscire a trovare il bandolo della matassa, ma forse la colpa non è neppure tutta sua, ma di chi sta in alto. Due giganti addormentati, come dice Horner, che dormono da così tanto tempo che alla fine rischiano di non svegliarsi più.

Perché il punto non è più Vasseur o Spalletti, non è Leclerc o Hamilton, non è un singolo errore strategico o una singola formazione sbagliata, il punto è che entrambe sembrano aver perso la capacità di reagire, di scegliere, di rischiare. Aspettano che le cose cambino da sole, come se il solo fatto di chiamarsi Ferrari o Juve dovesse prima o poi riportare i titoli per inerzia della storia. Mi dispiace, non funziona così. Non funziona più così da troppo tempo.

E intanto noi tifosi invecchiamo, e il tempo delle chiacchiere è passato. Le stagioni trascorrono, i comunicati si susseguono, le promesse si rinnovano, e i risultati restano gli stessi. Allora capite bene che a un certo punto uno si stanca. Si stanca di perdere tempo a scrivere di queste cose, di distogliere l'attenzione da argomenti ben più importanti, da quei valori di legalità e rispetto che questo blog prova assiduamente a trasmettere, soprattutto ai giovani.

Per questo oggi guardo il tennis. Per questo tifo Antonelli, e non me ne vergogno. Perché lì vedo ancora la meraviglia di uno sport che premia il merito, il sacrificio, la capacità, senza bisogno di privilegi familiari o di casta, senza bisogno di chiamarsi Ferrari o Juve per esistere. Lì vedo un inno che suona, una bandiera tricolore che sale, un nostro ragazzo che lotta e vince, e non devo spiegare a nessuno che è successo davvero.

Certo, qualcuno mi dirà che sono un traditore, che un vero tifoso non abbandona mai. Ma io non ho abbandonato: ho solo smesso di credere alle favole. Ho smesso di aspettare che i giganti si sveglino, perché quando dormono troppo, alla fine, il rischio è che non si sveglino più. E allora meglio guardare altrove, dove lo sport è ancora quello che dovrebbe essere, dove l'unico risultato è divertirsi insieme e meritarselo quel risultato.

Perché è vero che chi è come me resta sempre legato alla Juve e alla Ferrari. Ma essere qualcuno, senza vincere nulla, serve solo a chi vuole continuare a raccontarsi una storia. Io, da sportivo prima ancora che da tifoso, ho scelto di guardare i fatti. E i fatti, cari lettori, sono lì, sotto gli occhi di tutti, da vent'anni.

mercoledì 28 ottobre 2026

Come si convince un popolo intero, senza alcuna violenza...

In questi anni, nel nostro Paese, sta accadendo qualcosa che merita di essere raccontato con attenzione.

Parlo della manipolazione posta in atto attraverso i media, delle televisioni, dei quotidiani, del web e cioè di tutta quella propaganda che non ha bisogno di alzare la voce, che non ha bisogno di usare violenza, perché il suo scopo non è costringere, ma orientare, instillare, giorno dopo giorno, tutte quelle notizie che il popolo vuole sentire.

Perché è questo il punto. Non c'è bisogno di usare violenza per far sì che il popolo ti segua, l'importante è far arrivare, con pazienza, con costanza, con una ripetizione che diventa abitudine, tutto ciò che le persone desiderano ascoltare. Una serie di falsità che servono a condizionare, a plasmare, a costruire un consenso che sembra nascere dal basso, ma che in realtà viene coltivato dall'alto.

È una propaganda persuasiva, potremmo dire, perché il fine non è informare ma orientare, e il mezzo non è la forza ma la ripetizione. È un condizionamento dell'opinione pubblica, perché le notizie non vengono scelte per ciò che accade, ma per l'effetto che devono produrre. È una persuasione occulta, perché chi riceve il messaggio non si accorge di essere guidato, e crede di pensare con la propria testa.

Ma è anche qualcosa di più profondo. È una manipolazione cognitiva, perché agisce non sulle emozioni soltanto, ma sul modo stesso di interpretare la realtà. È una vera e propria ingegneria del consenso, perché il consenso non nasce spontaneo, ma viene fabbricato, dosato, somministrato giorno per giorno. E quando le falsità non sono episodiche, ma diventano una pratica costante e organizzata, allora siamo di fronte a una disinformazione sistematica.

C'è poi un passaggio ulteriore, più sottile. Si arriva a un plagio ideologico, quando si sostituisce il pensiero critico con una narrazione precostituita, che non lascia spazio al dubbio. Si arriva a una seduzione mediatica, quando il mezzo non impone, ma alletta, e il pubblico crede di scegliere ciò che in realtà gli è stato offerto. Si arriva così a una distorsione della realtà, quando i fatti vengono tagliati, montati, ricomposti, fino a perdere il loro significato originario.

E il punto d'arrivo, se non ci si ferma in tempo, è il controllo del pensiero. Quello stadio in cui l'obiettivo ultimo non è più convincere, ma rendere impossibile pensare diversamente. È qui che la manipolazione smette di essere uno strumento e diventa una gabbia.

Ed è per questo che ho voluto prendere a modello un libro che ho letto di recente. La legge del sangue. Pensare e agire da nazisti di Johann Chapoutot, tra i maggiori storici francesi. Non per fare un paragone azzardato, non per gridare all'allarme in modo superficiale, ma per usare quello strumento di lettura, quella lente, per provare a raccontare quanto sta accadendo in questi anni in Italia.

Mi sono immerso in quelle pagine con una domanda che da sempre mi accompagna, ma che negli ultimi tempi sento risuonare in modo diverso, quasi più vicina: come è stato possibile che un intero popolo sia stato convinto, quasi sedotto, da una visione del mondo tanto radicale e disumana?

Non è una domanda nuova, lo so. Ce la portiamo dietro da decenni, e forse continueremo a portarcela ancora a lungo. Eppure, ogni volta che provo a cercare una risposta, mi accorgo di quanto sia difficile accontentarsi delle spiegazioni più semplici.

Forse perché il nazismo, in fondo, continua a resistere ai nostri sguardi, rimane un enigma che non si lascia decifrare del tutto. Ci si è chiesti spesso come una civiltà che ha generato Goethe, Kant e Beethoven abbia potuto partorire anche il nazismo e la Shoah, uno sterminio di proporzioni inimmaginabili. Ecco, credo che il primo errore da evitare sia proprio questo: immaginare che quella civiltà e la crudeltà selvaggia siano in antitesi, come se fossero due mondi separati e incompatibili.

Non è così. Creazione e distruzione sono aspetti inseparabili di ciò che chiamiamo civiltà, e oggi, che la crudeltà viene amministrata in modo assai più efficiente che in passato, questo legame non ha certo smesso di esistere.

Chapoutot ha provato a spiegarci come quella "visione del mondo" sia riuscita a diffondersi senza violenza, o almeno prima della violenza. Lo ha fatto indagando una cultura, una mentalità, un immaginario collettivo che si è depositato in libri, articoli, documenti, film prodotti in Germania da filosofi, giuristi, medici, antropologi, storici, etnologi, zoologi, botanici, registi e giornalisti. Insomma, tutto ciò che è stato prodotto nei decenni che poi si sono conclusi con la mostruosità dell'entrata nella storia del nazismo.

Leggendo quelle pagine, colpisce subito la grande schiera di medici, giornalisti, saggisti, pubblicisti, ideologi, universitari. Una coorte ampia, che a mio avviso anticipa quella "banalità del male" che avrebbe poi costituito l'agire e il pensare di tutto il popolo tedesco. Tutto aveva come base il risollevamento del popolo tedesco e della sua eccellenza come razza che aveva dato nascita a ogni cultura. Non era solo un progetto politico, era un sintomo di un tempo e di un luogo che rappresentava l'Occidente, un programma destinato a durare molto tempo: i "mille anni" rivendicati dal Terzo Reich.

Gli imperativi categorici dei fondatori del nazismo erano tre. La procreazione, produrre figli in quantità, perché questo serviva anche alla razza stessa. La lotta, il battersi per la necessità naturale di rispettare la legge del sangue. E infine la guerra vittoriosa, che permetteva di perpetuare il dominio di quella razza ariana nei secoli. Tre pilastri che si tenevano insieme, si alimentavano a vicenda, e che trovavano la loro legittimazione in una sorta di naturalità indiscutibile.

Il vero nemico, in questa costruzione, era il giudeo-cristianesimo. Quella cultura era vista come contraria agli animali e alle leggi naturali. La rivoluzione nazista, invece, pretendeva di ristabilire una nuova coincidenza tra natura e cultura, rifondando la legge e la morale. Il diritto non era più una materia da applicare, ma qualcosa di insito nella biologia della loro razza. In sostanza, i nazisti avevano progettato una completa riscrittura della storia dell'Occidente, e il modo in cui queste idee sono state attuate dai criminali nazisti è la prova più tragica di quanto quelle premesse non fossero affatto astratte.

Ecco, forse è proprio qui che si annida la risposta alla domanda da cui ero partito, già... non in una violenza improvvisa, ma in una cultura che si è sedimentata lentamente, giorno dopo giorno, libro dopo libro, discorso dopo discorso.

Una cultura che ha saputo parlare al desiderio di rinascita, di grandezza, di purezza, trasformandolo in qualcosa di mostruoso. E noi, oggi, in Italia, continuiamo a interrogarci su come tutto questo sia potuto accadere, mentre assistiamo a una manipolazione da parte della politica che non usa la forza, ma la persuasione. Sapendo bene che la crudeltà, quando viene amministrata con efficienza, non ha mai smesso di esistere!

martedì 27 ottobre 2026

Un libro trovato per caso: Valérie Perrin e il coraggio di voltare pagina.

Capita, a volte, che un libro arrivi per caso.

È successo così anche a me, con Valérie Perrin: qualcuno aveva regalato a mia figlia "Cambiare l'acqua ai fiori", e un giorno, trovandolo accanto al divano, ho iniziato a leggerlo quasi per curiosità.

Non sapevo che mi sarei trovato davanti a un'autrice al di sopra di ogni aspettativa, capace di scrivere un romanzo che ti prende sin dalle prime pagine e non ti fa più staccare, quasi da volerlo leggere tutto d'un fiato.

Da allora non mi sono fermato: ho acquistato tutti i suoi romanzi, perché quella bravura è di quelle che solo pochi possiedono.

Oggi la colloco accanto ad autori come Wilbur Smith, Ildefonso Falcones, Khaled Hosseini, per la capacità di tenere insieme la forza della narrazione e la profondità dello sguardo sull'essere umano.

Proprio in questi giorni, navigando nel web, mi sono imbattuto in un articolo che parlava di lei e della sua lezione per chi non riesce a voltare pagina. L'ho letto con grande attenzione e mi sono trovato a condividerne pienamente il pensiero, tanto che mi fa piacere riportarlo qui, per chi come me ama fermarsi a riflettere su ciò che portiamo dentro.

L'articolo parte da una frase che Perrin consegna ai lettori: «Il passato è il veleno del presente. Rivangare vuol dire un po' morire». Una riflessione dolorosa e insieme illuminante, che ci mette davanti a una verità difficile da accettare: a volte, per tornare a vivere davvero, bisogna trovare il coraggio di lasciare andare.

Il passato, si sa, ha uno strano potere: riesce a tenerci prigionieri anche quando pensiamo di esserci lasciati tutto alle spalle. Basta una fotografia, una canzone ascoltata per caso o un ricordo improvviso per riaprire ferite che credevamo guarite. E così torniamo a rimuginare su persone che non fanno più parte della nostra vita, occasioni perdute e parole mai pronunciate, mentre il presente scivola via senza che ce ne accorgiamo.

C'è una differenza enorme, però, tra ricordare e rivangare. Ricordare significa custodire una parte della propria storia; rivangare significa continuare a sanguinare per una ferita che non lasciamo rimarginare, tornando ossessivamente sulle stesse domande: perché è successo proprio a me? E se avessi fatto una scelta diversa? E se quella persona fosse rimasta?

Quando Perrin scrive che rivangare significa «un po' morire», parla di tutte quelle piccole rinunce che facciamo quando smettiamo di abitare il presente. Moriamo un po' ogni volta che rinunciamo a una nuova possibilità per paura di soffrire ancora, quando confrontiamo ogni persona con qualcuno che non c'è più, quando siamo talmente occupati a rimpiangere ieri da non accorgerci che oggi potrebbe regalarci qualcosa di bello.

C'è però un equivoco da evitare: liberarsi dal passato non vuol dire cancellarlo. Non dobbiamo dimenticare una persona amata, fingere che un dolore non sia mai esistito o convincerci che tutto ciò che abbiamo attraversato non abbia importanza. Alcuni ricordi meritano di restare con noi, anche quando fanno male, perché ci raccontano chi siamo stati e quanta strada abbiamo percorso.

Il punto è imparare a guardarli senza lasciare che ci trascinino ogni volta nello stesso dolore. Accettare che non tutte le storie hanno una spiegazione, che alcune persone se ne vanno senza darci le risposte che cerchiamo e che certi errori non possono essere corretti. Fare pace con il passato non significa giustificare tutto, ma smettere di pretendere che ciò che è stato diventi diverso. Ed è un percorso che richiede tempo e, qualche volta, anche l'aiuto di qualcuno: non basta decidere di stare meglio perché il dolore scompaia.

Non è un caso che queste parole appartengano a un romanzo attraversato dal lutto, dalle assenze, dai segreti e dalla possibilità di ricominciare. La sua protagonista, Violette Toussaint, conosce il peso della sofferenza, ma la sua storia ci ricorda anche che la vita può trovare modi inattesi per rifiorire.

Forse è proprio qui che si nasconde il messaggio più bello della frase di Valérie Perrin: non siamo obbligati a trascorrere il resto della nostra vita dentro il giorno in cui qualcosa ci ha spezzati. Possiamo portare con noi quello che abbiamo amato, imparare dagli errori, conservare persino un po' di nostalgia, ma senza trasformare tutto questo in una condanna.

Perché il passato merita un posto nella nostra memoria, non il controllo sul nostro futuro. E a volte ricominciare non significa fare qualcosa di straordinario: significa semplicemente svegliarsi una mattina, guardare fuori dalla finestra e accorgersi che, nonostante tutto, c'è ancora una vita che ci aspetta.

lunedì 26 ottobre 2026

Il coraggio di scegliere diversamente.

Una cultura nella quale non è importante ciò che sai fare, ma chi conosci; non ciò che hai dimostrato, ma a chi sei disposto a obbedire; non la tua capacità di contribuire al bene comune, ma la tua disponibilità a non disturbare chi comanda.

Ecco perché il compromesso, quando diventa una rinuncia sistematica alla propria coscienza, non è mai soltanto una questione individuale. Finisce per avere conseguenze collettive.

Perché ogni volta che qualcuno accetta di tacere davanti a un'ingiustizia, ogni volta che qualcuno si gira dall'altra parte per non perdere un privilegio, ogni volta che qualcuno decide di non denunciare ciò che sa per proteggere la propria posizione, contribuisce a rendere più forte quel sistema che, magari a parole, dichiara di voler combattere. 

E in questo sistema trovano terreno fertile i corrotti, i lacchè, gli omertosi e coloro che, pur avendo la possibilità di agire, scelgono l'ignavia. Persone diverse per ruolo e responsabilità, ma accomunate, in determinate circostanze, dalla medesima convenienza: lasciare che le cose continuino così, purché il prezzo da pagare non ricada su di loro.

D'altronde, il potere non si alimenta soltanto attraverso chi lo esercita in maniera spregiudicata. Si alimenta anche attraverso chi lo asseconda, chi ne trae beneficio, chi preferisce non fare domande e chi, pur sapendo che qualcosa non funziona, considera più prudente non intervenire. E spesso sono proprio questi ultimi a rendere possibile la sopravvivenza di comportamenti che, senza la loro complicità silenziosa, incontrerebbero ostacoli ben maggiori.

Non occorre necessariamente firmare un atto illegittimo per diventare parte di un meccanismo sbagliato. A volte è sufficiente sapere e tacere. Altre volte basta concedere una disponibilità, offrire una copertura, fingere di non aver compreso. E poi, quando qualcuno chiede spiegazioni, ecco arrivare le solite frasi: «Non potevo fare diversamente», «Dovevo pensare alla famiglia», «Se non lo avessi fatto io, lo avrebbe fatto qualcun altro». Già, le giustificazioni non mancano mai. Ma il fatto che un comportamento possa essere spiegato non significa che possa essere assolto. E soprattutto non significa che debba essere considerato normale.

Perché una società nella quale ciascuno cerca di salvare soltanto se stesso, nella quale ogni regola può essere aggirata se il vantaggio è sufficientemente grande e nella quale la coscienza viene messa a tacere in nome dell'interesse personale, non è una società che funziona. È una società che si abitua progressivamente alla propria decadenza. E allora, a chi continua a sostenere che il mondo funziona così, vorrei rivolgere una domanda molto semplice: funziona davvero così oppure abbiamo semplicemente accettato che funzioni in questo modo? Perché c'è una differenza enorme tra riconoscere l'esistenza di un sistema ingiusto e rassegnarsi a farne parte. La prima cosa richiede lucidità. La seconda, spesso, soltanto convenienza.

Non si tratta di essere ingenui, di credere che basti comportarsi correttamente per cambiare il mondo o di immaginare che chi rispetta le regole venga sempre premiato. Sappiamo bene che non è così. Sappiamo che chi sceglie la strada della correttezza può incontrare ostacoli, subire esclusioni e perdere opportunità che altri ottengono con mezzi assai meno limpidi. Ma proprio per questo la dignità assume un valore ancora maggiore. Perché essere onesti quando conviene è facile. Continuare a esserlo quando sarebbe più vantaggioso voltarsi dall'altra parte è una scelta che richiede coraggio.

E no, non sempre questa scelta porta benefici immediati. Qualche volta comporta rinunce, solitudine e persino la consapevolezza di aver perso qualcosa che avremmo potuto ottenere piegandoci. Ma almeno ci lascia la possibilità di non dover giustificare ogni giorno le nostre decisioni, di non dover nascondere le nostre responsabilità e di non dover vivere nella costante preoccupazione che qualcuno possa ricordarci a quale prezzo abbiamo ottenuto ciò che possediamo.

D'altronde, che cosa resta di una persona quando ha ottenuto tutto ciò che desiderava, ma per riuscirci ha dovuto rinunciare a ciò in cui diceva di credere? E che valore possono avere i successi di una famiglia se, per garantirli, si è trasmesso ai propri figli il messaggio che la correttezza è un lusso e che la dignità può essere sacrificata ogni volta che si presenta un'occasione favorevole?

Forse dovremmo cominciare proprio da qui, dal coraggio di riconoscere che non tutto ciò che è conveniente è giusto e che non tutto ciò che è possibile fare dovrebbe essere fatto. Dovremmo imparare a distinguere la capacità di adattarsi dalla disponibilità a svendersi, la prudenza dalla vigliaccheria, il silenzio responsabile dall'omertà e il compromesso necessario dalla complicità. Perché la libertà non consiste nel poter scegliere qualsiasi strada, ma anche nel sapere a quali strade non siamo disposti a piegarci. E la dignità non è qualcosa che possiamo recuperare ogni volta che ci accorgiamo di averla sacrificata. È una conquista quotidiana, fatta di decisioni spesso piccole, ma capaci di definire la persona che siamo.

Io, almeno, continuo a credere che si possa scegliere diversamente. Che si possa rinunciare a un vantaggio senza sentirsi sconfitti, dire di no senza vergognarsene e difendere una convinzione anche quando farlo non porta alcun beneficio immediato. Perché, alla fine, preferisco perdere un'occasione piuttosto che perdere il rispetto di me stesso. Preferisco restare fuori da una porta che si apre soltanto in cambio del mio silenzio, piuttosto che entrarvi sapendo di aver contribuito a perpetuare un sistema ingiusto.

E se questo significa essere considerato ingenuo, poco adatto al mondo o incapace di comprenderne le regole, pazienza... Ci sono regole che meritano di essere comprese e altre che meritano di essere cambiate. E ci sono compromessi che possono aiutare a vivere insieme e altri che, lentamente, finiscono per toglierci tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta.

Già, perché un conto è scendere a compromessi per trovare una soluzione. Un altro è compromettere se stessi per ottenere un tornaconto. E tra le due cose passa tutta la differenza che esiste tra chi cerca di cambiare il mondo e chi, pur di trarne un vantaggio, ha ormai accettato di diventarne complice.

domenica 25 ottobre 2026

Gesù nel 2026 – Capitolo VII°: il messaggio d'amore, i miracoli, l'uomo che mai pensò di essere Dio. Parte prima

Ed eccoci alla prima parte del settimo capitolo...

Già, siamo giunti a metà del mio lavoro, ma questo rappresenta un bivio importante, centrale, perché è qui che si gioca la partita più delicata, dove si parla del messaggio d'amore, dei miracoli e di quell'uomo che mai pensò di essere Dio. 

E' un capitolo potente, ne sono consapevole, e forse proprio per questo vale la pena di affrontarlo con calma, un passo alla volta, scoprendo insieme cosa accade.

Partiamo da un punto semplice, quasi banale nella sua evidenza: di quell'uomo, già di quel semplice uomo, ciò che resta è il messaggio. Sì... l'amore verso il proprio prossimo. È questa la sostanza che non possiamo perdere di vista, il cuore pulsante di tutta la questione.

E allora cosa dire dei miracoli? A cosa servono, davvero? Servono ai babbei, consentitemi il termine, a quelli che per credere hanno bisogno di qualcosa di fantastico, di sovrannaturale, di mistico. Hanno bisogno di illudersi che quell'uomo fosse Dio, che i suoi referenti togati su questa terra, dovessero portare avanti la sua parola e che le donne viceversa venissero estraniate dal sacerdozio.

Sono gli stessi che hanno bisogno di credere che quell'uomo vestito di bianco rappresenti per il mondo, e in particolare per i cristiani, qualcosa di diverso. Ma è strano, davvero strano, se ci si pensa. Perché anche lui ha avuto bisogno come tutti gli umani, già... è stato ricoverato e quindi operato, come molti di voi, ma a differenza vostra, consentitemi di ricordare, ha goduto di una posizione preferenziale, che difficilmente avrebbe ricevuto se non fosse stato il Papa.  

Già... un vero e proprio trattamento di favore: un Ospedale a sua completa disposizione, esperti chirurghi e soprattutto la migliore équipe ad operarlo, quando sappiamo bene come la maggior parte delle persone in questo Paese non riesce a compiere neppure una risonanza magnetica prima di otto mesi. Ma stranamente, su questo, Papa Leone XIV non ha mai espresso una parola, si è solo ricordato di ringraziare il personale ospedaliero.

Ecco, forse è proprio qui che il messaggio di Yoshua si fa più chiaro, quasi luminoso nella sua semplicità. Quell'uomo non pensò mai di ricevere favori. Non ne aveva bisogno. Gli bastava l'amore, quello verso il prossimo, quello che non ha bisogno di miracoli per essere creduto, né di troni per essere annunciato. 

Il resto, i miracoli appunto, le gerarchie, le vesti bianche, è contorno, scenografia. A volte utile a chi ha bisogno di stupirsi, ma spesso capace di offuscare ciò che davvero conta.

Così, mentre procediamo in questo capitolo, teniamo ferma quella sostanza. Di quell'uomo resta il messaggio: L'amore verso il proprio prossimo, tutto il resto conta poco o nulla.

E nei prossimi post di questo settimo capitolo, continuerò, pagina dopo pagina, a farvi scoprire cosa probabilmente, o forse realmente, è accaduto...

sabato 24 ottobre 2026

Milano addio: "Le scarpe da tennis e gli occhi blu"...

Ricordate la canzone di Ivan Graziani, quella intitolata "Lugano addio", che raccontava di quell'amore adolescenziale un po' malinconico, ma nello stesso tempo dolce e struggente, vissuto con quella ragazza di nome Marta?

Ecco, nel vedere nei giorni scorsi quei giovani accampati nelle loro tende per protestare pacificamente contro le politiche di questo governo, ho rivisto in ciascuno di essi lo stesso messaggio scritto nel testo di una canzone, da uno dei più talentuosi musicisti del nostro paese.

Parliamo di un ragazzo che cinquant'anni fa viveva la sua vita come i ragazzi di oggi: un po' controcorrente, rivoluzionario, certamente estroso, ma sofisticato dall'essere sempre avanti, concettualmente e musicalmente parlando, rispetto ai colleghi cantautori di quegli anni.

Era considerato un outsider, pur portando avanti testi incredibilmente sofisticati e dotti, che hanno fatto di lui un vero e proprio marchio di fabbrica. Quel confine tra fuga e realtà, tra quei sogni di libertà e quei riferimenti a un mondo di finanzieri e contrabbando, lotte legate – nei racconti del padre di Marta – a un passato di resistenza e contrasti.

Il richiamo oggi con questi nostri giovani studenti liceali ed universitari è fortemente similare, in particolare nel distacco che questi hanno nei confronti della realtà con cui devono convivere e che ovunque li circonda.

Lo stesso titolo della canzone evoca idealmente il celebre canto anarchico "Addio a Lugano", scritto da Pietro Gori alla fine dell'Ottocento, ma Ivan Graziani è riuscito a spostare il focus dalla grande storia politica e sociale all'intimità del vissuto personale. E così la canzone riduce il peso della lotta ideologica al ricordo puro, nostalgico e irripetibile di un addio e della giovinezza.

In quel loro legame c'è lo stesso confronto dei nostri giovani e delle loro storie familiari: Marta, ad esempio, raccontava della guerra vissuta dal padre, mentre lui pensava al proprio, un uomo semplice che lavorava come pescatore, alle prese con la dura vita del mare: "Le reti al sole, i pescherecci in alto mare, conchiglie e stelle, le bestemmie e il suo dolore". Perché all'interno di quel testo non vi è solo romanticismo, bensì sono espressi profondi rimandi politici e sociali, tempi in cui la povertà era una condizione piuttosto diffusa tra gli italiani, analoga a quella vissuta oggi da molti miei connazionali.

Parliamo quindi di un mondo non immaginario, ma fortemente connesso al nostro, reale, concreto, dove una ragazza del nord – figlia di un reduce che ha combattuto in montagna – s'innamora di un ragazzo del sud – figlio di un pescatore: due facce della stessa medaglia, apparentemente distanti e separate, ma che invece hanno molto in comune con gli stessi genitori di oggi, molti di loro familiari di quegli studenti in piazza, che sono scesi in queste ore per scioperare contro il caro vita. E ricordo che parliamo di pescatori, agricoltori, autotrasportatori.

Certo... poi in quella canzone vi sono anche loro, quelli che si sono presi con violenza – ahimè – la scena pubblica! Quelli che con gli altri loro coetanei non hanno nulla a che fare, che non si battono per le stesse ragioni sociali, per migliorare la propria condizione e quella dei loro familiari, quelli a cui non interessa dare un senso a se stessi e soprattutto prospettare un futuro migliore a questo paese. No... loro sono sì giovani, ma a differenza degli altri hanno venduto da tempo la propria dignità, proprio come nel testo della canzone: per un paio di scarpe da tennis!

Le scarpe da tennis bianche e blu

Seni pesanti e labbra rosse

E la giacca a vento

Oh, Marta io ti ricordo così

Il tuo sorriso e i tuoi capelli

Fermi come il lago

"Lugano addio" cantavi

Mentre la mano mi tenevi

"Canta con me" tu mi dicevi

Ed io cantavo di un posto che

Non avevo visto mai

Tu, tu mi parlavi di frontiere

Di finanzieri e contrabbando

Mi scaldavo ai tuoi racconti

"E mio padre sì" tu mi dicevi

Quassù in montagna ha combattuto

Poi del mio mi domandavi

Ed io pensavo a casa

Mio padre fermo sulla spiaggia

Le reti al sole, i pescherecci in alto mare

Conchiglie e stelle

Le bestemmie e il suo dolore

Oh, Marta io ti ricordo così

Il tuo sorriso e tuoi capelli

Fermi come il lago

"Lugano addio" cantavi

Mentre la mano mi tenevi

"Addio" cantavi

E non per falsa ingenuità, tu ci credevi

E adesso anch'io che sono qua

Oh, Marta mia addio, ti ricordo così

Il tuo sorriso e tuoi capelli

Fermi come il lago

venerdì 23 ottobre 2026

Alle prossime elezioni, se la Sinistra "unita" vuole vincere, deve fare sin da subito così! Altrimenti...? Perde! Quarta e ultima parte.

Ed allora ditemi: chi potrebbe oggi incarnare lo spirito di una sinistra unita a modello Berlinguer, o quello di una figura esemplare come fu Moro per la Dc?

So bene quanto questa domanda tocchi il cuore di un paradosso: Berlinguer e Moro erano figure generate da un sistema politico e da un contesto storico che oggi semplicemente non esistono più.

Cercare quindi un loro equivalente nel panorama attuale, rischia di essere un esercizio di nostalgia, più che di analisi politica.

Tuttavia, la mia domanda ha un senso preciso, già... perché non chiedo "chi è come Berlinguer", ma "chi potrebbe incarnare quello spirito".

Ed è su questo punto che proverò oggi a rispondere, con onestà morale e intellettuale, libera da legami politici o da ispirazioni di schieramento.

La prima risposta che, purtroppo, mi viene subito in mente è che oggi nessuno incarna quello spirito!

Claudio Velardi, che nel Pci ci è cresciuto, ha detto una cosa che colpisce: alla sinistra italiana manca un vero leader perché il suo male è il "cannibalismo interno", la classe dirigente si seleziona ma poi scatta l'operazione per fare le scarpe al leader di turno. Esattamente l'opposto di ciò che servirebbe per far nascere una figura alla Berlinguer, che fu tale anche perché il partito era una comunità coesa, con una disciplina e un radicamento sociale che oggi, ahimè, non esistono.

Berlinguer era il segretario di un partito che prendeva il 34% e che aveva una capillarità sul territorio capace di partire "dai bisogni reali dei cittadini". Oggi nessun partito del campo largo ha quella struttura, e nessun leader può certamente inventarsela.

Detto questo, se guardo ai nomi che circolano, ve ne sono alcuni che meritano una riflessione, proprio in relazione a quello "spirito" che tanto evoco.

Alcuni sono nomi li conoscete perché fanno parte dell'attuale politica; poi vi sono dei nomi nuovi che vi porterò in evidenza; ed infine quelli che viceversa vorrei, ma che sono certo sin d'ora - non - accetterebbero...

Ed allora, vediamo chi sono questi possibili leader.

Il primo che in molti suggeriscono è Pier Luigi Bersani. Non è un caso che, in un recente dibattito, sia stato indicato come possibile "federatore" del campo largo, cioè una figura al di sopra delle parti capace di unire attraverso il programma e la squadra. Bersani, si sa, viene dal Pci, ha conosciuto quella cultura, e ha pronunciato una frase che sembra quasi un manifesto per chi cerca lo spirito di Berlinguer: "Stiamo larghi con la testa".

Il suo ragionamento è che le istanze di Berlinguer - l'ascolto, la serietà, la capacità di intercettare i bisogni - non sono poi così diverse da quelle di cui ci sarebbe bisogno oggi, e che servirebbe una "grande alleanza umanista" tra sinistra, culture religiose e coscienze liberali. È l'unico, tra i nomi in circolazione, che ha insieme l'età, l'esperienza e la credibilità storica per incarnare una figura di garanzia. Ma ahimè ha 75 anni, e quindi non può certamente essere visto come un leader "nuovo".

Il secondo è Giuseppe Conte. I sondaggi dicono che è il leader che gli elettori del centrosinistra vorrebbero alla guida del campo largo, con il 41,8% delle preferenze, staccando la Schlein di quasi 15 punti. Ha già governato, viene visto come un avversario adeguato per Meloni, e gode di una trasversalità che pochi altri hanno.

Tuttavia, come avrete letto nel post precedente, manca di carisma e si trova nel M5S perché è stato "posto lì" in sostituzione di Di Maio. Conte è un ottimo gestore, un uomo preparato, ma lo spirito di Berlinguer implicava una capacità di mobilitazione emotiva e di identificazione che lui purtroppo non possiede. Berlinguer riempiva le piazze con una presenza quasi morale; Conte riempie i talk show con competenza, ma comprenderete che sono due cose diverse.

Il terzo nome è quello di Silvia Salis. È una carta a sorpresa, proposta da Renzi come colei che potrebbe "traghettare il campo largo verso acque più tranquille". È sindaco di Genova e ha strappato la città al centrodestra con un'alleanza che va dal Pd a Italia Viva; è di bella presenza, viene dal mondo dello sport, sembra non possedere tessere di partito ed ha una capacità comunicativa che in molti elogiano. Possiede qualcosa che Berlinguer avrebbe certamente apprezzato: la politica come servizio, fuori dai giochi di corrente. Ma sul piano nazionale ritengo sia ancora un'incognita, se pur ho seguito in alcuni dibattiti le sue idee ed ho creduto che lei stessa sembra prendere le distanze dalla possibilità di voler fare le primarie.

Di questi giorni la discesa in campo di Ernesto Maria Ruffini. È ufficialmente entrato in politica fondando il movimento civico "Più Uno" (il nome mi piace, assomiglia a quel mio "Uno vale uno"), insieme all'ex capo della polizia Franco Gabrielli. Ha lanciato il programma il 10 ottobre 2026 a Roma; il progetto si colloca nell'area del centrosinistra con l'obiettivo di combattere l'astensionismo e ridurre le disuguaglianze.

Ed infine - proseguendo con quanto avevo anticipato nel post di ieri - parliamo di ciò che rappresenta il "mio desiderio", e quindi di quali soggetti vorrei fossero posti a capo della coalizione del centrosinistra.

Preciso che non sono elencati in ordine di preferenza o importanza: li cito così come mi vengono, solo per darvi un'idea.

La prima a cui pensavo è la giornalista Milena Gabanelli. Il secondo è il magistrato Nicola Gratteri. Il terzo è sempre un magistrato, Nino Di Matteo. Il quarto è Roberto Saviano, scrittore, non politico, ma simbolo di impegno civile: la sua voce, fuori dai partiti, ha saputo raccontare l'Italia che non vuole abbassare la testa. Il quinto è Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, che da anni porta avanti, con coerenza, la battaglia della questione morale.

So bene che i nomi da me proposti non verranno mai scelti dagli esponenti del centrosinistra, come sono altrettanto certo che loro per primi rifiuterebbero l'invito. Conservo però la speranza che un referendum popolare del campo largo possa chiamarli in causa e, forse, farli vacillare da quella loro posizione.

Di ciascuno di essi penso che possiedano quello spirito di Berlinguer che tanto ricerco, che non si traduce esclusivamente in un fatto di leadership individuale, ma rappresenta di fatto la "questione morale", di chi sapeva parlare ai bisogni e che veniva rispettato anche dagli avversari e in questo, i cinque soggetti da me sopra riportati, possiedono in se quelle qualità.

Per tutti gli altri riportati, se devo dare una risposta sincera, nessuno incarna lo spirito di Berlinguer o di Aldo Moro, perché mancano anche delle condizioni strutturali di allora: partiti radicati, culture politiche coese, una classe dirigente che non si cannibalizza.

E quindi alla fine, la vera domanda non è "chi può essere il nuovo Berlinguer", ma "quali condizioni bisogna ricostruire perché una figura così possa emergere".

E qui il programma da me proposto in questi miei quattro post - la questione morale, il limite ai mandati, la pulizia delle liste, una persona dalla fedina immacolata, un soggetto non compromesso e senza scheletri nell'armadio - va esattamente nella direzione giusta: perché senza quella base etica e senza quella credibilità, nessun leader, per quanto bravo, potrà mai incarnare lo spirito che tanto cerco.

giovedì 22 ottobre 2026

Alle prossime elezioni, se la Sinistra "unita" vuole vincere, deve fare sin da subito così! Altrimenti...? Perde! Terza parte.

Passo oggi ad affrontare i reali temi che stanno scuotendo le fondamenta di questo Paese, con scioperi, manifestazioni e proteste varie che, nei giorni scorsi, sono state vergognosamente celate dalla "nostra" televisione pubblica - visto che la paghiamo.

Attenzione, però: mi sto riferendo alle pacifiche contestazioni della settimana, già... come riportavo sopra, appositamente occultate dai Tg, a differenza poi della presa di posizione da parte di quegli stessi media quando, viceversa, si è trattato di mostrare scene violente perpetrate in molte città in particolare Milano.
Scene che sono state poste in evidenza, che hanno opportunamente confuso le proteste civili di studenti e lavoratori, con gesti violenti che nulla avevano a che fare con la reale protesta in corso nel Paese, in quanto quelle azioni abiette, facevano riferimento a soggetti criminali, che andrebbero di fatto arrestati e condannati.

Ed ora quindi, mentre scrivo, il mio pensiero corre inevitabilmente a ciò che sta accadendo in questi ultimi giorni: studenti, lavoratori, agricoltori, ma anche autotrasportatori che si ritrovano senza gasolio o con aumenti indiscriminati. Dal 17 ottobre, nel Sud Italia, i blocchi si moltiplicano, gli scaffali dei negozi cominciano a svuotarsi, i prodotti freschi non arrivano più, e gli agricoltori sono strangolati dai rincari. Il governo ha annunciato aiuti, ha promesso contributi, ma la rabbia non si placa, perché il nodo è sempre lo stesso: il costo della vita è diventato insostenibile per chi lavora e le risposte arrivano sempre tarde o quantomeno parziali.

Ed allora vorrei partire dai primi, sì... perché i giovani e il loro futuro sono la prima vittima di questa situazione.

Consentitemi allora di suggerire alcune proposte che potrebbero già essere messe in atto, come fanno altri Paesi nel mondo. Parlo dei crediti dati ai giovani che non hanno possibilità economiche per studiare.

In Svezia, ad esempio: lo Stato concede un prestito misto a contributo a fondo perduto, con tassi fissati dal governo e rimborsi che iniziano solo dopo gli studi e sono legati al reddito. Negli Stati Uniti i prestiti federali sovvenzionati hanno una particolarità importante: mentre lo studente è iscritto, gli interessi li paga il governo, e il rimborso parte sei mesi dopo il titolo. In Inghilterra il prestito copre tasse e mantenimento, e la restituzione è proporzionale al reddito: si paga solo una percentuale di ciò che supera una soglia annua, e dopo quarant'anni il debito residuo viene cancellato.

Quindi, il punto è che altrove il prestito studentesco non è un favore, né un debito gettato addosso ai giovani, ma un modo per evitare che il costo dell'istruzione diventi un filtro di classe. Da noi manca completamente questa architettura, e l'accesso all'università resta legato alla disponibilità economica della famiglia.

La precarietà poi fa il resto, con stage che non permettono di trasferirsi e specializzazioni senza alcun sostegno. Il nodo resta sempre quello: senza mezzi, senza il sostegno delle famiglie, il merito diventa una parola vuota.

Penso ad esempio alle migliaia di giovani che, dopo aver raggiunto gli studi, per inserirsi nel mondo del lavoro devono iniziare con gli stage, con contributi economici certamente esigui, Ditemi: come fa un giovane a recarsi per lavoro in un'altra città, quando con questa somma non si può pagare neppure l'affitto?

Ma non solo. Prendiamo un laureato in medicina con il massimo dei voti: appena inizia la specializzazione, che dura mediamente intorno ai cinque anni, non può far nulla, perché non può pensare di comprare un'abitazione, gli interessi bancari sono altissimi, e nessun aiuto viene dato dallo Stato; tra l'altro, proprio in queste ore, ho avuto conferma da parte di uno di questi ragazzi che il mutuo - se pur garantito da due genitori che operano del pubblico - gli è stato rifiutato dalla banca. 

Eppure parliamo di un soggetto che opera nella P.A., ma tanto si sa... non cambia nulla.

Tra l'altro quei giovani laureati devono acquistarsi un'auto per recarsi a lavoro e quindi è obbligato a farsi un finanziamento ed è così, che per i primi cinque anni di lavoro è indebitato, ma ripeto, non tutti possono farlo. 

Poi vi sono i concorsi pubblici e quei soliti "raccomandati", dove figli e familiari di noti personaggi vengono aiutati da qualche spintarella. Difatti anche nel caso in cui un giovane altamente preparato supera un concorso, si ritrova poi a dover competere con quel babbeo raccomandato, e alla fine, a seconda delle disponibilità previste, a quest'ultimo verrà dato il posto, mentre l'altro, ahimè, resta fuori.

Poi vi sono le abitazioni. Troppe in Italia sono chiuse. Bisogna imporre una legge dove, al di fuori di due proprietà di famiglia che possono essere usate come residenze estive, ad esempio una a mare e l'altra in montagna, tutti gli appartamenti in più posseduti e attualmente chiusi dovranno pagare tasse più alte almeno del seicento per cento rispetto a chi oggi sta affittando. Ciò obbligherà molti proprietari a liberare i propri appartamenti.

Su questo punto però bisogna fare in modo che chi entri rispetti il contratto d'affitto. Innanzitutto tutti gli inquilini dovranno per contratto lasciare una cauzione di tre mesi, che servirà a compensare chi non paga il mensile; e nel caso in cui si giungesse ai tre mesi d'affitto senza mai pagare, il proprietario potrà richiedere l'intervento dello Stato e procedere allo sfratto coatto. Il proprietario s'incassa la cauzione, mentre i mobili e quant'altro di proprietà del locatario verranno depositati dalla società di traslochi in un deposito, e i costi sostenuti saranno tutti a carico dell'inquilino. Se entro un anno non si provvederà a saldare il debito del trasloco, lo Stato, con i suoi curatori, provvederà alla vendita all'asta di quei beni, e le somme ricevute verranno utilizzate in parte per pagare i debiti e le eventuali riparazioni dell'appartamento. Inoltre, se le somme percepite dalla vendita non bastano a coprire le spese, l'inquilino dovrà procedere entro lo stesso anno al saldo, altrimenti gli verrà bloccata qualsivoglia possibilità di formalizzare un contratto d'affitto per sé o per qualsivoglia familiare a carico.

Ed ancora...mentre parliamo di giovani, di case chiuse e di affitti, c'è un'altra Italia che in queste ore è scesa in strada e che merita di essere ascoltata, perché è la stessa Italia di cui parliamo quando diciamo "merito" e "sacrificio". Penso agli autotrasportatori, agli agricoltori, ai pescatori. Dal 17 ottobre i blocchi dei tir si sono moltiplicati nel Mezzogiorno, dalla Campania alla Sicilia, passando per la Puglia e la Calabria, e non sono proteste di categorie organizzate: sono, come ha detto il presidente di Conftrasporto, manifestazioni "spontanee, non governate, nate dalla disperazione degli imprenditori". Il gasolio è aumentato di oltre cinquanta centesimi al litro dall'inizio della guerra contro l'Iran e lo sconto temporaneo sulle accise è terminato all'inizio di ottobre .

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Gli scaffali dei supermercati iniziano a svuotarsi, i caseifici della mozzarella di bufala DOP sono chiusi perché il latte non arriva in tempo, alcuni aeroporti sono rimasti senza carburante per gli aerei . Gli agricoltori sono scesi in piazza e il gasolio agricolo ha superato 1,6 euro al litro mentre i prezzi dei loro prodotti non sono aumentati di un centesimo. 

Un giovane imprenditore agricolo ha detto una frase che vale più di mille analisi: "Mio padre ha aperto l'azienda nel 2006, io avevo cinque anni e sono cresciuto insieme all'impresa. Adesso stiamo perdendo migliaia di euro per colpa del caro carburante e, soprattutto per noi giovani, non è giusto" .

Ed è qui che il cerchio si chiude, e capisci perché le mie proposte non sono affatto scollegate l'una dall'altra. Sì... lo Stato ha stanziato 434 milioni di euro per il credito d'imposta sul gasolio degli autotrasportatori, ma quelle risorse non sono ancora arrivate alle imprese. Ed ancora, Salvini ha promesso 480 milioni, ha convocato un tavolo, ha chiesto la rimozione dei blocchi, ma i sindacati e le associazioni parlano di "approssimazione e superficialità" e chiedono un intervento diretto della Presidente del Consiglio e così, mentre il governo discute, i giovani agricoltori stanno per chiudere, i giovani camionisti rischiano di fallire, e i giovani laureati continuano a non poter comprare casa, né pagarsi un affitto.

La verità è che l'Italia ha un problema di fondo che nessun decreto emergenziale risolve: un paese che non sostiene chi produce, chi studia, chi lavora, e che invece continua a proteggere rendite, caste e posizioni acquisite! 

Le mie proposte sugli appartamenti chiusi, sugli affitti alti, sui concorsi puliti, sui crediti per gli studenti, vanno esattamente nella direzione opposta: mettere lo Stato al servizio di chi ha bisogno, e non di chi ha già. E le proteste di queste ore lo dimostrano: non è un problema di destra o di sinistra, è un problema di dignità!

Perché un autotrasportatore che blocca un'autostrada non lo fa per ideologia: lo fa perché con il gasolio a questi prezzi non riesce più a lavorare. Un agricoltore che ara una rotatoria in segno di protesta non lo fa per politica: lo fa perché il suo raccolto non copre i costi. E un giovane che rinuncia a studiare o a trasferirsi per lavoro non lo fa per scelta: lo fa perché nessuno gli ha dato gli strumenti per farlo. 

Ed è qui che il mio "desiderio" smette di essere utopia e diventa, semplicemente, buonsenso.

Perché un paese che non sostiene chi studia, chi produce e chi lavora è un paese che ha smesso di credere nel proprio futuro, e nessuna emergenza, per quanto drammatica, può essere risolta se prima non si ha il coraggio di mettere in discussione le rendite, le caste e le posizioni acquisite che da decenni bloccano ogni cambiamento.

Le proteste di queste ore ce lo gridano con una chiarezza che non ammette interpretazioni: non è un problema di destra o di sinistra, è un problema di dignità. E la dignità non si compra con un decreto emergenziale, né si costruisce con un credito d'imposta che arriva in ritardo. Si costruisce con scelte coraggiose, fatte prima che la rabbia diventi esplosione, e con una classe politica capace di guardare oltre il proprio tornaconto.

Ed è proprio qui che si innesta il discorso che affronterò nella quarta parte. Perché tutte le proposte che ho descritto - i crediti per gli studenti, le case da liberare, i concorsi puliti, il sostegno a chi lavora e produce - restano parole vuote se non c'è qualcuno capace di trasformarle in realtà. 

E quel qualcuno, per la coalizione di centrosinistra, ha un nome che finora non ho fatto. Ne parlerò domani, perché la scelta del leader non è un dettaglio organizzativo: è la condizione senza la quale tutto il resto, programma compreso, resta una lettera morta!

Intanto, continuate a seguirmi...

Sì... perché il futuro di questo paese non si costruisce con un post, ma con le idee che quel post riesce a mettere in circolo!


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