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martedì 22 settembre 2026

Il rischio zero non esiste: Webuild, Rfi e il domino che rischia di travolgere tutti!

Qualche giorno fa ho letto con attenzione un articolo che racconta come "Rete Ferroviaria Italiana S.p.a." abbia risposto per le rime alle richieste di "Webuild S.p.a.".

Ed allora vi confesso che, mentre scorrevo quelle righe, ho provato la stessa sensazione di vertigine che mi aveva colto tempo fa, quando scrivevo - era il 2022 - del rischio zero che non esiste e delle nubi che si addensavano all'orizzonte. 

Perché dietro i numeri, le lettere, le contestazioni e le riserve, c'è una questione che riguarda tutti noi e che troppo spesso viene liquidata come una semplice partita tra committenti e appaltatori.

Rfi mette nero su bianco che i conti di Webuild non tornano. E lo fa con una lettera che, più che aprire una trattativa, sembra voler chiudere la porta. 

Si parla di sette miliardi versati come anticipazioni, di cui però solo due e rotti sono stati recuperati. Il resto, quasi quattro virgola otto miliardi, resta nelle casse di Webuild. E già questo basterebbe a far riflettere su quanto sia delicato l'equilibrio finanziario che regge l'intero sistema delle grandi opere.

Ma è sulle riserve che lo scontro diventa più pesante. Webuild parla di ventidue miliardi di extracosti reclamati, di cui tredici già sostenuti. Rfi risponde che quelle cifre non sono dimostrate e che, dall'esame delle riserve, si scende a venti miliardi, comunque una cifra enorme, pari a quasi il novanta per cento del valore complessivo dei contratti. E poi c'è il capitolo del famoso ventinove per cento di riconoscimento storico da parte dei Collegi consultivi tecnici, che Rfi definisce non statisticamente rappresentativo. Insomma, una montagna di soldi che resta lì, sospesa tra richieste, contestazioni e promesse di istruttoria.

Ora, il sottoscritto, pur essendo un tecnico, non conosce nel dettaglio la vicenda e quindi non ha la presunzione di entrare nel merito di ogni singola voce di bilancio. Ma da osservatore esterno e soprattutto da chi ha conosciuto per oltre 35 anni come funziona la filiera delle costruzioni, non posso fare a meno di notare una cosa che mi sembra abbastanza evidente: Basta che i general contractor si fermino, che tutto l'apparato delle filiere sottostanti si blocchi ahimè a cascata

È un effetto domino che ho conosciuto personalmente in varie imprese e che ho raccontato più e più volte nel mio blog, ed oggi ahimè, rischia di ripetersi, certo...  su una scala ancora più vasta.

Pensiamo a cosa significa tutto questo per le migliaia di imprese subappaltatrici, per i fornitori, per i lavoratori che ogni giorno entrano nei cantieri. Loro non hanno la forza di contrattare con quei colossi, non hanno uffici legali pronti a depositare riserve, non hanno la cassa per resistere mesi in attesa di un pagamento.

Loro vivono alla giornata, e quando il general contractor rallenta o si ferma, ecco questi sono i primi a rimanere senza ossigeno. Ecco perché la questione non è solo finanziaria, ma profondamente umana e sociale.

E allora mi chiedo, mentre leggo delle tensioni tra Webuild e Rfi, di cosa stiamo realmente parlando?

Certo... parliamo di un braccio di ferro tra giganti, ma anche di un sistema che non regge più. 

Perché se è vero che Webuild ha fretta di incassare, come suggeriscono i numeri del bilancio, è altrettanto vero che quella fretta non nasce dal nulla. Nasce da un debito che cresce, da una cassa operativa che si assottiglia, da contenziosi pesanti all'estero, da appalti importanti nel mondo, che vanno dal canale di Panama, alle commesse saudite. Sì... nasce soprattutto, dalla consapevolezza che senza un flusso di cassa adeguato l'intera macchina rischia di incepparsi.

Rfi, dal canto suo, non sembra intenzionata a fare da bancomat. E forse avrà pure le sue ragioni, perché deve tutelare i conti pubblici e garantire soprattutto che i soldi dei contribuenti non finiscano in un buco senza fondo.

Ma allora la domanda che mi sorge spontanea è: se nessuno vuole cedere, chi paga il prezzo di questa situazione? La risposta, purtroppo, la conosciamo già. Lo pagano le imprese più piccole, i subappaltatori, i lavoratori, le famiglie che vivono di quel lavoro. Lo paga un intero sistema produttivo che rischia di andare in frantumi mentre i grandi si contendono il pallino.

E qui mi torna in mente quella frase che avevo scritto tempo fa, quasi come un presagio: il rischio zero non esiste. Non esiste per chi costruisce, non esiste per chi finanzia, non esiste per chi governa. Esiste solo la possibilità di gestire il rischio con saggezza, di distribuire i pesi in modo equo, di non lasciare che siano sempre i più deboli a pagare il conto. 

Perché se è vero che l'audacia ha in sé genio e potere, è altrettanto vero che senza responsabilità l'audacia diventa temerarietà, e la temerarietà, in un settore come questo, può trasformarsi in tragedia.

Così, mentre osservo questa nuova puntata della vicenda, non posso fare a meno di augurarmi che qualcuno, ai piani alti, trovi il coraggio di guardare oltre l'immediato, già... che si giunga celermente ad un accordo ragionevole, che tenga conto delle esigenze di tutti, ma soprattutto di chi rischia di rimanere schiacciato. 

Perché la vera sfida non è stabilire chi ha ragione tra Webuild e Rfi, ma capire come far sì che l'intero sistema delle infrastrutture possa continuare a camminare senza lasciare indietro nessuno.

E allora, come sempre, non mi resta che affidarmi a quella speranza un po' testarda che mi accompagna da anni. La speranza che chi ha il potere di decidere sappia ascoltare, che chi ha la responsabilità di guidare sappia vedere lontano, e che chi lavora ogni giorno nei cantieri possa continuare a farlo con la dignità e la sicurezza che merita. 

Perché è da lì, da quel lavoro silenzioso e quotidiano, che nasce il futuro del nostro Paese. E quel futuro, oggi più che mai, merita di essere protetto!

lunedì 21 settembre 2026

Amministrazione giudiziaria: sempre gli stessi effetti, inefficaci e controproducenti!

Sono anni che lo vado dicendo, e ogni volta che ahimè leggo quanto accade, mi convinco sempre di più che l'amministrazione giudiziaria - così come viene concepita e praticata attraverso la nomina di un soggetto posto dal Tribunale a salvaguardia di quanto affidato - produce quasi sempre gli stessi effetti: un dispendio di risorse, di energie e soprattutto di tempo che finisce per peggiorare lo stato di fatto precedente all'intervento giudiziario

Non è una provocazione, è ciò che emerge quando si ha la pazienza di esaminare con nome e cognome l'operato di chi è stato chiamato a gestire quei beni.

Ma se questo vale per le società e per i patrimoni confiscati, vale ancora di più per un ambito che tocca la vita quotidiana di milioni di persone e che raramente finisce sotto i riflettori: l'amministrazione di condominio

Anche lì, infatti, assistiamo allo stesso copione. Un amministratore viene nominato, solitamente senza una vera selezione, ma spesso sulla base di conoscenze, appartenenze, rapporti personali o semplicemente perché era l'unico disponibile a prendersi quell'incarico certamente fastidioso. 

Ed ecco che da quel momento comincia una gestione che, salvo rare eccezioni, si trascina stanca, opaca e soprattutto, senza alcuna progettualità.

La verità è che la maggior parte di questi soggetti si rivela debole, inconcludente, sottomessa, evidenziando di pensare esclusivamente al proprio tornaconto, oppure a favorire, attraverso consulenze, perizie e incarichi vari, quello stesso sistema che li ha di fatto nominati. 

Sì... diciamolo pure, un sistema fatto di familiari, di parenti, di "amici degli amici", di studi professionali che si passano il testimone di incarico in incarico, già... come se nulla fosse.

Certo, qualcuno, leggendo queste righe, si offenderà. Ma basterà esaminare e pubblicare sul web nome, cognome e quanto da loro compiuto e  vedrete come, senza bisogno di chiamare in causa Fabrizio Corona e la sua schiera di paparazzi, improvvisamente tutta una serie di soggetti emergerà da quel profondo silenzio per portare avanti le proprie ragioni e con loro, anche quanti avevano a suo tempo denunciato la precedente "malagestio", ottenendo così l'intervento del Tribunale, con speranza che almeno la giustizia facesse emergere quei sani e necessari principi di legalità.

Nel condominio, infatti, il meccanismo si dimostra ancor più perverso, perché manca quasi sempre un controllo reale. L'assemblea si riunisce una o due volte l'anno, i bilanci vengono approvati in fretta, le voci di spesa non vengono mai verificate fino in fondo, e chi prova a chiedere chiarimenti viene guardato come un disturbatore. 

E così l'amministratore diventa di fatto il controllore di se stesso, esattamente come accade per certi amministratori giudiziari che gestiscono decine di società contemporaneamente, in settori completamente diversi tra loro, come se ad esempio amministrare un'impresa di costruzioni, fosse la stessa cosa che guidare una attività commerciale oppure un condominio.

Non bisogna poi dimenticare il rapporto ambiguo che spesso si instaura con i fornitori. Invece di scegliere sulla base del prezzo e della qualità, in alcune circostanze si privilegiano sempre gli stessi nomi, gli stessi studi, le stesse ditte, magari legate da rapporti personali o familiari. 

E mentre il patrimonio condominiale si depaupera, mentre i lavori vengono fatti male o non vengono realizzati, c'è chi continua a percepire compensi (o quantomeno li richiede ufficialmente), gli stessi che, rapportati al lavoro realmente compiuto, raggiungono cifre che lasciano sgomenti. Un vero e proprio business parallelo, costruito sulla pelle di quei poveri condomini che viceversa, si sarebbe dovuto tutelare.

C'è poi la questione della trasparenza, di chi avrebbe il compito di vigilare e di denunciare le gravi irregolarità. Ma anche lì, quando i condomini tutti non si attivano, quando esistono solo minoranze che fanno sentire la loro voce, ecco che tutto si arena. 

E allora ci si chiede: come si fa a credere ancora nella giustizia, quando le azioni di responsabilità non si realizzano mai, quando i compensi restano intoccati, quando i condomini affidati a questi amministratori finiscono per accumulare debiti e per lasciare gli stessi a fare i conti con spese impreviste e lavori mai eseguiti?

Perché questo è il punto che troppo spesso viene rimosso. Dietro ogni gestione fallimentare, dietro ogni bilancio approvato senza controllo, ci sono persone reali. Famiglie che da un giorno all'altro si ritrovano a pagare spese non dovute, a convivere con infiltrazioni mai risolte, con ascensori fermi, con cortili abbandonati. 

Individui che avevano creduto nella buona fede, che avevano sperato in una gestione seria, e che invece si sono viste tradite da un sistema che ha protetto più chi lo gestiva che chi lo subiva. È una ferita che non si rimargina, e che nessun compenso potrà mai giustificare.

La verità è che il sistema delle nomine, sia nel condominio sia nei beni confiscati, è diventato un business parallelo, gestito da una casta ristretta di fedelissimi, sempre gli stessi, sempre blindati. E mentre lo Stato incassa le vendite e paga le parcelle, mentre i condomini pagano e non vedono risultati, le imprese muoiono, i dipendenti perdono il lavoro, e i veri responsabili restano al loro posto. 

Perchè fino a quando sarà la politica o le amicizie a scegliere gli uomini/donne, senza meritocrazia, senza controlli reali, nulla potrà mai cambiare. È una terra infetta, diceva un mio ex collega. E purtroppo, ancora oggi, non posso dargli torto.

Ultimamente, ad esempio, mi è capitato di dover leggere tutta una serie di circostanze ambigue, raccontate da persone che quotidianamente si lamentano, che documentano i problemi, che evidenziano con prove certe di una gestione poco chiara o quantomeno per nulla trasparente. 

Ma la cosa assurda è che chi scrive quelle note (e posso assicurarvi saranno oltre un centinaio...) alla fine di ogni loro nota e/o commento, riportano ahimè sempre la stessa frase: bisogna denunciare! 

Ecco, come sempre si manifesta quel comportamento del tutto ignavo di molti miei conterranei. Sì, gli stessi che aspettano che siano sempre gli altri ad alzarsi e a fare la guerra, parliamo di quei soggetti che hanno promosso le denunce e che hanno poi richiesto al tribunale un'amministrazione seria con la nomina di un loro referente. Mentre loro, viceversa, restano in sordina, a guardare.

Ma cosa credono di cambiare, così? Denunciare a parole non è denunciare. Ripetere "bisogna denunciare" come una formula vuota, come un ritornello che assolve la coscienza senza muovere un dito, è la più raffinata delle omertà. Perché l'omertà... non è solo il silenzio di chi tace davanti alla mafia, è anche il chiacchiericcio di chi parla, si lamenta, documenta, e poi si nasconde dietro un "bisogna denunciare" detto da altri. È l'ipocrisia di chi vuole la giustizia, ma non vuole sporcarsi le mani. È la vigliaccheria di chi pretende che siano sempre gli altri a esporsi, a firmare, a rischiare, mentre loro restano al riparo, a commentare dal salotto di casa.

Ah... che fastidio che mi dà, questo atteggiamento. Un fastidio che non è solo rabbia, è anche vergogna, sì... vergogna di vedere tanti miei conterranei comportarsi come spettatori di uno spettacolo che li riguarda da vicino, come se la gestione dei loro beni, delle loro case, dei loro condomini, non fosse affare loro. 

Come se la denuncia fosse una faccenda che riguarda sempre qualcun altro. Ma come pensano di cambiare il sistema... così? Con i like, con i commenti, con le condivisioni? Il sistema non si cambia con le parole. Si cambia con le azioni. Si cambia con le denunce vere, firmate, depositate. Si cambia con il coraggio di esporsi, uno per uno, senza aspettare che sia il vicino a farlo per primo.

E allora non resta che continuare a denunciare!

Denunciare chi gestisce male, chi distrae, chi dissipa, chi favorisce parenti e amici. Denunciare l'amministratore infedele, quello che si nasconde dietro l'incarico ricevuto, quello che firma bilanci non approvati, certamente alterati, quello che chiude gli occhi davanti allo sfacelo. 

Denunciarlo con nome e cognome, senza paura, senza sconti, perché ogni giorno di silenzio è un giorno regalato a chi continua a lucrare su questo sistema.

La giustizia potrà anche sembrare un miraggio, ma il silenzio è il migliore alleato di chi approfitta di questo sistema. E su questo, da parte mia, non ho mai nutrito alcun dubbio: né tantomeno, alcuna intenzione di tacere!

domenica 20 settembre 2026

La trappola yemenita: perché Riyadh sta per cadere nel pantano che gli Houthi hanno preparato.

Prima di entrare nel merito della prossima mossa saudita, credo sia necessario soffermarsi su un'opera che raramente finisce in prima pagina ma che oggi è il vero perno della partita: il Saudi East-West, noto anche come Petroline.

Parliamo di milleduecento chilometri di acciaio che attraversano il deserto, collegando Al Jubayl, sul Golfo Persico, al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. 

Costruito negli anni Ottanta, durante la guerra Iran-Iraq, proprio per fronteggiare l'eventualità di una chiusura di Hormuz, oggi è tornato al centro della scena con una capacità che nelle condizioni attuali può arrivare a cinque milioni di barili al giorno destinati all'esportazione.

E qui sta il punto che pochi vogliono guardare in faccia. Questa infrastruttura non serve solo Riyadh. Yanbu è l'unico sbocco credibile che potrebbe consentire anche a Kuwait, Iraq e altri produttori del Golfo di aggirare Hormuz, convogliando il greggio verso il Mar Rosso e da lì, via Suez o Sumed, verso il Mediterraneo. È un sistema che, in teoria, toglierebbe a Teheran e agli Houthi la leva dei due stretti. E proprio per questo è diventato un bersaglio.

L'economia iraniana, privata delle sanzioni ma ancora dipendente dalla minaccia di chiusura di Hormuz come strumento di pressione, non può tollerare che esista una via di fuga stabile. E gli Houthi, dal canto loro, sanno che se Yanbu funziona a pieno regime, Bab el-Mandeb perde parte del suo valore di ricatto.

Ecco perché i raid contro il Petroline non sono episodi isolati. Sono la risposta logica a un'opera che, se lasciata intatta, vanificherebbe anni di strategia. Ma qui si innesta il paradosso che avevo anticipato: gli Houthi non vogliono distruggere il tubo, vogliono renderlo inutilizzabile. Vogliono che Riyadh spenda miliardi per difenderlo, che ogni barile esportato da Yanbu diventi un azzardo, che il mercato percepisca quel corridoio come troppo rischioso per essere una vera alternativa.

Ed è per questo che la prossima mossa saudita, con il supporto logistico e d'intelligence americano, appare sempre più come una necessità dettata dalla disperazione. Riyadh deve riaprire Bab el-Mandeb, o almeno neutralizzare la minaccia houthi su di esso, altrimenti il Petroline resta un'arteria esposta.

Ma attaccare lo Yemen via terra significa entrare in un territorio dove gli Houthi hanno avuto sette anni per prepararsi. Significa offrire loro esattamente ciò che desiderano: una guerra aperta contro l'aggressione straniera, capace di compattare il fronte interno e di legittimarli come resistenza anti-imperialista.

Washington lo sa. Per questo esita, per questo fornisce intelligence ma non uomini. Ma Riyadh non ha alternative. Hormuz è chiuso, il Petroline è sotto attacco, e l'unica via per far tornare il petrolio saudita sui mercati passa attraverso uno stretto che gli Houthi controllano.

La trappola è stata preparata. Ma l'Arabia Saudita non sta a guardare. Secondo quanto riporta il Guardian, citando fonti yemenite, Riyadh sta preparando una grande offensiva militare contro gli Houthi, via mare e forse anche via terra nello Yemen centrale. 

Le forze saudite sono state viste ritirarsi dalla parte orientale del paese, in quella che potrebbe essere una preparazione per un'operazione di terra. E al tempo stesso, Riad sta cercando di organizzare una coalizione navale per proteggere il traffico marittimo dagli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el-Mandab.

Certo, sono molti i Paesi – anche se non lo dicono apertamente – che vedono in questo nuovo conflitto un'importante possibilità per i loro business, in particolare grazie alla vendita di armi all'Arabia Saudita, ma non solo. 

Tutti loro auspicano che una loro celere vittoria riporti all'apertura dello stretto sul Mar Rosso, piegando di conseguenza le richieste dell'Iran, che a quel punto resterebbe del tutto isolata e con un ricatto – quello del passaggio su Hormuz – che non avrebbe più alcun valore.

Infine consentitemi di ricordare che, come sempre, a pagare il prezzo di una guerra sul campo saranno i civili yemeniti che – proprio come quanto accaduto ai loro fratelli di Gaza – subiranno le conseguenze di un conflitto che, ahimè, non è il loro.

sabato 19 settembre 2026

Tredici anni di parole vuote...

Pensavo che qualcosa, vista l'esperienza appena trascorsa, sarebbe cambiata. E invece, a distanza di tredici anni, mi ritrovo qui, con le stesse parole in bocca e la stessa amarezza nel cuore.

Come si dice… errare è umano, ma perseverare è diabolico.

E questi nostri politici "giocolieri", che come una compagnia di saltimbanchi passano da destra a sinistra come fossero pedoni ubriachi nel bel mezzo di una strada, non hanno fatto altro che confermare la loro natura.

Nessuna regola, dicevo allora, e neanche coerenza d'ispirazione politica. Per loro l'importante è salire. Come e con quali mezzi è indifferente.

Se ricordate, per Machiavelli la celebre massima in politica era "il fine giustifica i mezzi". E quindi pur di arrivare, si può venire meno a quelle regole di etica. Infatti, come per il "Principe", è ammesso il tradimento.

Ora i referenti di quei partiti credono con quelle belle facce di potersi ripresentare e sperare nei voti di noi elettori.

Ed allora mi chiedo: ma come possono i segretari di quei partiti pensare di ripresentare quegli stessi personaggi, senza tenere conto dei casellari giudiziari macchiati da processi e condanne.

Ed ancora, consentitemi di aggiungere di come siamo stanchi di dover risentire quegli stessi programmi che sappiamo ormai a memoria.

Non capisco a chi parlano. Gli astenuti continueranno a non votare. Coloro che non seguono i partiti sceglieranno un voto di contestazione e non certo le solite alleanze impostate soltanto per vincere.

E poi vi sono gli abituali sostenitori, individui fedeli alla politica o per meglio dire a quei loro referenti, con cui da generazioni campano, mentre la maggior parte dei cittadini vengono dissanguati, anche se ormai sangue da succhiare, nelle vene non ne scorre più.

Ma d'altronde, parlare di rivoluzione, quando le mele marce sono sempre le stesse, è veramente incredibile e la cosa assurda è che anche questa volta ci ripetono che potrebbe essere la volta buona.

No... mi dispiace, l'unica volta in cui riusciremo a fare pulizia di questi individui, della loro casta e dei loro privilegi… ecco, quella sarà la volta buona e finché non la vedrò con i miei occhi, non crederò a nessuna delle loro superflue promesse!

Certo, su una cosa resto fortemente convinto e cioè che oggi, molto più di ieri, il voto ha una grande importanza e quindi, decidere in maniera coerente potrebbe essere l'ennesima possibilità di vedere migliorare questo nostro paese. D'altronde, rinunciare servirebbe solo a premiare coloro che viceversa, non volevate più vedere.

Ed allora, rivolgendomi a molti miei se decideste - come credo - di votare per i soliti politici, in particolare quelli a cui chiedere favori per i vostri "interessi personali", almeno quando mi incontrate, non fate come al solito, iniziando a lamentarvi.

D'altronde tredici anni sono passati, ma nulla, ahimè, è cambiato. Anzi, siamo peggiorati in modo esponenziale.

Certo, sono anni che mi chiedo: ha ancora senso ripetere le stesse cose? Gridare al cambiamento quando la maggior parte si genuflette? Perso che non si debba perdere la speranza, finché c'è qualcuno disposto a leggere le vostre parole, a comprenderne il senso, un raggio di luce può riaccendere l'oscurita.

Perché la vera rivoluzione comincia sempre da un pensiero che non si arrende.

Ma se nemmeno questa volta sapremo guardare oltre le solite facce, oltre i soliti nomi, oltre le solite promesse, allora credetemi... non avrete più scuse e il silenzio, la rassegnazione diventano complici quanto chi ci governa.

Perché la vera domanda non sarà più se loro cambieranno...

No, la domanda da farsi e se saremo ancora capaci di cambiare il nostro sguardo!

venerdì 18 settembre 2026

Leggere per crescere: una palestra silenziosa chiamata lettura.

Stamani, con un po' di ritardo, mi sono arrivati tra le mani i miei ultimi acquisti.

No... nessun cellulare all'ultimo grido, ancor meno qualche paio di scarpe o una maglia firmata da un noto stilista, nessun profumo sponsorizzato e nemmeno orologi di quelli "clonati"... che tanto vanno di moda ora tra i ragazzi.

Libri... sì, solo e soltanto libri...

E mentre li sfogliavo pensavo a quanto la lettura non sia soltanto un piacere o un modo per far passare il tempo, ma rappresenti qualcosa di unico... che ti fa veramente star bene.

John Grisham, Ken Follett, Joe Nesbo, Michael Connelly, Dan Brown e tanti altri: sono nomi che conosco bene, in quanto possiedo di loro tutti i libri finora pubblicati. Autori che certamente molti di voi conoscono, capaci di tenere il lettore incollato alla pagina, eppure dietro la trama che scorre veloce, c'è sempre qualcosa che resta...

Perché la lettura, quando è vera, non si ferma alla superficie della storia. Ti costringe a stare dentro un'altra testa, a seguire un ragionamento che non è il tuo, a vedere il mondo da una prospettiva che non avevi considerato e così, quasi senza accorgertene, impari a pensare meglio.

Non perché qualcuno te lo insegni, ma perché la mente si allena proprio come un muscolo: leggere, difatti, è una palestra silenziosa.

Poi c'è la questione della crescita personale, che non è solo culturale. Leggere di tutto, dalla saggistica a romanzi, ti mette davanti a dilemmi morali, a scelte difficili, a personaggi che sbagliano e pagano il prezzo dei loro errori.

E così tu, mentre leggi, ti chiedi cosa avresti fatto al loro posto. È un dialogo continuo con te stesso, una specie di specchio che non sempre è comodo, ma che ti aiuta a capire chi sei e chi vorresti diventare.

C'è anche un aspetto più intimo, quasi terapeutico. La lettura ti rallenta. In un mondo che corre, che pretende risposte immediate, che circuisce con notizie false, che condiziona attraverso il web, beh... aprire un libro diventa un gesto che ti restituisce il tempo.

Sì... il libro ti concede di pensare, di soffermarti su una frase, di tornare indietro se qualcosa non ti torna e in quel tempo sospeso, la mente si apre, respira.

Non voglio dire che leggere risolva i vostri problemi. Non è così... però ti dà gli strumenti che altrimenti non avresti: pazienza, empatia, capacità di stare nella complessità senza scappare.

Perché è proprio questo che intendo quando nel mio blog parlo di crescita personale, non diventare diversi, non voler essere a ogni costo al centro dell'attenzione, non cercare di essere copie di altri, ma essere se stessi. Già... diventare più consapevoli.

E allora eccoli lì, quei libri che avete a casa e non avete mai sfogliato. Non serve acquistarne di nuovi, l'importante è iniziare. Vedrete, scoprirete che non sono solo carta e inchiostro, ma porte che si aprono, mondi da attraversare, domande da portarsi dietro.

E così, mentre scelgo il libro con cui iniziare, comincio a sistemare gli altri sullo scaffale, accanto a quelli dello stesso autore che ho già letto e che amo, perché ciascuno di loro mi ha lasciato qualcosa: un'idea, un dubbio, delle piccole crepe anche nelle mie certezze, perché è esattamente ciò che cerco...

Ed allora, concludendo, non posso che consigliare di iniziare a leggere. Certo, all'inizio sarà dura, ma poi vi assicuro, non potrete più farne a meno e inizierete a fare di tutto per finirne uno e iniziarne subito un altro.

Quindi... buona lettura.

giovedì 17 settembre 2026

C'è qualcosa di paradossale nella discesa in politica di Fabrizio Corona.

E' vero... c'è qualcosa di paradossale nella discesa in politica di Fabrizio Corona. 

Non tanto per il personaggio in sé, quanto per il meccanismo che il suo caso porta allo scoperto...

L'altra sera, con un video pubblicato sul suo canale, ha annunciato la nascita del movimento "Per la Verità": un progetto che si presenta come liberale e antisistema, con temi che spaziano dalla libertà di espressione alla riduzione della pressione fiscale, da un liberalismo economico convinto a una politica estera più indipendente.

Niente convention, niente palco, niente sala stampa. Solo una piattaforma, una community già esistente e un volto che da anni parla al proprio pubblico senza intermediari.

Ed è proprio qui che la vicenda diventa interessante. Perché Corona può fondare un movimento, guidarlo, persino fare campagna elettorale, ma non può candidarsi.

Già... non può essere eletto. Una condanna definitiva, risalente a diversi anni fa, gli ha inflitto l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, una pena accessoria che non si esaurisce con la detenzione e che continua a produrre i suoi effetti.

Può costruire consenso, ma non può raccoglierlo personalmente nelle urne. Può indicare una direzione, ma dovrà affidare a qualcun altro il compito di rappresentarla sulla scheda elettorale.

E allora la domanda non è se Corona sarà mai parlamentare.

La domanda è un'altra: quanti voti potrebbe convogliare un movimento che nasce fuori dai partiti, fuori dalle logiche tradizionali, fuori dai rituali della politica che conosciamo?

Non esiste un sondaggio ufficiale, non esiste un dato certo. Lo stesso Corona ha parlato di una soglia del tre per cento come primo obiettivo, con una punta di provocazione. Ma la questione non è il numero esatto.

La questione è che esiste, oggi, una fetta di elettorato che non si riconosce più nei partiti di governo e di opposizione. Una fetta che non sopporta più i volti, i linguaggi, le promesse mai mantenute, le coalizioni che si fanno e si disfano.

Ed è a quella fetta che un movimento come "Per la Verità" prova a parlare.

Non con un programma dettagliato, non con una struttura organizzata, non con una rete territoriale, ma con la familiarità, con la percezione di autenticità, con la relazione diretta che si è costruita nel tempo attraverso i social.

È la fiducia personale che precede la valutazione delle proposte, la relazione che viene prima dell'ideologia.

È un meccanismo che la ricerca sulla comunicazione politica digitale sta iniziando a studiare, e che mostra quanto il legame parasociale possa mobilitare, quanto possa spingere alla partecipazione.

Certo, un conto è la community, un altro è la comunità politica. La prima nasce intorno a una persona, a un linguaggio, a un sistema di riferimenti condivisi. La seconda dovrebbe avere regole, responsabilità, rappresentanza, mediazione, conflitto interno, elaborazione collettiva.

Sappiamo bene come il consenso sui social non funzioni come il consenso democratico. Un contenuto può essere virale senza essere maggioritario. Un algoritmo non misura ciò che una società pensa: misura ciò che riesce a generare attenzione.

E allora il punto non è stabilire se Corona sia o non sia un politico. Il punto è capire se la politica sia ancora capace di costruire consenso fuori dalle logiche che hanno trasformato l'attenzione in una valuta.

Forse, se davvero scendesse in campo con un movimento strutturato, un 4% di voti non sarebbe affatto impossibile. Non per ciò che dice, ma per ciò che rappresenta: il rifiuto di un sistema percepito come lontano, la stanchezza verso i politici di professione, la voglia di qualcuno che parli fuori dal coro.

Perché ormai la gente è stanca di essere presa in giro con promesse pre-elettorali che poi, di volta in volta, non vengono mai mantenute. Ma soprattutto, la maggior parte di quegli individui che lottano per la vera democrazia, che hanno preferito nel corso della propria vita non genuflettersi e quindi evitare di restare contaminati, hanno conservato una piccola speranza: quella di vedere un giorno ribaltarsi questa vergognosa condizione, ben descritta in una scena del 2012 da "Cetto La Qualunque", interpretato magistralmente da Antonio Albanese.

È un dato che non si misura con i sondaggi, ma con l'umore di un Paese che non crede più a chi governa e a chi vorrebbe governare.

Sì... perché tra essere seguiti ed essere scelti, oggi, passa una distanza che rischiamo di non vedere più.

Perché è lì che si annida la domanda vera: non se Corona possa o non possa candidarsi, non se il suo movimento prenderà il tre o il quattro per cento, ma se il consenso che si costruisce sui social abbia ancora qualcosa a che fare con la scelta democratica.

Essere seguiti è un gesto passivo, quasi involontario. Essere scelti è un atto di volontà, di fiducia, di responsabilità. E tra le due cose, oggi, passa una distanza che rischiamo di non vedere più.

Forse è proprio questa la ragione per cui un fenomeno come "Per la Verità" ci disturba e ci affascina allo stesso tempo. Non perché Corona sia l'uomo giusto o sbagliato, ma perché ci costringe a guardare in faccia un vuoto che abbiamo lasciato crescere.

La stanchezza verso le promesse tradite, la sfiducia verso i partiti, la voglia di qualcuno che parli fuori dal coro: tutto questo esiste, ed è reale.

Il punto è capire se quella stanchezza troverà prima o poi una forma politica capace di trasformarla in qualcosa di duraturo, o se continuerà a essere solo un rumore di fondo che gli algoritmi amplificano senza mai ascoltare davvero.


mercoledì 16 settembre 2026

Incredibile come si può attaccare "WIKIMAFIA". Un movimento culturale e morale che coinvolge tutti, specialmente le giovani generazioni; sì... le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità!

Leggo con sgomento, e con un misto di amarezza e stupore, la nota diffusa in queste ore da WikiMafia - Libera Enciclopedia sulle Mafie - realtà a cui sono associato e che seguo con convinzione.

Non si tratta di un comunicato qualsiasi, ma della risposta composta e ferma a una serie di attacchi gratuiti e infondati che hanno colpito il lavoro di tante ragazze e ragazzi che, da oltre un decennio, provano a tenere alta la guardia sul fenomeno mafioso.

Tra gli attacchi più eclatanti, viene citato un commento del consigliere comunale di Milano, che ha definito WikiMafia "un delirio di repressi".

A questo si aggiunge l'accusa di una deputata di centrodestra, secondo cui l'associazione non si occuperebbe veramente di mafia.

Comprenderete come queste sono parole che pesano, soprattutto perché arrivano da chi dovrebbe conoscere il valore della divulgazione rigorosa e del lavoro sul campo.

WikiMafia, però, non è nata ieri...

Dal 2012 porta avanti la propria missione fondativa: diffondere conoscenza e consapevolezza sul fenomeno mafioso, farlo in maniera rigorosa, attenendosi ai fatti, contribuendo alla crescita civile del Paese. E lo fa anche attraverso un uso estensivo dei social media, che nel tempo l'ha resa una delle prime realtà divulgative antimafia in Italia.

Il successo di questo lavoro non è casuale. Basti pensare che, sul solo profilo Instagram, WikiMafia raggiunge complessivamente ben 16 milioni di visualizzazioni mensili. Un risultato che nasce anzitutto da una verifica meticolosa delle fonti, mutuata dall'ambito universitario, dove la maggior parte di loro ha appreso dal professor Nando dalla Chiesa la capacità di coniugare il rigore scientifico accademico all'antimafia sociale, fatta di iniziative concrete e non di facciata.

D'altronde, la bontà di questo lavoro è stata riconosciuta anche in Tribunale.

In più di un processo di mafia, l'ultimo dei quali è il processo Hydra, WikiMafia è stata ammessa parte civile proprio in virtù dei quasi 200 eventi organizzati in quasi 14 anni di attività.

A questi si aggiungono 31 campagne, decine di percorsi di educazione alla legalità, tornei sportivi e una quotidiana attività di informazione sui social. Il tutto portato avanti come volontari, nel tempo libero, senza percepire alcuno stipendio. A differenza, va detto, di chi ha scatenato questa indegna macchina del fango contro di loro e di noi tutti associati.

Il comunicato di Wikimafia, in grandi linee, riporta quanto segue:

Attacchi, in realtà, ne abbiamo sempre ricevuti. Da chi non gradiva il nostro lavoro, da chi si sentiva chiamato in causa. Ma questi si sono intensificati circa un mese dopo l'esito del referendum, nel quale ci siamo attivamente schierati per il NO. E sono partiti dalla pagina - Siete dei Poveri Comunisti - ( che strano... il sottoscritto - quando ancora votava per qualcuno degno del mio voto - non ha mai dato la propria preferenza ai partiti di sinistra... ) che un'inchiesta ha svelato essere gestita dal responsabile della comunicazione di un partito di centrodestra.

L'accusa infamante e falsa è di essere una succursale dei partiti di centrosinistra, per i quali useremmo l'antimafia per fare propaganda partitica. Tuttavia, la nostra equidistanza dai partiti politici è ben testimoniata anche dai nostri approfondimenti sui programmi elettorali.

Negli ultimi quattro anni non abbiamo risparmiato nessuno, e questo ci ha attirato anche antipatie in una parte del centrosinistra. Basti pensare che, in occasione delle elezioni regionali in Puglia dello scorso anno, avevamo giudicato migliore sul fronte antimafia il programma del candidato di centrodestra, biasimando l'attuale Presidente per non aver dedicato nemmeno una riga di programma al tema. Per non parlare poi delle critiche alla Giunta di Milano sul fronte dell'urbanistica, dove abbiamo parlato apertamente, e ben prima delle inchieste giudiziarie, di "questione morale".

Considerata la quantità di insulti gratuiti e palesi falsità scritte sul nostro conto, tra le quali anche l'accusa di essere dei mafiosi dell'antimafia, abbiamo dato mandato al nostro legale, l'avvocato Marco Griguolo, di procedere in sede penale e civile nei confronti degli autori dei commenti più infamanti, per tutelare l'onorabilità della nostra realtà.

Per quanto riguarda invece la chiara regia di partito dietro l'attivazione di questa macchina del fango, vogliamo rassicurare Lor Signori che così come non ci facciamo intimidire nelle aule di Tribunale da mafiosi di alto rango, che peraltro sono debitori nei nostri confronti, in via provvisoria, di oltre 100mila euro (che non vedremo mai, perché si dichiarano nullatenenti), allo stesso modo non smetteremo di fare quello che facciamo e come lo facciamo per un paio di post sui social.

Anzi, continueremo a denunciare tutto quello che non va, a partire dalle iniziative governative dannose per la lotta alla mafia e alla corruzione...

Lo faremo tra l'altro proprio in virtù di quello che diceva Paolo Borsellino, per il quale la lotta alla mafia doveva essere anzitutto "un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità".

Perché attaccare WikiMafia non è attaccare una sigla, un profilo, una pagina. È attaccare un movimento culturale e morale che coinvolge tutti. E c'è qualcosa di profondamente inquietante in chi prova a screditare un lavoro fatto di volontariato, di studio, di rigore, di presenza nelle aule di Tribunale e nelle piazze.

Sì... perché il messaggio che passa è sempre lo stesso: chi si sporca le mani per la verità diventa un bersaglio. E allora la domanda non è più solo "come si può attaccare WikiMafia?", ma "a chi giova tutto questo?".

Perché la complicità non è solo quella di chi commette un reato, ma soprattutto quella di chi tace, di chi minimizza, di chi lascia che il fango arrivi addosso a chi, ogni giorno, prova a tenere accesa una luce e quella luce, per fortuna, non si spegne con un post, perché altri mille e mille ancora, verranno scritti per far emergere l'unica verità, quella che in tanti vorrebbero tener celata.

martedì 15 settembre 2026

POLITICA: Un Paese che continua a curarsi con lo stesso cancro che lo divora.

C'è una notizia, che ho letto stamani, e che arriva da una piccola città siciliana e che purtroppo, ancora una volta, ci mette davanti a qualcosa che non dovrebbe più sorprenderci e che invece continua a ferirci come se fosse la prima volta.

Tre persone sono finite ai domiciliari, tra cui un sindaco appena eletto, con l'accusa di essersi garantito il sostegno elettorale attraverso un patto con ambienti vicini alla criminalità organizzata.

Il meccanismo è sempre lo stesso, arcaico eppure mai superato.

Qualcuno procura voti, sfruttando la paura e la percezione diffusa del proprio potere, e in cambio riceve favori concreti, piccoli privilegi quotidiani che diventano la moneta di scambio di un sistema che si nutre di silenzio e complicità.

Ma ciò che colpisce, al di là del singolo episodio, è la sensazione di assistere a un copione già visto, recitato in ogni angolo del Paese con la stessa regolarità con cui si alternano le stagioni.

E allora la domanda che sorge spontanea è sempre la stessa: come è possibile che tutto questo continui ad accadere?

Come è possibile che intere porzioni di territorio - e non solo quelle che siamo abituati a immaginare come marginali - continuino a funzionare secondo una logica in cui il voto non è un diritto ma una merce, e il potere non è un servizio ma un bottino da spartire?

La risposta, per quanto amara, è che evidentemente il sistema non solo tollera questo meccanismo, ma in qualche modo lo alimenta, perché consente a molti di restare a galla senza dover rendere conto davvero del proprio operato.

E qui il pensiero corre inevitabilmente a quella classifica squallida di cui spesso si parla, quella delle regioni italiane più esposte a questo tipo di dinamiche, dove la tua terra compare tristemente ai primi posti.

Cosa dire... non è un caso, non è una fatalità geografica, non è una questione di indole. È il risultato di decenni di complicità, di omissioni, di promesse tradite e di una politica che troppo spesso ha scelto di guardare altrove pur di non perdere consenso.

Perché la verità, per quanto scomoda, è che la politica e gran parte dei suoi interlocutori rappresentano ancora oggi uno dei mali più profondi di questo Paese, un cancro che si insinua nelle istituzioni, nei Comuni, nelle scuole, negli uffici, e che trasforma il bene comune in una somma di interessi privati.

E allora non resta che prendere atto di una realtà che continua a riprodursi con una precisione quasi meccanica. Si pensa esclusivamente a prendere mazzette, a farsi corrompere, a garantirsi un posto o una promozione, a sistemare un figlio, un nipote, un amico, un parente.

E lo si fa con una disinvoltura tale che persino chi dovrebbe vigilare finisce per abituarsi, per normalizzare, per considerare tutto questo come parte inevitabile del gioco.

Ma non è inevitabile. Non lo è mai stato. E ogni volta che una notizia come questa emerge, dovrebbe essere l'occasione per ricordarcelo, per alimentare il dubbio, per non accontentarci della spiegazione più comoda.

Forse è proprio questo che dovremmo fare, continuare a dubitare, continuare a chiederci cosa c'è dietro ogni elezione, ogni appalto, ogni nomina, ogni incarico. Perché solo così, forse, si può sperare che un giorno quel meccanismo si inceppi davvero.

E se è vero che la politica è il cancro di questo Paese, è altrettanto vero che nessuna cura può funzionare, se chi dovrebbe somministrarla è lo stesso che si nutre della malattia!

lunedì 14 settembre 2026

Bab el-Mandeb è caduto: gli Houthi chiudono l'ultimo rubinetto del greggio e il mondo trema.

Dopo Hormuz, ora anche Bab el-Mandeb è nelle loro mani. E mentre Riyad trema, Washington guarda altrove.

Diciamoci la verità: non è una sorpresa. Ne scrivevo già a gennaio 2024, quando gli attacchi alle navi nel Mar Rosso erano appena ventiquattro.

Oggi siamo ben oltre, e il quadro non è cambiato affatto.

L'offensiva degli Houthi è durata diciotto ore.

Mocha è caduta, poi Dhubab, Murad, l'isola di Mayyun. In meno di un giorno gli yemeniti hanno completato il controllo dell'intero litorale sul Mar Rosso.

Un colpo durissimo per l'Arabia Saudita, che dopo la chiusura di Hormuz aveva dirottato proprio lì gran parte del suo petrolio. Ora anche da lì, quel petrolio non passa più.

E qui si innesta il paradosso che avevo anticipato mesi fa. Trump ha rifiutato due volte la richiesta di Mohammed bin Salman di bombardare i ribelli. Il Presidente Usa ha dichiarato che gli Houthi lo hanno chiamato, che non vogliono combattere. Loro ovviamente hanno smentito, definendo le sue parole infondate e ridicole.

Ma al di là delle smentite, la realtà è che Washington non vuole impantanarsi in un altro fronte. Dopo Iraq e Afghanistan, l'America ha poco appetito per nuove guerre.

E gli Houthi lo sanno bene, talmente bene che stanno giocando esattamente la partita che vogliono.

Come scrivevo a marzo 2025, gli attacchi statunitensi potrebbero essere proprio ciò che desiderano: una guerra aperta con gli USA per legittimarsi come resistenza anti-imperialista. Non a caso, mentre conquistavano Bab el-Mandeb, intensificavano i lanci verso Israele. La provocazione, comprenderete, va ben oltre il Mar Rosso.

E c'è un altro punto che avevo sottolineato e che resta centrale. Gli Houthi non sono Hezbollah. Sono sì sostenuti dall'Iran, ma con un alto grado di autonomia operativa. Possiedono reti logistiche e consenso interno che li rendono difficili da sradicare. Anche se Teheran riducesse il suo sostegno, loro continuerebbero a combattere.

Poi c'è la lezione che non impariamo mai. A settembre 2026 l'oleodotto Est-Ovest è stato chiuso dopo un attacco con droni partiti dall'Iraq. Lo avevo scritto a settembre: mille duecento chilometri di acciaio nel deserto valgono più di qualsiasi minaccia. Ma ora anche quella via è sotto scacco. Gli Houthi hanno colpito Sharurah, Jazan, depositi e centri di comando. E hanno promesso operazioni più intense e di più ampia portata.

Risultato? Fino al quattro per cento del greggio globale a rischio. Il diesel negli Stati Uniti ha superato i sei dollari al gallone, un massimo storico. E lunedì i mercati si aspettano un nuovo rialzo.

Ma il punto vero è un altro. Come scrivevo già nel 2019, bombardare non basta. Le guerre asimmetriche non si vincono con i raid aerei. Servono strategie che considerino le dinamiche politiche locali, non slogan come "annientare" un gruppo. Gli Houthi hanno resistito a una coalizione guidata dall'Arabia Saudita per sette anni, tra il 2015 e il 2022. Non si piegheranno certo ora.

E allora la domanda sorge spontanea: chi paga il prezzo più alto? Come sempre, ahimè, i civili!

L'Organizzazione Internazionale per le migrazioni parla di decine di migliaia di sfollati solo nelle ultime settimane. Una guerra che si protrae da anni, e che ora rischia di estendersi oltre i confini.

Lo avevo scritto a ottobre 2023: prepariamoci a un lungo e arduo periodo di crisi. Il conflitto si espanderà, e in pochi potranno limitarlo. Non certo in tempi brevi.

Oggi, mentre Bab el-Mandeb è sotto controllo Houthi e Hormuz resta chiuso, quella previsione si sta avverando.

L'unica certezza è che il prossimo colpo, in qualsiasi momento, potrebbe cambiare tutto.

E come sempre, a pagare il prezzo più alto saranno i civili. Stremati da troppo tempo. Sfiniti da anni e anni di guerre. Guerre che non trovano mai fine. Guerre che purtroppo... non finiranno mai.

domenica 13 settembre 2026

Il blog "Sostenitore": l'impegno di scrivere senza nascondersi, mettendoci sempre la faccia!

Desideravo parlare oggi del blog "Sostenitore", uno spazio che ospita abitualmente i post scritti dai lettori che hanno scelto di contribuire alla crescita de "ilfattoquotidiano".

Difatti, sottoscrivendo l'offerta si diventa parte attiva della loro community e, successivamente, tra tutti i contributi inviati alla redazione, Peter Gomez e il suo staff selezionano e pubblicano quelli ritenuti più interessanti.

Tuttavia questo blog non è interessante solo perché nasce da un'idea dei lettori, ma anche perché diventare "Sostenitore" implica metterci la faccia, la firma, l'impegno.

In un mondo virtuale in cui molti preferiscono celarsi dietro un nickname o limitarsi a condividere i post altrui, quanto viene realizzato rappresenta, per chi scrive, un momento fondamentale: non solo sotto il profilo professionale, ma anche come espressione di libertà culturale e democrazia.

È proprio da questa lettura che prende spunto la nota che sto scrivendo. Poco fa infatti, mi sono imbattuto nel post di Giorgio Boratto dedicato a "La legge del sangue". Pensare e agire da nazisti di Johann Chapoutot, tra i maggiori storici francesi, in cui si indaga come la "visione del mondo" nazista sia riuscita a diffondersi senza violenza, radicandosi nella cultura e nel consenso di un intero popolo.

Un tema complesso e inquietante, che nei miei anni ho affrontato in moltissimi post, e al quale mi riprometto di rispondere quanto prima con un intervento dedicato: merita difatti un approfondimento a sé, e non è mia intenzione liquidarlo in poche righe.

Un approccio, quello del blog "Sostenitore", che sento profondamente affine al lavoro che svolgo io stesso con il mio blog, anche se il mio, nato e portato avanti senza alcuna struttura aziendale alle spalle, viene svolto senza fini di lucro.

Se da un lato "Sostenitore" rappresenta un modello editoriale strutturato, capace di valorizzare i contributi dei lettori all'interno di una testata riconosciuta, dall'altro il mio blog nasce dalla stessa esigenza di fondo: offrire uno spazio in cui la scrittura non sia un esercizio anonimo, ma un atto di responsabilità e di partecipazione.

D'altronde i temi che abitualmente tratto vanno dall'attualità politica e sociale alla memoria storica, dalla critica culturale a quella religiosa, dai conflitti in corso e dalle ripercussioni che questi avranno nei prossimi anni sotto il profilo globale, economico e finanziario, per passare dal contrasto alla criminalità organizzata e alla diffusa corruzione presente nel nostro Paese, fino alla formazione dei giovani ai principi di legalità, gli unici che possano restituire dignità a una persona.

Quanto allo stile, cerco sempre di mantenerlo certamente divulgativo, ma pur sempre rigoroso, accessibile a tutti, senza però rinunciare alla profondità.

Sì, rispondo anch'io alla stessa logica di "Sostenitore": parlare a un pubblico ampio senza banalizzare, firmando i propri post e assumendosi la responsabilità di ciò che si scrive.

Posso dire con assoluta certezza che la vera differenza stia forse nella scala e nei mezzi, non nell'intenzione: in entrambi i casi, chi scrive sceglie di esporsi, di firmarsi, di contribuire attivamente a un dibattito culturale e civile, rivendicando quel diritto alla libertà di espressione che a mio avviso, è il cuore stesso di ogni democrazia.

sabato 12 settembre 2026

Quando l'agricoltura diventa una macchina per frodare il Paese!

Non è il numero, pur enorme, del sequestro. Non è il meccanismo giudiziario in sé.

È il fatto che ancora una volta l'agricoltura venga fuori non come settore produttivo, ma come strumento.

Una macchina finanziaria parallela, dove il terreno, l'animale, il lavoratore diventano pretesti per far uscire denaro pubblico e farlo rientrare altrove, già... potremmo definirlo riciclato.

Perché diciamolo con chiarezza: per anni l'agricoltura è stata uno dei canali più comodi per frodare lo Stato.

Non parlo di un caso isolato, di una mela marcia. Parlo di un sistema, di un'architettura occulta che ha funzionato proprio perché era diffusa, mimetizzata, apparentemente normale.

Chi la praticava non aveva bisogno di nascondersi troppo: bastava rispettare le forme, riempire i moduli, presentare le domande. Il resto veniva da sé.

Il primo tassello erano i fondi.

Contributi a fondo perduto, aiuti comunitari, misure di sostegno. Denaro che arrivava per sostenere chi coltivava davvero, chi allevava davvero, chi investiva davvero.

Ma che troppo spesso finiva a chi non coltivava nulla, non allevava nulla, non investiva nulla.

Sì... è bastata una società, un prestanome, una firma. E il fondo agricolo diventava un conto corrente travestito.

Poi c'erano le agevolazioni per il bestiame. E qui il meccanismo era ancora più raffinato, quasi teatrale.

Gli animali venivano spostati da un fondo all'altro, di volta in volta, come comparse su un palcoscenico. Un capo di bestiame poteva essere dichiarato in un'azienda, poi in un'altra, poi in una terza. E ogni volta generava un diritto a un contributo, a un rimborso, a un premio.

Lo stesso animale, lo stesso terreno, lo stesso titolo, moltiplicati per il numero di aziende fittizie che si riuscivano a mettere in piedi.

E poi gli incentivi per i lavoratori assunti. Anche qui, la forma c'era. I contratti c'erano. Le buste paga, almeno sulla carta, pure.

Ma quelle persone spesso non mettevano mai piede in quei terreni. Erano lavoratori di altri settori, o familiari, o parenti, o semplicemente nomi usati per far quadrare i conti e ottenere le agevolazioni.

Il lavoro agricolo diventava una finzione documentale, un altro modo per succhiare risorse pubbliche.

E infine le false disoccupazioni. Concesse quasi sempre a chi era vicino, a chi era dentro la rete, a chi sapeva come muoversi.

Persone che risultavano disoccupate in agricoltura, che magari percepivano indennità, sussidi, ammortizzatori sociali, senza aver mai lavorato la terra. Un altro pezzo di quel puzzle che teneva insieme assistenza, frode e consenso.

Se mettiamo insieme tutti questi pezzi, il quadro non è quello di una truffa episodica. È quello di un modello.

Un modello che ha sfruttato la complessità delle regole, la lentezza dei controlli, la complicità di chi doveva controllare e non l'ha fatto, o l'ha fatto male, o l'ha fatto finta.

Un modello che ha trasformato l'agricoltura in un settore dove il valore non stava più nel grano, nel latte, nel vino, ma nella capacità di accedere a fondi, contributi, agevolazioni.

E la cosa più inquietante è che questo modello non è mai stato realmente scalfito. Ogni tanto arriva un'operazione, un sequestro, un arresto. I numeri sono enormi, le cronache se ne occupano per un giorno, poi tutto torna come prima.

Perché il punto non è mai solo chi viene arrestato. Il punto è che quel sistema di convenienze, di silenzi, di complicità diffuse resta in piedi. E continua a funzionare, magari con altri nomi, altre società, altri prestanome.

Forse è proprio questo che dovremmo chiederci, oggi, mentre leggiamo l'ennesima notizia di sequestri e arresti.

Non tanto quanti siano i colpevoli, ma quanti siano stati, e continuino ad essere, i complici silenziosi. Quelli che hanno firmato, certificato, autorizzato, girato lo sguardo.

Perché senza di loro, quel meccanismo non avrebbe mai potuto reggere per così tanto tempo.

E l'agricoltura, quella vera, quella che resiste, che produce, che lavora, resta lì. A pagare il prezzo di un sistema che l'ha usata come copertura.

Mentre fuori, nei campi, il silenzio - ahimè - resta sempre più forte.


venerdì 11 settembre 2026

Ridisegnare il mondo è già un atto politico per restituire verità.

Ridisegnare il mondo è già un atto politico per restituire verità

La mappa del mondo che abbiamo visto sui banchi di scuola non è mai stata una fotografia neutrale. 

Già... è il risultato di una scelta compiuta nel Cinquecento da Mercatore, un sistema utilissimo per navigare ma che gonfia le terre vicine ai poli e comprime quelle equatoriali. 

Così la Groenlandia sembra grande quanto l'Africa, mentre l'America Latina e il Sud-Est asiatico scivolano sullo sfondo. 

Un errore geometrico che diventa gerarchia visiva del mondo, e che nessuno ha mai davvero messo in discussione.

Per capire perché tutto questo stia cambiando proprio adesso, bisogna guardare a New York. 

L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato una risoluzione presentata dal Togo per conto dell'Unione Africana, che invita Stati e scuole ad abbandonare Mercatore in favore di rappresentazioni più fedeli alle superfici reali dei continenti. 

Solo gli Stati Uniti hanno votato contro, definendola un progetto ideologico radicale. 

Il passaggio più contestato è quello che parla di giustizia cognitiva e riparazione della memoria. 

Difatti... dietro quella formula c'è una storia lunga secoli, fatta di mappe che hanno contribuito a costruire un immaginario collettivo in cui alcune parti del mondo valevano più di altre, e in cui la geografia sembrava confermare ciò che la politica aveva già deciso.

La mappa di Mercatore non è soltanto geometria maldestra, è viceversa il residuo visivo di un'epoca in cui le potenze europee si spartivano il mondo e avevano interesse a rappresentarlo in modo da giustificare la propria centralità. 

Un'Africa rimpicciolita è un'Africa che conta meno! Un Nord dilatato è un Nord che comanda! 

Quando si parla di colonialismo cartografico non si usa una metafora, si descrive il modo in cui una convenzione grafica si è trasformata in senso comune, in qualcosa che sembrava naturale e che invece era una scelta politica travestita da tecnica. 

E così, quando quella convenzione entra nei libri di scuola, diventa parte di noi, del nostro modo di immaginare il mondo prima ancora di conoscerlo davvero...

Ed è qui che entra in scena la Francia. Alla Sorbona, il ministro degli Esteri Barrot ha annunciato che il Quai d'Orsay abbandonerà Mercatore per la proiezione Eckert IV, che restituisce con maggiore fedeltà le proporzioni reali. 

Non è una decisione improvvisa: il processo era iniziato nel 2021. Barrot ha detto che una mappa non è mai del tutto neutrale e che correggere una rappresentazione che deforma il mondo significa già compiere un'opera di verità. 

La Francia apparirà più piccola, mentre l'Africa guadagnerà lo spazio che le era stato sottratto. È un gesto simbolico, certo... ma i simboli contano, perché orientano lo sguardo e preparano il terreno ai cambiamenti concreti.

Resta da capire cosa succederà adesso. Mercatore non scomparirà, e nessuno impone una carta unica. Nelle scuole francesi la maggior parte dei planisferi è ancora basata su quel modello. 

La domanda ora è se l'onda partita da Parigi e da New York arriverà anche nelle aule dove si insegna geografia. Perché è lì che si formano le mappe mentali con cui guardiamo il mondo per il resto della vita, e cambiare quelle mappe significa cambiare il modo in cui ci sentiamo parte del mondo, il modo in cui giudichiamo chi è vicino e chi è lontano, già, tra chi conta e chi ahimè - come sempre - resta sullo sfondo.

giovedì 10 settembre 2026

L'arte italiana di screditare chi dice ciò che non si vuole sentire. Già... quando la voce dei boss diventa magicamente scomoda e inattendibile!

C'è una scena che si ripete, in questo paese, con una cadenza quasi rituale...

Un boss mafioso, uno di quelli che ha segnato la storia delle stragi, viene chiamato a deporre, ma puntualmente, quando le sue parole iniziano a sfiorare certi nomi, certi legami scomodi, ecco che scatta il meccanismo: quell'uomo diventa inattendibile... sì... come per magia.

E' come se la sua voce - che fino a un momento prima era considerata preziosa per ricostruire decine di intrecci e delitti - improvvisamente perdesse ogni valore non appena si azzarda a varcare un confine che non dovrebbe essere varcato.

Oggi è il turno di Giovanni Brusca. L'uomo che azionò il telecomando di Capaci, che ha confessato omicidi a decine, che ha fatto arrestare gran parte di cosa nostra, torna ora in tribunale a Firenze da uomo libero. La sua libertà vigilata è finita. E sarà ascoltato come testimone.

Ma la posta in gioco, come spesso accade, è un'altra. Perché Brusca parlerà ancora una volta dei presunti rapporti tra Marcello Dell'Utri, Silvio Berlusconi e Cosa nostra. Ed allora, improvvisamente, appena si è accennato a quel tema, a quella delicatissima trama di relazioni e silenzi, i giudici hanno immediatamente detto la loro: le sue dichiarazioni sono inattendibili!

Ma scusate... ascoltatelo, già... ascoltiamolo, poi al limite, in base a cosa racconterà deciderete se le sue dichiarazioni siano o meno fallaci! No... i giudici hanno deciso che è inaffidabile, quantomeno su questi argomenti!

Ed allora, ecco che una domanda continua a ronzarmi in testa, e che forse rappresenta il vero nodo di tutta questa storia. Se un collaboratore di giustizia è considerato inattendibile su un determinato argomento, perché continuare a chiamarlo a testimoniare proprio su quell'argomento?

Non sarebbe più logico, più coerente, archiviare il capitolo e passare oltre? Invece si insiste. Si riaprono le porte. Si allestisce l'ennesimo palcoscenico, come ha scritto qualcuno, per gettare fango su nomi che, anche se non ci sono più, continuano a ingombrare la scena.

Il paradosso è che Brusca, su altri fatti, è stato ritenuto credibile. Anzi, sono state proprio le sue parole a mandare in carcere centinaia di persone, e soprattutto hanno fatto luce su molte pagine oscure della nostra storia.

Ma improvvisamente, quando il discorso scivola su Dell'Utri e su certi presunti rapporti con l'ex presidente del Consiglio, ecco che i giudici di Palermo parlano di "fortissima ambiguità", di dichiarazioni "in rotta di collisione" con dati processuali incontrovertibili. Insomma, Brusca non avrebbe voluto fornire un leale contributo alla verità.

E lo stesso copione si è ripetuto nel processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, dove il giudice ha notato la sua tendenza ad arricchire i racconti con elementi appresi dai processi e dai mezzi di informazione. Tanto che nel 2001, durante un interrogatorio, il pm fiorentino Gabriele Chelazzi lo richiamò: non doveva comportarsi come un consulente della procura, ma limitarsi a riferire ciò che sapeva.

Una deriva che ricorda da vicino il caso di Antonino Giuffrè, l'altro pentito che oggi sarà ascoltato a Firenze. Anche su di lui la Corte d'appello di Palermo è stata chiara: durante le indagini non aveva mai accusato Dell'Utri. Solo dopo, in dibattimento, è arrivata la svolta, la patente di "persona molto vicina a Cosa nostra", di "autore di garanzie politiche".

Un'insanabile contraddizione che ha portato i giudici a non attribuire credibilità alle sue parole.

E allora mi chiedo: che senso ha tutto questo? Perché riportare in aula persone la cui voce è già stata giudicata inaffidabile su quei precisi fatti?

Forse, e qui entro nel campo delle sensazioni, perché il processo diventa un pretesto, un contenitore dentro cui far sfilare quelle stesse verità scomode che fuori dalle aule giudiziarie farebbero troppo rumore. Un modo per tenerle in vita, per farle aleggiare nell'aria, anche quando la giustizia le ha già archiviate come inconsistenti.

Poi c'è l'aspetto quasi surreale della vicenda. I pm di Firenze, grazie allo stratagemma dell'aggravante mafiosa, sono riusciti a trasformare un processo per favoreggiamento e calunnia in un'occasione per riaprire il fronte delle stragi del '93-'94.

Baiardo avrebbe negato di aver mostrato a Massimo Giletti una foto che ritraeva Berlusconi con il boss Graviano e un ex generale. Negandolo, secondo l'accusa, avrebbe voluto screditare la tesi dei mandanti esterni. E così, dalla finestra, rientra tutto ciò che dalla porta era stato espulso.

E Brusca, Graviano, Giuffrè e gli altri diventano i testimoni di un racconto che i giudici hanno già bollato come poco attendibile.

Ma c'è un'altra riflessione che mi preme fare, e riguarda il peso che ancora oggi, in questo paese, hanno certi nomi e certe presunte verità. Non importa che una sentenza abbia detto no, che le prove siano fragili o contraddittorie, la circostanza ambigua è che l'ombra resti e che il dubbio continui a insinuarsi.

Perché se un boss mafioso parla, la sua voce può essere scartata. Ma se torna a parlare, magari in un'aula di tribunale, quella stessa voce riacquista una dignità che altrove le viene negata.

È un paradosso tutto italiano, un gioco di specchi che confonde la realtà con la percezione, la verità giudiziaria con quella mediatica. E così, mentre ci interroghiamo sull'attendibilità di Brusca, Graviano, Giuffrè, forse dovremmo chiederci con altrettanta forza perché continuiamo a dar loro la parola, sapendo già che non la ascolteremo fino in fondo?

O forse, più semplicemente, sapendo che la ascolteranno solo fino a quando diranno ciò che vogliamo sentire, perché come da sempre accade in questo nostro Paese, la verità sarà, come sempre, qualcosa di ambiguo, indecifrabile e in talune occasioni: inattendibile!

mercoledì 9 settembre 2026

Graviano ed altri 90 boss trasferiti con urgenza in Sardegna! Perché... cosa avevano da dire? Quando un trasferimento diventa più sospetto di una lettera al giudice.

Buongiorno,

oggi vorrei tornare su una vicenda che avevo sfiorato qualche giorno fa, nel mio post del 19 agosto.

Allora, ammetto, avevo affrontato la notizia con un certo distacco, quasi con il sorriso amaro di chi ormai è abituato a leggere certe dinamiche e preferisce raccontarsele con una barzelletta. Ma quello che sta accadendo in queste ore supera ogni mia più cinica previsione.

La notizia, ormai nota, è quella del trasferimento in Sardegna di novanta boss del calibro di Giuseppe Graviano, tutti sottoposti al regime del 41 bis.

Un'operazione imponente, voluta dal ministro Nordio, che ha riempito i cieli e le strade dell'isola con un dispiegamento di forze degno di un film.

Graviano, dopo nove anni a Terni, è finito a Cagliari-Uta, insieme ad altri ottantasette detenuti. E la presidente della Regione, Alessandra Todde, giustamente si infuria: nessuna consultazione, nessuna condivisione, solo un'imposizione calata dall'alto, con le carceri sarde già al collasso e il rischio concreto che la Sardegna diventi la "Cayenna d'Italia".

Ma io, leggendo questa notizia, non ho potuto fare a meno di collegarla a quanto scrivevo solo pochi giorni fa (vedi link). Ricordate? Parlavo di Graviano e della sua lettera al gip di Caltanissetta, di quella richiesta del suo legale di poter parlare, di avere qualcosa da dire su Berlusconi. E io, con quella barzelletta sul quiz e la Ferrari, scherzavo sul fatto che, dopo venticinque anni, quelle parole rischiavano di essere solo un pretesto per uscire dal carcere duro. Un tentativo, forse, di riaprire vecchie ferite per ottenere un beneficio.

Ma ora, davanti a questo trasferimento così massiccio e improvviso, la mia leggerezza di allora si è trasformata in un pensiero ben più cupo. Mi chiedo: è davvero solo un caso che, a poche settimane da quella richiesta, Graviano e decine di altri boss vengano spostati in un carcere sperduto, in un'isola, in un posto difficile da raggiungere, anche per i loro stessi avvocati? La tempistica è quanto meno sospetta.

La paura, ve lo dico francamente, è quella che il mio sorriso di agosto si sia trasformato in un grattacapo. La paura che qualcuno, ai piani alti, abbia avuto molto timore di ciò che Graviano avrebbe potuto effettivamente raccontare. Perché se davvero quel boss aveva qualcosa di concreto da dire sui presunti rapporti con Berlusconi e Dell'Utri, allora allontanarlo fisicamente, renderlo di fatto più invisibile, diventa un'operazione di straordinaria convenienza...

Non voglio fare il complottista, ma il mio istinto di cronista e di cittadino che da anni osserva questo paese mi dice che qualcosa di anomalo è accaduto. Non è il trasferimento in sé, che può essere giustificato da esigenze organizzative, ma è l'urgenza, la segretezza, l'arroganza con cui è stato imposto. Il governo che non risponde alla Regione, che non spiega i criteri, che agisce unilateralmente: tutto questo, messo insieme alla richiesta di Graviano, forma un quadro che non mi piace per niente.

Mi chiedo se qualcuno abbia avuto paura che quelle parole, finalmente ascoltate da un giudice, potessero aprire uno scenario imbarazzante. Perché se Graviano avesse davvero parlato, e avesse portato prove, sarebbe stato un terremoto. Allora, forse, la soluzione più semplice è stata quella di spostarlo in capo al mondo, in una struttura dove il suo accesso alla stampa e ai magistrati diventa più complicato, dove la sua voce può essere più facilmente soffocata e chissà... forse non solo la sua voce!

E io, che il 19 agosto preferivo tenermi la mia vecchia Audi e ridere della barzelletta, oggi mi ritrovo a pensare che forse quella Ferrari rossa, metafora del silenzio e dei favori, qualcuno l'ha davvero regalata per non sentire certe verità.

Spero di sbagliarmi, spero che il trasferimento sia solo una banale, anche se discutibile, scelta logistica, ma quando vedo la politica e le istituzioni muoversi con una rapidità che solitamente non le appartiene, già... quando vedo un uomo che viene improvvisamente prelevato e allontanato (a modello "Gestapo"), non per ascoltarlo... ma per lasciarlo volutamente in silenzio, beh... qualche dubbio rimane.

Ripeto, non è un dubbio comodo... è quel tipo di dubbio che ti fa guardare alla cronaca di questi giorni con occhi diversi, chiedendoti se dietro la facciata della sicurezza e dell'ordine non si nasconda, ancora una volta, la paura della verità, un'amara verità che si sta provando in questi trent'anni di soffocare!

martedì 8 settembre 2026

Capitolo VI° - L'inizio pubblico: il battesimo di Giovanni, la scelta dei 12 apostoli, la purificazione del tempio, il Messia. TERZA PARTE

Affrontiamo stamani la purificazione del tempio.

E poi venne il momento di Gerusalemme... la città santa, il Tempio, il cuore pulsante di Israele.

Yeshua vi entrò con i suoi dodici... mescolato alla folla dei pellegrini. Non era la prima volta che vi andava, ma era la prima volta che vi andava con una missione.

Il Tempio era un luogo di preghiera, ma anche un luogo di affari. I cambiamonete, i venditori di colombe e di agnelli per i sacrifici, le grida dei mercanti, l'odore del sangue degli animali. Tutto era diventato un commercio, un sistema. E Yeshua, che aveva passato la vita a essere escluso da quel sistema, sentì dentro di sé una rabbia che non aveva mai provato.

Non fu un gesto calcolato. Fu un gesto di follia, di disperazione. Prese delle corde, le intrecciò come un frustino, e cominciò a rovesciare i tavoli dei cambiamonete, a scacciare i venditori, a gridare: "La mia casa sarà chiamata casa di preghiera, ma voi ne fate un covo di ladri!".

La folla si fermò. I mercanti lo guardarono basiti, arrabbiati. I farisei, che erano lì a controllare il Tempio, lo fissarono con occhi di ghiaccio. Chi era quell'uomo? Un profeta? Un pazzo? Un bastardo che si prendeva troppe libertà?

Ma Yeshua non si fermò. Continuò a rovesciare, a gridare, a liberare gli animali. Non era solo il Tempio che stava purificando. Era il sistema che lo aveva escluso, che lo aveva marchiato, che gli aveva detto per tutta la vita che lui non contava. Quella rabbia era il riscatto di tutti gli anni di umiliazione, di tutti i sussurri dietro la fontana, di tutte le volte che un bambino era stato tirato via da lui.

Ma quando la rabbia si spense, quando i tavoli furono rovesciati e il Tempio tornò silenzioso, Yeshua capì che quel gesto lo aveva segnato per sempre. Non sarebbe più stato un semplice predicatore. Da quel momento, il potere religioso lo avrebbe cercato, lo avrebbe braccato, lo avrebbe ucciso. Ma forse, per la prima volta, lui si sentiva vivo. Non perché avesse vinto, ma perché aveva smesso di tacere.

Quel giorno, nel Tempio, qualcuno gli chiese: "Con quale autorità fai questo? E chi ti ha dato questa autorità?".

Yeshua guardò i suoi accusatori. Avrebbe potuto rispondere (forse) con un miracolo, con una prova, con una parola che li avrebbe zittiti. Ma non lo fece. Perché sapeva che il suo potere non veniva da un'autorità terrena. Il suo potere veniva dal fatto che lui, un bastardo di Nazareth, aveva osato alzare la voce contro il sistema che lo aveva schiacciato.

"Distruggete questo tempio" - disse - "e io lo ricostruirò in tre giorni".

Nessuno capì... pensarono che parlasse del Tempio di Gerusalemme... ma Yeshua parlava di sé stesso, parlava del suo corpo, del suo spirito, già... di quella fiamma che non si era mai spenta!

lunedì 7 settembre 2026

Capitolo VI° - L'inizio pubblico: il battesimo di Giovanni, la scelta dei 12 apostoli, la purificazione del tempio, il Messia. SECONDA PARTE

Affronto oggi l'inizio della predicazione, il piano spirituale e la scelta dei 12 apostoli

E così dopo il battesimo, Yeshua non tornò più nel deserto, ma rimase nei pressi del Giordano, dove Giovanni aveva radunato una piccola folla di discepoli ma soprattutto di curiosi... e lì, quasi senza volerlo, iniziò a parlare.

All'inizio erano poche parole, poi sempre di più. Le stesse cose che aveva meditato nel deserto: la giustizia, la misericordia, il regno di Dio che non è un luogo ma un modo di vivere, la purezza che non sta nel sangue, ma nel cuore.

La gente lo ascoltava. Non perché facesse miracoli o prodigi, ma perché parlava con un'autorità che i dotti non avevano. Parlava come se le Scritture le avesse vissute sulla propria pelle e forse, in un certo senso, era così.

E fu in quei giorni che Yeshua, camminando e predicando tra un villaggio e l'altro, ebbe modo di osservare da vicino ciò che la cultura romana aveva portato in Galilea. Aveva visto Sefforis, la splendida città che Erode Antipa aveva ricostruito e reso un gioiello di architettura ellenistica. Aveva visto Tiberiade, sorta sulle rive del lago, con i suoi palazzi, i suoi bagni, le sue strade lastricate. E in quelle città, lussuose e raffinate, Yeshua aveva visto anche l'altra faccia della medaglia: la gente che viveva ai margini, i poveri, gli esclusi, coloro che quei palazzi li guardavano solo da lontano.

Quelle città erano il simbolo di tutto ciò che Yeshua disprezzava in Erode Antipa: la ricchezza ostentata, il potere che opprime, la cultura romana che calpestava la tradizione ebraica. Non parlava mai apertamente di politica, ma ogni sua parola era un colpo a quel sistema. Erode Antipa, nelle sue prediche, veniva definito - a voce bassa e davanti ai discepoli più fidati - come una "volpe". Astuto, crudele, senza scrupoli. E Yeshua, quando anni dopo sarebbe stato condotto davanti a lui, la mattina della sua condanna, avrebbe rifiutato di aprir bocca. Non una parola. Solo un silenzio profondo, sprezzante, che valeva più di mille accuse. Perché in quell'uomo che si era tanto imbevuto della cultura romana, Yeshua vedeva l'essenza della malvagità. Il potere che aveva oppresso il popolo per anni, nella più totale ingiustizia.

Sono certo che Yeshua avesse preso - negli anni - nota di quanto accadeva intorno a lui. E negli anni che seguirono, cominciò a concretizzarsi un piano che avrebbe portato alla rovina di tutto quello che Roma rappresentava. Ma non un piano politico, non una rivolta armata. Un piano spirituale: il messaggio di amore, di giustizia, di uguaglianza. Un messaggio che Roma non avrebbe mai potuto sconfiggere perché non combatteva con le armi, ma con le parole. Con la coscienza. Con la fiamma che si accendeva nel cuore di chi ascoltava.

Ma Yeshua sapeva che non poteva restare solo. Il messaggio era troppo grande per una sola voce. E così, un giorno, mentre camminava lungo il lago di Galilea, vide due fratelli, Simone e Andrea, che gettavano le reti nelle acque. Li guardò e disse: "Venite dietro a me, e vi farò pescatori di uomini".

Simone era un uomo di poche parole e molte incertezze, un pescatore che conosceva il vento e le onde ma che di teologia sapeva ben poco. Andrea era più riflessivo, più incline ad ascoltare. Entrambi lasciarono le reti e lo seguirono. Non sapevano dove li avrebbe portati. Non sapevano cosa avrebbero trovato. Ma qualcosa in quell'uomo li aveva convinti.

Poi, poco oltre, vide altri due: Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che riparavano le reti con il padre. Li chiamò. E anche loro lasciarono tutto.

E così, giorno dopo giorno, scelse altri otto: Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo, e Giuda Iscariota. Dodici, come le tribù di Israele. Dodici, come un nuovo popolo, un nuovo inizio.

Non erano dotti, non erano ricchi, non erano potenti. Erano pescatori, esattori delle tasse, uomini comuni con le loro paure, le loro ambizioni, i loro dubbi. Uno di loro, Matteo, era un pubblicano, un traditore agli occhi dei suoi stessi connazionali, perché raccoglieva le tasse per i romani. Eppure Yeshua lo aveva chiamato. Perché il suo messaggio non era per i giusti, ma per coloro che sapevano di non esserlo.

Simone, Pietro, era impulsivo, parlava prima di pensare, e un giorno, quando gli sarebbe stato chiesto, avrebbe negato di conoscere il suo maestro. Tommaso avrebbe dubitato fino a chiedere di toccare le ferite. Giuda, il tesoriere, avrebbe venduto per trenta monete d'argento. Ma Yeshua li scelse lo stesso. Non perché fossero perfetti, ma perché erano umani. E l'umanità era il suo alfabeto...

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