Perché dietro i numeri, le lettere, le contestazioni e le riserve, c'è una questione che riguarda tutti noi e che troppo spesso viene liquidata come una semplice partita tra committenti e appaltatori.
Rfi mette nero su bianco che i conti di Webuild non tornano. E lo fa con una lettera che, più che aprire una trattativa, sembra voler chiudere la porta.
Si parla di sette miliardi versati come anticipazioni, di cui però solo due e rotti sono stati recuperati. Il resto, quasi quattro virgola otto miliardi, resta nelle casse di Webuild. E già questo basterebbe a far riflettere su quanto sia delicato l'equilibrio finanziario che regge l'intero sistema delle grandi opere.
Ma è sulle riserve che lo scontro diventa più pesante. Webuild parla di ventidue miliardi di extracosti reclamati, di cui tredici già sostenuti. Rfi risponde che quelle cifre non sono dimostrate e che, dall'esame delle riserve, si scende a venti miliardi, comunque una cifra enorme, pari a quasi il novanta per cento del valore complessivo dei contratti. E poi c'è il capitolo del famoso ventinove per cento di riconoscimento storico da parte dei Collegi consultivi tecnici, che Rfi definisce non statisticamente rappresentativo. Insomma, una montagna di soldi che resta lì, sospesa tra richieste, contestazioni e promesse di istruttoria.
Ora, il sottoscritto, pur essendo un tecnico, non conosce nel dettaglio la vicenda e quindi non ha la presunzione di entrare nel merito di ogni singola voce di bilancio. Ma da osservatore esterno e soprattutto da chi ha conosciuto per oltre 35 anni come funziona la filiera delle costruzioni, non posso fare a meno di notare una cosa che mi sembra abbastanza evidente: Basta che i general contractor si fermino, che tutto l'apparato delle filiere sottostanti si blocchi ahimè a cascata.
È un effetto domino che ho conosciuto personalmente in varie imprese e che ho raccontato più e più volte nel mio blog, ed oggi ahimè, rischia di ripetersi, certo... su una scala ancora più vasta.
Pensiamo a cosa significa tutto questo per le migliaia di imprese subappaltatrici, per i fornitori, per i lavoratori che ogni giorno entrano nei cantieri. Loro non hanno la forza di contrattare con quei colossi, non hanno uffici legali pronti a depositare riserve, non hanno la cassa per resistere mesi in attesa di un pagamento.
Loro vivono alla giornata, e quando il general contractor rallenta o si ferma, ecco questi sono i primi a rimanere senza ossigeno. Ecco perché la questione non è solo finanziaria, ma profondamente umana e sociale.
E allora mi chiedo, mentre leggo delle tensioni tra Webuild e Rfi, di cosa stiamo realmente parlando?
Certo... parliamo di un braccio di ferro tra giganti, ma anche di un sistema che non regge più.
Perché se è vero che Webuild ha fretta di incassare, come suggeriscono i numeri del bilancio, è altrettanto vero che quella fretta non nasce dal nulla. Nasce da un debito che cresce, da una cassa operativa che si assottiglia, da contenziosi pesanti all'estero, da appalti importanti nel mondo, che vanno dal canale di Panama, alle commesse saudite. Sì... nasce soprattutto, dalla consapevolezza che senza un flusso di cassa adeguato l'intera macchina rischia di incepparsi.
Rfi, dal canto suo, non sembra intenzionata a fare da bancomat. E forse avrà pure le sue ragioni, perché deve tutelare i conti pubblici e garantire soprattutto che i soldi dei contribuenti non finiscano in un buco senza fondo.
Ma allora la domanda che mi sorge spontanea è: se nessuno vuole cedere, chi paga il prezzo di questa situazione? La risposta, purtroppo, la conosciamo già. Lo pagano le imprese più piccole, i subappaltatori, i lavoratori, le famiglie che vivono di quel lavoro. Lo paga un intero sistema produttivo che rischia di andare in frantumi mentre i grandi si contendono il pallino.
E qui mi torna in mente quella frase che avevo scritto tempo fa, quasi come un presagio: il rischio zero non esiste. Non esiste per chi costruisce, non esiste per chi finanzia, non esiste per chi governa. Esiste solo la possibilità di gestire il rischio con saggezza, di distribuire i pesi in modo equo, di non lasciare che siano sempre i più deboli a pagare il conto.
Perché se è vero che l'audacia ha in sé genio e potere, è altrettanto vero che senza responsabilità l'audacia diventa temerarietà, e la temerarietà, in un settore come questo, può trasformarsi in tragedia.
Così, mentre osservo questa nuova puntata della vicenda, non posso fare a meno di augurarmi che qualcuno, ai piani alti, trovi il coraggio di guardare oltre l'immediato, già... che si giunga celermente ad un accordo ragionevole, che tenga conto delle esigenze di tutti, ma soprattutto di chi rischia di rimanere schiacciato.
Perché la vera sfida non è stabilire chi ha ragione tra Webuild e Rfi, ma capire come far sì che l'intero sistema delle infrastrutture possa continuare a camminare senza lasciare indietro nessuno.
E allora, come sempre, non mi resta che affidarmi a quella speranza un po' testarda che mi accompagna da anni. La speranza che chi ha il potere di decidere sappia ascoltare, che chi ha la responsabilità di guidare sappia vedere lontano, e che chi lavora ogni giorno nei cantieri possa continuare a farlo con la dignità e la sicurezza che merita.
Perché è da lì, da quel lavoro silenzioso e quotidiano, che nasce il futuro del nostro Paese. E quel futuro, oggi più che mai, merita di essere protetto!







