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martedì 31 marzo 2026

Ben novantasei citazioni nei file Epstein: il legame tra soldi occulti e sovranità di plastica.

Sì... è partito tutto da una nota di Andrea Scanzi su Tumblr, che ha dato sfogo a questo mio post. A proposito di “sovranità”. Nell’indifferenza generale, è accaduto che Salvini sia stato citato novantasei volte negli Epstein files. Perché quel criminale era interessato al successo di Salvini in Italia? Ed è vero che Steve Bannon finanziò la Lega nel periodo di massimo consenso? Sono domande importanti, ma tanto ormai in questo paese è saltato tutto.

Il giornalista, scrittore e opinionista dichiara altresì di condividere interamente le parole della deputata AVS Elisabetta Piccolotti: Chiediamo oggi un’informativa urgente al ministro dei Trasporti, Matteo Salvini. Non per i ritardi dei treni né per le procedure opache sul Ponte sullo Stretto, ma per un fatto che lo riguarda come segretario di un importante partito di maggioranza. Il nome di Salvini ricorre per ben novantasei volte negli Epstein files. Questi messaggi si concentrano nel periodo in cui la Lega, non a caso, raggiunge il suo massimo storico di consenso elettorale anche grazie alla cosiddetta “Bestia”, un sistema pervasivo e altamente efficace di comunicazione sui social network.

E continuando: Chiediamo dunque che il ministro Salvini venga a spiegare in Parlamento se abbia mai avuto Steve Bannon come consulente politico; se risponde al vero che Bannon abbia svolto attività di fundraising e ricerca di finanziatori, diretti o indiretti, anche sotto forma di servizi digitali, a favore della Lega; se sia mai venuto a conoscenza di iniziative promosse da Bannon per condizionare l’opinione pubblica italiana o europea anche dopo l’esplosione dello scandalo di Cambridge Analytica; se gli incontri citati nelle mail si siano realmente svolti e se Salvini fosse a conoscenza dei legami tra Steve Bannon e Jeffrey Epstein.

Queste domande non sono un attacco personale. Riguardano la sovranità democratica, la trasparenza del finanziamento della politica e il rischio di interferenze occulte nei processi elettorali nazionali ed europei. Questioni cruciali per la qualità della nostra democrazia.


lunedì 30 marzo 2026

Eutanasia: Quando perfino morire non ci appartiene più!

C’è un momento, nella vita di qualcuno, in cui il respiro si fa corto e lo sguardo si perde in un orizzonte che sembra essersi improvvisamente chiuso. 

Sono giorni in cui il corpo non risponde più o risponde con un dolore che non concede tregue, e la mente, lucida, si trova a dover fare i conti con l’unica libertà che sembra essere rimasta: la scelta di smettere di soffrire! 

Eppure, anche in quell’estremo, intimo rifugio, ci accorgiamo che non ci appartiene più. Arriva qualcuno, o qualcosa, a imporci un limite, un vincolo, una porta chiusa in faccia a quella che forse è l’ultima, disperata richiesta di pace.

È ciò che è accaduto con la vicenda di Noelia Castillo Ramos, una ragazza di venticinque anni di Barcellona che ha scelto di ricorrere all’eutanasia, e che ha suscitato l’intervento della Conferenza Episcopale spagnola.

E così, mentre leggo quelle parole, mi rendo conto che a parlare non è soltanto una voce religiosa, ma  anche quella del nostro Stato che proprio in questi giorni, ha finalmente permesso ad una donna toscana - affetta da anni da sclerosi multipla - a poter procedere all'eutanasia in casa propria, in seguito all'autosomministrazione di un farmaco letale tramite il dispositivo con comando oculare che era stato appositamente predisposto dal Cnr per consentire di azionare l’infusione in vena. 

Certo, meno male che ne era capace, perché nel caso in cui i suoi arti non le permettevano alcun movimento cosa si faceva? Restava in attesa di una possibile soluzione legislativa, che ancora oggi non c'è? Già... un’alleanza silenziosa, quella tra Stato e chiesa che trasforma il dolore privato in un campo di battaglia pubblico, sì... una beffa che si somma, anche nel caso in cui un soggetto non è credente.

La nota dei vescovi spagnoli arriva dritta, quasi chirurgica, a definire il confine. Dicono che la risposta al dolore non possa essere quella di provocare la morte, ma che si debba offrire vicinanza, accompagnamento, sostegno integrale. 

E a sentirlo quel messaggio suona quasi generoso, se non fosse che tradisce una distanza incolmabile da chi quella sofferenza la sta vivendo sulla propria pelle! Perché parlare di “accompagnamento” è facile quando si ha la certezza che il tempo scorre in una direzione diversa dalla propria. Ma quando il tempo si è fermato, quando la malattia non è solo terminale ma è diventata una prigione perpetua senza cura, allora quelle parole rischiano di trasformarsi in un muro. 

I vescovi parlano di “rottura deliberata del legame di cura”, eppure mi chiedo: esiste davvero un legame di cura quando a decidere sono altri, quando la tua volontà viene messa da parte in nome di un valore che ti viene imposto dall’esterno? Sostengono che la dignità non dipenda dallo stato di salute, né dalla percezione soggettiva della vita, e in linea teorica potrei anche concordare. Ma la verità è che la dignità non può essere definita da chi sta in piedi a guardare il letto di chi soffre.

Sostengono che in questo caso non si tratti di una malattia terminale, ma di “ferite profonde”. Eppure, è proprio questo il punto che mi lascia senza respiro: la distinzione tra ciò che è accettabile sopportare e ciò che non lo è, tra chi ha il diritto di chiedere aiuto per andarsene e chi invece deve per forza restare, inchiodato a un’esistenza che non riconosce più come propria

La Chiesa, e con essa gran parte delle nostre istituzioni statali, interviene con la pretesa di proteggere la vita, ma finisce per fare qualcosa di ben più grave: abbandona l’individuo al suo isolamento, negandogli l’estremo atto di autodeterminazione. Perché quando una persona si trova in condizioni di salute estreme, quando la scienza non offre più strade e la sofferenza diventa l’unico orizzonte, impedire quella scelta non è proteggere la vita, è confiscare l’ultimo brandello di libertà.

Ecco allora che questo atteggiamento, per quanto rivestito di buone intenzioni e di appelli a “una cultura dell’assistenza che non abbandoni nessuno”, rivela il suo volto più autentico: una sconfitta sociale prima ancora che morale. 

Una sconfitta perché dimostra che non siamo capaci di guardare in faccia il dolore senza imporre le nostre paure. Una sconfitta perché preferiamo costruire leggi e dottrine piuttosto che ascoltare chi, nel silenzio di una stanza d’ospedale, chiede solo di avere il controllo sull’unica cosa che gli rimane: il proprio addio. Quando i vescovi dicono che “se la vita fa male, la risposta non può essere quella di accorciare il cammino, ma di percorrerlo insieme”, io non posso fare a meno di pensare che “insieme” è una parola bellissima, finché non diventa un obbligo. 

Perché percorrere il cammino insieme è un dono, ma costringere qualcuno a farlo quando ogni passo è un tormento diventa una condanna. E in quella condanna, a essere veramente soli ed emarginati non sono tanto i corpi che soffrono, quanto le loro volontà, messe a tacere in nome di una sacralità che non si fa carico delle loro notti insonni.

Forse, una società veramente giusta, come la invocano loro, non è quella che impedisce la morte a tutti i costi, ma quella che non costringe nessuno a chiederla come ultima forma di libertà, perché ha saputo rendersi presente prima, con cure adeguate, con un sostegno che non si ritira mai. 

Ma quando questo non accade, quando il sostegno manca o è insufficiente, allora impedire l’eutanasia non è più un atto di misericordia, ma un atto di potere. E in quel gesto si consuma la sconfitta più grande: quella di una comunità che, di fronte alla sofferenza estrema, sa solo dire “non devi” senza avere il coraggio di dire “ti aiuto io” fino in fondo, rispettando anche il tuo ultimo, inalienabile diritto a dire basta!

domenica 29 marzo 2026

Turismo: Proteggere o governare? Il vero segnale dell’interim di Meloni.

Buongiorno, stamani con un po' di ritardo, pubblico il post che avevo preparato in questi giorni...

Ho letto che il nostro Presidente della Repubblica ha firmato! Giorgia Meloni si prende l’interim del ministero del Turismo, dopo le dimissioni di Daniela Santanchè... 

E io, lo confesso, continuo a trovare la cosa profondamente assurda. Non perché la Presidente del Consiglio non possa farlo, badiamo bene, ma per il messaggio che inevitabilmente passa: nessuno, nel suo governo, era in grado di raccogliere quel testimone? Nessun alleato, nessun altro ministro, nessuna figura competente all’interno della coalizione? È come se, alla fine, l’unica persona di cui ci si fidi veramente sia lei stessa.

Ma forse, e qui mi fermo a riflettere, è proprio questo il segnale che si è voluto dare. Non tanto una questione di fiducia nelle proprie capacità, quanto piuttosto un’operazione di protezione. Proteggere quell’ex ministro, certo, ma anche – e soprattutto – proteggere il ruolo che ricopriva. Una specie di scudo preventivo: tolgo il dicastero a tutti, lo tengo per me, e così taglio corto qualunque principio di aspirazione, qualunque ambizione, qualunque possibile tensione interna alla maggioranza. Nessuno può aspirare a ciò che non è stato nemmeno messo in discussione.

Sì... so che in molti sui social aspettavamo le parole della Santanchè. Dopo tutto quello che abbiamo ascoltato in questi mesi, dopo quanto era stato preannunciato da lei stessa quando si profilava all’orizzonte il rischio di un processo, il silenzio che è seguito ha qualcosa di eloquente. Le dichiarazioni che non ci sono state pesano quanto quelle che avrebbe potuto fare. Certo, un vuoto che lascia spazio a troppe interpretazioni...

A questo punto, non mi resta che rivolgermi idealmente al nostro Presidente della Repubblica...

Ciò che vorrei chiedere - non deve mettere in dubbio la sua firma, sia chiaro - è se non avesse potuto suggerire una strada diversa, anche a semplice mo’ di consiglio, un piccolo indirizzo diverso da quello deciso dalla presidente del Consiglio. 

Perché, e lo dico senza timore di essere ridondante, il settore del Turismo per il nostro Paese non è un ministero qualunque, è una delle voci più importanti per le casse dello Stato, casse che già non navigano nell’oro e quindi, lasciarlo in mano a un interim, per quanto autorevole, rischia di trasformarlo in una poltrona di passaggio, e questo non possiamo permettercelo.

Ma si sa... il ritmo della politica - a volte (ma potrei affermare "sempre") - sembra volersi dimenticare delle priorità di questo Paese e dei suoi cittadini, ed allora, non resta che a noi, quantomeno, cercare di non perderle di vista!

sabato 28 marzo 2026

L’ignominia più grande: quando la Chiesa chiede perdono per chi merita solo di esser lapidato!

Ho letto in questi giorni una frase che mi ha lasciato senza parole, e ancora adesso, mentre provo a mettere nero su bianco ciò che penso, fatico a trovare la giusta distanza per parlarne.

Le parole sono di Papa Leone XIV, e riguardano gli abusi nella Chiesa. Egli ha dichiarato che i sacerdoti colpevoli non siano esclusi dalla misericordia.

Cosa…? Ma di quale misericordia sta parlando, Santo Padre? Per dire una cosa del genere, credo che Lei non debba essere stato particolarmente lucido in quel momento, e la circostanza mi preoccupa, e non poco, visto che a differenza dei suoi anziani predecessori Lei possiede un’età che potremmo definire “giovanile”.

Vorrei quindi che Lei comprenda quanto io mi senta offeso come uomo, e ancor più come genitore, nel sentire la sua figura protendersi verso il perdono di chi merita, viceversa, di essere lapidato contro un muro, dinnanzi a tutti.

Santo Padre mi creda… se Dio esistesse – nel qual caso discuterebbe con me e non certo con Lei – non vorrebbe che tutti coloro che si sono macchiati di pedofilia e abusi sui minori, e in particolare i sacerdoti, meritassero la Sua misericordia.

Capisco che Lei provi ora in tutti i modi a mettere una pezza dove questa non è possibile, e quindi, quel suo messaggio ai vescovi francesi in cui ribadiva di adottare una linea chiara – ascolto delle vittime, prevenzione e misericordia – mi creda, ha poco per poter esser preso in considerazione, perché non vi è nulla da salvare in quei suoi confratelli che si sono macchiati di un abominio così indegno, che Dio per primo, sì... quel Dio giusto a cui Lei da sempre si rivolge, non potrebbe ne accettare e ancor meno perdonare!

Eppure, leggo che il messaggio inviato alla plenaria della Conferenza Episcopale francese a Lourdes, introduce proprio questo elemento: “È bene che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi dalla misericordia di Dio”. Un richiamo che si inserisce in una visione più ampia, già delineata a gennaio durante il primo Concistoro straordinario del suo pontificato.

In quell’occasione aveva voluto affrontare il tema - pur non essendo al centro dell’incontro - dicendo ai cardinali: “Non possiamo chiudere gli occhi e neanche i cuori”, definendo gli abusi “una ferita nella vita della Chiesa”. Parole nette, accompagnate da una sottolineatura precisa: il dolore delle vittime è stato spesso aggravato dal silenzio e dalla mancanza di ascolto. “Una vittima mi ha detto che la cosa più dolorosa era che nessun vescovo voleva ascoltarla”, aveva raccontato.

Ed è proprio sull’ascolto che Lei prova abilmente – per non dire “maliziosamente” – a costruire un filo che unisce i due interventi. Da una parte vi è la denuncia di un passato fatto di omissioni e dall’altra, l’invito a proseguire con decisione su una strada diversa, fondata su prevenzione, accompagnamento e responsabilità.

Ma è quel “e” a fare la differenza: accanto alla centralità delle vittime, Lei, Santo Padre, tiene insieme giustizia e misericordia, ribadendo che anche i colpevoli non devono essere esclusi da un percorso pastorale. Lei prova a giustificare un equilibrio delicato che non può essere posto sullo stesso piano, e nulla centra con la complessità del tema o con la volontà di affrontarlo senza semplificazioni.

Per me, quanto accaduto è il tradimento della fiducia più sacra. Altro che equilibrio: ciò che si è compiuto suona come una ferita aperta, e oggi Lei cerca di salvare il salvabile, là dove ogni tentativo di redenzione appare un’offesa.

Forse è proprio questa la distanza incolmabile: da un lato c’è la visione teologica, dall’altro il grido di chi non può accettare che a chi ha spezzato una vita venga concessa persino l’ombra di una possibilità di misericordia.

E così, mentre sento Lei – con disgusto – parlare di “pace possibile”, mi chiedo se questa stessa pace, questa stessa comprensione reciproca, possa mai essere estesa fino a includere chi ha tradito il proprio mandato nel modo più abietto.

La Chiesa chiede rispetto per i seguaci di altre religioni, afferma che “non rifiuta nulla di ciò che è vero e santo in queste religioni”, e io non posso che condividere lo slancio verso il dialogo e la fratellanza. Ma allora mi chiedo: perché questa stessa apertura, questo stesso cuore capace di abbracciare l’altro nella “genuina fraternità”, sembra voler trovare un posto anche per chi ha calpestato la dignità di un bambino?

E mentre Lei, altresì, chiede di pregare perché si moltiplichino le vocazioni al sacerdozio, e invita in un tempo segnato dalla follia della guerra a difendere la vita dal concepimento al suo naturale tramonto, io non posso fare a meno di pensare che la difesa della vita dovrebbe cominciare proprio dall’aver cura di non consegnare i più piccoli a mani che hanno già dimostrato di essere capaci di distruggerla.

La liturgia, poi, un’altra “ferita dolorosa” su cui Leone XIV si interroga, preoccupato per le divisioni tra chi celebra secondo il rito ordinario e chi segue il Vetus Ordo. “Per sanarla, è certamente necessario un nuovo modo di guardarsi gli uni agli altri, con una maggiore comprensione delle reciproche sensibilità”, ha detto. E io penso: sì, forse è proprio questo il punto. Forse il modo di guardare cambia tutto.

Ma allora perché, quando si tratta di guardare le vittime, a volte sembra che lo sguardo si faccia meno nitido, meno urgente? Perché si parla di “generosa inclusione” per chi aderisce a una liturgia antica, e di “misericordia” per chi ha abusato, mentre chi ha subito la violenza aspetta ancora che il dolore venga riconosciuto senza essere messo sullo stesso piano di chi quel dolore lo ha causato?

Non so se riuscirò mai a trovare una conciliazione tra queste due visioni. So comunque che, da genitore, da uomo, non posso accettare che la misericordia venga estesa a chi ha scelto di tradire nel modo più grave. E forse, alla fine, l’unica cosa che posso fare è continuare a chiedere che almeno l’ascolto, quello vero, quello che il Papa dice di aver imparato da una vittima, non venga mai più negato.

Perché se c’è una strada possibile, non può che partire da lì: dal saper accogliere il grido di chi non può, e non deve, perdonare.

Diceva Henry Louis Mencken: “È l’inferno, ovviamente, che rende potenti i sacerdoti, non il paradiso, perché dopo migliaia di anni di cosiddetta civiltà, la paura rimane l’unico denominatore comune del genere umano”.

Auspico quindi che quello stesso inferno su cui essi hanno forgiato la loro dottrina possa un giorno raccogliere tutti quegli spregevoli e indegni sacerdoti.

venerdì 27 marzo 2026

Terremoto Meloni: dimissioni, applausi e quella domanda che non smette di tornare. Cambierà qualcosa?

Nel settembre del 2013 scrivevo, quasi con ironia, “Bellissimo…!!! Finalmente si dimettono tutti…”.

Era il tempo in cui i parlamentari del Pdl minacciavano di lasciare, e io che non ci credevo dicevo: “non abbandoneranno mai la poltrona conquistata”. Oggi quelle dimissioni non sono più una minaccia da sceneggiato, ma un fatto. E non sono uno, sono cinque, nell’ultima conta. E non sono del Pdl, sono di Fratelli d’Italia, tranne uno, cioè: sono del partito della premier. È di fatto un terremoto dentro la maggioranza, non contro.

Nel post dello scorso anno, precisamente il 13 marzo scrivevo: Il vento della giustizia: perché molti politici stanno in queste ore abbandonando? Sì... allora parlavo di un “vento della giustizia” che soffiava più forte del solito e mi chiedevo se quelle dimissioni improvvise fossero il segno di un rinnovamento o solo un modo per “salvarsi il culo”, una manovra di facciata per proteggere il sistema. 

Oggi, incredibilmente, davanti alla cronaca di quanto sta accadendo, mi sembra che quella mia domanda non solo si sia aperta, ma si sia fatta più urgente. Perché qui non stiamo parlando di generici “politici che abbandonano”, già... stiamo parlando di un sottosegretario alla Giustizia che si dimette per una cosiddetta “leggerezza” e poi c'è un capo di gabinetto che - nei giorni precedenti il referendum - aveva definito la magistratura “plotoni di esecuzione” e per finire (ma solo provvisoriamente...) una ministra indagata in processi per falso in bilancio, bancarotta e truffa...

Ed allora mi sono chiesto: non è il vento della giustizia, è la giustizia che li ha raggiunti o almeno, li ha sfiorati, e loro, si tolgono prima che il vento diventi tempesta!

In un altro post scritto casualmente proprio il 21 marzo dello scorso anno, mi spingevo oltre: “Dimissioni in massa: giustizia alle porte?” e notavo come il cittadino sembra distratto, ma alla fine osserva, aspetta e soprattutto pretende risposte. 

Oggi, quella domanda rimbomba in un’aula parlamentare che applaude senza sapere perché, o forse sapendolo fin troppo bene, perché quell’applauso non era per Mulè, ma per la notizia appena giunta: un’altra poltrona che si libera, un altro esponente del governo che se ne va. Già... è l’applauso di chi spera che finalmente, dopo tanti anni, qualcosa stia davvero cambiando, ma va detto... è anche l’applauso di chi teme che sia solo una messinscena!

Ecco cosa mi colpisce, rileggendo i miei stessi pensieri. Dodici anni fa non credevo che se ne sarebbero andati, dodici giorni fa mi chiedevo se quelle uscite fossero autentiche o solo una copertura ed oggi mi trovo a constatare che (finalmente) se ne sono andati, sì... ma il meccanismo del potere sembra essersi semplicemente ricomposto.

Ho letto che la commissione parlamentare antimafia si riunirà lunedì per decidere se audire l'ex sottosegretario e poi tra qualche giorno ho letto che "Report" la nota testata giornalistica, uscirà con una puntata in cui verranno fatte emergere circostanze gravi  Non è un paradosso, è la fotografia di un Paese in cui le dimissioni non sono mai la fine, ma spesso l’inizio di un’altra fase.

Quello che mi resta, dopo questa giornata, è la sensazione di assistere a un meccanismo che conosco bene. Le dimissioni vengono presentate come atti di responsabilità, di “sensibilità istituzionale”. Ma nel frattempo, chi è rimasto tira avanti. L’applauso in aula è durato un minuto abbondante, poi i lavori sono ripresi. Come se niente fosse...

E invece qualcosa è successo. Forse non è ancora la “pulizia” che invocavo nel 2013, ma è innegabile che il vento della giustizia – quello vero, fatto di inchieste, di atti parlamentari, di pressione dell’opinione pubblica – stia soffiando in modo diverso dal passato. Che molti di quelli che fino a ieri sembravano intoccabili oggi si trovino a fare i conti con qualcosa di più grande di loro.

Ma resta in me quello scetticismo di fondo che ho sempre avuto. Perché queste dimissioni, per quanto significative, non cambiano le regole del gioco. Non cambiano una legge elettorale che continua a produrre gli stessi effetti. Non cancellano i legami tra politica e affari che stanno alla radice di vicende come quelle che stanno ora emergendo, ma soprattutto, non restituiscono ai cittadini la certezza che, dopo l’applauso, qualcosa sarà davvero diverso.

Forse, come dicevo tanti anni fa, il punto non è chiedersi se le dimissioni siano sincere, ma cosa facciamo noi, da questo momento in poi. Perché se ci limitiamo ad applaudire – anche quando l’applauso è “abbandonante” – e poi riprendiamo a fare come se nulla fosse, allora quelle dimissioni resteranno solo un episodio, non un punto di svolta.

Io continuo a osservare e continuo a pretendere risposte. Perché, come scrivevo allora, ogni dimissione non è solo un addio, ma un’opportunità per riflettere su come vogliamo che siano gestiti i nostri interessi e su chi merita davvero di rappresentarci.

Oggi quell’opportunità si è presentata di nuovo. Sta a noi non sprecarla...

giovedì 26 marzo 2026

Rivendicare l'Islam senza dimenticare chi soffre in suo nome.

Ieri mattina @________ ha scritto su "X":

Non mi interessa essere "non araba" e "non musulmana" per conquistare qualcuno.

Non lo sono mai stata.

La gente mi chiede come faccio a essere così aperta sull'essere musulmana. Sull'essere araba.

Non so mai bene come rispondere.

Perché per me, non è mai sembrata una scelta.

La mia fede non è qualcosa che accendo e spegno.

È lì che mi sento al sicuro. Protetta.

Mi dà una comprensione di questo mondo che nient'altro può permettersi.

Essere araba sta nel modo in cui mi connetto con le persone.

Quanto sono generosa con loro.

Come esprimo calore.

Come vedo il mondo.

Allora perché dovrei nasconderlo?

Soprattutto ora.

Quando ci sono ancora così tanti malintesi.

Tanta distorsione di ciò che è l'Islam.

Di chi siano gli arabi.

Narrazioni ripetute finché non sembrano verità.

Dove arabi e musulmani sono dipinti come i cattivi ... mentre le forze che creano la distruzione si posizionano come eroi.

Quell'inversione non è accidentale.

E il silenzio non ci protegge.

Ci cancella.

Voglio che le persone sappiano chi sono quando mi vedono.

Una donna musulmana.

Una donna araba.

Con la storia alle spalle.

Valori che non si muoveranno mai.

P.S. - La mia bellissima mamma mi ha vestito per l'Eid. Indossavo il suo hijab e la nostra abaya abbinata.

Leggendo quanto sopra, ho pensato di pubblicare sul suo profilo un commento, cosa che ho fatto:

Condivido ogni parola. La tua identità non è negoziabile, e non dovresti mai doverla giustificare o nascondere. La tua fede e la tua cultura sono fonte di forza, e hai ragione: L’identità non si negozia. La fede non è un accessorio. E il silenzio, hai ragione, non protegge: cancella!
Ma proprio perché rivendico il diritto di esistere senza filtri, sento il bisogno di aggiungere una cosa, senza però voler sminuire il tuo messaggio: per me, rivendicare l’essere musulmana significa anche chiedermi dove mettiamo le donne musulmane che vengono maltrattate, torturate, uccise in paesi che si dichiarano islamici. Perché se vogliamo che il mondo veda chi siamo davvero, dobbiamo trovare il modo di parlare anche di questo, senza farci rubare la narrazione. Altrimenti, il rischio è che a essere cancellate siano loro. 

Ripensandoci però ho deciso stamani di ampliare la nota pubblicata su "X".

Già... la mia non è una domanda che viene da fuori. Viene da dentro. Da anni seguo quello che accade in Iran, in Afghanistan, in molti paesi dove l’Islam è maggioritario. E vedo un paradosso che non possiamo permetterci di ignorare.

In Iran, il movimento Donna, Vita, Libertà è nato perché una donna, Mahsa Amini, è stata uccisa per aver i capelli fuori posto. Da allora, ragazze e donne vengono arrestate, torturate, uccise per essersi tolte il velo o per averlo indossato “male”. I giovani vengono condannati a morte come mohareb – “coloro che muovono guerra a Dio” – solo per aver protestato per strada.

Non è una distorsione dell’Islam? Sì. Ma è una distorsione che uccide, in nome dell’Islam, con il silenzio o il sostegno di istituzioni che si dicono islamiche.

E non è solo l’Iran. In molti paesi, le leggi sulla “moralità” vengono usate per controllare i corpi delle donne. In alcuni, la violenza domestica è ancora legalmente tollerata. In altri, le donne non possono trasmettere la cittadinanza, né scegliere liberamente chi sposare.

Quando diciamo – giustamente – che arabi e musulmani non sono i “cattivi” raccontati dall’Occidente, dobbiamo anche chiederci: chi sono i cattivi per le donne musulmane che subiscono violenza in nome della stessa fede che per te è rifugio?

Perché se tacciamo su questo, per paura di alimentare stereotipi, allora rischiamo di fare due cose:

- Lasciare sole le vittime.

- Consegnare ai pregiudizi occidentali una narrazione che non abbiamo saputo abitare noi per primi.

La verità è che l’Islam non è una cosa sola. Come ho scritto anni fa: ci sono modernisti e tradizionalisti, chi cerca lo spirito profondo del Corano e chi si rifugia negli hadith più rigidi. Paesi come Tunisia hanno fatto passi avanti enormi sulla parità. Altri, come l’Iran dopo il 1979, hanno trasformato la fede in un sistema di controllo totalitario.

Non si tratta di “occidentalizzare” la donna musulmana. Si tratta di ascoltare quello che le donne musulmane dicono – in Iran, in Afghanistan, in Pakistan, in Egitto, in Arabia Saudita. Si tratta di stare dalla parte di chi dice: la mia fede è mia, ma non può essere usata per giustificare la mia prigione.

Quando vedo l’immagine di una donna iraniana che accende una sigaretta con la fiamma che brucia la foto di Khamenei, capisco che quella non è una ribellione contro l’Islam, è una ribellione contro un regime che ha rapito l’Islam e lo ha trasformato in una gabbia!

Il cambiamento vero – come ho avuto modo di scrivere più volte – viene da dentro. Non dalle bombe, non dagli interventi esterni. Ma viene da dentro quando c’è qualcuno che ascolta, che non distoglie lo sguardo, che non confonde la critica al regime con la critica alla fede.

Per questo, mia cara "sorella", sono d’accordo con te su tutto.

Difatti, è proprio quando rivendichi di essere una donna musulmana e araba con la storia alle spalle e valori che non si muovono, io penso che nella tua storia – nella nostra storia – ci siano anche quelle donne che oggi vengono sepolte di notte, con la famiglia sotto sorveglianza, costretta a mentire per riavere il corpo.

Se vogliamo che il mondo veda chi siamo davvero, dobbiamo trovare il modo di parlare anche di loro. Senza farci rubare la narrazione, senza lasciare che siano gli altri a definirci, altrimenti, il rischio è che a essere cancellate siano loro!

E noi con loro, se restiamo in silenzio..

mercoledì 25 marzo 2026

La Turchia, a differenza nostra, sempre più protagonista negli equilibri internazionali...

Mentre a Riyad i ministri degli Esteri di Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Pakistan siglano un patto per prendere in mano la crisi regionale, ho capito - vedendoli - ancora una volta, quanto il nostro Paese sia lontano da tutto questo.

L’accordo non è l’ennesima dichiarazione di circostanza, ma rappresenta il tentativo esplicito di mettere a sistema ciò che fino a ieri sembravano pezzi sparsi: l’industria militare turca, il peso demografico dell’Egitto, i capitali sauditi e il deterrente nucleare pakistano.

Quattro attori che hanno deciso di evitare che siano “attori esterni” a imporre soluzioni funzionali ai propri interessi. Una dichiarazione di indipendenza strategica che dice tutto sul divario tra chi conta e chi non conta più.

Perché quello che vedo in questo patto è la volontà di costruire le infrastrutture per un disegno più grande. Immagino tra l'altro quanto ho ipotizzato alcuni mesi fa e cioè quel lembo di terra (attualmente iraniano) che permettere alla Turchia di affacciarsi direttamente sul Mar Caspio. Una conquista che non parlerebbe solo di chilometri quadrati, ma di flussi, già... di merci che viaggiano dall’Asia centrale potrebbero raggiungere il Caspio, attraversarlo e poi, attraverso la Turchia, riversarsi nel Mediterraneo. Una rete di trasporto che collegherebbe l’Asia profonda all’Europa, trasformando la Turchia in un ponte strategico tra Oriente e Occidente.

E mentre loro costruiscono alleanze, lavorano su rotte commerciali e si preparano a diventare hub energetico regionale con il gasdotto transcaspico, noi dove siamo? Noi che un tempo eravamo al centro del Mediterraneo, oggi assistiamo da spettatori distratti. Non siamo citati nei tavoli che contano, non siamo presenti nelle note che pesano.

La Turchia, in questi anni, ha giocato un ruolo cruciale nel Caspio: con Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan ha tessuto una trama fatta di esercitazioni militari e forniture di droni. Oggi, con il patto di Riyad, quella trama si allarga coinvolgendo capitali sauditi e deterrenza pakistana. Un mosaico che si compone mentre noi restiamo fermi, convinti forse che il mondo giri ancora intorno a noi.

Alla fine, vedrete, ciò che verrà compiuto dalla Turchia non sarà percepito come una semplice conquista di terre, ma verrà presentato come una grande opportunità di collaborazione tra i popoli, una rete di alleanze che la proietterà come ponte indispensabile tra Oriente e Occidente.

E noi, come riportavo sopra, in tutto questo, dove siamo? La nostra politica internazionale cosa sta facendo se non genuflettersi alle decisioni del Presidente degli Usa Trum? Noi che una volta avevamo il peso di chi contava, oggi viceversa contiamo per il mondo quanto il due di coppe quando si gioca a carte e ahimè: la briscola è ad oro!

martedì 24 marzo 2026

Dal 2016 al 2026: una vittoria netta e un cerchio che si chiude. Quello che pensavo allora, oggi è realtà!

Ieri, con il Referendum Giustizia 2026, è accaduto qualcosa che mi ha riportato con la mente a un’altra data, a un’altra campagna referendaria. Il 19 luglio 2016, scrivevo un post dal titolo che non lasciava spazio a fraintendimenti: “NO… alla ‘manomissione’ della Costituzione!!!”. 

Ero convinto allora, come lo sono oggi, che ci fossero battaglie per cui vale la pena lottare fino in fondo, perché toccano il fondamento stesso di ciò che siamo come comunità. Per fortuna, quella convinzione ha trovato conferma nelle urne di queste giornate del 22 e 23.

I risultati dello spoglio sono chiari: il No ha vinto con il 53,2%, e c’è un dato che risalta in modo particolare, quasi a volerci restituire un po’ di fiducia. Sono stati i più giovani a fare la differenza. La generazione Z, quella tra i diciotto e i ventotto anni, ha raggiunto una partecipazione del 67%, e al suo interno il No ha toccato il 58,5%. Una generazione che spesso viene descritta come disincantata, ma che quando è stata chiamata a esprimersi su una questione cruciale ha scelto di esserci, e con una nettezza straordinaria.

Il quadro generale, però, è più complesso e non privo di ombre. L’affluenza è stata importante: il 58,9% indica un’attenzione elevata, anche se è difficile credere che questa attenzione fosse interamente focalizzata sui contenuti tecnici della riforma. Più probabilmente, a muovere gli elettori sono stati i risvolti politici, in una campagna referendaria che si è inevitabilmente politicizzata. Del resto, la complessità del tema era tale che molti, all’inizio, dichiaravano addirittura l’intenzione di astenersi, spaventati dalla difficoltà di comprendere fino in fondo le implicazioni. E allora la scelta di giocare la partita su un terreno più marcatamente politico è diventata quasi obbligata.

È stato uno scontro aspro, con dichiarazioni fuori misura, e alla fine ha prodotto una mobilitazione particolare. Da un lato, si è attivato in modo determinante l’elettorato di centrodestra, inizialmente meno ingaggiato. Dall’altro, si è ridotta in modo significativo la quota di quegli elettori dell’opposizione che sembravano orientati al Sì. Ma il fenomeno forse più interessante è un altro: una parte di chi si era astenuto alle Politiche del 2022 e alle Europee del 2024 ha scelto stavolta di andare a votare. E in larga misura, questa porzione di elettorato “recuperato” ha scelto il No. Più di un terzo di chi non votò due anni fa è tornato alle urne.

La partecipazione, però, non è mai uguale per tutti. È un comportamento che ancora una volta si rivela profondamente segmentato in base alla condizione socioeconomica. Hanno votato di più chi ha titoli di studio alti e chi gode di una condizione economica agiata. Al contrario, i livelli più bassi di partecipazione si registrano tra i ceti più disagiati, tra chi ha una bassa istruzione e vive in difficoltà economica. Imprenditori, professionisti, ceti medi si sono mobilitati di più; disoccupati, casalinghe e, in parte, operai, molto meno. Un dato, questo, che non possiamo permetterci di ignorare perché racconta di una partecipazione che ancora oggi rischia di essere strutturalmente diseguale.

E poi c’è l’altra faccia della generazione Z. Se i giovanissimi hanno risposto con entusiasmo, chi si trova nella fascia successiva, quella tra i 29 e i 44 anni – la cosiddetta generazione Y – ha invece fatto registrare il livello più alto di astensionismo: il 47,5%. Un fenomeno preoccupante, se ci pensiamo: sono proprio loro, quelli che entrano nel mondo del lavoro, che costruiscono famiglie e affrontano il peso della quotidianità, a mostrarsi più distanti e disinteressati alla partecipazione politica. È un vuoto che pesa. Più in alto, tra i boomers e la generazione silenziosa, dagli anni in su, la partecipazione è tornata a essere leggermente sopra la media.

Se guardiamo all’appartenenza politica, lo scenario conferma questa polarizzazione. La mobilitazione ha coinvolto soprattutto le aree di sinistra e di centrosinistra, da un lato, e la destra dall’altro. Gli elettori di centro e di centrodestra sono apparsi meno coinvolti. Per l’opposizione, è stata una vera e propria chiamata alle armi contro il governo. Nella maggioranza, invece, a rispondere con più forza è stata l’area più radicale, mentre quella più moderata è rimasta più indietro, e il massimo dell’astensionismo tra gli elettori politicamente collocati si è raggiunto proprio nell’area centrista. Un dato prevedibile, ma non per questo meno significativo.

E i “tradimenti” elettorali? Sono emersi, seppur in misure diverse. Il Partito Democratico è stato l’unico a mostrare una dialettica interna apprezzabile: una quota ultra-minoritaria, ma non trascurabile, poco meno del 9%, ha scelto il Sì. La sorpresa più grande, però, arriva dall’elettorato del Movimento 5 Stelle. Nonostante un leader fortemente impegnato per il No, circa il 17% di chi dichiara di votare M5S si è espresso per il Sì (e qualche mese fa questa percentuale era addirittura al 24%). Nel centrodestra, qualche slittamento si rileva tra gli elettori della Lega e di Forza Italia, rispettivamente con il 12% e il 10% che hanno votato No. Tra gli elettori di Italia viva, Azione e +Europa, invece, il Sì ha raggiunto il 31%.

Tornando al profilo sociodemografico, troviamo che il No prevale con più forza proprio tra i segmenti che abbiamo visto essere più partecipanti: i ceti istruiti, le condizioni economiche medio-alte, i giovanissimi. Tra i laureati, il No arriva a oltre i due terzi; tra le persone con una condizione economica agiata, sfiora il 60%. Accade il contrario in situazioni meno floride: tra chi ha solo la licenza elementare e tra le casalinghe prevale il Sì, mentre gli operai si dividono quasi equamente.

La sconfitta dell’esecutivo, e in primo luogo della presidente del Consiglio, appare netta. Eppure Giorgia Meloni si era tenuta defilata per gran parte della campagna, facendosi vedere solo nelle ultime settimane. Ma il suo posizionamento, al di là del merito della riforma, ha finito per risentire di un contesto che negli ultimi mesi si è fatto sempre più complesso. Il quadro internazionale ha perso quella solidità che sembrava avere negli anni precedenti; la condizione economica del paese si è rivelata più difficile del previsto, con il rischio di non riuscire a uscire dalla procedura di infrazione europea; e la crisi energetica ha assunto una virulenza preoccupante, incidendo pesantemente sui costi quotidiani delle famiglie. 

A tutto questo si sono aggiunti infortuni politici non secondari, l’ultimo dei quali legato alla vicenda del sottosegretario Delmastro e ai suoi rapporti con un esponente della malavita organizzata. È probabile che tutto questo avrà un effetto, almeno a breve, sugli orientamenti di voto. Lo vedremo nei prossimi giorni, nel consueto scenario politico mensile.

Ma torniamo al senso più profondo di questa vittoria. Per me, ieri si è chiuso un cerchio iniziato nel 2016. In quel post di luglio, raccontavo di una battaglia impari. Da un lato, c’era un governo con fondi illimitati, i migliori professionisti della persuasione, una larga parte della carta stampata e una pervasiva informazione sulle reti pubbliche. Dall’altro, un gruppo di volontari con grande forza ideale, ma con un impegno fisico quotidiano difficile da sostenere perché ognuno aveva comunque una vita, un lavoro, una famiglia. Eppure, quei volontari affluivano sempre più numerosi, ogni giorno nascevano due nuovi comitati locali. Era un fenomeno di partecipazione straordinario, che testimoniava quanto ci fosse ancora di sano nel paese.

La lotta era impari, lo scrivevo senza retorica. Non avevamo soldi per stampare materiali, per affittare spazi, per montare un palco. E dicevamo: se i nostri avversari suonano il loro piffero in Rai, noi dobbiamo almeno suonare le campane nelle piazze. Chiedevamo un sacrificio straordinario, idealmente 139 donatori, come gli articoli della Costituzione che volevamo salvare, che potessero sostenere quell’impegno. Perché in quelle ore decisive, sentivamo che le persone volevano fare cose straordinarie, per dimostrare, prima di tutto a se stesse, di non aver lasciato nulla di intentato. Si poteva vincere, si poteva perdere, ma quella generazione avrebbe comunque testimoniato la vitalità dei valori costituzionali.

E in quel post citavo Luigi Sturzo, che in un discorso del ’57 diceva: “La Costituzione è il fondamento della Repubblica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal governo e dal Parlamento, se è manomessa dai partiti verrà a mancare il terreno sodo sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà”.

Oggi quel terreno sodo, per un attimo, ci è sembrato di averlo ritrovato. O almeno, abbiamo visto una parte del paese – e in particolare i più giovani – scegliere di difenderlo. È di questo che volevo parlare.


lunedì 23 marzo 2026

Riflessioni nell'acquistare un'auto con finanziamento? La rata sembra bassa, ma il conto vero arriva dopo...

Buongiorno,

nel realizzare questo post, ho preso spunto da una riflessione di un amico e collega di Medium, Giuseppe, perché il tema mi sembrava particolarmente interessante.

Già... vale la pena conoscerlo e, allo stesso tempo, approfondirlo insieme, con quella calma che merita una scelta che ha un peso concreto sulle nostre tasche e sulle nostre abitudini.

Negli ultimi anni, acquistare un’auto è sembrato diventare improvvisamente più accessibile. Basta farsi un giro tra concessionarie o siti web per imbattersi in tariffe mensili apparentemente contenute, anticipi ridotti all’osso e prezzi promozionali che, guarda caso, sono validi solo se si sceglie il finanziamento. 

Attenzione: non sto dicendo che queste formule siano sbagliate in sé. Spesso sono strumenti utili, ma hanno l’effetto di spostare tutta la nostra attenzione su un unico elemento, la rata mensile, offuscando quello che per me è il vero nodo della questione: il costo complessivo dell’operazione. Per questo motivo, prima di apporre una firma, fermarsi a guardare il quadro con più consapevolezza non è solo prudente, ma necessario.

Quando si decide di acquistare un’auto con un finanziamento, il prezzo del veicolo è solo il punto di partenza. A questo si aggiungono, talvolta in modo silenzioso, gli interessi, le spese accessorie, le commissioni di istruttoria, i costi di ispezione del pratico e, non di rado, polizze accessorie che vengono presentate come parte integrante del pacchetto. In questo groviglio di voci, il parametro più utile da osservare è il TAEG, perché rappresenta proprio il costo complessivo del finanziamento. E il punto cruciale è che il TAEG può variare in modo sorprendente tra un’offerta e l’altra: confrontare più preventivi, con la stessa attenzione con cui si confronta il modello di un’auto, aiuta a capire quanto si pagherà realmente, al di là della promessa di una rata leggera.

C’è poi una formula che negli ultimi anni è diventata onnipresente: quella con la maxi rata finale. Una struttura che promette libertà attraverso rate mensili basse, per poi presentare sul finale un conto significativo, spesso pari a un terzo o più del valore dell’auto. È una soluzione che può avere senso, ad esempio, per chi sa già di voler cambiare auto con frequenza. Ma proprio per questo è essenziale pianificare in anticipo cosa accadrà alla scadenza del contratto, perché le opzioni, in fondo, sono solo tre: pagare quella maxi rata e tenere l’auto; rifinanziare l’importo residuo, aprendo un nuovo capitolo di debito con ulteriori costi; oppure sostituire il veicolo stipulando un nuovo contratto, se la formula lo prevede. Non esiste una scelta giusta in assoluto, ma solo quella che si allinea alla propria situazione finanziaria e alle proprie abitudini.

Uno degli errori più comuni, in questo percorso, è valutare l’acquisto esclusivamente attraverso la lente della rata mensile. È un meccanismo psicologico comprensibile: la rata sembra domabile, rientra nel budget del mese, ci dà l’illusione di controllo. Eppure, questo approccio rischia di farci sottovalutare il costo totale del finanziamento, quello vero. Per uscire da questa trappola, credo sia utile considerare l’intera somma che effettivamente uscirà dalle nostre tasche: anticipo, totale delle rate, eventuale maxi rata. Senza dimenticare la durata del debito, che significa tempo di impegno economico, e l’impatto che questo ha sul risparmio e sugli altri obiettivi finanziari.

Perché, e qui arrivo a un punto che mi sta a cuore: l’auto è generalmente una spesa, non un investimento! Per quanto possiamo amare un modello, per quanto ci regali emozioni e libertà, tende a perdere valore nel tempo, fin dal momento in cui esce dal concessionario. Molti approcci di educazione finanziaria suggeriscono per questo di evitare di assumersi un impegno economico eccessivo rispetto al proprio reddito. Una linea guida prudenziale, che ho visto utilizzare spesso, suggerisce di mantenere il valore dell’auto entro un range di sei-otto mesi di reddito netto, e la rata mensile entro il dieci-quindici per cento del reddito. Non sono regole universali, intendiamoci, ma rappresentano dei riferimenti utili per valutare la sostenibilità dell’acquisto senza mettere in difficoltà il resto dei propri progetti.

C’è poi un aspetto ancora più sottile, che raramente viene considerato quando si stringe la mano sul contratto: il costo opportunità. Quando una quota significativa del proprio reddito viene destinata ogni mese al pagamento di una rata, si riduce automaticamente la capacità di costruire altre cose. Ad esempio, creare o alimentare un fondo di emergenza, che è la vera ancora di salvezza nelle imprevisti. Oppure avviare un investimento nel lungo termine, magari con piccoli importi versati con costanza, che nel tempo potrebbero beneficiare della capitalizzazione composta. Non parlo di operazioni speculative, ma di quella lenta e paziente costruzione di una base che restituisce, col tempo, una libertà diversa da quella di un’auto nuova.

Allora, quali sono alcuni modi prudenti per muoversi? Valutare anche auto usate o comunque meno costose, aumentare l’anticipo per ridurre la quota da finanziare, analizzare sempre il costo totale e non solo la rata. Avere fin da subito un piano per gestire quella eventuale maxi rata finale, confrontare più preventivi guardando al TAEG e alle spese incluse, e infine, chiedersi se quei risparmi che si ottengono con una rata più bassa non possano essere destinati a obiettivi di lungo termine più significativi. L’obiettivo, per me, non è rinunciare all’auto, ma fare in modo che la scelta dell’auto non comprometta la serenità finanziaria.

Il finanziamento auto è uno strumento che può essere utile, ma richiede attenzione. La rata mensile rappresenta solo una parte del quadro: il costo totale, la durata del debito e la pianificazione futura sono elementi altrettanto importanti. Prendersi il tempo per fare bene i conti prima di firmare può aiutare a evitare decisioni impulsive e, alla fine, è proprio quel tempo dedicato alla riflessione che migliora la qualità delle nostre scelte.

E voi cosa ne pensate? Avete mai acquistato un'auto con finanziamento? Vi siete trovati bene o avete scoperto costi aggiuntivi solo dopo? Preferite pagare in contanti o utilizzare la formula della rata? Qual è la lezione più importante che avete imparato in questo percorso? Condividete le vostre esperienze nei commenti: confrontarsi aiuterà tutti a prendere decisioni più consapevoli.

Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno esclusivamente finalità educative e divulgative e non costituiscono consulenza finanziaria, legale o fiscale personalizzata. Ogni decisione di acquisto o investimento dovrebbe essere valutata in base alla propria situazione personale e, se necessario, con il supporto di un professionista qualificato. Tassi, condizioni contrattuali e risultati degli investimenti possono variare nel tempo e non sono garantiti.


domenica 22 marzo 2026

L'ora delle conseguenze - Terza parte

Riprendiamo il filo del discorso da dove lo avevamo lasciato, sì... da quell'immagine della Cina come presenza silenziosa e paziente, pronta a giocare la sua partita nell'ombra. 

Perché è proprio da lì, da quella consapevolezza, che dobbiamo ripartire per comprendere la vera natura del rischio che abbiamo di fronte.

Da anni, ormai, Pechino persegue una strategia a lungo termine, paziente e meticolosa, evitando mosse impulsive e preparandosi invece con cura certosina a molteplici scenari, studiando le debolezze del sistema avversario come un grande maestro di scacchi studia la partita. 

Per la Cina, Taiwan rimane la questione centrale, il nervo scoperto della sua identità nazionale e della sua ambizione regionale. 

Ma non è solo una questione politica o di sovranità territoriale. L'isola svolge un ruolo vitale, assolutamente insostituibile, nell'industria globale dei semiconduttori. Produce la stragrande maggioranza dei chip più avanzati, i cervelli elettronici che fanno funzionare i nostri smartphone, i nostri computer, le nostre automobili, ma anche i sistemi d'arma più sofisticati, le infrastrutture critiche, l'intera infrastruttura dell'innovazione digitale. Senza Taiwan, la catena di fornitura tecnologica globale semplicemente si spezzerebbe.

Se gli Stati Uniti dovessero apparire fortemente impegnati, con le loro risorse navali e la loro attenzione politica concentrate altrove, magari in Medio Oriente o in Europa, la Cina potrebbe legittimamente intravedere un'opportunità strategica, una finestra di vulnerabilità, per aumentare la pressione su Taiwan. 

Questo ovviamente non significa necessariamente e non certo nell'immediato un'invasione su larga scala con un'operazione militare classica con sbarchi e conquista territoriale, ma certamente potremmo iniziare ad assistere ad una graduale escalation, un aumento delle esercitazioni militari, un blocco navale proclamato, un sorvolo sempre più insistente dello spazio aereo, il tutto comprenderete potrebbe essere più che sufficiente per destabilizzare i mercati globali e a gettare il panico in una filiera già di suo parecchio fragile, innescando una nuova crisi, le cui proporzioni sono oggi inimmaginabili.

E quindi, il vero pericolo, il punto su cui dobbiamo concentrare la nostra attenzione, non risiede in un singolo evento, per quanto grave possa essere. Il pericolo vero è la convergenza, il fatale appuntamento tra diverse forze destabilizzanti che oggi procedono su binari paralleli, ma che potrebbero improvvisamente incontrarsi. 

Da un lato, le tensioni energetiche in Medio Oriente e l'instabilità delle rotte marittime globali che ne deriva, dall'altro, la rivalità strategica sempre più aspra tra le principali potenze, Stati Uniti e Cina, con tutto il loro carico di diffidenza e di preparativi militari. In mezzo, catene di approvvigionamento globali già messe a dura prova dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina, fragili come un cristallo troppo sollecitato. 

Quando questi fattori, queste tensioni, iniziano a sovrapporsi e a interagire, l'effetto non è più lineare, non è una semplice somma. Diventa esponenziale, moltiplicativo. Un'impennata dei prezzi del petrolio, già di per sé dolorosa, se combinata con uno shock improvviso e profondo nell'approvvigionamento tecnologico legato a Taiwan, potrebbe produrre una perturbazione globale di una gravità inaudita, ben più grave di qualsiasi crisi isolata che abbiamo affrontato in passato. Le conseguenze, in un sistema così complesso e interconnesso, diventano intrinsecamente imprevedibili, non lineari.

Forse, allora, parlare di uno shock del tutto inaspettato non è del tutto corretto. Perché molti dei suoi elementi fondamentali, delle sue cause scatenanti, sono già visibili, sotto i nostri occhi, nei titoli dei giornali e nei report economici. Le tensioni tra Cina e Taiwan sono una costante, l'importanza strategica dello Stretto di Hormuz è nota a tutti gli analisti, e gli Stati Uniti sono oggettivamente impegnati su più fronti, in un mondo che è tornato ad essere multipolare e conflittuale. 

Per cui, l'evento dirompente non sarebbe qualcosa che piomba dal nulla, ma la sua improvvisa e drammatica attualizzazione, la sua capacità di cogliere di sorpresa i mercati e i decisori politici che, pur conoscendo i rischi, hanno scelto di sottovalutarli, di considerarli separatamente, di non vedere la foresta che cresce dietro i singoli alberi. 

Un'improvvisa escalation retorica, un incidente militare, una prolungata interruzione delle attività nello stretto, o una crisi parallela che scoppia in Asia, potrebbero agire come il fattore scatenante, l'innesco che fa esplodere una polveriera di cui tutti conoscevano l'esistenza, ma che nessuno ha voluto bonificare.

In uno scenario del genere, la reazione dei mercati finanziari sarebbe probabilmente immediata, brutale e, in molti casi, irrazionale, amplificata dagli algoritmi del trading ad alta frequenza e dal panico che si diffonde come un contagio. Gli esiti più probabili disegnano uno scenario da manuale delle crisi: forte volatilità globale, con oscillazioni percentuali a cui non siamo più abituati; cali verticali e generalizzati nei mercati azionari, con gli investitori che corrono ai ripari vendendo qualsiasi cosa; prezzi dell'energia che volano verso livelli difficilmente sostenibili per l'economia reale; e un massiccio, convulso spostamento di capitali verso quelle attività percepite come più sicure, come l'oro o i titoli di Stato dei paesi considerati rifugio, che a loro volta verrebbero travolti da flussi ingestibili. 

Le aziende fortemente dipendenti dalle catene di approvvigionamento globali e dalla tecnologia avanzata sarebbero probabilmente tra le più colpite, vedremmo interi settori, come il settore delle auto o l'elettronica di consumo, fermarsi per mancanza di componenti, mentre i settori legati all'energia, paradossalmente, potrebbero trarre vantaggio nel breve termine dall'impennata dei prezzi, in un'ulteriore distorsione dell'economia.

Credo che dobbiamo prenderne atto, con realismo e senza allarmismi sterili: il mondo sta entrando in una fase in cui le crisi non sono più eventi isolati, circoscritti nello spazio e nel tempo, ma sono interconnesse, si parlano, si alimentano. 

Le tensioni in Medio Oriente, l'importanza strategica e la vulnerabilità dello Stretto di Hormuz, e la questione di Taiwan, con il suo monopolio tecnologico, non sono vicende separate da analizzare in compartimenti stagni. Fanno parte di un sistema globale più ampio, un organismo complesso e sempre più fragile, in cui una scossa in un punto qualsiasi può riverberarsi in tutto il corpo. 

Definire questo rischio latente come qualcosa di imponderabile potrebbe non essere del tutto esatto, perché di nero, in questo scenario, c'è la consapevolezza che preferiamo rimuovere, ma sottovalutarne il potenziale, liquidarlo come una mera ipotesi da analisti, sarebbe un errore ancora più grave, imperdonabile. Perché oggi, più che mai, la vera minaccia per la nostra stabilità e per il nostro benessere non è l'evento del tutto imprevisto che piomba su di noi dal nulla. 

Sì... è la combinazione, la confluenza, la pericolosa miscela di rischi che si stanno già manifestando, uno dopo l'altro, sotto i nostri occhi, ed aspettano solo di incontrarsi per riscrivere le regole del gioco e a quel punto, non potremo dire di non essere stati avvertiti!

FINE (per adesso...)

sabato 21 marzo 2026

Il collo di bottiglia - Seconda Parte

E allora, quali sono questi limiti? Dove si annida la vulnerabilità che tutti, in silenzio, stanno provando a studiare? 

Per rispondere, dobbiamo allontanarci per un momento da quelle sale dei bottoni e dai tavoli della diplomazia, e spostare lo sguardo su una striscia d'acqua, apparentemente insignificante.

Un punto geograficamente minuscolo, eppure così vitale da far trattenere il respiro a qualsiasi stratega. 

Perché è lì, in quel passaggio obbligato, che si concentra una delle fragilità più antiche e insieme più attuali del nostro mondo. 

È lì che il sistema mostra una delle sue giunture più esposte, il punto in cui una pressione ben calibrata potrebbe far saltare l'intero ingranaggio.

E qui entriamo nel cuore pulsante della fragilità contemporanea...

Lo scontro con l'Iran, diretto o per procura che sia, ha riportato lo Stretto di Hormuz al centro dell'attenzione globale, rendendolo, se possibile, ancora più vitale e insieme più vulnerabile di quanto non lo fosse mai stato in passato. 

Questo stretto corridoio d'acqua, vero e proprio imbuto geografico, è una delle rotte marittime strategicamente più importanti al mondo; un collo di bottiglia attraverso cui deve passare una parte consistente della nostra civiltà degli idrocarburi. 

Pensiamoci un attimo: circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio, insieme a una quota significativa dei flussi di gas naturale liquefatto, transita ogni giorno attraverso questo passaggio obbligato. È uno dei punti di strozzatura energetica più importanti del pianeta, e la sua sicurezza è data per scontata nei nostri modelli economici, nei prezzi che paghiamo alla pompa, nelle certezze delle nostre catene di approvvigionamento.

Ebbene, oggi il traffico attraverso lo stretto è tutt'altro che fluido e garantito, anzi, è fortemente interrotto, non tanto da un blocco navale formalmente dichiarato, ma da una ragnatela di azioni asimmetriche. Tra attacchi mirati a petroliere, minacce navali, sequestri e restrizioni imposte da Teheran per ritorsione, molte navi sono state costrette a fermarsi o a modificare radicalmente le loro rotte, allungando i tempi e i costi di trasporto, mentre il transito, per quelle che osano ancora attraversarlo, rimane incerto, rischioso e limitato. 

Non è una chiusura completa, è una forma di interruzione operativa strisciante, una guerra di logoramento che non fa notizia come un conflitto aperto, ma che sta già generando forti pressioni, silenziose ma inesorabili, sui mercati energetici globali. È un rubinetto che viene lentamente chiuso, e noi iniziamo a sentire la sete.

Quando i prezzi dell'energia aumentano, non si tratta di una voce che sale in un bilancio familiare o aziendale. L'impatto si propaga come un'onda d'urto in tutta l'economia, contagiando ogni settore, ogni attività. Le conseguenze sono sistemiche e profonde: assistiamo a un aumento generalizzato dei costi di produzione, che si tratti di acciaio, di plastica, di trasporto merci o di riscaldamento degli uffici

Questo, a sua volta, si traduce in un'inflazione più elevata e più persistente, che erode il potere d'acquisto dei salari e comprime i margini delle imprese. La crescita economica inevitabilmente rallenta, in un circolo vizioso in cui la domanda cala e gli investimenti si bloccano. La spesa dei consumatori, motore principale di molte economie occidentali, subisce una pressione fortissima, costringendo le famiglie a scelte difficili e riducendo il benessere collettivo.

Perché il petrolio e il gas non sono semplici materie prime che si comprano e si vendono sui mercati finanziari, sono il motore dell'economia globale. Quando questo motore comincia a carburare male, a singhiozzare, o diventa semplicemente troppo costoso da far funzionare, l'intero sistema, dalla più piccola impresa artigiana alla più grande multinazionale, ne risente. E tutto ciò accade mentre i mercati finanziari sono già ipersensibili, ipertesi, pronti a scattare come molle al minimo segnale di instabilità geopolitica.

È in questo contesto di fragilità energetica e di tensione diffusa che la Cina rappresenta la variabile cruciale, l'ago della bilancia di cui tutti, in silenzio, temono il movimento.

Fine Seconda Parte

venerdì 20 marzo 2026

Frammenti di una polveriera - Prima parte

Buongiorno, e grazie ancora di essere qui...

Come ben sapete, provo in questo blog a dare un senso a tutto il caos che ci circonda, scrivendo sempre  in maniera incondizionata su ciò che penso stia accadendo, una storia che sembra uscita da un romanzo, ed io, come sempre, provo ad anticiparne le evoluzioni, quasi a sostituirmi ad un veggente, ahimè a volte anche un po' cupo.

Ma in questi ultimi anni, credo come molti di voi, di avvertire una sensazione di caduta, come quando ci si affaccia da un luogo troppo alto e il terreno sotto i piedi inizia a mancare. 

Il mondo, dopo un lungo periodo di serenità, è entrato - quasi fosse un ricorso storico - in uno stato di crescente instabilità, geopolitica ed economica, due discipline che se pur separate, sono facce della stessa medaglia, già... come due affluenti che si incontrano e si scontrano in un unico grande vortice. 

D'altronde se osserviamo bene, scopriamo che non esiste più un singolo punto critico di tensione, una specie di termometro globale su cui tenere gli occhi puntati, bensì vi è una complessa e sempre più fitta rete di crisi che si vanno sovrapponendo e che si influenzano e si alimentano a vicenda, in un gioco pericoloso che rende - ahimè - la lettura della realtà estremamente complessa.

Difatti, se provate ad osservare il quadro d'insieme, cercando di isolare gli elementi che compongono la tela, vediamo emergere una condizione pericolosa, che ha di tutto per rivelarsi esplosiva!

Da un lato, gli Stati Uniti, divenuti ormai pilastro centrale dell'ordine internazionale (per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi ottant'anni), oggi appaiono nuovamente impegnati su più fronti e costretti- attraverso l'uso della forza -  a gestire una complessa partita a scacchi globale. 

Le tensioni per l'Ucraina, il Venezuela, Cuba, e il sostegno dato ad Israele nella Striscia di Gaza e nel Libano, hanno impegnato costantemente il suo Presidente. ed ora l'Iran, che riaccende nuovamente quelle braci che per oltre trent'anni erano rimaste sotto la ceneri...

Situazioni quindi che tornano nuovamente a minacciare i flussi energetici globali, mentre sullo sfondo, silenziosa e metodica, la Russia osserva mentre continua ad ampliare i propri confini in Ucraina e la Cina che monitora ogni singolo movimento, ogni possibile incertezza, per creare un varco che si apre intorno a quella che per lei costituisce da tempo un nodo irrisolto: la questione Taiwan.

Ecco, è proprio questa sovrapposizione di rischi, questo stratificarsi di crisi come piani geologici di una faglia destinata a franare, che solleva ora un interrogativo che non possiamo più permetterci di ignorare, relegandolo - come fanno ogni sera quei nostri pseudo "esperti" in Tv e nel web - tra ipotesi fantapolitiche prese chissà, forse da qualche romanzo di Robert Harris o come quelli scritti da uno dei miei autori preferiti, Federich Forsyth, nei suoi: Il giorno dello Sciacallo, Dossier Odessa, I mastini della guerra, Il quarto protocollo!

Già... proprio come in quei romanzi, sembra di assistere a qualcosa d'incredibile, è come se ci stessimo dirigendo in modo (quasi) inconsapevole, verso una situazione che potrebbe innescare un evento dalle proporzioni inimmaginabili, qualcosa di così dirompente da stravolgere ogni nostra certezza e soprattutto ogni nostro modello previsionale...

Provo allora a valutare quanto sta accadendo con la massima lucidità, allontanando da me, qualsivoglia ottimismo di chi spera che tutto si risolva da solo.

Come dicevo, gli Stati Uniti, restano la superpotenza indiscussa, ma certamente l'attuale posizione e quel suo Presidente, evidenziano una situazione ben più complessa di quella orchestrata nel passato. 

Non c'è solo la rivalità strategica con la Cina o con la Russia, un confronto che assorbe costantemente energie intellettuali e risorse diplomatiche, ma vi è anche la necessità di tenere insieme alleanze logorate, tensioni tra i partner europei, e di contenere tutte quelle fiammate che dal Medio Oriente si spingono fino al Golfo Persico. 

Ed è proprio in quella regione, in questo crogiolo di antichi conflitti e nuovi interessi, che si registra uno degli sviluppi più critici: Il confronto con l'Iran, fatto di attacchi, rappresaglie calibrate con vittime precise, diplomazia concessa e poi tolta, il tutto ha così riportato l'attenzione su uno dei pilastri più delicati e vulnerabili dell'economia globale e cioè, l'energia, il suo dover fluire in modo ininterrotto e soprattutto la sua completa disponibilità, a prezzi sostenibili.

Perché quando una superpotenza è impegnata simultaneamente su più fronti, il rischio non è solo quello, immediato e visibile di un'escalation militare, no... il rischio più subdolo, più profondo, quello che si annida nella logica anche di un gigante, è che le risorse non sono infinite, anzi, si riducono, vengono dirottate, e con esse l'attenzione politica che si frammenta e si disperde. 

La capacità di rispondere rapidamente e in modo decisivo a nuove crisi, a scintille inattese, può indebolirsi, creando un vuoto, una percezione di vulnerabilità. Ed è spesso in questi momenti di apparente distrazione, in questi interstizi di incertezza, che altri attori globali iniziano a fare due conti, a rivalutare le proprie posizioni e a chiedersi se non sia giunto il momento di testare i limiti del sistema, di cogliere un'opportunità che fino a ieri sembrava preclusa.

Fine Prima parte 

giovedì 19 marzo 2026

Certe cose, da noi, si sa... non possono esser affidate a mani nuove.

Non so voi... ma io sono stanco di leggere le cronache che puntualmente mostrano la parte negativa di questa mia terra.

Tuttavia, non so dirvi se, i problemi presenti in questo periodo nel mondo, certamente più gravi dei nostri, abbiano avuto il merito di spostare altrove la mia attenzione, sì... concedendomi una tregua. 

Ma come ben sapete, questo mio blog nasce principalmente per mettere in evidenza quanto ahimè accade qui, in questa terra, in questa meravigliosa isola, e quindi non posso che riprendere quel filo, una storia che giungendo da lontano, ritorna però puntuale, quasi fosse una costante o forse dovrei cercare altrove le causa di questa forma di resilienza tutta "siciliana": quella del potere che si riproduce, si adatta, cambia pelle ma – disgraziatamente – non cambia sangue.

Leggo di sviluppi, perquisizioni, fascicoli aperti, contanti nascosti, e penso a quanto sia sempre la stessa sostanza delle cose. Certo... cambiano i nomi, e questo è quantomeno un fatto, non positivo, badate bene, perché l'infezione continua egualmente a diffondersi, ma quantomeno vi è la speranza che chi è stato in certe posizioni per anni a infettare il sistema, forse finalmente potrebbe non esserci più, limitando il male compiuto e quel diffuso marciume.

Certo, se ripenso a tutti i meccanismi adottati, a quel modo di tessere relazioni, mettere a frutto conoscenze accumulate in anni di scranni e poltrone, già... se rivedo quei ponti costruiti tra chi gestisce la cosa pubblica e chi quella cosa pubblica "l'ha piegata ai propri fini", beh... non c'è proprio nulla per cui stare allegri.

Ricordo che parliamo di un sistema che incarna la perfetta soluzione di continuità, che passa da una legislatura all'altra, da un governo all'altro, da un incarico all'altro, come se la politica e quel ruolo istituzionale, non fosse altro che l'anticamera di affari ben più redditizi.

Prendiamo ad esempio quel dirigente. Una carriera costruita negli ingranaggi di quel sistema clientelare e massone, che ha evidenziato nel corso degli anni d'aver interpretato alla perfezione quella doppia faccia: una istituzionale, fatta di carte bollate e programmazione, e quell'altra, fatta di favori, di segnalazioni, di porte aperte per gli amici degli amici.

Il punto, comunque, non è solo la somma di denaro in contanti che si potrà trovare in casa o presso suoi familiari, che pure costituisce un indizio pesante, no... ciò che è peggio è la rete, quel modo di sentirsi protetti, di essere al sicuro, di pensare che certi favori fatti a certi personaggi, non solo restino nell'ombra, ma rappresentino il proprio personale salvacondotto.

E poi, consentitemi di aggiungere un altro tassello, quello che nonostante i guai giudiziari, continua imperterrito a stare in quella posizione, sì... quel sentirsi talmente indispensabile da rimanere in servizio, ben oltre i limiti consentiti di legge.

Una storia che conosciamo bene: quando un sistema considera un uomo insostituibile, forse andrebbe chiesto il perché. Perché è così importante tenere in sella un funzionario indagato, o addirittura sollecitarlo a non andare in pensione? Forse perché quest'ultimo garantisce fluidità a certi meccanismi, a certi passaggi, a certe ditte amiche che, a differenza di altre, dovevano vincere determinati appalti?

Ecco, è questo che mi fa venir il vomito, già, la naturalezza con cui tutto scorre, la continuità tra chi c'era prima e chi c'è adesso.

Ecco quindi che i vecchi legami con certi esponenti politici – finiti in passato al centro di inchieste giudiziarie – vengono misteriosamente accantonati, per dare il via a una nuova stagione, nuove nomine, nuova fiducia. Come se la memoria fosse una facoltà che si esercita solo quando conviene, e si perde quando potrebbe diventare ingombrante.

A cosa serve allora ascoltare quel mondo fatto di intercettazioni, di nomine pilotate, di aziende che ottengono accreditamenti mentre altre li perdono? Un sistema che racconta di una regia occulta, che non disdegna di intrecciarsi con certe logge, con ambienti dove si stringono patti tra persone che, formalmente, non avrebbero nulla a che spartire. E invece spartiscono eccome. Spartiscono il potere di decidere, il potere di indirizzare, il potere di escludere!

Come dicevo all'inizio, mi capita spesso, leggendo queste notizie di cronaca, di pensare a chi verrà dopo. Sperando che sia migliore di chi l'ha preceduto. Ma la mia, forse, è solo un'illusione. Perché se è vero che le inchieste vanno avanti perennemente nello stesso modo, se la magistratura e le forze dell'ordine compiono il proprio dovere con pazienza certosina, è anche vero però che quei sistemi illegali non muoiono con un'ordinanza di custodia cautelare: Si adattano, si riposizionano e continuano ad operare.

Difatti, quel che resta, dopo ogni tempesta giudiziaria, è la sensazione che il guscio più duro, quello fatto di complicità e omertà, sia ancora lì, intatto, in attesa di nuove stagioni.

Auspico, come credo ciascuno di voi, che l'attenzione non venga mai spenta. Io, nel mio piccolo, con questo blog - ma soprattutto con le denunce in Procura - ci provo, perché so che quest'ultimi, insieme ai militari, gli organi di controllo continueranno a seguire i fili di quegli intrecci, senza limitarsi ai primi livelli.

D'altronde sappiamo bene che - solitamente - quello che emerge, è sempre la punta di un iceberg. Ed è sotto, si sa, che c'è il resto. Il resto fatto di appalti pilotati, di carriere di dirigenti costruite sulle raccomandazioni dei boss, di assessorati che diventano sportelli per gli affari sporchi di pochi.

Ma poi, finita l'emergenza, come sempre accade, si torna a guardare altrove. E loro, quelli che tessono la tela, ricominciano. Sì, con pazienza certosina. Già, con la stessa pazienza con cui aspettano che un funzionario raggiunga l'età della pensione per poi convincerlo a restare. Perché certe cose non possono essere affidate a mani nuove.

Perché le mani nuove, si sa... il più delle volte, non sanno tenere certi fili.


mercoledì 18 marzo 2026

Pelligra: L'avevo detto! - Pelligra: I told you so!

Presidente Pelligra, ricorda: L'avevo detto!

Glielo scrissi in una lettera aperta, in inglese, qui sul mio blog, l'11 novembre del 2024: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/11/open-letter-to-president-pelligra.html a cui seguì il 18 agosto dello scorso anno un post intitolato: Presidente Pelligra, perdoni questa riflessione senza filtri – ma è l’amore per il Catania a parlare. Link: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/08/presidente-pelligra-perdoni-questa.html

In quei post trovai l'unica strada per raggiungerla direttamente (sì... escludendo - ma solo virtualmente - i miei lettori), per parlarle con Lei, da uomo a uomo, con il cuore in mano e senza filtri.

In quelle note, che stamani ho riletto con la malinconia di chi vede avverarsi i propri peggiori timori, provai a metterla in guardia su alcune decisioni che mi sembravano già allora discutibili.

Le parlai dei giovani promettenti che erano stati ceduti troppo frettolosamente, ragazzi che nei loro limitati minuti in campo avevano dimostrato qualità importanti: la capacità di saltare l'uomo, di spingere sulle fasce e di mettere cross in area. Tutte caratteristiche che, sottolineai, alla squadra già allora mancavano e che, in questi mesi - seppur in parte - si son fatte sentire.

Le dissi che immaginavo, e potevo sbagliarmi, che fosse stato l'allenatore ad influenzare certe scelte di mercato, preferendo giocatori a lui familiari, forse per evitare tensioni in spogliatoio, ma i risultati, già a novembre, confermavano che qualcosa non funzionava come avrebbe dovuto. Alcuni dei nuovi acquisti mostravano evidenti limiti per la categoria, mentre altre squadre investivano con intelligenza in giovani talenti, anche extracomunitari, atleti di alto valore e soprattutto convenienti.

E poi, scrissi che, da diverse partite, l'allenatore non sembrava impiegare la squadra nel modo più efficace. Un segnale preoccupante, che richiamava alla mente le difficoltà dell'anno precedente. Le chiesi quindi di prendere in mano la situazione prima che fosse troppo tardi, di pretendere un cambiamento netto che coinvolgesse dirigenza, staff e giocatori. 

Aggiunsi, altresì con fiducia, che fossi certo che il Catania avrebbe potuto raggiungere i playoff, ma che raggiungerli era solo una parte della sfida: vincerli e ottenere la promozione richiedeva qualcosa di più. Ed infine conclusi che era ora di abbandonare le chiacchiere e concentrarsi su ciò che poteva realmente aiutare Toscano a invertire la tendenza.

Ed eccoci qui. Oggi, 18 marzo 2026, a quasi un anno da quella lettera, leggo la notizia dell'esonero di Mimmo Toscano. Una decisione presa dopo una lunga notte di consultazioni, nell'aria da giorni, certamente, ma che arriva quando il Benevento è ormai irraggiungibile e l'unico obiettivo possibile sono i playoff. Quei playoff che, come le scrissi, richiedono qualcosa in più.

In questi mesi, infatti, sono rimasto in silenzio, ma non ho mai smesso di osservare la squadra. E mentre molti, per non dire tutti, esaltavano il primo posto, io continuavo a vedere le stesse lacune, la stessa fragilità, le stesse partite vinte per un soffio, grazie a un miracolo di Dini, a un palo, a un errore arbitrale a nostro favore. 

Ogni partita, ad esclusione di tre o quattro, è stata una sofferenza. Lo ripetevo al mio amico e barbiere Tony: il problema non è essere primi o secondi, il problema è che con questa rosa, sulla carta superiore a tutti, dovremmo avere venti punti in più e volare in serie B. Invece siamo qui a lottare, e la fortuna, si sa, prima o poi gira.

Vedere ieri sera il Vicenza salire in B e la festa che ne è seguita, mi ha fatto un po' rattristare, seppur ammiro da sempre quella squadra, sì... da quando giocava lì, Paolo Rossi! Una piazza seria, organizzata, che pur non avendo sulla carta una rosa superiore alla nostra, ha trovato la quadra e la continuità per tagliare per prima il traguardo. 

Ecco, forse è anche questo che ci manca: quella solidità, quella capacità di trasformare i pronostici in realtà. Perché se è vero che il calcio non è una scienza esatta, è altrettanto vero che certe differenze, alla lunga, vengono sempre fuori. E noi, purtroppo, quelle differenze le abbiamo pagate tutte e non voglio gettare la croce sul solo tecnico! La responsabilità è sempre condivisa, parte dai dirigenti della società, passa per le scelte di mercato, arriva allo staff e scende in campo con i giocatori. Ma quando il malessere diventa così evidente, quando il gioco manca per intere stagioni, significa che qualcosa a monte non ha funzionato.

Ora arriva William Viali. Un nuovo corso, si dice. Un generatore di entusiasmo, un tecnico che predilige il gioco offensivo e il dialogo con i giocatori. Non so quanto questo cambio in corsa possa giovare, ma quantomeno si prova a salvare una stagione che rischiava di essere l'ennesimo capitolo di un fallimento annunciato.

Le scrissi, Presidente, che non intendevo sostituirmi ai suoi manager. Ma dopo trent'anni di leadership in altri campi, so riconoscere quando una struttura non funziona e quando è necessario un cambiamento. Lei oggi quel cambiamento l'ha fatto. E io, con l'affetto e la gratitudine di sempre per tutto ciò che sta facendo per la nostra città, non posso che prenderne atto e guardare avanti con la speranza che questa volta, finalmente, si sia presa la strada giusta.

Perché il Catania, i suoi tifosi, e lei stesso, Presidente, meritano di stare in piani più alti. E io, come dice il detto, continuerò a sperarlo... sempre!

martedì 17 marzo 2026

Quando non sei tu il paziente: il mio sguardo da accompagnatore, sul miracolo quotidiano della Cardiologia del Policlinico di Catania.

Quando varchi la porta di un “Pronto Soccorso” per qualcuno a cui vuoi bene, il mondo si ferma, o meglio, continua a girare, ma tu lo guardi da dentro una bolla, dove i rumori sono attutiti e tutto quello che vedi intorno, sono volti sconosciuti e macchinari dei quali non sai nemmeno come si chiamano.

Ed è in quel preciso istante, già… quando sei fragile, che non puoi far altro che affidarti a degli emeriti sconosciuti, e lo fai perché d’altronde non hai altra scelta, ma forse anche perché, nel profondo, vuoi credere che almeno loro sappiano cosa fare.

Certo, per me questa situazione è alquanto difficile da comprendere, vi parla uno che, per fortuna, è sempre stato bene e che gli ospedali non ha avuto modo di conoscerli mai direttamente, ma solo per accompagnare gli altri, stando sempre fuori… in quel ruolo strano di chi osserva da vicino, ma che non sa cosa fare.

E forse, è proprio questo mio punto di vista, quello di uno che, non dovendo lottare per sé stesso, ho potuto veder con maggior chiarezza come si lotta per gli altri.

Sì… in queste settimane al Policlinico di Catania, l’ho visto con i miei occhi: quel “sapere cosa fare”, non è una speranza, ma una prassi. Sin dall’ingresso, mentre cercavo di dare un senso a quel turbinio di ansia e attesa, ho notato qualcosa che va oltre la semplice efficienza.

Ho visto ovunque persone preparate, capaci di individuare il problema con una rapidità che a me, profano, è sembrata quasi istintiva, e che invece è frutto di anni di studio e sacrificio. Ma la cosa che più mi ha colpito, in quel primo impatto, è stata la cortesia di chi era lì solo per dare informazioni: perché quando non capisci nulla di medicina, avere qualcuno che ti spiega con pazienza, è già una cura.

Poi, quando la situazione si è fatta più seria e quel letto è rotolato oltre le porte della “Terapia Intensiva”, ti senti spogliato di tutto: del controllo, della sicurezza, persino della possibilità di stare vicino alla persona cara.

Ed è lì, in quel limbo di attesa, che puoi solo osservare i dettagli. E i dettagli che ho osservato sono stati tanti; l’altissima pulizia, il rispetto meticoloso delle norme di sicurezza, quel senso di ordine che non è mai fine a sé stesso, ma è il primo, silenzioso, atto d’amore verso chi è fragile. Perché un ambiente curato ti dice, senza parole, che anche la persona al centro di quella stanza sarà curata.

Il “cuore” di questo viaggio, però, è stato il reparto di Cardiologia. Ed è qui che il mio ruolo di semplice accompagnatore si è trasformato in quello di spettatore ammirato. Il Professor Davide F. Capodanno guida una squadra che sembra uscita da un manuale di virtù mediche, se non fosse che i manuali non sanno sorridere.

Perché quei giovani medici e consentitemi di aggiungere anche gli infermieri e tutto il personale ausiliario, che si sono alternati a tutte le ore del giorno e della notte, non solo hanno evidenziato competenza, ma hanno mostrato una rara capacità e cioè quella di trasformare la nostra ansia in domande, le nostre domande, spesso banali, in risposte chiare e sincere.

Ricordo i giorni di degenza appena trascorsi, in cui tutto sembrava buio, ma loro erano lì che passavano, controllavano, e poi si fermavano un attimo di più, solo per parlare con noi familiari, con gli amici, persino con alcuni colleghi presenti.

Non si sono mai sottratti a un confronto. Hanno avuto la pazienza di spiegarci cosa stava avvenendo, cosa sarebbe successo dopo e quali cure sarebbero state intraprese, e l’hanno fatto con una serenità che ci ha tenuti per mano, senza farci pesare la nostra ignoranza, ma anzi, illuminando il percorso, un passo alla volta.

Forse è questo il miracolo quotidiano di un grande Ospedale: non solo aggiustare corpi, ma sostenere anime…

Ed è per questo che oggi il mio pensiero va a loro, a tutti loro, dal primo operatore all’ultimo specializzando. Avrei voluto mettere i nomi di quanti ho avuto modo di conoscere, ma non volevo togliere meriti agli altri loro colleghi, sicuramente altrettanto bravi, presenti ai vari piani di degenza. Il mio è quindi un plauso generale, ma non generico: parte dal cuore e spero arrivi lontano, a ciascuno per quello che ha seminato in quei giorni difficili.

Perché quando la paura bussa alla porta, e loro ti aprono con professionalità e umanità, la paura, almeno un po’ arretra… e a Catania, grazie al nostro Policlinico, questo accade!

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