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mercoledì 21 gennaio 2026

Crans-Montana? Ci meravigliamo per la Svizzera, ma da noi neppure le denunce muovono nulla.

Buongiorno...

mi ritrovo – dopo aver parlato stamani al telefono con mio cugino, trasferitosi da tanti anni in Svizzera – con un nodo allo stomaco, sì… come spesso accade quando il mondo lì fuori sbatte una tragedia sotto i nostri occhi e noi, qui, ci commuoviamo, ma solo per un istante, per poi tornare a girare la testa dall’altra parte.

È successo con l’incidente di Crans-Montana, in Svizzera; quaranta anime spezzate dal fuoco in una discoteca, sei di loro erano nostri giovani. Il nostro Paese, nella sua rituale compostezza, ha espresso cordoglio, aperto un’indagine, promesso dibattiti sul rafforzamento dei controlli, su normative più severe per prevenire simili tragedie.

E così, mentre ascolto quelle parole, solite, doverose, mi chiedo: a cosa servono, se poi tutto rimane uguale? Se servono solo a tranquillizzare le coscienze per un giorno, per poi lasciare che il silenzio e l’oblio ricoprano ogni promessa?

Perché il punto è proprio questo: ci indigniamo per le disgrazie che accadono oltreconfine, ci meravigliamo della cattiva sorte o della negligenza altrui, mentre qui, nelle nostre città, sotto i nostri occhi, covano gli stessi identici incendi, le stesse tragedie solo potenziali, in attesa del loro momento. E lo so, forse stancherò qualcuno con la mia insistenza, ma permettetemi di parlare chiaro, di portare alla luce ciò che è stato sepolto sotto montagne di carte, indifferenza e soprattutto "comodo" silenzio.

Ci sono azioni, documentate, consegnate in mani che avrebbero dovuto essere quelle della salvaguardia, mi riferisco a esposti ufficiali presentati (anche da alcuni amici condomini), depositati presso il Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco di Messina e alla Direzione Regionale di Palermo, a cui - proprio a seguito di quelle segnalazioni - i loro responsabili sono celermente intervenuti, sì... per ispezionare, costatare, fotografare, etc...

Parliamo di ufficiali, militari, funzionari, ingegneri, tutti hanno percorso quei luoghi, hanno annuito di fronte a quelle criticità evidenti e soprattutto gravi e poi... se ne sono andati. Negli anni? Nulla è cambiato! Non un adeguamento, non un intervento sostanziale, non un frutto concreto di quelle preoccupazioni messe nero su bianco, già... solo il deserto dopo la visita...

Ma la cosa assurda e che questo complesso immobiliare - notevole per dimensioni - è oggi sotto amministrazione giudiziaria. Già... il Tribunale di Messina ha nominato un nuovo amministratore, eppure, nessuna azione è stata ancora intrapresa per scongiurare i rischi a cui - in particolare nei giorni estivi - sono esposte migliaia di persone.

E vi dico di più: i pericoli denunciati ai Vigili del Fuoco sono solo la punta dell’iceberg. Le stesse criticità – insieme ad altre, ben più gravi – sono state portate all’attenzione della Procura della Repubblica di Messina. Quelle indagini hanno condotto, finora in primo grado, alla condanna dell’amministratore precedente. Una condanna che però non si è ancora tradotta in sicurezza, né in azioni concrete che evidenzino, in modo chiaro e definitivo, tutti gli abusi messi in atto in questi lunghi anni. Viceversa, tutto è rimasto lì, sospeso: un’eco in un corridoio vuoto.

Mi perdonerete questa riflessione amara, ma sento il bisogno di manifestare tutta la mia preoccupazione, la mia rabbia impotente, per la messa in sicurezza di quel posto, e di tanti, sì… troppi altri.

"Nicola… per fortuna (dicono in molti che mi conoscono…), non sei un pubblico ufficiale incaricato di controllare". Ma d'altronde, in trentacinque anni di lavoro, funzioni di controllo ne ho svolte tante in particolare sulla sicurezza dei luoghi di lavoro, oltre che per qualità e ambiente: so bene... cosa si dovrebbe vedere, ma soprattutto so cosa si dovrebbe fare!

Già… vi assicuro che basterebbe una mia semplice passeggiata in quei luoghi, in tutti quei condomini di villeggiatura – ma potrei allargare lo sguardo anche alle città – per trovare, le stesse gravissime criticità.

Manca in molte il rispetto delle norme antincendio, dei piani di emergenza, delle vie di fuga, situazioni che, se fossi io a dover applicare la legge in modo rigoroso, mi obbligherebbero a porre i sigilli, a fermare tutto.

Ma da noi si sa, tutto è svolto così… alla buona. Nessuno denuncia, per quieto vivere, per paura di ritorsioni, per non essere il rompiscatole di turno. Nessuno interviene, perché intervenire costa fatica, denaro, significa soprattutto assumersi responsabilità.

Ecco perché nessuno controlla davvero, perché controllare significa spesso scoprire un vaso di Pandora di colpe condivise, di omissioni a catena. E quelli che dovrebbero essere i guardiani, quelli che dovrebbero controllare, far emergere i problemi, preferiscono spesso farsela alla larga.

Sì, proprio così, per non avere conseguenze personali, per non inimicarsi chi potrebbe creare loro problemi professionali, per non mettere in gioco una carriera costruita con fatica su un terreno fatto di compromessi.

Così si gira la testa, così si piega il sistema, fino a farlo diventare complice di se stesso, corrotto e clientelare. E persone come il sottoscritto restano soli, in questa lotta contro mulini a vento che però sono fatti di cemento e di pericolo reale.

Già… si resta soli con la consapevolezza che, dietro le chiacchiere di circostanza dopo una tragedia lontana, qui, nel nostro cortile, la miccia continua a bruciare lentamente, in attesa che qualcuno decida finalmente di spegnerla, o che scoppi l’inevitabile.

Ma quando ciò accadrà, statene certi, il sottoscritto si presenterà nuovamente a Messina, sì… tornerò!

Mi recherò dinnanzi al Procuratore incaricato di quelle indagini, e allora, tutte le denunce, gli esposti, le Pec, le mail, tutto quanto presentato – anche se dovessi trovare il Tribunale stesso circondato dall’acqua – tutto verrà nuovamente a galla e i responsabili pagheranno! 

Perché io ci sarò. Sarò lì presente, a fare da testimone ostinato contro chi, invece di compiere con correttezza il proprio incarico, ha scelto di voltarsi. E mi si creda oggi sulla parola: difficilmente, allora, quei soggetti indolenti, riusciranno a godersi quella… sì, quella tanta desiderata pensione!

martedì 20 gennaio 2026

3I/ATLAS: e se fossero venuti a prendersi i nostri politici, ma dopo averli osservati avessero detto: “No, meglio lasciarli qui”.

Ho appena finito di vedere in TV il nostro telegiornale e così… dopo aver visto alcune di quelle facce, mi sono trovato a ripensare a cosa avevo scritto alcuni giorni fa e a quanto sarebbe - a ben vedere - commovente, se un giorno di questi arrivassero gli alieni...

Già... non con navi da guerra "pronte al fuoco" e raggi distruttori, no... in modo sereno, con calma, come dei tecnici inviati in sopralluogo per valutare uno stato di avanzato degrado...

Li immagino... sbarcano, ispezionano, raccolgono dati: emissioni di CO₂; alterazione dell'aria da parte di agenti chimici, fisici e biologici, come smog, particolato e gas nocivi; degradazione del terreno causata da rifiuti tossici, pesticidi e sostanze radioattive; contaminazione di fiumi, laghi e mari con sostanze chimiche, metalli pesanti, batteri e microplastiche; per passare infine agli inquinamenti luminosi, termici, elettromagnetici...

Ed infine li ho immaginati mentre controllano gli uomini, i livelli di corruzione raggiunti, il tasso di illegalità diffusa, quel loro condizionamento sottoposto da troppo tempo al clientelismo, sia politico che criminale. Sono lì a scambiarsi uno sguardo – silenzioso, denso, cupo – già... come quello che certi professionisti si lanciano quando riconoscono un meccanismo perverso, visto troppe volte sul campo.

E chissà, magari alla fine non distruggono nulla. Anzi, propongono una semplice bonifica. Niente di drammatico: individuano la classe politica italiana degli ultimi trent’anni, insieme a parte di quella internazionale, la caricano su un modulo di trasporto interstellare e se la portano via, delicatamente, come si fa con l’amianto o con i fluidi tossici di un impianto fognario obsoleto. Nessuna colpa personale, solo la necessità igienica di un intervento di "manutenzione" cosmica.

Immagino già il comunicato stampa del nuovo governo terrestre riunitosi per l'occasione: “Le riforme istituzionali sono momentaneamente indisponibili. Fonti attendibili parlano di un allontanamento volontario verso un sistema stellare lontano 43 anni luce. Si assicura comunque che tutte le attività parlamentari proseguiranno, tra qualche giorno, normalmente”.

Sì… forse solo allora ci accorgeremmo che funziona tutto meglio. Leggi approvate in tempi ragionevoli, cantieri che partono senza decenni di attesa, ponti che non crollano più sotto il peso dell'incuria e/o illegalità. E noi, tutti stupiti, ci guarderemmo intorno chiedendoci: era solo questo il problema? Bastava semplicemente rimuovere quegli oggetti inquinanti per far ripartire il sistema?

Certo, lo so bene: è solo uno scherzo. Ma come tutti gli scherzi che tengono il filo della verità, ha un suo fondo di costruzione logica. Perché se anche 3I/ATLAS non fosse un messaggero tecnologico, ma solo un pezzo di ghiaccio solitario, almeno ci ha ricordato una cosa: possiamo ancora immaginare un mondo dove chi sbaglia, chi ruba, chi tradisce la sua funzione, viene semplicemente sostituito, e dove il buonsenso non è un’utopia, ma una norma di sicurezza.

E quindi, se proprio devono arrivare, gli alieni, spero proprio che abbiano con sé un "modulo di smaltimento" selettivo. Sono certo che il nostro pianeta li ringrazierebbe, io di sicuro! D'altronde ditemi: cosa potrei dire dopo un sospiro di sollievo lungo trent’anni?

lunedì 19 gennaio 2026

Si può credere senza mettere un uomo al posto di Dio?

Ho appena letto un testo sul web e mentre lo facevo, quelle parole mi ronzavano nella mente, come un contrappunto necessario. 

Perché è vero, si possono tracciare percorsi, mappe antiche che mostrano come gli uomini abbiano da sempre cercato di avvicinarsi al mistero che chiamano Dio, già... percorsi di meraviglia davanti al creato, di ascesi e lotta tra carne e spirito, cambiamento morale, rito comunitario, tutto... sì affascinante, storico, comprensibile...

Ma è proprio qui che la riflessione si fa tagliente, come d'altronde dovrebbe essere. Tutte queste strade, per quanto affascinanti, sono - di fatto - strade umane, tentativi, linguaggi, balbettii di creature finite che cercano l’infinito. Il punto irrinunciabile, il cardine su cui tutto deve girare, è che: nessuna di queste strade può mai portare a confondere la creatura con il "Creatore"!

Nessun uomo, per quanto santo, illuminato o carismatico, può essere elevato a quel livello. E mi fermo qui, su questo concetto netto: non esiste alcun essere animale, spirituale o di qualsiasi altra natura, che non sia venuto all’esistenza attraverso una nascita, sia essa naturale o aiutata dalla scienza. 

Tutto il resto, tutto quel castello di speculazioni, dogmi e narrazioni costruite ad arte per collocare un uomo particolare nella sfera del divino, è roba per chi ha deciso di abdicare al pensiero, per chi preferisce vedere il mondo attraverso le rassicuranti "fette di prosciutto sugli occhi".

Questo non è un attacco alla fede personale, sia chiaro. Credere o non credere è una scelta radicalmente intima, forse la più intima che ci sia. Ognuno può, deve, percorrere la strada che sente più consona alla propria sete di significato, che sia una strada o un dedalo di sentieri. 

Essere fedeli significa proprio questo: aderire con tutto sé stessi a ciò che si sente vero, a una religione, a un profeta, a un ideale che ci rappresenta. Anche pregare, del resto, non è un ripetere a pappagallo dottrine imparate, ma è porsi le domande scottanti, quelle che bruciano l’anima. È un dialogo, non un monologo ricevuto!

E allora cosa significa, oggi, inginocchiarsi? Cosa si pensa davvero quando ci si inchina, prosterna, piega verso una direzione oppure davanti a un crocifisso o mentre si fissa un altare? Si crede forse che quell’uomo o colui che oggi ne riveste i panni sulla terra, sia davvero Dio in persona sceso tra noi? Perché qui il salto è enorme, e farlo a cuor leggero è estremamente pericoloso. 

Credere non è un gesto scaramantico, non è un tic sociale. Non è pregare purificarsi, alzare le mani oppure farsi il segno della croce dopo un gol, come ho visto fare guardando la partita Verona-Bologna, quasi che da lassù ci sia un interesse per il calcio, o epr una squadra del cuore da tifare, già... perché ridurre la fede a questo è svuotarla di ogni senso, è trasformarla in una superstizione folkloristica.

Il vero nodo, allora, mentre si leggono queste antiche “quattro strade”, mi pare un altro. È il divario abissale tra la complessità, la profondità a volte vertiginosa di quelle ricerche spirituali, e la piatta, spesso ipocrita, staticità di un certo credere moderno. Da una parte padri del deserto, dispute teologiche che scavavano nell’essere, mistici che bruciavano di un fuoco interiore, dall’altra, oggi, troviamo un manuale da seguire, una dottrina da ripetere, corretta nei termini ma fredda, incapace di parlare al tumulto dei sentimenti, alle ansie, alle vere domande della gente.

La vita delle persone è immersa in un mondo che ha altri ritmi, altri linguaggi, altre sintesi. E il cuore della questione, forse, è proprio lì dove il testo originale lo accenna: nel cambiamento morale. Non un cambiamento fatto di divieti esteriori o di adesioni formali, ma una trasformazione interiore che nasce da una scelta autentica. Una vita sobria, attenta, grata. Questo potrebbe essere un faro, un modo per vivere nella modernità senza esserne semplicemente un calco, senza omologarsi al rumore di fondo.

Forse, alla fine, la speranza è proprio che si torni a questa sostanza nuda e cruda. Lasciando perdere le dispute organizzative, gli apparati, le legiferazioni infinite. Tornare alla domanda semplice e tremendamente complicata: in cosa credi davvero? E soprattutto, ricordando sempre che, tra il cielo e la terra, nessun uomo può mai essere posto sul trono dell’assoluto. Quel posto, se c’è, è vuoto, o è occupato da un mistero che nessuna strada umana potrà mai completamente racchiudere.

domenica 18 gennaio 2026

Trump, Putin, Xi Jinping, Kim Jong-un: se loro possono, perché noi no? E se anche noi cominciassimo a pensare di riprenderci ciò che era nostro?

Siamo in una nuova fase del colonialismo, e non è difficile accorgersene se si guarda con occhi svegli oltre il rumore delle notizie ordinarie...

Basti osservare: la Russia muove  le sue truppe verso l’Ucraina come se i confini fossero linee disegnate sulla sabbia da cancellare a piacimento; gli Stati Uniti manovrano nel Medio Oriente, in Iran, in Venezuela, e già si parla di nuovi interessi su Groenlandia e Cuba; la Cina stringe i denti guardando Taiwan, e chissà se un giorno la Corea del Nord deciderà che anche quella del Sud sia soltanto un’estensione della sua volontà. 

In questo scenario, dove ogni potenza sembra ritenersi autorizzata a riscrivere la geografia secondo i propri appetiti, viene spontaneo chiedersi – con una punta di amara ironia – perché mai noi italiani non dovremmo fare altrettanto? Se lo fanno Trump, Putin, Xi Jinping, Kim Jong-un, perché non noi? 

Dopotutto, basta sfogliare qualche pagina di storia meno consumata dal tempo per ricordare come, molte di quelle terre oggi indipendenti o facenti parte di altri Stati, erano - di fatto - un tempo legate al nostro destino nazionale, non per conquista improvvisata, ma per secoli di dominio politico, culturale ed economico.

Penso alla Svizzera italiana, un tempo cuore del Ducato di Milano, dove ancora oggi si parla la nostra lingua e si respira un’aria che sa ancora d'italiano. Oppure al Nizzardo, culla dei Savoia, terra che vide nascere Garibaldi e che fu strappata all’Italia con un colpo di penna, non certo con il consenso popolare. 

E la Corsica? Non fu forse Repubblica di Genova prima di diventare francese? E Nizza, già... la meravigliosa Nizza, che ci fu tolta quasi come un ripensamento geopolitico dopo averci dato tanto. Poi c’è la Dalmazia, con le sue città incastonate tra mare e montagna, un tempo fiore all’occhiello della Serenissima, dove le chiese portavano nomi italiani e le strade raccontavano storie veneziane. E persino Malta, piccola ma strategica, appartenne per secoli al Regno di Sicilia, con legami così profondi da lasciare impronte indelebili nella lingua, nell’architettura e nelle tradizioni.

Certo, tutto ciò suona oggi come un’assurdità, e lo so bene. È una provocazione, non un programma, ma proprio perché è una provocazione, merita di essere detta. Perché se continuiamo a fingere che il diritto internazionale sia una barriera invalicabile, mentre intorno a noi si costruiscono nuovi imperi con le macerie delle vecchie sovranità, rischiamo di restare fermi a guardare mentre altri decidono il futuro del mondo. E quel futuro, se non lo si contrasta con fermezza morale e non con ambizioni territoriali, rischia di diventare un teatro dove contano solo i più forti, e non le ragioni dei popoli.

Non sto dicendo che l’Italia debba invadere qualcuno. Sto dicendo che è ora di smettere di far finta che certe logiche non esistano. Se i grandi giocano a riscrivere la mappa del mondo, almeno che lo facciano sapendo che non tutti applaudiranno in silenzio. 

Qualcuno deve ricordare loro – con voce ferma, non con la forza, ma se serve anche con quella – che il mondo non è loro proprietà privata e che chiunque si illuda di poterlo ridisegnare a colpi di forza, prima o poi rischia di ritrovarsi solo, circondato da nemici che credeva sudditi, e da alleati che non hanno mai creduto davvero nelle sue promesse. 

La vera forza, oggi, non sta nel prendere terre, ma nel difendere principi. E forse, proprio partendo da una provocazione come questa, qualcuno - da lì in alto - inizierà finalmente a capirlo!

sabato 17 gennaio 2026

3I/ATLAS: uno sguardo costruttivo oltre il cielo...

Proprio perché passo le mie giornate a osservare le fondamenta di una costruzione, a seguire le linee incrociate di un livello laser, a confrontare con cura la tipologia dei materiali per garantire solidità e sicurezza alle strutture destinate a resistere al tempo e alle intemperie, mi ritrovo molte volte a sollevare lo sguardo verso il cielo... con uno spirito diverso, quasi come se quella vista fosse un’estensione naturale del mio stesso lavoro.

Costruire, si sa, richiede attenzione, controlli, sicurezza, qualità, ma anche la capacità di alzare lo sguardo oltre il muro che si sta erigendo, di chiedersi se quel muro ha davvero senso in un paesaggio più ampio. 

In Etiopia, da bambino, mio padre mi portava da un suo caro amico, uno scienziato che lavorava con un telescopio sul Monte Entoto, a quasi tremila metri d’altezza, ed io, incuriosito, passavo alcune notti lì ad osservare le stelle, i pianeti, e ricordo ancora una luna enorme, così vicina da sembrare a portata di mano.

Da allora, quando qualcosa nel cielo si muove in modo strano non posso fare a meno di reagire, già, come un tecnico abituato a notare ciò che non convince: una crepa, un disallineamento, un elemento fuori posto, un pericolo, qualcosa, insomma, che rompe con l’ordine previsto. E io, che ho imparato con l'esperienza a diffidare delle apparenze regolari, soprattutto quando nascondono qualcosa di celato, non posso far finta di nulla, ancor meno ignorare quella senzazione...

Non si tratta di qualcosa di straordinario: è analisi. Già... proprio perché conosco il peso di una fornitura, la precisione di un tracciato, il senso di un progetto, quell'alzare lo sguardo in maniera costruttiva, non per sognare, ma per chiedermi se, anche lassù, qualcuno (o qualcosa) abbia lasciato un segno, sì... forse fatto apposta per essere visto.

Non è la prima volta che mi trovo a pensare a storie così, storie che sembrano arrivate da un altro tempo, chissà... da un altro mondo. Del resto, non ho mai creduto che fossimo soli nell’universo, né tanto meno che un ipotetico Dio avesse scelto proprio noi e ci avesse reso a sua immagine e somiglianza: un’idea troppo comoda, soprattutto troppo umana!

Allora sorridevo tra me, e oggi, ripensandoci, mi dico che argomenti del genere non appartengono alle mie pagine, dove di solito scorrono parole terrene, comuni, ahimè che legano con l'illegalità e il malaffare, come corruzione, permessi negati, appalti truccati, ponti che crollano sotto il peso della negligenza e fascicoli sepolti dentro una scrivania polverosa. Nel parlare quindi ora su questi nuovi argomenti mi sembra di perdermi, sì… di distrarmi con argomenti futili, leggeri e aggiungo "inconsistenti".

Eppure – anche ora dentro questo silenzio tra le stelle, sento affiorare una domanda: e se, stavolta, fosse diverso? Se finalmente potessimo avere quel contatto?

Ed eccoci allora qui, di nuovo, sì... perché 3I/ATLAS non è solo un visitatore interstellare, è un’ombra che si muove in modo strano, un ospite che non rispetta le regole. I suoi predecessori avevano anch'essi lasciato una traccia, un lieve disordine nel sistema, ma questo va oltre: quei dettagli, minuscoli come crepe nei muri di un edificio ben progettato, ti restano dentro, non ti lasciano dormire. E se li osservi con attenzione, sembrano troppo precisi per essere casuali, come se qualcuno avesse voluto segnare un punto, indicare una direzione.

Mi sembra di essere ritornato in Germania, precisamente a Jena, quando la mia D.L. mi dava appuntamento in cantiere prima dell’alba, e nel mezzo di quella notte, venivano controllate eventuali fessurazioni e imperfezioni tra le murature. Eppure il cantiere è un luogo dove si lavora e dove a volte si sbaglia, dove si deve tornare indietro. Ed è proprio per questo che 3I/ATLAS – che sia un frammento di ghiaccio errante o qualcosa di meno semplice da catalogare – mi ha ricordato una verità che spesso dimentichiamo: non sappiamo quasi nulla, non solo di questo universo, né di ciò che potrebbe esistere accanto a esso. Universi paralleli, leggi fisiche diverse, mondi nascosti dietro l’inflazione cosmica o le pieghe della teoria delle stringhe, ipotesi che non sono fantasia, ma tentativi onesti di dare forma a ciò che sfugge.

Eppure, la vera distrazione non è credere troppo, è smettere di guardare. È voltarsi dall’altra parte prima di aver controllato l’allineamento, prima di aver misurato la profondità della fessura. È dire “è normale” mentre qualcosa, laggiù nel buio, brilla in un modo che nessun manuale prevede.

Forse non dobbiamo trovare risposte, non subito. Ma almeno imparare a riconoscere quando un fenomeno non si limita a passare, quando invece lascia un segno preciso, come un segnale inciso nel calcestruzzo da qualcuno che sapeva sarebbe stato controllato. Non serve gridarlo ai quattro venti. Basta annotarlo, tenerlo a mente, come si fa con una fessura sottile che nessun altro ha notato. 

Perché a volte, guardare davvero significa semplicemente non voltarsi dall’altra parte e aspettare che il tempo confermi se era un difetto del materiale, un messaggio lasciato apposta...

venerdì 16 gennaio 2026

Il Papa, la Sindone 3D e l'ombra di un falso medievale: quando la tecnologia interroga (e forse smaschera) la fede.

Il nuovo Papa, Leone XIV, ha sperimentato per la prima volta la lettura digitale della Sindone, un’iniziativa che fa parte del progetto “Avvolti” della diocesi di Torino. 

Mi soffermo su questa notizia, perché desidero che si intrecci con altre riflessioni che in questo momento, mi stanno passando per la mente...

Ho letto che si tratta di un’esperienza globale, accessibile a tutti attraverso uno schermo, che permette di zoomare sui dettagli più significativi del telo, di osservarli con una definizione inedita, di leggerli - in un qualche modo - attraverso le lenti dei brani evangelici. 

Certo, parliamo di una pastorale digitale che guarda in prospettiva, precisamente al Giubileo del 2033, con la speranza di poter accogliere un giorno il Pontefice di persona davanti alla reliquia.

E qui - perdonatemi - ma il mio pensiero, inevitabilmente, devia, sì... perché mentre si perfezionano questi nuovi strumenti di venerazione digitale, capaci di avvolgere il fedele in un’esperienza totalizzante, altri studi per indagare - utilizzando sempre la tecnologia - sono giunti ad una una direzione opposta. 

Mi riferisco alle analisi di simulazione 3D, come quelle condotte da Cicero Moraes, che avanzano un’ipotesi spiazzante: l’immagine sulla Sindone potrebbe essere stata creata drappeggiando il lino su una scultura, un bassorilievo medievale, e non sul corpo di un uomo.

Del resto, è un'idea che si può intuire anche sperimentando in prima persona. Provate a casa: prendete un lenzuolo, fate sdraiare un amico/a a terra, inumidite leggermente il suo corpo e quindi adagiate quel telo sulla persona sdraiata. Noterete che l'immagine che si ottiene è radicalmente diversa da quella del telo di Torino. Un corpo ha un volume consistente (lo spessore toracico, per esempio, è mediamente di 30-40 cm) e un telo aderente lo seguirebbe nei suoi volumi, creando distorsioni ottiche. L'immagine della Sindone, invece, è stranamente piatta, priva delle deformazioni che ci aspetteremmo: già... con il nostro esperimento vedremmo un viso "a palloncino" e un corpo deformato dalle forme dilatate, quasi boteriane, a differenza della figura proporzionata e frontale della Sindone: ecco quindi svelato il motivo dell'opera creata attraverso un bassorilievo!      

Ma non è la sola teoria che stride profondamente, anche l’origine biologica sostenuta da altre ricerche, sembra evidenziare il falso in modo quasi provocatorio, come i risultati degli studi sulla datazione al carbonio degli anni Ottanta, già... quelle analisi che collocavano la creazione del telo in un arco temporale ben preciso, il Medioevo, tra il 1260 e il 1390!

Mi chiedo, allora, quale sia il vero fine di tanta perfezione tecnologica applicata al cosiddetto "Sacro Lino". Se sia uno strumento per avvicinarsi a un mistero, o piuttosto un mezzo per monumentalizzare un’icona, elevandola a oggetto di venerazione indiscussa.

La Chiesa, lo sappiamo, distingue tra venerazione e certezza di fede, ma è innegabile come un’icona così potente sia anche, inevitabilmente, un potentissimo motore di devozione e di comunità. E, in un certo senso, di risorse: Fare cassa, si potrebbe dire in modo crudo, ma forse è più preciso pensare a un investimento su un simbolo che cementa e attrae.

È un paradosso affascinante: la stessa tecnologia che oggi permette al Papa di “toccare” digitalmente la Sindone, è quella che altri usano per sostenere che essa potrebbe essere un manufatto medievale di straordinaria abilità artistica. Da un lato, si sperimentano visualizzazioni 3d per rendere l’immagine più viva e accessibile ai fedeli, dall’altro, sempre la modellazione 3d suggerisce che quella stessa immagine potrebbe non essere affatto un’impronta biologica.

Torino e il Vaticano intanto coltivano il desiderio di una visita apostolica, mentre il Piemonte si distingue ancora per i suoi volontari di Protezione Civile, ricevuti in udienza. È il ciclo perpetuo della fede e delle sue rappresentazioni: da un lato il servizio silenzioso e concreto, dall’altro la cura di un simbolo immenso, sospeso tra storia, scienza e devozione, che continua a interrogare e a dividere, proprio mentre si sforza di unire.

Il mio personale 'miracolo' sulla Sindone, però, l'ho visto e fotografato con altri occhi. Non quelli della scienza o della fede istituzionale, ma quelli di una ricerca intima. Eccolo: non è l'immagine tradizionale, ma una sovrapposizione, una trasparenza, una Sindone che diventa finestra e lascia intravedere il simbolo puro e aperto dell'uomo sul legno.

Forse il miracolo che ho visto è proprio questo: non nella tela, ma nel suo essere velo. E oltre il velo, in ciò che esso continuamente ispira e rivela. In quella sua infinita capacità di essere specchio per chi la guarda, icona eterna dalle braccia aperte per tutti i popoli. Un'immagine che, in definitiva, non chiude il dibattito, ma lo trascende...

giovedì 15 gennaio 2026

"Il Grande Fratello"? Solo per raccomandati? Vedasi che novità: io l'avevo scritto nel 2017!

Come un pensiero che ritorna ostinato, le notizie che circolano ora sul "Grande Fratello" mi riportano indietro di anni, in un "déjà vu" quasi disarmante.

La cronaca attuale, tra scandali, annullamenti di casting e improbabili "rumors" di conduzione, sembra riavvolgere il nastro e riproporre, con volti leggermente diversi, le stesse dinamiche di cui discutevo già nel 2017: il sospetto di favoritismi, la sensazione di una regia troppo presente, la poca trasparenza dietro al semplice gioco di un tele-voto. 

Oggi dicono che per il prossimo GF Vip i casting siano stati azzerati e rifatti da capo dopo forti pressioni esterne, e che alcuni nomi già annunciati abbiano fatto marcia indietro. Allora, nella puntata finale del 2017, il sistema di voto rifiutava in modo selettivo le preferenze di mia figlia per la favorita, già in un parallelismo oggi, che è quasi grottesco.

La verità, temo, è che il tempo scorre ma certi meccanismi restano immutabili. Sì... nel 2017 mi chiedevo, ironicamente, chi fossero davvero quei "VIP" (Very Important Person). Oggi i nomi che circolano per il cast del 2026 sono figli e fratelli di famosi già visti in passato, ex tronisti, figure note soprattutto per i propri legami sentimentali o per la partecipazione ad altri programmi dello stesso circuito. 

Si parla di Alba Parietti, di Loredana Lecciso e della figlia Jasmine, di Walter Zenga, di volti provenienti dal mondo di Uomini e Donne. Un giro che sembra piuttosto chiuso, un circolo dove l'accesso è regolato più da conoscenze e dall'essere già "nel giro", che da una reale notorietà o un merito indiscutibile. Una promozione televisiva, insomma, che funziona per affinità e raccomandazione.

Anche lo scandalo di oggi, con le inchieste e le accuse che hanno portato all'esclusione del conduttore storico Alfonso Signorini e al conseguente caos organizzativo, non fa altro che confermare l'impressione di un ambiente opaco. È la stessa produzione, la stessa macchina dello spettacolo che, per proteggere se stessa o per dirigere il gioco, finisce per diventare la vera protagonista, oscurando i concorrenti. Ieri si manipolava un voto, oggi si cancella un intero cast già approvato. La sostanza non cambia: il pubblico è spettatore di una partita le cui regole possono essere riscritte in corsa, fuori dal suo controllo.

Eppure, nonostante tutto questo, il format sopravvive e si ripresenta. Mediaset punta forte su di esso per la prossima stagione, tanto da valutare di renderlo l'unico reality in palinsesto o di lanciare una maratona lunghissima. È la dimostrazione più chiara di come il sistema, per quanto criticabile, funzioni. 

Garantisce ascolti, genera conversazione, distrae. Offre pane e circo in una formula che, seppur logora, è ancora redditizia. La mia riflessione di nove anni fa sulla televisione che preferisce distrarci piuttosto che informarci sui problemi reali del paese, purtroppo, non ha perso un grammo della sua attualità.

Il sospetto che allora era un lampo nella mente di un padre che guardava sua figlia frustrata davanti a uno schermo, oggi è diventato cronaca. Le denunce sono diventate pubbliche, le voci sono esplicite. Ma la cosa più amara è rendersi conto che, in fondo, non è una novità, è un copione già scritto, che si ripete. 

Io l'avevo anticipato nel 2017 - https://nicola-costanzo.blogspot.com/2017/12/il-grande-fratello-raccomandato.html - osservando con occhio disincantato un gioco che, dietro la facciata del divertimento, rivela molto del paese in cui viviamo. Un paese dove troppo spesso, in troppi ambiti, non vince il migliore, ma il meglio inserito. 

E il "Grande Fratello", in questo, non è che uno specchio, magari distorto, ma terribilmente fedele...



mercoledì 14 gennaio 2026

Fabrizio Corona: Ma questa è buona... dice di esser "notizia"!

Esiste una miseria che non ha il colore del denaro né il profumo del lusso. È la povertà dell’animo che ho scorto in quella serie, proposta come un semplice accompagnamento serale e rivelatasi, invece, lo specchio di un vuoto più grande. Uno specchio tenuto saldamente in mano dall’unico uomo che osa definirsi, senza esitazione, “notizia”! 

È da qui che parte tutto: da questa dichiarazione che non è un’affermazione di fatto, ma l’atto fondativo di un personaggio. Un personaggio che ha costruito la propria esistenza pubblica sull’assunto pericoloso che essere raccontati equivalga ad esistere, che essere discussi significhi avere un valore.

E così, ciò che la serie mostra con regia impeccabile non è la storia di un uomo, ma il meticoloso processo della sua "auto-assoluzione". Una mea culpa monumentale e calcolato, dove ogni azione riprovevole, ogni confine valicato, viene trasformato in sintomo. Diventa il segno di una lotta interiore, di una compulsione quasi patologica, di un contesto corrotto che giustifica tutto.

La responsabilità personale evapora, sostituita da una narrativa comoda e vendibile: quella della vittima del sistema, del genio incompreso, dell’uomo in guerra coi propri demoni. In questa operazione di prestigio, i compromessi reali - quelli accettati, subiti, forse ricambiati - svaniscono nella nebbia. Anche le ombre ingombranti che hanno popolato quel mondo, come un noto agente di modelle finito lui stesso nel mirino della giustizia, diventano semplici comparse in uno spettacolo che ha un solo, unico protagonista.

Il meccanismo, in verità, è quello antico del nostro paese. È il rito del "ludibrio pubblico", dove l’idolo di ieri viene sacrificato sull’altare del gossip di oggi, solo per poter essere, domani, magari, riabilitato. Si tratta di rimanere in auge a tutti i costi, di alimentare la macchina dello spettacolo che si nutre di sé stessa. Perché è questo che piace: spettegolare, giudicare, mettere in berlina! 

La meschinità è umana, certo.. ma la miseria che ho visto non è quella dei soldi o delle auto, è la miseria di un’esistenza che ha fatto della propria caduta un prodotto di consumo, di una vita che ha scelto di essere notizia piuttosto che essere uomo, è la trasformazione della propria vergogna in contenuto, dal controllo dei tabloid al dominio diretto dei social, dove ogni polemica è visibilità e ogni accusa è traffico!

Eppure, in questo deserto etico, la serie lascia intravedere un’oasi di dignità: il ricordo del padre, il giornalista. Un uomo di altri tempi, per il quale la coscienza professionale valeva più di qualsiasi compenso. Quell’eredità ingombrante e irraggiungibile diventa la chiave per comprendere la ribellione estrema: rifiutare tutto ciò che il padre rappresentava, cercando valore in ciò che lui disprezzava. Se il padre cercava la verità, il figlio ha costruito un impero sulla verità altrui, mercificata. Qui sta il cuore della tragedia, nascosto dietro i riflettori.

Scrivo queste cose perché, nella loro attuale banalità, raccontano di noi. Di una società che confonde la notorietà con il merito, l’immagine con la sostanza. Io, in quel modello, non mi ci sono mai riconosciuto. Né quando da ragazzo le “avance” si presentavano sotto forma di opportunità ambigue, né oggi. Che fosse un regista “troppo” interessato a Roma, la gestione di locali notturni piena di compromessi, o la richiesta surreale di un miliardario a Montecarlo, la risposta è sempre stata racchiusa in un “no” secco. È lì, in quel rifiuto, che si cela la dignità di una persona. Tutto il resto è spettacolo. È rumore di fondo per chi, nella vita, è condannato a brillare solo di luce riflessa, aggrappandosi alla scia di qualcun altro, incapace di accendere una propria fiamma.

Alla fine, la serie ci consegna l’immagine di un uomo che ha attraversato la storia recente come un "Forrest Gump" della cronaca nera, incontrando il potere, lo scandalo, la galera. Ma mentre l’innocente Forrest era mosso dal caso, qui ogni passo è una mossa calcolata. 

L’ultima? Sussurrare l’idea di un partito politico. È l’evoluzione finale: da oggetto del discorso a suo artefice, da imputato a potenziale giudice. Il cerchio della notizia-spettacolo si chiude, trasformando la vita in una campagna elettorale permanente. 

Ed ecco la verità più amara: in un mondo che si proclama iperconnesso e informato, l’uomo che si è autoeletto “notizia” dimostra che, forse, essere notizia è l’unico modo per essere ricordati. Ma a quale prezzo? Quello di svendere l’anima, trasformandola in un copione da recitare in loop? Questo non è potere, questa è la più desolante delle prigioni...

Nota dell’autore: Questo post è una riflessione sul personaggio pubblico e sul meccanismo mediatico che lo rappresenta. Voglio però ricordare che, nella persona privata, ho sempre ritenuto che Fabrizio Corona abbia pagato un prezzo sproporzionato e ingiusto per i suoi reati, soprattutto quando confrontato con pene ben più lievi inflitte per crimini gravissimi. In molti, nei suoi momenti più bui e isolati, gli hanno voltato le spalle. Io non l’ho fatto. Ho sempre difeso il principio di una giustizia uguale per tutti, denunciando quella che mi è sempre parsa una condanna esemplare e strumentale, forse dettata dalla paura di ciò che sapeva o poteva rivelare. Ne sono testimonianza decine di post sul mio blog, scritti nel corso degli anni, a partire dal 2010.

martedì 13 gennaio 2026

Conto alla rovescia per la Sicilia: l’isola è sparita, insieme all’85% dei fondi “per il ponte” - destinati al Centro-Nord.

La foto che accompagna questo post mostra una vecchia carta geografica d’Italia, ma la Sicilia non c’è! 

Al suo posto, il vuoto... intorno, monete sparse: qualcuna sparsa qua e là, la maggior parte ammassata al Centro e al Nord, come se il Sud fosse solo un’eco lontana, un dettaglio dimenticato in un conto che non gli appartiene.

È un’immagine simbolica, certo, eppure tragicamente reale. Perché è esattamente ciò che sta accadendo oggi, sotto i nostri occhi, mentre si consuma l’ultimo atto della farsa del ponte sullo Stretto.

Siamo alle solite: quel silenzio omertoso che vorrebbe nascondere ciò che già sta accadendo.

La CGIL Sicilia, l’unica tra i tre grandi sindacati a parlare, ha lanciato l’allarme: di quei 3,5 miliardi rimodulati, ben l’ottantacinque per cento finirà nelle tasche di aziende del Nord.

Cosa dire? L’ennesimo scippo, in continuità con quella linea storica inaugurata ai tempi di Garibaldi e dei suoi amici Savoia, una prassi ormai consolidata, da cui non si torna mai indietro. In questo teatrino assurdo, però, ciò che sconcerta più dell’inganno stesso è il silenzio complice che arriva dal Palazzo della Regione. Dov’è la sua voce? Quella che dovrebbe indignarsi, reclamare ciò che appartiene alla Sicilia? Ancora una volta ci chiediamo se accetteranno supini le decisioni del governo di Roma e della sua segretaria di partito.

La vicenda ha il sapore amaro di una beffa già scritta. Prima lo scippo delle risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, dirottate sul ponte in un silenzio iniziale imbarazzante. Poi, nonostante moniti autorevoli - come quello della Corte dei Conti, che ne aveva messo in dubbio persino la realizzabilità - era rimasta una flebile speranza: che quei soldi potessero tornare a essere investiti qui, per opere davvero prioritarie.

Invece no. Arriva la nuova burla: la cosiddetta “rimodulazione”, che non è altro che un trasferimento mascherato. Il governo aggira gli ostacoli, svuota il progetto della sua stessa pretesa utilità per il Sud, e quei miliardi prendono la strada del Nord. È paradossale, come ricordano Mannino e Lucchesi: si tolgono soldi proprio a chi, a parole, si vorrebbe favorire. A questa macchina della propaganda, cosa resterà ancora da inventare?

Ma il nodo vero, quello che stringe la gola, resta l’immobilità di chi dovrebbe difendere questa terra per primo. Quel silenzio complice trasforma un danno economico in una ferita più profonda: una ferita di dignità. Ci si augura, fino all’ultimo, un cambio di atteggiamento, perché la Sicilia non merita questo disinteresse, né il disprezzo strisciante che arriva dal governo nazionale. E forse non merita nemmeno la rassegnazione di chi la rappresenta.

Mentre rielaboro queste amare considerazioni, mi tornano in mente gli echi dei commenti che hanno accompagnato la notizia - a volte brutali, sempre sinceri. C’è chi punta il dito contro i “compagniucci della parrocchietta”, notando che solo Confindustria, alzando la voce, è stata ascoltata. C’è chi evoca con rabbia l’esempio dei francesi, pronti a bloccare tutto, convinto che sia finalmente tempo di alzarsi dalla sedia. C’è la disperazione di chi si sente preso in giro da decenni, la lucida amarezza di chi vede nel ponte solo un pretesto: “il passaggio delle risorse dal Sud al Nord”. E c’è chi, con sguardo storico, richiama la Cassa per il Mezzogiorno, i suoi fallimenti, e l’amaro paradosso di un divario che, dopo qualche timido miglioramento, oggi sembra ridislocarsi con forza ancora più iniqua.

È un coro di voci che mescola sarcasmo, indignazione e un profondo senso di abbandono. Parlano di governatori “incollati alle poltrone”, di una classe politica regionale complice, di un’ignoranza diffusa che rende possibile tutto questo. E tra un commento sull’ipocrisia e uno sulla necessità di recuperare orgoglio, emerge nitida una domanda: se fossimo diversi, se avessimo quella fierezza collettiva che altri popoli mostrano con naturalezza, forse le cose non accadrebbero così.

Invece, sembra dire quel coro, ci accontentiamo delle briciole, assistiamo allo scippo e, in troppi, restiamo in silenzio. Proprio come quel silenzio - istituzionale e assordante - che è al centro di tutta questa vergognosa vicenda.

lunedì 12 gennaio 2026

Gli USA al bivio: tra debito, potenza militare e corsa disperata alle risorse altrui.

Si è sempre ripetuto che i conti dello Stato non sono come quelli di una famiglia, come se la finanza pubblica vivesse in un’altra dimensione, immune dalle leggi del buon senso... 

Eppure, guardando oggi la deriva finanziaria degli Stati Uniti, viene da chiedersi se non si sia trattato per decenni di un’illusione collettiva. 

Il debito federale ha superato i trentottomila miliardi di dollari, e gli interessi che lo accompagnano divorano ogni anno somme talmente astronomiche da sembrare inventate. Non è più un fardello trasportabile, è un macigno piantato al centro della strada, impossibile da aggirare.

Quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, sapeva bene di non trovare un’azienda in difficoltà, ma un gigante con le ossa rotte e il respiro affannoso. Abituato a leggere bilanci come fossero mappe di battaglia, ha riconosciuto subito l’odore acre del fallimento imminente. I vecchi meccanismi – stampare moneta, accumulare debito, rimandare il conto ai posteri – non funzionavano più. Erano arrivati al capolinea, e quel capolinea era già alle spalle.

Così, ha dovuto abbandonare i toni trionfali del “Salvatore del mondo” per indossare i panni logori del sopravvissuto. La prima mossa è stata brutale, ma necessaria: fare cassa. I dazi imposti qua e là non erano solo strumenti di pressione geopolitica, ma tentativi disperati di riempire un tesoro vuoto. È vero, ricadono sui consumatori americani, rischiano di "soffocare" le ultime industrie rimaste in vita, ma quando sei all’angolo non ti puoi permettere il lusso della delicatezza. La sopravvivenza non ammette cerimonie.

Parallelamente, ha accelerato una strategia militare che non nasconde più le sue ambizioni territoriali. Le basi permanenti annunciate in Groenlandiapresentate come garanzia di sicurezza artica – servono anzitutto a controllare rotte strategiche e giacimenti di terre rare indispensabili per la tecnologia del futuro. In Venezuela, il sostegno aperto a governi alternativi e le manovre congiunte con gruppi paramilitari non mirano solo al cambio di regime, ma al controllo diretto delle riserve petrolifere più vaste del pianeta. E in Medio Oriente, la presenza militare non si riduce: si riorganizza. Si passa da occupazioni costose a punti di forza rapidi, mobili, letali: avamposti capaci di colpire e ritirarsi, senza dover pagare il prezzo di una guerra prolungata, ma assicurando comunque il dominio sulle fonti energetiche.

Il ritiro dall’Afghanistan e da altri teatri non è stato un gesto di pace, ma un calcolo contabile. Non ci sono più soldi per fare il gendarme del mondo a proprie spese. Ora, chi vuole protezione, tecnologia, missili, deve pagare. È una logica spietata, quella del commerciante che trasforma ogni rapporto in una transazione. Gli alleati di ieri diventano clienti di oggi, e i clienti, se non pagano, rischiano di diventare bersagli. Lo stesso piano per militarizzare lo spazio – con la Space Force espansa e nuovi satelliti d’attacco – non è fantascienza, ma un investimento mirato a garantire supremazia anche dove nessuno ancora paga affitto.

Perché è proprio di questo che si tratta, basti osservare la frenesia con cui si agita su Venezuela, Groenlandia, Iran, Medioriente, Nigeria e persino sull’Artico. Non è strategia nel senso classico del termine, è disperazione armata. È il gesto di chi, senza un centesimo in tasca, sceglie tra chiedere l’elemosina o rubare con la pistola in mano. Il petrolio venezuelano, i minerali groenlandesi, il greggio mediorientale non servono più a costruire egemonia ideologica, ma a essere convertiti in fretta in liquidità. Serve denaro, subito, per pagare gli interessi, per guadagnare un altro giorno, un’altra settimana, un altro mese prima che tutto crolli.

È una corsa contro il tempo, e Trump lo sa bene. Un default sotto la sua amministrazione sarebbe una catastrofe storica, ma le vere soluzioni – una riconversione industriale seria, un distacco netto tra economia reale e finanza speculativa, un ritorno alla produzione concreta – richiederebbero anni di stabilità che non ci sono più. Così, si procede a toppe, si razziando risorse, si spremono amici e nemici, nella speranza che l’esplosione avvenga dopo il proprio turno di guardia.

È la fine dell’ambizione di grandezza. Non più il sogno di un’America guida morale e politica del mondo, ma l’incubo di un’impresa fallita che svende i mobili dell’ufficio per pagare gli ultimi stipendi. E quando quel castello di carte finalmente crollerà, non sarà una semplice crisi finanziaria, sarà la bancarotta definitiva di un intero sistema, di un modo di intendere la potenza fondato non sul valore reale, ma sul debito infinito, non sulla produzione, ma sulla speculazione, e ora, sempre più, sulla minaccia militare come strumento di riscossione.

Sarà il crac di un’epoca, e le sue schegge, acuminate e roventi, voleranno ovunque, ferendo senza distinzione chi ha costruito quel gioco e chi, suo malgrado – come noi – ci è rimasto intrappolato dentro.

domenica 11 gennaio 2026

IRAN: Quando la rivoluzione si accende con una fiamma!

Quella donna, i capelli al vento, che accende una sigaretta con la fiamma che consuma la foto dell'ayatollah Khamenei, è il manifesto di questa nuova fase. 

È un gesto di una potenza disarmante, che brucia contemporaneamente i due pilastri del regime: l'autorità politica e religiosa del leader supremo e le regole patriarcali che controllano i corpi delle donne, simboleggiate dal divieto sociale del fumo femminile e dall'hijab obbligatorio. 

Questo non è più solo lo scontento per il carovita o una protesta di piazza. È una sfida esistenziale, personale, replicabile all'infinito. 

Dopo che le grandi manifestazioni sono state represse nel sangue, la resistenza iraniana non si è spenta. Si è evoluta, è diventata molecolare, simbolica, e per questo forse più pericolosa per chi vuole imporre il silenzio.

Eppure, dietro a questa immagine virale c'è il peso spaventoso della storia recente. Bruciare l'effigie del leader in Iran non è una bravata. È un reato gravissimo, per cui si può morire. Lo sappiamo perché pochi mesi fa, nel novembre 2025, un giovane di nome Omid Sarlak fece un gesto simile. Poche ore dopo, il suo corpo fu ritrovato in auto, ucciso da un colpo alla testa. 

Queste donne che oggi accendono la sigaretta con quel fuoco conoscono perfettamente il rischio. E lo scelgono ugualmente. Il loro gesto è l'ultimo anello di una catena di disobbedienza iniziata con Mahsa Amini: togliere il velo nelle università, cantare slogan nelle scuole, fino ad atti estremi di protesta. È il "passo ulteriore" dopo aver tagliato i capelli e bruciato l'hijab. È la risposta definitiva a quarantasei anni di oppressione codificata in un'azione semplice e infinitamente replicabile.

Mentre questa fiamma personale si diffonde, le grandi narrazioni geopolitiche continuano a rimbombare. Trump twitta il suo sostegno, Khamenei evoca sabotatori e cospirazioni straniere, si parla di piani per un cambio di regime. Ma quell'immagine ci dice che la vera rivoluzione, quella che può avere un futuro, non segue i copioni scritti a Washington...

Sta nella calma determinazione di quella donna, nella sua scelta di usare il fuoco dell'autoritarismo per accendere un simbolo di autonomia. Il regime, spaventato da una sfida che non può controllare con le pallottole, reagisce con una repressione ancor più feroce, definendo i manifestanti "nemici di Dio" e minacciando la pena di morte, mentre i raid negli ospedali per sequestrare i feriti diventano una pratica raccontata dai pochi testimoni che riescono a far filtrare la voce.

Perché come avevo scritto alcuni mesi fa: il cambiamento, quello vero, viene da dentro. E dopo quarantasei anni, finalmente, quel "dentro" ha trovato il coraggio di mostrarsi a viso scoperto e di dare fuoco alle proprie prigioni. È un popolo intero che non chiede più il permesso di esistere. Il sostegno internazionale, se vorrà essere utile, dovrà capire questo: non si tratta di dirigere o di armare una ribellione.

Si tratta di ascoltare il grido di quelle donne, di non distogliere lo sguardo di fronte alla loro repressione, e di lavorare per un obiettivo concreto: creare le condizioni affinché tutti coloro che, per mezzo secolo, hanno ordinato e compiuto le violenze che ben conosciamo, possano un giorno risponderne di fronte alla giustizia. Questo sì, sarebbe un aiuto reale. Tutto il resto, ogni dichiarazione strumentale o calcolo di potenza, è solo rumore che rischia di offuscare il suono puro e rivoluzionario di una libertà che, finalmente, si è accesa da sola.

sabato 10 gennaio 2026

Il silenzio di Pechino e di Mosca: cosa si nasconde dietro l'operazione su Caracas?

Ciò che è accaduto a Caracas la scorsa settimana – il prelievo di Nicolás Maduro da parte di un commando statunitense – non va letto soltanto come l’ennesima prova di forza di un ex presidente americano tornato sulla scena con toni da campagna elettorale. Certo, c’è anche questo. Ma ciò che mi inquieta davvero è un silenzio più profondo, più eloquente: quello di Pechino, e in misura minore di Mosca.

Poche ore prima dell’operazione, Maduro aveva ricevuto l’inviato speciale cinese in un incontro solenne, quasi rituale, volto a ribadire la solidità del partenariato strategico tra i due paesi. Poi, all’improvviso, il vuoto. Nessuna reazione ufficiale degna di questo nome, solo formule evasive, imbarazzate. È difficile non pensare a un errore di calcolo colossale da parte del governo cinese, o forse a un tradimento interno così ben orchestrato da aver lasciato tutti spiazzati, compresi quelli che fino al giorno prima si credevano al sicuro dietro protocolli blindati e promesse sigillate.

Questo silenzio mi dice che la vera posta in gioco non è più soltanto il petrolio, né lo scontro classico per l’influenza geopolitica. La partita si è spostata altrove, su uno strato invisibile ma decisivo: quello digitale. Negli ultimi anni, la Cina non ha più limitato la sua presenza in America Latina alla vendita di smartphone o infrastrutture fisiche.

Attraverso colossi come Huawei, ha costruito l’impalcatura tecnologica su cui oggi poggiano intere economie: data center per la pubblica amministrazione, piattaforme cloud per le banche, reti di videosorveglianza integrate con l’industria e con la sicurezza nazionale. In Venezuela, queste architetture digitali sono diventate il sistema nervoso di uno Stato già fragile, ormai quasi del tutto dipendente dalla tecnologia cinese, al punto che sulle mappe occidentali il paese appare come un’isola grigia, fuori controllo, ma perfettamente connessa a server lontani migliaia di chilometri.

È qui, credo, che vada cercato il vero obiettivo del blitz americano. Non tanto catturare un narcotrafficante – ruolo che a Maduro è stato attribuito con comoda retroattività – quanto disinnescare un’infrastruttura critica che sfugge al controllo dell’emisfero occidentale. Washington non può permettersi che i meccanismi vitali di un continente che considera suo cortile di casa funzionino su hardware e software forniti da un rivale strategico.

Il Venezuela, in questo senso, è il caso test più estremo: se dovesse trasformarsi in un protettorato de facto, la prima “ricostruzione” non riguarderebbe le strade o gli ospedali, ma proprio quel sistema nervoso digitale. E la vera vittima strategica di questa operazione potrebbe non essere un uomo, ma un’azienda – Huawei – e con essa l’intera ambizione cinese di plasmare il futuro tecnologico del Sud globale.

Mi torna in mente, a questo proposito, un dettaglio spesso trascurato: Maduro non è Chávez. Non proviene dai ranghi militari, ma dal sindacalismo. Questa differenza, apparentemente marginale, potrebbe averlo reso agli occhi dei vertici delle forze armate venezuelane un leader sacrificabile, soprattutto se messo di fronte a pressioni insostenibili o a promesse di salvezza personale.

L’ipotesi di un tradimento interno, di una cerchia infiltrata da elementi conniventi con i servizi americani, non è affatto peregrina. Se ci fosse stato un accordo globale tra potenze – una sorta di “nuova Yalta” tacita – Pechino non avrebbe certo investito tempo e prestigio in un incontro simbolico il giorno prima del rapimento. E Mosca, probabilmente, avrebbe già risolto la questione ucraina in modo diverso. La realtà è più competitiva, più sporca, e segue senza pudore quella strategia di sicurezza nazionale americana che dichiara apertamente il diritto di controllare l’intero emisfero occidentale e di pattugliare le rotte commerciali vitali dall’Estremo Oriente al Golfo Persico.

Ora, per il Venezuela, si aprono scenari incerti, tutti appesi alla reazione dei militari. Si va da una transizione forzata verso un governo filoamericano, a una frammentazione libica con milizie in lotta per il controllo delle risorse, fino a una parcellizzazione silenziosa dello Stato in zone d’influenza. L’obiettivo ultimo, però, non sembra essere l’appropriazione diretta del petrolio, bensì impedire che quelle risorse – e soprattutto l’infrastruttura digitale che le governa – finiscano stabilmente in mani nemiche. In questo quadro, il ruolo di attori come Israele, da tempo interessato al greggio venezuelano per la propria sicurezza energetica, e delle lobby che lo rappresentano, diventa un fattore non secondario, intrecciandosi con una Dottrina Monroe rinnovata e più aggressiva, capace di agire anche senza dichiarazioni ufficiali.

Guardando al contesto globale, l’episodio di Caracas non è isolato. Mi sembra piuttosto un nuovo fronte di quella “guerra mondiale a pezzi” di cui da tempo parlo – un conflitto che non ha bisogno di dichiarazioni formali per esistere. Una nuova aggressione all’Iran è nell’aria, non come gesto di distensione verso Mosca, ma come tentativo di aprirle un secondo fronte, indebolendo così anche Pechino, privata di un alleato strategico. Del resto, i cosiddetti “piani di pace” per l’Ucraina – quelli che il nostro governo celebrava come trionfi diplomatici in tempi non sospetti – puzzano sempre più di trappola, configurandosi come strumenti per istituzionalizzare una presenza americana permanente in Europa orientale.

Quello che è successo a Caracas, dunque, è un precedente inquietante che va ben oltre il destino di un singolo leader. Ha cambiato la percezione del rischio per tutti. Non siamo più di fronte a una semplice guerra commerciale o a sanzioni mirate.

È una guerra di potere che si combatte nei data center, nei pozzi petroliferi, e presto, con ogni probabilità, attorno alle acque calde del Mar Rosso, del Golfo Persico e del Mar Cinese Meridionale, a cui vanno aggiunti il Mar Nero, il Mediterraneo e il Golfo di Aden, ancora oggi snodi critici per la sicurezza marittima globale. Vedrete: non passerà molto tempo prima che le prossime mosse si manifestino proprio lì, dove il silenzio dei server si mescola al rumore delle onde e delle cannoniere.

venerdì 9 gennaio 2026

Già... un "ABUSO" all'Eredità'

Sì... miei cari lettori, lo so... è un po' tardi, ma ho appena finito di scrivere questo post.

Già... vorrei raccontarvi quanto accaduto stasera, intorno alle venti: un piccolo ma illuminante incidente domestico, avvenuto davanti alla televisione.

Ero con le mie figlie e guardavamo “L’Eredità”, sì... quel gioco veloce, fatto di parole e associazioni mentali. La serata scorreva tranquilla, tra le domande e la simpatica sarabanda di Marco Liorni, fino a quando non siamo arrivati alla domanda finale. Il meccanismo lo conoscete sicuramente: cinque parole proposte, una frase da completare, una parola celata da indovinare.

In quel turno, la parola misteriosa nella busta era “ABUSO”. Le cinque parole candidate a “incastrarsi” con essa scorrevano sullo schermo. E lì, in prima posizione, spiccava la parola “UFFICIO”. Il conduttore, per spiegare la logica del gioco, ha cominciato a fare gli esempi. “Abuso” si incastrava bene con le altre quattro proposte, questo era chiaro...

Ma quando ha pronunciato la frase di esempio per la prima parola, qualcosa dentro di me si è ribellato: ha detto, in sostanza, che “ABUSO” poteva incastrarsi con “UFFICIO” perché esiste l’espressione “abuso d’ufficio”.

E in quel preciso istante, sono letteralmente saltato sul divano, trasformandomi davanti alle mie figlie in un "difensore d’ufficio della grammatica", perdonate l’ironia ma l’esempio mi sembra calzante...

Perché, vedete, non era una questione di pignoleria (già le mie figlie avevano iniziato ad attaccarmi, giustificando come corretta quell'associazione...), ma si trattava di una questione di verità, sì... della lingua italiana. Ho spiegato loro, con la pazienza che si ha nei momenti di autentica passione, che il gioco stava commettendo un piccolo, ma significativo, tradimento logico.

La parola proposta era “UFFICIO”, nuda e cruda. Un sostantivo forte, autonomo, che sta per un luogo, una funzione, un ruolo. Ma la soluzione che il gioco implicitamente chiedeva di evocare non era lì, in quella parola sola. Era nascosta in un’altra dimensione linguistica: nella locuzione “D’UFFICIO”. Quella “d” apostrofata non è un dettaglio: è un cambio di binario completo del significato.

Ufficio” è come una stanza... ci entri, ci lavori, la riconosci. “D’ufficio” è il regolamento che decide cosa è permesso o no in quella stanza: Sono due piani diversi dell’esistenza di quella parola!

Associare direttamente “abuso” a “ufficio”, senza quel ponte della preposizione, è un’operazione che appiattisce la profondità della nostra lingua. È come dire che la parola "scatola" si incastra direttamente con "ferri" perché esiste "scatola dei ferri del mestiere". No, l’associazione vera, potente, giuridicamente precisa, è tra “abuso” e quell’intero blocco inscindibile che è “abuso d’ufficio”!

Il gioco, per esigenze proprie (o forse per mettere in difficoltà il concorrente) stava estraendo una parte di quel blocco, trattandola come se fosse il tutto, chiedendo ai concorrenti un salto mentale che la lingua, nella sua precisione, non fa.

E così, quello che doveva essere un tranquillo dopocena davanti alla tv si è trasformato in una lezione non programmata, non su un gioco televisivo, ma sul modo in cui usiamo le parole, su come il significato sia delicato e contestuale, su come sia facile - a forza di cercare associazioni veloci per vincere un premio - semplificare fino a stravolgere.

Ho visto le mie figlie passare dallo stupore per la mia reazione, alla curiosità, fino ad arrivare alla comprensione: sono andate loro stesse a verificare sul web quanto dicevo, per poi confermare che, in effetti, avevo ragione.

Sì... alla fine, più che della risposta giusta per “L’Eredità”, si sono interessate a questa eredità ben più preziosa: la consapevolezza che ogni parola ha il suo peso, la sua storia e i suoi confini!

Sì... perché a volte, anche in un gioco, difendere la precisione di quei confini non è essere pignoli, è essere innamorati della meravigliosa complessità con cui diamo nome alle cose. Forse, la prossima volta che sento “abuso” e “ufficio” accostati così, sorriderò invece di saltare...

Ma stasera, per una volta, sono contento di aver fatto quel piccolo trambusto, perché la lingua italiana, come la verità, merita a volte un sobbalzo!

giovedì 8 gennaio 2026

3I/ATLAS: quale verità si nasconde dietro la sua luce?

Vista la notizia riportata sul web in questi mesi, sono costretto a riprendere alcuni miei vecchi post, già... quando ho toccato argomenti che poco centravano con l'indirizzo dato sin dall'inizio al mio blog...

Ma cosa dire, vista la grande riproposizione che allora certe notizie avevano, anch'io avevo cercato di affrontarne il tema sotto una veste distaccata, certamente riflessiva, ma soprattutto critica: c'era il batterio che costruiva la vita dall'arsenico, c'erano segnali radio sospetti dallo spazio profondo, e persino un fantomatico varco spazio-temporale in Antartide.

È una considerazione, credo, non troppo diversa da quello che oggi anima il dibattito attorno allo strano caso di 3I/ATLAS. Perché, al di là della cronaca astronomica, l'oggetto interstellare ha fatto riemergere la domanda che mi aveva spinto a scrivere quei post: e se, questa volta, fosse davvero qualcosa di diverso?

Da quando è stato avvistato la scorsa estate, quest'ospite interstellare ha scatenato un dibattito molto più intenso di quanto non avessero fatto i suoi predecessori, 'Oumuamua e Borisov. Il nucleo del discorso, attorno a cui tutto ruota, non è tanto la natura cometaria dell'oggetto – su questo la maggior parte degli scienziati, NASA in testa, sembra abbastanza concorde – quanto piuttosto una serie di anomalie che proprio non vogliono adattarsi a uno schema ordinario. Anomalie che un uomo in particolare, il professor Avi Loeb di Harvard, non ha esitato a sollevare, sfidando la comoda rassegnazione del "è solo una cometa".

E le anomalie, a sentire Loeb, si sono moltiplicate. Ma quelle che più di tutte hanno catturato l'immaginazione, e che ritornano nelle immagini elaborate con pazienza da astrofili come Toni Scarmato, riguardano le sue code. La prima, la più vistosa, è quella che chiamano anti-coda: un getto imponente, che stranamente punta dritto verso il Sole invece che allontanarsene. Un faro che brilla in direzione opposta a ogni logica cometaria conosciuta. E poi ci sono loro: tre getti più piccoli, che appaiono in alcune immagini del telescopio Hubble, disposti con una simmetria quasi troppo perfetta, a centoventi gradi l'uno dall'altro, come i bracci di un simbolo tecnologicamente avanzato. Una configurazione che Loeb stesso ha definito "sconcertante".

Per avere un'anti-coda così stabile e coerente, l'asse di rotazione del nucleo dovrebbe essere allineato con il Sole con una precisione incredibile, una condizione estremamente rara e improbabile. È questo allineamento geometrico quasi impossibile, insieme alla simmetria innaturale dei getti minori, a far scattare il campanello d'allarme. Potrebbero essere la firma di una tecnologia? La disposizione simmetrica ricorda quella degli ugelli di un razzo, pensati per un controllo fine della navigazione. E quell'anti-coda che sembra un faro, potrebbe essere proprio quello, un segnale o un sistema per liberare la rotta? Sono speculazioni, certo. Loeb stesso è il primo a dirlo, ammettendo che l'ipotesi più semplice resta quella della cometa naturale. Ma la domanda, ostinata, rimane: perché un oggetto naturale dovrebbe assumere una forma così "artificiale"?

La risposta ufficiale della comunità scientifica, per ora, è piuttosto netta. Osservazioni recenti di potenti radiotelescopi, che hanno scandagliato 3I/ATLAS alla ricerca di segnali radio artificiali, non hanno trovato nulla. Il progetto Breakthrough Listen ha concluso che l'oggetto "mostra caratteristiche per lo più tipiche di una cometa" e che "non ci sono prove" che suggeriscano qualcosa di diverso da un oggetto astrofisico naturale. Anche la NASA si è espressa chiaramente: si comporta come una cometa, quindi molto probabilmente è una cometa.

Ma il dibattito non si placa, e forse è proprio questo il punto più interessante. Loeb ha criticato quelle osservazioni, definendole quasi superficiali: ascoltare per poche ore in un solo giorno, ha detto, è come non ricevere una telefonata un martedì e concludere che non avrai mai più chiamate in vita tua. Per lui, la ricerca avrebbe dovuto essere più tenace, più lunga. La sua posizione, che ha formalizzato in una sorta di scala di classificazione – la "Loeb Scale" – è chiara: inizialmente ha dato a 3I/ATLAS un punteggio che indicava un sospetto moderato, ma significativo. Non l'ha ancora aggiornato, in attesa di nuovi dati, ma sottolinea che il principio di fondo è scientifico e prudenziale: ignorare eventi a bassa probabilità ma ad altissimo impatto, come l'attentato dell'undici settembre, è stato un errore che le agenzie di intelligence non ripetono. Perché la scienza dovrebbe farlo?

Allora, dove ci porta tutto questo? Torniamo alla domanda di partenza, quella che aleggiava nei miei vecchi post: e se fosse davvero così? Con 3I/ATLAS, la risposta forse non arriverà presto. L'oggetto sta già allontanandosi, e il prossimo appuntamento importante sarà a metà marzo dell'anno prossimo, quando passerà vicino a Giove. Sarà un'occasione per osservare eventuali "manovre" anomale o il rilascio di oggetti più piccoli. E poi, i dati più rivelatori potrebbero venire dallo studio dello spettro dell'anti-coda. Se la composizione del gas e la sua velocità saranno quelle tipiche della sublimazione del ghiaccio, l'ipotesi naturale prevarrà. Se invece si troveranno elementi anomali e velocità di scarico di ordini di grandezza superiori, il dibattito si riaprirebbe di colpo.

Forse, alla fine, 3I/ATLAS rimarrà nella storia come la più antica e affascinante cometa interstellare mai vista, un messaggero di un altro sistema stellare che ci ha regalato uno spettacolo di luci e misteri. Ma il vero valore di questa storia, credo, non sta nella risposta definitiva. Sta nella domanda che ha costretto a porsi. Sta nel vedere come, di fronte a un fenomeno strano, la reazione non sia stata un coro unanime di spiegazioni confortanti, ma un acceso, a volte aspro, confronto tra chi difende il paradigma conosciuto e chi, come Loeb, invoca il diritto scientifico di esplorare ogni possibilità, per quanto remota.

È lo stesso spirito che muoveva chi cercava batteri nell'arsenico o segnali nello spazio profondo. La scienza, quando è viva, non è un museo di certezze, ma un cantiere sempre aperto ai "cosa se".

Già... 3I/ATLAS, che sia un'antica palla di ghiaccio o qualcosa di molto più strano, ci ha ricordato che l'universo è un posto pieno di sorprese e che forse, la cosa più pericolosa che possiamo fare, è smettere di chiedercelo!

mercoledì 7 gennaio 2026

La sottile arte della dignità professionale: perché non ho mai chiesto un permesso.

Nel rileggere il mio post di ieri, ho deciso stamani di affrontare una questione apparentemente semplice, già... una sottigliezza che avevo lasciato nel testo pubblicato e che ora sento il bisogno di voler chiarire, perché racchiude in sé un principio che per me è fondamentale. 

Avevo scritto, parlando della comodità degli esami del sabato al Policlinico, di aver evitato di dovermi “costringere a prendere permessi dal lavoro nei giorni feriali”. Ecco, è proprio su questo punto che voglio soffermarmi.

Nel corso della mia vita, infatti, non ho mai chiesto un’ora o un giorno di permesso durante l’orario lavorativo – fatta eccezione per le citazioni (in qualità di teste) delle autorità giudiziarie – per una questione di dignità personale e di profondo rispetto per gli incarichi professionali che ho ricoperto. 

Vorrei altresì precisare come nel corso degli anni, mi è sempre stato concesso, questo lo riconosco, di prendermi il tempo necessario senza che nessuno mi opponesse un rifiuto, e senza che io avessi mai bisogno di giustificarmi oltre misura. Ma era una possibilità che sceglievo di non esercitare, se non per reali necessità, ad esempio un lutto familiare.

Perché quando si lavora con dedizione, quando la propria presenza è costante e la qualità del proprio operato è evidente, si instaura un rapporto di fiducia reciproca. È molto difficile, allora, che un datore di lavoro serio, preparato, competente, allontani da sé un dipendente che dia così tanto. E se qualcuno lo fa, spesso la ragione prima non sta nel dipendente, ma nella sua stessa incompetenza!

Nei miei trentacinque anni di esperienza, ho visto poche volte questo meccanismo innescarsi, ma quando è accaduto è stato istruttivo. All’inizio della mia carriera, dissi a un titolare che la sua impresa sarebbe durata “da Natale a Santo Stefano”, e che di lì a tre anni non sarebbe rimasta neppure traccia del suo nome. Non ebbi modo di gioirne, purtroppo: in meno di due anni, quell’azienda era già nel baratro e di lui si perse ogni orma... 

Ci sono stati casi in cui chi amministrava era stato posto lì non per merito, ma per servire come una “testa di legno”. Queste figure, prive di capacità personali e professionali, di fronte a un collaboratore preparato che non si sottomette, si sentono sminuiti. E così ricorrono all’unico atto di forza in loro possesso: l’allontanamento. Credono così facendo di affermare la propria autorità. Di uno di questi, seppi anni dopo che era stato colpito da un provvedimento interdittivo e che oggi fa l’autista. A pensarci, viene in mente il monito di mio nonno, Cavaliere del Lavoro insignito da Aldo Moro, che teneva in ufficio una massima: “Siete tutti importanti, nessuno indispensabile”.

Il tempo, si sa, è un giudice imparziale. Ho visto la fine di alcuni di questi presunti grandi imprenditori: attività chiuse, dimenticate, o finite sotto la lente dell’autorità giudiziaria. Su quest’ultimo punto, devo però fare una precisazione, perché l’ho vissuta in prima persona: a volte, il danno maggiore non lo fanno i magistrati, ma certi amministratori giudiziari posti a garantire la continuità aziendale. Quando vengono scelti per ragioni diverse dalle loro capacità, il fallimento è assicurato. È l’altra faccia della stessa medaglia. E di certi procedimenti ancora in corso o che si stanno per concretizzare, auspico solo che trovino al più presto la giusta evidenza, sì... nelle sedi opportune.

Ah, dimenticavo. C’è un ultimo motivo per cui un datore di lavoro può decidere di mandarti a casa. Ha a che fare con la “legalità”, o meglio, con la sua assenza. Quando si chiede a un dipendente di mettere in pratica azioni che non rispettano le normative, e quel dipendente, poco incline a sottomettersi o ad assumersi responsabilità che sconfinano nel penale, si rifiuta, lasciando quei rischi su chi l’impresa la rappresenta davvero, beh, quella è un’altra storia, sì... una storia che ha bisogno di più tempo per essere raccontata, e che mi riprometto di condividere appena possibile.

Tutto questo, vedete, nasce da una semplice frase sulla comodità di fare gli esami clinici di sabato. Ma in quella scelta c’è il rispetto per il mio tempo, per il mio lavoro, e per quella dignità professionale che non si misura in permessi chiesti, ma nella serietà con cui si onora il proprio ruolo, ogni singolo giorno feriale. 

È una sottigliezza, forse. Ma è da queste sottigliezze che si costruisce una carriera, e si misura il carattere di un uomo, tanto da poter essere qui a scriverlo, senza che vi sia nessuno che possa contraddirmi!

martedì 6 gennaio 2026

Un appello al Direttore Sanitario del nostro Policlinico “Gaspare Rodolico - San Marco”.

Buongiorno a tutti..

Oggi voglio affrontare con voi un problema apparentemente semplice, uno di quelli che sembra non dovrebbe nemmeno esistere in una struttura che, per tanti versi, funziona egregiamente. Eppure, eccolo lì, piccolo, ostinato, a complicare le cose in modo del tutto inaspettato.

Mi piacerebbe condividere con voi una riflessione, anzi, una sorta di preghiera civile rivolta al Direttore Sanitario del nostro Policlinico “Gaspare Rodolico - San Marco”, quella meritevole struttura di Via S. Sofia che molti di noi conoscono.

Devo premettere, e lo faccio con sincero piacere, che della nostra azienda ospedaliera ho sempre avuto una buona impressione. Le poche volte in cui mi sono recato lì per motivi familiari, ho trovato professionalità e cortesia diffuse, un’atmosfera che ispira fiducia. E quando, nell’ultimo anno, ho avuto bisogno di effettuare dei controlli di routine, ho pensato di cambiare la mia solita abitudine. Invece di recarmi, come facevo sempre, in un centro analisi vicino casa – costringendomi a prendere permessi dal lavoro nei giorni feriali – ho scoperto la comodità del servizio del sabato mattina presso il Policlinico.

E qui, cari lettori, sembra tutto perfetto. Parcheggi a pagamento, ma comodo e interno. Ritiri il ticket d’attesa, presenti la richiesta all’operatrice, e attendi il tuo turno in un ambiente ordinato. Il personale che effettua i prelievi è stato sempre impeccabile, gentile e preciso. E la possibilità di ricevere gli esiti via web completa un quadro di efficienza che lascia davvero poco a desiderare. Una vera eccellenza, direi.

Allora vi chiederete: perché mai scrivere? Perché rivolgere un appunto a una struttura che sembra aver pensato a tutto? Il motivo, ve lo confesso, è quasi banale nella sua semplicità, e riguarda proprio quel piccolo, fondamentale passaggio che trasforma un diritto in un servizio completo: il pagamento del ticket.

Perché, vedete, per poter effettuare le analisi in regime di convenzione – credo per tutte le tipologie – è necessario pagare il relativo ticket. E qui sorge l’ostacolo inatteso: la cassa, quel sabato mattina così comodo per tutti noi lavoratori, è chiusa. Non c’è personale addetto. 

La conseguenza comprenderete è paradossale: per beneficiare di un servizio organizzato proprio per agevolarci, siamo costretti a mandare un familiare in un altro giorno della settimana, a recarci noi stessi in un diverso orario, solo per regolarizzare la posizione. Si crea così un doppio viaggio, una doppia incombenza, che vanifica in parte la bellezza dell’apertura del sabato mattina.

Allora, nel mio piccolo, vorrei suggerire al Direttore una possibile soluzione. La prima idea, aprire la cassa per mezza giornata anche il sabato, la scarto subito: comprendo perfettamente che significherebbe aggravare i costi di gestione, e non è questa la strada. Ma le strade alternative, moderne e leggere, ci sono. Si potrebbe, ad esempio, dotare il personale che già riceve le richieste al banco di un semplice POS, per accettare pagamenti con bancomat o carta. Semplice, no? Oppure, si potrebbe installare nella sala d’attesa una cassa automatica, simile a quelle già presenti per il parcheggio, in grado di leggere il codice a barre della prescrizione e di incassare il dovuto tramite carta.

Vi dico di più: quanto sto suggerendo non è un’utopia. Nelle regioni dove ho vissuto e lavorato negli ultimi dieci anni – la Lombardia, il Piemonte, la Toscana, persino il Lazio – mi è capitato di vedere questo sistema funzionare con disinvoltura in altre strutture sanitarie. È una pratica possibile, collaudata, che fluidifica la vita dei cittadini senza pesare sulla struttura.

Ed è per questo che credo fermamente che un’eccellenza come la nostra non debba arrendersi davanti a un intoppo così banale. La sostanza del servizio c’è già, ed è ottima. Manca solo l’ultimo, piccolissimo tassello per renderlo veramente accessibile e rispettoso del tempo di tutti. Spero che questa mia riflessione, costruttiva e piena di apprezzamento per il lavoro che già si fa, possa giungere a destinazione e contribuire a trovare una soluzione rapida.

Grazie per l’attenzione, e a presto.

lunedì 5 gennaio 2026

Presidente Schifani, i miei complimenti: quando le cose funzionano vanno riconosciute...

Buonasera a tutti. Soltanto ora ho trovato il tempo per scrivere, ma mi sembrava corretto farlo, visto che mi sento con un animo totalmente diverso, già... quasi un contrappunto a quanto condivisi con voi alcuni giorni fa.

Vi ricordate quel post in cui raccontavo delle difficoltà, dei labirinti digitali, dei sistemi che sembravano crollare proprio sul più bello, dei pagamenti impossibili? Ebbene, questa mattina è successo qualcosa di semplice e lineare, qualcosa che ha il sapore di una piccola, quieta vittoria comune...

Sì... oggi sono riuscito a effettuare tre pagamenti online attraverso il sito dell’Assessorato Energia, per conto di alcuni amici imprenditori. Il servizio funzionava, scorrevole e preciso, come dovrebbe sempre essere. Un gesto amministrativo banale, forse, ma che per chi aveva incontrato solo muri digitali, si è trasformato in un atto quasi emozionante. Per questo, sento il bisogno di un ringraziamento.

Presidente Schifani, Assessore, grazie. Grazie per aver dato ascolto, per aver dato una soluzione concreta a quanto sollevato dalle mie recenti, e purtroppo necessarie, critiche. Questo mio post è il riconoscimento di quando un dialogo, seppur iniziato da una parte con una denuncia costruttiva, trova dall’altra la volontà di rispondere con i fatti. 

È la dimostrazione che a volte basta veramente poco per migliorare le cose in questa nostra terra complicata e bellissima. Da una parte noi cittadini, che dobbiamo impegnarci a segnalare con precisione e pacata fermezza ciò che non funziona, dall’altra i nostri referenti, posti lì proprio con il compito di far sì che tutto scorra nel modo più perfetto possibile.

È in questo equilibrio, in questo scambio di doveri e responsabilità, che si costruisce la fiducia. Quella stessa fiducia che, vi confesso, negli ultimi tempi sentivo erodersi ogni volta che un portale si bloccava sull’ultimo click o un POS risultava “misteriosamente” spento. Quelle esperienze non erano solo disagi tecnici, assumevano il sapore amaro di un disegno, di un’opacità che alimentava sospetti su chi traesse vantaggio da quel caos. Oggi, vedere che un sistema può funzionare, e bene, è un potente antidoto a quel cinismo.

Mi torna in mente, per contrasto, la storia del cimitero di Catania, della luce perpetua dei miei cari e del POS perennemente offline. Quella è un’altra battaglia, un altro tassello di un mosaico più ampio che parla di trasparenza e di scelta. Ma ciò che è accaduto stamattina mi dice che cambiare si può. Che insistere, proporre, criticare in modo costruttivo non è tempo perso. Che la risposta istituzionale può arrivare, e può tradursi nella semplice, quotidiana meraviglia di un pagamento che va a buon fine.

Forse la strada è proprio questa: non arrendersi alla rassegnazione, non smettere di credere che le cose possano aggiustarsi, e dall’altra parte, avere l’umiltà e la saggezza di accogliere le sollecitazioni, correggendo il tiro. 

È un lavoro di squadra, anche se a distanza, tra chi amministra e chi vive il territorio. Oggi ho visto un segnale positivo, piccolo ma tangibile. E per questo dico di nuovo grazie. Perché ogni passo, per quanto piccolo, ci riavvicina all’idea di una Sicilia che non si accontenta, che non subisce, ma che costruisce, insieme.


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