Il primo respiro del 2026 è appena uscito dalla notte e la luce incerta dell’alba - un momento fragile, come tutti quelli in cui si passa da un prima a un dopo senza sapere esattamente cosa ci aspetta - ha la sensazione che qualcosa, dentro di noi, abbia comunque deciso di ripartire.
E oggi, oltre che capodanno, è anche il mio compleanno - un anno in più, non celebrato, ma semplicemente accolto - forse un po’ meno faticoso da portare, perché qualcuno - lungo la mia strada - mi ha camminato accanto...
Non si tratta di ottimismo facile, né di quella speranza che si indossa per l’occasione come un cappotto nuovo e si ripone subito dopo il brindisi, parlo piuttosto di una scelta quotidiana, ostinata, quasi testarda: quella di non arrendersi all’idea che la convivenza tra gli esseri umani sia una chimera, che l’ascolto reciproco sia un lusso, che la pace sia solo l’assenza di spari.
La pace non è silenzio, è presenza: è la voce di chi saluta il vicino senza calcolare prima il suo accento, la sua fede, il suo passaporto.
È il gesto di chi prepara un posto a tavola anche per chi non è stato invitato ufficialmente, perché sa che la fame non ha nazionalità.
È lo sforzo, talvolta doloroso, di chi riconosce nell’altro non un errore da correggere, ma una storia da comprendere, una storia magari segnata da ferite simili alle proprie, anche se provocate da mani diverse.
Ecco perché, oggi più che mai, non possiamo permetterci di pensare la pace come un affare da trattare solo tra governi, essa comincia nei piccoli spazi della vita comune: nell’ufficio dove si rinuncia a pugnalare il collega, nel condominio dove si smette di sospettare chi prega in modo diverso, nel quartiere dove si decide che la sicurezza non si costruisce con cancelli e telecamere, ma con fiducia e prossimità.
Le guerre non nascono solo sui campi di battaglia, prendono forma molto prima, nelle parole che escludono, nei silenzi che giustificano, nelle storie che raccontiamo per convincerci che certe vite valgono meno di altre.
Eppure, basta poco - pochissimo -per invertire la rotta.
Basta ricordare che nessuna tradizione spirituale ha mai predicato l’odio come via di salvezza: il Vangelo, il Corano, la Torah, i Veda, i Sutra, ognuno di quei libri parla a suo modo di compassione, di giustizia, di cura dell’altro.
Certo, le interpretazioni si sono indurite nel tempo, i poteri hanno strumentalizzato i testi sacri, e molte comunità hanno imparato a difendere i loro simboli con più accanimento di quanto abbiano mai cercato di viverne lo spirito.
Ma la radice resta: ogni religione, nel suo nucleo più autentico, invita a disperdere le tenebre non con la forza, ma con il riconoscimento.
Riconoscere l’altro come fratello, anche quando prega con parole che non capiamo.
Riconoscere il dolore altrui come specchio del nostro, anche quando nasce in un continente lontano.
Riconoscere che la verità non è un possesso, ma un cammino che si fa insieme, passo dopo passo, parola dopo parola, gesto dopo gesto.
Questo 2026 non chiede eroi, ma chiede semplici testimoni.
Persone che, senza clamore, decidano ogni giorno di non aggiungere un’altra pietra al muro dell’incomprensione.
Che sappiano dire “ti ascolto” prima di “hai torto”.
Che preferiscano il dubbio alla certezza dogmatica, il dialogo alla condanna preventiva, il dubbio alla presunzione!
Non perché tutto sia relativo, ma perché tutto è relazionale.
E in questa relazione - con gli altri, con la terra, con ciò che chiamiamo sacro o semplicemente degno di rispetto - sta la possibilità di un futuro che non sia solo la prosecuzione del passato con qualche aggiustamento tecnico, ma una vera svolta umana.
Perciò, auguro a tutti noi - credenti, scettici, cercatori, ed anche ahimè "stanchi" - un anno in cui la parola “pace” non sia più relegata ai discorsi ufficiali o alle decorazioni natalizie, ma torni a essere una pratica.
Una scelta. Un verbo!
Perché il tempo nuovo non inizia con un rintocco di campana, ma con un gesto semplice - come ad esempio pubblicare una propria foto con la scritta Buon Anno - già carico di fiducia silenziosa, come quello che sicuramente qualcuno, da qualche parte, sta già compiendo...

Nessun commento:
Posta un commento