E in questo silenzio postumo, in Sicilia, comincia la conta. Non solo quella ufficiale, che già strabilia per le cifre – un miliardo, dicono, come se enumerare zero dopo zero potesse restituire il peso di un futuro crollato – ma un’altra conta, più intima e strisciante. Quella, sì, che rattrista ancor più noi siciliani: la conta delle promesse che non reggono alla forza dei fatti.
Si parla di esercito che arriva, di commissari straordinari, di stati d’emergenza nazionali. Che dire... il solito spettacolo che, purtroppo, conosciamo a memoria. La politica, quella di Roma, si muove con il ritardo compassato di chi deve soltanto amministrare un disastro, non prevenirlo. E così, mentre i titoli si accavallano, c’è un dettaglio che emerge, piccolo ma rivelatore, e che squarcia il velo dell’ipocrisia.
Molti commercianti, albergatori, ristoratori, proprietari di immobili in località turistiche, si dice, avevano stipulato polizze assicurative con importanti compagnie. Già... si erano cautelati contro la furia del cielo, contro i cicloni e le alluvioni, pagando regolarmente il loro tributo per garantirsi sonni tranquilli.
Ora, ahimè – a danni compiuti – scoprono con un groppo in gola (che sa di beffa atroce...) che la mareggiata, quella stessa che ha sbriciolato le loro strutture sul lungomare, forse non è coperta dalla polizza stipulata.
Come se il mare impazzito che ha invaso la terraferma fosse un evento a sé stante, slegato dal vortice che ha scatenato le onde. Già... il solito paradosso perfetto, l’alibi scritto in caratteri piccolissimi che trasforma un atto di prudenza in un nuovo motivo di sconfitta.
Ed è qui che il cerchio si chiude, in quel senso di profonda, annosa perplessità che noi siciliani custodiamo come un retaggio amaro: da Roma arrivano spesso parole, a volte soldi, ma mai vera giustizia, mai una soluzione che tenga. E quando ci si affida al privato, al contratto, alla legge del mercato, si scopre che il muro di gomma contro cui si sbatte non è solo quello dello Stato, ma anche quello di un sistema più vasto, fatto di assicurazioni e banche, sempre pronto a incassare ma non a restituire.
E allora non ci resta che osservare questa ennesima ferita, la nostra terra che dal Messinese a Lampedusa presenta serre divelte e banchine commerciali in collasso. Sentiamo i sindaci parlare di devastazione senza precedenti, e sappiamo che è vero. Ma sappiamo anche che il danno più sottile, quello che corrode la fiducia, è un’altra onda che continua a battere, inesorabile. È l’onda della sfiducia in chi dovrebbe rappresentarci, proteggerci, risarcirci.
La natura certo fa la sua parte, distruttiva e implacabile. Ma non dimentichiamo mai l’uomo, con il suo mancato rispetto delle leggi, con il mancato controllo di chi permette che vengano realizzate opere dove non dovrebbero esserci: mi riferisco a quelle costruzioni abusive, alla trasformazione di temporanee concessioni demaniali in strutture ricettive fisse.
Dall'altra parte, però, ci sono tutti coloro che hanno operato nel diritto, nella richiesta legittima di concessioni e autorizzazioni, e che oggi si vedono ahimè raggirati dai soliti cavilli..., da quelle norme capziose, dalla distrazione di una politica capace di trasformare una calamità in un’ingiustizia.
E difatti, eccoli qui a consegnarci – insieme al fango e ai detriti da ripulire – l’ennesima, amara lezione: che da troppo tempo ormai, a essere inondati, non sono solo i nostri porti, le nostre strade, le nostre infrastrutture. No... è soprattutto la nostra pazienza. E la colpa principale non è della natura – o meglio, non solo di essa – ma di noi tutti, che ancora scegliamo questi "infedeli" soggetti per continuare a governarci!

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