La risposta degli esperti è rassicurante ma non superficiale. Il serbatoio naturale del Nipah sono i pipistrelli della frutta del genere Pteropus, quelle grandi volpi volanti che non vivono in Europa. L’ECDC, il centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, spiega che la via più probabile di introduzione del virus nel continente sarebbe attraverso un viaggiatore infetto proveniente da un’area con focolaio attivo, ma questa eventualità è considerata improbabile. E anche se accadesse, senza i pipistrelli che fungono da serbatoio locale, il rischio di una trasmissione successiva sul territorio europeo è molto basso.
Detto questo, l’attenzione resta alta perché il Nipah insegna qualcosa di importante: le malattie infettive emergenti non hanno confini geografici veri, hanno confini ecologici. Finché ci saranno animali che portano virus e umani che entrano in contatto con loro, in un modo o nell’altro, il salto di specie resta possibile.
I sintomi del Nipah, hanno poi quella caratteristica subdola che li rende difficili da riconoscere all’inizio. Il periodo di incubazione va dai tre ai quattordici giorni, a volte fino a quarantacinque in casi rari, e l’esordio è spesso generico: febbre, mal di testa, dolori muscolari, nausea. Poi, nei casi più gravi, arriva l’encefalite acuta, con confusione mentale, sonnolenza, convulsioni, fino al coma nel giro di ventiquattr’ore o quarantotto.
Non tutti sviluppano la forma grave, ma quando il sistema nervoso centrale viene colpito la prognosi diventa seria, e anche chi sopravvive può portare con sé sequele neurologiche a lungo termine, come crisi epilettiche persistenti o alterazioni della personalità. Questo è ciò che rende il Nipah così temuto: non è solo un virus che uccide, è un virus che può cambiare per sempre chi lo incontra e sopravvive.
E poi c’è il tema della trasmissione in ambito sanitario, che forse è il più delicato per chi lavora in ospedale. L’OMS lo dice chiaramente: nelle strutture sovraffollate e poco ventilate, con misure di prevenzione inadeguate, il rischio di diffusione da paziente a operatore o tra pazienti aumenta.
Per questo le linee guida raccomandano precauzioni da contatto e da goccioline, mascherine ben aderenti, protezione per gli occhi, camici e guanti. In caso di pazienti instabili o di infezione confermata, si sale di livello: respiratori N95, stanze di isolamento per via aerea.
È un protocollo che richiede disciplina e risorse, e proprio per questo il Nipah è diventato un test per la preparazione dei sistemi sanitari. Non è il virus più contagioso che abbiamo mai visto, ma è sufficientemente grave da non potersi permettere errori.

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