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domenica 31 maggio 2026

Ma quale Spirito Santo: quel cromosoma Y veniva da un uomo, Già... forse gli occhi azzurri di Gesù raccontano un'altra storia.

Mi sono sempre chiesto perché, nell'immaginario occidentale, Gesù venga quasi sempre rappresentato con gli occhi azzurri. 

È una di quelle immagini che diamo per scontate, finché un giorno non ci si ferma un attimo a riflettere: ma è mai possibile che un uomo nato in Palestina duemila anni fa avesse proprio quella caratteristica, che oggi è così rara tra le persone di quelle terre? 

Così ho cominciato a scavare, e quello che ho trovato mi ha portato lontano, molto più lontano di quanto immaginassi.

Partiamo dai dati. Per quanto nessuno abbia mai fatto un censimento preciso sul colore degli occhi in Medio Oriente, gli studi genetici ci permettono di fare delle stime affidabili. Oggi, nella regione che corrisponde alla Palestina storica e all'attuale territorio di Israele, gli uomini con gli occhi azzurri sono meno dell'uno-due per cento. Una rarità, insomma...

Se poi allarghiamo lo sguardo a Siria, Libano, Giordania e Iraq, beh... la percentuale sale di poco, attestandosi tra l'uno e il quattro per cento, soprattutto grazie al Libano che per la sua storia di migrazioni europee ha una frequenza leggermente più alta di occhi chiari. Ma anche lì, gli occhi chiari restano una netta minoranza.

Ma c'è una cosa ancora più interessante e riguarda gli antichi abitanti di queste terre. Gli studi genetici sui Cananei, gli antenati degli odierni palestinesi, libanesi, giordani e siriani, hanno analizzato quindici individui dell'età del bronzo: il cento per cento di loro aveva gli occhi marroni, nessuno possedeva le varianti genetiche per gli occhi azzurri

Per cui, la popolazione originale della regione aveva quindi esclusivamente occhi scuri. L'azzurro è arrivato dopo, attraverso migrazioni di popolazioni europee, ed è rimasto sempre un tratto raro, confinato a piccole nicchie.

Se quindi Gesù fosse stato un tipico ebreo della Giudea del I secolo, avrebbe statisticamente avuto occhi marroni, capelli scuri e pelle olivastra. Certo, la statistica descrive una popolazione, non i singoli individui: anche in un contesto dove una caratteristica è rarissima, può comunque manifestarsi. Non è scientificamente impossibile. Ma è proprio l'accostamento tra questa oggettiva rarità e l'immagine che abbiamo ereditato che rende la domanda così affascinante.

A questo punto, però, devo essere (come d'altronde cerco sempre di fare...) corretto con voi e quindi proprio a correggere un presupposto che io stesso ho sempre avuto. Quando ho cominciato a indagare su questo fattore, ero convinto che l'iconografia dei primi secoli rappresentasse già Gesù con gli occhi azzurri. Invece rivedendo molte di quelle immagini, ho scoperto che non è affatto così. 

Ad esempio, le immagini più antiche che possediamo non vengono dalla Palestina, ma dalle catacombe di Roma e dalla chiesa domestica di Dura-Europos in Siria, risalenti al terzo secolo. In quelle primissime rappresentazioni, Gesù viene quasi sempre raffigurato in due modi: come il Buon Pastore, un giovane imberbe con capelli corti e ricci, ispirato a modelli greco-romani, oppure come un giovane taumaturgo, sempre imberbe, con capelli corti e scuri, vestito con una tunica e un mantello, nell'aspetto di un filosofo o maestro dell'epoca.

Comprenderete come non vi sia alcun tentativo di rappresentare i tratti mediorientali, ma nemmeno quelli europei. I primi artisti cristiani che operavano nell'Impero Romano, rappresentarono Gesù secondo i canoni culturali del loro tempo e del loro pubblico. L'obiettivo non era l'accuratezza storica, ma la comunicazione teologica. E gli occhi azzurri, in quelle immagini, era semplicemente improbabili.

Il volto di Gesù che oggi riconosciamo, con la barba, i capelli lunghi divisi al centro e lo sguardo severo, si afferma solo con l'arte bizantina a partire dal quinto-sesto secolo. L'icona del Cristo Pantocratore del sesto secolo, conservata nel Monastero di Santa Caterina sul Monte Sinai, ne è l'esempio più celebre: lì Gesù ha capelli scuri, barba scura, occhi scuri. Non è biondo, non ha occhi azzurri.

Allora mi sono chiesto: quando compaiono gli occhi azzurri? Soltanto più tardi, nell'arte medievale e rinascimentale europea, quando artisti tedeschi, fiamminghi, italiani iniziano a ritrarre Gesù e i santi secondo i tratti somatici della loro propria popolazione. Nel Medioevo circolava anche una falsa lettera, attribuita a un governatore della Giudea, che descriveva Gesù con capelli castano chiari, occhi grigi e pelle chiara. Certo, una descrizione inventata, che però ha influenzato per secoli gli artisti europei. 

E così giungiamo a metà del Novecento, con il dipinto "Head of Christ" del 1940 dell'americano Warner Sallman, che ha popolarizzato in modo massiccio l'immagine di un Gesù dallo sguardo dolce, i capelli castano chiari e gli occhi azzurri. Riprodotta milioni di volte, ha plasmato l'immaginario di intere generazioni di protestanti e cattolici, tanto da essere soprannominata scherzosamente lo "Swedish Jesus", il Gesù svedese.

Ecco, quella immagine che abbiamo in mente, quella che sembra così antica e radicata, in realtà è un prodotto culturale recente, specifico dell'Europa settentrionale e dell'America. Non è mai esistita nei primi secoli del cristianesimo.

Forse la lezione più bella di questa piccola indagine è un'altra. L'iconografia non è mai uno specchio della storia, ma della cultura che la produce. Ogni epoca e ogni popolo hanno creato un Gesù a propria immagine e somiglianza, e noi occidentali non abbiamo fatto eccezione. L'abbiamo voluto con i nostri stessi occhi, anche se i suoi, con ogni probabilità, erano molto diversi.

E qui arrivo al punto che mi sta più a cuore, e che lega questa riflessione a quanto ho già scritto stamani sulla fecondazione. Perché se è vero – come è vero, biologicamente – che Gesù, essendo maschio, ricevette il cromosoma Y da un padre umano, allora quel padre aveva un volto, una storia e certamente degli occhi di un certo colore. 

Ed allora, se per un momento accettassimo l'ipotesi, tra le tante possibili, che quel padre fosse un romano – magari un soldato, forse suo figlio, un ragazzo di passaggio in quella sperduta provincia dell'impero – allora la domanda sugli occhi azzurri smette di essere una semplice curiosità statistica e diventa qualcosa di molto più concreto.

Già... se quel romano avesse avuto gli occhi azzurri, il bambino nato da quella relazione avrebbe potuto anche ereditare quella caratteristica. Non sarebbe stata una miracolosa eccezione in una popolazione di occhi marroni, ma il normale esito di una trasmissione genetica. E quei pochi, pochissimi abitanti della Palestina del I secolo che avevano gli occhi chiari – meno del due per cento, forse molto meno – li avevano proprio perché discendevano, in qualche punto del loro albero genealogico, da qualcuno arrivato da lontano, dal nord, dall'Europa, da quelle terre dove l'azzurro degli occhi è di casa.

Ora non posso dire che sia andata così, peraltro non lo sapremo mai, come peraltro oggi nessuno potrebbe smentirmi, ma trovo profondamente ironico che l'immaginario cristiano occidentale abbia imposto per secoli l'immagine di un Gesù con gli occhi azzurri, senza sospettare che, se davvero quegli occhi fossero stati azzurri, la spiegazione più semplice e terrena sarebbe stata proprio quella che la teologia ha sempre rifiutato: un padre umano, venuto da lontano, con gli occhi di un colore che in quella terra non era di casa!


sabato 30 maggio 2026

Giovanni Falcone: L'azione parallela e il silenzio incessante delle coscienze...

Sono passati tanti anni, ma lo ricordo come fosse ieri, e ancora oggi, ogni volta che emerge un dettaglio nuovo, è come se si riaprisse una ferita che non vuole rimarginarsi. Mi riferisco a quelle affermazioni pesantissime pronunciate allora da Claudio Martelli sulla morte del giudice Giovanni Falcone. 

Possiedo un libro scritto dall’ex ministro della Giustizia nel quale raccontava come Falcone fosse il più importante, il più capace, il più famoso tra i giudici che avessero combattuto la mafia. 

E difatti, proprio per questi motivi, nello stesso giorno in cui egli fu nominato ministro, chiamò il magistrato per affidargli l’incarico più delicato; Sì... insieme pensarono e organizzarono la più efficace strategia di contrasto a Cosa Nostra. Ma come sappiamo, la mafia (almeno questo è quanto ci hanno abilmente raccontato...) reagì uccidendolo. 

Ma la storia di Falcone è diversa da quella degli altri uomini dello Stato, perché a lui è capitato di essere perseguitato in vita non solo da Cosa Nostra, ma anche di essere avversato da colleghi magistrati, dalle loro istituzioni come il CSM, dall’Associazione Nazionale Magistrati, da politici e da giornalisti di varie fazioni. Contro Falcone c’è stata un’azione parallela di Cosa nostra e della magistratura. 

La mafia ha sempre avuto - allora come oggi - occhi e orecchi al Palazzo di Giustizia di Palermo. Per le toghe, riportava allora l’ex Guardasigilli Giovanni era un nemico. E ricordando quelle parole, io ho come l’impressione che qualcosa si fosse rotto, che tutti quei silenzi e quelle azioni poste a protezione di quanto accaduto allora stiano pian piano uscendo. 

Certo la mia speranza era quella di comprendere chi ci fosse sin dall’inizio dietro a quell’assassinio e non mi sarei minimamente meravigliato, sì... di scoprire come dietro a tutto, vi potesse essere qualche figura istituzionale.

Eppure, in tutto questo dolore, c’è anche l’indignazione facile, quella che si accende per un atto simbolico e poi si spegne senza lasciare traccia. Ditemi, cosa è accaduto dopo essersi tutti indignati davanti alla scuola "Falcone" nel quartiere Zen di Palermo, perché un qualche deficiente aveva deciso di attirare l’attenzione abbattendo la sua statua. Certo... subito si era parlato di atto intimidatorio, ma nessuno - come sempre avviene da queste parti - avevo visto niente e nessuna telecamera aveva ripreso qualcosa. Potrebbero essere stati dei semplici bulli del quartiere che, non avendo un cazzo da fare, hanno buttato a terra quella statua. 

Ciò che mi fa maggiormente incazzare è sapere che in quel quartiere manca tutto, a cominciare dal controllo del territorio. Ed allora: se lo Stato non c’è, cosa si pretende? Falcone diceva che per far sì che una società vada bene basta che ognuno faccia il proprio dovere. Allora ditemi: quale dovere sta compiendo il nostro Stato quando è da più di mezzo secolo che quel quartiere si trova in quelle disastrose condizioni? 

È incredibile osservare quanto sia semplice attribuire tutte le colpe di questo fallimento alla mafia, perfetta per coprire le mancanze di una politica insipida. La memoria di Falcone è oltraggiata ogni giorno da quanti in questi anni sono stati seduti su quelle poltrone vellutate, gli stessi che hanno permesso che il giudice venisse assassinato a Capaci. 

Falcone è dentro di me, e di statue ne possono distruggere centomila, non cambierà nulla. Le sue idee sono nella mia mente e fanno parte integrante di ogni mia azione quotidiana. Basterebbe poco per migliorare questa terra, ma bisognerebbe smetterla con le parole e passare ai fatti.

Perché Falcone, come Borsellino non erano eroi nati, erano figli di questo stesso lembo di terra che non li ha saputi difendere. Sono nati entrambi a Palermo, le loro case distavano pochi passi da Piazza Magione, il quartiere popolare della Kalsa. Giovanni, ragazzo studioso, Paolo dal carattere gioviale e scherzoso. In quell’oratorio della chiesa di San Francesco si trovavano a giocare anche con alcuni ragazzi che anni dopo avrebbero inquisito come affiliati a Cosa Nostra. "Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla – scriveva Borsellino – perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non mi piace per poterlo cambiare". 

Ma quanto è difficile amare qualcosa che non vuole cambiare? Forse è per questo che quei due uomini conservano sulle loro labbra quel sorriso doloroso e triste che tanto ci meraviglia. Due eroi che non volevano esserlo, semplicemente due servitori dello Stato in terra infedelium. Una terra ostile, la stessa che non li ha saputi onorare come avrebbero meritato. Io, quando penso a entrambi, li vedo lì passeggiare insieme, scherzare come quando erano adolescenti, perché il carattere di un uomo è formato dalle persone con cui si è scelto di vivere, e loro avevano deciso sin dal primo incontro di convivere per sempre insieme.

Eppure, c’è una frase di Falcone che mi torna sempre alla mente, quella in cui diceva che "la gente fa il tifo per noi". Ma a cosa serve quel conforto morale, quando poi la stessa popolazione, nell’unico momento in cui potrebbe decidere, si svende? Si sta a guardare cosa fa lo Stato, si tifa per questa o quella indagine, restando ad osservare gli eventi come se fossimo sugli spalti. Ma sono sempre gli altri a stare in prima linea. La gente fa il tifo per loro, è vero, ma quanti poi hanno il coraggio di scendere in campo? 

Guardate la politica di questi anni, rileggete i nomi dei Presidenti della Regione Sicilia e troverete per la maggior parte di essi un paragrafo intitolato "Procedimenti giudiziari". Si parla tanto di lotta alla mafia, ma il vero problema da risolvere nella nostra isola è il dilemma morale, quella crescita personale che non si vuole opporre a questo marciume fatto di compromessi e clientelismi. Falcone non è stato ucciso solo per il maxi-processo, quello era il male minore. È stato colpito perché ha mirato a quel malvagio meccanismo in cui nobiltà, chiesa e borghesia sono legati indissolubilmente per gestire il potere. Nulla è stato casuale, e dietro quelle stragi non c’erano semplici pastori scesi dalle montagne, ma uomini dell’anti-stato che stavano decidendo l’assetto politico della nostra nazione. Possiamo continuare a fare le pecore, oppure possiamo liberarci da quei pregiudizi e allontanarci da quei terreni infetti dove non esiste alcun principio di legalità.

E quando poi ascolto certe affermazioni, mi viene veramente da perdere la pazienza. Come ad esempio quando una senatrice leghista ha avuto il coraggio di dire che "la nostra mafia non ha più quella sensibilità e quel coraggio che aveva prima". La "nostra" mafia? Ma la mafia di chi scusi? Noi siciliani la mafia la odiamo, in tutte le sue forme. Il solo credere che possa essere accostata a noi mi fa venire il voltastomaco. Lei parla di sensibilità della mafia? A quale sensibilità si riferisce, a quella che ha ucciso magistrati e uomini delle forze dell’ordine? Parla di coraggio, quando la mafia vive grazie alla propria codardia? 

Il coraggio è ciò che fanno i cittadini perbene ogni giorno, quei commercianti che ogni mattina aprono la loro bottega sapendo di dover subire l’estorsione. Perfetta la reazione di Maria Falcone, che ha parlato di triste favoletta della mafia buona. La mafia non è mai stata buona, non ha mai portato sviluppo, è un cancro che va combattuto quotidianamente. Ma se certa politica continua a pensare che senza di essa si muore di fame, allora siamo davvero alla frutta.

E intanto, mentre si commemorano gli anniversari, la mafia si fa sentire, dopo la strage di Capaci, proprio mentre il presidente della Repubblica ricordava Falcone, ecco che un boss mafioso veniva ucciso in bicicletta. I media hanno parlato di regolamento di conti, ma io avevo preannunciato la fine di quella pax obbligata. I vecchi boss stanno morendo nelle prigioni, i latitanti sono da troppo tempo nascosti, e qualcuno ha deciso di riprendere le armi per imporre la propria forza. 

Già... quel giorno di tanti anni fa ero a Palermo, in una chiesa piena di giovani che urlavano "Giustizia". Cosa è cambiato da allora? La situazione attuale vi sembra migliore? I valori morali calpestati dai troppi compromessi, a chi vogliamo attribuirne le colpe? Sempre alla mafia? 

Per favore, finiamola di prenderci in giro. Contano le azioni, non le parole. E difatti, se Falcone potesse vedere i gesti compiuti in questi anni da ciascuno di noi, ditemi: di quanti pensate potrebbe essere realmente compiaciuto?

venerdì 29 maggio 2026

Quando lo Stato sembra lontano e la legalità un’idea astratta!

Avrei dovuto raccontarvi stasera qualcosa di spiacevole accaduto in un'Amministrazione comunale - ma avendo dato la mia parola ad un mio amico che avrei aspettato una sua conferma, prima di procedere a scrivere - lascio in sospeso quella vicenda e mi soffermo su un tema più ampio, qualcosa che dice molto di questo nostro Paese. 

Già... uno Stato che ogni giorno mostra un volto segnato dalla corruzione e da una sostanziale assenza di cultura della legalità. 

Sono troppi i miei connazionali che vivono pensando che lo Stato sia un’entità lontana, estranea, qualcosa che non li riguarda da vicino, ma soprattutto questa distanza diventa ancora più evidente quando arriva il momento di rispettare gli obblighi previsti.

Ho sempre creduto che la legalità appartenga a ciascuno di noi sin dalla nascita. Sta principalmente ai genitori trasmettere ai figli quel senso di rispetto. Una cultura che non può essere - come ho sentito in questi giorni - demandata tra i banchi di scuola. La lingua, la storia, la geografia, tutti quei fondamentali sono certamente necessari, ma vi è qualcosa di ancor più profondo da apprendere e cioè: la consapevolezza che le regole e le leggi esistono per insegnarci a rispettare gli altri.

Se tutti imparassimo davvero il valore della legalità, il mondo diventerebbe non solo più civile, ma anche più giusto ed equo. Senza corruzione, senza malaffare, persino senza criminalità e non parlo di quella organizzata, ma anche di quella compiuta proprio in queste ore, dai cosiddetti "figli bene" di questa nostra società, che evidenziano come con quei loro violenti comportamenti, conducono il rispetto e l'educuzione civile, ahimè a scomparire!

Ecco perché non mi sorprendo più quando accadono certi episodi. Ormai lo Stato, attraverso i suoi referenti – gli stessi che pensano esclusivamente a fare cassa, inviando sanzioni e occupandosi di questioni fiscali – è talmente convinto d'aver dinnanzi un connazionale che della cultura della legalità ignora persino l’esistenza, che pensa immediatamente, senza alcuna esitazione, di poter fare di tutta l’erba un fascio.

E allora permettetemi di dire: prima ancora di pensare a cambiare i propri vestiti con altri, la propria indegna vita (e aggiungerei quella dei propri familiari) come molti di voi hanno fatto nel corso della propria vita, beh... fatemelo dire: di “acqua sotto i ponti ne deve passare”!

La cultura è legalità e conta quanto una divisa o una toga. Eppure vediamo ogni giorno come esistono politici, funzionari, magistrati, uomini delle forze dell'ordine, ma soprattutto semplici cittadini, che non hanno né l’una né l’altra, a differenza di chi viceversa - da sempre - opera in modo coerente e trasparente, senza alcun tornaconto personale, senza nemmeno uno stipendio pagato dai contribuenti. 

Sono lì, giorno dopo giorno, a fare il proprio dovere e anche ciò che altri – collusi, corrotti, ricattabili, a cui dovrei aggiungere "omertosi" – non fanno. È facile parlare di legalità quando si è protetti da una divisa o da una toga, mentre è molto più difficile esporsi personalmente sapendo di non avere nessuno dietro che ti protegga, il più delle volte... nemmeno lo Stato!

Un cittadino corretto, che rispetta la cultura della legalità, sa bene di doverla mettere in pratica sempre, non solo quando gli fa comodo. Si osservi quando si tratta di onorare le imposte fiscali, o quando arrivano a casa avvisi di accertamento come multe stradali – quelle esatte, s’intende, non quelle erroneamente inviate da certi enti solo per fare cassa - già... senza nemmeno prendersi la briga di verificare se nel frattempo fossero state già pagate.

Già... in questo Paese si è così convinti di esser moralmente tutti uguali, che molti dei miei connazionali pensano agli altri con la propria testa, quasi fossero simili. Sì... è quella loro natura "immorale" a parlare per loro: può mai essere che qualcuno sia così corretto da risultare migliore di noi? E perché mai possieda quella cultura della legalità così intrinseca? 

Sì... è proprio questa la ragione che dà tanto fastidio, la stessa che in questi anni mi ha fatto comprendere come, per la sola ragione di aver fatto la cosa giusta, si sia stati odiati!

La legalità in questo nostro Paese? Ormai ne sono convinto: è un'idea astratta! 

giovedì 28 maggio 2026

Rosario Pelligra: grazie. Perché Lei è, e resterà, il Presidente che noi tutti, catanesi orgogliosi, vogliamo / Rosario Pelligra: thank you. Because You are, and will remain, the President that we all, proud people of Catania, want.

Dear President Pelligra (per i lettori italiani: la traduzione in italiano è subito dopo), I am writing this post just a few hours after the end of the match, when the uproar of the stadium refuses to turn into that usual silence that only great disappointments can normally create.

The match is over, and Catania will not play the final against Brescia. The dream of returning to Serie B has therefore, yet again, shattered against an Ascoli side that is certainly deserving, since they didn't steal anything — quite the opposite, in fact. The 4-0 defeat in the first leg was a mountain too high to climb, and the return leg, as spirited as it may have been, wasn't enough to work the miracle that all us fans had hoped for.

But you know better than I do: mathematics can sometimes be cruel, and football doesn't always gift us with fairy tales.

However, I don't just want to talk about yesterday's result, because my thoughts go further back, to these years of silent monologues — yes — through my posts, through those public notes in which I had the courage to send you my criticisms directly about the team's performance on the pitch — unlike many who showed great enthusiasm about being top of the table, but I felt that you, unlike them, would have been willing to listen.

And now, faced with yet another season ending without promotion, I feel immense sorrow not only for the fans, but for you, Mr. President, imagining your personal bitterness in seeing thousands of fans at the stadium who had believed until the very last second that they would be able to celebrate.

I wasn't there, but I saw on TV those adult fans and the many children who, over these past months, have embraced the Stadio Massimino as if it were a second home, and now find themselves there... with their hearts shattered. That pain in the eyes of those young ones in the curva weighs more than any league table.

And yet — and I say this with the affection of someone who writes as a fan first and an observer second — this disappointment must serve as a "reset" for you. Not just a simple restart, but a real shake-up of the foundations. Because the structure we saw on the pitch, from every point of view, has shown deep limitations, mistakes that repeat year after year, and an inability to learn from the past that we frankly can no longer afford.

I am now reminded of the Como model: in 2021 they were in Serie C — yes, just like us — and today, with a much smaller city than ours, they are playing in the Champions League!

None of us is asking for the impossible, Mr. President. But Catania has 296,000 inhabitants, a metropolitan area reaching 770,000, and a passion that is unmatched. And all this potential today continues to run up against the reality of Serie C.

What more can I say? You have brought honor to this city, and I say this without flattery (after all, anyone who truly knows me knows that I don't own a single selfie except the one with the Dalai Lama, but above all, I have never asked anyone for an autograph, as I have always sought to live by my own light and never by that reflected by others), especially since we haven't yet had the chance to meet.

Having a President like you, who has shown affection and presence, is not just a stroke of luck for the people of Catania: it is a great honor. And it is precisely for this reason that it pains me so much to see you embittered. But that bitterness must now turn into courage.

It is time to truly change what hasn't worked, to surround yourself with people who know how to build a team not just on paper, but in spirit and in gameplay. Because Catania does not deserve to stand by and watch others win. And I, as a fan, will continue to hope that you want to be the architect of that turning point.

With gratitude, and with the same sincerity as always.

Nicola Costanzo

TRADUZIONE

Caro Presidente Pelligra, scrivo questo post a poche ore dalla fine della partita, quando il frastuono dello stadio non vuole trasformarsi in quell'abituale silenzio che solitamente solo le grandi delusioni sanno creare.

La partita è finita, e il Catania non giocherà la finale col Brescia. Il sogno di risalire in Serie B si è quindi per l'ennesima volta infranto contro un Ascoli certamente meritevole visto che non ha rubato nulla, anzi tutt'altro. Il 4-0 subito all’andata era una montagna troppo alta da scalare, e il ritorno, per quanto possiamo dire combattuto con l’anima, non è bastato a compiere il miracolo che tutti i tifosi speravamo.

Ma Lei sa meglio di me: la matematica a volte è crudele, e il calcio non sempre regala favole.

Non voglio però parlare solo del risultato di ieri, perché il mio pensiero corre più indietro, a questi anni di monologhi silenziosi, già... attraverso i miei post, a quelle note pubbliche che ho avuto il coraggio di inviarLe direttamente le mie critiche sul gioco posto in campo - a differenza di molti che manifestavano grande entusiasmo per essere primi in classifica, ma io sentivo che Lei, a differenza di loro, avrebbe potuto ascoltare. 

E ora, davanti a questa ennesima stagione che si chiude senza la promozione, provo un dispiacere immenso non solo per i tifosi, ma per Lei Presidente, immaginando la sua personale amarezza nel vedere migliaia di tifosi presenti allo stadio che avevano creduto fino all’ultimo secondo di poter gioire.

Non ero presente ma ho visto in Tv quei tifosi adulti e i molti bambini che in questi mesi si sono stretti allo stadio Massimino come fosse una seconda casa, e ora si ritrovano lì... con il cuore in frantumi. Quel dolore negli occhi di quei fanciulli della curva, pesa più di qualsiasi classifica.

Eppure, e glielo dico con l’affetto di chi scrive da tifoso prima ancora che da osservatore, questa delusione deve servirLe da "reset". Non un semplice ripartire, ma un vero e proprio scossone alle fondamenta. Perché la struttura che abbiamo visto in campo, sotto tutti i punti di vista, ha mostrato limiti profondi, errori che si ripetono anno dopo anno, e una incapacità di imparare dal passato che francamente non possiamo più permetterci.

Mi torna ora in mente il modello Como: nel 2021 era in Serie C, già... come noi, e oggi – con una città molto più piccola della nostra – gioca in Champions League!

Nessuno di noi chiede l’impossibile, Presidente. Ma Catania ha 296mila abitanti, un’area metropolitana che tocca i 770mila, una passione che non ha eguali. E tutto questo potenziale, oggi, continua a scontrarsi con una realtà di Serie C.

Cosa aggiungere? Lei ha portato onore a questa città, e lo dico senza adulazione (d'altronde chi mi conosce davvero sa che non possiedo un solo selfie se non quello con il Dalai Lama, ma soprattutto non ho mai chiesto un autografo a nessuno, in quanto ho sempre cercato di vivere di luce propria e mai di quella riflessa da altri), anche perché finora non abbiamo avuto modo d'incontrarci. 

Avere un Presidente come Lei, che ha dimostrato affetto e presenza, per tutti i catanesi non è solo una fortuna: è un grande onore. Ed è proprio per questo che mi dispiace tanto vederlo amareggiato. Ma l’amarezza, adesso, deve trasformarsi in coraggio. 

E' tempo di cambiare davvero ciò che non ha funzionato, di circondarsi di chi sa costruire una squadra non solo sulla carta, ma nello spirito e nel gioco. Perché Catania non merita di restare a guardare gli altri vincere. E io, da tifoso, continuerò a sperare che Lei voglia essere l’artefice di quella svolta. 

Con gratitudine, e con la stessa sincerità di sempre.
Nicola Costanzo

mercoledì 27 maggio 2026

Giochi on Line? Meglio darsi al "lotto", almeno lì... c'è una minima speranza di vincere.

Gentile Sig. Costanzo, le scrivo perché leggo abitualmente il suo Blog "Liberi pensieri" e noto come spesso, nell’evidenziare talune denunce (alcune delle quali realizzate da lei - nella qualità di delegato/iscritto a quelle "associazioni"), riesca sempre a far emergere circostanze che altri, viceversa, preferiscono tener nell’ombra.

Ecco perché nell'inviare questa mail, ho voluto allegare alcuni screenshot, presi direttamente dal web, perché in ciascuno di essi, potrà leggere il disagio di chi ha cercato semplicemente di trascorrere un po' del proprio tempo in maniera spensierata, pur sperando - giocando - di realizzare un piccolo gruzzoletto.

Ovviamente avrà compreso che se le scrivo, è perché rappresento uno dei tanti giocatori che, per anni, ha trascorso il suo tempo online, convinto del fatto che la legge (quantomeno quella nazionale) fosse dalla mia parte. E invece no. Quello che ho visto con i miei occhi, e che quegli screenshot mostrano chiaramente, è che queste case di gioco online non vengono controllate dai nostri apparati statali in modo efficace. 

Glielo dico senza giri di parole: la percentuale che dovrebbe restare allo Stato e all’operatore, quella famosa soglia massima del dieci per cento, viene abitualmente superata di gran lunga. Il risultato? La maggior parte dei giocatori, me compreso, si ritrova in mutande. E non è sfortuna, ma per colpa di un sistema che nessuno vigila.

Lo so che sulla carta le cose sembrano diverse. La legge italiana stabilisce difatti che sulle slot machine online il ritorno per il giocatore non può essere inferiore al novanta per cento. Un dieci per cento massimo, quindi, tra casa da gioco e fisco. Per le scommesse sportive si parla di payout tra novanta e novantacinque, con un margine per il concessionario che oscilla tra il cinque e il dieci.

Sembrerebbe persino generoso, no? Eppure, nella pratica, quando cominci a giocare e vedi il conto che si assottiglia in poche mani, quando le vincite possibili diventano un miraggio, allora capisci che quel dieci per cento è stato ampiamente superato. Magari è diventato venti, forse trenta. Ma chi lo controlla? Chi controlla davvero, giorno dopo giorno, partita dopo partita? Le rispondo: Nessuno!

Le faccio un esempio concreto. La normativa dice anche che ogni gioco deve avere un RTP certificato da laboratori accreditati, che il generatore di numeri casuali deve rispettare i limiti di legge. Ma quella certificazione, caro Sig. Costanzo, è un’istantanea!

È ad esempio, come fare il tagliando a una macchina e poi lasciarla correre per due anni senza mai più guardare il motore. Nel frattempo, l’operatore può tranquillamente spingere il margine reale ben oltre quello dichiarato, tanto nessuno controllerà mai ogni singola sessione di gioco. E i giocatori restano lì, a chiedersi perché la fortuna non arriva mai.

Le invio quegli screenshot perché lei stesso veda con i propri occhi cosa si trova in rete: forum, testimonianze, confronti tra payout teorici e perdite reali. Numeri che fanno rabbrividire. E non parlo di complotti, parlo di un buco nero nella vigilanza.

L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli fa quello che può, la Gdf ha di fatto risorse limitate e le piattaforme sono tante, troppe. Il risultato è che l’unico controllo vero è l’autodichiarazione degli operatori. Una cosa assurda, se ci pensa.

So che è arrivata la nuova concessione del gioco online, quella che chiamano GAD. Hanno messo limiti di deposito, autoesclusioni, monitoraggio dei comportamenti, messaggi di avviso. Roba bella, ma sulla carta. Ed allora le chiedo: a cosa servono i limiti di deposito se la casa trattiene non il dieci, ma il venti per cento? Il problema non è quanto deposito, ma quanto sono certo di perdere ogni volta che gioco. E se nessuno controlla che il margine reale resti entro il dieci per cento, allora bisogna ammettere che tutte quelle tutele diventano una facciata. Un modo per far sentire il giocatore protetto, mentre in realtà resta in mutande come prima.

Per questo mi rivolgo a lei, Sig. Costanzo, perché lei, nel suo Blog, ha sempre avuto il coraggio di dire le cose come stanno, nel rispetto della legalità ma anche nel rispetto della verità. E la verità, qui, è che servono controlli seri, indipendenti, continui. Servono soprattutto sanzioni esemplari per chi supera quel benedetto dieci per cento. 

Servono ispezioni a sorpresa, non solo certificazioni una tantum. Altrimenti, è ovvio, il gioco online resta un modo elegante per spennare la gente con la benedizione dello Stato, o quantomeno, con la sua disattenzione e in questa sede non voglio neppure pensare alla eventuale complicità di molti suoi infedeli dipendenti.

Le ho scritto a lungo, lo so, ma sentivo di doverglielo dire, perché lei è uno di quelli che non gira la faccia dall’altra parte. E quegli screenshot, glieli lascio, sono solo un assaggio. Il resto lo vede tutti i giorni, se guarda dentro le storie di chi perde, non per caso, ma per assenza di controllo. Grazie per avermi ascoltato.

Ps. Vorrei altresì aggiungere che il mio lettore mi ha anche inviato alcuni nomi di quelle società presenti nei siti web (sospetti) e di cui ha verificato come tra esse, alcune abbiano - ancora oggi, sede legale in noti paradisi fiscali, quali: Guam, Samoa, Trinidad e Tobago, Isole Vergini, Macao, Aruba, Barbados, Belize, Bermuda, Dominica, Fiji, Isole Marshall, Oman, Emirati Arabi e Vanuatu.

Ma non solo, ho voluto riportare questa mail, perché conosco, per esperienza diretta, quel sistema di gioco, in quanto un mio caro amico, ne era fortemente appassionato. Devo altresì aggiungere che, nel mio caso specifico, le perdite sono state limitate e possono esser riassunte in poche centinaia di euro, certamente molto meno di quelle giocate da ragazzo, quando ogni tanto mi divertivo a giocare in alcuni noti casinò d’Europa.

Ma chi mi conosce, sa bene quanto il sottoscritto non sia mai stato fortunato al gioco anzi tutt'altro e chissà se forse in quegli anni, proprio per sdrammatizzare le sconfitte al gioco, non mi sia "consolato" con quel proverbio che dice: "ciò che perdi al tavolo verde, lo ritroverai tra le lenzuola" e quindi nell'amore. Scherzo ovviamente... ma se qualcuno ha avuto esperienze amare come quelle del mio lettore sopra, beh... sarei felice di raccoglierle e - con il vostro consenso - farle conoscere pubblicamente.

martedì 26 maggio 2026

IRAN - USA: quel patto che non verrà mai firmato da ISRAELE...

Ascolto ogni giorno i Tg parlare di trattative internazionali, tavoli della diplomazia, di frasi faticosamente condivise, di pace in procinto di esser raggiunta, convinto che la prossima bozza – la trentesima, la quarantesima – possa finalmente ricomporre le macerie di una guerra che non accenna a esaurirsi. 

Dall’altra, però, ritengo che esista una lettura più sotterranea, meno ingenua, di ciò che sta realmente accadendo. Le agenzie di stampa parlano di divergenze ridotte, di un “accordo quadro” imminente, e persino Trump rilascia dichiarazioni solenni promettendo di impossessarsi dell’uranio arricchito iraniano come fosse un trofeo. 

Ma secondo me c’è un problema di fondo che nessuna dichiarazione ottimistica potrà mai cancellare: alla fine, Israele non accetterà alcun accordo con l’Iran. Non un vero accordo, perlomeno. Non un patto che lasci in piedi il cuore spirituale e strategico di quel sistema.

Sono certo che in questo preciso istante i servizi segreti israeliani stiano scandagliando ogni tunnel, ogni bunker sfuggito ai radar, per localizzare Mojtaba Khamenei – il figlio della Guida, successore del padre ucciso nei raid di fine febbraio – per portare a termine ciò che già lo ha gravemente ferito. 

Perché? Semplice... finché lui resta al potere, anche se nascosto, anche se privo di apparizioni pubbliche, anche se costretto a comunicare solo per messaggi scritti filtrati da una liturgia di Stato, nessuno dei suoi uomini più stretti si spingerà mai a sottomettersi alle politiche di Trump e dei suoi amici arabi nel circondario. Non è una questione tattica, è una questione di legittimità spirituale.

Allo stesso tempo, la diplomazia procede come se nulla fosse. Rubio parla di “segnali positivi”, poi ammette che si ha a che fare con un “regime frammentato”. L’Iran, attraverso fonti ufficiali, smentisce di aver accettato la consegna dell’uranio altamente arricchito, ribadisce che la questione nucleare verrà affrontata solo in un secondo tempo, e rilascia dichiarazioni contraddittorie che rischiano di sabotare qualsiasi intesa ancor prima che venga scritta. Non è solo tattica negoziale, è la manifestazione di un’anima irriducibile.

Dietro questa confusione di voci, però, esiste un filo conduttore preciso. Mojtaba Khamenei non è né un falco né una colomba. Resta chiuso in un luogo segreto, circondato da un apparato di sicurezza che teme infiltrazioni e nuovi raid, prova a trasformare la propria fragilità in una forma di controllo politico del tempo. La sua “pazienza strategica” non è quella del padre, costruita in decenni di potere assoluto, ma insegue lo stesso obiettivo: impedire che l’Iran venga costretto a scegliere tra guerra totale e resa diplomatica

E così, mentre Washington vuole risultati verificabili e Israele spinge affinché Teheran perda ogni capacità nucleare, missilistica e influenza regionale, il nuovo leader frena. Ordina che l’uranio resti nel paese, vigila sullo Stretto di Hormuz, e presenta ogni possibile intesa non come un arretramento, ma come un riconoscimento della propria centralità. 

Già... è proprio qui il nodo: da una parte c’è chi cerca una soluzione, dall’altra chi – Israele in testa – vuole abbattere quel sistema dittatoriale e lo considera troppo pericoloso finché potrà avvicinarsi all’atomica. 

E finché Mojtaba Khamenei resterà in vita, anche ferito, anche invisibile, quella volontà di non cedere mai davvero a nessun accordo, continuerà a guidare ogni mossa.


lunedì 25 maggio 2026

In Sicilia la mafia colpisce non solo i servitori dello Stato, ma anche i semplici cittadini che lo Stato non è riuscito a proteggere!

Lo so, avrei dovuto scrivere questo post l’altro ieri, ma se non l’ho fatto, c'è un motivo.

Sì... forse perché ho pensato "amaramente" che la maggior parte delle persone scelga la strada più comoda: ricordare il giudice, la moglie, la scorta soltanto in quel giorno preciso, il 23 maggio, e poi dimenticarli per gli altri trecentosessantaquattro. 

Io non ce l’ho mai fatta a fare così ed è per questo che ogni anno, quando l’anniversario si avvicina, provo un senso di disagio che non riesco a scrollarmi di dosso.

Sì... non sopporto le passerelle, quelle odiose sfilate istituzionali che prendono la scusa del ricordo per far brillare qualcuno davanti alle telecamere. Sono passati trentaquattro anni e mi sembra di vedere sempre le stesse scene.

Certo, fa bene al cuore osservare tanti bambini, adolescenti, giovani radunati a commemorare Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani a cui - se non vi dispiace - vanno sommati i sopravvissuti (Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello, Giuseppe Costanza) che hanno avuto la terribile sorte di restare in vita e portare addosso, per sempre, il peso di quel giorno. E di loro – dovrei aggiungere – nessuno parla. 

Non dico quindi che questo tipo di commemorazioni non facciano bene al futuro del nostro Paese, quello sì, ma da lì a pensare che la lotta alla criminalità passi attraverso queste iniziative, ce ne vuole. Ho l’impressione che dietro tanta retorica si nasconda soprattutto la voglia di farsi notare, da parte di politici e talvolta persino di magistrati. E intanto, per il resto dell’anno, di quei coraggiosi che hanno dato la vita non sembra importare più nulla a nessuno.

Dietro quella strage, in fondo, ci sono tutti: referenti politici e istituzionali, servizi segreti e massoneria, settori collusi della magistratura e persino alcuni reparti militari. E poi, quasi dimenticavo, la criminalità organizzata, quella che secondo la versione ufficiale avrebbe premuto il telecomando per far saltare l’autostrada a Capaci. Ma per favore, basta. Non parlate più di legalità, soprattutto se siete tra quelli che non l’hanno mai rispettata, o che non hanno mai davvero portato avanti le idee del giudice. 

Ma d'altronde basti osservare cosa accade oggi a magistrati come Nino Di Matteo e Nicola Gratteri: isolati, contrastati, lasciati soli. Mentre le ultime riforme indeboliscono l'azione dello Stato contro la mafia, qualcuno continua a voler ridurre l'antimafia a una sfilata di moda infarcita di retorica, un movimento impegnato a commemorare i santini anziché pretendere verità e giustizia. E contro chi le pretende, contro chi prova solo a portare alla luce le concause rimaste nascoste, viene scatenata la macchina del fango. Finiscono come le vittime, o vengono fatti tacere. Come non ricordare Sigfrido Ranucci, il giornalista di Report, che solo pochi anni fa per aver mostrato una nuova indagine su quel maledetto 23 maggio 1992 è finito sotto la bufera mediatica. Ecco.

Così, quest’anno, avevo pensato di restare in silenzio, limitarmi a documentare. Perché dopo trentaquattro anni, di parole, ne sono state dette fin troppe, e sarebbe ora di passare ai fatti. Per esempio: chi fece sparire dal pc del ministero della giustizia il diario di Falcone? Erano floppy disk con la verità del magistrato su ciò che subiva quotidianamente. Non certo Totò Riina, ma uomini dello Stato. E per ordine di chi? Sono domande senza risposta, e resteranno senza risposta anche quest’anno, mentre lo Stato prova ad assolvere se stesso attribuendo ogni responsabilità solo alla mafia. Ma sappiamo che non è così. Il “paese felice”, così Falcone chiamò l’Italia, non era un elogio. Quel paese per cui ha sacrificato la sua intera esistenza non lo amava affatto. E non ama neppure chi, come lui, sovverte la prassi consolidata del rapporto tra mafia e potere.

Io credo che il modo migliore per contrastare questa narrazione ipocrita sia dare voce a Falcone. Non limitarsi a un giorno, a una corona, a un discorso ufficiale. Fargli occupare ogni spazio, ogni giorno. Per questo avevo invitato a pubblicare le sue parole, dal 18 al 23 maggio, sui propri social. Perché i mafiosi e i loro amici nello Stato volevano cancellarlo dalla storia, invece Falcone se lo devono ritrovare ovunque. Sono stati preparati cartelli, citazioni, persino una voce enciclopedica su WikiMafia. Ma so bene che tutto questo rischia di restare inutile se non cambia la sostanza, già... se non smettiamo di credere che basti un anniversario per sentirsi a posto con la coscienza.

Perché quando penso al giudice Falcone, a me viene un magone. Un nodo alla gola che subito si trasforma in tristezza profonda, in malinconia. E poi in rabbia. Non è solo il ricordo di quella strage. È vedere che il Paese, da quel lontano 1992, non è minimamente migliorato!

Sì... è peggiorato in ogni settore, produttivo e istituzionale. Qualcuno obietta che non ci sono più omicidi eccellenti. Ma questa non è una vittoria dello Stato: è la nuova strategia della mafia, che ha adottato una politica distensiva per operare i suoi affari in modo più nascosto. Una pax concordata, dove di tanto in tanto salta solo la manovalanza, mentre chi comanda resta saldamente al potere, spesso seduto su poltroni istituzionali, con l’immagine limpida. E poi ci sono i "beni confiscati" finiti in mano a gente sotto inchiesta per corruzione, i processi che finiscono in nulla, come quello al generale Mori e al colonnello Obinu, assolti dopo anni di dibattimento perché il “caso non sussiste”. È mancato quel rigore che Falcone auspicava. Il 2015 fu definito l’annus horribilis dell’antimafia di facciata: si è capito che l’unico interesse era finanziario, personale. Non una missione per il bene comune, ma vantaggi per sé e per i propri familiari o amici.

E io aspetto ancora un grazie dallo Stato. Un semplice, esplicito ringraziamento personale. Perché tanti cittadini onesti hanno avuto il coraggio di denunciare, di segnalare, e poi sono stati ignorati. Le loro denunce non sono state fatte emergere perché andavano a colpire soggetti intoccabili, sia del mondo civile che di quello istituzionale. Allora cala il silenzio, anche da parte dei media, che fanno finta di non ricevere le notizie o preferiscono censurarle. Alcune associazioni di legalità, poi, adottano stratagemmi ambigui: nessun contatto ufficiale via Pec, solo format web dai quali si riservano di leggere, senza mai dare riscontro

Così possono sempre dire di non aver ricevuto le segnalazioni imbarazzanti. Io quelle comunicazioni le ho registrate tutte, con tanto di screen. Presto pubblicherò i nomi di chi si promuove a baluardo della legalità e invece censura ciò che dà fastidio agli amici. Sono pochi quelli che fanno davvero il proprio dovere. Gli altri usano i loro servizi per screditare e attaccare gli avversari.

Dice bene la sorella del giudice, la dottoressa Falcone: alcuni hanno l’interesse a mascherarsi da buoni, ma quella è un’antimafia che con lei non ha niente a che fare. È vero, esiste una cultura del sospetto alimentata da chi opera per conto di cosa nostra per carpire informazioni. Ma è altrettanto vero che tantissimi cittadini comuni si offrono solidali a questo mondo corrotto, in cambio di denaro, avanzamenti professionali, incarichi vari. Non bisogna andare lontano per trovare lo schifo, non nei quartieri disagiati. I poveri, semmai, procurano solo manovalanza e forza lavoro. 

La mafia siede nei posti lussuosi, sui tappeti rossi. È lì che bisogna cercarla. Ma da noi, si fa finta di non saperlo. C’è una frase di Falcone che ho fatto mia: in Sicilia la mafia colpisce non solo i servitori dello Stato, ma anche i semplici cittadini che lo Stato non è riuscito a proteggere. Ecco, forse dovremmo cominciare da qui. Non da un giorno all’anno, ma da tutti gli altri. Perché ricordare, senza mettere in pratica quegli insegnamenti di coraggio e libertà, non serve a niente!

domenica 24 maggio 2026

Gesù nel 2026 – I° Capitolo (Parte Seconda): La maternità: da Elisabetta al romano, dalla fecondazione all'atto d'amore più silenzioso della storia.

 7. La gravidanza: normalità biologica e scandalo teologico

Una volta fecondato l'ovulo, iniziò una gravidanza del tutto normale.

Nove mesi. Il corpo di Maria – che aveva probabilmente tra i dodici e i quattordici anni – iniziò a trasformarsi. Il ventre si espanse. I seni si gonfiarono. Cominciò a sentire  i movimenti del feto, ebbe nausee, stanchezza, dolori alla schiena. Un parto, poi, probabilmente doloroso e sanguinoso, in condizioni igieniche - non dimentichiamolo - precarie.

Niente di miracoloso. Niente di "immacolato"...

Eppure, la teologia cristiana ha costruito su questa gravidanza una montagna di dogmi che l'hanno resa irreale.

La verginità perpetua (Maria vergine prima, durante e dopo il parto) – come se il parto non l'avesse toccata.

L'Immacolata Concezione (Maria concepita senza peccato originale) – come se la carne di una donna fosse un ostacolo alla santità.

Io dico esattamente il contrario. La grandezza della maternità non sta nell'assenza di carne. Sta nella carne. Nel sangue. Nel rischio. Nella fatica. Nel fatto che una donna dà la vita con il suo corpo, non nonostante il suo corpo.

Maria fu madre davvero. Non in una teologia. Non in un affresco bizantino. Ma in un villaggio, con le mani sudate, sporche e gli occhi stanchi. E toglierle questa carnalità non è stato un atto di devozione, ma un atto di cancellazione.

La teologia ha reso Maria adorabile perché l'ha resa irreale. Ma così ha distrutto l'unica cosa che la rendeva davvero grande: che fu una madre come tutte le madri!

8. Immacolata Concezione e nascita verginale: due cose diverse

Attenzione: ho visto in questi anni sul web dei video che facevano confusione tra "Immacolata Concezione" e "nascita verginale".

L'Immacolata Concezione è stata creata dalla Chiesa Cattolica come dogma solo alcuni anni fa, precisamente nel 1854, e si riferisce – nella realtà – al concepimento di Maria da parte della madre Anna, e quindi non al concepimento di Gesù. Quanto appena detto serve per giustificare lo "stato di purezza" di Gesù – mi riferisco allo stato morale che doveva essere necessariamente immune dal "peccato originale", che segna tutti gli uomini sin dai tempi di Adamo.

Viceversa, la nascita verginale di Gesù rappresenta una dottrina che risale agli inizi del cristianesimo, secondo la quale Maria, senza conoscere alcun uomo, rimane incinta dello Spirito Santo, uno stato quindi di concepimento "illibato" necessario per far comprendere l'origine soprannaturale di quella gravidanza.

E così, alla fine, ecco che Gesù «fu concepito per opera dello Spirito Santo» e nacque dalla vergine Maria.

9. La verginità perpetua: storia di un dogma

L'idea che Maria sia rimasta vergine per tutta la vita non è nei Vangeli canonici. Matteo, anzi, dice esplicitamente che Giuseppe «non la conobbe finché ella non ebbe partorito un figlio» (Mt 1,25). La parola greca è ἕως (finché) e come vedremo, questo "finché" indica sempre un cambiamento di situazione una volta scaduto il termine, basta leggersi la Bibbia.

Ma la tradizione ha voluto leggere questa parola diversamente.

I primi scritti cristiani attestano tranquillamente che Maria perse la verginità con il parto. Lo afferma con chiarezza Tertulliano (III secolo) nel De carne Christi 23: «Virgo quantum a viro, non virgo quantum a partu» (vergine quanto all'uomo, ma non vergine quanto al parto).

Fu solo in seguito – con i testi apocrifi, in particolare il Protovangelo di Giacomo (capitoli 19-20) – che si impose la credenza di una Maria sempre vergine. Secondo questi scritti, due levatrici esaminano Maria dopo il parto e ne constatano stupefatte la persistente verginità. Lo stesso episodio è ricordato da Clemente Alessandrino (Stromata VII, 16,93).

Il Vangelo di Filippo (59,6-11), testo gnostico, offre invece una lettura spirituale: la verginità di Maria è metaforica, un simbolo della purezza interiore. Ma proprio perché gnostico, non fu mai accolto dalla Chiesa.

Epifanio (di Salamina) nel suo Panarion (78,8-9), difende la verginità perpetua contro gli Antidicomarianiti (coloro che si opponevano a questa dottrina). Ad esempio per spiegare i "fratelli di Gesù" menzionati nei Vangeli, Epifanio ricorre alla tesi che Giuseppe fosse già vedovo e che quei fratelli fossero in realtà figli di un precedente matrimonio. Una tesi priva di qualsiasi riscontro storico.

Con il passar dei secoli si crearono similitudini ancor più fantasiose:

La nascita di Gesù è come un raggio di sole che attraversa un cristallo senza spezzarlo.

Oppure è come quando Gesù risorto entra nel cenacolo a porte chiuse (Gv 20,26), dimenticando che il corpo glorioso possedeva proprietà che il corpo mortale non aveva.

Alcuni teologi cattolici hanno persino citato Ezechiele 44,2 («Questa porta sarà chiusa... perché per essa è entrato il Signore») – dimenticando che il passo parla di una porta del tempio di Gerusalemme che, per giunta, doveva riaprirsi ogni sabato e ogni novilunio (Ez 46,1-3).

Ambrogio e Girolamo, i grandi promotori della vita cenobitica, furono i più strenui difensori della perpetua verginità di Maria. Il loro entusiasmo è comprensibile: stavano convincendo migliaia di ragazze a lasciare la famiglia per consacrarsi a Dio. Maria non poteva essere da meno delle sue devote. Doveva essere più vergine di tutte.

L'idea, però, fu sempre contestata, difatti non pochi la rifiutarono: Tertulliano (III secolo), Bonoso di Sardica (vescovo), Elvidio, Gioviniano di Roma (monaco), Vigilanzio (presbitero, IV secolo).

Divenne dogma di fede solo nel VII secolo, con il Concilio Lateranense del 649 (sotto papa Martino I). 

Già... curiosamente pochi sanno che la verginità perpetua di Maria non è mai stata oggetto di una dichiarazione di infallibilità da parte della Chiesa cattolica romana. È un dogma "minore", nel senso che non è mai stato solennemente definito ex cathedra.

Ma tant'è però che per i cattolici è vincolante comunque.

10. L'analisi del "finché" – Matteo 1,25

Torniamo ora al testo che più di ogni altro smentisce questa dottrina.

Matteo 1,25 – Greco: καὶ οὐκ ἐγίνωσκεν αὐτὴν ἕως οὗ ἔτεκεν υἱόν -Traduzione letterale: «e non la conosceva finché partorì un figlio».

A confronto:

La CEI traduce: «senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio» – omettendo il "finché".

La Nuova Riveduta: «non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio».

"Conoscere" è un eufemismo biblico per indicare l'unione coniugale. Lo stesso termine è usato in Genesi 4,1 quando «Adamo conobbe Eva sua moglie, che concepì e partorì Caino».

La congiunzione finché (greco ἕως, èos) ha un significato temporale chiaro: indica un limite. Fino a quel momento, Giuseppe si astenne. Ma dopo quel momento, la situazione cambia.

D'altronde, va detto che nella cultura ebraica, ma anche in quella cristiana (non per nulla anche ai giorni nostri, il matrimonio cattolico non viene convalidato - si può richiedere alla Sacra Rota l'annullamento - nel caso l'atto sessuale non avvenga) il matrimonio è reso invalido se manca di quel rapporto fisico.

Infatti, lo stesso evangelista scrisse di Gesù come il "figlio di Giuseppe" e quindi sicuramente si erano sposati e Giuseppe divenne il padre putativo, ma non solo: l'evangelista Matteo scrive che Giuseppe finalmente "la prese con sé", facendo comprendere come la coppia abbia avuto rapporti sessuali subito dopo la nascita (Matteo 1,25).

Viceversa i cattolici, vincolati dal dogma, hanno tentato in tutti i modi di svuotare questo "finché" del suo significato naturale. Hanno prodotto traduzioni alternative (come quella del Pontificio Istituto Biblico del 1961: «Senza che egli la conoscesse, ella partorì»), cancellando il "finché" e cambiando la struttura della frase.

Hanno addotto esempi biblici in cui il "finché" non implicherebbe un cambiamento, ma non esiste un solo esempio biblico in cui il "finché" non indichi un mutamento di situazione al termine del periodo indicato.

Dunque, anche secondo la Bibbia, Giuseppe e Maria ebbero normali rapporti coniugali dopo la nascita di Gesù. Da quei rapporti nacquero gli altri figli e le altre figlie che i Vangeli chiamano «fratelli e sorelle» di Gesù (Mt 13,55-56).

La verginità perpetua di Maria è un'invenzione successiva, motivata da ragioni ascetiche e politiche, non scritturali.

11. Maria: da donna a dea

Ed ecco che così Maria tralascia quella condizione "umana" per diventare "divina", dove secondo molti rimase vergine per tutta la vita, idealizzata come fosse una santa, ed ancora "Madre di Dio" per divenire soprannaturale e universale.

Già... ecco che improvvisamente il concetto di donna viene a cancellarsi. Tutto ciò che quell'immagine nella realtà rappresenta diventa distaccato, estraneo. Nessun concetto piacevole nella femminilità, nessun atto sessuale, nessun rapporto che avesse dato alla luce altri figli. Nessuna vita normale, quotidiana, come tutte le altre donne di quel periodo.

È stato tutto reciso. I suoi legami familiari, il suo compagno Giuseppe, i suoi genitori: tutto perde di significato. La sua concreta natura umana andò – a causa delle decisioni ecclesiastiche del tempo che andarono sempre più a modificarsi nei secoli avvenire – perduta. E lei finì per essere innalzata al cielo e pregata come fosse una dea.

12. Giuseppe: l'atto d'amore più silenzioso della storia

E ora parliamo di lui. Dell'uomo che, in tutta questa storia, ha avuto la parte più difficile e il riconoscimento minore.

Giuseppe scoprì che Maria era incinta. E sapeva di non essere il padre.

La Legge ebraica era chiara: una fidanzata adultera veniva lapidata (Deuteronomio 22,20-21). Giuseppe aveva tutto il diritto – e probabilmente il dovere sociale – di denunciarla. Invece, secondo il Vangelo di Matteo, decise di «ripudiarla in segreto». Un gesto di pietà. Un modo per salvarle la vita senza esporla al pubblico ludibrio.

Poi, ci è stato raccontato che... ebbe un sogno. Un angelo gli disse di prendere con sé Maria. E lui obbedì.

Al di là del racconto soprannaturale, c'è un dato storico: Giuseppe non la denunciò. E questo basta a fare di lui un uomo straordinario.

Pensate a cosa significò per lui. La sua reputazione distrutta. Tutti avrebbero pensato: «È stato lui a metterla incinta prima del tempo. O forse è un cornuto che alleva un figlio altrui». In un villaggio come Nazareth, dove tutti si conoscevano, questo fu certamente un peso enorme.

Eppure restò. Lavorò il legno. Crebbe il bambino. Gli insegnò il mestiere. Non pronunciò mai una parola di lamento, almeno nessuna che i Vangeli ci abbiano conservato.

Giuseppe è il grande assente delle narrazioni cristiane. Lo si ricorda il 19 marzo. Qualche festa, qualche statua e poi sparisce. Eppure senza di lui, Gesù sarebbe stato un bambino senza padre in una società che il padre lo pretendeva. O peggio: sarebbe stato un bambino morto, lapidato insieme alla madre.

Giuseppe non è un santo perché era casto o perché aveva un alone. Giuseppe è un uomo grande perché scelse l'amore invece della vergogna!

E forse, in questo racconto di silenzi e di pesi nascosti, lui è la figura più vicina a noi. L'uomo comune che fa la cosa giusta senza cercare applausi. Che protegge. Che resta. Che ama senza parole.

Ed allora in conclusione troviamo: una madre, un padre, un bambino

Sì... da questo primo capitolo (suddiviso in due parti) emergono già alcuni nodi decisivi del mio percorso:

1. Maria non fu una dea sospesa nell'incenso. Fu una ragazza rimasta incinta prima del matrimonio, in un contesto sociale che puniva severamente questa evenienza. La sua grandezza – se vogliamo chiamarla così – non sta in una biologia miracolosa, ma nell'aver affrontato la vita con coraggio, comunque andarono le cose.

2. Giuseppe fu l'uomo che, sapendo di non essere il padre, scelse di proteggere invece di condannare. Il suo è l'unico atto d'amore realmente gratuito di tutta questa storia.

3. Il romano (o l'uomo che fecondò Maria) resta anonimo. Forse Pantera, forse un altro. Ma la sua esistenza è necessaria: senza un corpo maschile, nessun ovulo si sarebbe mai sviluppato in un embrione.

4. La nascita verginale e l'Immacolata Concezione sono due dottrine distinte. La prima è antica, la seconda è un dogma del 1854.

5. La verginità perpetua è un dogma tardivo, costruito per ragioni ascetiche e politiche, privo di fondamento scritturale e scientifico.

6. Il "finché" di Matteo è chiaro: dopo la nascita di Gesù, Giuseppe e Maria furono una normale coppia di sposi.

Nei prossimi capitoli seguiremo questo bambino. Lo vedremo nascere (forse a Betlemme... chissà se poi era davvero Betlemme...). Lo vedremo crescere con il marchio di "illegittimo". Lo vedremo studiare la Torah, allontanarsi, incontrare Giovanni Battista, scegliere dodici uomini, entrare in conflitto con il tempio.

Ma non dimentichiamo mai da dove viene: dal corpo di una donna e dalla scelta silenziosa di un uomo che accettò la vergogna.

Nessuna nuvola. Nessun angelo musicante. Solo carne, sangue, silenzi e un amore umano, fragilissimo, sufficiente.

sabato 23 maggio 2026

Gesù nel 2026 – I° Capitolo (Parte Prima): La maternità: da Elisabetta al romano, dalla fecondazione all'atto d'amore più silenzioso della storia.

Inizio raccontando su quanto siamo in grado di sapere sulla gravidanza di Maria e sulla nascita del suo primogenito, Gesù.

1. Nazareth: un villaggio senza segreti

Sappiamo per certo che quando parliamo di quei luoghi, nel caso specifico Nazareth, facciamo riferimento a cittadine povere, piccole case fatte di stanze anguste, cortili comuni, stretti vicoli. La sensazione inevitabile è di un intreccio che coinvolgeva ogni aspetto sociale della comunità e quindi dell'esistenza stessa dei suoi cittadini, dove – comprenderete – era certamente impossibile nascondere o tenere celati segreti.

Provate quindi a immaginare quale scalpore deve avere suscitato la gravidanza di Maria in quel piccolissimo villaggio. E ora pensate al suo fidanzato, già... quel Giuseppe che, insieme alla propria famiglia (e d'accordo con quella di Maria), aveva dato il consenso al matrimonio.

Ma disgraziatamente Maria è incinta e lui sa bene di non essere il padre, non avendo avuto ancora con lei alcun tipo di rapporto. Sappiamo infatti, prendendo per buono quanto dice Matteo nel Vangelo: voleva lasciarla. Ma se faceva questo, lei sarebbe stata condannata, esposta al pubblico ludibrio. Allora ecco che pensò di salvarla, facendola però partorire lontano da Nazareth.

Sì... una cosa è certa: di lì dovevano andarsene. E quindi, con il suo aiuto (o meno... non lo sappiamo), Maria lasciò precipitosamente la cittadina.

2. Elisabetta: il primo riconoscimento

Maria andò così a nascondersi in un altro villaggio, a circa sei chilometri da Nazareth, precisamente a Ein Karim, dove rimase per circa tre mesi, insieme a dei parenti, una coppia sposata: Elisabetta e Zaccaria.

In quel periodo anche Elisabetta era in attesa. All'incirca era giunta al sesto mese del noto bambino che prenderà il nome di Giovanni Battista.

Quindi... prima che un angelo annunciasse messaggi a Maria, c'era una donna che la capiva. Si chiamava Elisabetta. Era sua parente, anziana, incinta in modo inaspettato dopo una vita di sterilità.

Il Vangelo di Luca racconta che Maria, appena concepito Gesù, «si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda» (Lc 1,39). Entrò nella casa di Zaccaria e salutò Elisabetta. E il bambino che Elisabetta portava in grembo – il futuro Giovanni Battista – sussultò di gioia.

Elisabetta, «piena di Spirito Santo», pronunciò allora le parole che la tradizione ha conservato: «Benedetta tu sei fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo» (Lc 1,42).

Questo incontro è il primo atto di una storia che nessuno ancora conosceva. Due donne. Due gravidanze inattese. Una che ha aspettato decenni, l'altra che ha appena cominciato. Si riconoscono. Si benedicono.

Nessuno sa quale legame familiare unisse le due donne. Qualcuno ha detto che erano cugine, altri nipote e zia. Certamente erano intime. Ed ecco il motivo per cui Giovanni e Gesù si sentirono legati, parenti.

Ma c'è un dettaglio importante che le nostre traduzioni e la nostra sensibilità moderna tendono a rimuovere: la gioia di Elisabetta non è ingenua. Nel testo greco, il verbo usato per descrivere il sussulto del bambino è "skirtao", lo stesso che, nella traduzione dei Settanta, descrive i gemiti del popolo d'Israele oppresso in Egitto. C'è un'eco di liberazione, un presentimento.

Eppure – e questo va detto con chiarezza – il racconto di Luca è già teologia. Non cronaca. Nessuno era lì a registrare i dialoghi. Nessuno poteva sapere cosa si dissero quelle due donne in una casa di Hebron, se mai si incontrarono davvero. La visita a Elisabetta è un annuncio letterario, un prologo messianico. Non è quindi storia nel senso moderno del termine.

Ma per noi (ex cristiani), che cerchiamo l'uomo Gesù, questa pagina ha comunque un valore: ci mostra che Maria non era sola. Che c'era un'altra donna, più anziana, più esperta, che la accolse senza giudicare. E che, forse, fu l'unica a sapere la verità che nessun altro avrebbe mai accettato.

3. Lo spostamento a Betlemme e il matrimonio

Storicamente sappiamo che a causa del censimento romano, la coppia si dovette spostare a Betlemme. Secondo quanto riportato da Luca, il censimento indetto da Cesare Augusto aveva una caratteristica specifica: «tutti andavano a farsi registrare, ciascuno nella propria città» (Lc 2,3). Questo significa che non ci si doveva recare semplicemente al centro amministrativo più vicino o dove si risiedeva abitualmente, ma nella città di origine della propria famiglia, la "città dei padri".

Giuseppe, discendendo dalla casa di Davide, era obbligato a recarsi proprio a Betlemme. Era lì difatti che i suoi antenati avevano avuto origine e ancora lì che, secondo la prassi del censimento, doveva essere registrato. Si trattava quindi di un viaggio non volontario ma obbligatorio, dettato da una precisa disposizione imperiale: ogni capofamiglia doveva tornare nella città della propria stirpe per essere censito. Per Giuseppe questo significava percorrere circa 150 chilometri da Nazareth fino a Betlemme, un viaggio di diversi giorni, affrontato insieme a Maria che era ormai prossima al parto.

4. Il romano: Pantera e le fonti

Parliamo ora di ciò che i Vangeli tacciono.

Maria rimase incinta. La biologia è inesorabile: un ovulo viene fecondato da uno spermatozoo. Non esistono fecondazioni "spirituali". X e Y devono incontrarsi. Questo non è ateismo. È scienza.

Allora chi fu il padre?

I Vangeli canonici danno una sola risposta: lo Spirito Santo. Ma si tratta di una risposta di fede, non di storia. E questo progetto non parla di fede. Parla di un uomo di carne.

Ovviamente, quanto ho appena descritto è in contrasto con la fantasiosa riproduzione riportata nei Vangeli: Giuseppe che, nel sogno, riceve un messaggio che Maria è incinta – sì... a causa – o dovrei dire per opera – dello Spirito Santo.

La tradizione ebraica, quella che circolava tra la gente comune, non credette mai alla versione ufficiale e lo disse chiaramente per secoli, in diversi testi.

Il nome che ricorre più spesso è Pantera (o Pandera). Compare per la prima volta nella Tosefta palestinese (t.Hullin 2,24): il più antico resoconto rabbinico che menziona il "figlio di Pantera". Successivamente ho letto che è stato ritrovato nel Talmud babilonese (Avodah Zarah 16b-17a) e nel Midrash (Ecclesiastes Rabba 1.8.3).

Il racconto più completo, però, si trova in un testo leggendario chiamato Toldoth Yeshu, esistente in molte versioni. Ecco cosa narra: Miriam (Maria) è promessa sposa a un uomo della casa di Davide, di nome Ioannanan (Giovanni). Ma vicino a casa sua vive un attraente soldato romano, chiamato Yosef o Joseph, figlio di Pantera, che la seduce. In questo racconto, si comprende come Giuseppe sia l'amante, non il fidanzato.

La Chiesa d'allora si difese. Origene (II-III secolo), rispondendo al filosofo pagano Celso che tra l'altro aveva diffuso per l'appunto l'accusa, asserì che in realtà Pantera era il nome del nonno di Gesù. Una tesi isolata, mai confermata da altre fonti.

Ancora oggi non possiamo sapere con certezza chi fosse quell'uomo. Le ipotesi sono molteplici: un soldato romano di passaggio; un uomo del villaggio; un parente; un estraneo; un episodio di violenza; o persino – perché no? – un amore vero, poi cancellato dalla memoria agiografica.

Ma noi... non abbiamo bisogno di saperlo con esattezza per affermare un fatto: Maria non rimase incinta per opera dello Spirito Santo. Rimase incinta di un uomo. E quell'uomo non era Giuseppe.

Questo è il dato storico, crudo e necessario, da cui ogni ricerca su Gesù dovrebbe partire. Non da un dogma. Non da un miracolo. Da un corpo femminile fecondato, come tutti i corpi femminili, da un corpo maschile.

5. L'Annunciazione: la versione ufficiale

Ritorniamo al sogno. Sì, a quella bella storiella in cui l'angelo – messaggero di Dio – parla per la prima volta e si rivolge a Maria, dicendole di non temere «perché hai trovato grazia presso Dio», concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.

Sarà chiamato «Figlio dell'Altissimo e il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

Ovviamente la bella storiella ha bisogno di giustificare la gravidanza. Ed ecco allora il colpo di genio.

«Com'è possibile?» chiede Maria, turbata. «Non conosco uomo» – per dire: non ho avuto rapporti sessuali.

Ed ecco allora l'angelo rispondere: «Lo Spirito Santo (sì... sempre lui...) scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra, la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato figlio di Dio» (Luca 1,30-35).

Consentitemi di precisare che il racconto dell'Annunciazione è narrato solo nel Vangelo di Luca (1,26-38). Matteo, Marco e Giovanni non riportano minimamente questo episodio, eppure è un passaggio fondamentale per comprendere ciò che verrà..

Certo, esistono anche altre versioni alternative:

Nel Protovangelo di Giacomo (capitoli 10-12), apocrifo del II secolo: Maria è intenta a tessere il velo del Tempio. Prende una brocca per andare ad attingere acqua. Sente una voce che la saluta: «Ave, piena di grazia». Guarda intorno, non vede nessuno. Torna a casa tremante. L'angelo le appare poi in casa e le dice: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia davanti al Signore di tutti». Maria chiede: «Concepirò per opera del Signore, Dio vivente?»

La Tradizione copta e ortodossa: mantiene sostanzialmente il testo di Luca, aggiungendo un'enfasi maggiore sul ruolo di Maria come "Madre di Dio".

La tradizione protestante (luterana, calvinista, evangelica), se pur accettano il testo di Luca come canonico, con enfasi sulla grazia di Dio e sulla fede di Maria come esempio di obbedienza, non da a Maria alcuna forma di venerazione, oltre il suo ruolo di madre terrena di Gesù.

Chiesa cattolica: Luca 1,28 – il termine "piena di grazia" è diventato il fondamento dogmatico per l'Immacolata Concezione.

6. La fecondazione: X e Y

Perdonatemi se insisto nuovamente su questo punto, ma ritengo sia alquanto decisivo.

Nel 2026, dopo decenni di genetica, di biologia molecolare, di fecondazione assistita, di mappature del DNA, non possiamo più permetterci di raccontare a un bambino che «Maria concepì per opera dello Spirito Santo» come se fosse un fatto, e non una credenza.

Un ovulo umano contiene 23 cromosomi, di cui uno sessuale: X. Uno spermatozoo umano contiene 23 cromosomi, di cui uno sessuale: X o Y. Se l'ovulo viene fecondato da uno spermatozoo X, nasce una femmina (XX). Se viene fecondato da uno spermatozoo Y, nasce un maschio (XY).

Gesù era un maschio. Dunque, l'ovulo di Maria fu fecondato da uno spermatozoo Y. Quel cromosoma Y veniva da un uomo. Non da uno "Spirito". Non da una essere sovrannaturale, bensì da un uomo!

Questa non è una provocazione. È un dato elementare di biologia. E se la teologia si è sentita in diritto di ignorarlo per duemila anni, oggi non può più farlo.

L'idea di una "fecondazione spirituale" appartiene a un'epoca in cui non si conoscevano i meccanismi della riproduzione. Oggi sì. E un pensiero adulto, onesto, non può più rifugiarsi nell'ignoranza.

Dunque: Maria fu fecondata da un uomo. Non sappiamo chi fosse. Forse un romano. Forse un ebreo. Forse un episodio consensuale, forse violento. Ma fu un uomo. E quel seme generò il bambino che si chiamò Gesù.

venerdì 22 maggio 2026

Gesù nel 2026: il racconto di un ex credente.

Prima di iniziare questo percorso, preannuncio ai miei lettori che nei prossimi giorni alternerò momenti di formazione sulla legalità (con fatti d’attualità o eventi socio-culturali) ad alcune riflessioni personali che mi hanno spinto a rileggere il cristianesimo delle mie origini, quello appreso dai salesiani e, crescendo, come molti di voi, dall’esperienza comune.

Mi rivolgo a cristiani cattolici, ortodossi, protestanti (in tutte le loro denominazioni) e anche a chi abitualmente “suona alle nostre porte”, come i Testimoni di Geova e i Mormoni. 

A tutti dico: questo scritto non vuole essere dissacrante. Ognuno può restare fedele ai propri principi, e anzi, se per voi la fede non ha mai avuto bisogno di essere messa in discussione, tanto di cappello.

Comincio quindi un percorso iniziato a scrivere anni fa, ma mai messo in pratica. Non rappresenta una critica agli insegnamenti cristiani, bensì un tentativo personale – e forse un po’ tardivo – di riannodare i fili.

Cercherò quindi di riconsiderare quel Gesù, la sua vita, i suoi insegnamenti, con gli occhi di un uomo di oggi – del 2026. Da qualcuno che non si riconosce più nella fede dogmatica, ma che non vuole gettare tutto ciò che gli è giunto dopo duemila anni. Voglio invece provare a salvare il vero messaggio di un uomo che ha cercato di lasciare una traccia nei cuori.

Parlerò di quell’uomo chiamato Gesù. Non del dogma. Non della fede. Solo dell’uomo. Dell’uomo che ha vissuto come ciascuno di noi: dalla nascita all’infanzia, dall’adolescenza all’età adulta, fino alla morte.

Ho scritto diversi capitoli (sono... 13) su questo tema. Perché la vicenda di Gesù ha troppi lati “oscuri” – silenzi, contraddizioni, interpretazioni sovrapposte – che non possono essere affrontati in modo superficiale. Senza quella profondità, qualsiasi discorso risulterebbe incompleto.

Sì... so bene che per molti il numero 13 è un numero sfortunato, ma per altri - già proprio come me - rappresenta il simbolo di ribellione, di rottura o dovrei dire di "trasformazione". Nell'antichità era il numero della luna (le note 13 lune dell'anno solare), ma anche del femminile sacro, rappresentato in molte antiche tradizioni, sia pre-cristiane che pagane, da un equilibrio tra maschile e femminile.

Inoltre, nel cristianesimo il 13 richiama i commensali dell'Ultima Cena – Gesù e i 12 apostoli – e quindi il tradimento, ma anche il compimento.

A me comunque piace pensare che il 13 sia il numero di chi vuole uscire dagli schemi, di chi dice «non basta» alle risposte facili o a quegli schemi preordinati imposti dal clero e dalla Chiesa, di chi prova quindi a cercare l'uomo dietro il dogma.

Non scrivo da storico né da teologo. Scrivo da cercatore. Non so se Gesù crescendo abbia avuto davvero delle visioni, né se provenissero da Dio oppure dalla sua mente. Certo... so che i Vangeli le raccontano ed io le prenderò sul serio, senza sbrigative spiegazioni scientifiche né facili miracolismi. Lo stesso criterio varrà per ogni aspetto della sua vicenda.

Per questo ho scelto di realizzare 13 capitoli, ciascuno suddiviso in sezioni. Ecco l'indice ragionato:

1 - La maternità: Nazareth, Elisabetta, lo spostamento a Betlemme, il matrimonio, il romano, l'annunciazione, la fecondazione: X e Y, la gravidanza, nascita verginale e immacolata concezione, la verginità perpetua, "finché", Maria, Giuseppe.
2 - Il viaggio a Betlemme: Il parto, la nascita, Erode il Grande, il rientro a Nazareth.
3 - Il bambino Gesù: la famiglia, la crescita, i compagni, l'ambiente sociale e quel marchio di essere un "figlio illegittimo".
4 - Il Giovane Gesù: Lo sviluppo, l'adolescenza, gli studi della Torah.
5 - Entriamo nel deserto: L'allontanamento, la ricerca, le visioni, gli Esseni.
6 - L'inizio pubblico: il battesimo di Giovanni, la scelta dei 12 apostoli, la purificazione del tempio, il Messia.
7 - La Missione: Il messaggio d'amore, i miracoli, l'uomo che mai pensò di essere Dio.
8 - Il processo: L'attacco al Sinedrio, il tradimento di Giuda, il giudizio di Pilato, la condanna.
9 - L'uomo solo: L'uomo sulla croce: "Eloì, Eloì, lemà sabactàni".
10 - L'abbandono: Il momento in cui comprese di essere soltanto un uomo.
11 - Il sepolcro vuoto: Il corpo scomparso, mistero, malinteso, furto o resurrezione.
12 - Nascita del cristianesimo: Paolo, la censura, la cancellazione dell'uomo Gesù, il potere delle nuove istituzioni, la trinità. 
13 - Il testamento spirituale: L'ultima lezione dell'uomo che non chiese di essere adorato.

giovedì 21 maggio 2026

Già...quando il "denaro sporco" ha imparato ad entrare in Borsa.

Sì... proviamo a immaginare insieme questo momento preciso, un giorno qualunque, in una sala riunioni anonima, dove un uomo in giacca scura e senza cravatta sorride al suo computer, premendo: “acquista”. 

Quel gesto, apparentemente banale, è il punto d’arrivo di un viaggio lunghissimo che nessuna mappa racconta: un viaggio iniziato forse in un vicolo buio, proseguito tra valigette e favori, e finito lì, su un portale di trading luccicante come una vetrina natalizia

Il denaro sporco... non più costretto a nascondersi in cassetti segreti o a viaggiare nel doppiofondo di un’auto, ha ora imparato la lezione più importante della modernità, cioè che l’abito fa il monaco e che in Borsa nessuno chiede la fedina penale dei titoli. 

Così si siede al tavolo accanto ai fondi pensione dei lavoratori onesti, stringe mani educate, partecipa alle conference call, e se qualcuno osasse chiedergli “ma tu da dove vieni?” lui risponderebbe con un silenzio educato e uno scontrino fiscale falso ma perfetto.

E questa, rappresenta la beffa più grande: cioè che il denaro mafioso, quello che abbiamo sempre pensato dovesse per forza puzzare di polvere da sparo, è oggi più pulito di molti soldi leciti. Almeno nella forma. Perché la Borsa non guarda l’anima dei capitali, guarda il loro appetito, la loro velocità, la loro capacità di generare altro denaro in tempo reale. 

E il riciclaggio, che una volta era un’arte lenta e artigianale fatta di prestanome pazienti e cambiavalute compiacenti, oggi è diventato un algoritmo. Bastano pochi passaggi tra paradisi fiscali virtuali, una manciata di transazioni fra criptovalute, un conto di compensazione in Lussemburgo o Delaware, ed ecco che quei soldi sporchi arrivano in Borsa con un sorriso smagliante e un codice identificativo perfettamente in regola. Non c’è più bisogno di “grondare sangue”: ora sgocciolano Excel, e l’Excel non fa rumore.

Ma c’è un rovescio che fa quasi tenerezza, se non fosse tragico: che mentre noi cittadini distratti pensiamo che le mafie siano quelle degli agguati e delle lupare, l’industria del riciclaggio ha già superato il dieci per cento del nostro Pil. Sì... il 10%, pensa un po’. 

Significa che in ogni grande operazione finanziaria che leggi sul giornale, in ogni scalata a un’azienda storica, in ogni tycoon che improvvisamente compare dal nulla con un patrimonio immenso e una biografia un po’ troppo liscia, c’è la probabilità concreta che una fetta sia farina di quel sacco. 

E Bankitalia, che di solito parla con la cautela di chi maneggia numeri enormi, ha lanciato l’allarme: siamo al doppio della media mondiale, e la situazione è destinata a peggiorare, perché ogni crisi economica è un ottimo momento per comprare a poco e ripulire molto. La morale? Il denaro sporco non teme le recessioni: le aspetta come un predatore aspetta la notte.

E allora, torniamo alla sala riunioni di prima. Quel tizio in giacca scura non ha mai sparato a nessuno, probabilmente sa a malapena tenere in mano una penna, ma conosce a memoria i regolamenti Consob meglio di un avvocato d’affari. Ha studiato, ha imparato, ha capito che il vero potere non è più nelle pistole ma nei flussi, e che la Borsa è diventata il più grande bucato automatico della storia. 

Perché in Borsa non esiste un metal detector per il passato dei soldi, esiste solo la loro promessa di rendere di più domani. E finché penseremo al riciclaggio come a un problema di “quelli brutti e cattivi”, finché le leggi resteranno a maglie larghe e i processi dureranno un’eternità, quel sorriso in sala riunioni continuerà a essere il sorriso di chi ha vinto senza combattere. 

Forse, l’unica vera domanda da farsi, stasera, non è come fermarlo, ma perché abbiamo impiegato così tanto a capire che non combatte più per strada. Lotta in Borsa. E sta vincendo.

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