Parliamo di Khamenei, il figlio, il successore designato, l’uomo che avrebbe dovuto raccogliere il testimone di una teocrazia millenaria.
Eppure, a guardare bene, ciò che filtra dai palazzi del potere racconta una storia ben diversa: quella di un leader ridotto a un fantasma, le cui condizioni sarebbero tragiche a seguito dell’attentato che lo ha colpito.
Se è ancora vivo, ed è un “se” che pesa come un macigno, la sua presenza è ormai solo simbolica, un nome da invocare per legittimare decisioni prese da altri.
Ed è proprio questa assenza, questa sospensione del comando, ad aver innescato una frattura profonda nel corpo più armato e fedele del regime, quello dei Pasdaran. Per anni, i Guardiani della Rivoluzione hanno marciato compatti sotto l’ala protettrice del giovane Khamenei, che aveva saputo tessere alleanze e distribuire favori all’interno delle gerarchie militari. Ma quel tempo è finito.
Oggi, chi era stato messo da parte, chi aveva visto svanire i propri sogni di potere relegato in ruoli secondari, rialza la testa e rivendica con forza il posto che gli spetta. È un ritorno al passato che sa di resa dei conti, un attacco frontale a coloro che li avevano sostituiti, e che ora si trovano improvvisamente esposti, senza più lo scudo del loro protettore.
Nel frattempo, la piazza, il popolo vero, quello che vive le giornate tra speranza e paura, osserva. I giovani, e in particolare le donne, che hanno già dimostrato al mondo il loro coraggio, sognano un cambiamento, un ribaltamento di quel sistema degli ayatollah che li opprime.
La loro voce si è levata potente, ma oggi si scontra con una realtà spietata: la paura di ribellarsi è più forte del desiderio di libertà. E non c’è da stupirsi, perché i tribunali del governo non conoscono clemenza, e i plotoni di esecuzione sono diventati una triste routine, un monito quotidiano che spegne ogni speranza di una rivolta aperta.
Ma è sullo scenario internazionale che questo braccio di ferro rischia di trasformarsi in una tragedia collettiva. La posta in gioco è lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui passa una fetta enorme del petrolio mondiale. E qui, paradossalmente, la strategia dei falchi che ora hanno preso in mano le redini del potere potrebbe rivelarsi un boomerang.
Sì... se non si troverà una rapida soluzione politica, se la tensione continuerà a salire, la minaccia di chiudere lo Stretto tornerà a essere un’arma concreta. Ma è un’arma che si sta già arrugginendo, perché i paesi arabi confinanti stanno costruendo a gran ritmo nuovi oleodotti che permetteranno di aggirare l’ostacolo, riducendo nel giro di pochi anni il ricatto energetico dell’Iran.
E allora cosa resterà? Resta lo spettro di un nuovo conflitto militare, un conflitto che nessuno può davvero prevedere nelle sue conseguenze, ma che tutti sanno essere potenzialmente catastrofico. Non solo per quelle terre già martoriate, ma per l’intero sistema finanziario globale, che verrebbe travolto da un’ondata di caos i cui effetti sarebbero incalcolabili.
I falchi hanno preso l'Iran, hanno blindato Hormuz, hanno messo uomini come Vahidi e Rezaei ai vertici della sicurezza. Ma la loro vittoria potrebbe rivelarsi la scintilla che accende un incendio molto più grande di loro.
E tutta questa follia, si sa, prima o poi si ribalta. Contro chi? Forse contro di loro. Forse contro tutti. Forse contro nessuno, perché il fuoco, quando divampa, non chiede permesso. Brucia tutto ciò che incontra!

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