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giovedì 16 luglio 2026

CATANIA: A pensar male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca.

Lo dico sempre, e forse è uno dei pochi pensieri che non mi abbandona mai, nemmeno quando vorrei essere più indulgente. 

Già... una di quelle frasi che ti ritrovi a mormorare tra te e te, quando vivi in una terra come la nostra, dove la realtà supera sempre la fantasia e dove i fatti, prima o poi, finiscono per dare ragione ai sospetti.

Quante volte, ad esempio come me, vi siete trovati a guardare una persona, a sentirla parlare, a osservare i suoi gesti, e pensare: "qualcosa non torna...". È un istinto, una sensazione che arriva senza preavviso, come quando al telegiornale mostrano il volto di un presunto colpevole e tu, senza sapere niente, sei già convinto che sia stato lui. Poi come sempre accade, arriva il film, il thriller di turno, e il mio occhio cade su ciò che non si vede, su quello che parla poco, e così alla fine scopro che il vero colpevole è proprio quello che avevo ipotizzato, e resto lì a chiedermi come abbia fatto ancora una volta ad indovinare.

Ma la vita, si sa, non è un film. E Catania, la mia città, non è certo un set cinematografico. Certo, devo dire che quando qualcuno ha avuto il buon gusto di trasformarla in uno scenario per le serie tv, lo spettacolo è stato assicurato. Mi è capitato di guardare con occhio diverso le immagini di "Vanina - Un vicequestore a Catania" e di ritrovare, tra le inquadrature, quella luce particolare che solo la nostra città sa regalare. Le scenografie, i fondali, le piazze, i palazzi di pietra lavica che diventano protagonisti silenziosi di storie di cronaca e di passione. E poi come non ricordare il "Gattopardo", con quella Sicilia evocativa e sognante che ha fatto sognare generazioni, oppure "Squadra Antimafia", che ha raccontato, grazie a Rosy Abate, la lotta dello Stato contro il malaffare.

Sì, in quei casi la macchina da presa ha saputo esaltare la bellezza, ha saputo catturare l'anima di una città che, nonostante tutto, resta magnifica. Ma quando spengo il televisore e torno a osservare certi meccanismi, scopro come la realtà sia un'altra cosa. Perché i segni che contano spesso non sono quelli evidenti, ma quelli nascosti, quei dettagli che sembrano secondari e che invece rivelano tutto.

La mia credo sia una dote, di quelle che si hanno o non si hanno, come riuscire a leggere gli altri. E non mi è servito, come sta facendo mia figlia a completamento del suo programma universitario, studiare psicologia per capire quando qualcuno, a modo suo, vorrebbe farsi passare per ciò che non è. A me basta poco: osservare gli occhi, stare attento ai gesti, ascoltare le parole che non vengono dette, cogliere le omissioni, quelle che puzzano di omertà e di silenzi compiacenti.

E allora mi chiedo: perché è così difficile ottenere risposte chiare? Perché quando chiedi spiegazioni, ti ritrovi davanti a un muro di gomma, a mezze verità che allontanano i dubbi senza però eliminarli? È come se ci fosse un patto non scritto per cui nessuno vuole davvero chiarire, nessuno vuole mettere in discussione lo status quo. E intanto il dubbio cresce, si insinua, e alla fine, con rammarico, scopri che avevi ragione. Che quella sensazione iniziale non era solo un vezzo, ma la verità. E non è una bella sensazione, perché vorresti esserti sbagliato, vorresti che le persone che hai davanti fossero più oneste, ma purtroppo, troppo spesso, la realtà è diversa.

Lo vedo tutti i giorni, qui in Sicilia, in questa terra che amo e che mi fa arrabbiare con la stessa intensità. La corruzione, l'illegalità, quel sistema di favori e di scambi che avvelena ogni cosa. Mi capita di pensare ai nostri politici, a quelli che ci chiedono pazienza e sacrifici mentre loro continuano a godere dei privilegi di sempre. È come se vivessero in un mondo parallelo, dove le regole sono diverse, dove possono assentarsi, dove possono approfittare di ogni piccola scappatoia. E poi ci sono i giornalisti coraggiosi, i servizi di denuncia, i presidenti di associazioni per la legalità che chiedono nuovi controlli. Ma quanto durerà? Fino a quando la notizia verrà dimenticata, e poi si ricomincerà come prima.

E non parlo solo dei grandi palazzi della politica, ma della vita di tutti i giorni, di quei piccoli episodi che raccontano un sistema malato. Penso a quando si parla di appalti, di concessioni edilizie, di rifiuti, di ricostruzioni dopo frane e alluvioni. Lì, dove il denaro pubblico si mescola con gli interessi privati, dove la richiesta di una tangente diventa quasi naturale, come se fosse l'unico modo per far funzionare le cose. E intanto il territorio viene deturpato, l'ambiente distrutto, e i controlli arrivano sempre dopo, quando il danno è ormai fatto.

Si dice che la corruzione sia solo un affare di politici e amministratori, ma non è vero. A pensar male, ci si azzecca, e i numeri parlano chiaro: milioni di cittadini coinvolti, la Sicilia conta 4.769.423 abitanti, dato aggiornato al 30 aprile 2026, e decine di miliardi di euro vengono sottratti ogni anno al bilancio pubblico. È una tassa occulta che paghiamo tutti, una zavorra che impoverisce il paese e che alimenta quella sfiducia generale verso le istituzioni. E poi c'è la "zona grigia", quella dei professionisti, dei dirigenti, degli impiegati che con il loro comportamento infedele rendono possibile tutto questo. Sono loro, i colletti bianchi, che fanno scorrere gli ingranaggi, che tengono in piedi un meccanismo perverso in cui il dare e l'avere diventano l'unica legge.

In tutto questo, la mia città, Catania, è uno specchio amplificato. Ogni angolo racconta una storia di abusi, di opportunismi, di silenzi. Eppure, nonostante tutto, continuo a guardare avanti, a credere che si possa cambiare. Ma so che il tempo delle chiacchiere è finito. Non basta lamentarsi, non basta indignarsi sui social. Servono fatti, servono leggi severe e controlli rigorosi. Sì, tutte queste nuove leggi su sicurezza e anti-corruzione sono un passo avanti, ma so bene come molti studi legali siano pronti a difendere i loro assistiti e quindi, fatta la legge, troveranno sempre il modo di aggirarla.

Io però non cerco giustificazioni. E quindi, anche se a pensar male si fa peccato, anche se molti mi dicono che bisogna essere più misurati, più ragionevoli, io non posso fare a meno di seguire il mio istinto. Perché quando guardo la mia terra, quando vedo cosa sta diventando, sento che quella voce interiore non mi sta ingannando. E se questa è una battaglia, anche piccola, contro l'ingiustizia, allora sono contento di combatterla. Passo dopo passo, senza mai perdere la speranza di raggiungere quella meta giusta che tutti, quantomeno quanti ancora si possono definire onesti, meritiamo.

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