Già... perché mentre i falchi di Teheran blindavano Hormuz e minacciavano il mondo con la loro arma più temuta, qualcun altro, molto più silenziosamente, aveva già girato la chiave di una porta di cui pochi conoscevano l'esistenza.
Quella porta si chiama East-West Pipeline. Milleduecento chilometri di acciaio sepolto sotto il deserto arabico, che attraversano la Penisola Arabica da est a ovest, dai grandi giacimenti della costa orientale saudita fino al terminal di Yanbu, sul Mar Rosso. Non è un progetto sulla carta, non è una promessa. È realtà. Ed è operativa a pieno regime proprio in queste ore, mentre l'Iran tiene il fiato e il mondo osserva.
Sapete cosa significa, in termini concreti? Che quel venti per cento del petrolio mondiale che per decenni è passato per lo Stretto di Hormuz, ora può scorrere per un'altra via. Senza colli di bottiglia, senza posti di blocco, senza il ricatto di chi pensa di poter chiudere un corridoio largo trentatré chilometri e tenere in ostaggio interi continenti.
La portata è impressionante: fino a cinque milioni di barili al giorno. Non basta a coprire tutto il volume che prima transitava per lo Stretto, ma è più che sufficiente a stabilizzare i mercati, a evitare la corsa al panico, a dire agli armatori e alle assicurazioni che esiste un'alternativa concreta e già operativa.
Ed è qui, cari lettori, che si innesta il cortocircuito. Perché mentre a Teheran i falchi credono ancora di avere in mano la carta vincente, la realtà sta già costruendo altre rotte.
E leggendo le parole di Mojtaba Khamenei, quell'appello solenne del trenta agosto all'unità islamica, e poi il messaggio asciutto su X dove liquida Israele con un «tornato indietro di settant'anni», vedo esattamente il sintomo di un potere che si sente stretto. Non è strategia, è ansia. Un regime che non sa più quale faccia mostrare al mondo, che alterna il tono solenne alla provocazione, che cambia registro ogni quattro giorni perché forse, dentro, sa che il terreno gli sta franando sotto i piedi.
Perché quei paesi arabi che oggi vengono minacciati da Teheran, che vengono invitati a schierarsi sotto il rischio di essere definiti traditori, stanno in realtà lavorando a ritmi serrati. Non solo l'Arabia Saudita con la sua Petroline, ma anche gli Emirati, con le loro infrastrutture che dal Golfo si affacciano sul Mare dell'Oman. Nuovi oleodotti, nuovi terminali, nuove vie di fuga da un ricatto che sta perdendo mordente.
Lo Stretto di Hormuz, quello che fino a pochi mesi fa sembrava l'arma definitiva, si sta trasformando in uno specchietto per le allodole. Un'arma che si arrugginisce, mentre il deserto vale più del mare.
I falchi iraniani hanno una vista corta, guardano al presente e non al domani. E il domani, in questo caso, è fatto di contratti onorati, di petroliere che salpano da Yanbu, di mercati che non vanno nel panico. I prezzi del Brent, dopo l'impennata iniziale, hanno cominciato a rientrare. La volatilità si attenua. E gli analisti hanno già iniziato a rivalutare l'impatto effettivo della chiusura di Hormuz rispetto agli scenari catastrofici ipotizzati solo poche settimane fa.
È solo questione di tempo, a questo punto. L'Iran dovrà sottostare alle condizioni imposte dagli Stati Uniti – e, se vogliamo essere onesti, da Israele – non perché ci sarà una guerra, ma perché il ricatto energetico non funziona più come una volta. Quando l'arma perde il suo potere, chi la impugna resta con le mani vuote.
E poi c'è la piazza vera, quella dei giovani e delle donne che hanno già dimostrato al mondo il loro coraggio. Oggi tacciono, perché i tribunali del regime non conoscono clemenza e i plotoni di esecuzione sono diventati una triste routine. Ma il silenzio non è resa, è attesa.
Il fuoco, quando divampa, non chiede permesso. Brucia tutto ciò che incontra. E prima o poi, questa follia si ribalterà. Forse non oggi, forse non domani. Ma quando accadrà, il mondo si accorgerà che la vera partita non si giocava nello Stretto, ma in quel tratto di deserto che i sauditi hanno attraversato in linea retta, senza deviazioni, senza colli di bottiglia.
I milleduecento chilometri di sabbia e acciaio valgono più di qualsiasi minaccia. E i falchi di Teheran lo stanno scoprendo in queste ore, mentre il petrolio continua a scorrere e il loro ricatto più potente si dissolve come polvere nel vento. Hormuz non è più ciò che era. E loro, forse, non l'hanno ancora capito. Ma lo capiranno presto.

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