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giovedì 2 aprile 2026

Il carcere senza mura: Sessantasette cellulari in un solo carcere e il silenzio assordante delle istituzioni!

Stamane, nel carcere di Cavadonna a Siracusa, un blitz della Polizia penitenziaria ha portato al sequestro di sessantasette telefoni cellulari e di diverse dosi di stupefacenti. Tremila agenti, giunti anche da altri istituti siciliani, hanno passato al setaccio la struttura. La Procura ha già aperto un’inchiesta, e si parla di possibili trasferimenti di detenuti. 

Il sindacato, intanto, richiama il tema del sovraffollamento: il carcere di Siracusa ospita attualmente circa seicencinquanta detenuti, e la Uilpa Polizia Penitenziaria Sicilia punta il dito sulla carenza di organici, con oltre mille agenti mancanti all’appello in tutta l’isola.

È l’ennesima conferma di un problema che denuncio da tempo, e che troppo spesso viene sottovalutato: la presenza di cellulari nelle carceri italiane. Già il 28 giugno dello scorso anno, in un post che potete trovare al link che vi lascerò, avevo affrontato questa questione, parlando della superficialità con cui viene gestita. 

E il 28 luglio, commentando un video del procuratore di Napoli Nicola Gratteri pubblicato su TikTok da “antimafiaduemila”, avevo riportato le sue parole drammatiche. “Una situazione veramente drammatica”, diceva Gratteri, “e non pensate che col palliativo di ieri risolviamo il problema delle carceri”. 

Nel corso della presentazione del suo libro “Il grifone”, scritto con Antonio Nicaso, il procuratore aveva spiegato che mediamente in ogni carcere funzionano duecento telefonini. E aveva raccontato di una riunione alla Procura Nazionale dell’Antimafia, con tutte le procure distrettuali d’Italia e il direttore Basentini, in cui lui propose di installare dei disturbatori di frequenza, i cosiddetti jammer, almeno per le carceri più grandi e quelle d’alta sicurezza come Rebibbia e Milano Opera. Gli risposero che non era possibile perché, se funziona il jammer, come fa la polizia penitenziaria a comunicare?

Una risposta che, lo scrivevo il 21 febbraio di quest’anno, lascia quantomeno perplessi. I telefoni fissi, forse, sono stati eliminati? Ed è evidente che la maggior parte degli addetti ai lavori utilizza i cellulari non tanto per emergenze, ma per connettersi ai social network, giocare online e quindi probabilmente per distrarsi dal proprio compito. Gratteri, in quel video, spiegava che dal carcere si danno ordini di morte, si vende droga, si chiedono estorsioni. “Non c’è indagine che noi facciamo per associazione di stampo mafioso, traffico di droga o altro dove poi non emerga che sentiamo tre, quattro, cinque, dieci telefonini che sono in carcere e comunicano con l’esterno. Questo è lo stato dell’arte”. 

E io aggiungevo, con amarezza: cosa vogliamo, con una politica che dimostra di essere collusa con la criminalità organizzata attraverso il ben noto scambio di voti? È un vero schifo, e la circostanza peggiore è che a fare in modo che tutto ciò accada sono proprio coloro che ci stanno governando, gli stessi che realizzano leggi inconcludenti e sterili per poi utilizzarle come scudo, evitando di rimanere coinvolti in quelle inchieste giudiziarie di cui ogni giorno ahimè udiamo.

Il 6 agosto dello scorso anno tornavo ancora sul tema, partendo da un altro video, questa volta Gratteri ribadiva la presenza di cellulari, droga e alcol nelle carceri. A dare conferma, scrivevo, ci avevano pensato direttamente alcuni detenuti “trapper” dal carcere di Torino, riprendendosi con il cellulare davanti a uno sfondo di celle, cantando, salutando, mostrando i loro corpi tatuati senza alcun timore e accompagnando il video con uno spinello. Migliaia di follower su Instagram seguivano quelle immagini. E io, pur sconfortato nell’osservare come quotidianamente l’illegalità prevalga sulla legalità, dicevo di apprezzare in un certo senso quell’idea: essa rappresenta il perfetto viatico per intraprendere una carriera da cantante, ben venga ogni forma di pubblicità pur di giungere a un contratto discografico e a un inaspettato successo appena usciti da quel penitenziario

Il pensiero che attraverso la musica ci si possa allontanare da quell’ambiente insano non mi dispiace, anche se ci credo poco. Ma quanto accaduto a Torino, e non solo, ha riproposto il tema difficile delle carceri italiane: il sovraffollamento, le condizioni igienico-sanitarie, il degrado di strutture fatiscenti, la difficile convivenza tra gruppi criminali contrapposti a cui si sommano persone di colore, etnia o religioni diverse. Un racconto che viene perfettamente riportato nei testi di quelle canzoni, dove si racconta l’esperienza di vita precedente all’arresto e ciò che si vive dentro.

Eppure, tutto questo conferma come queste cosiddette “case di pena” non agevolino minimamente quel principio per cui la detenzione dovrebbe in qualche modo rieducare il condannato, come previsto dall’articolo 27 della Costituzione. Sappiamo bene che, il più delle volte, quando un detenuto viene inserito in quell’ambiente, eleva negli anni il proprio livello di pericolosità, proprio perché si lega ed entra a far parte di un gruppo ancor più criminale. Basti osservare quelle serie TV sull’argomento, come “Il Re” con Luca Zingaretti, che mostrano con crudo realismo le dinamiche di potere, le violenze e le difficoltà della vita carceraria, non solo per i detenuti ma anche per il personale penitenziario. Scene girate all’interno di veri istituti di detenzione, ora dismessi, che mostrano una realtà drammaticamente vicina alla finzione.

In questo contesto, le dichiarazioni del procuratore di Palermo Maurizio De Lucia lasciano ancora più interrogativi. Alla domanda sulle responsabilità della polizia penitenziaria, rispose: «Al momento non risultano responsabilità». Ma allora cosa non ha funzionato? Secondo De Lucia, la responsabilità è da attribuire a una «sciagurata scelta di gestione». Con il pretesto del sovraffollamento carcerario, si è deciso di aprire le celle dei mafiosi, permettendo ai detenuti più pericolosi di circolare liberamente e di assumere il controllo dei penitenziari. Una scelta che non solo ha compromesso la sicurezza, ma ha anche portato a un’impennata di reati, atti di autolesionismo e suicidi tra i detenuti più deboli. Il procuratore aggiunto Sebastiano Ardita, così come Gratteri, ha recentemente riportato l’attenzione su questo problema: «Un telefono in mano a un boss in carcere è il mezzo con cui si ordina un omicidio». Una dichiarazione che non lascia spazio a dubbi.

Le carceri italiane sono ormai il simbolo di una gestione pubblica disastrosa, caratterizzata da scelte politiche e amministrative che hanno prodotto conseguenze devastanti. Le circolari ministeriali e le disposizioni adottate negli ultimi anni hanno generato un effetto a catena di reati, aggressioni e rivolte, mentre il governo delle strutture detentive appare sempre più condizionato dagli interessi mafiosi. Il danno economico derivante da questa situazione è incalcolabile: miliardi di euro dispersi tra inefficienze, costi di riparazione e spese straordinarie legate alla gestione delle emergenze. Eppure, nonostante la gravità del problema, le responsabilità contabili, civili e forse anche penali non sono mai state adeguatamente approfondite. Nel frattempo, gli agenti penitenziari, stremati da un sistema che li abbandona, non hanno strumenti efficaci per impedire che le mafie controllino l’interno delle carceri.

Per spezzare questo ciclo vizioso, è necessario riscrivere le regole, costruendo un modello basato sulla civiltà e sulla speranza per i detenuti. Tuttavia, ciò non può significare concedere ulteriore spazio ai gruppi criminali più pericolosi, che oggi approfittano della debolezza delle istituzioni per rafforzare il loro controllo. Occorre impedire a una minoranza mafiosa di dettare legge e vietare qualsiasi forma di autogestione degli spazi condivisi, che di fatto trasforma le sezioni detentive in vere e proprie roccaforti della criminalità organizzata. 

Oggi, persino le sezioni di alta sicurezza non riescono più a garantire un controllo adeguato: i boss mafiosi possono continuare a comandare e a reclutare nuovi adepti, trasformando il carcere in un centro operativo per le loro attività criminali. L’unico regime che ancora riesce a contrastare questo fenomeno è il 41bis, che limita drasticamente i contatti con l’esterno e impedisce il controllo mafioso sugli spazi comuni. Tuttavia, anche questa misura sembra destinata a essere smantellata nel tempo, rendendo il carcere sempre più irrilevante rispetto alle sue due funzioni principali: garantire la sicurezza dei cittadini e rieducare i condannati.

Mettere i jammer? Sì, sarebbe in parte una buona soluzione, ma io ritengo che non sia solo così che si potrà risolvere questo difficile problema. Per invertire questa deriva serve una classe dirigente preparata e determinata, capace di interrompere il binomio retorica-incompetenza che da anni grava sulle scelte politiche in materia carceraria. Ma prima ancora, è necessaria una presa di coscienza collettiva sugli errori commessi, sulle inefficienze del sistema e sulle conseguenze di un approccio sempre più permissivo nei confronti della criminalità organizzata. Il carcere non deve diventare un luogo di tortura, ma nemmeno un territorio senza regole in cui la mafia continua a dettare legge. 

Ripristinare un sistema sicuro e funzionante è un dovere verso le vittime della criminalità, verso gli agenti penitenziari che ogni giorno rischiano la vita e verso tutti i cittadini che meritano uno Stato forte e credibile. La posta in gioco è troppo alta: la sicurezza dello Stato e la credibilità delle sue istituzioni.


mercoledì 1 aprile 2026

Gli Alieni? Sono da sempre tra noi!

Buongiorno...

Oggi ho deciso di affrontare un tema particolare, impegnativo, anche perché mi è capitato casualmente in queste sere di parlarne con le mie figlie e capire da loro cosa ne pensassero. 

Le loro domande, come sempre accade quando si parla con chi guarda il mondo ancora con occhi liberi e non condizionati, hanno scavato più a fondo di quanto avrei immaginato. 

E così, quel che doveva essere un semplice gioco tra un pasto e l'altro, un bicchiere di vino e il tepore di una serata in famiglia, si è trasformato in qualcosa in più, la stessa inquietudine che mi porto dentro da sempre, chissà... forse qualcosa che chiedeva di essere messo in evidenza, con loro e qui, tra noi.

Quando dico che siamo noi gli alieni, non lo intendo in senso poetico soltanto. C’è un dato preciso, quasi imbarazzante nella sua nudità, che riguarda il nostro DNA. Se guardiamo il corredo genetico degli altri animali che condividono con noi questo pianeta, scopriamo che qualcosa è accaduto. 

Noi esseri umani abbiamo ventitré paia di cromosomi, mentre le grandi scimmie, i nostri parenti più prossimi, ne hanno ventiquattro. Non manca nulla, in realtà: due cromosomi ancestrali si sono fusi in uno solo, il nostro cromosoma due. Una fusione, un evento unico, che ci ha separati. 

Ma non è solo questo. Ci sono regioni del nostro DNA, chiamate "HARs" - aree accelerate dall’evoluzione - che si sono modificate con una velocità inspiegabile se confrontate con quelle degli altri primati. Sono sequenze che non codificano proteine, ma regolano l’espressione dei geni, e hanno plasmato un cervello con una plasticità e una capacità cognitiva che non hanno eguali nel regno animale.

La domanda, allora, non è più solo filosofica. È una domanda che si posa esattamente sul confine tra biologia e mistero: come mai, tra tutti i viventi, solo noi abbiamo questa differenza strutturale? Come mai siamo l’unica specie a portare in sé il segno di una fusione, di una riorganizzazione profonda del patrimonio ereditario? Non è un gene singolo a distinguerci, è la combinazione di tutto questo, una architettura diversa. E se questa diversità fosse il residuo di un intervento, di una modificazione, di una separazione voluta? Se fossimo stati “elevati”, per usare il termine che ricorre in certe narrazioni, da qualcosa che ci ha presi e resi quello che siamo, lasciandoci poi qui, su questo pianeta, a dimenticare?

Nel parlarne, mi sono ricordato di alcuni dipinti di antichi maestri. Allora li guardavo e non riuscivo a distogliere lo sguardo da certi dettagli che sembrano non appartenere al loro tempo. Sfere sospese nell’aria, oggetti dalle forme inconsuete che solcano il cielo alle spalle di madonne o sullo sfondo di crocifissioni. Allora avevo pensato se ci fosse stata un’influenza, se qualcosa ci avesse osservato e forse modificati, quelle tele costituivano d'altronde una traccia sincera di un qualche contatto con la nostra memoria che ha poi rimosso o trasformato in altro, perché l’arte, si sa, talvolta dice più di quanto l’artista stesso sapesse di voler dire.

Se poi mi soffermo altresì a pensare a certi racconti, rivedo quegli invasori che vengono dallo spazio e mi capita di scoprire come sono. Ci sono i buoni... o meglio i portatori di un ordine superiore, inaccessibile. Le loro astronavi sovrastano in silenzio le nostre metropoli, e loro non si mostrano. Impongono la pace, aspettano. Solo quando il mondo sarà diventato utopia, si riveleranno. E quel giorno scopriremo che il loro aspetto è ciò che noi per secoli abbiamo chiamato diavolo: neri, con ali di cuoio, piccole corna, una coda forcuta. 

Ci viene detto che le stelle non sono per l’uomo, che non meritiamo di unirci a quella somma di tutte le razze galattiche. Eppure, ci faranno evolvere. Alla fine, quando partiranno, porteranno con sé solo i bambini. Mi chiedo se questa sia una storia di conquista o di salvezza, o se forse sia la stessa cosa vista da due lati diversi. E mi chiedo anche: se qualcuno ci avesse già presi in carico una volta, quella fusione cromosomica non sarebbe forse il segno indelebile di un’elevazione antica?

Poi vi sono universi più affollati, dove l’umanità si muove alla cieca in un cosmo già stabilizzato da un miliardo di anni, con ordini antichi e crudeli. In quelle storie, per entrare a far parte del club galattico non c’è alternativa: devi essere “elevato” da una razza più antica, che ti modifica geneticamente, e poi resti vincolato a lei per centomila anni.

E così l’umanità scopre tutto questo all’improvviso, e scopre - ahimè - di essere in ritardo, di esser già dentro un gioco le cui regole sono state scritte prima ancora che comparissimo noi. Mi chiedo se anche questo non sia un modo per raccontare qualcosa che già viviamo: l’essere arrivati dopo, l’eredità di strutture che ci precedono e ci condizionano, il sospetto che la nostra libertà sia solo un’illusione concessa da qualcuno che ci ha presi a carico senza chiederci il permesso. Forse la fusione dei nostri cromosomi è il marchio di quel vincolo, il timbro impresso nel nucleo di ogni nostra cellula.

Tuttavia, tra essi, vi sono anche gli alieni rappresentati come mostri. Qui il ruolo è più semplice: spaventare, mettere in mostra lo spirito umano di fronte all’avversità, o più spesso assicurare un po’ di svago condito di sangue. Ma anche in questo caso, a ben guardare, il mostro non serve solo a terrorizzare. A volte serve a mostrare qualcos’altro. C’è una creatura, un felino con tentacoli, che non è solo un predatore: serve a illustrare la superiorità del collettivismo su di essa. E anche qui, dietro la maschera del mostro, si nasconde un’idea.

Mi colpisce quanto tutto questo sia plasmato dall’imperativo della narrazione, più che da quello della scienza. Anche Shakespeare faceva lo stesso con la storia, e non gli ha nuociuto. Alcuni autori costruiscono mondi interi con la precisione di un ingegnere, calcolano gravità e atmosfere, creano ambienti così estremi che gli umani possono sopravvivere solo in certe fasce orarie, mentre i nativi, che sembrano millepiedi robusti, resistono a gravità settecento volte la nostra. 

E poi scopriamo che quei nativi sono molto più intelligenti di quanto gli umani pensassero. La distanza tra chi osserva e chi viene osservato si ribalta sempre, in queste storie. È una lezione che forse dovremmo applicare più spesso anche a noi stessi, nel nostro modo di guardare il mondo. E se fossimo noi, con la nostra differenza genetica, a essere osservati da altri come un caso curioso, una specie elevata che ha dimenticato di esserlo?

Ma continuando ad osservare l'universo scopriamo che esiste un ospedale intergalattico che ospita centinaia di ambienti diversi: caldo, freddo, ogni tipo di atmosfera. Ogni specie ha una sigla, una classificazione a quattro lettere. Noi umani siamo DBDG. Un altro essere, un aracnide delicato con poteri empatici, è classificato come PVSJ, respira cloro, ma è capace di percepire le sensazioni dei suoi pazienti. Mi piace pensare che forse l’extraterrestre più avanzato non è quello con la tecnologia più potente, ma quello che sa sentire l’altro dentro di sé. E forse questo, in fondo, è ciò che distingue una presenza ostile da una presenza che potremmo definire, con cautela, amica.

Molti alieni sono umanoidi, differiscono da noi per dettagli banali: pelle blu, occhi grandi, stature inusuali. Altri sono modellati su animali terrestri: tigri, gatti, uccelli, lucertole. E poi ci sono quelli che sfidano davvero la biologia, che non potrebbero esistere secondo le nostre leggi. Ma anche lì, c’è un limite: l’evoluzione. E molte storie, quando si spingono troppo in là, perdono colpi. Nessuno si è mai chiesto davvero come un mostro potesse evolvere la capacità di succhiare la forza vitale dalle altre creature. 

Lo scopo era creare intrattenimento, e non una plausibilità scientifica. E va bene così... forse, però, quando parliamo di alieni già tra noi, dovremmo essere meno preoccupati della plausibilità biologica e più attenti alla plausibilità di un’intenzione che non sappiamo riconoscere. Ma se c’è un’intenzione, potrebbe essere già scritta in quei ventitré paia di cromosomi, in quella fusione che ci ha resi quello che siamo.

Perché la vera domanda, stasera, non è solo se quei dischi volanti dipinti nei quadri antichi siano reali o frutto di un simbolismo che abbiamo dimenticato. 

La vera domanda è: siamo noi stessi gli alieni? Questo senso di essere fuori posto, questa capacità di distruggere il nostro stesso ambiente, questa ossessione per il cielo e per ciò che potrebbe esserci oltre, non sono forse il segno di una diversità radicale rispetto a ogni altra forma di vita che conosciamo sulla Terra? 

Forse gli alieni non sono “tra noi” nel senso di essere arrivati da un altro pianeta. Forse lo siamo noi, da sempre, e non lo abbiamo mai voluto ammettere. Forse il nostro destino non è attendere che qualcuno venga a prenderci, ma riconoscere che siamo già stati presi, già stati portati qui, già stati modificati, già stati lasciati a noi stessi abbastanza a lungo da dimenticare. 

E quella fusione cromosomica, quel cromosoma due che non assomiglia a nient’altro nel regno animale, è forse la firma, il documento di una separazione, l’atto di nascita di una specie aliena su un pianeta che l’ha accolta senza sapere da dove venisse.

E quando guardo quei dipinti, quei maestri che hanno messo nei loro cieli forme che non sapevano spiegare, penso che forse stavano cercando di dirci proprio questo: che l’estraneo non è solo lassù, ma è già qui, nel modo in cui alziamo lo sguardo e sentiamo di non appartenere del tutto al suolo che calpestiamo

È già qui, nella doppia elica che portiamo in ogni cellula, in quella sottile, invisibile differenza che ci ha resi capaci di immaginare gli alieni proprio perché, in fondo, stiamo cercando di ricordare chi eravamo prima di diventare umani. 

E forse, alla fine, le mie figlie avevano ragione quando, con quella semplicità che solo i bambini possiedono, mi hanno detto che forse non è importante da dove veniamo, ma cosa decidiamo di fare adesso che siamo qui...


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