Sì... certo, restano le date, restano i discorsi celebrativi, i convegni, le corone davanti ai monumenti, il minuto di silenzio che molti osservano distrattamente mentre il pensiero corre già al ritorno a casa, ma poi, trascorsa la ricorrenza, tutto torna come prima.
E allora mi domando: che senso ha ricordare, se quel ricordo non ci smuove un solo nervo?
Già... perché ricordare senza agire è soltanto vuoto! È come riempirsi la bocca di parole solenni per poi non tradurle mai in gesti concreti.
Ed allora penso a tutti quegli uomini e donne che hanno dato la vita per questo paese, che hanno sacrificato tutto perché noi potessimo sederci qui, stasera, e discutere liberamente. Non hanno lottato per essere ricordati una volta all’anno con un post sui social o con una frase fatta in un telegiornale, no... loro hanno lottato perché le loro idee diventassero azioni quotidiane, perché la giustizia non fosse solo un concetto astratto, ma un abito indossato da chiunque abbia il coraggio di non voltarsi dall’altra parte.
Eppure, guardiamoci in faccia, senza alcuna ipocrisia... oggi la storia – quella vera, quella sporca, quella che fa male – viene riscritta da chi ha interesse a camuffare quanto realmente accaduto. Non parlo della storia studiata sui libri, attenzione. Parlo di quella ricostruita per fini politici e, peggio ancora, per fini personali. Ci hanno insegnato a distinguere il bene dal male, ma poi hanno reso i confini così sfumati che quasi nessuno ha più il coraggio di indignarsi. E così, mentre noi ricordiamo passivamente, c’è chi agisce nell’ombra per piegare la memoria ai propri tornaconti.
E qui vorrei essere molto chiaro, perché questo è il punto che mi fa ribollire il sangue. A tenere in vita questa distorsione ci pensa una magistratura di parte, che dovrebbe essere il baluardo della legalità e invece troppo spesso diventa strumento di resa dei conti o di protezione di potentati. Ci pensa una propaganda mediatica fortemente collusa con quel sistema, che ripete gli stessi slogan, che costruisce narrazioni ad arte, che cancella con un trafiletto ciò che sarebbe scomodo approfondire. Mi fa venire il vomito, e non lo dico per retorica. Mi fa vomitare vedere come ogni giorno si svuoti il sacrificio di chi è morto perché noi fossimo liberi, trasformandolo in una sceneggiata ricorrente.
E allora io prendo la tastiera e scrivo. Non perché creda che un post cambierà il mondo, ma perché non voglio che il mio ricordo resti vuoto. Agire, per me, significa anche questo: mettere nero su bianco le proprie analisi, sporcarsi le mani con la scrittura, riportare pezzi di verità che i media collusi preferiscono ignorare. Non è un’azione eroica, lo so. Ma è un’azione. È un piccolissimo movimento nella direzione opposta all’oblio comodo.
Perché alla fine, vedi, il problema non è la memoria. Il problema è cosa ne facciamo, di quella memoria. Possiamo continuare a inchinarci davanti alle statue e poi tornare a casa inerti, oppure possiamo chiederci: io oggi, nel mio piccolo, cosa ho fatto affinché quel sacrificio non sia stato vano? La risposta, spesso, è scomoda. La risposta richiede coraggio, richiede di uscire dal coro, richiede di non delegare ad altri ciò che invece dovremmo fare noi. Ma se non lo facciamo noi, chi lo farà? E se non ora, quando?
Chiudo questo mio pensiero con una consapevolezza amara, ma necessaria. Ricordare senza agire è solo vuoto, e quel vuoto viene subito riempito da chi la storia la vuole riscrivere a suo vantaggio. Io mi rifiuto di essere uno spettatore compiaciuto, mi rifiuto di assistere allo stillicidio di verità che ogni giorno viene consumato davanti ai miei occhi, mi rifiuto di tacere mentre la memoria viene venduta al miglior offerente.
Perciò scrivo, condivido, parlo, discuto. E magari non servirà a molto, ma almeno non starò nel silenzio di chi ricorda solo a parole.
E tu, ora, dopo aver letto queste righe: cosa farai del tuo ricordo?

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