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sabato 4 luglio 2026

La scomunica e il silenzio: Lefebvre colpisce ancora, e Roma risponde come nel Medioevo!

[Foto: Cristo sulla croce tirato da due orde "cattoliche" che (da ciascun lato) lo strappano dalla loro parte].

E così puntuali ecco che i lefebvriani hanno deciso di far nuovamente centro.

Alcuni giorni fa, precisamente il primo luglio, nella loro roccaforte di Écône, hanno consacrato quattro nuovi vescovi, senza chiedere il permesso al Papa...

Sì... senza nemmeno fingere di ascoltare le ripetute suppliche che arrivavano da Roma, dalla Santa Sede, senza minimamente preoccuparsi di quanto fosse prevedibile - anzi, inevitabile - la risposta che naturalmente non è tardata ad arrivare: la scomunica!

Sì, proprio quella parola che sa di medioevo, di roghi, di crociate, di santa inquisizione, che suona così anacronistica alle nostre orecchie del terzo millennio, eppure, per quanto io possa essere critico verso quei metodi coercitivi, per quanto possa ritenere che la scomunica non sia certamente uno strumento pastorale, ma rappresenti di fatto un'imposizione maldestra, se non apertamente controproducente, devo però fare uno sforzo di onestà intellettuale e ammettere che, forse questa volta, la Chiesa di Roma, Papa Leone XIV, non abbia scelto la via della repressione per istinto autoritario.

L'ha fatto perché non gli era rimasto altro da fare! Perché davanti a un gesto di questa portata, persino il più mite dei papi sarebbe stato costretto a tirare fuori la spada di legno della scomunica, non per cattiveria, ma per quel senso di sopravvivenza istituzionale che lo richiede.

Cerchiamo quindi di capire cosa è successo davvero, perché la cronaca di queste ore è densa di particolari che meritano d'esser letti con attenzione, senza pregiudizi e senza doversi schierare da una parte o dall'altra. Tra l'altro, io - come ormai ben sapete - sono lontano anni luce da loro: le religioni - tutte indistintamente - sono troppo riduttive, oltre che nei secoli dimostratesi fallaci, anche dai propri insegnamenti, nel caso specifico da quelli "ipotetici" espressi dal Cristo...

La Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata da quell'ostinato arcivescovo francese che fu Marcel Lefebvre, ha compiuto esattamente lo stesso gesto che nel 1988 aveva provocato il primo strappo. Allora, Lefebvre aveva ordinato quattro vescovi contro la volontà di Giovanni Paolo II, e la scomunica piombò come un fulmine a ciel sereno. Poi, con il tempo, le cose si erano rimesse in moto.

Benedetto XVI, con un gesto di straordinaria magnanimità, nel 2009 aveva revocato quella scomunica, sperando di poter ricucire lo strappo. Papa Francesco, a sua volta, aveva concesso ai sacerdoti lefebvriani la facoltà di confessare validamente e di celebrare matrimoni, un'apertura pastorale enorme, pensata non tanto per compiacere i loro superiori, ma per non abbandonare i fedeli che a loro si rivolgono con sincera devozione.

Eppure, come abbiamo visto in queste ore, tutto ciò non è bastato. I vertici della Fraternità hanno continuato a considerare il Concilio Vaticano II come un'eresia, la Messa riformata come un pericolo per la fede, e il Papa di Roma come un modernista da tenere a debita distanza. Hanno preteso, in sostanza, che fosse la Chiesa intera a fare marcia indietro, a rinnegare cinquant'anni di storia e di magistero, per tornare a una supposta purezza delle origini che forse non è mai esistita se non nella loro testa.

E qui arriva il punto dolente, quello che mi fa dire che, per quanto la scomunica sia uno strumento che trovo grossolano e persino offensivo per la sensibilità contemporanea, chi ha davvero provocato questa rottura sono stati loro, per l'appunto i lefebvriani, con la loro testardaggine (e di questo ammetto che sto ancora godendo...), perché dalla Santa Sede, nelle settimane precedenti al primo luglio, si era provato di tutto per evitare il baratro.

Lo stesso Leone XIV aveva, attraverso il cardinale Fernández, proposto un dialogo teologico vero, serio, con una metodologia precisa, offrendo una soluzione canonica che avrebbe dato alla Fraternità uno spazio legittimo all'interno della Chiesa, con un'unica condizione: sospendere le ordinazioni! No... non siamo al bar, si tratta di una richiesta che non chiede di rinnegare le proprie idee, ma solo di non compiere un'azione che di fatto verrebbe vista come un atto di rottura.

Ebbene, i lefebvriani hanno risposto "fanc...." o qualcosa del genere... Hanno risposto che non intravedevano la possibilità di un dialogo, che la "chiarezza dottrinale" non c'era, e hanno proseguito per la loro strada come se nulla fosse. Hanno aggiunto che avrebbero aspettato "un momento più propizio al ritorno di Roma alla tradizione", come se fossero loro gli unici depositari della vera fede e il Papa un apostata da convertire.

Ora, immaginate cosa starà accadendo all'interno del Vaticano: non vorrei essere nei panni del Pontefice. Riceve improvvisamente una lettera in cui gli dicono che aspetteranno che è tempo di ritornare sulla retta via, e nel frattempo, gli comunicano che stanno procedendo a nominare dei nuovi vescovi, senza il suo consenso, spaccando in due così la Chiesa.

Ed allora cosa può fare il Papa? Stringerli in un abbraccio fraterno e sperare che cambino idea?
Li hanno già stretti, per anni, e loro hanno sempre risposto con un rifiuto. Certo... può far finta di niente, lasciare che consacrino i vescovi a loro piacimento, creando così di fatto una Chiesa parallela che però riconosce il Papa solo quando dice ciò che piace a loro! No... non può essere: sarebbe la fine di ogni autorità, di ogni unità, di ogni senso stesso del termine "cattolicità".

Allora, per quanto mi stia antipatica la parola "scomunica", per quanto la trovi arcaica e brutale, devo riconoscere che in questo caso non può essere visto come un gesto di prepotenza, ma come un atto di dolorosa necessità. Sì... diciamo che non è la Santa Inquisizione che risorge dalle sue ceneri, ma è un padre che, dopo aver supplicato a lungo il figlio di non andarsene, alla fine lo vede varcare la soglia e si limita a prenderne atto, con il cuore pesante.

Ma c'è un secondo aspetto che rende questa vicenda ancora più paradossale, ed è il fatto che la scomunica, per quanto severa, non è nemmeno la notizia peggiore per i fedeli che seguono la Fraternità. La Santa Sede ha infatti specificato che, d'ora in poi, le confessioni ascoltate dai sacerdoti lefebvriani sono invalide, e così pure i matrimoni celebrati da loro. Questo significa che chi si rivolge a loro per ricevere l'assoluzione, in realtà non viene perdonato, e chi si sposa con loro, per la Chiesa non è veramente sposato. È una conseguenza pratica devastante, che colpisce direttamente la vita spirituale di migliaia di persone che probabilmente non hanno alcuna colpa di questa ennesima rottura, se non quella di essersi fidate dei loro pastori. Persone che magari vanno a messa con sincera devozione, che recitano il rosario e cercano il Cristo con umiltà, e che ora si ritrovano sospesi in un limbo giuridico e spirituale che non hanno scelto.

Eppure, con altrettanta franchezza, sono a criticare fortemente l'alternativa offerta oggi dai lefebvriani! Non mi riferisco al ritorno prima del 1950, come se il Concilio Vaticano II non fosse mai esistito, come se la storia della Chiesa si fosse fermata alla morte di Pio XII. Nel 2026, questo mi sembra un atteggiamento non solo anacronistico, ma persino più dannoso di quello che la stessa Chiesa cattolica sta tentando di compiere con il suo sinodo e con le sue aperture.

Perché la Chiesa, per quanto io possa criticarne i metodi, le scelte e soprattutto molti di quei togati per quelle loro azioni e soprattutto per i comportamenti commessi in maniera vergognosa, sta almeno provando a camminare verso il futuro, a dialogare con il mondo, a cercare un linguaggio che parli a tutti, non solo alle donne e agli uomini, ma anche a tutte quelle comunità che sono presenti e che si riconoscono in una situazione diversa dall'eterosessualità e non solo.

I lefebvriani, invece, vogliono chiudersi in una fortezza, alzare i ponti levatoi e far finta che il mondo esterno non esista e questo, in un'epoca come la nostra, segnata dalla complessità e dalla fragilità, è una tentazione comprensibile, ma anche profondamente sbagliata. La fede non si difende con le mura, ma con il coraggio di mettersi in cammino.

Così, mentre Roma tira un sospiro di sollievo misto a dolore, e mentre le scomuniche volano come colpi di spada in un duello d'altri tempi, io resto qui a chiedermi se tutto questo poteva essere evitato. Forse sì, se da entrambe le parti ci fosse stato meno orgoglio e più ascolto. Ma ormai il dado è tratto. I lefebvriani hanno scelto la loro strada, e la Santa Sede ha scelto la sua. E noi, che osserviamo da spettatori non sempre imparziali, non possiamo fare a meno di notare che, questa volta, la scomunica non è stata un atto di forza, ma un atto di resa. La resa di un Papa che, dopo aver teso la mano per anni, si è visto schiudere la porta in faccia e ha dovuto, suo malgrado, prenderne atto. Se ci sia stato un vincitore o un vinto in questa storia, non lo so.

So soltanto che il corpo di Cristo, come l'immagine di sopra, per l'ennesima volta, è stato lacerato da uno strappo. E che, in questo gioco nel tirare la corda, in queste manifestazioni di orge di potere, a rimetterci sono sempre gli ultimi, quelli che pregano in silenzio e chiedono solo di poter amare Cristo secondo la loro coscienza.

Io - come avrete potuto leggere da alcuni miei ultimi post - http://nicola-costanzo.blogspot.com/2026/05/gesu-nel-2026-i-capitolo-parte-prima-la.html e http://nicola-costanzo.blogspot.com/2026/05/gesu-nel-2026-i-capitolo-parte-seconda.html sono lontano da tutti quei loro falsi insegnamenti, mentre resto fedele all'unico insegnamento universale che parla di amore nei confronti del prossimo, perché tutto il resto è superfluo, già... per come sono anch'essi: inutili!

La verità? Quanto sta accadendo è da inquadrarsi come una disputa di potere: ciascuno cerca di tenersi stretti quei 600.000 fedeli che comprenderete costituiscono, sul miliardo e mezzo di cattolici, un numero impressionante, non solo d'individui, ma soprattutto di finanze che improvvisamente potrebbero sparire o essere quantomeno trasferite dalle mani e soprattutto dalle casse del Vaticano!

venerdì 3 luglio 2026

La truffa dei numeri e il grande inganno dell'RTP teorico – Seconda parte: chi ci guadagna davvero?

Continuando con quanto anticipato ieri: Chi c'è veramente dietro tutto questo? E chi ci guadagna davvero? Provo ora a rispondere, perché le risposte, per quanto scomode, vanno sempre ricercate.

So che è arrivata la nuova concessione del gioco online, quella che chiamano GAD. Hanno messo limiti di deposito, autoesclusioni, monitoraggio dei comportamenti, messaggi di avviso. 

Sì... tutta roba bella, ma solo sulla carta. A cosa servono i limiti di deposito se la casa trattiene non il dieci, ma il venti per cento? Il problema non è quanto deposito, ma quanto sono certo di perdere ogni volta che gioco. E se nessuno controlla che il margine reale resti entro il dieci per cento, allora bisogna ammettere che tutte quelle tutele diventano una facciata. Un modo per far sentire il giocatore protetto, mentre in realtà resta in mutande come prima!

E c'è un altro tassello che un mio lettore ha voluto aggiungere, e che io trovo particolarmente significativo. Mi ha inviato alcuni nomi di società presenti nei siti web, e ha verificato come tra esse, alcune abbiano ancora oggi sede legale in noti paradisi fiscali. Guam, Samoa, Trinidad e Tobago, Isole Vergini, Macao, Aruba, Barbados, Belize, Bermuda, Dominica, Fiji, Isole Marshall, Oman, Emirati Arabi, Vanuatu.

Un elenco che è già di per sé un programma. Perché una società seria, trasparente, che rispetta le regole, dovrebbe avere sede in un paradiso fiscale? La risposta è sotto gli occhi di tutti: per pagare meno tasse, per sottrarsi ai controlli, per tenere i veri profitti lontani dallo sguardo indiscreto dei regolatori. E lo Stato italiano, già... il nostro attuale Governo (ma quanto dico vale anche per tutti quelli che ahimè l'hanno altrettanto vergognosamente preceduti) che da un lato dice di voler contrastare il gioco illegale, dall'altro permette che queste società operino tranquillamente sul nostro territorio, intascando la sua percentuale e chiudendo un occhio sul resto.

A questo punto, la verità mi sembra amara e ineludibile: tutto il sistema è una barzelletta, una grande macchina costruita per foraggiare non solo le case da gioco, ma anche chi utilizza queste piattaforme per riciclare denaro sporco. E lo Stato? Beh, lo Stato è colluso, o quanto meno compiacente!

Si accontenta di prendere una percentuale sul gioco, credo intorno al 20%, lasciando la fetta più grossa a società spesso estere, che molto convenientemente hanno sede in qualche paradiso fiscale, dove le tasse non si pagano o si pagano pochissimo. Così, mentre si discute di legalità e di responsabilità sociale, i veri affari si fanno altrove, lontano dagli occhi e dai controlli.

Io, per fortuna, posso parlare ora con esperienza diretta, parliamo di importi certamente limitati, già... le mie perdite al gioco online si possono riassumere in poche centinaia di euro, certamente pochissimo rispetto a ciò che accade quotidianamente, dove i giocatori perdono tutto, anche la dignità. 

Il punto infatti è che se anche io, che ho giocato poco e con cifre modeste, ho potuto constatare di persona lo scollamento tra teoria e pratica, figuriamoci cosa provano tutti quei giocatori che ogni giorno ci lasciano cifre consistenti.

Per questo ho sentito il dovere di raccogliere le testimonianze di chi ha avuto esperienze amare come quelle dei miei miei lettori, e con il loro consenso, farle conoscere pubblicamente. Perché solo pubblicando ciò che realmente accade, si può cominciare a chiedere che qualcosa cambi o fare in modo che molti di essi prendano coscienza di quanto stanno realmente vivendo.

Ed è il motivo per cui continuerò a denunciare questo ambiguo sistema, fino a prova contraria, d'altrode ditemi: se davvero si volesse proteggere il giocatore, non si comincerebbe dal dare gli strumenti per capire, per vedere, per scegliere consapevolmente?

Ma forse, anzi sicuramente , una scelta consapevole è proprio ciò che questo sistema non può permettersi!

giovedì 2 luglio 2026

Giochi online - La trasparenza che non c'è! Prima parte: RTP, paradisi fiscali e lo Stato che - come suo solito - preferisce girarsi dall'altra parte.

Movimentare non è vincere: già... quanto accade quotidianamente rappresenta il più grande inganno dell'RTP teorico

Mi sono sempre chiesto perché, se l'obiettivo dichiarato è tutelare i giocatori e contrastare la dipendenza, non esista un albo pubblico, una classifica chiara e accessibile a tutti che metta nero su bianco l'RTP effettivo dei vari operatori. 

Non sarebbe la prima mossa per garantire trasparenza? E invece no, e il sospetto che mi porto dentro è che questa trasparenza non convenga a nessuno, o meglio, non convenga a chi davvero conta in questo sistema.

Prendiamo l'ADM, l'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. È lei che certifica che i giochi rispettano l'RTP minimo di legge, quel famoso 90% per le slot. Ma di fatto non pubblica classifiche comparative tra i diversi operatori. E perché mai, se non perché da un lato lo Stato si erge a paladino della lotta al gioco patologico, mentre dall'altro sa benissimo di incassare milioni e milioni di euro ogni anno? 

È un conflitto d'interessi gigantesco, eppure nessuno lo chiama col suo nome. Se rendessi pubblici i dati reali, magari emergerebbero discrepanze imbarazzanti, e il flusso d'oro che alimenta le casse pubbliche potrebbe subire un contraccolpo. Meglio tenere tutto nebuloso, allora...

E non è che i cosiddetti certificatori indipendenti se la passino meglio. GLI, BMM Testlabs e gli altri fanno i test sui singoli giochi, ma i loro rapporti sono rigorosamente riservati, consegnati ai committenti, che guarda caso sono gli stessi fornitori di software sui quali tutti giocano. 

Ma siamo seri: come si fa a parlare di indipendenza quando chi paga è anche chi viene controllato? Nessuno di loro verrà mai a svelare ciò che realmente accade dietro le quinte, perché il conflitto di interessi è talmente evidente che basterebbe un barlume di onestà intellettuale per smascherarlo. Ma evidentemente l'onestà non è di moda, in questo settore.

Poi certo, le case da gioco sono furbe, e bisogna riconoscere che hanno imparato benissimo a giocare sulle parole. Ogni mese pubblicano i famosi report di payout, come richiesto dall'ADM, e qualcuno potrebbe anche sentirsi rassicurato. Ma è proprio qui che sta il trucco più sottile. Quei report non parlano dell'RTP effettivo che un giocatore sperimenta mentre è seduto davanti allo schermo, ma di un RTP teorico, calcolato su milioni di partite simulate. Nella pratica, per un singolo giocatore, quei numeri non contano nulla.

Ti faccio un esempio concreto, perché è solo così che si capisce. Immagina di entrare con cinquanta euro, giocare per un'ora, movimentare cinquecento euro e alla fine ritrovarti con zero. Il sistema dirà che l'RTP è stato rispettato, perché su quel volume di gioco la percentuale teorica è stata applicata, ma tu hai perso tutto. Eppure, nei calcoli ufficiali, risulterà che quel sistema ha restituito realmente al gioco una certa percentuale, la stessa che hai "movimentato", ma che purtroppo non hai vinto. È una differenza sottile, ma devastante. È come se ti dicessero che hai corso una maratona quando in realtà sei solo salito e sceso dallo stesso tapis roulant per un'ora.

E proprio su questo punto, devo fare una confessione. In questi mesi, dopo aver ricevuto parecchie mail sull'argomento, ho deciso di verificare di persona quanto mi veniva raccontato. Mi sono registrato su più siti di gioco online, ho testato diverse piattaforme, ho osservato cosa accade durante il gioco - ovviamente giocando pochi euro -  ma posso confermare che quanto ho riportato finora corrisponde alla realtà dei fatti. Non è teoria, non è un sospetto: è esperienza diretta! E l'esperienza mi ha mostrato che il divario tra ciò che viene promesso e ciò che realmente accade è abissale.

Del resto, non sono il solo ad averlo notato. Qualche giorno fa, ho ricevuto una lunga e articolata mail da un lettore abituale del mio blog "Liberi pensieri", il quale mi ha raccontato la sua storia, una storia che purtroppo conosco bene perché l'ho vista ripetersi decine di volte. 

Lui, come tanti altri, per anni ha trascorso il suo tempo online convinto che la legge, quantomeno quella nazionale, fosse dalla sua parte. E invece no. Quello che ha visto con i suoi occhi è che queste case di gioco online non vengono controllate dai nostri apparati statali in modo efficace. Me lo ha detto senza giri di parole: la percentuale che dovrebbe restare allo Stato e all'operatore, quella famosa soglia massima del dieci per cento, viene abitualmente superata di gran lunga. Il risultato è che la maggior parte dei giocatori, lui compreso, si ritrova in mutande. E non è sfortuna, ma colpa di un sistema che nessuno vigila davvero.

Lo so che sulla carta le cose sembrano diverse. La legge italiana stabilisce che sulle slot machine online il ritorno per il giocatore non può essere inferiore al novanta per cento. Un dieci per cento massimo, quindi, tra casa da gioco e fisco. Per le scommesse sportive si parla di payout tra novanta e novantacinque, con un margine per il concessionario che oscilla tra il cinque e il dieci. Sembrerebbe persino generoso, no? Eppure, nella pratica, quando cominci a giocare e vedi il conto che si assottiglia in poche mani, quando le vincite possibili diventano un miraggio, allora capisci che quel dieci per cento è stato ampiamente superato. Magari è diventato venti, forse trenta. Ma chi lo controlla? Chi controlla davvero, giorno dopo giorno, partita dopo partita? La risposta, purtroppo, è nessuno!

La normativa dice anche che ogni gioco deve avere un RTP certificato da laboratori accreditati, che il generatore di numeri casuali deve rispettare i limiti di legge. Ma quella certificazione, come mi ha giustamente fatto notare il mio lettore, è un'istantanea. È come fare il tagliando a una macchina e poi lasciarla correre per due anni senza mai più guardare il motore. Nel frattempo, l'operatore può tranquillamente spingere il margine reale ben oltre quello dichiarato, tanto nessuno controllerà mai ogni singola sessione di gioco. E i giocatori restano lì, a chiedersi perché la fortuna non arriva mai.

Il mio lettore mi ha anche inviato alcuni screenshot, presi direttamente dal web, nei quali si legge il disagio di chi ha cercato semplicemente di trascorrere un po' del proprio tempo in maniera spensierata, pur sperando di realizzare un piccolo gruzzoletto. Forum, testimonianze, confronti tra payout teorici e perdite reali. Numeri che fanno rabbrividire. E non parlo di complotti, parlo di un buco nero nella vigilanza. L'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli fa quello che può, la Guardia di Finanza ha risorse limitate e le piattaforme sono tante, troppe. Il risultato è che l'unico controllo vero è l'autodichiarazione degli operatori. Una cosa assurda, se ci pensa.

E mentre il sistema normativo arranca e i controlli latitano, c'è un altro fenomeno che contribuisce ad alimentare questo gigantesco inganno, e che merita di essere raccontato. Parlo di tutti quei soggetti che, sui social network, promuovono quotidianamente i giochi delle case da gioco, mostrandosi in diretta mentre vincono cifre che per la maggior parte delle persone rappresentano un sogno, talvolta persino una salvezza. Migliaia e migliaia di euro che appaiono sullo schermo come per magia, con un click, con un colpo di fortuna che sembra essere alla portata di chiunque. Ma guardandoli bene, questi sedicenti fenomeni della fortuna, cosa mostrano realmente? Nulla più che un'illusione ben confezionata. Perché è evidente, a chiunque abbia un minimo di senso critico, che la loro presunta bravura non c'entra proprio nulla. A vederli, con quelle facce ebete e quelle esclamazioni artefatte, sembrano semmai dei veri e propri poveri disgraziati, capaci solo di gridare al miracolo ogni volta che il software decide di regalargli una combinazione vincente!

Eppure, migliaia di spettatori li guardano, li ascoltano, e si illudono. Non sanno, o forse non vogliono sapere, che quelle dirette sono accuratamente costruite, sovvenzionate dalle stesse case da gioco che li pagano profumatamente per attrarre nuovi giocatori. È marketing, puro marketing, travestito da spontaneità. E funziona, eccome se funziona, perché la speranza è un sentimento potente, e chi è disperato o solo ingenuo ci casca in pieno.

Il risultato? Una valanga di nuovi iscritti che si riversano sulle piattaforme convinti che quella fortuna possa essere anche la loro, senza sapere che le probabilità sono truccate a monte, e che quei mille o duemila euro vinti in diretta sono solo l'esca per far abboccare il pesce più grosso: la loro voglia di riscatto, la loro fragilità, i loro risparmi. E allora, davanti a questo scenario, viene spontaneo chiedersi: ma chi c'è veramente dietro tutto questo? E chi ci guadagna davvero?

FINE PRIMA PARTE

mercoledì 1 luglio 2026

Il CSM e la geografia fantastica delle mafie: ma al Nord ci sono o ci fanno?

Ogni tanto, leggendo certe decisioni che arrivano da chi dovrebbe avere una visione più lucida del paese, mi viene da chiedermi se viviamo davvero nella stessa Italia.

Prendiamo ad esempio la delibera dell’11 giugno del CSM, quella che individua undici procure distrettuali in aree ad alta densità mafiosa. 

Un elenco che, guarda caso, quasi per intero si ferma al Sud, con la sola eccezione di Roma a fare da timido contrappunto.

Già... un provvedimento che, sulla carta, suona come un atto di attenzione istituzionale, ma che nella sostanza rischia di consegnarci un messaggio vecchio di decenni: quello che la ‘ndrangheta, la camorra e la mafia siano un problema altrui, relegato a latitudini lontane, buono solo per i telegiornali estivi.

Il problema, però, è che la realtà, quella quotidiana, non si dimostra affatto così. Perché se ci fermiamo a guardare i Tg, i dati pubblicati, le inchieste giudiziarie, i processi che hanno segnato questi ultimi vent’anni, il racconto che emerge è diametralmente opposto!

Le organizzazioni criminali, ormai, hanno smesso di fare i “cumpari” del paese, sì... sono diventate holding finanziarie senza volto, capaci di insinuarsi nei tessuti economici più produttivi, di comprare quote di mercati legali, di infettare il sistema degli appalti e dei servizi e lo fanno da Palermo a Ferrara, da Reggio Calabria a Milano, da Catania a Trieste, con una disinvoltura che lascia alquanto sgomenti.

Basti pensare a certi processi che hanno visto l'associazione "Libera" costituirsi parte civile, come il famoso Idra a Milano, o ai numerosi procedimenti che hanno solcato i tribunali del Veneto e dell’Emilia-Romagna. Sono solo la punta di un iceberg enorme, la testimonianza di un fenomeno che ha mutato pelle e che oggi si intreccia con le corruttele più sofisticate, con il riciclaggio internazionale, con il controllo silenzioso dei flussi finanziari.

Ecco, è proprio qui che il ragionamento del CSM si incrina, perché continuare a pensare alla mafia come a un problema meridionale significa non voler vedere dove oggi si annidano i suoi interessi più grandi. E quali sono questi interessi? Il business, il grande business. Quello che non conosce confini geografici.

Seguiamo il denaro, e scopriremo che i miliardi generati dal traffico di droga non si fermano mica al Rubicone, ma sono alimentati da economie sotterranee svolte nelle stazioni di Torino, Milano, Bologna, Firenze e nei porti di Genova, Ravenna, Trieste. Così come i giri della prostituzione, che in certe periferie del Nord hanno numeri da capogiro, o il gioco d’azzardo, che miete vittime e sposta valanghe di denaro sporco in ogni regione. E che dire della merce contraffatta? Quella non è più il souvenir del mercato rionale, ma un'industria parallela che soffoca il commercio nelle città del Centro e del Nord, quotidianamente, sotto gli occhi di tutti.

E allora, mi chiedo: ma dove vivono quelli che al CSM prendono queste decisioni? Perché io credo che solo chi ha camminato per certe strade, chi ha visto con i propri occhi lo stillicidio di attività illecite che si consumano nei quartieri delle nostre metropoli del Nord, può davvero capire quanto questa visione sia, per usare un eufemismo, semplicemente sbagliata.

Vi assicuro che non si tratta di una questione di campanilismo, è una questione di onestà intellettuale e soprattutto morale. Riconoscere le mafie solo dove fanno più rumore, solo dove usano le armi da fuoco, significa non accorgersi di dove sono più radicate e producono danni ben più profondi: quelli che divorano il tessuto economico sano, che avvelenano la concorrenza, che rendono opaco ogni investimento.

D'altronde proprio in questi giorni, a smentire quanto redatto dal CSM, sono state organizzate delle iniziative pubbliche proprio nelle principali città del Centro e del Nord. Non per fare coreografia, ma per urlare una verità scomoda: le mafie sono qui, sono tra noi, e hanno scelto proprio i territori più ricchi e dinamici per insediarsi stabilmente, perché è lì che il denaro scorre più veloce e si confonde meglio.

Si tratta di una battaglia culturale prima ancora che giudiziaria, quella di imparare a leggere le trasformazioni della criminalità, perché se continuiamo a raccontarci che è un fenomeno diverso, allora saremo sempre un passo indietro, pronti a subire i colpi senza mai vedere chi li sta sferrando.

E questo, cari signori del CSM, non è solo un errore di valutazione, è una vera e propria bugia!

Note sul Blog "Liberi pensieri"

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